Mentre il fronte di Guerra mediorientale si allarga a Libia e Libano,
simbolo del conflitto resta Kobane. In città i combattenti kurdi delle
Unità di Protezione Popolare si dicono ottimisti: i bombardamenti della
coalizione uniti alla strenua difesa dei residenti stanno costringendo
lo Stato Islamico a ritirarsi.
“Ora controlliamo altre due strade nella parte occidentale della
città e ucciso altri numerosi miliziani – ha detto Mohammed Mala Omar,
comandante dell’unità di peshmerga iracheni arrivati il mese scorso – I jet Usa permettono a peshmerga
e Ypg di avanzare, impedendo all’Isis di muoversi e costringendolo a
difendersi. L’equazione è cambiata: oggi il 55% della città è sotto il
controllo delle Ypg”.
Un altro gruppo di 150 peshmerga è entrato ieri a Kobane dal
confine turco, a sostegno della città assediata. Kobane plaude
all’arrivo della nuova unità, consapevole però che non trasformerà le
sorti della battaglia, che ormai va avanti da quasi tre mesi. La
palese ostruzione del governo turco – che permettendo il passaggio di
una manciata di combattenti kurdi iracheni pensa di aver fatto il
proprio dovere – è l’ostacolo maggiore, perché impedisce non solo a Kobane di difendersi e sopravvivere, ma ferma anche le mosse della coalizione Usa.
Washington, dipendente dall’agenda dell’alleato, sta
seriamente valutando la creazione di una zona cuscinetto in territorio
siriano, al confine con la Turchia, seppure ufficialmente continui a
dire di non essere pronta a tale passo. Da giorni i media
statunitensi riportano di piani sopra il tavolo dell’Ufficio Ovale che
permetta ai reali interessi Usa e turchi di gestire il conflitto in
Siria. Ovvero, la testa di Assad. Secondo il The Post,
l’amministrazione Obama sta discutendo la creazione di una zona di
sicurezza lunga 160 km e larga 30, lungo la frontiera turca, all’interno
della quale stanziare i ribelli anti-Damasco che sosteranno da terra i
bombardamenti della coalizione.
Come previsto dal presidente turco Erdogan, la zona – che accoglierebbe i ribelli oggi in esilio – potrebbe
essere interdetta all’aviazione siriana, un’eventualità che
accenderebbe le tensioni dell’eterogeneo e ufficioso fronte anti-Isis:
sebbene nemici dichiarati, Washington e Damasco si trovano di fronte
allo stesso avversario e le misure prese vanno nella stessa direzione.
Più volte Assad ha proposto una cooperazione militare con la coalizione
contro l’avanzata dello Stato Islamico, richieste sempre rigettate. Per
l’Occidente Assad non è il rappresentante legittimo del popolo siriano: meglio
puntare ancora sulle opposizioni moderate che hanno però mostrato –
come sottolineato dalla stessa intelligence Usa – di non saper gestire
la battaglia sul terreno né un’eventuale transizione politica.
Obama però otterrebbe la base militare turca di Incirlik, il cui
utilizzo è condizionato alla creazione della zona cuscinetto. Insomma, è
ancora Ankara a dettare l’agenda. Lo sanno bene i kurdi turchi che da
tempo accusano il governo di sostenere attivamente l’Isis e impedire
alla resistenza kurda di proteggere Kobane. Stessa la visione del Pkk,
convinto che il partito di governo, l’Akp, abbia come obiettivo la
fine del negoziato in corso con Ocalan e il suicidio politico del
movimento, attraverso la sconfitta del processo politico in corso a
Rojava.
E mentre in Iraq le violenze continuano a tradursi in scontri
settari (due esplosioni hanno colpito tra ieri e oggi il quartiere
sciita Sadr City a Baghdad e quello kurdo di Shorjah a Kirkuk, uccidendo
33 persone), sul campo di battaglia scendono anche Libano e Libia.
Le autorità di Beirut, dopo aver arrestato l’ex moglie di al-Baghdadi e
aver subito un duro attacco contro l’esercito al confine con la Siria
(possibile rappresaglia all’arresto), ieri hanno fatto sapere che il
test del Dna conferma che la bimba di 8 anni che si trovava con Saja
al-Dulaimi, ex moglie del califfo, è figlia del leader dell’Isis.
Il timore fondato del Libano – da tempo attaccato da gruppi
sunniti anti-Assad, a partire da al-Nusra – è un intensificarsi degli
scontri al permeabile confine con la Siria. Una possibilità che è già da
tempo concreta e che ha provocato un contagio di violenze soprattutto a
nord del Paese. Stesso dicasi per la Libia, dove la crisi
politica dovuta alla distruzione delle istituzionali statali da parte
della Nato e la presenza di milizie armate che dalla caduta di Gheddafi
imperversano nel paese, ora deve fare i conti con la presenza di gruppi
affiliati allo Stato Islamico. Secondo il generale statunitense
Rodriguez, in Libia l’Isis avrebbe creato basi di addestramento di nuovi miliziani.
Per ora, dice Rodriguez, gli affiliati sono circa 200, tutti libici, ex
miliziani di altri gruppi locali che hanno giurato fedeltà allo Stato
Islamico, ma aumenteranno grazie alla propaganda vincente del califfo e
ai nuovi campi di armamento e training.
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