Una giornata “molto positiva”, che ha confermato il “pieno sostegno
internazionale al popolo libico” per implementare la stabilità e la
sicurezza nel paese con la firma dell’accordo tra i due governi di
Tripoli e Tobruk il prossimo 16 dicembre. Al termine della conferenza
internazionale sulla Libia, organizzata ieri a Roma presso il Ministero
degli Esteri, l’atmosfera era quasi euforica. I rappresentanti di 18
paesi, tra cui i noti sostenitori e finanziatori della cesura
parlamentare libica – Turchia, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati – hanno
sottoscritto una dichiarazione congiunta con la Lega Araba, l’Unione
africana e l’Unione Europea nella quale emerge l’impegno a portare
avanti il processo di pacificazione della Libia sponsorizzato dalle
Nazioni Unite.
Un cessate il fuoco totale, un governo di unità nazionale che
prenda posto a Tripoli, capitale del paese, presieduto da Fayez
al-Serraj – già premier di Tobruk – assieme a un Consiglio ministeriale
di nove membri composto da rappresentanti di entrambi i parlamenti. Dopo
la firma dell’accordo, prevista per mercoledì 16 dicembre nella città
marocchina di Skhirat, il nuovo governo avrà 30 giorni di tempo per
insediarsi.
Parola d’ordine, quindi, è la celerità: lo ha
ricordato anche il ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni nella
conferenza stampa congiunta con il segretario di Stato Usa John Kerry e
con il neo-inviato speciale Onu in Libia Martin Kobler, dichiarando che
“il tempo è fondamentale per accelerare la soluzione della crisi libica e
per contrastarne le minacce”. Kerry, invece, geograficamente più
lontano dalle suddette minacce – Isis e flussi migratori – ha speso
qualche parola anche per il popolo libico, che “merita tutto il sostegno
della comunità internazionale” per implementare “il nuovo corso che
comincia oggi”.
Eppure, mentre la stampa italiana si affanna a elogiare il
compromesso raggiunto in questi giorni e a ricordare il ruolo
dell’Italia nel new deal libico, non pochi media
stranieri fanno notare come questo accordo sia stato spinto troppo
velocemente dalle Nazioni Unite con quella che sembra una scarsa
considerazione della reale situazione sul campo. Un pensiero
condiviso anche dall’ex ministro degli Esteri italiano Emma Bonino, che
in un articolo scritto con il presidente dell’International Crisi
Group Jean-Marie Guehenno per il portale Politico ha definito
la firma di mercoledì prossimo “una scommessa irresponsabile”. “Credere
che la maggioranza dei libici – scrive la Bonino – sosterrà un’autorità
nazionale spalleggiata solo da stranieri è una pia illusione. E stando alle attuali condizioni di sicurezza è anche improbabile che un tale governo possa insediarsi a Tripoli sano e salvo“.
Un piccolo avvertimento è arrivato venerdì scorso, quando un un
centinaio di persone è sceso in piazza a Tripoli per protestare contro
l’accordo sponsorizzato dalle Nazioni Unite.
Non si tratta di un’opinione solitaria, vista la fluidità delle
milizie attive sul suolo libico e data la sostanziale negligenza sulla
questione sicurezza su cui l’Onu avrebbe dovuto lavorare prima
ancora di pressare una manciata di rappresentanti del frammentato
spettro politico del paese a stringersi la mano. Claudia Gauzzini,
analista di Libia per l’International Crisi Group, lo ha spiegato bene
in un approfondimento prodotto da al-Jazeera sulla conferenza di ieri a Roma: c’è una sostanziale divisione tra quelli che ieri erano alla Farnesina e quelli che sono nel Paese.
Non tutti si sentono rappresentati dai delegati dei due opposti governi
e molti, in Libia, si sentono spinti ai massimi livelli dalla comunità
internazionale e c’è il rischio di nuovi scontri armati. Al contempo,
sul campo, le Nazioni Unite non avrebbero fatto nulla per ripristinare
la sicurezza nel paese in vista dell’insediamento di un governo di unità
nazionale, per cui in non pochi si chiedono come farà il nuovo esecutivo a prendere possesso del paese in mancanza di un esercito.
La risposta più plausibile è quella di un intervento militare straniero,
già sussurrato da più parti – prima tra tutti la Francia, seguita dalla
Gran Bretagna – e che sembra uno dei motivi principali dietro
all’improvvisa accelerazione dell’accordo tra le parti libiche, anche se
ancora non è chiaro con quali modalità. Solo due mesi fa,
infatti, la maggioranza dei rappresentanti del governo di Tobruk
rifiutava la proposta di accordo dell’allora inviato speciale Onu
Bernardino Leon, una proposta che prevedeva lo stesso Serraj capo del
governo di unità nazionale assieme a un consiglio composto da
rappresentanti misti. Un mese dopo gli attentati di Parigi, invece, i
delegati sembrano aver improvvisamente cambiato idea.
E l’Italia, che nei giorni scorsi frenava sull’intervento militare,
ora si allinea vagamente alle altre potenze occidentali dietro lo
scudo delle decisioni internazionali: “Ogni nostra azione – ha
dichiarato il ministro Gentiloni, interrogato dall’inviato Rai –
sarà intrapresa nel quadro delle decisioni Onu e su richiesta del
governo libico”. Dopotutto, il nemico numero uno rimane l’Isis, che
nella sua avanzata libica ha da poco circondato il sito archeologico di
Sabratha, a metà strada tra Tripoli e il confine tunisino. Lo ha
ricordato anche Kerry: “Coloro che impediscono alla Libia – ha
dichiarato il segretario di Stato – di continuare sulla strada
dell’unità nazionale dovranno pagare”.
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