Un conflitto dimenticato fa comodo a tanti. Agli aggressori (l’Arabia Saudita e la coalizione anti-Houthi), ai loro sostenitori (i governi
europei che vendono armi), a chi approfitta del caos (al Qaeda).
Stamattina si è registrata un’altra vittoria eclatante da parte qaedista: due
città meridionali, Zinjibar e Jaar, sono state occupate dopo un attacco
a sorpresa che ha sbaragliato le milizie locali pro-governative a
difesa delle due comunità. Secondo i residenti, i qaedisti sono entrati
senza troppe difficoltà e hanno posto subito checkpoint agli ingressi, prima di annunciare la presa delle due città dai megafoni delle moschee.
Le due città, entrambe nel governatorato di Abyan (Zinjibar ne è il
capoluogo), sono strategiche: a metà tra il governatorato di Aden e
dalla città costiera, dove al Qaeda controlla alcuni quartieri, e il
governatorato di Hadramaut, quasi del tutto occupato dai qaedisti.
Il collasso dello Stato, la guerra civile e l’aggressione
saudita fanno avanzare quello che in teoria è il nemico numero uno, al
Qaeda nella Penisola Arabica, la più potente e organizzata “filiale”
della rete. Quella per cui gli Usa hanno lanciato la guerra dei droni e
che ha sostenuto apertamente gli alleati occidentali, ovvero il governo
ufficiale yemenita, nella ripresa di Aden contro il movimento ribelle
Houthi. “L’ingresso di al Qaeda è avvenuto nell’assenza di ogni
istituzione dello Stato”, ha commentato un residente di Zinjibar, Fadl
Mohammed Mubarak.
E mentre al Qaeda pubblica comunicati online nel quale minaccia
vendetta contro Riyadh per le future esecuzioni di oltre 50 qaedisti,
annunciate nei giorni scorsi, nel governatorato accanto, Lahij, la
coalizione anti-Houthi guidata dall’Arabia Saudita prosegue cieca nella
battaglia al movimento ribelle. Un movimento che ha iniziato una
rivolta per chiedere maggiore coinvolgimento politico e economico nel
paese. Ma per Riyadh la minaccia rappresentata dagli Houthi è maggiore
di quella rappresentata da al Qaeda. Ieri l’esercito yemenita
ha cominciato un’operazione di ampia scala per la ripresa dell’area di
al-Sharija, a Lahij, insieme ad alcune unità di truppe sudanesi.
L’obiettivo è più ampio: la riconquista della provincia di Taiz, vero
target saudita e governativo. Se gli Houthi perdessero Taiz, si
romperebbe la continuità tra i territori occupati da nord al centro,
dalla capitale Sana’a alle porte di Aden.
Intanto, lontano dal dramma dei civili, dai 5.700 morti dalla fine di
marzo, il governo ufficiale in auto-esilio nel Golfo blocca ogni
possibile negoziato internazionale con gli Houthi. Il presidente
Hadi continua a dire di voler procedere con il dialogo ma poi si sfila.
Tanto da far dire a diplomatici impegnati nel negoziato che Hadi
rappresenta un ostacolo: “Hadi sta tentando di fermare ogni tipo di
dialogo perché sa che qualsiasi risultato rappresenterà la fine della
sua carriera politica – ha detto un funzionario anonimo – Non è
mai stato popolare e non è nel suo interesse fermare la guerra, a meno
di una vittoria totale”. Così poco popolare da non riuscire nemmeno ad
imporre un rimpasto di governo al suo premier, Khaled Bahah, che ha
rigettato ieri la sostituzione di cinque ministri (tra cui il ministro
degli Esteri, quello degli Interni e il vice premier) ordinata dal
presidente.
A poco servono quindi gli annunci dell’Onu che con regolarità
promette l’avvio del dialogo. Lunedì ci ha provato l’ambasciatore
britannico all’Onu: il negoziato inizierà a dicembre. Ma su quali basi? Se
Riyadh puntasse davvero al dialogo, interromperebbe l’operazione
militare. Così non è perché l’obiettivo è un altro: riprendere
completamente il controllo di quello che ritiene il proprio cortile di
casa, lo Yemen, senza garantire alcuno spazio agli Houthi, accusati di
essere vicini all’Iran. Lo Yemen è fondamentale al controllo
dello stretto di Bab al-Mandeb, porta di passaggio del greggio del Golfo
diretto in Europa: spartirlo con un gruppo considerato parte dell’asse
sciita guidato da Teheran significherebbe perdere il monopolio sulla
zona e l’ampliamento dell’influenza iraniana sull’intera regione, già
forte dopo l’intervento in Siria.
A boicottare i negoziati sono in tanti, anche indirettamente,
continuando a sostenere la coalizione anti-sciita che sta devastando lo
Yemen. Tra questi i paesi che proseguono imperterriti a vendere
tonnellate di armi ai paesi del Golfo, Arabia Saudita, Qatar e Emirati
Arabi. C’è l’Italia che pochi giorni fa ne ha inviate in quantità da
Cagliari. E c’è la Gran Bretagna, duramente accusata da Save The
Children per il ruolo nella guerra: “La Gran Bretagna si dice
orgogliosa di essere un leader mondiale nella risposta alle crisi
umanitarie, ma la mancata condanna pubblica del costo umano del
conflitto in Yemen dà l’impressione che le relazioni diplomatiche e la
vendita di armi prevalgono sulla vita dei bambini yemeniti”, ha detto
Edward Santiago, rappresentante di Save The Children in Yemen.
Londra è tra i primi fornitori di armi all’Arabia Saudita. Un fatto
che non mette in buona luce la Gran Bretagna visto che il 73% dei
bambini uccisi in Yemen (quasi 700) sono morti in raid sauditi. Altri
mille i feriti, la maggior parte dei quali da missili, bombe, colpi di
artiglieria, colpi di mortaio.
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