di Michele Giorgio – il Manifesto
«C’è un detto sulla classe
media locale: compra un regalo che non gli piace, con soldi che non ha,
per darlo a qualcuno che lo odia», dice Sari Hanafi al
telefono dal Libano. Oggi, aggiunge, «soldi per quel regalo la classe
media non ne ha più. La crisi economica spinge ogni giorno tante
famiglie, che avevano un reddito sufficiente per una vita tranquilla,
nel baratro della povertà». Docente di sociologia all’Università americana di Beirut,
Hanafi è un sostenitore delle proteste popolari che dallo scorso
ottobre scuotono il Libano. E che da alcuni giorni, revocato in parte il
lockdown imposto dal coronavirus, attraversano di nuovo il paese.
Hanafi non punta il dito solo contro i mali più visibili: corruzione,
carovita, malgoverno, nepotismo, sistema confessionale. Invita a
riflettere sul modello consumista e liberista dominante nel paese. «(Il
sociologo) Pierre Bourdieu» sottolinea «avrebbe parecchio da dire sulla
quantità significativa di oggetti superflui e lussuosi di cui si
circondano in Libano la classe media e persino le categorie sociali a
basso reddito. La tragedia, economica e sanitaria, che stiamo
affrontando ci offre un’occasione forse irripetibile per ripensare al
nostro modello».
Il proposito di Hanafi di avviare un dibattito su di un sistema
socioeconomico diverso difficilmente coinvolgerà chi non ha un lavoro o
fa fatica a mangiare tutti i giorni. E la sinistra libanese, o ciò che
rimane di essa, non ha la forza per incanalare la protesta verso la
trasformazione. La scorsa settimana il governo del premier Hassan Diab
ha approvato un piano di salvataggio economico e ha chiesto più sostegno
al Fondo monetario internazionale. Alcune delle
ricette proposte appaiono credibili ma la vastità del debito pubblico
(170% del Pil) e di quello estero (83 miliardi di dollari), la
disoccupazione in continuo aumento, specie tra i giovani, e il tonfo
della valuta nazionale, lasciano i libanesi scettici sulla possibilità
di vedere la luce alla fine del tunnel.
In Libano la fame è uno spettro che fa più paura del Covid-19.
La svalutazione della lira nei confronti del dollaro, che al mercato
nero ha toccato livelli che non si registravano da decenni, ha gettato
nella disperazione migliaia di famiglie. Tanti a Beirut e nei centri
urbani hanno dovuto dire addio a prodotti che costano due-tre volte di
più di qualche mese fa. Un pacco di pannolini di una nota marca costa
anche 40 euro, il prezzo di una scatoletta di tonno in qualche
supermercato ha raggiunto i 4 euro, riferiva qualche giorno fa un
giornale locale online. «Il 45% dei libanesi vive in povertà e il 22%
nella povertà estrema» ci riferisce la ricercatrice, da anni a Beirut, Chiara Calabrese, dell’Ecole des hautes études en sciences sociales di Parigi.
«Non sorprende che le manifestazioni di protesta siano riprese a
Tripoli» prosegue «è una delle città più povere, nonostante tra i suoi
abitanti vi siano alcuni dei più grandi imprenditori del paese. Tripoli è
stata abbandonata, la politica ha fatto più assistenza che promuovere
investimenti e sviluppo».
Non è insignificante che la povertà spesso si concentri nei centri a
maggioranza sunnita. A conferma che le politiche economiche liberiste
portate avanti dal leader sunnita Rafik Hariri (assassinato nel 2005) e dal figlio Saad Hariri –
sviluppo edilizio sfrenato, indebitamento, finanza e banche nelle mani
di pochi – hanno arricchito solo l’elite e si sono invece rivelate
disastrose in quelle aree in cui la popolazione credeva di essere
tutelata dal potere e dalla ricchezza dalla famiglia Hariri. Al
contrario lo stato assistenziale messo in piedi dal movimento sciita Hezbollah,
nei distretti sotto il suo controllo, sembra aver tutelato di più le
fasce deboli della comunità sciita.
Da ottobre Hezbollah è sotto
pressione. Una porzione di chi prende parte, anche sciiti, a raduni e
manifestazioni gli attribuisce, talvolta a ragione, responsabilità nel
disastro economico e lo accusa di subordinare il Libano agli interessi
dell’Iran. Tuttavia il movimento fa parte dei governi libanesi dal 2011 e
la crisi parte da molto più lontano. «Alcuni partiti» spiega Chiara
Calabrese «come il Mustaqbal di Hariri e le Forze libanesi (destra),
cercano di strumentalizzare la rivolta e di presentarsi come dei
movimenti rivoluzionari quando sono al potere da anni». Allo stesso
tempo, conclude la ricercatrice, «pur considerando che alcuni
manifestanti possano venire usati da certi partiti, la protesta era e
resta reale, perché la sofferenza dei libanesi è davvero grande».
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