Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Civil Act. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Civil Act. Mostra tutti i post

11/06/2015

Mafia e capitale. Rimedi peggiori della malattia

Il verminaio portato alla luce con l'inchiesta su Mafia Capitale, un po' come accadde per Tangentopoli, rischia di produrre soluzioni peggiori della malattia. Venti anni fa venne spazzato via un ceto politico e un sistema economico/sociale ereditati dagli equilibri del dopoguerra. Ma a sostituirlo – eccezion fatta per la variabile impazzita berlusconiana – doveva essere una nuova classe dirigente, sintesi degli interessi dei grandi gruppi finanziari e multinazionali e con quelli della tecnocrazia di stampo bocconiano ed europeo. Quell'operazione non ebbe molto successo e solo nel 2011 questa nuova classe dirigente è riuscita a imporsi e ad imporre le sue priorità al paese.

Adesso che l'intero ceto politico capitolino, erede di quella contraddizione, rischia di essere spazzato via, si profila la possibilità che a sostituirlo non sia il “governo dei migliori”, ma una classe dominante cinica e oligarchica, che corrisponde esattamente a quel “Mondo di Sopra” per il quale i faccendieri, i malavitosi, i fascisti e i politicanti del Mondo di Mezzo hanno fatto per anni il lavoro sporco.

In questo cambio di passo, evidente già dalla lettera della Bce del 5 agosto 2011, emerge il vero volto del nemico e il progetto contro cui occorre combattere con ogni mezzo necessario. Il nemico sono gli interessi privati delle oligarchie, il progetto sono le privatizzazioni di ogni aspetto della vita sociale che questi stanno perseguendo con violenza e spregiudicatezza.

A nessuno sfugge come l'inchiesta su Mafia Capitale abbia evidenziato che la zona grigia in cui soggetti privati “legali” o “criminali” hanno perseguito i loro interessi, sia stata propria quella aperta con le privatizzazioni dei servizi.

Quando il Comune di Roma – con le giunte degli ultimi venti anni – ha privatizzato la gestione del verde, i servizi sociali, i centri di accoglienza per immigrati, l'emergenza abitativa, i campi rom, l'assistenza, le pulizie etc, questo ha consentito a holding senza scrupoli di accaparrarsi tutto l'accaparrabile. Senza incontrare resistenze negli apparati politici e amministrativi, ha pagato mazzette, ha alzato qua e là la voce (e le mani...), veicolato assunzioni, il network Buzzi/Carminati ha messo a proprio vantaggio tutte le “ritirate” del soggetto pubblico (Comune, Municipi, Regione etc.) dalla gestione dei servizi di cui hanno comunque la responsabilità.

Attraverso il sistema delle esternalizzazioni e delle privatizzazioni, le istituzioni hanno consegnato pezzi interi dell'economia e dei servizi pubblici a soggetti privati. Tutto questo ha provocato un aumento dei costi (i dati su questo parlano chiarissimo), il peggioramento dei servizi per gli utenti e delle condizioni di lavoro di chi ci lavora. Il motivo è semplice: si è privatizzato, ma utilizzando quasi esclusivamente i soldi pubblici.

Il problema è che adesso le inchieste della magistratura, e le campagne dei moralizzatori, stanno creando la condizione per una ulteriore accelerazione di questo processo di privatizzazione. Da un lato i magistrati non possono che certificare la regolarità o meno delle procedure, intervenendo solo quando ravvisano degli illeciti; dall'altro, i moralizzatori continuano a sparare sul "pubblico" per far strada agli interessi privati. Entrambi coincidono ideologicamente sul fatto che “solo il privato”, per le sue caratteristiche, possa gestire efficacemente un servizio pubblico.

Non spiegano però che anche in questo caso il privato non rischia niente di suo, ma investe anche quando non dispone dei soldi, perché questi sono assicurati dal soggetto pubblico. Un esempio di questa perversione viene da sistemi come il project financing, dove gran parte dell'esposizione finanziaria è del soggetto pubblico e il massimo di beneficio economico va nelle tasche del soggetto privato. E' il caso delle autostrade o dei Punti Verde Qualità nel Comune di Roma o degli ospedali veneti e lombardi.

Il governo Renzi, tra l'altro, sta preparando su questo terreno il Civil Act, ossia una sorta di Jobs Act per la gestione privatistica dell'intero sistema dei servizi sociali, affidandoli definitivamente alle fondazioni bancarie e ai manager del No profit.

Questi soggetti però non sono entrepreneur, ossia imprenditori che avviano in proprio una attività, rischiando di loro e producendo beni o idee vendibili sul mercato. In questo caso sono invece pericolosi parassiti che possono contare sui soldi e sulle garanzie del soggetto pubblico per operazioni a fini di profitto privato, solo mascherati da “scopi sociali”. Un meccanismo micidiale, nel quale gli interessi collettivi sono penalizzati sotto ogni aspetto: economico, sociale, qualitativo, lavorativo.

La privatizzazione dei servizi è dunque la malattia da battere e da combattere, a cominciare da un'area metropolitana come Roma – ma anche nella Milano dell'Expo. Dal polverone e dalla merda sollevata dall'inchiesta Mafia Capitale ci sono due vie d'uscita: o la consegna definitiva e totale di una metropoli nel suo complesso in mano agli squali della finanza e delle multinazionali delle utilities, oppure una alternativa di amministrazione del bene comune, che rompa frontalmente con questi interessi e disegni nuove priorità sociali, a partire dalle esigenze popolari.

I balbettii su una nuova sinistra di governo dobbiamo temerli come la peste, perché sono stati pienamente corresponsabili di quanto abbiamo sotto gli occhi a Roma o a Milano. Non avevano, non vedono e non hanno la cultura politica del cambiamento come necessaria rottura dell'esistente, né della rottura come presupposto decisivo del cambiamento.

Fonte

29/04/2015

Roma. Contestati i “paraculi” del lavoro gratuito all'Expo

La vergogna e l'illegalità del lavoro gratuito messo in campo per gestire la grande truffa dell'Expo a Milano, viene ormai contestata su più fronti. Tre settimane fa è stato consegnato un esposto del Forum Diritti Lavoro all'ufficio milanese del Ministero del Lavoro. Questa mattina invece attivisti e sindacalisti del Forum Diritti Lavoro hanno contestato la conferenza stampa alla Camera dei deputati della nomenklatura del terzo settore, che proprio sull'ambiguità tra lavoro gratuito e volontariato intende ampliare le proprie fortune.

Alla sala stampa della Camera infatti, grandi organizzazioni del No profit (?) come Ciessevi, Csvnet e Cnv, vere e proprie holding del volontariato, avevano organizzato una conferenza per raccontare “come il volontariato sarà protagonista di Expo Milano 2015” ma soprattutto di presentare “le differenti forme con le quali circa 20.000 volontari saranno presenti e declineranno il tema guida di Expo “Nutrire il pianeta, energia per la vita”.

Il laboratorio Expo si sta concretizzando come un micidiale laboratorio di sperimentazione e legittimazione del lavoro gratuito, ormai spesso mascherato da volontariato. Un mix perverso di motivazione e sfruttamento messo a disposizione non più di azioni solidali e caritatevoli ma dei centri del big business, una differenza di sostanza.

Le holding del volontariato (nelle quali convergono organizzazioni del mondo cattolico e delle cooperative) non nascondono di sentirsi protagoniste delle attenzioni (e dei finanziamenti) del governo Renzi. L'esecutivo infatti tramite il Civil Act (gemello sociale del Jobs Act) intende promuovere l'assalto finale ai residui di welfare state per consegnarli ai criteri di mercato sociale istitutivi del terzo settore. Il lavoro gratuito è padre e figlio di questo progetto.

I sindacalisti e gli attivisti del Forum Diritti Lavoro hanno già fatto tana a questa operazione mettendosi di traverso all'uso illegale del lavoro gratuito in occasione dell'Expo, e questa mattina hanno raddoppiato il tiro facendo tana ai “paraculi” della pubblica benevolenza che hanno fatto del No profit la clava per smantellare definitivamente i servizi sociali pubblici. Davanti all'ingresso della sala stampa della Camera hanno esibito cartelli con su scritto: "Lavoro gratuito è schiavitù", "Volontariato o precariato?" e cartelli contro l'Expo.




Su questo argomento leggi anche:

Il Civil Act di Renzi: il terzo settore molto profit

Expo. Il lavoro gratuito è illegabile e inaccettabile. Esposto al Ministero

Fonte

11/04/2015

Il “Civil Act” di Renzi: un terzo settore molto profit

Gestione di una nuova ondata di precarizzazione, smantellamento dei servizi pubblici, ricerca di nuovo consenso clientelare nella crisi.

Insieme al Jobs Act, il governo Renzi ha lanciato il Civil Act per una profonda riforma del cosiddetto terzo settore o no profit: con la solita retorica del solidarismo e della sussidiarietà ci si prepara ad un affondo sia dei diritti dei lavoratori, sia dei servizi di welfare pubblici.

L’incentivazione ulteriore dello sviluppo del settore si orienta, infatti, verso la creazione di una occupazione “low cost” con bassi ed incerti salari (anche con utilizzo di lavoro gratuito e volontario) in contesti organizzativi che dovrebbero consentire un maggiore controllo sia normativo sia etico della manodopera.

Un settore che, secondo gli ultimi dati Istat può contare sulla carta su 4,7 milioni di volontari, con 681 mila dipendenti ai quali si sommano 270 mila lavoratori esterni, 5 mila lavoratori temporanei, 19 mila lavoratori distaccati dalle pubbliche amministrazioni, 40 mila religiosi e 19 mila giovani impegnati nell’attuale servizio civile; mentre per i dati economici abbiamo entrate di bilancio pari a 64 miliardi di euro.

Si tratta di un settore che ha già dato prova, grazie alla complicità sindacale e ad una normativa ed una contrattazione collettiva specifica, di poter aggirare le residue tutele del normale lavoro dipendente.

Basti pensare alle specifiche legge sui soci lavoratori che prevedono il “dissociamento” piuttosto che l’ordinaria procedura di licenziamento, oppure le esenzioni dall’applicazione piena dello Statuto dei lavoratori in virtù della natura di “organizzazioni di tendenza” rispetto al diritto di opinione o di critica.

E’ nei settori della cooperazione sociale che abbiamo, per esempio, potuto vedere applicati i CCNL con le previsioni di deroghe aziendali e territoriali, ben prima delle più recenti normative ed accordi interconfederali. Una realtà che, in virtù della “condivisa” missione sociale, ha anticipato sperimentandole diversi modalità di precarietà e di flessibilità che oggi ritroviamo estesi agli altri settori.

Altro vantaggio, non secondario, e che queste misure di precarietà vengono applicate in contesti dove, almeno in teoria, si può selezionare e contenere una mano d’opera più eticamente e politicamente motivata e docile.

Sia nelle associazioni, sia nelle cooperative la gestione “motivazionale” sulla natura dei servizi e della stessa struttura “aziendale” è sempre stata una notevole contromisura e freno alla conflittualità interna ed alla conquista di diritti fondamentali.

Anzi in specifici casi l’elemento di “appartenenza” è di così fondamentale importanza da essere il cardine di un sistema di collateralismo politico più ampio: prima si “appartiene” al progetto politico e sociale e poi si viene “messi al lavoro”, aspetti ereditati dallo storico movimento cooperativo ma che oggi ritroviamo riconvertito in ambienti e con finalità di mercato ben differenti, un esempio per tutti l’esperienza di Comunione e Liberazione e della Compagnia delle Opere.

Anche lo stesso utilizzo del “riscoperto” servizio civile viene riconvertito alla necessità di supportare lo stesso “no profit” e i servizi socio-sanitari pubblici in sottorganico strutturale.

L’obiettivo è quindi di creare un certo tipo di occupazione, di bassa tutela, ma di forte controllo e consenso sociale: questo insieme alla funzione di sostituire ulteriori pezzi del sistema pubblico, di ridurne i costi, di sottrarne la natura pubblica e di demolirne la caratteristica di “diritto” sociale sostituendola con una “etica” della carità e della solidarietà comunitaria. In un solo colpo abbiamo precarizzazione, spending review e consenso clientelare.

È questo il nuovo “Welfare partecipativo” dove il privato (sociale e civico ovviamente) si sostituisce al pubblico, dove prima si taglia la spesa sociale e poi lanciando l’allarme della disoccupazione e della mancanza di servizi adeguati per i cittadini, si crea un nuovo welfare che assomiglia troppo a quelle di tipo caritativo e/o padronale ottocentesco.

Da sottolineare che nella proposta di riordino e rilancio del terzo settore ci si propone di “far decollare davvero l’impresa sociale, … dimostrando che capitalismo e solidarietà possono abbracciarsi in modo nuovo… per realizzare obiettivi di interesse generale”.

Si tratta del superamento, nel terzo settore, della questione del divieto “formale” di distribuzione di utili (no profit appunto): mentre si esalta l’elemento solidaristico e volontaristico allo stesso tempo si vuole creare la base materiale per lo sviluppo commerciale e lucroso del settore, iniziando a derogare ai vincoli esistenti per permettere sia maggiori investimenti privati nelle imprese sociali, sia di conseguenza ritorni di utile.

Una ricetta che è in sintonia con l’esigenza di superare definitivamente a livello continentale il modello europeo di welfare pubblico per tutti così come l’abbiamo conosciuto per decenni; la stessa gestione della crisi sistemica da parte delle oligarchie della UE e da parte del padronato non prevede più all’orizzonte un sistema di tutele sociali così “costoso” come in passato.

Lo Stato ed il pubblico devono, in questo quadro, ritirarsi e deresponsabilizzarsi del “benessere” e dei diritti sociali e fare spazio al privato (meglio se meritevolmente e apparentemente senza fini di lucro) per la creazione di un “mercato” dei bisogni sociali.

Nello specifico le proposte di riordino e sviluppo del settore sono articolate su diversi piani:

NORMATIVA GENERALE

- modifica del Codice Civile adattandolo alle norme sulla sussidiarietà introdotte in Costituzione (Libro I Titolo II del CC e art. 118 Titolo V della Costituzione);

- semplificazione delle norme e adempimenti sulle associazioni, volontariato, cooperative sociali con redazione di un Testo Unico del Terzo Settore e l’istituzione di una Authority del Terzo settore;

SERVIZI SOCIO SANITARI ASSISTENZIALI

- inserire le imprese no profit nella stessa programmazione (e non solo dell'esecuzione) delle politiche pubbliche dei servizi socio sanitari a livello territoriale;

- semplificare le norme per l’autorizzazione/accreditamento delle strutture e dei servizi sociali e delle procedure di affidamento per l’erogazione dei servizi sociali da parte degli enti locali;

- incentivare la “libera scelta dell’utente” a favore delle imprese sociali con deduzioni, detrazioni fiscali e voucher e più in generale la creazione di un “voucher universale per i servizi alla persona e alla famiglia”;

OCCUPAZIONE

- ampliamento delle categorie di lavoratori svantaggiati, si tratta delle “tipologie” di lavoratori da poter assumere con relativi incentivi e vantaggi sia normativi che contrattuali (esempio cooperative di tipo B), anche i disoccupati di “lunga durata” potrebbero rientrare tra gli “svantaggiati”;

CAPITALIZZAZIONE

- modifica delle norme per permettere la remunerazione del capitale sociale, riordino delle agevolazioni e dei benefici di legge e fiscali di vantaggio per gli enti del terzo settore; potenziamento del 5 per mille, emissione di bond (titoli di solidarietà e fiscalmente agevolati) e di “equity crowdfunding” (sottoscrizioni collettive anche queste fiscalmente agevolate);

- agevolare l’assegnazione di immobili pubblici e immobili confiscati alla criminalità organizzata;

SERVIZIO CIVILE

- creazione di un servizio di leva per la “difesa della Patria” accanto al servizio militare: per 100.000 giovani all’anno per il primo triennio, con durata dai 4 agli 8 mesi, con benefit (crediti formativi universitari, tirocini universitari e professionali, riconoscimento delle competenze), con la stipula di accordi istituzioni-padronato per una possibile loro futura “assunzione” (ma anche per tirocini e corsi di formazione). Da considerare il combinato possibile tra la reintroduzione a regime del servizio civile e i possibili “obblighi” dei nuovi servizi per l’impiego in cantiere con il Job Act, specie nei confronti dei giovani “neet” (disoccupati ed esclusi dai normali percorsi scolastici/formativi).

Siamo di fronte ad un piano articolato su più fronti che da una parte vuole soddisfare la necessità di tenuta ad un livello sempre più basso del welfare ex pubblico, dall’altra crea un esercito ulteriore di precari e di lavoratori “gratuiti” con la promessa di una integrazione occupazionale, e infine – ma non per importanza – ha la valenza di nuovo patto sociale finalizzato alla creazione un blocco di consenso sociale.

Su questo ultimo punto basti pensare all’intrecci di interessi che potenzialmente si crea intorno al “Civil Act” da parte di pezzi diversi del mondo politico-economico italiano: dalle centrali cooperative (Legacoop, Confcooperative ecc. oggi ben rappresentate dal Ministro del Lavoro Giuliano Poletti), l’immenso arcipelago no profit di matrice cattolica (la citata Compagnia delle Opere ma l’elenco sarebbe infinito), l’associazionismo laico (come ARCI), fino ad arrivare agli enti di emanazione sindacale e padronale (gli enti bilaterali, il sistema di welfare contrattuale, le associazioni di volontariato come AUSER).

Un vero blocco di interessi ramificato nella società che ricevendo un ruolo rafforzato se non dominante nell’economia e nella società, può “ricompensare” l’operazione portando in dote una potenziale capacità di tenuta del consenso sociale.

Un vero e proprio blocco trasversale che in una sorta di “larghe intese” imprenditoriali si candida a gestire unitariamente quello che rimarrà del welfare e dei servizi pubblici dopo le controriforme che vogliono ancora ulteriormente imporci in nome delle politiche di austerity richieste dalla Unione Europea e dai trattati capestro di riduzione del deficit pubblico.

NECESSARIA UNA RISPOSTA CONFLITTUALE

Questo “Civil Act” è da respingere come un grande inganno ed è necessario promuovere una mobilitazione per la conquista di dignità e diritti per le lavoratrici e lavoratori del terzo settore, per la ripubblicizzazione dei servizi privatizzati dati in mano al no profit, contro il tentativo di una nuova gestione clientelare e caritatevole del consenso sociale.

In questi anni abbiamo più volte denunciato le condizioni di lavoro nel settore no profit ed abbiamo organizzato lotte e vertenze con i lavoratori delle cooperative e dell’associazionismo, con conflitti che hanno dimostrato la possibilità di opporsi ai ricatti.

Abbiamo denunciato che l’originario spirito di solidarietà e mutualità una volta espresso dal sistema cooperativo è stato da molto tempo sacrificato alla logica del mercato, della competizione e del profitto, e che sempre più spesso tali imprese si comportano anche peggio delle normali imprese private. Abbiamo denunciato e continueremo a denunciare che l’adozione di particolari trattamenti e agevolazioni normative e contrattuali hanno creato discriminazioni e lavoro sottopagato.

Per quanto premesso riteniamo indispensabile individuare come punti ed obiettivi:

- il contrasto ai processi di privatizzazione e rivendicare la necessità di uno sblocco delle assunzioni nei servizi pubblici come anche il riassorbimento del personale impiegato in gestioni esterne tramite appalti/convenzioni/accreditamenti;

- il contrasto allo sviluppo del welfare contrattuale e bilaterale che inserito nei contratti collettivi nazionali e aziendali viene utilizzato sia per creare un “consenso” sostitutivo del ruolo di tutela sindacale, sia come elemento materiale ed ideologico a supporto dello smantellamento del welfare pubblico;

- l’estensione delle tutele previste per i “normali” lavoratori dipendenti ai soci lavoratori come ai lavoratori delle associazioni (dal licenziamento ai diritti sindacali);

- prevedere che le cooperative e imprese sociali debbano corrispondere ai soci lavoratori gli stessi compensi e trattamenti contrattuali e previdenziali previsti dalla contrattazione collettiva nazionale dei settori profit senza deroghe connesse e relative alla natura cooperativistica dell’impresa;

- l’abolizione esplicita della possibilità da parte dei regolamenti interni di modificare in peggio le norme previste dalla contrattazione collettiva;

- l’equiparazione del trattamento contrattuale riconosciuto ai lavoratori impiegati negli appalti/concessioni/convenzione e quindi il diritto a un trattamento economico e normativo complessivamente non inferiore rispetto ai dipendenti di pari livello dell'utilizzatore/committente, a parità di mansioni svolte;

- contrastare l’elusione delle ordinarie procedure riguardo i licenziamenti che non trovano applicazione nei periodici cambi di gestione dei servizi, dove a prescindere dalle effettive condizioni oggettive dell’impresa e del servizio da erogare non vi sono tutele contro licenziamenti arbitrari e discriminatori;

- introdurre nuove forme di verifica della genuinità delle imprese sociali e cooperative, ponendo competenze di intervento ed accertamento delle caratteristiche mutualistiche e non sostitutive del welfare pubblico, comprensive di provvedimenti di commissariamento o scioglimento a fronte di irregolarità.

Punti generali ma anche concreti con i quali iniziare a ricomporre una opposizione sindacale e sociale a questo “Civil Act” che come gli altri provvedimenti del Governo Renzi corrisponde ad interessi antipopolari che si inseriscono nelle politiche di smantellamento e di macelleria sociale che abbiamo visto in questi anni. Una vera sintesi di politiche di privatizzazione e precarizzazione che vengono agitate dal Governo come innovative e risolutive degli stessi problemi creati dall’applicazione delle ricette antisociali della Troika (UE, BCE e FMI).

Fonte