Forze armate dotate di mezzi, sistemi d’arma, capacità operative e livelli d’addestramento adeguati, prontamente impiegabili in ambito NATO nei termini richiesti, per lunghi periodi e al di fuori delle normali aree stanziali. Un dispositivo bellico superefficiente in grado di respingere eventuali aggressioni militari che si dovessero manifestare contro l’Italia e i suoi “interessi vitali”, sempre pronto a “rimuovere le minacce” e contribuire alla “difesa integrata” dei territori dell’Alleanza Atlantica e alla “lotta al terrorismo internazionale”. Sono alcuni degli obiettivi strategici prefigurati dal Libro Bianco per la sicurezza internazionale e la difesa 2015 per quelle che dovranno essere le strutture militari nazionali del prossimo ventennio. Il sogno di un’Italia media potenza internazionale ma sempre più ancorata all’Alleanza Atlantica e al paese leader, gli Stati Uniti d’America. “L’unica strategia in grado di mitigare i rischi relativi è quella di un’attiva partecipazione alla NATO”, spiega il ministero della Difesa. “Perché solo l’alleanza tra europei e nordamericani è in grado di esercitare la dissuasione, la deterrenza e la difesa militare…”.
A ridisegnare status, ruoli e modalità d’intervento della NATO del terzo millennio è il Readiness Action Plan approvato il 5 settembre 2014 al Summit dell’Alleanza tenutosi in Galles. “Le forze NATO saranno in grado di rispondere velocemente e con fermezza alle nuove sfide alla sicurezza, grazie all’utilizzo di un coerente pacchetto di strumenti militari ai confini dell’Alleanza e anche più lontano”, riporta il nuovo piano operativo alleato. Nello specifico, si prevede un rafforzamento nell’Europa centrale ed orientale e un profondo cambiamento della postura delle forze armate per “accrescere le capacità dell’Alleanza nel rispondere ancora più velocemente alle emergenze, ovunque esse si presentino”.
La prova generale della nuova Alleanza si è svolta l’autunno scorso in Italia, Spagna, Portogallo e nel Mediterraneo centrale. Denominata Trident Juncture 2015, è stata la più grande esercitazione NATO dalla fine della Guerra fredda ad oggi, con la partecipazione di oltre 36.000 militari, 400 tra cacciabombardieri, aerei-spia con e senza pilota, elicotteri e una settantina di unità navali di superficie e sottomarini. Grazie a Trident Juncture, la NATO ha simulato gli interventi richiesti nelle guerre moderne, come l’abbordaggio di unità navali, la ricerca, il riconoscimento e l’individuazione degli obiettivi, le operazioni d’infiltrazione ed esfiltrazione, ecc.. L’esercitazione ha inoltre consentito di certificare la piena operatività delle nuove forze di pronto intervento NATO, destinate ad intervenire in qualsiasi scacchiere mondiale. Nello specifico, Trident Juncture ha permesso di sperimentare in scala continentale i corpi d’élite della NATO Responce Force – NRF, dotati delle tecnologie più avanzate in campo bellico e posti gerarchicamente sotto il controllo del Joint Force Command di Brunssum e del Comando congiunto per il Sud Europa di Lago Patria, Giugliano (Napoli). Proprio il JCF di Lago Patria ha ospitato il 2 febbraio 2016 una conferenza dei comandanti delle forze alleate per pianificare la certificazione finale della NATO Response Force attraverso un intenso programma di esercitazioni che avranno luogo in tutta Europa nel biennio 2016-17. Quando sarà completato il programma addestrativo, il Comando alleato campano assumerà la guida della NRF.
Che le basi militari ospitate in Italia abbiano assunto un ruolo fondamentale e insostituibile nelle strategie di guerra NATO è confermato pure dalla scelta dell’Alleanza di svolgere la prima fase “simulata” di Trident Juncture presso la sede del Comando Operazione Aeree dell’Aeronautica militare di Poggio Renatico, Ferrara, oggi a disposizione dell’Alleanza Atlantica per gli interventi della NRF. Nel giugno 2015, a Poggio Renatico è stato attivato il primo sito ACCS che fornisce alla NATO un sistema di comando e controllo unificato per la pianificazione e l’esecuzione di tutte le operazioni di sorveglianza aerea. Altri siti ACCS diverranno operativi in altri paesi dell’Alleanza entro la fine del 2016.
Allo smisurato potere di pronto intervento offensivo della NATO Response Force contribuirà pure il sofisticato sistema di telerilevamento ed intelligence AGS (Alliance Ground Surveillance) che sarà attivato nella base siciliana di Sigonella. L’AGS dovrà fornire informazioni in tempo reale per compiti di vigilanza aria-terra a supporto dell’intero spettro delle operazioni alleate nel Mediterraneo, nei Balcani, in Africa e in Medio oriente. Il nuovo sistema si articolerà in stazioni di terra fisse, mobili e trasportabili per la pianificazione e il supporto operativo alle missioni e da una componente aerea basata su cinque velivoli a controllo remoto RQ-4 “Global Hawk” prodotti dall’azienda statunitense Northrop Grumman. La stazione aeronavale di Sigonella ospiterà sia il Centro di comando e controllo dell’AGS che l’intero apparato logistico e i velivoli senza pilota. Il nuovo sistema s’interfaccerà con l’articolata rete operativa militare e con tutti i centri di comando, controllo, intelligence, sorveglianza e riconoscimento della NATO a livello planetario.
“L’AGS supporterà un ampio ventaglio di missioni NATO come la protezione delle forze terrestri e delle popolazioni civili, il controllo delle frontiere, la sicurezza navale e l’assistenza umanitaria”, ha dichiarato Rob Sheehan, manager di Northrop Grumman. L’azienda statunitense prevede di trasferire i primi droni a Sigonella entro la fine del 2016, mentre per l’avvio delle operazioni si dovrà attendere il 2017. Pure le forze armate statunitensi contribuiranno alla trasformazione di Sigonella in uno dei centri nevralgici a livello mondiale per l’uso dei velivoli senza pilota nei teatri di guerra. La base siciliana è stata prescelta infatti come base operativa avanzata del sistema aereo MQ-4C “Triton”, anch’esso basato sulla piattaforma del “Global Hawk”. Secondo il Comando generale della Marina militare USA, i primi “Triton” inizieranno ad operare dalla Sicilia a partire del giugno 2019. Come se non bastasse, Washington prevede di realizzare a Sigonella uno dei principali centri al mondo per il comando, il controllo e la manutenzione di tutti i droni statunitensi (UAS SATCOM Relay Pads and Facility) assicurando la “massima efficienza operativa durante le missioni di attacco armato e di riconoscimento pianificate dai comandi strategici di Eucom, Africom e Centcom a supporto dei war-fighters”.
La NATO del terzo millennio sarà ancora più nucleare e l’Italia, di conseguenza, vedrà rafforzare il proprio ruolo di piattaforma di lancio per eventuali attacchi con testate atomiche. Attualmente sono due le installazioni utilizzate per lo stoccaggio di armi di distruzione di massa, la base aerea di Aviano (Pordenone) e quella di Ghedi (Brescia). Aviano è sede del 31st Fighter Wing di US Air Force con due squadroni dotati di cacciabombardieri F-16 abilitati al trasporto e al lancio di testate nucleari e in grado di operare regionalmente ed extra-area su richiesta della NATO e del Comando supremo alleato in Europa. Gli F-16 di Aviano sono stati tra i protagonisti di tutti i raid aerei scatenati negli ultimi anni nei Balcani e in Libia. Dall’agosto 2015 sei di questi cacciabombardieri sono stati dislocati in Turchia per contribuire ai bombardamenti contro le postazioni dello Stato Islamico in Siria.
Nei mesi scorsi, le forze armate statunitensi hanno dato vita al potenziamento dei sistemi di protezione dei bunker destinati alla custodia delle testate. I lavori di ristrutturazione rientrano nell’ambizioso programma di ammodernamento nucleare varato dall’amministrazione Obama che prevede nel caso specifico di Aviano e di altre basi USA in Europa la sostituzione delle vecchie testate B61 con le nuove bombe all’idrogeno B61-12. Queste saranno disponibili in quattro versioni (da 0.3, 1.5, 10 e 50 kilotoni), tutte a guida di precisione, e potranno essere sganciate a grande distanza dall’obiettivo, con una capacità di penetrazione nel suolo e una potenza distruttiva nettamente superiori alle vecchie testate. Per il programma di aggiornamento, Washington ha previsto una spesa compresa tra gli 8 e i 12 miliardi di dollari e le testate potranno essere utilizzate con i bombardieri strategici B-2, i cacciabombardieri F-16 e Tornado PA-200 e, a partire del 2020, anche con i caccia F-35 acquistati da alcuni paesi NATO e Israele.
L’Italia contribuisce alle spese necessarie a potenziare i depositi-bunker per le atomiche aviotrasportabili. Il 12 novembre 2014 il Segretariato generale del ministero della Difesa ha firmato un contratto classificato come riservatissimo, del valore di oltre 200.000 euro, per la “progettazione delle opere di ammodernamento del sistema WS3 (Weapon Storage and Security System)”, cioè del sistema sotterraneo di stoccaggio e protezione delle armi nucleari nella base aerea di Ghedi. Nello scalo lombardo sarebbero operativi undici sistemi WS3 sotto la custodia del 704th Munitions Maintenance Squadron dell’US Air Force. L’unità speciale è operativa a Ghedi sin dal 1963 e – come riportato dal Pentagono – ha la “responsabilità di ricevere, custodire ed assicurare la manutenzione e il controllo delle armi nucleari USA in supporto della North Atlantic Treaty Organization (NATO) e delle sue missioni strike”. Secondo quanto previsto dal nuclear burden-sharing, in caso di conflitto le bombe USA possono essere messe a disposizione dei cacciabombardieri “Tornado IDS” del 6° Stormo dell’Aeronautica italiana, anch’essi di stanza a Ghedi e appositamente configurati per l’attacco nucleare. Per addestrarsi allo sganciamento del loro carico di morte, questi reparti di volo dell’Aeronautica utilizzano i poligoni sardi di Perdasdefogu e Capo San Lorenzo e lo scalo di Decimomannu, infrastrutture-chiave per la sperimentazione delle nuove dottrine e tecnologie della guerra globale in ambito NATO ed extra-NATO.
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02/07/2016
12/01/2016
2016, la NATO che verrà...
Aggressiva, dissuasiva e preventiva; onnicomprensiva, globale e multilaterale; cyber-nucleare, superarmata e iperdronizzata; antirussa, anticinese, antimigrante e anche un po’ islamofoba. Strateghi di morte e mister Stranamore vogliono così la NATO del XXI secolo: alleanza politico-economica-militare di chiara matrice neoliberista che sia allo stesso tempo flessibile e inossidabile, pronta ad intervenire rapidamente e simultaneamente ad Est come a Sud, ovunque e comunque.
La prova generale della NATO che verrà... si è svolta dal 3 ottobre al 6 novembre 2015 tra lʼItalia, la Spagna, il Portogallo e il Mediterraneo centrale. Denominata Trident Juncture 2015, è stata la più grande esercitazione NATO dalla fine della Guerra fredda ad oggi, con la partecipazione di oltre 36.000 militari, 400 tra cacciabombardieri, aerei-spia con e senza pilota, elicotteri, grandi velivoli cargo e per il rifornimento in volo e una settantina di unità navali di superficie e sottomarini. Presenti le forze armate di 30 paesi, sette dei quali extra-NATO o in procinto di fare ingresso formalmente nell’Alleanza (Australia, Austria, Bosnia Herzegovina, Finlandia, Macedonia, Svezia e Ucraina). In qualità di “osservatori”, inoltre, gli addetti militari di Afghanistan, Algeria, Azerbaijan, Bielorussia, Brasile, Colombia, Corea del Sud, El Salvador, Emirati Arabi Uniti, Giappone, Kyrgyzistan, Libia, Marocco, Mauritania, Messico, Montenegro, Russia, Serbia, Svizzera e Tunisia.
Ai war games pure i delegati di importanti organizzazioni governative internazionali come l’Unione Europea, l’Unione Africana, la Lega Araba e l’OSCE, di alcune agenzie delle Nazioni Unite (OCAH - Coordinamento degli affari umanitari; PNUD - Programma per lo Sviluppo; UNDSS - Dipartimento di Sicurezza delle Nazioni Unite; UNICEF; PMA - Programma Mondiale di Alimentazione; OIM - Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) e perfino di diverse organizzazioni non governative (ONG) o sedicenti tali. “Abbiamo la necessità che attori militari e non-militari lavorino insieme, cercando di vincere la pace”, ha affermato il generale NATO Hans-Lothar Domröse alla vigilia di Trident Juncture 2015. “L’obiettivo di ottenere la partecipazione di organizzazioni internazionali/ONG/Organizzazioni Governative serve a migliorare la capacità della NATO di interagire con i principali attori civili”, riportava invece la brochure ufficiale dell’esercitazione. In precedenza, era stato pure diffuso un elenco delle istituzioni civili che si erano dichiarate disponibili a presenziare alle manovre NATO, poi misteriosamente sparito dal sito web dell’Alleanza. Nella special list comparivano il Comitato internazionale della Croce Rossa, le ONG Save the Children, Assistência Médica Internacional Foundation, Human Rights Watch, World Vision e le agenzie nazionali alla “cooperazione” United States Agency for International Development (USAID), Department for International Development (DFID), Deutsche Gesellschaft für internationale Zusammenarbeit (GIZ), l’Agencia Española de Cooperación Internacional para el Desarrollo.
Per la prima volta nella storia delle grandi esercitazioni NATO, per Trident Juncture si sono mobilitati infine anche i manager delle maggiori industrie internazionali della difesa, “nell’ottica di un proficuo confronto di punti di vista, prospettive ed opinioni su possibili nuove soluzioni tecnologiche e sull’importanza dell’innovazione e della creatività nello sviluppo tecnologico militare”, come ha spiegato il sottosegretario alla difesa italiano, Gioacchino Alfano. Così l’esercitazione è stata la ghiotta occasione per testare e commercializzare nuovi e più sofisticati sistemi d’arma e i centri di comando e controllo delle future guerre ipertecnologizzate, quelle con i droni e i sistemi d’arma del tutto automatizzati e le armi nucleari appositamente ammodernate (missili intercontinentali e le testate come le B-61 presenti nelle basi italiane di Aviano e Ghedi, destinate ai cacciabombardieri di ultima generazione come i costosissimi F-35).
Dal continente nero alla Russia con furore
“L’esercitazione Trident Juncture ha evidenziato che la NATO può andare dove e quando è necessario che vada, per svolgere il lavoro che le viene richiesto”, ha dichiarato il segretario generale dell’Alleanza, Jens Stoltenberg. “Essa è stata finalizzata all’addestramento e alla verifica delle capacità degli assetti aerei, terrestri, navali e delle forze speciali NATO, nell’ambito di una forza ad elevata prontezza d’impiego e tecnologicamente avanzata”. Sempre secondo i massimi vertici atlantici, l’esercitazione ha consentito di simulare “uno scenario adattato alle nuove minacce, come la cyberwar e la guerra asimmetrica e ha rappresentato, inoltre, per gli alleati ed i partner, l’occasione per migliorare l’interoperabilità della NATO in un ambiente complesso ad alta conflittualità”.
L’esigenza di poter disporre di forze militari prontamente schierabili in qualsivoglia scacchiere di crisi e caratterizzate da un’alta capacità d’integrazione e interoperabilità è stata sottolineata dal generale Petr Pavel, presidente del Comitato militare della NATO. “L’interoperabilità è divenuta ancora più importante dopo che l’Alleanza Atlantica ha accresciuto le proprie operazioni out-of-area nei primi anni ’90”, ha dichiarato Pavel. “Essa è stata migliorata grazie alla cooperazione tra i paesi membri della NATO e i suoi maggiori partner internazionali, con attività addestrative comuni e costanti e lo scambio di buone pratiche. Ci sono molte sfide che siamo chiamati ad affrontare in questo mondo sempre più instabile, come il terrorismo, la pirateria, l’aggressione di uno Stato e la guerra ibrida. L’interoperabilità esercitata durante Trident Juncture 15 ha consentito alle truppe di sviluppare la prontezza e la capacità di contrastare ogni minaccia”.
Lo scenario pianificato per l’esercitazione dal Joint Task Force Command (JFC) di Brunssum, Olanda si è basato su un intervento della NATO al di fuori di quanto contemplato dall’articolo 5 del Trattato istitutivo dell’Alleanza, “su mandato delle Nazioni Unite”. Nello specifico, è stata predisposta una missione di assistenza e appoggio militare a favore di un piccolo paese (Lakuta), invaso da un paese aggressore (Kamon) che contestualmente minacciava un terzo stato confinante (Tytan). Gli eventi si sono susseguiti nell’immaginaria Cerasia dell’Est, corrispondente – secondo la NATO – all’area geografica compresa tra il Corno d’Africa e il Sudan, contraddistinta da “conflitti etnico-religiosi, dispute per l’accaparramento di risorse energetiche e idriche, presenza di gruppi insorgenti e terroristici e da masse di rifugiati” e contestualmente colpita “dall’insorgenza di pandemie e malattie infettive”. Se è vero che da tempo il continente africano è al centro degli interessi geostrategici di USA e NATO, gli interventi ipotizzati da Trident Juncture 2015 possono essere facilmente immaginati anche per altri importanti scenari di crisi. “L’esercitazione è stata una prova reale di guerra sul fronte orientale”, ha rilevato l’analista Manlio Dinucci de Il Manifesto. “Non ci vuole infatti molta immaginazione per capire che la Cerasia dell’Est è l’Europa dell’Est e il paese invasore è la Russia, accusata dalla NATO di aver invaso l’Ucraina e di minacciare altri Stati dell’Est”.
L’esplicita conferma della rinnovata vocazione anti-Mosca dell’Alleanza Atlantica è giunta per voce del generale Petr Pavel. “Negli ultimi dieci anni la NATO si è concentrata soprattutto su esercitazioni di livello inferiore e operazioni di gestione come quelle in Afghanistan, perché durante questo periodo regnava un’atmosfera di collaborazione in Europa, Russia compresa”, ha dichiarato il presidente del Comitato militare NATO alla testata internet Vice News. “Tuttavia, con la crescente situazione di insicurezza dovuta all’annessione della Crimea da parte della Russia e le imponenti esercitazioni organizzate da Putin – molte delle quali non sono nemmeno comunicate all’esterno – c’è bisogno che la NATO metta a punto esercitazioni di portata superiore per essere pronti a qualsiasi evenienza”.
Dello stesso avviso l’ambasciatore Alexander Vershbow, vicesegretario generale della NATO. “La situazione geopolitica è oggi considerevolmente più instabile così come accadeva durante la Guerra fredda”, ha spiegato Vershbow in occasione della presentazione di Trident Juncture 2015. “La comunità politica a Bruxelles è abbastanza preoccupata per la concentrazione militare russa nell’area mediterranea, il sostegno ai separatisti dell’Ucraina orientale e gli attacchi contro i ribelli moderati in Siria. Adesso dobbiamo decidere cosa è necessario, creare deterrenti con la Russia perché non abbia intenzioni aggressive verso la NATO”. Per il vicesegretario NATO, l’Alleanza dovrà essere capace di operare e interscambiare intelligence con i maggiori partner internazionali per poter intervenire nel nuovo arco di crisi che dal Mediterraneo e il Corno d’Africa si estende al Medio Oriente e al Caucaso. “Lo scopo primario della NATO è la difesa collettiva, ma noi dobbiamo guardare aldilà dei nostri confini, gestire le crisi e aiutare i nostri partner a difendersi”, ha dichiarato a fine ottobre Alexander Vershbow. “Non si tratta però di un lavoro che la NATO può fare da sola. Ogni sfida che affrontiamo, a est o a sud, richiede l’energia e gli sforzi di tutta la comunità internazionale, principalmente da parte dei paesi colpiti direttamente e delle organizzazioni come l’Unione Europea, l’ONU, la Lega Araba e l’Unione Africana. Il nostro sostegno agli altri paesi ha nomi diversi – Resolute Support, Defence Capacity Building, Partnerships – ma serve sempre a riformare i loro settori di sicurezza, professionalizzare le forze armate e stabilizzare i confini. Per questo forniamo supporto concreto all’Ucraina, attraverso cinque Trust Funds in aree come il comando e il controllo, la cyber defence e la riabilitazione medica. Abbiamo programmi di formazione militare con la Georgia e la Moldavia e a sud con Giordania e Iraq. In passato abbiamo lavorato con le forze armate egiziane nel campo della protezione anti-mine e con quelle del Marocco per migliorarne l’interoperabilità con la NATO. Stiamo aiutando la Tunisia a modernizzare le sue istituzioni militari, comprese le forze operative speciali. In Mauritania, chiave di volta tra il Maghreb e il Sahel, un Trust Fund NATO ha contribuito a realizzare depositi munizioni, distruggere gli arsenali obsoleti e favorire il ritorno del personale militare alla vita civile”.
Truppe d’élite e forze di pronto intervento per il Terzo Millennio
Grazie a Trident Juncture, la NATO ha simulato gli interventi maggiormente richiesti nelle guerre moderne, come l’abbordaggio di unità navali, la ricerca, il riconoscimento e l’individuazione degli obiettivi, le operazioni d’infiltrazione ed esfiltrazione, ecc. “Trident Juncture ha dato forte enfasi alle forze operative speciali”, ha spiegato l’ammiraglio statunitense Erick A. Peterson, capo dello Special Operations Component Command (SOCC). “Più di un migliaio di uomini delle forze operative speciali hanno preso parte alle operazioni aeree. Essi provenivano da Belgio, Canada, Olanda, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Slovenia, Spagna e Stati Uniti d’America e da un paese partner NATO come la Finlandia”. La mega-esercitazione ha inoltre consentito di certificare la piena operativa delle nuove forze di pronto intervento NATO, capaci di mobilitarsi e intervenire in qualsiasi scacchiere mondiale. Nello specifico, Trident Juncture ha permesso di sperimentare per la prima volta in scala continentale quella che è destinata a fare da corpo d’élite della NRF (la forza di pronto intervento NATO), la Very High Readiness Joint Task Force (VJTF), opportunamente denominata Spearhead (punta di lancia). La VJTF sarà pienamente operativa a partire dal prossimo anno e verterà su una brigata di terra di 5.000 militari, supportata da forze aeree e navali speciali e, in caso di crisi maggiori, da due altre brigate fornite a rotazione e su base annuale da alcuni paesi dell’Alleanza. “La Spearhead force sarà in grado di essere schierata in meno di 48 ore”, afferma il Comando NATO. “Essa potrà essere di grande aiuto nel contrastare operazioni irregolari ibride come ad esempio lo schieramento di truppe senza le insegne nazionali o regolari e contro gruppi d’agitatori. Se saranno individuati infiltrati o pericoli di attacchi terroristici, la VJTC potrà essere inviata in un paese per operare a fianco della polizia nazionale e delle autorità di frontiera per bloccare le attività prima che si sviluppi una crisi”.
In vista della creazione della nuova task force, la NATO ha riorganizzato quartier generali e comandi operativi: la Forza di pronto intervento NRF, nello specifico, è stata posta gerarchicamente sotto il controllo del Joint Force Command di Brunssum e del Comando congiunto per il Sud Europa di Napoli - Lago Patria. Attualmente la NRF dispone di una brigata multinazionale con 30.000 militari, supportata da altre due brigate pre-designate all’impiego, due gruppi navali (lo Standing Nato Maritime Group SNMG e lo Standing Nato Mine Countermeasures Group SNMCG), una componente aerea e un’unità CBRN (Chemical, Biological, Radiological, Nuclear). I documenti alleati prevedono a breve un ulteriore rafforzamento della NRF con una brigata da combattimento di 2.500-3.000 uomini (con tre battaglioni di fanteria leggera, motorizzata o aeromobile, più alcuni battaglioni pesanti dotati di artiglieria, del genio, per la “difesa” nucleare, batteriologica e chimica); un gruppo aereo composto da una quarantina tra velivoli da combattimento, di trasporto ed elicotteri “in grado di realizzare sino a 200 sortite al giorno”; una task force navale formata da un gruppo guidato da una portaerei, un gruppo anfibio e un gruppo d’azione di superficie, per un totale di 10–12 navi. A settembre sono stati attivati in Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia e Romania sei piccoli quartier generali per le unità integrate nella forza di pronto intervento NATO (NFIU - Force Integration Units) “che consentiranno maggiore velocità ed efficacia nel caso di un loro dislocamento sul fronte orientale”; altre due unità NFIU entreranno in funzione a breve anche in Ungheria e Slovacchia. Il primo dicembre è stato invece inaugurato a Bucarest il quartier generale multinazionale per le operazioni delle forze di pronto intervento sul fronte sud-orientale con 280 uomini. Allo smisurato potere offensivo della NATO Response Force contribuirà dal prossimo anno pure il sofisticato sistema di telerilevamento ed intelligence AGS (Alliance Ground Surveillance) che sarà attivato nella base siciliana di Sigonella con l’acquisizione di alcuni velivoli senza pilota “Global Hawk” di ultima generazione.
La penisola trampolino di guerra
La parte più imponente delle esercitazioni di Trident Juncture 2015 si è svolta in territorio spagnolo: qui la NATO ha schierato oltre 20.000 militari nei poligoni di San Gregorio (Zaragoza), Chinchilla (Albacete), Álvarez de Sotomayor (Almería) e Sierra del Retín (Cadice) e nelle grandi basi di Albacete, Son San Joan (Palma de Mallorca), Torrejón (Madrid) e Zaragoza. Le manovre terrestri hanno riguardato in particolare il combattimento in ambito urbano (con il cosiddetto “Battaglione baltico” attivato da Estonia, Lettonia e Lituania), la “decontaminazione” chimica, biologica, radiologica e nucleare (effettuata da un battaglione attivato da nove paesi), l’addestramento delle artiglierie e il lancio di truppe aviotrasportate (con paracadutisti provenienti da Spagna, Italia, Canada e dall’82^ Divisione aviotrasportata Usa con sede a Fort Bragg, North Carolina). Alle attività in Spagna hanno partecipato anche una task-force del 41° Reggimento “Cordenons” di Sora (Frosinone), specializzato nella raccolta di informazioni grazie all’utilizzo di piccoli droni ad ala fissa “Raven” e “Bramor” e un reggimento della Brigata “Folgore” per il potenziamento della mobilità strategica delle truppe NATO. Contemporaneamente e in stretto collegamento con Trident Juncture, sempre la “Folgore” è stata impegnata in Italia nell’esercitazione Mangusta insieme a 120 uomini della 173^ Brigata aviotrasportata dell’esercito USA di stanza a Vicenza. Oggetto dell’addestramento “la pianificazione e la conduzione delle operazioni aeree” e la “penetrazione in un teatro operativo ostile popolato da forze avversarie”.
Diciannove i paesi NATO che hanno contribuito alle operazioni aeronavali e di guerra ai sottomarini di Trident Juncture a largo delle coste di Portogallo e Spagna e nel Mediterraneo centrale. Oltre 3.000 militari, provenienti in parte dal corpo dei Marines Usa e della Marina reale britannica hanno partecipato alle simulazioni di sbarco anfibio, tenutesi nel poligono di Capo Teulada in Sardegna. Sempre a Capo Teulada si sono esercitati pure un migliaia di uomini della brigata meccanizzata “Sassari” e più di 500 militari di Albania, Stati Uniti, Ungheria, Germania e Spagna. Nella vicina base di Decimomannu sono stati rischierati invece gli elicotteri HH-139 e HH-212 del 37° Stormo dell’Aeronautica militare di Trapani Birgi, del 15° Stormo di Cervia (Ravenna) e del 9° Stormo di Grazzanise (Caserta) per svolgere congiuntamente ad alcuni elicotteri sloveni, missioni di infiltrazione/esfiltrazione ed evacuazione medica.
Che le basi militari italiane abbiano ormai assunto un ruolo fondamentale e insostituibile nelle strategie di guerra NATO è confermato pure dalla scelta dell’Alleanza di svolgere la prima fase “simulata” di Trident Juncture 2015 presso la sede del Comando Operazione Aeree (COA) dell’Aeronautica militare di Poggio Renatico, Ferrara. Qui sono stati trasferiti 400 uomini dell’Aeronautica italiana e di 15 Paesi dell’Alleanza per assumere il comando e il controllo di tutte le forze aeree impiegate e certificare l’acquisizione della piena capacità operativa dell’Italian Joint Force Air Component (ITA-JFAC), il Comando integrato della componente aerea che dal 2016 sarà messo a disposizione dell’Alleanza Atlantica per gli interventi della NRF. Lo scorso 17 giugno, a Poggio Renatico è stato attivato il primo sito ACCS (Air Command and Control System) che fornisce alla NATO un sistema C2 di comando e controllo unificato per la pianificazione e l’esecuzione di tutte le operazioni di sorveglianza aerea. Altri siti ACCS diverranno operativi in altri paesi dell’Alleanza tra la fine del 2015 e il 2016. “Una volta completata l’installazione del nuovo sistema, la NATO si assicurerà una copertura dello spazio aereo di più di 10 milioni di km quadrati, mettendo in rete una ventina di grandi centri militari e ampliando enormemente l’efficienza e lo spettro delle proprie attività aeree”, riporta il comando generale dell’Alleanza. Il sistema ACCS sarà pure in grado di rispondere alle richieste operative del nuovo programma di “difesa” aerea e missilistica integrata della NATO (Integrated Air and Missile Defence). “Nelle nostre intenzioni, il primo sito contro i missili balistici diverrà operativo il prossimo anno in Romania e una seconda base sarà pronta in Polonia nel 2018”, ha dichiarato il generale Bernhard Fürst, vicepresidente del NATO Air and Missile Defence Committee. L’ACCS supporterà inoltre il cosiddetto Readiness Action Plan (RAP) approvato il 5 settembre 2014 dal Summit NATO in Galles, per “rispondere velocemente e con fermezza alle nuove emergenze, ovunque esse si presentino”.
Buona parte dei velivoli destinati ai combattimenti aeronavali “simulati” sono decollati invece dallo scalo militare siciliano di Trapani Birgi. Per Trident Juncture 2015, la sede operativa del 37° Stormo dell’Aeronautica ha ospitato 700 militari (500 italiani e 200 stranieri), mentre per le missioni sono stati impiegati 10 cacciabombardieri “Eurofighter Typhoon 2000” (provenienti dal 4° Stormo Ami di Grosseto, dal 36° di Gioia del Colle, Bari e dal 37° di Birgi), 7 caccia “Tornado” in versione IDS ed ECR (trasferiti in Sicilia dal 6° Stormo di Ghedi-Brescia e dal 50° di Piacenza) e 4 caccia AMX del 51° Stormo di Istrana, Udine. Da Birgi hanno operato pure un aereo per il rifornimento in volo KC130 AAR del 435th Transport and Rescue Squadron di Manitoba (Canada), alcuni cacciabombardieri F-16 del 347th Squadron di Nea Anchialos (Grecia), un velivolo da trasporto tattico CASA 295 M del 32nd Tactical Air Base di Lask (Polonia) e tre aerei radar E3D-A Awacs della NATO Airborne Early Warning & Control Force con sede a Geilenkirchen (Germania), con funzioni di comando e controllo dal cielo.
Per dirigere le operazioni aeree, la NATO si è avvalsa infine del 22° Gruppo Radar (Gr.A.M.) di Licola, Napoli e dell’Italian DARS (Deployable Air Control Centre, Recognised Air Picture Production Centre and Sensor Fusion Post), il Centro con capacità di comunicazione, sorveglianza, comando e controllo tattico delle operazioni aeree, rischiarato appositamente a Trapani Birgi dal Reparto Mobile di Comando e Controllo (R.M.C.C.) di Bari Palese. Sempre a Birgi, il 3° Stormo con base a Villafranca (Verona) ha trasferito una tendostruttura polifunzionale di grandi dimensioni. Gli altri reparti dell’Aeronautica che hanno partecipato a Trident Juncture 2015 sono stati il 14° Stormo di Pratica di Mare con i velivoli KC-767° per il rifornimento in volo degli aviogetti italiani ed alleati e il 32° Stormo di Amendola (Foggia) con i velivoli a controllo remoto “Predator” MQ-1C e MQ-9A per le operazioni d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento.
Decurtando salari e la spesa sociale, l’Italia si è trasformata in un’infernale macchina di distruzione a servizio della NATO e del capitale finanziario transnazionale.
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La prova generale della NATO che verrà... si è svolta dal 3 ottobre al 6 novembre 2015 tra lʼItalia, la Spagna, il Portogallo e il Mediterraneo centrale. Denominata Trident Juncture 2015, è stata la più grande esercitazione NATO dalla fine della Guerra fredda ad oggi, con la partecipazione di oltre 36.000 militari, 400 tra cacciabombardieri, aerei-spia con e senza pilota, elicotteri, grandi velivoli cargo e per il rifornimento in volo e una settantina di unità navali di superficie e sottomarini. Presenti le forze armate di 30 paesi, sette dei quali extra-NATO o in procinto di fare ingresso formalmente nell’Alleanza (Australia, Austria, Bosnia Herzegovina, Finlandia, Macedonia, Svezia e Ucraina). In qualità di “osservatori”, inoltre, gli addetti militari di Afghanistan, Algeria, Azerbaijan, Bielorussia, Brasile, Colombia, Corea del Sud, El Salvador, Emirati Arabi Uniti, Giappone, Kyrgyzistan, Libia, Marocco, Mauritania, Messico, Montenegro, Russia, Serbia, Svizzera e Tunisia.
Ai war games pure i delegati di importanti organizzazioni governative internazionali come l’Unione Europea, l’Unione Africana, la Lega Araba e l’OSCE, di alcune agenzie delle Nazioni Unite (OCAH - Coordinamento degli affari umanitari; PNUD - Programma per lo Sviluppo; UNDSS - Dipartimento di Sicurezza delle Nazioni Unite; UNICEF; PMA - Programma Mondiale di Alimentazione; OIM - Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) e perfino di diverse organizzazioni non governative (ONG) o sedicenti tali. “Abbiamo la necessità che attori militari e non-militari lavorino insieme, cercando di vincere la pace”, ha affermato il generale NATO Hans-Lothar Domröse alla vigilia di Trident Juncture 2015. “L’obiettivo di ottenere la partecipazione di organizzazioni internazionali/ONG/Organizzazioni Governative serve a migliorare la capacità della NATO di interagire con i principali attori civili”, riportava invece la brochure ufficiale dell’esercitazione. In precedenza, era stato pure diffuso un elenco delle istituzioni civili che si erano dichiarate disponibili a presenziare alle manovre NATO, poi misteriosamente sparito dal sito web dell’Alleanza. Nella special list comparivano il Comitato internazionale della Croce Rossa, le ONG Save the Children, Assistência Médica Internacional Foundation, Human Rights Watch, World Vision e le agenzie nazionali alla “cooperazione” United States Agency for International Development (USAID), Department for International Development (DFID), Deutsche Gesellschaft für internationale Zusammenarbeit (GIZ), l’Agencia Española de Cooperación Internacional para el Desarrollo.
Per la prima volta nella storia delle grandi esercitazioni NATO, per Trident Juncture si sono mobilitati infine anche i manager delle maggiori industrie internazionali della difesa, “nell’ottica di un proficuo confronto di punti di vista, prospettive ed opinioni su possibili nuove soluzioni tecnologiche e sull’importanza dell’innovazione e della creatività nello sviluppo tecnologico militare”, come ha spiegato il sottosegretario alla difesa italiano, Gioacchino Alfano. Così l’esercitazione è stata la ghiotta occasione per testare e commercializzare nuovi e più sofisticati sistemi d’arma e i centri di comando e controllo delle future guerre ipertecnologizzate, quelle con i droni e i sistemi d’arma del tutto automatizzati e le armi nucleari appositamente ammodernate (missili intercontinentali e le testate come le B-61 presenti nelle basi italiane di Aviano e Ghedi, destinate ai cacciabombardieri di ultima generazione come i costosissimi F-35).
Dal continente nero alla Russia con furore
“L’esercitazione Trident Juncture ha evidenziato che la NATO può andare dove e quando è necessario che vada, per svolgere il lavoro che le viene richiesto”, ha dichiarato il segretario generale dell’Alleanza, Jens Stoltenberg. “Essa è stata finalizzata all’addestramento e alla verifica delle capacità degli assetti aerei, terrestri, navali e delle forze speciali NATO, nell’ambito di una forza ad elevata prontezza d’impiego e tecnologicamente avanzata”. Sempre secondo i massimi vertici atlantici, l’esercitazione ha consentito di simulare “uno scenario adattato alle nuove minacce, come la cyberwar e la guerra asimmetrica e ha rappresentato, inoltre, per gli alleati ed i partner, l’occasione per migliorare l’interoperabilità della NATO in un ambiente complesso ad alta conflittualità”.
L’esigenza di poter disporre di forze militari prontamente schierabili in qualsivoglia scacchiere di crisi e caratterizzate da un’alta capacità d’integrazione e interoperabilità è stata sottolineata dal generale Petr Pavel, presidente del Comitato militare della NATO. “L’interoperabilità è divenuta ancora più importante dopo che l’Alleanza Atlantica ha accresciuto le proprie operazioni out-of-area nei primi anni ’90”, ha dichiarato Pavel. “Essa è stata migliorata grazie alla cooperazione tra i paesi membri della NATO e i suoi maggiori partner internazionali, con attività addestrative comuni e costanti e lo scambio di buone pratiche. Ci sono molte sfide che siamo chiamati ad affrontare in questo mondo sempre più instabile, come il terrorismo, la pirateria, l’aggressione di uno Stato e la guerra ibrida. L’interoperabilità esercitata durante Trident Juncture 15 ha consentito alle truppe di sviluppare la prontezza e la capacità di contrastare ogni minaccia”.
Lo scenario pianificato per l’esercitazione dal Joint Task Force Command (JFC) di Brunssum, Olanda si è basato su un intervento della NATO al di fuori di quanto contemplato dall’articolo 5 del Trattato istitutivo dell’Alleanza, “su mandato delle Nazioni Unite”. Nello specifico, è stata predisposta una missione di assistenza e appoggio militare a favore di un piccolo paese (Lakuta), invaso da un paese aggressore (Kamon) che contestualmente minacciava un terzo stato confinante (Tytan). Gli eventi si sono susseguiti nell’immaginaria Cerasia dell’Est, corrispondente – secondo la NATO – all’area geografica compresa tra il Corno d’Africa e il Sudan, contraddistinta da “conflitti etnico-religiosi, dispute per l’accaparramento di risorse energetiche e idriche, presenza di gruppi insorgenti e terroristici e da masse di rifugiati” e contestualmente colpita “dall’insorgenza di pandemie e malattie infettive”. Se è vero che da tempo il continente africano è al centro degli interessi geostrategici di USA e NATO, gli interventi ipotizzati da Trident Juncture 2015 possono essere facilmente immaginati anche per altri importanti scenari di crisi. “L’esercitazione è stata una prova reale di guerra sul fronte orientale”, ha rilevato l’analista Manlio Dinucci de Il Manifesto. “Non ci vuole infatti molta immaginazione per capire che la Cerasia dell’Est è l’Europa dell’Est e il paese invasore è la Russia, accusata dalla NATO di aver invaso l’Ucraina e di minacciare altri Stati dell’Est”.
L’esplicita conferma della rinnovata vocazione anti-Mosca dell’Alleanza Atlantica è giunta per voce del generale Petr Pavel. “Negli ultimi dieci anni la NATO si è concentrata soprattutto su esercitazioni di livello inferiore e operazioni di gestione come quelle in Afghanistan, perché durante questo periodo regnava un’atmosfera di collaborazione in Europa, Russia compresa”, ha dichiarato il presidente del Comitato militare NATO alla testata internet Vice News. “Tuttavia, con la crescente situazione di insicurezza dovuta all’annessione della Crimea da parte della Russia e le imponenti esercitazioni organizzate da Putin – molte delle quali non sono nemmeno comunicate all’esterno – c’è bisogno che la NATO metta a punto esercitazioni di portata superiore per essere pronti a qualsiasi evenienza”.
Dello stesso avviso l’ambasciatore Alexander Vershbow, vicesegretario generale della NATO. “La situazione geopolitica è oggi considerevolmente più instabile così come accadeva durante la Guerra fredda”, ha spiegato Vershbow in occasione della presentazione di Trident Juncture 2015. “La comunità politica a Bruxelles è abbastanza preoccupata per la concentrazione militare russa nell’area mediterranea, il sostegno ai separatisti dell’Ucraina orientale e gli attacchi contro i ribelli moderati in Siria. Adesso dobbiamo decidere cosa è necessario, creare deterrenti con la Russia perché non abbia intenzioni aggressive verso la NATO”. Per il vicesegretario NATO, l’Alleanza dovrà essere capace di operare e interscambiare intelligence con i maggiori partner internazionali per poter intervenire nel nuovo arco di crisi che dal Mediterraneo e il Corno d’Africa si estende al Medio Oriente e al Caucaso. “Lo scopo primario della NATO è la difesa collettiva, ma noi dobbiamo guardare aldilà dei nostri confini, gestire le crisi e aiutare i nostri partner a difendersi”, ha dichiarato a fine ottobre Alexander Vershbow. “Non si tratta però di un lavoro che la NATO può fare da sola. Ogni sfida che affrontiamo, a est o a sud, richiede l’energia e gli sforzi di tutta la comunità internazionale, principalmente da parte dei paesi colpiti direttamente e delle organizzazioni come l’Unione Europea, l’ONU, la Lega Araba e l’Unione Africana. Il nostro sostegno agli altri paesi ha nomi diversi – Resolute Support, Defence Capacity Building, Partnerships – ma serve sempre a riformare i loro settori di sicurezza, professionalizzare le forze armate e stabilizzare i confini. Per questo forniamo supporto concreto all’Ucraina, attraverso cinque Trust Funds in aree come il comando e il controllo, la cyber defence e la riabilitazione medica. Abbiamo programmi di formazione militare con la Georgia e la Moldavia e a sud con Giordania e Iraq. In passato abbiamo lavorato con le forze armate egiziane nel campo della protezione anti-mine e con quelle del Marocco per migliorarne l’interoperabilità con la NATO. Stiamo aiutando la Tunisia a modernizzare le sue istituzioni militari, comprese le forze operative speciali. In Mauritania, chiave di volta tra il Maghreb e il Sahel, un Trust Fund NATO ha contribuito a realizzare depositi munizioni, distruggere gli arsenali obsoleti e favorire il ritorno del personale militare alla vita civile”.
Truppe d’élite e forze di pronto intervento per il Terzo Millennio
Grazie a Trident Juncture, la NATO ha simulato gli interventi maggiormente richiesti nelle guerre moderne, come l’abbordaggio di unità navali, la ricerca, il riconoscimento e l’individuazione degli obiettivi, le operazioni d’infiltrazione ed esfiltrazione, ecc. “Trident Juncture ha dato forte enfasi alle forze operative speciali”, ha spiegato l’ammiraglio statunitense Erick A. Peterson, capo dello Special Operations Component Command (SOCC). “Più di un migliaio di uomini delle forze operative speciali hanno preso parte alle operazioni aeree. Essi provenivano da Belgio, Canada, Olanda, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Slovenia, Spagna e Stati Uniti d’America e da un paese partner NATO come la Finlandia”. La mega-esercitazione ha inoltre consentito di certificare la piena operativa delle nuove forze di pronto intervento NATO, capaci di mobilitarsi e intervenire in qualsiasi scacchiere mondiale. Nello specifico, Trident Juncture ha permesso di sperimentare per la prima volta in scala continentale quella che è destinata a fare da corpo d’élite della NRF (la forza di pronto intervento NATO), la Very High Readiness Joint Task Force (VJTF), opportunamente denominata Spearhead (punta di lancia). La VJTF sarà pienamente operativa a partire dal prossimo anno e verterà su una brigata di terra di 5.000 militari, supportata da forze aeree e navali speciali e, in caso di crisi maggiori, da due altre brigate fornite a rotazione e su base annuale da alcuni paesi dell’Alleanza. “La Spearhead force sarà in grado di essere schierata in meno di 48 ore”, afferma il Comando NATO. “Essa potrà essere di grande aiuto nel contrastare operazioni irregolari ibride come ad esempio lo schieramento di truppe senza le insegne nazionali o regolari e contro gruppi d’agitatori. Se saranno individuati infiltrati o pericoli di attacchi terroristici, la VJTC potrà essere inviata in un paese per operare a fianco della polizia nazionale e delle autorità di frontiera per bloccare le attività prima che si sviluppi una crisi”.
In vista della creazione della nuova task force, la NATO ha riorganizzato quartier generali e comandi operativi: la Forza di pronto intervento NRF, nello specifico, è stata posta gerarchicamente sotto il controllo del Joint Force Command di Brunssum e del Comando congiunto per il Sud Europa di Napoli - Lago Patria. Attualmente la NRF dispone di una brigata multinazionale con 30.000 militari, supportata da altre due brigate pre-designate all’impiego, due gruppi navali (lo Standing Nato Maritime Group SNMG e lo Standing Nato Mine Countermeasures Group SNMCG), una componente aerea e un’unità CBRN (Chemical, Biological, Radiological, Nuclear). I documenti alleati prevedono a breve un ulteriore rafforzamento della NRF con una brigata da combattimento di 2.500-3.000 uomini (con tre battaglioni di fanteria leggera, motorizzata o aeromobile, più alcuni battaglioni pesanti dotati di artiglieria, del genio, per la “difesa” nucleare, batteriologica e chimica); un gruppo aereo composto da una quarantina tra velivoli da combattimento, di trasporto ed elicotteri “in grado di realizzare sino a 200 sortite al giorno”; una task force navale formata da un gruppo guidato da una portaerei, un gruppo anfibio e un gruppo d’azione di superficie, per un totale di 10–12 navi. A settembre sono stati attivati in Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia e Romania sei piccoli quartier generali per le unità integrate nella forza di pronto intervento NATO (NFIU - Force Integration Units) “che consentiranno maggiore velocità ed efficacia nel caso di un loro dislocamento sul fronte orientale”; altre due unità NFIU entreranno in funzione a breve anche in Ungheria e Slovacchia. Il primo dicembre è stato invece inaugurato a Bucarest il quartier generale multinazionale per le operazioni delle forze di pronto intervento sul fronte sud-orientale con 280 uomini. Allo smisurato potere offensivo della NATO Response Force contribuirà dal prossimo anno pure il sofisticato sistema di telerilevamento ed intelligence AGS (Alliance Ground Surveillance) che sarà attivato nella base siciliana di Sigonella con l’acquisizione di alcuni velivoli senza pilota “Global Hawk” di ultima generazione.
La penisola trampolino di guerra
La parte più imponente delle esercitazioni di Trident Juncture 2015 si è svolta in territorio spagnolo: qui la NATO ha schierato oltre 20.000 militari nei poligoni di San Gregorio (Zaragoza), Chinchilla (Albacete), Álvarez de Sotomayor (Almería) e Sierra del Retín (Cadice) e nelle grandi basi di Albacete, Son San Joan (Palma de Mallorca), Torrejón (Madrid) e Zaragoza. Le manovre terrestri hanno riguardato in particolare il combattimento in ambito urbano (con il cosiddetto “Battaglione baltico” attivato da Estonia, Lettonia e Lituania), la “decontaminazione” chimica, biologica, radiologica e nucleare (effettuata da un battaglione attivato da nove paesi), l’addestramento delle artiglierie e il lancio di truppe aviotrasportate (con paracadutisti provenienti da Spagna, Italia, Canada e dall’82^ Divisione aviotrasportata Usa con sede a Fort Bragg, North Carolina). Alle attività in Spagna hanno partecipato anche una task-force del 41° Reggimento “Cordenons” di Sora (Frosinone), specializzato nella raccolta di informazioni grazie all’utilizzo di piccoli droni ad ala fissa “Raven” e “Bramor” e un reggimento della Brigata “Folgore” per il potenziamento della mobilità strategica delle truppe NATO. Contemporaneamente e in stretto collegamento con Trident Juncture, sempre la “Folgore” è stata impegnata in Italia nell’esercitazione Mangusta insieme a 120 uomini della 173^ Brigata aviotrasportata dell’esercito USA di stanza a Vicenza. Oggetto dell’addestramento “la pianificazione e la conduzione delle operazioni aeree” e la “penetrazione in un teatro operativo ostile popolato da forze avversarie”.
Diciannove i paesi NATO che hanno contribuito alle operazioni aeronavali e di guerra ai sottomarini di Trident Juncture a largo delle coste di Portogallo e Spagna e nel Mediterraneo centrale. Oltre 3.000 militari, provenienti in parte dal corpo dei Marines Usa e della Marina reale britannica hanno partecipato alle simulazioni di sbarco anfibio, tenutesi nel poligono di Capo Teulada in Sardegna. Sempre a Capo Teulada si sono esercitati pure un migliaia di uomini della brigata meccanizzata “Sassari” e più di 500 militari di Albania, Stati Uniti, Ungheria, Germania e Spagna. Nella vicina base di Decimomannu sono stati rischierati invece gli elicotteri HH-139 e HH-212 del 37° Stormo dell’Aeronautica militare di Trapani Birgi, del 15° Stormo di Cervia (Ravenna) e del 9° Stormo di Grazzanise (Caserta) per svolgere congiuntamente ad alcuni elicotteri sloveni, missioni di infiltrazione/esfiltrazione ed evacuazione medica.
Che le basi militari italiane abbiano ormai assunto un ruolo fondamentale e insostituibile nelle strategie di guerra NATO è confermato pure dalla scelta dell’Alleanza di svolgere la prima fase “simulata” di Trident Juncture 2015 presso la sede del Comando Operazione Aeree (COA) dell’Aeronautica militare di Poggio Renatico, Ferrara. Qui sono stati trasferiti 400 uomini dell’Aeronautica italiana e di 15 Paesi dell’Alleanza per assumere il comando e il controllo di tutte le forze aeree impiegate e certificare l’acquisizione della piena capacità operativa dell’Italian Joint Force Air Component (ITA-JFAC), il Comando integrato della componente aerea che dal 2016 sarà messo a disposizione dell’Alleanza Atlantica per gli interventi della NRF. Lo scorso 17 giugno, a Poggio Renatico è stato attivato il primo sito ACCS (Air Command and Control System) che fornisce alla NATO un sistema C2 di comando e controllo unificato per la pianificazione e l’esecuzione di tutte le operazioni di sorveglianza aerea. Altri siti ACCS diverranno operativi in altri paesi dell’Alleanza tra la fine del 2015 e il 2016. “Una volta completata l’installazione del nuovo sistema, la NATO si assicurerà una copertura dello spazio aereo di più di 10 milioni di km quadrati, mettendo in rete una ventina di grandi centri militari e ampliando enormemente l’efficienza e lo spettro delle proprie attività aeree”, riporta il comando generale dell’Alleanza. Il sistema ACCS sarà pure in grado di rispondere alle richieste operative del nuovo programma di “difesa” aerea e missilistica integrata della NATO (Integrated Air and Missile Defence). “Nelle nostre intenzioni, il primo sito contro i missili balistici diverrà operativo il prossimo anno in Romania e una seconda base sarà pronta in Polonia nel 2018”, ha dichiarato il generale Bernhard Fürst, vicepresidente del NATO Air and Missile Defence Committee. L’ACCS supporterà inoltre il cosiddetto Readiness Action Plan (RAP) approvato il 5 settembre 2014 dal Summit NATO in Galles, per “rispondere velocemente e con fermezza alle nuove emergenze, ovunque esse si presentino”.
Buona parte dei velivoli destinati ai combattimenti aeronavali “simulati” sono decollati invece dallo scalo militare siciliano di Trapani Birgi. Per Trident Juncture 2015, la sede operativa del 37° Stormo dell’Aeronautica ha ospitato 700 militari (500 italiani e 200 stranieri), mentre per le missioni sono stati impiegati 10 cacciabombardieri “Eurofighter Typhoon 2000” (provenienti dal 4° Stormo Ami di Grosseto, dal 36° di Gioia del Colle, Bari e dal 37° di Birgi), 7 caccia “Tornado” in versione IDS ed ECR (trasferiti in Sicilia dal 6° Stormo di Ghedi-Brescia e dal 50° di Piacenza) e 4 caccia AMX del 51° Stormo di Istrana, Udine. Da Birgi hanno operato pure un aereo per il rifornimento in volo KC130 AAR del 435th Transport and Rescue Squadron di Manitoba (Canada), alcuni cacciabombardieri F-16 del 347th Squadron di Nea Anchialos (Grecia), un velivolo da trasporto tattico CASA 295 M del 32nd Tactical Air Base di Lask (Polonia) e tre aerei radar E3D-A Awacs della NATO Airborne Early Warning & Control Force con sede a Geilenkirchen (Germania), con funzioni di comando e controllo dal cielo.
Per dirigere le operazioni aeree, la NATO si è avvalsa infine del 22° Gruppo Radar (Gr.A.M.) di Licola, Napoli e dell’Italian DARS (Deployable Air Control Centre, Recognised Air Picture Production Centre and Sensor Fusion Post), il Centro con capacità di comunicazione, sorveglianza, comando e controllo tattico delle operazioni aeree, rischiarato appositamente a Trapani Birgi dal Reparto Mobile di Comando e Controllo (R.M.C.C.) di Bari Palese. Sempre a Birgi, il 3° Stormo con base a Villafranca (Verona) ha trasferito una tendostruttura polifunzionale di grandi dimensioni. Gli altri reparti dell’Aeronautica che hanno partecipato a Trident Juncture 2015 sono stati il 14° Stormo di Pratica di Mare con i velivoli KC-767° per il rifornimento in volo degli aviogetti italiani ed alleati e il 32° Stormo di Amendola (Foggia) con i velivoli a controllo remoto “Predator” MQ-1C e MQ-9A per le operazioni d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento.
Decurtando salari e la spesa sociale, l’Italia si è trasformata in un’infernale macchina di distruzione a servizio della NATO e del capitale finanziario transnazionale.
Fonte
09/11/2015
Luigi de Magistris a l'AntiDiplomatico: “Da Napoli il laboratorio di una nuova Europa possibile”
Scambi economici con monete alternative all'euro, diplomazia dei popoli, cooperazione, mutualismo, solidarietà, partecipazione popolare e liberazione degli spazi. Con lo sguardo rivolto all'esperienza dei paesi dell'Alba, la ricetta per una nuova Europa del sud proposta dal sindaco di Napoli
di Fabrizio Verde
"Da Sud e dal Sud Europa, può nascere una spinta per la costruzione di un'altra Europa e abbiamo dei segnali rappresentati da alcune esperienze nel sud Italia. Non vorrei apparire presuntuoso, ma il mio percorso politico e amministrativo nella città di Napoli si inserisce in questo discorso". A pochi giorni dalla polemica scoppiata nella trasmissione di Massimo Giletti "L'Arena", nel corso della quale il "giornalista" e Matteo Salvini hanno insultato Napoli, definendola "città indecorosa", l'AntiDiplomatico ha incontrato il sindaco Luigi de Magistris per una chiacchierata sui temi di politica internazionale e sul ruolo da protagonista che la città di Napoli vuole giocare nella costruzione di un'Europa alternativa possibile. De Magistris ha ribadito che le (indecorose, quelle si) politiche neo-liberiste dell'Europa si possono sconfiggere anche guardando all'esperienza recente dei paesi dell'ALBA bolivariana.
L'intervista
Nonostante l'oggettiva insostenibilità e le previsioni di una sua fine imminente, l’Euro è ancora la moneta di riferimento per i 18 paesi membri. Non crede che l’esperienza recente greca dimostri che l’Euro sia destinato a durare per un periodo prolungato, data l’impossibilità per un paese singolo che non sia la Germania, di 'staccare la spina'. E proprio per questo non crede sia giunto il momento di iniziare a ragionare in termini di 'Europa del Sud', immaginando in un lasso temporale di medio-lungo periodo, una nuova organizzazione in grado di sostituirsi all'Unione Europea e alla zona Euro, basata su altri modelli macro-economici e altri valori di riferimento? A suo giudizio potrebbe essere l'ALBA latinoamericana, modello d'integrazione basato su solidarietà e giustizia sociale, il modello da seguire?
Sicuramente c'è bisogno della costruzione di un'altra Europa. L'Europa si è preoccupata in cinquant'anni e più di costruire in particolare la globalizzazione monetaria, finanziaria ed economica, non preoccupandosi di costruire quella dei diritti, delle persone e nemmeno di consolidare quella della solidarietà e della lotta alle disuguaglianze. Quindi da Sud e dal Sud Europa, può nascere una spinta per la costruzione di un'altra Europa e abbiamo dei segnali rappresentati da alcune esperienze nel sud Italia. Non vorrei apparire presuntuoso, ma il mio percorso politico e amministrativo nella città di Napoli si inserisce in questo discorso. Penso all'esprienza di Tsipras in Grecia, penso all'esperienza di Podemos a Barcellona. Credo che il sud Europa debba provare a costruire modelli non solo sociali, culturali e politici, ma anche economici diversi. Quindi finanche il tema della moneta, secondo me, non dev'essere un tabù. Nel senso di costruire scambi economici fondati su monete alternative o comunque che vanno ad aggiungersi all'Euro. Senza per questo andare a fare una guerra di religione sull'Euro e la moneta unica, ma sicuramente con l'anelito di costruire modelli economici dal basso, con un'economia vicina alle comunità locali e che quindi non sia eterodiretta dalle grandi centrali della finanza e delle banche internazionali, quindi fondata sulla cooperazione, il mutualismo, la partecipazione popolare, il crowdfunding, su altre modalità di partecipazione alla vita collettiva attraverso la costruzione del concetto di bene comune che contiene al suo interno anche modelli economici alternativi.
Quindi, io credo che dall'Europa del sud stia venendo una spinta forte verso la costruzione di un'altra Europa.
Si può guardare alle esperienze latinoamericane, ai movimenti popolari del Sudamerica, a quelle esperienze politiche che si sono contraddistinte nel corso della storia. Credo che ci sono delle similitudini, fondate sulla sete di giustizia, sulla lotta alla disuguaglianza, sulla voglia di libertà, di andare contro gli oligopoli, contro le eterodirezioni. Noi non vogliamo essere né eterodiretti, né mantenuti, né assistiti. I popoli del sud questa forza devono avere: quella di fondare il proprio riscatto sulla voglia di autodeterminazione, di autogestione, sul concetto di appartenenza alla propria terra, che significa riscatto e non vincolo di schiavitù e subordinazione. Secondo me solo dal sud del mondo può venire una rivoluzione di questo tipo.
Uno dei pilastri fondamentali dell'ALBA è il Venezuela bolivariano, una realtà a cui lei ha mostrato in più occasioni vicinanza e solidarietà. Ritiene possibile per Napoli, come fece la città di Londra nel 2007, trovare un accordo di collaborazione con questo paese per ricevere carburante a prezzo scontato – in modo da abbassare le tariffe del trasporto pubblico per i meno abbienti – in cambio di know-how?
Un accordo tra la città di Napoli e il Venezuela fu oggetto di colloqui importanti tra me e l'ex Console venezuelano a Napoli. Lavorammo anche alla stesura di un protocollo, che fece passi in avanti importantissimi sino ad arrivare a un accordo tra la città di Napoli e il governo venezuelano, che poi si arenò perché c'era bisogno di avere il via libera da parte del Ministero degli Esteri. Proprio qui in Italia, questo accordo si arenò perché venne detto che le città non potevano fare accordi diretti con governi. Però devo dire, questa è una notizia, che ci stiamo riprovando. Un mese fa circa ho avuto un incontro con l'Ambasciatore venezuelano a Roma, un incontro molto importante e proficuo, dove abbiamo rinsaldato rapporti per iniziative culturali e politiche, e dove abbiamo deciso di riprendere vigorosamente la possibilità di firmare un accordo. I nostri uffici sono nuovamente al lavoro per cercare di ottenere il via libera da parte del nostro governo. Sarebbe una gran bella cosa connettere i porti direttamente, connettere la nostra città al Venezuela. Realizzare esattamente quello che noi volevamo scrivere nel protocollo d'intesa: petrolio in cambio di know-how, sia in ambito tecnologico per l'industria, sia in ambito culturale.
Dal 3 ottobre in Italia, Spagna e Portogallo è in corso la «Trident Juncture 2015» (TJ15) - «la più grande esercitazione Nato dalla caduta del Muro di Berlino» nella definizione data dallo U.S. Army Europe, in cui il Comando delle forze congiunte NATO di Napoli avrà un ruolo chiave. Lei si è immediatamente schierato contro questa politica aggressiva e di guerra, dichiarando il Porto di Napoli 'area denuclearizzata'. Cos'altro può fare lei come Sindaco in opposizione all'aggressività della NATO e la città di Napoli in generale per promuovere una politica di pace nell'area mediterranea?
Dobbiamo innanzitutto partire dalla Costituzione italiana nata dalla Resistenza al nazifascismo. L'Italia ripudia la guerra, articoli 10 e 11, come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Napoli ha la promozione della pace come elemento costitutivo della città, e noi come amministrazione lavoriamo in quella direzione: mentre altri innalzano mura nella civile Europa, noi non ne costruiamo. Anzi lavoriamo per costruire ponti di pace e per abbattere confini. La nostra città è sempre più una città di abitanti e non di cittadini: visto che il paese non riesce a dare la cittadinanza a chi nasce in Italia noi andiamo oltre e siamo la città degli abitanti. Tutti quelli che vogliono venire a Napoli trovano un luogo di accoglienza, solidarietà e fratellanza. Da questo punto di vista ci vogliamo caratterizzare, come una città che costruisce relazioni diplomatiche dal basso che vanno verso la non violenza e la non aggressività.
Dare messaggi che possano portare atti concreti e speranze laddove c'è guerra. Questo è quello che ho cercato di fare sulla questione mediorientale tra Palestina e Israele, cerchiamo anche di farlo tessendo rapporti con la comunità russa sul piano culturale. A noi non interessa schierarci in questa nuova guerra fredda, e non solo fredda, noi vogliamo essere amici del popolo americano, ma allo stesso tempo amici del popolo russo. Costruire relazioni diplomatiche dal basso e rapporti forti tra le nostre comunità. Credo che sia stato molto significativo, aver con una delibera di giunta dichiarato il porto di Napoli de-nuclearizzato. Un atto molto importante, motivato, a cui ha fatto seguito un ordine del giorno nell'Autorità Portuale perché noi non vogliamo che nel Porto di Napoli entrino sommergibili a propulsione nucleare o che ci siano portaerei con armamenti nucleari.
Siamo contro le esercitazioni militari di qualunque tipo e soprattutto di questo tipo – si tratta della più imponente dalla caduta del Muro di Berlino – nel nostro Golfo, che dev'essere il Golfo del turismo, dei naviganti, dell'accoglienza; il Golfo del recupero del mare, della preservazione della fauna ittica. A noi interessa costruire una città dell'accoglienza, multietnica, capitale del Mediterraneo che prova a costruire connessioni affinché il Mar Mediterraneo torni a essere un mare non insanguinato. Un mare azzurro e non rosso sangue.
Mentre diktat europei e politiche ultraliberiste svuotano le istituzioni elettive, Napoli continuerà a puntare sulla democrazia partecipativa?
Sempre con maggiore forza. Nell'ultimo anno e mezzo c'è stata una grande accelerazione in quella direzione. Crediamo nelle esperienze di autodeterminazione dal basso, guardiamo con grande interesse, per esempio alla questione di Kobane. Guardiamo con interesse alla liberazione di spazi che erano andati abbandonati o che non erano considerati più di nessuno. Abbiamo sostenuto non intaccandone per nulla l'autonomia, perché io credo molto al concetto di autonomia in tutti i sensi, anche in politica, ad esperienze tipo l'ex OPG a Materdei, ma penso anche alle altre esperienze come il Giardino Liberato sempre a Materdei, Santa Fede Liberata nel Centro Storico, l'Asilo Filangieri, Villa Medusa e altre esperienze. Noi crediamo che queste non sono azioni di occupazione illegale, violenta, di spazi della nostra città, ma processi caratterizzati da veri e propri connotati di liberazione di spazi abbandonati.
L'amministrazione non è conflittuale con tutto questo, anzi. La vera rivoluzione è quella di tornare in qualche modo all'agorà di un tempo e alle origini. Vale per l'acqua, non a caso siamo l'unica città d'Italia che ha attuato il referendum sull'acqua pubblica. Vale per la terra, l'appartenenza al territorio, il recupero degli spazi abbandonati, la cura del patrimonio paesaggistico-monumentale e storico che abbiamo in base all'articolo 9 della nostra Costituzione. Vale per l'aria, volendo eliminare l'emergenza rifiuti, terra dei fuochi e veleni sprigionati per anni. Per fare questo serve un movimento di popolo, una partecipazione dal basso. Non si tratta di operazioni che puoi calare dall'alto. Noi diamo la nostra spinta, diamo la nostra energia, ma non basta: a questa rivoluzione interna alle istituzioni, si deve accompagnare una rivoluzione popolare, di riscatto, con grandi energie e grande creatività.
Credo che Napoli, lo dico senza presunzione, in questo momento sia un laboratorio. Non penso in Italia ci sia nulla di simile, un percorso comune dell'autonomia che viene fatto da chi rappresenta la città perché eletto democraticamente e quindi non nominato e chi sta facendo politica dal basso con la democrazia partecipativa. Penso che in Italia, in questo momento, rappresentiamo un laboratorio civico e politico.
Fonte
di Fabrizio Verde
"Da Sud e dal Sud Europa, può nascere una spinta per la costruzione di un'altra Europa e abbiamo dei segnali rappresentati da alcune esperienze nel sud Italia. Non vorrei apparire presuntuoso, ma il mio percorso politico e amministrativo nella città di Napoli si inserisce in questo discorso". A pochi giorni dalla polemica scoppiata nella trasmissione di Massimo Giletti "L'Arena", nel corso della quale il "giornalista" e Matteo Salvini hanno insultato Napoli, definendola "città indecorosa", l'AntiDiplomatico ha incontrato il sindaco Luigi de Magistris per una chiacchierata sui temi di politica internazionale e sul ruolo da protagonista che la città di Napoli vuole giocare nella costruzione di un'Europa alternativa possibile. De Magistris ha ribadito che le (indecorose, quelle si) politiche neo-liberiste dell'Europa si possono sconfiggere anche guardando all'esperienza recente dei paesi dell'ALBA bolivariana.
L'intervista
Nonostante l'oggettiva insostenibilità e le previsioni di una sua fine imminente, l’Euro è ancora la moneta di riferimento per i 18 paesi membri. Non crede che l’esperienza recente greca dimostri che l’Euro sia destinato a durare per un periodo prolungato, data l’impossibilità per un paese singolo che non sia la Germania, di 'staccare la spina'. E proprio per questo non crede sia giunto il momento di iniziare a ragionare in termini di 'Europa del Sud', immaginando in un lasso temporale di medio-lungo periodo, una nuova organizzazione in grado di sostituirsi all'Unione Europea e alla zona Euro, basata su altri modelli macro-economici e altri valori di riferimento? A suo giudizio potrebbe essere l'ALBA latinoamericana, modello d'integrazione basato su solidarietà e giustizia sociale, il modello da seguire?
Sicuramente c'è bisogno della costruzione di un'altra Europa. L'Europa si è preoccupata in cinquant'anni e più di costruire in particolare la globalizzazione monetaria, finanziaria ed economica, non preoccupandosi di costruire quella dei diritti, delle persone e nemmeno di consolidare quella della solidarietà e della lotta alle disuguaglianze. Quindi da Sud e dal Sud Europa, può nascere una spinta per la costruzione di un'altra Europa e abbiamo dei segnali rappresentati da alcune esperienze nel sud Italia. Non vorrei apparire presuntuoso, ma il mio percorso politico e amministrativo nella città di Napoli si inserisce in questo discorso. Penso all'esprienza di Tsipras in Grecia, penso all'esperienza di Podemos a Barcellona. Credo che il sud Europa debba provare a costruire modelli non solo sociali, culturali e politici, ma anche economici diversi. Quindi finanche il tema della moneta, secondo me, non dev'essere un tabù. Nel senso di costruire scambi economici fondati su monete alternative o comunque che vanno ad aggiungersi all'Euro. Senza per questo andare a fare una guerra di religione sull'Euro e la moneta unica, ma sicuramente con l'anelito di costruire modelli economici dal basso, con un'economia vicina alle comunità locali e che quindi non sia eterodiretta dalle grandi centrali della finanza e delle banche internazionali, quindi fondata sulla cooperazione, il mutualismo, la partecipazione popolare, il crowdfunding, su altre modalità di partecipazione alla vita collettiva attraverso la costruzione del concetto di bene comune che contiene al suo interno anche modelli economici alternativi.
Quindi, io credo che dall'Europa del sud stia venendo una spinta forte verso la costruzione di un'altra Europa.
Si può guardare alle esperienze latinoamericane, ai movimenti popolari del Sudamerica, a quelle esperienze politiche che si sono contraddistinte nel corso della storia. Credo che ci sono delle similitudini, fondate sulla sete di giustizia, sulla lotta alla disuguaglianza, sulla voglia di libertà, di andare contro gli oligopoli, contro le eterodirezioni. Noi non vogliamo essere né eterodiretti, né mantenuti, né assistiti. I popoli del sud questa forza devono avere: quella di fondare il proprio riscatto sulla voglia di autodeterminazione, di autogestione, sul concetto di appartenenza alla propria terra, che significa riscatto e non vincolo di schiavitù e subordinazione. Secondo me solo dal sud del mondo può venire una rivoluzione di questo tipo.
Uno dei pilastri fondamentali dell'ALBA è il Venezuela bolivariano, una realtà a cui lei ha mostrato in più occasioni vicinanza e solidarietà. Ritiene possibile per Napoli, come fece la città di Londra nel 2007, trovare un accordo di collaborazione con questo paese per ricevere carburante a prezzo scontato – in modo da abbassare le tariffe del trasporto pubblico per i meno abbienti – in cambio di know-how?
Un accordo tra la città di Napoli e il Venezuela fu oggetto di colloqui importanti tra me e l'ex Console venezuelano a Napoli. Lavorammo anche alla stesura di un protocollo, che fece passi in avanti importantissimi sino ad arrivare a un accordo tra la città di Napoli e il governo venezuelano, che poi si arenò perché c'era bisogno di avere il via libera da parte del Ministero degli Esteri. Proprio qui in Italia, questo accordo si arenò perché venne detto che le città non potevano fare accordi diretti con governi. Però devo dire, questa è una notizia, che ci stiamo riprovando. Un mese fa circa ho avuto un incontro con l'Ambasciatore venezuelano a Roma, un incontro molto importante e proficuo, dove abbiamo rinsaldato rapporti per iniziative culturali e politiche, e dove abbiamo deciso di riprendere vigorosamente la possibilità di firmare un accordo. I nostri uffici sono nuovamente al lavoro per cercare di ottenere il via libera da parte del nostro governo. Sarebbe una gran bella cosa connettere i porti direttamente, connettere la nostra città al Venezuela. Realizzare esattamente quello che noi volevamo scrivere nel protocollo d'intesa: petrolio in cambio di know-how, sia in ambito tecnologico per l'industria, sia in ambito culturale.
Dal 3 ottobre in Italia, Spagna e Portogallo è in corso la «Trident Juncture 2015» (TJ15) - «la più grande esercitazione Nato dalla caduta del Muro di Berlino» nella definizione data dallo U.S. Army Europe, in cui il Comando delle forze congiunte NATO di Napoli avrà un ruolo chiave. Lei si è immediatamente schierato contro questa politica aggressiva e di guerra, dichiarando il Porto di Napoli 'area denuclearizzata'. Cos'altro può fare lei come Sindaco in opposizione all'aggressività della NATO e la città di Napoli in generale per promuovere una politica di pace nell'area mediterranea?
Dobbiamo innanzitutto partire dalla Costituzione italiana nata dalla Resistenza al nazifascismo. L'Italia ripudia la guerra, articoli 10 e 11, come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Napoli ha la promozione della pace come elemento costitutivo della città, e noi come amministrazione lavoriamo in quella direzione: mentre altri innalzano mura nella civile Europa, noi non ne costruiamo. Anzi lavoriamo per costruire ponti di pace e per abbattere confini. La nostra città è sempre più una città di abitanti e non di cittadini: visto che il paese non riesce a dare la cittadinanza a chi nasce in Italia noi andiamo oltre e siamo la città degli abitanti. Tutti quelli che vogliono venire a Napoli trovano un luogo di accoglienza, solidarietà e fratellanza. Da questo punto di vista ci vogliamo caratterizzare, come una città che costruisce relazioni diplomatiche dal basso che vanno verso la non violenza e la non aggressività.
Dare messaggi che possano portare atti concreti e speranze laddove c'è guerra. Questo è quello che ho cercato di fare sulla questione mediorientale tra Palestina e Israele, cerchiamo anche di farlo tessendo rapporti con la comunità russa sul piano culturale. A noi non interessa schierarci in questa nuova guerra fredda, e non solo fredda, noi vogliamo essere amici del popolo americano, ma allo stesso tempo amici del popolo russo. Costruire relazioni diplomatiche dal basso e rapporti forti tra le nostre comunità. Credo che sia stato molto significativo, aver con una delibera di giunta dichiarato il porto di Napoli de-nuclearizzato. Un atto molto importante, motivato, a cui ha fatto seguito un ordine del giorno nell'Autorità Portuale perché noi non vogliamo che nel Porto di Napoli entrino sommergibili a propulsione nucleare o che ci siano portaerei con armamenti nucleari.
Siamo contro le esercitazioni militari di qualunque tipo e soprattutto di questo tipo – si tratta della più imponente dalla caduta del Muro di Berlino – nel nostro Golfo, che dev'essere il Golfo del turismo, dei naviganti, dell'accoglienza; il Golfo del recupero del mare, della preservazione della fauna ittica. A noi interessa costruire una città dell'accoglienza, multietnica, capitale del Mediterraneo che prova a costruire connessioni affinché il Mar Mediterraneo torni a essere un mare non insanguinato. Un mare azzurro e non rosso sangue.
Mentre diktat europei e politiche ultraliberiste svuotano le istituzioni elettive, Napoli continuerà a puntare sulla democrazia partecipativa?
Sempre con maggiore forza. Nell'ultimo anno e mezzo c'è stata una grande accelerazione in quella direzione. Crediamo nelle esperienze di autodeterminazione dal basso, guardiamo con grande interesse, per esempio alla questione di Kobane. Guardiamo con interesse alla liberazione di spazi che erano andati abbandonati o che non erano considerati più di nessuno. Abbiamo sostenuto non intaccandone per nulla l'autonomia, perché io credo molto al concetto di autonomia in tutti i sensi, anche in politica, ad esperienze tipo l'ex OPG a Materdei, ma penso anche alle altre esperienze come il Giardino Liberato sempre a Materdei, Santa Fede Liberata nel Centro Storico, l'Asilo Filangieri, Villa Medusa e altre esperienze. Noi crediamo che queste non sono azioni di occupazione illegale, violenta, di spazi della nostra città, ma processi caratterizzati da veri e propri connotati di liberazione di spazi abbandonati.
L'amministrazione non è conflittuale con tutto questo, anzi. La vera rivoluzione è quella di tornare in qualche modo all'agorà di un tempo e alle origini. Vale per l'acqua, non a caso siamo l'unica città d'Italia che ha attuato il referendum sull'acqua pubblica. Vale per la terra, l'appartenenza al territorio, il recupero degli spazi abbandonati, la cura del patrimonio paesaggistico-monumentale e storico che abbiamo in base all'articolo 9 della nostra Costituzione. Vale per l'aria, volendo eliminare l'emergenza rifiuti, terra dei fuochi e veleni sprigionati per anni. Per fare questo serve un movimento di popolo, una partecipazione dal basso. Non si tratta di operazioni che puoi calare dall'alto. Noi diamo la nostra spinta, diamo la nostra energia, ma non basta: a questa rivoluzione interna alle istituzioni, si deve accompagnare una rivoluzione popolare, di riscatto, con grandi energie e grande creatività.
Credo che Napoli, lo dico senza presunzione, in questo momento sia un laboratorio. Non penso in Italia ci sia nulla di simile, un percorso comune dell'autonomia che viene fatto da chi rappresenta la città perché eletto democraticamente e quindi non nominato e chi sta facendo politica dal basso con la democrazia partecipativa. Penso che in Italia, in questo momento, rappresentiamo un laboratorio civico e politico.
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04/11/2015
Cariche a Capo Teulada, i manifestanti irrompono nella base e bloccano le esercitazioni
E’ stata una giornata davvero lunga e complicata quella appena trascorsa per centinaia di persone che da tutta la Sardegna hanno raggiunto Sant’Anna Arresi e le località limitrofe per dar vita ad un corteo contro le esercitazioni Trident e la Nato che la Questura aveva dato nei giorni scorsi per ‘proibito’ emettendo una ventina di fogli di via nei confronti di altrettanti attivisti che erano stati ‘individuati’ lungo il perimetro del poligono militare di Capo Teulada mentre effettuavano dei sopralluoghi utili allo svolgimento della protesta odierna.
Ma i promotori non si sono fatti scoraggiare e hanno ribadito la volontà di manifestare contro l’occupazione militare della Sardegna, dando appuntamento a questa mattina alle 10:30 a Porto Pino per il concentramento.
Fin dal primo mattino è stato chiaro che non solo le località scelte per il corteo erano state interamente blindate da un apparato massiccio di polizia ma la Questura aveva anche dato ordine agli agenti schierati in gran numero di fermare il numero maggiore possibile di persone dirette alla spiaggia di Porto Pino (impossibile da raggiungere a causa della chiusura di tutti i varchi da parte della polizia). Moltissimi manifestanti sono stati quindi bloccati prima ancora di raggiungere il luogo del concentramento, a piedi, in automobile o a bordo di autobus, e sono stati identificati e minacciati di ritorsioni. Alcune auto private ed autobus noleggiati dai partecipanti sono stati anche perquisiti.
Qualcuno, di fronte all’impossibilità di arrivare in tempi congrui al luogo scelto per la partenza del corteo, ha deciso di rinunciare, e di tornarsene a casa; molti altri hanno invece cercato di aggirare i controlli e di avvicinarsi il più possibile all’area off limits, in molti casi riuscendo poi a ricongiungersi con il resto degli attivisti delle varie forze antimilitariste, indipendentiste e antagoniste scese oggi in piazza nonostante il clima di blindatura predisposto dai responsabili dell’ordine pubblico.
Ai divieti e agli ostacoli i promotori e i partecipanti hanno risposto con determinazione, e alla fine il corteo intorno a mezzogiorno è riuscito a muovere i primi passi. Alcune centinaia di manifestanti hanno cominciato a marciare da Porto Pino fino al punto in cui erano bloccati alcuni autobus, al bivio tra Teulada, Sant’Anna Arresi e Is Domus, all’interno dei quali c'erano parecchie decine di attivisti ai quali i poliziotti avevano chiesto i documenti per identificarli. Ad un certo punto il corteo composto dagli attivisti partiti da Porto Pino e quello formato dagli altri che erano a bordo di tre autobus a lungo bloccati dalle forze dell’ordine – che apparentemente cercavano coloro che essendo stati colpiti dai fogli di via per i prossimi tre anni non possono neanche avvicinarsi a Teulada – si sono uniti, formando un unico spezzone di più di 500 persone che si è diretto di nuovo verso Porto Pino. Lungo il percorso la manifestazione si è ingrossata ulteriormente al grido di “A fora sa Nato de sa Sardigna”, man mano che alcuni gruppi di manifestanti arrivavano attraversando i campi per superare i numerosi blocchi costituiti da polizia e carabinieri.
Avvicinandosi alle reti che circondano il poligono militare i manifestanti – saliti nel frattempo a 7-800 – hanno potuto ascoltare il suono delle esplosioni e vedere il fumo provocato dall’impatto dei proiettili, rendendosi conto dell’entità delle esercitazioni Nato in corso all’interno della base. A bloccare il corteo un ingente cordone di agenti in tenuta antisommossa e di camionette. A quel punto un gruppo di manifestanti si è staccato dal corteo tentando di arrivare alla spiaggia e i reparti antisommossa hanno risposto con inseguimenti, cariche e il lancio di alcuni lacrimogeni.
Poco dopo però è arrivata la notizia che alcune decine di manifestanti erano riusciti ad oltrepassare i blocchi e ad entrare all’interno del poligono, dove sono stati fermati da alcuni militari poi raggiunti dai carabinieri che hanno proceduto all'identificazione mentre a poca distanza, all’esterno, un altro folto gruppo gridava slogan contro la repressione, la militarizzazione, la guerra e la Nato. A poca distanza altre centinaia di manifestanti hanno continuato a protestare con numerosi interventi che si sono susseguiti al megafono. Come racconta un anonimo manifestante al sito SardiniaPost, l'irruzione degli attivisti ha obbligato i comandi militari a interrompere le esercitazioni, risultato simbolico ma che ripaga ampiamente gli attivisti reduci da una 'giornata vissuta pericolosamente'. “Appena siamo entrati nella base – ha raccontato uno dei ragazzi – siamo stati subito fermato dai militari che hanno comunicato alla centrale operativa della base il nostro ingresso. Dopo pochi minuti non abbiamo più sentito gli spari e l’esercitazione è stata interrotta. Gli uomini dell’esercito ci hanno chiesto i documenti. Chi non li aveva ha lasciato le proprie generalità e dopo circa un’ora siamo usciti”.
Mentre una parte dei manifestanti riprendeva la via di casa, una ventina di manifestanti che si trovavano sul lato esterno della recinzione del poligono sono stati raggiunti da agenti in tenuta antisommossa e manganellati. “Hanno dato qualche manganellata – ha raccontato un attivista a SardiniaPost – Ma ci siamo ben difesi e nel giro di poco la carica è terminata. Abbiamo aspettato che i nostri compagni uscissero e alla fine siamo qui vittoriosi”.
Forse nel tentativo di salvare la faccia i comandi militari hanno diffuso la notizia, naturalmente subito ripresa dalla maggior parte dei media isolani e italiani, che "al momento dell'irruzione dei manifestanti all'interno del poligono le esercitazioni erano ormai concluse"...
Fonte
Ma i promotori non si sono fatti scoraggiare e hanno ribadito la volontà di manifestare contro l’occupazione militare della Sardegna, dando appuntamento a questa mattina alle 10:30 a Porto Pino per il concentramento.
Fin dal primo mattino è stato chiaro che non solo le località scelte per il corteo erano state interamente blindate da un apparato massiccio di polizia ma la Questura aveva anche dato ordine agli agenti schierati in gran numero di fermare il numero maggiore possibile di persone dirette alla spiaggia di Porto Pino (impossibile da raggiungere a causa della chiusura di tutti i varchi da parte della polizia). Moltissimi manifestanti sono stati quindi bloccati prima ancora di raggiungere il luogo del concentramento, a piedi, in automobile o a bordo di autobus, e sono stati identificati e minacciati di ritorsioni. Alcune auto private ed autobus noleggiati dai partecipanti sono stati anche perquisiti.
Qualcuno, di fronte all’impossibilità di arrivare in tempi congrui al luogo scelto per la partenza del corteo, ha deciso di rinunciare, e di tornarsene a casa; molti altri hanno invece cercato di aggirare i controlli e di avvicinarsi il più possibile all’area off limits, in molti casi riuscendo poi a ricongiungersi con il resto degli attivisti delle varie forze antimilitariste, indipendentiste e antagoniste scese oggi in piazza nonostante il clima di blindatura predisposto dai responsabili dell’ordine pubblico.
Ai divieti e agli ostacoli i promotori e i partecipanti hanno risposto con determinazione, e alla fine il corteo intorno a mezzogiorno è riuscito a muovere i primi passi. Alcune centinaia di manifestanti hanno cominciato a marciare da Porto Pino fino al punto in cui erano bloccati alcuni autobus, al bivio tra Teulada, Sant’Anna Arresi e Is Domus, all’interno dei quali c'erano parecchie decine di attivisti ai quali i poliziotti avevano chiesto i documenti per identificarli. Ad un certo punto il corteo composto dagli attivisti partiti da Porto Pino e quello formato dagli altri che erano a bordo di tre autobus a lungo bloccati dalle forze dell’ordine – che apparentemente cercavano coloro che essendo stati colpiti dai fogli di via per i prossimi tre anni non possono neanche avvicinarsi a Teulada – si sono uniti, formando un unico spezzone di più di 500 persone che si è diretto di nuovo verso Porto Pino. Lungo il percorso la manifestazione si è ingrossata ulteriormente al grido di “A fora sa Nato de sa Sardigna”, man mano che alcuni gruppi di manifestanti arrivavano attraversando i campi per superare i numerosi blocchi costituiti da polizia e carabinieri.
Avvicinandosi alle reti che circondano il poligono militare i manifestanti – saliti nel frattempo a 7-800 – hanno potuto ascoltare il suono delle esplosioni e vedere il fumo provocato dall’impatto dei proiettili, rendendosi conto dell’entità delle esercitazioni Nato in corso all’interno della base. A bloccare il corteo un ingente cordone di agenti in tenuta antisommossa e di camionette. A quel punto un gruppo di manifestanti si è staccato dal corteo tentando di arrivare alla spiaggia e i reparti antisommossa hanno risposto con inseguimenti, cariche e il lancio di alcuni lacrimogeni.
Poco dopo però è arrivata la notizia che alcune decine di manifestanti erano riusciti ad oltrepassare i blocchi e ad entrare all’interno del poligono, dove sono stati fermati da alcuni militari poi raggiunti dai carabinieri che hanno proceduto all'identificazione mentre a poca distanza, all’esterno, un altro folto gruppo gridava slogan contro la repressione, la militarizzazione, la guerra e la Nato. A poca distanza altre centinaia di manifestanti hanno continuato a protestare con numerosi interventi che si sono susseguiti al megafono. Come racconta un anonimo manifestante al sito SardiniaPost, l'irruzione degli attivisti ha obbligato i comandi militari a interrompere le esercitazioni, risultato simbolico ma che ripaga ampiamente gli attivisti reduci da una 'giornata vissuta pericolosamente'. “Appena siamo entrati nella base – ha raccontato uno dei ragazzi – siamo stati subito fermato dai militari che hanno comunicato alla centrale operativa della base il nostro ingresso. Dopo pochi minuti non abbiamo più sentito gli spari e l’esercitazione è stata interrotta. Gli uomini dell’esercito ci hanno chiesto i documenti. Chi non li aveva ha lasciato le proprie generalità e dopo circa un’ora siamo usciti”.
Mentre una parte dei manifestanti riprendeva la via di casa, una ventina di manifestanti che si trovavano sul lato esterno della recinzione del poligono sono stati raggiunti da agenti in tenuta antisommossa e manganellati. “Hanno dato qualche manganellata – ha raccontato un attivista a SardiniaPost – Ma ci siamo ben difesi e nel giro di poco la carica è terminata. Abbiamo aspettato che i nostri compagni uscissero e alla fine siamo qui vittoriosi”.
Forse nel tentativo di salvare la faccia i comandi militari hanno diffuso la notizia, naturalmente subito ripresa dalla maggior parte dei media isolani e italiani, che "al momento dell'irruzione dei manifestanti all'interno del poligono le esercitazioni erano ormai concluse"...
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26/10/2015
Napoli. Contrastiamo le manovre militari della Nato. Ieri la prima manifestazione
Ieri a Napoli un corteo di circa duemila persone ha avviato in Italia la campagna di mobilitazione contro le manovre militari della Nato “Trident Juncture 2015” che coinvolgono numerosi paesi e forze armate nell’ambito di una operazione militare a vasta scala a ridosso di tutti i teatri di conflitto in corso: dall’Ucraina alla Siria.
Il corteo di Napoli è stato la prima tappa, si replica sabato prossimo 31 ottobre a Marsala in Sicilia e poi il 3 novembre a Capo Teulada in Sardegna. E’ una mobilitazione contro la guerra e contro la Nato importante, soprattutto perché la consapevolezza su questi temi fa ancora fatica a diventare priorità nell’agenda politica.
Ieri pomeriggio da Piazza del Gesù è partito un corteo che si è ingrossato mano a mano che sfilava nelle strade del centro di Napoli fino a concludersi in piazza del Plebiscito. Manifestanti sono arrivati anche dalla Sicilia con le bandiere dei No Muos, da Roma e da Firenze. In piazza padre Alex Zanotelli, Giorgio Cremaschi e persino il sindaco di Luigi De Magistris che ha visto Napoli approvare la delibera di città denuclearizzata vietando l’attracco a navi e sommergibili nucleari della marina statunitense. Erano visibili le bandiere del movimento No Muos, le reti No War, diversi striscioni solidali con la resistenza palestinese (un bandierone è stato calato dal Maschio Angioino), molti di sostegno agli immigrati e contro il razzismo, uno striscione invoca "guerra alla guerra", e poi lavoratori della Usb e dei Cobas, la Rete dei Comunisti, Ross@, Partito Comunista. Guarda QUI il video del corteo
Qualche momento di tensione all’inizio, in piazza del Gesù e nei vicoli limitrofi, quando sono stati opportunamente allontanati dal corteo alcuni provocatori di Socialismo Rivoluzionario con le bandiere dei “gruppi ribelli” siriani, che hanno cercato ripetutamente di creare problemi su una questione che il movimento No War ha ormai ampiamente chiarito nel nostro e negli altri paesi.
Questa mattina a Napoli ci sarà una assemblea nazionale di bilancio, discussione e di impostazione delle prossime tappe della mobilitazione del movimento No War nel nostro paese.
Fonte e foto
30/09/2015
La Nato sbugiarda il governo Renzi: Trident Juncture pure a Napoli
Anche il Comando delle forze congiunte NATO di Napoli – Lago Patria avrà un ruolo chiave nella mega esercitazione militare Trident Juncture 2015 che avrà luogo ad ottobre e novembre negli spazi aerei, terrestri e marittimi di Portogallo, Spagna e Italia. La conferma ufficiale è giunta il 28 settembre a conclusione del vertice alleato tenutosi proprio nel quartier generale del JFC – Joint Force Command di Napoli, a cui hanno partecipato l’ammiraglio della Marina militare USA Mark Ferguson (Comandante in capo di JFC Naples), il generale dell’esercito britannico Adrian Bradshaw (vicecomandante supremo delle forze alleate in Europa – DSACEUR) e il generale tedesco Lothar Domroese, comandante del Joint Force Command di Brunssum (Olanda). “Nel corso del meeting sono state discusse le implicazioni strategiche relative al Readness Action Plan e alla NRF, la Forza di Risposta della NATO”, si legge nel comunicato emesso dall’ufficio stampa di JFC Naples. “Il vertice tra i tre leader militari ha avuto luogo alla vigilia dell’esercitazione Trident Juncture 2015, che consentirà di dare la certificazione al Comando di Brunssum per guidare nel 2016 la Forza di Risposta NATO NRF, in qualità di quartier generale di comando e controllo. Attualmente è il Joint Force Command di Napoli a fungere da comando e controllo per la NRF 2015 ed esso sta supportando l’esercitazione mediante assistenza e potenziale umano aggiuntivo”.
Affermazioni che sbugiardano in toto quanto riferito in Parlamento dal governo italiano lo scorso 17 settembre. “Si sottolinea che la città di Napoli non è coinvolta ad alcun titolo nella esercitazione”, riportava il sottosegretario alla Difesa Gioacchino Alfano, nella risposta scritta all’interrogazione presentata da alcuni deputati del Movimento 5 Stelle sul ruolo delle installazioni militari italiane interessate da Trident Juncture 2015. “A livello nazionale, il coinvolgimento prevede l’invio di elementi dell'Esercito in Spagna, Portogallo e a Capo Teulada, di assetti aerei dell’Aeronautica presso le basi di Trapani, Decimomannu, Pratica di Mare, Pisa, Amendola e Sigonella, mentre per la Marina Militare saranno presenti assetti navali inclusi nell'esercitazione nazionale Mare Aperto”, aggiungeva il sottosegretario Alfano. “L’esercitazione sarà guidata dal Joint Force Command Brunssum (Olanda) e non dal Joint Force Command di Napoli come riportato in premessa all’interrogazione parlamentare”.
Grazie a Trident Juncture 2015, la NATO potrà sperimentare per la prima volta in scala continentale quella che è destinata a fare da corpo d’élite della propria forza di pronto intervento NRF, la Very High Readiness Joint Task Force (VJTF), opportunamente denominata Spearhead (punta di lancia). La VJTF sarà pienamente operativa a partire dal prossimo anno e verterà su una brigata di terra di 5.000 militari, supportata da forze aeree e navali speciali e, in caso di crisi maggiori, da due altre brigate fornite a rotazione e su base annuale da alcuni paesi dell’Alleanza. “La Spearhead force sarà in grado di essere schierata in meno di 48 ore”, afferma il Comando NATO. “In particolare, essa potrà essere di grande aiuto nel contrastare operazioni irregolari ibride come ad esempio lo schieramento di truppe senza le insegne nazionali o regolari e contro gruppi d’agitatori. Se saranno individuati infiltrati o pericoli di attacchi terroristici, la VJTC potrà essere inviata in un paese per operare a fianco della polizia nazionale e delle autorità di frontiera per bloccare le attività prima che si sviluppi una crisi”. Proprio in vista della creazione della nuova task force, sono stati riorganizzati i quartier generali e i comandi operativi alleati: la Forza di pronto intervento NRF, nello specifico, è stata posta gerarchicamente sotto il controllo del Joint Force Command di Brunssum e del Comando per il Sud Europa di Napoli – Lago Patria.
Crescono intanto le adesioni di associazioni e comitati alla manifestazione nazionale No Trident Juncture che si terrà nel capoluogo campano sabato 24 ottobre. “La NATO è uno strumento di convergenza e di coordinamento degli interessi dominanti dell’imperialismo euro-atlantico, uno strumento offensivo al servizio delle mire espansionistiche ed interventistiche delle grandi potenze occidentali, a scala planetaria, che tanti disastri stanno provocando in giro per il mondo”, scrivono i promotori dell’appello, il missionario comboniano Alex Zanotelli, il Comitato napoletano “Pace e disarmo” e la Rete Napoli No War. “E’ per questo che a partire dalla Sicilia (dove il governo tenta d’imporre l’entrata in funzione del micidiale Muos a Niscemi), dalla Sardegna, da Poggio Renatico (Ferrara), da Pratica di Mare e Pisa, tutti coinvolti nell’esercitazione, proponiamo di costruire insieme una forte mobilitazione contro la Trident Juncture, la militarizzazione dei territori e le politiche di guerra, su tutto il territorio nazionale”.
Fonte
Affermazioni che sbugiardano in toto quanto riferito in Parlamento dal governo italiano lo scorso 17 settembre. “Si sottolinea che la città di Napoli non è coinvolta ad alcun titolo nella esercitazione”, riportava il sottosegretario alla Difesa Gioacchino Alfano, nella risposta scritta all’interrogazione presentata da alcuni deputati del Movimento 5 Stelle sul ruolo delle installazioni militari italiane interessate da Trident Juncture 2015. “A livello nazionale, il coinvolgimento prevede l’invio di elementi dell'Esercito in Spagna, Portogallo e a Capo Teulada, di assetti aerei dell’Aeronautica presso le basi di Trapani, Decimomannu, Pratica di Mare, Pisa, Amendola e Sigonella, mentre per la Marina Militare saranno presenti assetti navali inclusi nell'esercitazione nazionale Mare Aperto”, aggiungeva il sottosegretario Alfano. “L’esercitazione sarà guidata dal Joint Force Command Brunssum (Olanda) e non dal Joint Force Command di Napoli come riportato in premessa all’interrogazione parlamentare”.
Grazie a Trident Juncture 2015, la NATO potrà sperimentare per la prima volta in scala continentale quella che è destinata a fare da corpo d’élite della propria forza di pronto intervento NRF, la Very High Readiness Joint Task Force (VJTF), opportunamente denominata Spearhead (punta di lancia). La VJTF sarà pienamente operativa a partire dal prossimo anno e verterà su una brigata di terra di 5.000 militari, supportata da forze aeree e navali speciali e, in caso di crisi maggiori, da due altre brigate fornite a rotazione e su base annuale da alcuni paesi dell’Alleanza. “La Spearhead force sarà in grado di essere schierata in meno di 48 ore”, afferma il Comando NATO. “In particolare, essa potrà essere di grande aiuto nel contrastare operazioni irregolari ibride come ad esempio lo schieramento di truppe senza le insegne nazionali o regolari e contro gruppi d’agitatori. Se saranno individuati infiltrati o pericoli di attacchi terroristici, la VJTC potrà essere inviata in un paese per operare a fianco della polizia nazionale e delle autorità di frontiera per bloccare le attività prima che si sviluppi una crisi”. Proprio in vista della creazione della nuova task force, sono stati riorganizzati i quartier generali e i comandi operativi alleati: la Forza di pronto intervento NRF, nello specifico, è stata posta gerarchicamente sotto il controllo del Joint Force Command di Brunssum e del Comando per il Sud Europa di Napoli – Lago Patria.
Crescono intanto le adesioni di associazioni e comitati alla manifestazione nazionale No Trident Juncture che si terrà nel capoluogo campano sabato 24 ottobre. “La NATO è uno strumento di convergenza e di coordinamento degli interessi dominanti dell’imperialismo euro-atlantico, uno strumento offensivo al servizio delle mire espansionistiche ed interventistiche delle grandi potenze occidentali, a scala planetaria, che tanti disastri stanno provocando in giro per il mondo”, scrivono i promotori dell’appello, il missionario comboniano Alex Zanotelli, il Comitato napoletano “Pace e disarmo” e la Rete Napoli No War. “E’ per questo che a partire dalla Sicilia (dove il governo tenta d’imporre l’entrata in funzione del micidiale Muos a Niscemi), dalla Sardegna, da Poggio Renatico (Ferrara), da Pratica di Mare e Pisa, tutti coinvolti nell’esercitazione, proponiamo di costruire insieme una forte mobilitazione contro la Trident Juncture, la militarizzazione dei territori e le politiche di guerra, su tutto il territorio nazionale”.
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29/09/2015
Trampolino Italia per i giochi di guerra NATO nel Mediterraneo
“Per Trident Juncture 2015, l’attività addestrativa multinazionale che verrà effettuata il prossimo autunno, la NATO prevede al momento di impiegare, in Italia, complessivamente 41 aeromobili (di cui 15 appartenenti a Paesi dell’Alleanza e 26 italiani), un totale di circa 3.500 militari italiani (schierati tra Spagna, Portogallo e Italia), vari assetti navali in corso di definizione”. Lo ha precisato il sottosegretario alla Difesa Gioacchino Alfano, rispondendo in commissione a un’interrogazione di alcuni deputati del Movimento 5 Stelle (primo firmatario l’on. Gianluca Rizzo).
Trident Juncture, come espressamente dichiarato per bocca del Comando generale dell’Alleanza Atlantica, sarà “la più grande esercitazione NATO dalla fine della Guerra fredda ad oggi” e interesserà un’area geografica imponente, compresa tra il nord America, l’Oceano Atlantico, il Mediterraneo e i poligoni di guerra di Spagna, Portogallo, Italia, Belgio, Germania, Olanda e Norvegia. “L’esercitazione – ha spiegato il sottosegretario Alfano – effettuata con cadenza triennale, ogni volta con denominazione e luoghi di svolgimento diversi, costituisce un momento di coesione fondamentale e irrinunciabile per mantenere e, possibilmente, incrementare, l’interoperabilità tra i 28 Paesi dell’Alleanza e con i Partners. Quest’anno la sua valenza è di particolare importanza poiché rappresenta un tangibile segno di attenzione dell’Alleanza Atlantica verso i rischi presenti nell’area mediterranea ed è finalizzata, infine, a dimostrare la volontà collettiva di garantire una più ampia cornice di sicurezza ai Paesi del cosiddetto fianco Sud”.
Sempre secondo il governo, “a livello nazionale, il coinvolgimento prevede l’invio di elementi dell’Esercito in Spagna, Portogallo e a Capo Teulada, di assetti aerei dell’Aeronautica presso le basi di Trapani, Decimomannu, Pratica di Mare, Pisa, Amendola e Sigonella, mentre per la Marina Militare saranno presenti assetti navali inclusi nell’esercitazione nazionale Mare Aperto, collegata alla Trident Juncture 2015”. I giochi di guerra vedranno pure il coinvolgimento del Comando integrato della componente aerea (Joint Force Air Component Command - JFACC) dell’Aeronautica militare di Poggio Renatico (Ferrara), l’installazione che più di tutte ha assunto un ruolo strategico chiave nella gestione delle operazioni aeree e di controllo radar dell’Alleanza atlantica.
Trident Juncture 2015 sarà guidata dal Joint Task Force Command (JFC) di Brunssum (Olanda) e vedrà complessivamente la partecipazione di 36.000 militari, quasi duecento tra cacciabombardieri, aerei-spia e grandi velivoli cargo e una sessantina di unità navali di superficie e sottomarini. “Trident Juncture è finalizzata all’addestramento e alla verifica delle capacità dei suoi assetti aerei, terrestri, navali e delle forze speciali, nell’ambito di una forza ad elevata prontezza d’impiego e tecnologicamente avanzata, da utilizzare rapidamente ovunque sia necessario”, spiegano i vertici militari dell’Alleanza. “L’esercitazione simula uno scenario adattato alle nuove minacce, come la cyberwar e la guerra asimmetrica e rappresenta, inoltre, per gli alleati ed i partner, l’occasione per migliorare l’interoperabilità della NATO in un ambiente complesso ad alta conflittualità”.
Trentatré le nazioni presenti (i 28 membri NATO più 5 partner internazionali) e, in qualità di osservatori, dodici tra le maggiori organizzazioni internazionali, agenzie di cooperazione e Ong. La presenza delle maggiori istituzioni internazionali e di alcune organizzazioni non governative è stata fortemente voluta dai vertici alleati in vista dell’elaborazione delle nuove strategie militari globali. Il 15 luglio scorso, nel corso della conferenza stampa di presentazione dell’edizione 2015 di Trident Juncture, il generale Hans-Lothar Domröse ha fatto esplicito riferimento alla necessità che “attori militari e non-militari lavorino insieme, cercando di vincere la pace”. Come segnalato dal Comitato sardo No basi che ha programmato una serie di iniziative contro la mega esercitazione NATO, nella prima brochure ufficiale di Trident Juncture 2015 si poteva leggere che “l’obiettivo di ottenere la partecipazione di organizzazioni internazionali/ONG/Organizzazioni Governative serve a migliorare la capacità della NATO di interagire con i principali attori civili”. In precedenza, era stato anche diffuso un elenco delle istituzioni civili che avrebbero offerto la propria disponibilità a partecipare all’esercitazione, poi misteriosamente sparito dal sito web NATO. Nella special list comparivano l’Unione Europea, l’Unione africana, il Comitato internazionale della Croce Rossa, diverse agenzie delle Nazioni Unite (OCAH - Coordinamento degli affari umanitari; PNUD - Programma per lo Sviluppo; UNDSS - Dipartimento di Sicurezza delle Nazioni Unite; UNICEF; PMA - Programma Mondiale di Alimentazione; OIM - Organizzazione Internazionale per le Migrazioni); le ONG Save the Children, Assistência Médica Internacional Foundation, Human Rights Watch, World Vision; le agenzie nazionali alla “cooperazione” United States Agency for International Development (USAID), Department for International Development (DFID), Deutsche Gesellschaft für internationale Zusammenarbeit (GIZ), l’Agencia Española de Cooperación Internacional para el Desarrollo.
La prima fase di Trident Juncture ha preso il via il 26 settembre con l’allestimento nello scalo aereo spagnolo di Zaragoza di un polo logistico dove sono stati stipati sistemi d’arma, munizioni e viveri per le truppe NATO. Dal 3 al 16 ottobre sono previsti gli incontri di pianificazione dei principali Comandi alleati europei, mentre le esercitazioni vere e proprie si svolgeranno dal 21 ottobre al 6 novembre, principalmente nello spazio aereo e terrestre di Italia, Spagna e Portogallo e nelle acque del Mediterraneo centrale.
Il centro nodale delle operazioni aeree è stato affidato all’Italia. Le ultime misure per il coordinamento delle esercitazioni aeree sono state decise l’8 e il 9 settembre presso il Comando generale della attività aeree alleate (HQ AIRCOM) di Ramstein, Germania. “Più di 180 aerei di 16 paesi NATO e di 3 paesi partner NATO opereranno dalle basi aeree militari di Italia, Spagna e Portogallo”, riporta il comando di Ramstein. “Il direttore del Joint Force Air Component - JFAC di Poggio Renatico sarà l’ufficiale responsabile della direzione e del controllo delle esercitazioni aeree. Egli sarà supportato dai tre capi dei cosiddetti Controlli Operativi Locali o LOPSCON Air cells che saranno operativi nelle basi di rischiaramento di Beja, Albacete e Trapani per la gestione dei piani addestrativi. I LOPSCON Air dirigeranno e controlleranno localmente le esercitazioni aeree, monitoreranno quotidianamente il ritmo delle battaglie e si coordineranno con la nazione ospitante”.
“Gli assetti aerei – aggiunge l’HQ AIRCOM Ramstein – saranno utilizzati a supporto delle forze terrestri, marittime e speciali, conducendo missioni d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento, di supporto aereo chiuso e trasporto truppe. Sono previste inoltre missioni di ricerca e soccorso del personale militare. Gli aerei NATO e dei paesi partner che condurranno l’addestramento a livello tattico includeranno i cacciabombardieri Eurofighter/Typhoon, Tornado, F-16, F-18, L-159, Mirage 2000, JAS-39 Gripen, i convertiplano MV-22, gli aerei da trasporto C-130, C-160 e Casa C-295, diversi aerei per il rifornimento di carburante in volo, quattro aerei radar di pronto allarme più alcuni elicotteri”.
Secondo quanto riferito in commissione difesa dal sottosegretario Alfano, a Trapani Birgi saranno rischierati, dal 21 ottobre al 6 novembre, 18 aerei italiani e 12 dell’Alleanza. “L’attività di volo si svolgerà, principalmente, nelle aree del mare Tirreno meridionale, limitando soltanto ai decolli e agli atterraggi l’impegno dello spazio aereo attestato sull’aeroporto di Trapani”, ha aggiunto Alfano. “Sin dalle prime fasi di pianificazione, a fine 2013, l’Italia aveva anticipato all’Alleanza una prima offerta di assetti, basi e poligoni che comprendevano anche l’aeroporto di Trapani per soddisfare le esigenze avanzate dalla NATO di disporre di adeguata capienza logistico-operativa e di evitare una eccessiva concentrazione di assetti in una sola Nazione o base”.
Appena tre mesi fa, la ministra della difesa Roberta Pinotti, rispondendo a un’interrogazione della senatrice Pamela Orrù (Pd), aveva fornito un dato diverso sulle componenti aeree NATO che opereranno dallo scalo aereo siciliano. “Presso la base del 37° Stormo dell’Aeronautica militare di Trapani-Birgi saranno rischierati 19 aerei italiani e 8 dell’Alleanza”, scrisse la ministra. “Gli aeromobili che prenderanno parte all’esercitazione decolleranno verso spazi aerei dedicati, il cui utilizzo è stato da tempo coordinato con l’Ente nazionale dell’aviazione civile (ENAC). Al fine di minimizzare l’impatto con l’attività di volo dell’aviazione commerciale si è concordato con l’ENAC di evitare lo svolgimento di attività addestrativa durante il fine settimana interessato e nel relativo arco notturno, ivi incluso il venerdì notte. I decolli avverranno in modo scaglionato, senza interferire in maniera significativa con il traffico aereo locale, peraltro, in una stagione dell’anno che registra bassa affluenza turistica”.
“La NATO – concludeva Roberta Pinotti – nell’ambito delle attività preparatorie di ogni esercitazione e, ovviamente, anche di quelle complesse a livello multinazionale, pone la massima attenzione nel definire ogni aspetto relativo alla sicurezza delle operazioni e dei voli, in ottemperanza di quanto previsto da fonti normative di diritto internazionale e nazionale attualmente in essere. Si ritiene opportuno evidenziare che nel periodo dell’esercitazione è prevista la presenza nei territori di Trapani e Marsala di circa 1.000 militari italiani e di altri militari provenienti da diversi Paesi della Nato, con positive ricadute per l’indotto economico dell’area”. In Sardegna, sui disastrosi effetti sul territorio, l’ambiente e l’economia generati dalle esercitazioni militari italiane, NATO ed extra-NATO esiste una bibliografia infinita. Ma anche in Sicilia occidentale in tanti ricordano ancora come le operazioni di bombardamento aereo in Libia del 2011 scatenate proprio da Trapani-Birgi – e la conseguente chiusura (prima totale e poi parziale) dello scalo al traffico passeggeri – causarono il crollo nell’affluenza annuale dei turisti e la perdita di decine di milioni di euro per gli operatori locali.
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Trident Juncture, come espressamente dichiarato per bocca del Comando generale dell’Alleanza Atlantica, sarà “la più grande esercitazione NATO dalla fine della Guerra fredda ad oggi” e interesserà un’area geografica imponente, compresa tra il nord America, l’Oceano Atlantico, il Mediterraneo e i poligoni di guerra di Spagna, Portogallo, Italia, Belgio, Germania, Olanda e Norvegia. “L’esercitazione – ha spiegato il sottosegretario Alfano – effettuata con cadenza triennale, ogni volta con denominazione e luoghi di svolgimento diversi, costituisce un momento di coesione fondamentale e irrinunciabile per mantenere e, possibilmente, incrementare, l’interoperabilità tra i 28 Paesi dell’Alleanza e con i Partners. Quest’anno la sua valenza è di particolare importanza poiché rappresenta un tangibile segno di attenzione dell’Alleanza Atlantica verso i rischi presenti nell’area mediterranea ed è finalizzata, infine, a dimostrare la volontà collettiva di garantire una più ampia cornice di sicurezza ai Paesi del cosiddetto fianco Sud”.
Sempre secondo il governo, “a livello nazionale, il coinvolgimento prevede l’invio di elementi dell’Esercito in Spagna, Portogallo e a Capo Teulada, di assetti aerei dell’Aeronautica presso le basi di Trapani, Decimomannu, Pratica di Mare, Pisa, Amendola e Sigonella, mentre per la Marina Militare saranno presenti assetti navali inclusi nell’esercitazione nazionale Mare Aperto, collegata alla Trident Juncture 2015”. I giochi di guerra vedranno pure il coinvolgimento del Comando integrato della componente aerea (Joint Force Air Component Command - JFACC) dell’Aeronautica militare di Poggio Renatico (Ferrara), l’installazione che più di tutte ha assunto un ruolo strategico chiave nella gestione delle operazioni aeree e di controllo radar dell’Alleanza atlantica.
Trident Juncture 2015 sarà guidata dal Joint Task Force Command (JFC) di Brunssum (Olanda) e vedrà complessivamente la partecipazione di 36.000 militari, quasi duecento tra cacciabombardieri, aerei-spia e grandi velivoli cargo e una sessantina di unità navali di superficie e sottomarini. “Trident Juncture è finalizzata all’addestramento e alla verifica delle capacità dei suoi assetti aerei, terrestri, navali e delle forze speciali, nell’ambito di una forza ad elevata prontezza d’impiego e tecnologicamente avanzata, da utilizzare rapidamente ovunque sia necessario”, spiegano i vertici militari dell’Alleanza. “L’esercitazione simula uno scenario adattato alle nuove minacce, come la cyberwar e la guerra asimmetrica e rappresenta, inoltre, per gli alleati ed i partner, l’occasione per migliorare l’interoperabilità della NATO in un ambiente complesso ad alta conflittualità”.
Trentatré le nazioni presenti (i 28 membri NATO più 5 partner internazionali) e, in qualità di osservatori, dodici tra le maggiori organizzazioni internazionali, agenzie di cooperazione e Ong. La presenza delle maggiori istituzioni internazionali e di alcune organizzazioni non governative è stata fortemente voluta dai vertici alleati in vista dell’elaborazione delle nuove strategie militari globali. Il 15 luglio scorso, nel corso della conferenza stampa di presentazione dell’edizione 2015 di Trident Juncture, il generale Hans-Lothar Domröse ha fatto esplicito riferimento alla necessità che “attori militari e non-militari lavorino insieme, cercando di vincere la pace”. Come segnalato dal Comitato sardo No basi che ha programmato una serie di iniziative contro la mega esercitazione NATO, nella prima brochure ufficiale di Trident Juncture 2015 si poteva leggere che “l’obiettivo di ottenere la partecipazione di organizzazioni internazionali/ONG/Organizzazioni Governative serve a migliorare la capacità della NATO di interagire con i principali attori civili”. In precedenza, era stato anche diffuso un elenco delle istituzioni civili che avrebbero offerto la propria disponibilità a partecipare all’esercitazione, poi misteriosamente sparito dal sito web NATO. Nella special list comparivano l’Unione Europea, l’Unione africana, il Comitato internazionale della Croce Rossa, diverse agenzie delle Nazioni Unite (OCAH - Coordinamento degli affari umanitari; PNUD - Programma per lo Sviluppo; UNDSS - Dipartimento di Sicurezza delle Nazioni Unite; UNICEF; PMA - Programma Mondiale di Alimentazione; OIM - Organizzazione Internazionale per le Migrazioni); le ONG Save the Children, Assistência Médica Internacional Foundation, Human Rights Watch, World Vision; le agenzie nazionali alla “cooperazione” United States Agency for International Development (USAID), Department for International Development (DFID), Deutsche Gesellschaft für internationale Zusammenarbeit (GIZ), l’Agencia Española de Cooperación Internacional para el Desarrollo.
La prima fase di Trident Juncture ha preso il via il 26 settembre con l’allestimento nello scalo aereo spagnolo di Zaragoza di un polo logistico dove sono stati stipati sistemi d’arma, munizioni e viveri per le truppe NATO. Dal 3 al 16 ottobre sono previsti gli incontri di pianificazione dei principali Comandi alleati europei, mentre le esercitazioni vere e proprie si svolgeranno dal 21 ottobre al 6 novembre, principalmente nello spazio aereo e terrestre di Italia, Spagna e Portogallo e nelle acque del Mediterraneo centrale.
Il centro nodale delle operazioni aeree è stato affidato all’Italia. Le ultime misure per il coordinamento delle esercitazioni aeree sono state decise l’8 e il 9 settembre presso il Comando generale della attività aeree alleate (HQ AIRCOM) di Ramstein, Germania. “Più di 180 aerei di 16 paesi NATO e di 3 paesi partner NATO opereranno dalle basi aeree militari di Italia, Spagna e Portogallo”, riporta il comando di Ramstein. “Il direttore del Joint Force Air Component - JFAC di Poggio Renatico sarà l’ufficiale responsabile della direzione e del controllo delle esercitazioni aeree. Egli sarà supportato dai tre capi dei cosiddetti Controlli Operativi Locali o LOPSCON Air cells che saranno operativi nelle basi di rischiaramento di Beja, Albacete e Trapani per la gestione dei piani addestrativi. I LOPSCON Air dirigeranno e controlleranno localmente le esercitazioni aeree, monitoreranno quotidianamente il ritmo delle battaglie e si coordineranno con la nazione ospitante”.
“Gli assetti aerei – aggiunge l’HQ AIRCOM Ramstein – saranno utilizzati a supporto delle forze terrestri, marittime e speciali, conducendo missioni d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento, di supporto aereo chiuso e trasporto truppe. Sono previste inoltre missioni di ricerca e soccorso del personale militare. Gli aerei NATO e dei paesi partner che condurranno l’addestramento a livello tattico includeranno i cacciabombardieri Eurofighter/Typhoon, Tornado, F-16, F-18, L-159, Mirage 2000, JAS-39 Gripen, i convertiplano MV-22, gli aerei da trasporto C-130, C-160 e Casa C-295, diversi aerei per il rifornimento di carburante in volo, quattro aerei radar di pronto allarme più alcuni elicotteri”.
Secondo quanto riferito in commissione difesa dal sottosegretario Alfano, a Trapani Birgi saranno rischierati, dal 21 ottobre al 6 novembre, 18 aerei italiani e 12 dell’Alleanza. “L’attività di volo si svolgerà, principalmente, nelle aree del mare Tirreno meridionale, limitando soltanto ai decolli e agli atterraggi l’impegno dello spazio aereo attestato sull’aeroporto di Trapani”, ha aggiunto Alfano. “Sin dalle prime fasi di pianificazione, a fine 2013, l’Italia aveva anticipato all’Alleanza una prima offerta di assetti, basi e poligoni che comprendevano anche l’aeroporto di Trapani per soddisfare le esigenze avanzate dalla NATO di disporre di adeguata capienza logistico-operativa e di evitare una eccessiva concentrazione di assetti in una sola Nazione o base”.
Appena tre mesi fa, la ministra della difesa Roberta Pinotti, rispondendo a un’interrogazione della senatrice Pamela Orrù (Pd), aveva fornito un dato diverso sulle componenti aeree NATO che opereranno dallo scalo aereo siciliano. “Presso la base del 37° Stormo dell’Aeronautica militare di Trapani-Birgi saranno rischierati 19 aerei italiani e 8 dell’Alleanza”, scrisse la ministra. “Gli aeromobili che prenderanno parte all’esercitazione decolleranno verso spazi aerei dedicati, il cui utilizzo è stato da tempo coordinato con l’Ente nazionale dell’aviazione civile (ENAC). Al fine di minimizzare l’impatto con l’attività di volo dell’aviazione commerciale si è concordato con l’ENAC di evitare lo svolgimento di attività addestrativa durante il fine settimana interessato e nel relativo arco notturno, ivi incluso il venerdì notte. I decolli avverranno in modo scaglionato, senza interferire in maniera significativa con il traffico aereo locale, peraltro, in una stagione dell’anno che registra bassa affluenza turistica”.
“La NATO – concludeva Roberta Pinotti – nell’ambito delle attività preparatorie di ogni esercitazione e, ovviamente, anche di quelle complesse a livello multinazionale, pone la massima attenzione nel definire ogni aspetto relativo alla sicurezza delle operazioni e dei voli, in ottemperanza di quanto previsto da fonti normative di diritto internazionale e nazionale attualmente in essere. Si ritiene opportuno evidenziare che nel periodo dell’esercitazione è prevista la presenza nei territori di Trapani e Marsala di circa 1.000 militari italiani e di altri militari provenienti da diversi Paesi della Nato, con positive ricadute per l’indotto economico dell’area”. In Sardegna, sui disastrosi effetti sul territorio, l’ambiente e l’economia generati dalle esercitazioni militari italiane, NATO ed extra-NATO esiste una bibliografia infinita. Ma anche in Sicilia occidentale in tanti ricordano ancora come le operazioni di bombardamento aereo in Libia del 2011 scatenate proprio da Trapani-Birgi – e la conseguente chiusura (prima totale e poi parziale) dello scalo al traffico passeggeri – causarono il crollo nell’affluenza annuale dei turisti e la perdita di decine di milioni di euro per gli operatori locali.
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