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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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01/09/2014

Iraq: due città strappate allo Stato Islamico, attentati a Ramadi


Le forze curde agli ordini del governo regionale dell’Iraq del Nord e le milizie create dalle tribù sciite hanno riconquistato oggi la città di Sulaiman Bak strappandola allo Stato Islamico, smantellando una cruciale roccaforte che le milizie jihadiste controllavano ormai da undici settimane. "Sulaiman Bak è sotto il controllo delle forze alleate", ma c'è ancora pericolo per gli ordigni che i fondamentalisti potrebbero avere disseminato, ha spiegato Shallal Abdul Baban, responsabile della vicina zona di Tuz Khurmatu, secondo il quale i combattimenti per riconquistare il villaggio di Yankaja, sempre nella provincia di Salaheddin a nordest di Baghdad, sono ancora in corso.

Sulaiman Bek si trova vicino Amerli, città dove migliaia di civili turcomanni (o turkmeni, di religione sciita) erano intrappolati nell'assedio delle milizie jihadiste spezzato domenica dall’esercito iracheno e dai peshmerga, agevolati dai bombardamenti statunitensi e dalla pressione delle milizie popolari curde – Pkk e YPG – in diverse zone tra Iraq e Siria.

I 20mila abitanti turcomanni di Amerli, a 160 chilometri a nord di Baghdad, hanno resistito per due mesi all’assedio jihadista sopportando fame, sete ed esecuzioni di massa, finché domenica le forze antislamiste sono riuscite a penetrare in città mettendo in fuga i fondamentalisti sunniti di Al Baghdadi. «È un successo molto importante», ha esultato il generale iracheno Qassem Atta, pur ammettendo che in alcune zone della città si continua a sparare. Nella giornata di ieri è iniziata la distribuzione degli aiuti umanitari alla popolazione stremata.

Ma a ovest di Baghdad, nella provincia di Ramadi, proprio oggi due attentati kamikaze con autobomba hanno preso di mira le forze di sicurezza provocando almeno 13 morti mentre i feriti sarebbero 17. Una vettura è esplosa contro un edificio in costruzione usato come base dalle forze speciali e una seconda ha colpito uno sbarramento controllato da polizia e forze speciali. Ramadi, capoluogo della provincia di al Anbar, a maggioranza sunnita e alla frontiera con la Siria, è parzialmente in mano ai ribelli sunniti da inizio anno e le forze di sicurezza non sono riuscite a riconquistarne la totalità. Fallujah, a una quarantina di chilometri a est di Ramadi, è ugualmente caduta a inizio anno nelle mani dello Stato Islamico.
Secondo il tragico bilancio reso noto oggi dalle Nazioni Unite ad agosto in Iraq sono state circa 1420 le vittime dei combattimenti tra l’Isis e le varie forze che vi si oppongono, e 1370 i feriti, senza contare la provincia di Al Anbar.

Fonte

28/08/2014

Iraq - Bombe Usa contro l’assedio dei turkmeni

di Chiara Cruciati – Il Manifesto 

Dopo le operazioni di salvataggio messe in campo da Stati Uniti e peshmerga per salvare yazidi e cristiani, ora le bombe Usa potrebbero piovere in Iraq per portare in salvo gli sciiti turkmeni, la più ampia minoranza irachena – il 9% della popolazione, divisi tra Baghdad, Mosul, Irbil e Tal Afar. Da giorni è in atto una sanguinosa battaglia tra esercito governativo iracheno e miliziani jihadisti per il controllo della città turkmena di Amerli, vicina al Kurdistan iracheno e assediata dal gruppo di al-Baghdadi da oltre due mesi.

La popolazione in trappola, 12-15mila residenti, è allo stremo: mancano ormai cibo e acqua, non c’è più elettricità e i miliziani minacciano di morte tutti quelli che rifiutano di convertirsi alla personale religione dell’Isis. Decine di migliaia di turkmeni, prima residenti nelle città oggi occupate, sono stati costretti alla fuga verso il territorio kurdo, accanto a cristiani, sunniti e yazidi. La controffensiva guidata dal governo iracheno potrebbe essere sostenuta dai raid statunitensi: il presidente Obama sta valutando la possibilità di ordinare bombardamenti a sostegno dell’esercito di Baghdad e aiuti dal cielo per la popolazione civile, fanno sapere fonti vicine alla Casa Bianca.

Ai militari governativi, radunatisi a sud della città turkmena, si aggiungono le milizie sciite: migliaia di combattenti dell’organizzazione Badr e del gruppo Asaib Ahl al-Haq si sono ritrovati ieri nell’area di Tuz Khumartu, nella provincia di Salah-a-din, a nord di Amerli. Pronti a dare battaglia per rompere l’assedio jihadista. Martedì l’aviazione di Baghdad aveva già sganciato bombe intorno alla comunità contro le postazioni Isis e nelle settimane passate aveva lanciato beni di prima necessità e cibo.

Washington è chiamato a decidere a breve sia sui raid ad Amerli che sulla possibilità di un intervento in Siria. Dall’altra parte del confine, la situazione è ben più intricata che in Iraq e il timore di finire nella “trappola” di Assad per ora lega le mani ad Obama. Che per questo valuta l’opzione internazionale: una coalizione di volenterosi che partecipi all’azione militare contro l’Isis in Siria, dove da due giorni la Casa Bianca ha avviato voli di ricognizione per individuare le postazioni dei jihadisti. L’intenzione resta quella di evitare un coordinamento con il regime di Damasco – come chiesto dal ministro degli Esteri siriano, Muallem – che darebbe al nemico Assad una legittimazione internazionale inaccettabile per gli Stati Uniti.

A fare pressioni sono anche le Nazioni Unite: ieri la Commissione indipendente di inchiesta sulla Siria ha pubblicato un rapporto di 45 pagine nel quale accusa i miliziani dell’Isis di terribili atrocità: esecuzioni, flagellazioni, amputazioni e crocifissioni nelle zone siriane occupate. «Nelle aree sotto il controllo dell’Isil, soprattutto a nord e est – si legge nella relazione – il venerdì è diventato il giorno delle esecuzioni e delle flagellazioni nella pubblica piazza», a cui i miliziani impongono a tutta la comunità, bambini compresi, di assistere.

Nel mirino delle Nazioni Unite è tornato anche lo stesso presidente Assad, accusato come l’Isis di crimini di guerra: torture, morti sospette nei centri di detenzione, arresti di massa, uso di gas tossici. E mentre sul piano politico Assad rimpasta il governo dopo le elezioni di giugno e nomina premier Wael al-Halaqi, ex primo ministro nel 2012, sul campo la guerra civile continua. Ieri un capovolgimento di fronte ha avuto come teatro il sud della Siria, al confine israeliano. Gruppi di opposizione hanno preso l’unico valico di frontiera con le Alture del Golan Siriano (occupate da Tel Aviv nel 1967) dopo violentissimi scontri con le forze militari governative. A strappare di mano il valico di Quneitra ad Assad sono stati gli uomini del Fronte al-Nusra e di altre fazioni islamiste, già impegnate in dure battaglie con il regime per il controllo delle vicine città di Jaba, Rawadi e Tal Kroum, nella provincia meridionale di Quneitra.

Durante i combattimenti, in cui hanno perso la vita 20 soldati siriani e un numero imprecisato di ribelli, due colpi di mortaio hanno colpito il territorio israeliano, ferendo un generale dell’esercito di Tel Aviv. La caduta di Quneitra è una significativa sconfitta per Damasco: il solo checkpoint a sud verso Israele ha grande valore simbolico e permetterebbe alle opposizioni islamiste di affacciarsi su Israele.

Fonte

24/08/2014

Iraq: turcomanni circondati dai jihadisti, ondata di attentati

Dopo l'assedio agli yazidi sul Monte Sinjar, adesso sono gli sciiti turcomanni (anche chiamati turkmeni) della città irachena di Amerli ad essere circondati dai miliziani jihadisti dello Stato islamico e a rischiare le conseguenze della pulizia etnica dei fondamentalisti sunniti. Ieri il grande ayatollah Ali Al-Sistani, la massima autorità religiosa sciita dell'Iraq, aveva lanciato l'allarme e chiesto alle autorità di "andare in soccorso degli abitanti di questa città".

"La situazione degli abitanti è disperata e necessita di un intervento immediato per impedire un possibile massacro", gli ha fatto eco oggi il rappresentante speciale dell'Onu a Baghdad, Nickolay Mladenov, invitando il governo iracheno a "fare il possibili per rompere l'assedio e permettere agli abitanti di ricevere aiuti umanitari vitali o di lasciare la città in condizioni degne". Questa città di circa 20mila abitanti è circondata ormai da fine giugno dalle milizie jihadiste dello Stato Islamico e lamenta scarsità di cibo e altri generi di prima necessità.

Intanto, è di almeno 11 morti e 30 feriti, alcuni dei quali molto gravi, il bilancio dell'attacco kamikaze nel centro di Baghdad, compiuto con un'autobomba contro il quartier generale dei servizi dell'intelligence del ministero degli Interni iracheno. Le cifre sono state fornite dai responsabili della sicurezza di Baghdad.
Nessun gruppo ha finora rivendicato l'attentato, ma normalmente questo tipo di azioni sono opera dei gruppi fondamentalisti sunniti vicini ad Al Qaeda.

Sempre ieri un secondo attentato è avvenuto invece a Kirkuk, nel nord del paese. Secondo fonti mediche l’esplosione quasi simultanea di tre autobombe ha causato la morte di almeno 20 persone, mentre i feriti sono più di 70. Due delle tre vetture imbottite di esplosivo sono saltate in aria nei pressi di un edificio in costruzione usato dalle forze di sicurezza, mentre la terza esplosione si è verificata all’entrata di un mercato.

Fonte