Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

17/02/2011

We are GENOA.

Se dicessi che il calcio moderno è diventato una colossale pagliacciata (per vari motivi che non sto qui ad elencare) penso che nessuno dovrebbe offendersi, così come se affermassi che Roberto Baggio sia stato l'ultimo vero grande campione e uomo di questo sport: l'ultima stella di un firmamento dove ormai ci sono solo buchi neri.
Fortunatamente, però, ci sono eventi come quello di ieri, serata di recupero per il 103esimo Derby della Lanterna (per chi non lo sapesse rinviato, poco prima di Natale, causa inagibilità del campo dovuta alla copiosa nevicata abbattutasi su Genova) che risvegliano in me emozioni che sembravano sepolte. L'atmosfera che si respira non è delle migliori: le due compagini, infatti, non stanno certo attraversando un periodo memorabile, essendo annoverate tra le due più grandi delusioni dell'anno calcistico 2010-2011: una, partita indubbiamente come regina del mercato estivo, l'altra addirittura (e con una bella dose di culo, aggiungerei) qualificata per i preliminari di Champions League. Fatto sta che, per una serie di errori societari (vedi la svendita stile 3x2 del presidente Riccardo Garrone, ndr) ora entrambe le squadre si trovano quasi a lottare per non retrocedere nella serie cadetta. Se in più aggiungiamo la serata metereologicamente avversa, che rende il prato del Luigi Ferraris una poltiglia (un sincero ringraziamento all'amministrazione comunale per aver distrutto, ai tempi del mondiale di Italia '90, uno dei migliori terreni di gioco italiani) e i rumors locali che annunciano, sposando la tesi del "meglio due feriti che un morto" la più classica delle "torte", ribattezzando la stracittadina con un tristissimo "Il derby dei mìsci" (poveri in dialetto, ndr) si può capire come l'entusiasmo tenda a scemare. L'ilarità però non mi abbandona, soprattutto quando, appena accesa la televisione, la coppia di telecronisti targata Mediaset Premium si lancia in un paio di dichiarazioni a dir poco buffe, sostenendo che sia la sampdoria a fare gli onori di casa. Qui si sfiora il grottesco, in quanto:
  • Lo stadio comunale di Genova è stato chiaramente intitolato alla memoria di un ex calciatore rossoblù .
  • La sopracitata squadretta, cha indossa una divisa che ricorda più una società di ciclismo piuttosto che di calcio, non rappresenta minimamente il capoluogo ligure. Prima di questa, infatti, ne verrebbero altre (Sestrese, Molassana, Pontedecimo) sia in ordine cronologico che di importanza: fu infatti fondata nel 1946 dalla fusione di due società sull'orlo del fallimento, supportata prevalentemente da gabibbi o cacirri (meridionali in dialetto, ndr) emigrati, appunto, in una delle tante delegazioni genovesi. Ecco spiegato quell'aborto di nome (grammaticalmente scorretto, oltretutto) sposato da un obbrobrio cromatico, che farebbe invidia alla maschera di Arlecchino. Ricordo altresì che i tifosi di questa ridicola compagine, una volta usciti dalla Sopraelevata (strada a scorrimento veloce che li collega al capoluogo, ndr) è come se fossero già in trasferta.
Ora, partendo da queste basi, spiegatemi voi come fanno tali foresti ad essere considerati "di casa".
Detto questo,veniamo al piatto forte: la partita
. I primi minuti fanno già presagire quello che sarà, ovvero un vero e proprio dominio da parte del Grifone: pronti via e lo slovacco Kucka, un vero carrarmato, fa fuori in corsa tutto il centrocampo avversario e spara un destro rasoterra che fa la barba al palo. E da li comincia il dominio, sia sotto l'aspetto tecnico che tattico, della squadra del gelido Ballardini: azioni in velocità, dinamismo, pallonate a ripetizione, traverse che tremano per un paio di volte, un Genoa senza dubbio sceso in campo con lo spirito giusto, senza paure (e di chi poi???) e caricato a mille, onorando in pieno il motto del popolo genoano: "Vogliamo 11 grifoni". L'altra squadra? Inesistente, tant'è vero che l'unica occasione avuta viene praticamente regalata da un disimpegno errato della difesa rossoblù: nettamente annichiliti!
Dopo l'ennesimo legno colto da capitan Rossi (da 8 in pagella) e un gol incredibilmente divorato dall'argentino Palacio si va al riposo, ancora a reti inviolate, ma con la chiara consapevolezza di esser superiori; non a caso il cartellone luminoso potrebbe tranquillamente citare: sampdoria 1 GENOA 4.
Ma il bello arriva adesso. A conferma del fatto che per i dirimpettai la "Nutella è ormai finita", arriva la perla firmata Rafinha, esterno brasiliano fino a questo punto del campionato piuttosto incompreso: grande sventola da fuori area, che gonfia la rete proprio sotto la gradinata nord, letteralmente in delirio (a qualcuno ha ricordato il gol di Branco in un' altra indimenticabile stracittadina, ndr).
Il resto è accademia in quanto la reazione degli avversari è pressochè nulla, e, anche quando a tratti esce fuori quel poco orgoglio rimasto, ci si rende conto della pochezza della squadra blucerchiata: usando un eufemismo, diciamo che nei loro ranghi non vedo giocatori alla Pippo Inzaghi (che, per inciso, segnerebbe anche a bordo di una sedia a rotelle) pronti a sfruttare l'eventuale occasione.
Ancora il tempo per l'ennesima occasione gol capitata sui piedi del capitano e si chiude il sipario: derby dominato e giustamente vinto (succede spes
so ultimamente, ndr) e la colonna sonora, gridata a squarciagola dalla Genova che conta, è sempre la stessa : "Oh Baccicin vattene a ca' - to moae 'a t'aspeta !!!".

Ma la goduria non è certo finita qui: basta infatti sintonizzarsi su RaiUno, dove troviamo un sorridente Luca Bizzarri (attore genovese che, insieme all'amico Paolo Kessisoglu, la coppia di statuine Rodriguez/Canalis e, dulcis in fundu, il comodino Gianni Morandi, tentano di rendere interessante il 61esimo Festival della canzone italiana) che annuncia, in mondovisione (che parolone, ndr) il risultato del match da poco concluso. Per la cronaca, dopo la notizia si è esibito Max Pezzali cantando un pezzo pietoso, in linea con le pubblicazioni degli ultimi quindic'anni, dimostrando per l'ennesima volta di essersi completamente dimenticato i tempi di Jolly Blue (forse perchè, come sostengono in molti, le liriche di quei pezzi non sono farina del suo sacco).
Ancora un po' di zapping e ritorno a farmi due sonore risate sulle emittenti locali, dove ho l'ennesima prova del tanto declamato stile-samp: il simpatico Duccio, diventato improvvisamente impopolare, viene insultato pesantemente e preso a sputi in faccia dai propri fedelissimi. D'altronde cos'altro aspettarsi da gente che ha avuto come idoli Antonio Cassano e Francesco Flachi?
Chiudo con un personale consiglio al petroliere dal braccino corto: invece di pensare ad improbabili progetti in ancora più improbabili posti, perchè non fare un summit con Gabriele Volpi, presidente dello
Spezia Calcio, in modo da onorare quella che da sempre è la filosofia dell' UC SAMPDORIA: il fondere assieme società di merda!!!



15/02/2011

I don't wanna hear it!

Non c'è niente da fare, mi sento in colpa per non avere ancora reso il giusto tributo a Ian Mackaye: indiscusso leader della leggenda Minor Threat (una delle formazioni più influenti dell'intero panorama rock), nonché iniziatore della Dischord Records.
Nati dalle ceneri dei Teen Idles, fondati con Jeff Nelson ai tempi del college, i Minor Threat di Washington DC sono la band hardcore per antonomasia, non l'unica, non la prima, ma La band hardcore: se dovessi descrivere ad uno appena sbarcato sulla terra il movimento... ecco, proprio loro sarebbero i primi a cui farei riferimento, sia a livello musicale che concettuale.
I primi 2 EP (l'autointitolato e "In My Eyes", entrambi del 1981) istituirono e declamarono definitivamente questo genere portando poi a tutta una serie di genesi ed evoluzioni: esempio lampante è il thrash metal, che sicuramente deve molto a questa degenerazione del punk classico. Soprattutto il "primogenito" fu straordinariamente significativo: oltre a presentare una violenza condensata in pochissimi secondi raramente sentita prima, portò anche alla nascita del famoso movimento "Straight Edge" (che sposo in pieno, ndr) il quale esalta valori in controtendenza con i classici luoghi comuni del rock: ovvero avversione verso eccessi e stravizi, allora (e non solo...) imperanti grazie a coglionazzi emuli di quella merdaccia che risponde al nome di Sid Vicious.
Credo che la grandezza dei Minor Threat, e di una mente brillante come quella di Ian, sia stata appunto quella di coniugare la bravura e la lungimiranza come musicisti a quella di veri e propri modelli di riferimento di una comunità. Comunità che, col passare del tempo è incredibilmente decaduta, ma non certo per colpa loro.
Tornando a parlare di musica... nei due lavori sopracitati, risiedono se non i veri Minor Threat, senza dubbio quelli più selvaggi e primordiali. Purtroppo, però, il giocattolo rischiò di rompersi quasi subito: nel tempo intercorso tra la pubblicazione di In My Eyes e quella del primo album "Out of Step" (unico LP della band, 1983) la band si divise per un breve periodo, salvo poi riformarsi su sollecitazione di H.R. dei Bad Brains, arricchendo la line-up col chitarrista Steve Hansgen, il quale permise così al precedente bassista Brian Baker di passare alla seconda chitarra.
"Out of Step" presentava certi elementi di cambiamento, seppur lieve, rispetto al passato: la prima cosa che salta subito agli occhi e alle orecchie è la durata dei singoli brani, alcuni dei quali superano abbondantemente i due minuti, e, pur rimanendo piuttosto aggressivi e veloci, si distaccano dall'hardcore più puro ed intransigente degli esordi: certo, rimangono 100% Minor Threat ma percorrono però la strada dell'evoluzione del proprio genere, un genere, l'hardcore, per molti aspetti fantastico ma senza dubbio limitante per altri.
Dopo questo album la band si sciolse definitivamente ( per disaccordi sulla direzione musicale da prendere) e nel '85 uscì postumo l'ultimo EP "Salad Days", il passo definitivo verso la fine di questo progetto e l'inizio della nuova, ancor più breve, esperienza Embrace prima dei celeberrimi Fugazi.
Tornando alla "Minaccia", se volete farvi un'idea della grandezza della band procuratevi la "Complete Discography", che, oltre a includere i lavori descritti poco sopra, ci regala anche un paio di imperdibili inediti.
Ecco una piccola testimonianza della "cagnara" che regolarmente scoppiava ai loro concerti, la quale non fa altro che aumentare il magone a tutti quelli che, per chiare questioni anagrafiche, si sono persi quei tempi...

13/02/2011

La massima del giorno.


"Nel folk si rifugiano tutti i derelitti che a ferragosto non possono andare in spiaggia perché si ritrovano un colorito da cadavere."

11/02/2011

La rabbinata dell'anno - Reprise!

Tempo addietro, quando parlai di reunion, fui piuttosto benevolo nella valutazione del movimento. Ora, però, alla luce dell'esasperazione quotidiana cui è sottoposta questa corrente il mio giudizio inizia a radicalizzarsi inesorabilmente, soprattutto in merito alla scena Italiana.
Come è risaputo, o almeno così dovrebbe essere, per caratteristiche antropologiche proprie l'Italia non ha mai avuto una scena rock e conseguentemente metal degna di tale appellativo, saltando di fatto almeno una cinquantina d'anni di sviluppo artistico in musica. Se questo fattore può essere considerato una parziale giustificazione alla riproposizione di gruppi dallo scarso impatto all'interno di determinate correnti, non ritengo accettabile che venga assunto come pretesto per piazzare sul piedistallo formazioni che alla prova dei fatti, soprattutto uscendo dai confini nazionali, assumono connotati decisamente più modesti.
Personalmente, ho piene le scatole di sentir esaltare gente come:
  •  la Strana Officina che viene annichilita da qualsiasi artista hard & heavy di second'ordine che si poteva trovare nei medesimi anni nell'ex Germania Ovest o in Inghilterra
  • i Sadist, unicamente meritevoli d'aver proposto nel nostro sterile mercato, correnti già ampiamente sviscerate anni prima all'estero (vedasi Coroner, Voivod, Nocturnus e Atheist tanto per fare qualche nome)
  • la coppia Necrodeath/ricostruiti Ghostrider, ogni giorno sempre più grotteschi per dichiarazioni d'intenti e sperticato amore nei confronti dell'old school (di cui Peso perse memoria negli anni '90, quando l'imperativo era suonare moderni per non perdere il treno dei trend allora in voga)
Ovviamente, i più scandalosi sono i Ghostrider, che consci di non avere proprio niente da dire, sì dedicano al revisionismo della propria storia per trovare uno straccio di legittimazione che giustifichi la riesumazione che hanno messo in campo. Non ci credete? Date una letta a questa intervista, una delle tante cui sì sono sottoposti per far girare nuovamente il nome.

Pure la musica s'è berlusconizzata al ritmo di moneytalks.
Che PENA!

10/02/2011

Wasted... again!

Mentre il carbonizzato porta avanti il discorso dei gruppi metal da lui ritenuti fondamentali, io faccio lo stesso col genere che, ultimamente, mi rappresenta di più: il punk/hardcore (anche se etichettare la band in questione in un solo genere è un po' limitativo).
I Black Flag sono stati il pugno in pieno volto sferrato alla California della prima metà degli anni Settanta: quella che surfava allegra sulle onde, che ammiccava dalle spiagge affollate di bionde da copertina e che cominciava a sognare, ottimista e benpensante, il futuro della Silicon Valley.
Hermosa Beach è squassata dall'eco devastante delle esibizioni dei Ramones (che a me, sinceramente, non hanno mai fatto impazzire, ndr) quando Greg Ginn, ex studente a UCLA e futuro chitarrista, decide di mettere su una band per sfogare i propri istinti. All'inizio si chiamano Panic e la prima line-up vede Chuck Dukowski al basso, Keith Morris (futuro fondatore dei Circle Jerks) alla voce e Brian Migdol alla batteria: un quartetto dalla potente etica del lavoro se è vero che provano e riprovano incessantemente giorno dopo giorno, ora dopo ora. Per evitare confusione con un'altra band omonima decidono di scegliere il nome Black Flag, onorando la bandiera anarchica e uno spray contro gli insetti che porta lo stesso nome. Il loro logo è disegnato da Raymond Pettibon (autore di buona parte delle copertine dei loro dischi), e la band comincia a farsi conoscere piazzando il proprio simbolo sui muri di Los Angeles. In quegli anni le possibilità di suonare per una band punk non sono poi molte ed è così che nasce la filosofia "do it yourself", i Black Flag suonano ovunque: festicciole scolastiche, parcheggi, parchi pubblici, locali malfamati e spiagge abbrustolite, guadagnandosi una solida reputazione tra i primi fan e nei dipartimenti di polizia, allertati dalle risse che regolarmente esplodono in sede live.
Ginn è la mente creativa musicale, Dukowski quella pratica organizzativa e dal loro binomio nascono le prime registrazioni e i primi concerti, nonostante il susseguirsi di vocalist che si alternano da quando Morris lascia la band nel 1979, per divergenze creative con Ginn, e fino all'arrivo di Henry Rollins (all'anagrafe Henry Lawrence Garfield, proveniente dai disciolti S.O.A.) nel 1981: prima Chavo Pederast aka Ron Reyes, un fan imbarcato per breve tempo, poi Dez Cadena (ultimamente nei Misfits, ndr), altro fan senza nessuna formazione musicale che lascia dopo lo stress vocale dei primi tour. Anche Henry Rollins è un altro fan, che i Black Flag conoscono quando affrontano un tour sulla east coast dalle parti di Washington DC, dove il muscoloso vocalist viveva all'epoca; Henry finisce quel tour come roadie mentre impara i testi e impressiona la band con la sua cultura musicale prima di diventare l'emblema del gruppo occupando l'immaginario collettivo con i suoi show a petto nudo, tatuaggi, sputi e risse con il pubblico.
Il 1981 è anche l'anno di uscita di "Damaged" che arriva dopo gli ep "Nervous Breakdown" e "Jealous Again", primi prodotti della neonata e artigianale etichetta SST Solid State Transformers che negli anni pubblicherà, tanto per fare un nome, i Bad Brains ( 'sti cazzi, ndr).
"Damaged" è la cannonata di una perfetta macchina da guerra musicale, è lo strazio urlato e devastante di una generazione, tre accordi che segnano un'epoca e uno stile. Il disco doveva essere distribuito dalla Unicorn Records che però si tira indietro adducendo la scusa dei contenuti contrari alla morale della famiglia (ma in realtà si tratta solo di una "banale" crisi economica, visto che di li a poco la label collassa sui debiti), i Black Flag lo pubblicano per la SST, si imbarcano in una causa legale che gli impedisce per un certo tempo di usare il loro nome (infatti la compilation "Everything Went Black" compare come somma dei contributi individuali) e fregandosene di tutto lo portano comunque in tour.
Dopo "Damaged" Dukowski fa un passo indietro mollando il basso a Kira Roessler che alla potenza seminale dei Black Flag apporta un tocco più intellettuale e sofisticato, di li a poco esce una raffica di album contrastanti e stordenti che denotano l'ambizione di ricerca di Ginn. Dopo l'antologia "The First Four Years" (con ep e singoli pre–Rollins) escono "My War" (con alla batteria l'ex Descendents Bill Stevenson), poi "Slip It In" all'inizio del 1984: dischi che denotano le prime influenze da parte dell'heavy metal americano alla Black Sabbath e, nello stesso anno, "Family Man", uno dei lavori più sperimentali e arditi anche per la scelta della copertina in cui compare un padre di famiglia che impugna una pistola diretta alla sua tempia mentre moglie e figli giacciono massacrati ai suoi piedi.
Dopo questa escursione verso la musica degli Hüsker Dü e il successivo "Loose Nut" del 1985 i Black Flag tornano alla potenza devastante degli esordi con "In My Head" per poi sterzare ancora improvvisamente con "The Process Of Wedding Out", ottimo esempio di "jazz-punk" violento, iconoclasta e avanguardista. Ancora un album, registrato dal vivo, "Who's Got The 10 1/2 ?" e, un giorno di agosto del 1986, Ginn chiama Rollins per dirgli che stava abbandonando la band. I Black Flag avevano chiuso i battenti per sempre, con una telefonata: che amarezza!!!

Il teorema

In anni di frequentazione più o meno produttiva della rete, l'esternazione maggiormente interessante in materia di musica che mi è capitato di leggere recitava più o meno così "il disco più bello di un gruppo è sempre quello che precede l'album più venduto".

Sì tratta di un teorema piuttosto lineare, che inquadrato in una certa ottica critica può assumere notevole veridicità, soprattutto se lo sì riferisce alle carriere di grandi nomi come AC/DC, Megadeth, Sepultura e Metallica.

Come sanno anche i sassi, gli ex thrasher più famosi dell'universo giungono al botto discografico definitivo con il Black Album, che in breve s'imporrà come la pubblicazione metal più conosciuta (e venduta) del globo. La prova di oggi sarà dunque quella di dimostrare il teorema dibattendo la bontà del disco che precedette il famoso auto titolato nero: And Justice for All.


Per i Metallica, Justice è lo snodo cruciale perché sì trova ad ereditare il testimone lasciato da Master Of Puppets e dalla scomparsa di Cliff Burton.

Dal punto di vista compositivo, questo è il primo disco che sì smarca nettamente dai lavori precedenti, a dispetto della continuità, comunque all'interno di una personale progressione stilistica, che sì riscontra partendo da Hit the lights e giungendo fino a Damage, Inc.

Gli elementi che differenziano Justice rispetto a quanto suonato prima sono essenzialmente tre:
  • l'estensione dei brani che qui giunge al parossismo (da cui i Metallica non si separeranno MAI più, mortacci loro!!!);
  • una produzione che, per usare un eufemismo, crea sfumature tutte personali ai brani;
  • una scrittura dei brani fuori dal comune, quanto a complessità, per gli standard della formaizone.

La risultante di tutto ciò è un disco su cui calza davvero una sola definizione: controverso.

Controverso perché, per la prima volta in un prodotto targato Metallica, l'estensione complessiva del minutaggio non è più solo delizia ma anche croce per l'ascoltatore.

Controverso perché la prestazione di Rusmussen al mixer è indirizzata alla creazione di un suono che alla prova dei fatti risulta asfissiante per l'economia dei pezzi. A farne le spese è prevalentemente il basso, declassato a un rimbombo informe privo di utilità e senso, anche perché il nuovo acquisto Newsted non necessitava d'essere messo in ombra per scarse capacità personali, anzi. L'unico elemento pregevole è la resa della batteria, a eccezione del rullante un po' secco, ma ben distante dalle nefandezze che si ascolteranno 15 anni dopo in St. Anger. Chitarre e voce, invece, sono più incisive su Master of Puppets.

La maggiore complessità tecnica dei brani, di per se non dovrebbe rappresentare un elemento di controversia, ma trattandosi dei Metallica è bene sapere che con loro le basilari regole dell'ordine perdono ragion d'essere. Immaginate cosa potrebbe fare un gruppo che da sempre non ha brillato per tecnica, quando si trova per le mani un po' di perizia in più... ovviamente sì monta la testa e probabilmente la motivazione alla base di brani così lunghi è da ricercarsi nella "smania" dei tre di mostrare al mondo quanto sono migliorati tessendo trame ritmiche più complesse rispetto a quanto facevano prima. Nulla da dire, in questo senso l'operazione è pienamente riuscita. Il terzetto storico, infatti, non si riproporrà mai più a questi livelli, un vero peccato perchè finalmente s'era guadagnato almeno parte degli sbrodolamenti che i metallari gli riversavano addosso incoronando quasi annualmente Hammett piuttosto che Ulrich come funamboli dei rispettivi strumenti. In quest'analisi, tuttavia, torna a pesare il fattore Newsted, che risulta nuovamente tagliato fuori senza valido motivo e con l'aggravante di privare il "Metallica sound" di un componente che al suo interno è sempre stato essenziale.

Rimanendo nella composizione, ma passando alle liriche, questo sono l'unico elemento a non presentare cadute rispetto al passato, anzi, Justice contiene i testi generalmente più ispirati e attuali che i Metallica abbiano messo insieme, basti ad esempio la title track e Dyers eve che tra l'altro è l'unico brano che per struttura può ricondurre ai precedenti lavori.

È venuto il momento di tirare le somme stabilendo se quanto espresso sin qui dimostri o confuti il mio teorema enunciato in apertura. A essere oggettivi, sono convinto che gli elementi descritti posizionino l'ago esattamente a metà dei due opposti, personalmente, però, credo che Justice rappresenti l'apice assoluto dei Metallica che per ragioni fuori da ogni logica hanno clamorosamente gettato al vento l'occasione, quanto meno, di bissare la portata epocale che critica e pubblico assegnarono a Master. Sarebbe bastato eliminare alcune inutili digressioni strumentali e deputare la giusta dignità artistica a Newsted per ottenere un disco degno di spolvero ancora maggiore di quello che, comunque, Justice è riuscito a guadagnarsi in vent'anni.

Chiudo, doverosamente, con il video clip metal per me più bello di sempre, per scelte artistiche di realizzazione e messaggio veicolato da un brano che trova analogo contraltare solo in Remember The Fallen dei Sodom.


07/02/2011

Egitto: quello che non sì dice.

Com'era ovvio aspettarsi, l'informazione veicolata sui canali standard è ben lontana dall'essere esaustiva e soprattutto imparziale sul caso egiziano. Ad andarci di mezzo è stata la percezione collettiva in merito alla portata di questi eventi, che sono purtroppo risultati drasticamente ridimensionati.
Anche volendo mettere da parte le questioni puramente etiche che la faccenda solleva (nella realtà dei fatti andrebbe invece fatto l'esatto contrario) non dovrebbe costituire argomento di discussione il fatto che le rivoluzioni nell'Africa Mediterranea andranno sicuramente a modificare gli assetti geo-politici di aree ben più estese rispetto alle singole nazionalità in gioco.
Alcuni siti di analisti più o meno attendibili, sì sono spinti a pronosticare un possibile revival della conflittualità arabo-israeliana precedente agli accordi di Camp David del 1978. Senza spingersi in territori catastrofisti (anche perché la pace tra Israele ed Egitto non ha certo impresso un giro di vite significativo alla stabilizzazione del Medio Oriente) andrebbe comunque preso atto che questa ennesima tensione nell'area potrebbe, come minimo, toccare le nostre tasche. Come? Beh con il probabile rincaro del prezzo del petrolio, soprattutto nel medio periodo o ancor peggio a causa di una nuova missione ONU/NATO/varie ed eventuali, volta a stabilizzare l'area o fare modesto cuscinetto tra fazioni scannano (l'UNIFIL insegna...) ovviamente tutto a carico del contribuente cui poi viene negata ogni forma d'assistenza sociale perché lo Stato è a un passo dalla bancarotta (con quasi 2000 miliardi di debito)!
Quindi, consci che questa marea di merda possa riversarsi sulle nostre spalle è bene (anche in virtù della semplice consapevolezza) essere informati.
Al momento il portale che ha fornito gli spunti più interessanti su Egitto e affini è stato PeaceReporter.net, leggere per credere:

Mediterraneo. Reazione a catena - la cronologia 

La rivolta d'Egitto vista con gli occhi di Teheran

Egitto, Hezbollah sta con la rivolta

Noam Chomsky sulla politica estera USA in Medio Oriente e Maghreb

L'analisi più valida della situazione, tuttavia, è presente in questo articolo, che personalmente mi ha lasciato completamente di stucco per precisione e chiarezza espositiva. Non leggerlo equivale a farsi un torto personale, credetemi!

La rivoluzione egiziana, inoltre, ha posto sul tavolo un'altra questione di notevole interesse, questa volta riguardante il settore delle comunicazioni. L'amministrazione Mubarack, infatti, s'è guadagnata il poco onorevole primato nell'eseguire fisicamente e fino in fondo lo scollegamento del proprio paese dalla rete internet. L'evento, che ai più sembrerà di poco conto, è invece essenziale al fine d'inquadrare come e quanto sono mutati gli assetti socio-culturali negli ultimi 15 anni soprattutto in merito al controllo dell'informazione e delle vite di ogni singolo (vedi assonanza web-facebook).
Anche in merito a questo tema lascio qualche spunto di riflessione interessante.

Spegnere Internet, in Egitto le prove generali

L'Egitto "spegne" Internet: è davvero possibile?

L'Egitto senza rete

Buona lettura.

05/02/2011

La rabbinata dell'anno.

E' prassi comune affidare i bilanci al termine dell'anno solare, o al massimo appena smarcate le feste comandate, come si fa negli esercizi commerciali quando si inventaria il magazzino. Io, però, preferisco fare le cose un po' più a cazzo campana, soprattutto quando il risultato finale lo do già per scontato.
E' il caso della rabbinata metal dell'anno appena trascorso, che nel 2010 ha trovato un protagonista impossibile da scalzare: i Ghostrider.
Se state pensando "chi cazzo è sta gente???" avete ben ragione di farlo! Gli unici ghostrider che io ricordo come tali, erano Maverick e Goose nelle scene iniziali di Top Gun, quando gli yankee fanno i fighi con i Mig (il 28, che non s'è mai visto, ma a Tony Scott perdoniamo questo ed altro) qui, invece, sì parla di un gruppo, per essere precisi dell'embrione da cui nacquero i Necrodeath , seminale formazione thrash italiana di fine anni '80, oggi molto meno degna di lustro rispetto a un tempo.
Se questi personaggi sono l'anticamera dei Necrodeath, per quale motivo starli a scomodare? Ovviamente per questioni spudoratamente commerciali, che assurgono giustamente al rango di rabbinata in quanto i nuovi Ghostrider, oltre a non poter millantare chissà quale primordiale produzione artistica di essenziale valore, non hanno nulla a che spartire con quelli di 26 anni fa (fatta eccezione per la ridicolaggine da copertina) ma sono, anzi, la fotocopia dei decadenti Necrodeath odierni.
Il redivivo scheletro nell'armadio rispolverato da Peso gode, tuttavia, di piacevole compagnia. I fratelli Hoffman, infatti, dopo il divorzio con Glen Benton nel 2004, hanno ben pensato di riesumare il nome con cui si facevano chiamare prima dell'era Deicide: Amon. Rabbinata colossale pure questa perché il cambio di nome avvenne immediatamente dopo la pubblicazione del secondo demo che contiene buona parte dei brani presenti nel debutto discografico dei Deicide.
E' veramente triste vedere degli artisti che sì riducono così nel tentativo di sbancare il lunario.