Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

02/12/2011

Se questo è un uomo


bersani_smanicatoTra il suicidio assistito del povero Lucio Magri e quello di Pierluigi Bersani la differenza non sta solo nel fatto che il primo è stato, purtroppo, un evento reale mentre il secondo fa parte di una di quelle metafore efficaci per comprendere la vita politica. Esiste infatti un fine vita colmo di senso della dignità che è restituito dalla dimensione del tragico, ed è il caso di Magri, e uno, e in questo Bersani è maestro,  in cui prevale il patetico.
E’ un peccato che una dichiarazione del segretario del PD di quest’estate non sia entrata tra i cult della comunicazione politica che finiscono su youtube. A inizio luglio, mentre cominciava la tracimazione del debito pubblico e lo sgretolamento della borsa di Milano, un Bersani versione battagliera si faceva intervistare dal consueto microfono amico. “Noi non ci faremo mettere in ginocchio dalla speculazione”,  affermava Bersani con il tono fuori contesto del cliente del mercato all’ingrosso delle carni , “siamo un grande paese”. Ci mancava stringesse i pugni per mostrare la grinta, come avrà visto fare nei manifesti dei raduni di boxe o del circo dei primi anni ‘60 nella provincia piacentina dove è nato, e lo spettacolo avrebbe potuto dirsi completo. Il segretario si apprestava così a votare una finanziaria patriottica, benedetta da uno dei personaggi meno chiacchierati e più pericolosi della storia della repubblica ovvero Napolitano, assieme al centrodestra di Berlusconi. La storia, come sappiamo, sa essere impietosa con i personaggi improvvisati. E infatti, non solo poche ore dopo la finanziaria patriottica votata da Bersani, il grande paese si è fatto mettere in ginocchio, ma ad agosto era già commissariato da Ue, Bce, Germania e Francia, mancava giusto l’Uefa, mentre oggi il Pd si appresta in questi giorni a votare di fatto la quarta finanziaria dettata da Francoforte in cinque mesi. Un tempo si sarebbe detto che è stato fatto un’errore di analisi sulla fase. Ma il Pd è un partito che l’analisi l’ha esternalizzata a consulenti, esperti di marketing, giuslavoristi, insomma a chiunque rappresenti il mondo del nuovo liberismo. Il suo problema è stare dentro la fase a prescindere dal senso e dai danni che può, con questo comportamento, combinare ad un paese.
D’altronde cosa ci si può attendere da un uomo, che nel bel mezzo della prima crisi del governo Berlusconi, estate 2010, propone pubblicamente l’uomo più odiato dai suoi elettori, Giulio Tremonti, come presidente del consiglio? O da un ex ministro economico che, quando la crisi era già grave e sistemica, duettava con Tremonti in televisione dicendo che “l’Italia ha bisogno di sollievo, un mezzo punto di pil in più”? Lo stesso senso di chiedere l’esposizione di bandiere nazionali negli uffici pubblici durante la grande depressione americana, insomma.
Il bello è che l’assenza di significato dei discorsi pubblici di Bersani è talmente marcata che nessuno ne ricorda più né la sequenza logica né quella temporale. Nemmeno i suoi avversari interni hanno evidenziato il fatto che, fino al richiamo all’ordine di Napolitano a inizio novembre, Bersani ha insistito a lungo, dopo un’epopea di correzioni di rotta insignificanti quindi impercettibili, con le elezioni immediate per “dare aria nuova al paese”. E’ finita con l’appoggio ad un governo, candidato a impoverire il paese in nome del rigore dei conti e dei profitti a breve sia economici che finanziari, dove i tre segretari maggiori che lo sostengono si riuniscono clandestinamente negando di essersi visti.
Quanto alla visione della politica economica, Bersani neanche riesce a stare al passo con il nuovo liberismo. I suoi discorsi parlano di un paese, tutto ricavato dall’esperienza emiliana (ma dei primi anni ’80), fatto di padroncini, piccole e medie imprese e rapporto organico tra imprenditore e lavoratore. Una sorta di piccolo mondo antico col marchio coop la cui assenza di realtà, evidentemente, non deve causare un gran problema. E che dire del fatto che non si ricorda di Bersani, in un certo senso meno male, un discorso significativo in politica estera? In un momento in cui accettare la politica economica e fiscale proposta dalla Germania o meno, ne va del destino di un paio di generazioni di questo paese, il silenzio di Bersani su questi temi ha dell’incredibile. Perché non fa arrabbiare, l’uomo è talmente sproporzionato rispetto al compito che viene solo da sorridere. Esprime un patetico che lascia allibiti piuttosto che scatenare il naturale risentimento verso le nullità pretenziose che causano danni.
Il bello è che, rispetto a una assenza di stategia, Bersani si caratterizza per essersi incartato nella tattica. Il PD è completamente nelle mani di Casini. Un risultato a suo modo storico: un partito che nei sondaggi è vicino al trenta per cento subordinato a uno che arriverebbe a malapena all’otto. Che la rincorsa al centro da parte del PD fosse conclamata lo sapevamo. Meno che questa rincorsa si risolvesse nella resa incondizionata. Adesso il PD si trova nella classica situazione politica di chi rischia davvero di perdere, forse tutto, qualsiasi cosa accada. Se il governo Monti funziona, salvando le classi dirigenti del paese e affossando la popolazione, per il PD il bagno di sangue alle prime elezioni è assicurato. Se il governo Monti non funziona il PD diviene inaffidabile per le classi dirigenti che spera di rappresentare. E dopo politiche che si faranno comunque sentire nel profondo della società causando una perdita, ci auguriamo irreversibile, di voti per il partito democratico.
Non resta che sperare nell’imponderabile, niente male per un partito fatto di amministratori che si vogliono pragmatici e concreti. Ma quando da questo partito si nominano dei numeri due come Penati, travolto da una spirale di scandali sulle tangenti, si comprende come un segretario simile sia emerso come interfaccia televisiva di un verminaio.
Bisogna dire però che Bersani rappresenta lo zoccolo duro del suo elettorato con naturale simmetria. Entrambi riflettono un’Italia minima, a prescindere dal reddito e dalla fascia sociale in cui si colloca, inespressiva e convinta che i propri piccoli, grezzi calcoli coincidano addiritttura con la realtà e la concretezza. Un’Italia oltretutto credulona che si nutre dei miti, l’”Europa”, il “mercato”, il “senso delle istituzioni”, tipici di una provincia disorientata da cose che le sembrano più grandi e terribili di lei. Ma si tratta di una Italia pericolosa che non esita a pronunciare la parola “sacrifici” senza indietreggiare di fronte alla crudezza, sempre meno simbolica, del significato di questa parola . E’ gente che, concettualmente parlando, fa ridere ma che non batterebbe ciglio se il mitico giudizio dei mercati gli chiedesse di mettere scaglioni di pensionati dentro i vagoni piombati.
Il suicidio assistito, da Napolitano, di Pierluigi Bersani può però trascinare nell'oblio non tanto un segretario di un partito mai nato ma anche quadri ed elettorato.  Vengono a mente, per senso del contrasto, le parole che un ex iscritto del Pdup ha scritto in memoria di Lucio Magri:
“caro segretario, un ultimo abbraccio. E’ stato un onore poterti seguire in tante battaglie politiche”.
Statene certi che quando arriverà il fine vita di Bersani nessuno scriverà parole simili. Perché il PD non ha mai combattuto una battaglia politica, sbagliata o centrata, per l’emancipazione delle masse di questo paese. Piuttosto una lunga guerra silenziosa, velenosa contro la popolazione italiana e i suoi stessi nessi di riproduzione materiale. In nome di una adesione al mercato e al potere, pallida quanto letale.
Si possono combattere battaglie politiche non condivisibili, almeno per chi scrive, come Magri. Ma è il modo come si conducono, persino quello in cui si muore, che rende un’esistenza veramente degna di essere vissuta. La parabola esistenziale di Bersani coincide invece con quella di un'italietta di non viventi, demograficamente rappresentata nel PD, che alle prese con problemi epocali liquida sé stessa e un paese. Nel culmine di un suicidio politico che non farà nemmeno spettacolo. E, visto il saldo legame tra politica istituzionale e società dello spettacolo, questo rappresenta il culmine dell’assenza di qualità. La speranza è che il nulla li travolga senza che li ricordi nessuno. Per certa gente basta la sentinella dello storico, poche pagine scarne che fanno scomparire nell’oblio nomi e vicende non necessarie, per il PD quasi tutto, e poi c’è solo la cenere.

Sobriamente infinocchiati!

Se vi hanno raccontato che quello del professorissimo Mario Monti sarebbe dovuto essere il governo del futuro e del cambiamento, ma Openpolis vi ha svelato che è il più vecchio della storia della repubblica italiana e dei Paesi dell’UE; se avete creduto che sarebbe stato il governo del miracolo e della rinascita e che ci avrebbe salvati dalla crisi economica, ma sfogliando i curricula del nuovo esecutivo vi siete accorti che è composto in gran parte da insigni accademici e grandi scienziati della finanza che non hanno mai detto una parola sul rischio di questo scriteriato sistema economico globale, salvo poi accreditarsi per risolvere i guai che esso ha creato; se sognavate che avrebbe marcato una frattura rispetto alla squallida politica degli ultimi vent’anni, ma avete sciaguratamente appreso che nomina ministri in pieno conflitto d’interessi e sottosegretari condannati e plurinquisiti; se, insomma, cominciate ad avvertire una leggerissima puzza di fregatura, allora è il caso che anche voi vi convinciate dell’assurdità di questo consenso sperticato ed unanime che si tributa al "sempre sobrio" Monti.

  Salve rarissime eccezioni, stampa e politici si sono messe in fila per la proscinesi collettiva, riportando alla memoria i dipendenti dell’azienda di Fantozzi che scattano sull’attenti quando il Santo direttore entra in mensa. Chi osa non dico dichiararsi contrario, ma finanche azzardare il benché minimo dubbio sul fatto che questo governo di presunti tecnici messo su in tre giorni sia davvero la soluzione migliore, viene guardato male, o tacciato di essere un pericoloso estremista, un complottista, un nemico della Patria perseguibile penalmente per vilipendio.

 Eppure, la realtà dei fatti è evidente. Sono arrivati a risolvere la crisi esponenti di spicco di un establishment politico-finanziario che ci ha scaraventati nel baratro della stessa crisi. Quello che però è ancora più assurdo è che la ricetta che tali esimi professoroni – non solo Italiani – vogliono proporci per uscire da questa crisi di sistema è di ristabilire e ricreare un sistema perfettamente uguale al precedente. Un sistema basato sulla finanza speculativa, sul debito, sulle grandi speculazioni internazionali. Si propongono misure correttive irrisorie – eurobond, intervento delle grandi banche per acquistare titoli di stato… – ma si continua a ragionare in termini di capitalismo e di liberismo sfrenato, con Stati indebitati che si scambiano il debito con altri Stati indebitati e le Banche Centrali (dalla Federal Reserve alla BCE) che vomitano soldi su soldi, creati ex novo, nelle casse delle istituzioni bancarie. Nessuno ha il coraggio di dire che questo sistema è fallito, e che bisogna trovare delle alternative.

 Magari basterebbe guardare al nostro passato per scoprire qualche soluzione e ricordarci che questi totem intoccabili come Capitalismo e Globalizzazione non hanno alcuna ontologica necessità. Noi oggi li consideriamo indistruttibili, immodificabili, eterni e naturali come la neve, il sole e il vento. Invece sono fenomeni nati in seguito a decisioni politiche. E dunque è proprio la politica che potrebbe, se illuminata da ideali e cultura adeguati, risolvere questi fenomeni che si sono rivelati dannosi per la nostra esistenza. Continuiamo ad affidarci ai grandi della Terra, ai tecnici. Pendiamo dalle loro labbra in attesa che vengano a risolverci i problemi, ma non consideriamo un fatto: queste caste di economisti e magnati della finanza, impegnati a salvaguardare i loro interessi e a perpetrare i loro privilegi, non devono essere poi troppo interessate a ridistribuire la ricchezza e migliorare la condizione di vita dei popoli. Il loro matra è rimpinguare le loro casse.

 E in questo sono bravissimi, visto che il 2% delle persone più ricche del pianeta detiene oltre la metà del patrimonio globale (la famosa champagne-glass distribution), mentre c’è un 60% di essere umani – quello più povero – che non arriva al 6% della ricchezza di tutto il mondo. E se si confrontano i dati del 2008 con quelli di oggi, ci si accorge che la crisi non ha fatto altro che aumentare il divario tra i ricchi e i poveri. Tra il 50% dei benestanti e il 50% di morti di fame, negli ultimi 3 anni il dislivello è aumentato del 40%. Forse che Goldaman Sachs, il gruppo Bildeberg, la Commissione Trilaterale e le altre banche/organizzazioni più o meno grandi da cui sono stati riciclati i nostri nuovi governati hanno mai alzato un dito per modificare questa follia economia che regola e governa il mondo? O piuttosto non se ne sono serviti per aumentare i profitti, condannando 3 miliardi di persone a vivere con meno di 2 dollari al giorno?

  È evidente che questo è un meccanismo economico fallimentare, oltre che fallito, che ci sta portando sempre più velocemente verso la povertà. Per ricostruire una società nuova non ci si può affidare agli ostinati difensori di vecchi sistemi.

Fonte.

Alla fine l'Islanda ha vinto

L’OCSE è davvero arrivato vicino a prevedere una recessione per l’Europa se i leader dell’UE non faranno apparire molto velocemente un prestatore di ultima istanza, e non riusciranno in qualche modo a far credere al mondo che il fondo di salvataggio EFSF esista davvero.
Anche se il disastro venisse evitato, la previsione di crescita per l’eurozona è terribile. Italia, Portogallo, Grecia avranno tutte una contrazione nel 2012, mentre Spagna, Francia, Paesi Bassi e Germania rimarranno ferme.

La disoccupazione raggiungerà il 18,5 per cento il Grecia, il 22,9 in Spagna, il 14,1 in Irlanda e il 13,8 per cento in Portogallo.
E l’Islanda svetta, con il 2,4 per cento di crescita e la disoccupazione che è scesa al 6,1. Bene, bene.
Ecco i dati dell’OCSE:


La politica islandese di drastica svalutazione assieme al controllo dei capitali non è stata il disastro che in tanti avevano diagnosticato. Il suo rifiuto di accettare il fardello delle perdite delle banche private non ha trasformato la nazione in una terra di lebbrosi.
Il paese è riuscito a tenere salda la coesione sociale. Se l’Islanda fosse stata nell’eurozona, sarebbe stata costretta a seguire le stesse politiche reazionarie della "svalutazione interna" e della deflazione del debito inflitte oggi alla massa dei disoccupati in tutta l’area soggetta a recessione.

Fonte.

01/12/2011

Behind glass walls

Debito e sovranità...

 Ammettiamolo, un po’ ci facciamo schifo tutti. Quando ci alziamo la mattina e ci guardiamo allo specchio, misurando quelle occhiaie che si allungano giorno dopo giorno, tutti pensiamo a come siamo potuti finire in questo modo. E’ stata colpa nostra? Siamo stati così fessi? Potevamo fare di più per evitare che l’Italia andasse a rotoli? Ci siamo rilassati troppo, cullandoci nella sicurezza delle nostre miserie quotidiane? Tutte queste domande passano nella mente di ogni italiano che ancora ha una coscienza dotata di pensiero consapevole.

  Ma se, dicendo che l’Italia ha venduto la democrazia per pagare il debito, si passa per complottisti, è innegabile che almeno un’affermazione sia sacrosanta: non abbiamo più una sovranità monetaria. Ce ne siamo resi conto da un giorno all’altro, quando schifati (e qualcuno perfino divertito) guardavamo uno dei più abili corruttori di tutti i tempi cadere, assieme al suo regno di menzogne, mentre dalle tasche ci stavano sfilando perfino il diritto di lanciare le poche monetine rimaste.

  Ora le parole più in voga sembrano essere debito pubblico, PIL, crescita, spread, moneta, Euro (addirittura Euro A e Euro B). E già mmagino l’italiano medio (me compreso) impegnato a destreggiarsi tra i culi delle veline, tra i comici divenuti politici, tra i politici divenuti comici, tra Emilio Fede, X-Factor e notizie apocalittiche come il crollo dell’Italia, dell’Eurozona, del mondo e dell’universo intero. Così, in questo mare catodico ormai pieno di cristalli liquidi, tutto inizia a mischiarsi e quasi a confondersi, come se ogni cosa facesse parte dello stesso spettacolo. L’economia si trasmuta nella finzione di un’imitatore, lo spread sbuca fuori dal tanga nei fondoschiena di Canale 5, le pensioni si mescolano allo starnazzare di una debuttante ai provini di un talent show canoro.

 Ma se proprio l’economia dovrà governare il mondo, è bene ricordare a tutti che stiamo parlando di una scienza sociale, che studia i comportamenti di noi comuni mortali. Quindi se oggi il problema fosse davvero il debito, vorrei perlomeno conoscere la persona a cui devo i soldi che quotidianamente guadagno e che il minuto successivo mi portano via. E invece c’è qualcosa che non torna, proprio sotto ai nostri occhi.

 Prendiamo le banche e partiamo dalla nostra, la Banca d’Italia. Dovrebbe essere pubblica, come dice la legge bancaria del 1936 e come ha ribadito una sentenza della Corte Suprema di Cassazione, invece è privata, così costituita:
  • Gruppo Intesa S. Paolo - 44,25% (proprio quella del neo Ministro Passera);
  • Gruppo Capitalia Unicredito - 22,12%;
  • Banca Carige - 3,96%;
  • Banca Nazionale del Lavoro - 2,83%;
  • Monte Paschi di Siena - 2,50%;
  • Cassa di Risparmio di Firenze - 1,85%;
  • Gruppo Banca Popolare Italiana - 1,23%;
  • Assicurazioni Generali - 6,33%;
  • RAS Assicurazioni - 1,33%;
  • altri soci (ma chi sono?) - 7,93%;
  • Inps - 5,00%;
  • Inail - 0,67%.
 E come se non bastasse, è curioso accorgersi che anche la composizione della Banca Centrale Europea, che per Costituzione Europea (anche se nessuno di noi l’ha mai votata o lontanamente discussa) è come si suol dire un ente sovranazionale sia probabilmente, per un gioco di scatole cinesi, in mano ai privati:
  • Banca Nazionale della Germania - 23,40%;
  • Banca di Francia - 16,52%;
  • Banca d’Inghilterra - 15,98% (paese fuori dall’Euro);
  • Banca d’Italia - 14,57%;
  • Banco de Espana - 8,78%;
  • Banca d’Olanda - 4,43%;
  • Banca Nazionale del Belgio - 2,83%;
  • Banca Centrale di Svezia - 2,66% (paese fuori dall’Euro);
  • Banca Nazionale d’Austria - 2,30%;
  • Banca della Grecia - 2,16%;
  • Banca Centrale del Portogallo - 2,01%;
  • Banca Nazionale di Danimarca - 1,72% (paese fuori dall’Euro);
  • Banca Nazionale di Finlandia - 1,43%;
  • Banca Centrale d’Irlanda - 1,03%;
  • Banca Centrale Lussemburgo - 0,17%.
  Come è possibile che alcune banche che non adottano l’Euro come moneta possano far parte nella composizione societaria della BCE? E soprattutto; se la Banca d’Italia è privata e se fa a sua volta parte di un altro organismo privato - come appunto la BCE -, a chi dobbiamo rendere conto del nostro debito? Chi è che ci sta prestando i soldi che, bontà sua, siamo costretti a restituire in comode e infinite rate, pena l'espropriazione della sovranità?

 A volte i ragionamenti più semplici e lineari permettono di vedere più chiaramente di qualunque altra sofisticazione intellettuale. Bisognerebbe solo essere di grado di esercitarsi a svolgerli fino in fondo, senza mai demordere, perché i comportamenti degli uomini hanno sempre una spiegazione, anche se può essere la peggiore possibile.

 Il problema, insomma, resta sempre quel dannato specchio ogni mattina, al quale sembriamo chiedere di continuo, nella disperata attesa di una risposta diversa: "Specchio, specchio delle mie brame, chi è il più fesso del reame?".

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L’Inghilterra si mobilita contro la riforma delle pensioni

Londra. Oltre due milioni e mezzo di persone hanno sfilato per le città dell'Inghilterra, durante quella che è stata definita la più grande azione di protesta del settore pubblico inglese dal 1979. Nel mirino dei dimostranti, la riforma pensionistica che lo scorso 3 novembre ha ottenuto parziale approvazione da parte della maggioranza di governo guidato dal conservatore David Cameron.
"Work longer, pay more and get
less", si alza il grido di protesta contro una riforma che prevede un aumento del 3,2% della contribuzione annuale sulla pensione a partire dal 2015, l'innalzamento dell'età pensionabile da 65 a 68 anni entro il 2046 e l'applicazione di un nuovo sistema di adeguamento all'inflazione che non terrà più conto di alcuni beni essenziali e particolarmente sensibili all'aumento di prezzi quali mercato immobiliare e council tax.
A Londra, la pioggia non ha scoraggiato il cordone quasi 20mila persone che alle 13:00 ha iniziato a marciare dal quartiere di Holborn, percorrendo compattamente lo Strand e Trafalgar fino a raggiungere Embankment, dove ha avuto luogo un sit-in conclusivo tra le rive del Tamigi e Downing street, location strategica per la vicinanza alla residenza ufficiale del Primo Ministro.
Tra gli interventi, anche quello del laburista Ken Livinstong, sindaco di Londra nel 2000, che ha denunciato come le pensioni dei membri del parlamento arrivano ad essere perfino dieci volte più alte di quelle del lavoratore medio del pubblico settore.
La manifestazione, che si è svolta senza disordini inattesi, è però riuscita nell'intento di mobilitare la capitale per un'intera giornata. Dalle scuole, chiuse per oltre il 70%, alle strutture sanitarie pubbliche, che hanno dovuto fare i conti con 35.000 scioperanti tra il personale ospedaliero, secondo le stime della London Ambulance Service (LAS).
Proporzioni e numeri che non hanno scoraggiato il primo ministro inglese che qualche ora fa dalle stanze del parlamento ha sminuito le proteste inglesi quali "damp squib", un fuoco di paglia, diremmo dalle nostre parti. Ma questo è ancora da vedere.

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Tra pochi giorni Monti dovrebbe togliere il velo alla nuova manovra economica (recessiva) che impatterà quasi certamente su pensioni e mercato del lavoro.
L'Inghilterra finirà dunque presto sui nostri schermi?
Belìn speriamo!

Verso la catastrofe con ottimismo

La crisi del 1929 fu finanziaria. La crisi attuale, iniziata nel 2008, non è soltanto finanziaria. Alla creazione di immense quantità di denaro spazzatura basate sul debito e quindi inesistenti, vanno sommati il cambiamento del clima, che ha sempre più rilevanti aspetti economici, e la scarsità di risorse energetiche. La crisi è quindi una e trina. Finanza, ambiente, energia. E' la fine di una civiltà (chiamiamola così...) che non può essere arrestata con i soli strumenti finanziari. E' necessaria una grande visione politica, non bancaria. Va ripensato tutto. Le basi economiche su cui si regge la nostra società stanno crollando a partire dall'energia. Il prezzo del petrolio è esploso. Nel 2011 il prezzo medio al barile supererà per la prima volta i 100 dollari su base annua. Il più alto dal 1864, anno in cui infuriava la Guerra di secessione americana. Si prevede che in pochi anni raggiungerà i 150 dollari/barile. La UE è tra le prime aree mondiali per importazione di petrolio. Nel 2011 pagherà 402 miliardi di dollari contro i 280 del 2010. Un aggravio 122 miliardi sulla bilancia dei pagamenti. Questo picco provocherà aumenti su quasi tutti i beni prodotti, anche sull'agricoltura (dal petrolio derivano i fosfati) e sui trasporti. Viaggiare potrebbe ridiventare un lusso come nell'Ottocento. Nel 2015 la UE sarà la prima importatrice mondiale di petrolio, un bene destinato ad aumentare per la sua crescente scarsità e per l'aumento della domanda, ormai bulimica, da parte dei Paesi emergenti come Cina e India. L'effetto serra e i cambiamenti climatici costano cari. Nel 2010 ci sono stati 950 disastri nel mondo con danni per 130 miliardi di dollari. Le emissioni di Co2 aumentano invece di diminuire e l'aumento di due gradi dovuto all'effetto serra è questione di mesi. Mentre i tre nuovi cavalieri dell'Apocalisse stanno scorrazzando per il pianeta, i Grandi della Terra, così definiti dai pennivendoli, pensano alla crescita. Nel 2035 il numero di automobili nel mondo raddoppierà arrivando a 1,7 miliardi. Verso la catastrofe con ottimismo.

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Ma che bel governo...

La nomina dei sottosegretari e viceministri del governo Monti non fa che confermare il profilo di fondo dell'esecutivo: un governo tecnocratico al servizio degli interessi più forti condito di un po' di sottobosco politico e di spartizione clientelare. I profili dei sottosegretari sono esplicativi di questa fisionomia e descrivono una filosofia politica che sta per essere confermata dalle prime misure economiche. Misure che saranno decise con uno spruzzo di "lotta alla casta" come dimostra il modo con cui si è condita la nomina di Vittorio Grilli a viceministro dell'Economia (in grado di ridursi del 70 per cento lo stipendio...!). In realtà stiamo parlando di un grand commis dello Stato che si è distinto per la guida del ministero dell'Economia e per essere un uomo fidato di Giulio Tremonti. Tanto che l'ex ministero dell'Economia voleva piazzarlo a tutti i costi alla guida della Banca d'Italia. Oggi viene premiato con un incarico più che rilevante visto che il ministro è lo stesso Monti, cioè il presidente del Consiglio, e quindi sarà Grilli a gestire la macchina del ministero. Una politica di continuità con il recente passato che viene mascherata dalla lotta ai privilegi.
Altra nomina politica è quella di Michel Martone, sottosegretario al Welfare. Nel vivo del dibattito sulla manovra estiva, in cui il governo Berlusconi stava per inserire il famigerato articolo 8, sul suo blog il professore della Luiss dichiarava tutto il suo sostegno a quella riforma e la sua visione politica relativa al dimagrimento dello Stato per diminuire il debito pubblico.
Poi ci sono veri e propri scandali come la nomina di Mario Ciaccia alle Infrastrutture già manager di Banca Intesa, la stessa banca diretta dal ministro Corrado Passera. Il management di una banca privata mette così le mani su un pezzo del governo, tra l'altro un pezzo decisivo.
Il profilo politico è ben rappresentato da questi tre nomi, relativi ai tre ministeri (Economia, Sviluppo economico e Welfare) che rappresentano il cuore dell'attuale governo, non a caso quelli i cui responsabili (Monti-Grilli, Passera e Fornero) sono stati indicati come la "cabina di regia" politica del'esecutivo.
Per il resto si può passare dall'indignazione al folklore. Molti, ad esempio, avranno notato che Maurizio Gasparri, capogruppo Pdl al Senato, ha subito sparato a zero contro le nomine "politiche", in particolare quella di Giampaolo D'Andrea (ex sottosegretario del governo Prodi e, va detto, piuttosto abile nel gestire i lavori parlamentari) ai Rapporti con il Parlamento. Però a zittirlo ci ha pensato il suo "collega" La Russa e la ragione è semplice: come sottosegretario alla Difesa viene nominato Filippo Milone che di La Russa è stato capo della segreteria politica e che è stato implicato anche nell'inchiesta in corso su Finmeccanica. Gasparri poi fa finta di non sapere che l'altro sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento è il tecnico del Senato, Antonio Malaschini, fedelissimo di Renato Schifani o che come sottosegretario alla Salute è stato nominato Elio Cardinali marito di Anna Palma capo segreteria politica del presidente del Senato. Poi va segnalato Carlo Malinconico, il presidente della Fieg, la "confindustria" degli editori che assume la direzione del Dipartimento dell'Editoria, cioè un controllato che diventa controllore mentre il delicato dossier delle Comunicazioni viene assegnato al nome più quirinalizio di tutti, Paolo Peluffo, già portavoce del governo Ciampi nel 1993.
Insomma, un po' di tecnocrazia più o meno liberista, molto apparato dello Stato - agli Interni vanno, Giovanni Ferrara, capo della Procura della Repubblica di Roma, "il porto delle nebbie" e Carlo De Stefano, capo dell'Ucigos grande esperto di anti-terrorismo - tanta continuità con le linee guida degli ultimi venti anni e un'omogeneità di fondo - si pensi ai due sottosegretari agli Esteri, Marta Dessù, fedele a Massimo D'Alema, e Steffan De Mistura, navigato uomo dell'Onu - l'ossequio alla politica dell'austerità, alla filosofia dello smantellamento dello Stato sociale e alla compressione dei diritti dei lavoratori. In una parola, il governo Monti.

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