Tra il 22 e il 24 marzo si è tenuta a New York la seconda Conferenza Mondiale ONU sull’acqua. La prima si è svolta più di 45 anni fa, e questo fa capire come il tema sia stato molto poco al centro delle preoccupazioni e delle collaborazioni internazionali, pur essendo sulla bocca di tanti politici.
Lo scenario delineato nell’incontro è decisamente peggiore di quello che si aveva fino a poco tempo fa. L’allarme era già stato dato dell’organizzazione di ricerca World Resources Institute, che aveva elaborato una mappa della carenza idrica, con 17 paesi a rischio altissimo entro il 2040.
Le Nazioni Unite danno dati ancora più allarmanti. Entro il 2030 la domanda di acqua dolce supererà l’offerta del 40%, e già oggi più di 2 miliardi di persone non hanno accesso all’acqua potabile, favorendo la diffusione di diverse malattie (colera, tifo, poliomelite, dissenteria).
Sono invece 1,2 milioni le morti causate dall’uso di acqua non sicura, e a complemento di questi dati un rapporto UNICEF conta circa 190 milioni di bambini messi in pericolo di vita dalla mancanza di acqua in dieci paesi dell’Africa. Sei di questi hanno da poco vissuto un’epidemia di colera.
Lo sviluppo di conflitti per l’accesso all’acqua è una realtà conclamata da tempo: ne sono stati censiti 94 tra il 2000 e il 2009, e sono diventati 263 tra il 2010 e il 2018. Il risultato è un circolo vizioso in cui gli scontri rendono ancora più difficile ottenere servizi idrici e igienici dignitosi.
La siccità causata dalla crisi climatica è anche all’origine di sostanziosi flussi migratori. L’IPCC, il gruppo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite, ha calcolato in quasi 90 milioni le persone fuggite da terre non più vivibili nel solo 2021. Entro la metà del secolo se ne stimano più del doppio.
Il rapporto prodotto dall’ONU in occasione della conferenza punta il dito innanzitutto verso le realtà più ricche del mondo, dove avviene la maggior parte del consumo e degli sprechi. Nel rapporto si delineano ben sette raccomandazioni chiave per affrontare il problema.
Si chiede di cancellare circa 700 miliardi di sussidi agricoli mal indirizzati. Il settore rappresenta il 70% dei prelievi mondiali, a cui si accompagnano anche le attività minerarie nel consumo eccessivo di acqua. Questa, viene detto, deve invece essere gestita come bene comune globale, essendo i vari paesi legati ai propri vicini nell’approvvigionamento.
Nel rapporto si fa anche esplicito riferimento alla necessità di lavorare con l’industria per indirizzare al meglio gli investimenti. Proprio questo sembra essere il punto più debole del testo: è proprio dall’aver dato al privato e alla sua ricerca di guadagno il ruolo determinante nel determinare lo sviluppo sociale ad averci portato dove siamo ora.
La contraddizione tra la garanzia dei profitti e la garanzia dell’ambiente l’abbiamo osservata diverse volte. È piuttosto ingenuo credere che le cose cambieranno per l’acqua, solo per l’incipiente crisi: il capitale non ha la capacità di ragionare sul lungo periodo, o almeno non così tanto.
Ha però la capacità di ragionare sulle occasioni più redditizie nel breve e medio termine, e l’acqua è una di quelle. Puntare sulle infrastrutture e nella gestione della risorsa potrebbero portare il privato ad avere 6,35 dollari ogni dollaro investito oggi, dice l’ONU stessa.
Ma soprattutto, «l’oro blu» ha un giro d’affari in crescita di un 5% annuo, che attira gli operatori finanziari. Al di là delle speculazioni dei fondi con vari strumenti attraverso le società del settore, dalla fine del 2020 esistono veri e propri futures sull’acqua della California, e il fenomeno sembra destinato ad espandersi.
Se siamo arrivati ad avere dei titoli derivati (ricordiamolo, all’origine delle peggiori bolle speculative che abbiamo vissuto) sull’andamento del prezzo dell’acqua, è innegabile che ormai ogni cosa sia diventata una merce.
La nostra vita è probabilmente quella che vale di meno, in questo mercato.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
04/04/2023
L’assassinio di Vladlen Tatarskij: terrorismo e genocidio liberal-democratici
La famosa “offensiva” ucraina di primavera è un miraggio prima ancora di cominciare. Semplicemente, scarseggia seriamente la carne da macello necessaria a fare da serventi ai miliardi e miliardi di dollari di armi che le “democrazie” liberali stanno inviando (con relativa bava alla bocca delle industrie belliche occidentali) alla junta di Kiev ormai quasi alla disperazione.
Nella quotidianità individuale, spesso la disperazione porta ai gesti estremi; a livello di liberal-democratici, porta al terrorismo. In certo qual modo, l’attentato a Piter contro Vladlen Tatarskij rientra in questa “logica”.
In questi giorni, il britannico The Times, citando l’ex Ministro dell’economia golpista, Timofej Milovanov (un collage di lauree tutte rigorosamente “democratiche”: dalle università del Wisconsin, alla Pennsylvania, a Bonn, Pittsburg, ecc.) scriveva che in Ucraina, tra fughe per renitenza, bassissima natalità negli anni principe della “indipendenza” post-sovietica e morti ammazzati in guerra, non rimangono più ventenni da spedire al fronte.
In base ai dati ONU, se nel 2021 si contavano in Ucraina circa duecentomila ragazzi e altrettante ragazze, ora rimangono circa sessantamila ventunenni maschi e cinquantamila femmine.
La junta nazi-golpista sceglie quindi la strada del terrorismo: ora quello individuale, dopo aver praticato per oltre otto anni, soprattutto, quello di massa, massacrando la popolazione civile del Donbass.
Ma non solo: basti pensare al giornalista ucraino Oles Buzinà o al deputato Oleg Kalašnikov, ai comandanti delle milizie Givi, Motorola, o allo stesso leader della DNR Aleksandr Zakarcenko.
Nelle grandi linee, sono state note da subito le circostanze dell’attentato contro Tatarskij (al secolo Maksim Fomin): a cominciare dalla circostanza che la principale sospettata, come era stato nel caso dell’assassinio di Darija Dugina, è una ragazza; pur se, in questi due casi, non si esclude qualche raggruppamento “autonomo” di nazionalisti ucraini votati alla guerra contro nazionalisti russi.
A questo proposito, la russa Vzgljad aveva notato, anche dopo recenti attentati contro dirigenti delle nuove regioni russe di Zaporož’e e Khersòn, che i Servizi ucraini stanno puntando molto sull’impiego di personale femminile per i raid in territorio russo.
Il fatto che la sospettata (al momento) principale sia russa, presumibilmente aggregata a qualche formazione “liberale”, non esclude con ciò stesso i legami coi Servizi ucraini o i rispettivi curatori.
Ora, non è che Fomin fosse quello che si dice uno “stinco di santo”. Secondo la russa Kommersant, il suo primo arresto, in una città di quella che sarebbe diventata la DNR, risale al 2011, per una rapina in banca, visto che il business del mobilio non ingranava; poi ha combattuto nelle milizie, nel battaglione “Vostok”.
Personalmente, lo si era seguito in varie occasioni sul suo notiziario alquanto “radical-nazionale”, ma oltremodo puntuale, sulle svolte nelle operazioni di guerra in Ucraina.
Sempre Kommersant scrive che il 30 settembre 2022, presente alla cerimonia in cui Vladimir Putin firmava l’atto di unione alla Russia di DNR, LNR e regioni di Zaporož’e e Khersòn, uscendo dalla sala Fomin avrebbe detto «Sconfiggeremo tutti, uccideremo tutti, rapineremo tutti quelli che devono essere rapinati, tutto sarà come piace a noi».
Ma non è certo per questo che è stato fatto saltare in aria.
Tra le versioni a proposito della matrice di tutta la serie di attentati commessi in Russia dai Servizi ucraini dopo il 24 febbraio 2022, non di poco peso è quella secondo cui (e i lettori italiani non faranno fatica a darle credito) sarebbero stati organizzati e curati dalla CIA, che avrebbe passato ai Servizi militari ucraini una serie di “cellule dormienti”.
Vi accenna addirittura il Washington Post e il trait d’union sarebbe un documento segreto firmato da Barack Obama poco prima di lasciare la Casa Bianca, relativo a operazioni in Russia da parte dell’Agenzia per la sicurezza nazionale e della CIA.
Queste gang demo-liberali hanno provveduto a mettere in piedi una rete di cellule da utilizzare in caso di guerra. Così che, andando indietro negli anni, è possibile far risalire tutti o la maggior parte degli attentati commessi in Russia, soprattutto negli anni duemila, a cellule jihadiste comandate, in un modo o in un altro, dalla CIA.
Ora, se l’ultima serie di attentati può farsi risalire a mano ucraina, rimane il fatto, su cui insiste il Washington Post, che gli obiettivi vengono comunque stabiliti da CIA e Casa Bianca.
In ogni caso, osserva Boris Džerelievskij su Segodnja.ru, pare chiaro che i nazisti ucraini e i loro curatori occidentali vedano nell’area dell’informazione il principale campo di battaglia della guerra terroristica, e considerino quale avversario più pericoloso non chi si limita a trasmettere notizie o testimoniare dei crimini dei nazisti, ma chi «lavora a formare l’ideologia russa della vittoria. E questo rientra perfettamente nell’interpretazione esistenziale americana della guerra contro la Russia».
Come risultato, scrive Aleksej Zot’ev, ancora su Segonja.ru, abbiamo genocidio e terrorismo quali fondamenti della politica di Kiev. Zot’ev mette l’accento quasi esclusivamente sul vero e proprio terrorismo ai danni dei fedeli della chiesa ortodossa russa, su cui le “democrazie liberali” non trovano nulla da ridire.
Per parte nostra, ci permettiamo di notare, con non falsa modestia, che genocidio e terrorismo sono esattamente i due elementi su cui si basava la “politica” dei “padri spirituali” degli attuali nazisti ucraini: il genocidio di OUN-UPA contro le minoranze non ucraine (basti pensare ai massacri di civili polacchi della Volynja), al servizio delle SS hitleriane durante la guerra, e il terrorismo contro rappresentanti del potere sovietico, a guerra terminata.
Ma tant’è, se i curatori materiali e spirituali dei terroristi ucraini sono coloro che, da sempre, contemplano l’assassinio e le stragi (di nuovo: cose risapute per i lettori italiani) quali metodi di “avanzata democratica”, non è che siano da meno tutti quei “nani” che, annusato l’affare, forniscono alla junta nazi-golpista armi vecchie (molte d’epoca sovietica) o già escluse dai propri arsenali, presentando poi il conto a prezzi correnti.
Ne parla il quotidiano USA Politico – ovviamente, per far risaltare l’aiuto “disinteressato” yankee, di contro alle forniture bavose dei paesi europei – mettendo nel cesto Finlandia, tutti e tre i Paesi baltici, Svezia; ma non c’è da dubitare che in molti altri paesi si siano volentieri inseriti nel giro.
D’altronde, sono queste le basi della “democrazia” liberale. La guerra in Ucraina non è che l’ennesimo fronte di accaparramento di profitti, in cui la truffa è contemplata quale “legittimo stimolo al capitale” e le cui vittime sono la stessa carne da macello ucraina, ormai in via di esaurimento.
Fonte
Nella quotidianità individuale, spesso la disperazione porta ai gesti estremi; a livello di liberal-democratici, porta al terrorismo. In certo qual modo, l’attentato a Piter contro Vladlen Tatarskij rientra in questa “logica”.
In questi giorni, il britannico The Times, citando l’ex Ministro dell’economia golpista, Timofej Milovanov (un collage di lauree tutte rigorosamente “democratiche”: dalle università del Wisconsin, alla Pennsylvania, a Bonn, Pittsburg, ecc.) scriveva che in Ucraina, tra fughe per renitenza, bassissima natalità negli anni principe della “indipendenza” post-sovietica e morti ammazzati in guerra, non rimangono più ventenni da spedire al fronte.
In base ai dati ONU, se nel 2021 si contavano in Ucraina circa duecentomila ragazzi e altrettante ragazze, ora rimangono circa sessantamila ventunenni maschi e cinquantamila femmine.
La junta nazi-golpista sceglie quindi la strada del terrorismo: ora quello individuale, dopo aver praticato per oltre otto anni, soprattutto, quello di massa, massacrando la popolazione civile del Donbass.
Ma non solo: basti pensare al giornalista ucraino Oles Buzinà o al deputato Oleg Kalašnikov, ai comandanti delle milizie Givi, Motorola, o allo stesso leader della DNR Aleksandr Zakarcenko.
Nelle grandi linee, sono state note da subito le circostanze dell’attentato contro Tatarskij (al secolo Maksim Fomin): a cominciare dalla circostanza che la principale sospettata, come era stato nel caso dell’assassinio di Darija Dugina, è una ragazza; pur se, in questi due casi, non si esclude qualche raggruppamento “autonomo” di nazionalisti ucraini votati alla guerra contro nazionalisti russi.
A questo proposito, la russa Vzgljad aveva notato, anche dopo recenti attentati contro dirigenti delle nuove regioni russe di Zaporož’e e Khersòn, che i Servizi ucraini stanno puntando molto sull’impiego di personale femminile per i raid in territorio russo.
Il fatto che la sospettata (al momento) principale sia russa, presumibilmente aggregata a qualche formazione “liberale”, non esclude con ciò stesso i legami coi Servizi ucraini o i rispettivi curatori.
Ora, non è che Fomin fosse quello che si dice uno “stinco di santo”. Secondo la russa Kommersant, il suo primo arresto, in una città di quella che sarebbe diventata la DNR, risale al 2011, per una rapina in banca, visto che il business del mobilio non ingranava; poi ha combattuto nelle milizie, nel battaglione “Vostok”.
Personalmente, lo si era seguito in varie occasioni sul suo notiziario alquanto “radical-nazionale”, ma oltremodo puntuale, sulle svolte nelle operazioni di guerra in Ucraina.
Sempre Kommersant scrive che il 30 settembre 2022, presente alla cerimonia in cui Vladimir Putin firmava l’atto di unione alla Russia di DNR, LNR e regioni di Zaporož’e e Khersòn, uscendo dalla sala Fomin avrebbe detto «Sconfiggeremo tutti, uccideremo tutti, rapineremo tutti quelli che devono essere rapinati, tutto sarà come piace a noi».
Ma non è certo per questo che è stato fatto saltare in aria.
Tra le versioni a proposito della matrice di tutta la serie di attentati commessi in Russia dai Servizi ucraini dopo il 24 febbraio 2022, non di poco peso è quella secondo cui (e i lettori italiani non faranno fatica a darle credito) sarebbero stati organizzati e curati dalla CIA, che avrebbe passato ai Servizi militari ucraini una serie di “cellule dormienti”.
Vi accenna addirittura il Washington Post e il trait d’union sarebbe un documento segreto firmato da Barack Obama poco prima di lasciare la Casa Bianca, relativo a operazioni in Russia da parte dell’Agenzia per la sicurezza nazionale e della CIA.
Queste gang demo-liberali hanno provveduto a mettere in piedi una rete di cellule da utilizzare in caso di guerra. Così che, andando indietro negli anni, è possibile far risalire tutti o la maggior parte degli attentati commessi in Russia, soprattutto negli anni duemila, a cellule jihadiste comandate, in un modo o in un altro, dalla CIA.
Ora, se l’ultima serie di attentati può farsi risalire a mano ucraina, rimane il fatto, su cui insiste il Washington Post, che gli obiettivi vengono comunque stabiliti da CIA e Casa Bianca.
In ogni caso, osserva Boris Džerelievskij su Segodnja.ru, pare chiaro che i nazisti ucraini e i loro curatori occidentali vedano nell’area dell’informazione il principale campo di battaglia della guerra terroristica, e considerino quale avversario più pericoloso non chi si limita a trasmettere notizie o testimoniare dei crimini dei nazisti, ma chi «lavora a formare l’ideologia russa della vittoria. E questo rientra perfettamente nell’interpretazione esistenziale americana della guerra contro la Russia».
Come risultato, scrive Aleksej Zot’ev, ancora su Segonja.ru, abbiamo genocidio e terrorismo quali fondamenti della politica di Kiev. Zot’ev mette l’accento quasi esclusivamente sul vero e proprio terrorismo ai danni dei fedeli della chiesa ortodossa russa, su cui le “democrazie liberali” non trovano nulla da ridire.
Per parte nostra, ci permettiamo di notare, con non falsa modestia, che genocidio e terrorismo sono esattamente i due elementi su cui si basava la “politica” dei “padri spirituali” degli attuali nazisti ucraini: il genocidio di OUN-UPA contro le minoranze non ucraine (basti pensare ai massacri di civili polacchi della Volynja), al servizio delle SS hitleriane durante la guerra, e il terrorismo contro rappresentanti del potere sovietico, a guerra terminata.
Ma tant’è, se i curatori materiali e spirituali dei terroristi ucraini sono coloro che, da sempre, contemplano l’assassinio e le stragi (di nuovo: cose risapute per i lettori italiani) quali metodi di “avanzata democratica”, non è che siano da meno tutti quei “nani” che, annusato l’affare, forniscono alla junta nazi-golpista armi vecchie (molte d’epoca sovietica) o già escluse dai propri arsenali, presentando poi il conto a prezzi correnti.
Ne parla il quotidiano USA Politico – ovviamente, per far risaltare l’aiuto “disinteressato” yankee, di contro alle forniture bavose dei paesi europei – mettendo nel cesto Finlandia, tutti e tre i Paesi baltici, Svezia; ma non c’è da dubitare che in molti altri paesi si siano volentieri inseriti nel giro.
D’altronde, sono queste le basi della “democrazia” liberale. La guerra in Ucraina non è che l’ennesimo fronte di accaparramento di profitti, in cui la truffa è contemplata quale “legittimo stimolo al capitale” e le cui vittime sono la stessa carne da macello ucraina, ormai in via di esaurimento.
Fonte
03/04/2023
Il viaggio di Kamala Harris in Africa contro un mondo multipolare
Si è conclusa ieri la settimana di viaggio di Kamala Harris, in Africa. La vicepresidente degli Stati Uniti ha visitato Ghana, Tanzania e Zambia, in una missione diplomatica che è esemplificativa del tentativo di Washington di fermare qualsiasi possibilità di sviluppo di un mondo multipolare.
L’Africa sarà del resto uno dei principali «campi di battaglia» delle grandi potenze della competizione globale. E per ammissione degli stessi funzionari a stelle e strisce la precedente amministrazione l’aveva dimenticata, mentre con la Harris siamo arrivati a 18 esponenti statunitense recatisi in 11 diversi paesi del continente dall’inizio del 2023.
La grande attenzione rivolta all’Africa in pochi mesi è la conseguenza del U.S. – Africa Leaders Summit svoltosi tra il 13 e il 15 dicembre dello scorso anno. In quel consesso Biden ha promesso investimenti per 55 miliardi di dollari in tre anni dall’altra parte dell’Atlantico, e accordi commerciali specifici con l’area di libero scambio che lì va formandosi.
La Harris ha infatti fatto dichiarazioni che, tradotte in cifre, significano miliardi di investimenti pubblico-privati per contrastare il cambiamento climatico e l’emancipazione delle donne. Sono stati annunciati aiuti per 100 milioni di dollari per i paesi che si affacciano sul Golfo di Guinea per la lotta all’estremismo islamico e all’instabilità.
Dietro questa scelta vi sono motivazioni ben poco umanitarie in realtà. La zona è da tempo vista dalla Cina come un terminale della sua proiezione militare: l’ipotesi di una base in Guinea Equatoriale è stato oggetto di una lunga trattativa. Non è un caso che anche gli USA stiano pensando di insediare un Africa Command sulla costa occidentale del continente.
Non è stato reso pubblico il luogo, ma la Liberia, che vanta storici legami con la Casa Bianca, è tra le possibilità più gettonate. Poco dopo l’annuncio, il presidente liberiano che in Italia conosciamo bene, l’ex calciatore George Weah, ha visitato il quartier generale della CIA in Virginia, rendendo le voci molto più concrete.
Bisogna poi ricordare che i paesi dell’area sono a contatto con la fascia del Sahel, dove Mali e Burkina Faso in particolare hanno vissuto rivolgimenti politici che hanno allontanato i governi locali dall’Occidente. Lì è più forte la presenza russa e cinese, che si stanno rafforzando accordo dopo accordo.
Il tentativo di Washington di ridimensionare i rivali in Africa si è dispiegato in questi giorni su vari ambiti. La Harris ha annunciato per il Ghana 139 milioni di assistenza fiscale nell’anno 2024, per far fronte ai problemi che, così come lo Zambia, sta vivendo a livello di finanze pubbliche.
Entrambi i paesi hanno sostanziosi debiti con la Cina, e il Ghana sta per esempio cercando di ristrutturarlo. Uguale lo Zambia, sul cui dossier Pechino ha subito accuse da parte degli Stati Uniti per ipotetici tentativi di ritardare i lavori in merito, stabiliti nel quadro comune del G20.
La Cina vorrebbe che anche altri attori internazionali e in particolare la Banca Mondiale fossero parte dei futuri accordi, qualunque essi siano. Il suo presidente sembra aver dato una risposta proprio domenica, quando ha espresso preoccupazione per i prestiti di Pechino ai paesi in via di sviluppo dell’Africa.
L’ipocrisia e la poca credibilità del vertice dell’istituto bancario, tra gli strumenti dello scricchiolante dominio globale statunitense, sono nelle sue stesse parole: ammette candidamente che tanti prestiti occidentali e della Banca Mondiale stessa non sono stati fatti con l’intento di fare il bene delle popolazioni locali.
Fred M’membe, leader del Partito Socialista dello Zambia, ha detto che “non è la democrazia e i diritti umani che [gli USA] stanno perseguendo in Africa. Stanno perseguendo i loro interessi geopolitici”. Proprio in Zambia, così come nella Repubblica democratica del Congo e in Tanzania, sono i colossi cinesi a gestire la maggior parte delle esportazioni.
Parliamo di paesi dove si concentrano parti consistenti delle riserve mondiali di coltan e cobalto, fondamentali per l’elettronica e per le batterie moderne. Difatti, nel gennaio di quest’anno l’amministrazione Biden ha firmato un memorandum con Congo e Zambia per sviluppare filiere locali e indebolire il legame con il Dragone.
Anche se ovviamente questa mossa può essere un gravoso bastone tra le ruote, non bisogna dimenticare che il volume del commercio tra Africa e Cina è cinque volte superiore a quello tra il continente e Washington. Né il Global Gateway europeo sembra poter attirare gli interessi infrastrutturali africani come i progetti cinesi.
La Cina sta infatti puntando molto nello sviluppo della rete sottomarina di cavi e le offerte di Huawei per investire nel continente sembrano assicurare ulteriore consenso al governo di Xi Jinping. Per questi motivi il Pentagono teme per la propria sicurezza informatica quando i propri militari, presenti in più della metà dei paesi africani, intrattengono relazioni coi locali.
Ma l’autonomia mostrata rispetto allo Zio Sam deriva anche dalla poca fiducia riposta negli Stati Uniti. Durante le votazioni ONU di condanna dell’intervento russo in Ucraina, molti paesi africani si sono astenuti, non sentendo la necessità di condannare un’escalation che affonda le radici in un conflitto complesso che va avanti da anni, con gravi responsabilità occidentali.
Queste prese di posizioni squisitamente politiche hanno una funzione concretamente antimperialista. Il figlio del presidente dell’Uganda si è spinto a dire che dovrebbero inviare truppe a Mosca, se venisse attaccata, mentre sempre M’membe ha ricordato i tanti capi di stato uccisi in colpi di stato orchestrati al di là dell’Atlantico.
Anche la UE sta guardando con sempre più insistenza all’Africa, soprattutto alla sua parte settentrionale, ma la rottura del giogo neocoloniale francese in Mali e in Burkina Faso ha reso le cose ancora più complicate per l’asse euroatlantico. Mentre le guerre e le multinazionali occidentali continuano a creare le condizioni per un aumento dei flussi migratori, mettendo in crisi le politiche europee sul tema, altro che Wagner.
Gli USA, di fronte a questa situazione, possono solo sperare di difendere i propri interessi principali e giocarsi la competizione con la Cina, sperando di risultare più attrattivi. Ma se i paesi africani oggi hanno qualche opportunità di sganciarsi dall’imperialismo, le devono proprio allo sviluppo di un mondo multipolare.
È difficile immaginarsi che la vittima si ributti tra le braccia del suo aguzzino, mentre purtroppo è molto facile immaginarsi che l’aguzzino, esasperato, sfoderi tutta la sua forza. E con gli Stati Uniti il pericolo è una guerra generale e generalizzata.
Fonte
L’Africa sarà del resto uno dei principali «campi di battaglia» delle grandi potenze della competizione globale. E per ammissione degli stessi funzionari a stelle e strisce la precedente amministrazione l’aveva dimenticata, mentre con la Harris siamo arrivati a 18 esponenti statunitense recatisi in 11 diversi paesi del continente dall’inizio del 2023.
La grande attenzione rivolta all’Africa in pochi mesi è la conseguenza del U.S. – Africa Leaders Summit svoltosi tra il 13 e il 15 dicembre dello scorso anno. In quel consesso Biden ha promesso investimenti per 55 miliardi di dollari in tre anni dall’altra parte dell’Atlantico, e accordi commerciali specifici con l’area di libero scambio che lì va formandosi.
La Harris ha infatti fatto dichiarazioni che, tradotte in cifre, significano miliardi di investimenti pubblico-privati per contrastare il cambiamento climatico e l’emancipazione delle donne. Sono stati annunciati aiuti per 100 milioni di dollari per i paesi che si affacciano sul Golfo di Guinea per la lotta all’estremismo islamico e all’instabilità.
Dietro questa scelta vi sono motivazioni ben poco umanitarie in realtà. La zona è da tempo vista dalla Cina come un terminale della sua proiezione militare: l’ipotesi di una base in Guinea Equatoriale è stato oggetto di una lunga trattativa. Non è un caso che anche gli USA stiano pensando di insediare un Africa Command sulla costa occidentale del continente.
Non è stato reso pubblico il luogo, ma la Liberia, che vanta storici legami con la Casa Bianca, è tra le possibilità più gettonate. Poco dopo l’annuncio, il presidente liberiano che in Italia conosciamo bene, l’ex calciatore George Weah, ha visitato il quartier generale della CIA in Virginia, rendendo le voci molto più concrete.
Bisogna poi ricordare che i paesi dell’area sono a contatto con la fascia del Sahel, dove Mali e Burkina Faso in particolare hanno vissuto rivolgimenti politici che hanno allontanato i governi locali dall’Occidente. Lì è più forte la presenza russa e cinese, che si stanno rafforzando accordo dopo accordo.
Il tentativo di Washington di ridimensionare i rivali in Africa si è dispiegato in questi giorni su vari ambiti. La Harris ha annunciato per il Ghana 139 milioni di assistenza fiscale nell’anno 2024, per far fronte ai problemi che, così come lo Zambia, sta vivendo a livello di finanze pubbliche.
Entrambi i paesi hanno sostanziosi debiti con la Cina, e il Ghana sta per esempio cercando di ristrutturarlo. Uguale lo Zambia, sul cui dossier Pechino ha subito accuse da parte degli Stati Uniti per ipotetici tentativi di ritardare i lavori in merito, stabiliti nel quadro comune del G20.
La Cina vorrebbe che anche altri attori internazionali e in particolare la Banca Mondiale fossero parte dei futuri accordi, qualunque essi siano. Il suo presidente sembra aver dato una risposta proprio domenica, quando ha espresso preoccupazione per i prestiti di Pechino ai paesi in via di sviluppo dell’Africa.
L’ipocrisia e la poca credibilità del vertice dell’istituto bancario, tra gli strumenti dello scricchiolante dominio globale statunitense, sono nelle sue stesse parole: ammette candidamente che tanti prestiti occidentali e della Banca Mondiale stessa non sono stati fatti con l’intento di fare il bene delle popolazioni locali.
Fred M’membe, leader del Partito Socialista dello Zambia, ha detto che “non è la democrazia e i diritti umani che [gli USA] stanno perseguendo in Africa. Stanno perseguendo i loro interessi geopolitici”. Proprio in Zambia, così come nella Repubblica democratica del Congo e in Tanzania, sono i colossi cinesi a gestire la maggior parte delle esportazioni.
Parliamo di paesi dove si concentrano parti consistenti delle riserve mondiali di coltan e cobalto, fondamentali per l’elettronica e per le batterie moderne. Difatti, nel gennaio di quest’anno l’amministrazione Biden ha firmato un memorandum con Congo e Zambia per sviluppare filiere locali e indebolire il legame con il Dragone.
Anche se ovviamente questa mossa può essere un gravoso bastone tra le ruote, non bisogna dimenticare che il volume del commercio tra Africa e Cina è cinque volte superiore a quello tra il continente e Washington. Né il Global Gateway europeo sembra poter attirare gli interessi infrastrutturali africani come i progetti cinesi.
La Cina sta infatti puntando molto nello sviluppo della rete sottomarina di cavi e le offerte di Huawei per investire nel continente sembrano assicurare ulteriore consenso al governo di Xi Jinping. Per questi motivi il Pentagono teme per la propria sicurezza informatica quando i propri militari, presenti in più della metà dei paesi africani, intrattengono relazioni coi locali.
Ma l’autonomia mostrata rispetto allo Zio Sam deriva anche dalla poca fiducia riposta negli Stati Uniti. Durante le votazioni ONU di condanna dell’intervento russo in Ucraina, molti paesi africani si sono astenuti, non sentendo la necessità di condannare un’escalation che affonda le radici in un conflitto complesso che va avanti da anni, con gravi responsabilità occidentali.
Queste prese di posizioni squisitamente politiche hanno una funzione concretamente antimperialista. Il figlio del presidente dell’Uganda si è spinto a dire che dovrebbero inviare truppe a Mosca, se venisse attaccata, mentre sempre M’membe ha ricordato i tanti capi di stato uccisi in colpi di stato orchestrati al di là dell’Atlantico.
Anche la UE sta guardando con sempre più insistenza all’Africa, soprattutto alla sua parte settentrionale, ma la rottura del giogo neocoloniale francese in Mali e in Burkina Faso ha reso le cose ancora più complicate per l’asse euroatlantico. Mentre le guerre e le multinazionali occidentali continuano a creare le condizioni per un aumento dei flussi migratori, mettendo in crisi le politiche europee sul tema, altro che Wagner.
Gli USA, di fronte a questa situazione, possono solo sperare di difendere i propri interessi principali e giocarsi la competizione con la Cina, sperando di risultare più attrattivi. Ma se i paesi africani oggi hanno qualche opportunità di sganciarsi dall’imperialismo, le devono proprio allo sviluppo di un mondo multipolare.
È difficile immaginarsi che la vittima si ributti tra le braccia del suo aguzzino, mentre purtroppo è molto facile immaginarsi che l’aguzzino, esasperato, sfoderi tutta la sua forza. E con gli Stati Uniti il pericolo è una guerra generale e generalizzata.
Fonte
Se gli attentati contro “il nemico” sono da benedire...
A quanto pare non tutti gli attentati sono “terrorismo”...
Scorrendo i titoli dei principali quotidiani, stamattina, tutti relativi all’uccisione con una bomba del blogger nazionalista russo Tatarsky, ne abbiamo la prova evidente.
“Colpo alla Wagner. Prighozin perde il guerriero cyber” (Repubblica).
“Ucciso il blogger ultrà di Putin” (La Stampa).
“Colpo a Putin” (Il Resto del Carlino)
“Una statuetta bomba per Tatarsky, ucciso il blogger amico di Putin” (Il Messaggero).
“Tatarsky, il blogger russo che insultava gli ucraini ucciso con una statuetta bomba” (Il Corriere della sera, edizione online).
Si potrebbe andare avanti, ma l’ordine redazionale – per tutte le redazioni – è stato chiarissimo: “ottima cosa”, da applaudire a scena aperta.
Segnaliamo che la statuetta-bomba ha fatto altri 25 feriti, visto che l’esplosione è avvenuta in un bar aperto al pubblico. E che Maksim Fomin (il vero nome di Tatarsky), per quanto decisamente antipatico – un nazionalista che “criticava da destra” la gestione della guerra in Ucraina – era comunque anche lui “un civile”, non un militare.
Dunque piazzare bombe in un bar per far fuori dei civili (“la bomba non ha una natura gentile, ma spinta da imparzialità”, cantava Fabrizio De André, per sottolinearne la distruttività indiscriminata) può essere addirittura un gesto “in difesa della democrazia”. Dipende da chi lo fa e da chi ci rimane secco...
Gli stessi media, senza alcun soprassalto di indignazione, pubblicano i video delle telecamere di sorveglianza, immediatamente resi pubblici dalle autorità russe, che mostrano una donna che entra nel bar con un pacchetto in mano, che poi ricompare nelle mani dello stesso Tatarsky.
Si intuisce che sia stato consegnato cerimoniosamente – probabilmente come “omaggio di un’ammiratrice” che poi si allontana prima dell’esplosione.
La donna in questione è stata identificata come una ragazza di 26 anni, Daria Trepova, russa e di San Pietroburgo.
Va rilevato che la ragazza è poi stata arrestata questa mattina. Ed ha confessato pressoché immediatamente: “Ho portato una statuetta lì dentro, che è esplosa“.
Quando le è stato chiesto perché fosse stata arrestata, Trepova ha detto: “Arrestata, direi, per essere stata sulla scena dell’omicidio di Vladlen Tatarsky“. Alla domanda su chi le abbia procurato la statuetta, si è rifiutata di rispondere. “Posso parlarvene più tardi“, ha detto.
Le scarne notizie sulla sua biografia la descrivono come una partecipante alle non oceaniche manifestazioni russe contro la guerra.
Ed anche questo “dettaglio” sembra rilevante. Come sempre avviene in un clima di guerra, un potere – in questo caso quello russo – definisce come “agenti del nemico” i contestatori interni. Mentre il potere nemico – l’imperialismo euro-atlantico – ne parla come “campioni della democrazia”. Era avvenuto anche con Bin Laden e i talebani...
A parti invertite si fa lo stesso gioco. Qui da noi persino il Papa è stato definito da qualche servo più deficiente come un “putiniano”...
Ma in questo caso ci troviamo – o ci troveremmo – di fronte ad una “contestatrice” che si rivela pedina o protagonista (comunque altamente consapevole) di un attentato con molta probabilità organizzato dallo Sbu (il servizio segreto ucraino) e/o dalla Cia (difficile di questi tempi tracciare un confine preciso tra le due organizzazioni).
Proprio come era avvenuto per l’attentato a Dugin, in cui era però rimasta uccisa la figlia (un’altra civile, con tutta evidenza).
E appare chiaro che se un “oppositore” diventa o si rivela un miliziano combattente per le forze “nemiche”, ecco che persino la propaganda bellica del Cremlino riesce a sembrare un servizio di informazione quasi realistico.
Tutto ciò ci conferma, insomma, quanto da sempre andiamo dicendo. Non esiste alcuna definizione universale di “terrorismo”, contro cui chiunque si dovrebbe schierare senza farsi domande.
Le forme non convenzionali di guerra a bassa intensità – senza utilizzo di truppe in divisa – sono parte integrante delle rivoluzioni, delle guerre civili, delle resistenze all’invasione, delle guerre tra Stati, ecc. Semplicemente, ogni potere chiama “terrorismo” quel che fa un qualsiasi proprio avversario. E “violenza giusta” quella condotta contro il nemico.
Il che significa, anche solo mentalmente, che siamo tutti già in guerra. Lo dicono i giornali...
Fonte
Scorrendo i titoli dei principali quotidiani, stamattina, tutti relativi all’uccisione con una bomba del blogger nazionalista russo Tatarsky, ne abbiamo la prova evidente.
“Colpo alla Wagner. Prighozin perde il guerriero cyber” (Repubblica).
“Ucciso il blogger ultrà di Putin” (La Stampa).
“Colpo a Putin” (Il Resto del Carlino)
“Una statuetta bomba per Tatarsky, ucciso il blogger amico di Putin” (Il Messaggero).
“Tatarsky, il blogger russo che insultava gli ucraini ucciso con una statuetta bomba” (Il Corriere della sera, edizione online).
Si potrebbe andare avanti, ma l’ordine redazionale – per tutte le redazioni – è stato chiarissimo: “ottima cosa”, da applaudire a scena aperta.
Segnaliamo che la statuetta-bomba ha fatto altri 25 feriti, visto che l’esplosione è avvenuta in un bar aperto al pubblico. E che Maksim Fomin (il vero nome di Tatarsky), per quanto decisamente antipatico – un nazionalista che “criticava da destra” la gestione della guerra in Ucraina – era comunque anche lui “un civile”, non un militare.
Dunque piazzare bombe in un bar per far fuori dei civili (“la bomba non ha una natura gentile, ma spinta da imparzialità”, cantava Fabrizio De André, per sottolinearne la distruttività indiscriminata) può essere addirittura un gesto “in difesa della democrazia”. Dipende da chi lo fa e da chi ci rimane secco...
Gli stessi media, senza alcun soprassalto di indignazione, pubblicano i video delle telecamere di sorveglianza, immediatamente resi pubblici dalle autorità russe, che mostrano una donna che entra nel bar con un pacchetto in mano, che poi ricompare nelle mani dello stesso Tatarsky.
Si intuisce che sia stato consegnato cerimoniosamente – probabilmente come “omaggio di un’ammiratrice” che poi si allontana prima dell’esplosione.
La donna in questione è stata identificata come una ragazza di 26 anni, Daria Trepova, russa e di San Pietroburgo.
Va rilevato che la ragazza è poi stata arrestata questa mattina. Ed ha confessato pressoché immediatamente: “Ho portato una statuetta lì dentro, che è esplosa“.
Quando le è stato chiesto perché fosse stata arrestata, Trepova ha detto: “Arrestata, direi, per essere stata sulla scena dell’omicidio di Vladlen Tatarsky“. Alla domanda su chi le abbia procurato la statuetta, si è rifiutata di rispondere. “Posso parlarvene più tardi“, ha detto.
Le scarne notizie sulla sua biografia la descrivono come una partecipante alle non oceaniche manifestazioni russe contro la guerra.
Ed anche questo “dettaglio” sembra rilevante. Come sempre avviene in un clima di guerra, un potere – in questo caso quello russo – definisce come “agenti del nemico” i contestatori interni. Mentre il potere nemico – l’imperialismo euro-atlantico – ne parla come “campioni della democrazia”. Era avvenuto anche con Bin Laden e i talebani...
A parti invertite si fa lo stesso gioco. Qui da noi persino il Papa è stato definito da qualche servo più deficiente come un “putiniano”...
Ma in questo caso ci troviamo – o ci troveremmo – di fronte ad una “contestatrice” che si rivela pedina o protagonista (comunque altamente consapevole) di un attentato con molta probabilità organizzato dallo Sbu (il servizio segreto ucraino) e/o dalla Cia (difficile di questi tempi tracciare un confine preciso tra le due organizzazioni).
Proprio come era avvenuto per l’attentato a Dugin, in cui era però rimasta uccisa la figlia (un’altra civile, con tutta evidenza).
E appare chiaro che se un “oppositore” diventa o si rivela un miliziano combattente per le forze “nemiche”, ecco che persino la propaganda bellica del Cremlino riesce a sembrare un servizio di informazione quasi realistico.
Tutto ciò ci conferma, insomma, quanto da sempre andiamo dicendo. Non esiste alcuna definizione universale di “terrorismo”, contro cui chiunque si dovrebbe schierare senza farsi domande.
Le forme non convenzionali di guerra a bassa intensità – senza utilizzo di truppe in divisa – sono parte integrante delle rivoluzioni, delle guerre civili, delle resistenze all’invasione, delle guerre tra Stati, ecc. Semplicemente, ogni potere chiama “terrorismo” quel che fa un qualsiasi proprio avversario. E “violenza giusta” quella condotta contro il nemico.
Il che significa, anche solo mentalmente, che siamo tutti già in guerra. Lo dicono i giornali...
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Sulla guerra guadagna (forse) chi partecipa
di Francesco Dall'Aglio
Che la guerra sia una gran partita di giro in cui qualcuno (parecchi) ci guadagna, non penso ci sia bisogno di ribadirlo; così come non penso ci sia bisogno di ribadire che, al di là delle prese di posizione a uso dei media, non c’è amicizia tra stati ma solo affari. Questo si estende anche all’Ucraina.
Chi si è esposto maggiormente, sia dal punto di vista diplomatico che da quello dell’invio di aiuti, non lo ha fatto gratis e passerà all’incasso, prima e dopo la conclusione del conflitto.
La Polonia è uno di questi paesi. Stamattina il Ministro della Difesa polacco, Mateusz Morawiecki, ha annunciato con un tweet che le FFAA ucraine hanno commissionato 100 trasporto truppe KTO “Rosomak”, un veicolo che è polacco per modo di dire, visto che è la versione su licenza del “Patria” finlandese, che ha venduto parecchio sia in Europa (è utilizzato dalle FFAA svedesi, slovacche, croate e in futuro molto probabilmente anche bulgare, oltre ovviamente a quelle finlandesi e a quelle polacche che, appunto, se lo producono su licenza) e fuori (Sudafrica, Emirati Arabi Uniti e Giappone).
Il mezzo è prodotto dal 2002: non è male, si è comportato decentemente in Afghanistan, ma sicuramente non c’erano progetti per estenderne la produzione. Soldi trovati a terra, come si dice dalle mie parti – ed è interessante che l’Ucraina abbia deciso di acquistarli dalla Polonia e non dalla Finlandia, che resta la titolare della licenza: ma appunto, la Polonia ha dato di più ed è giusto che riceva.
I fondi per l’acquisto non sono ucraini, ovviamente, ma non meglio specificati “fondi UE e USA”, stando a quanto scritto dal ministro – soldi dei contribuenti, insomma.
Del resto sono ben spesi, c’è qualcosina per tutti: la mitragliatrice in dotazione ai mezzi è la UKM-2000 prodotta dalla Zakłady Mechaniczne Tarnów, sempre polacca, il lancia-fumogeni è della Zakłady Metalowe Dezamet S.A., sempre polacca, mentre il cannoncino automatico da 30 mm Mk44 Bushmaster II è prodotto dalla statunitense Northrop Grumman che non credo abbia bisogno di presentazioni.
E c’è qualcosa anche per noi, anzi più di qualcosa: la torretta che ospita le armi è la Hitfist della Oto Melara, guardate quanto è bella (non scherzo, è bella veramente).
La Hifist non è presente sui “Patria”, che montano una torretta prodotta in Norvegia: ma la Norvegia è cattiva e non ha mandato nulla, quindi nulla deve ricevere.
Noi invece siamo buoni, anche se non quanto la Polonia, poi Oto Melara è una delle compagnie di Leonardo S.p.A. per la quale il Ministro Crosetto ha fatto per anni il senior advisor, non scherziamo. Queste sono le vere eccellenze italiane, altro che la chianina e i pomodorini del piennolo.
Fonte
Che la guerra sia una gran partita di giro in cui qualcuno (parecchi) ci guadagna, non penso ci sia bisogno di ribadirlo; così come non penso ci sia bisogno di ribadire che, al di là delle prese di posizione a uso dei media, non c’è amicizia tra stati ma solo affari. Questo si estende anche all’Ucraina.
Chi si è esposto maggiormente, sia dal punto di vista diplomatico che da quello dell’invio di aiuti, non lo ha fatto gratis e passerà all’incasso, prima e dopo la conclusione del conflitto.
La Polonia è uno di questi paesi. Stamattina il Ministro della Difesa polacco, Mateusz Morawiecki, ha annunciato con un tweet che le FFAA ucraine hanno commissionato 100 trasporto truppe KTO “Rosomak”, un veicolo che è polacco per modo di dire, visto che è la versione su licenza del “Patria” finlandese, che ha venduto parecchio sia in Europa (è utilizzato dalle FFAA svedesi, slovacche, croate e in futuro molto probabilmente anche bulgare, oltre ovviamente a quelle finlandesi e a quelle polacche che, appunto, se lo producono su licenza) e fuori (Sudafrica, Emirati Arabi Uniti e Giappone).
Il mezzo è prodotto dal 2002: non è male, si è comportato decentemente in Afghanistan, ma sicuramente non c’erano progetti per estenderne la produzione. Soldi trovati a terra, come si dice dalle mie parti – ed è interessante che l’Ucraina abbia deciso di acquistarli dalla Polonia e non dalla Finlandia, che resta la titolare della licenza: ma appunto, la Polonia ha dato di più ed è giusto che riceva.
I fondi per l’acquisto non sono ucraini, ovviamente, ma non meglio specificati “fondi UE e USA”, stando a quanto scritto dal ministro – soldi dei contribuenti, insomma.
Del resto sono ben spesi, c’è qualcosina per tutti: la mitragliatrice in dotazione ai mezzi è la UKM-2000 prodotta dalla Zakłady Mechaniczne Tarnów, sempre polacca, il lancia-fumogeni è della Zakłady Metalowe Dezamet S.A., sempre polacca, mentre il cannoncino automatico da 30 mm Mk44 Bushmaster II è prodotto dalla statunitense Northrop Grumman che non credo abbia bisogno di presentazioni.
E c’è qualcosa anche per noi, anzi più di qualcosa: la torretta che ospita le armi è la Hitfist della Oto Melara, guardate quanto è bella (non scherzo, è bella veramente).
La Hifist non è presente sui “Patria”, che montano una torretta prodotta in Norvegia: ma la Norvegia è cattiva e non ha mandato nulla, quindi nulla deve ricevere.
Noi invece siamo buoni, anche se non quanto la Polonia, poi Oto Melara è una delle compagnie di Leonardo S.p.A. per la quale il Ministro Crosetto ha fatto per anni il senior advisor, non scherziamo. Queste sono le vere eccellenze italiane, altro che la chianina e i pomodorini del piennolo.
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La più grande esercitazione aerea della storia della NATO, altri segnali di escalation
Stanno ormai diventando pubblici molti dettagli di Air Defender 2023, la più grande esercitazione aerea della storia della NATO. Sapevamo già che si sarebbe svolta in Germania, dal 12 al 23 giugno, e avrebbe visto coinvolti diversi paesi e velivoli, militari e non, sotto la guida della Luftwaffe.
Le notizie diffuse dal giornale 24RHEIN, ottenute direttamente dalle forze armate tedesche, hanno ampliato ancora la dimensione dell’operazione. Si stimano più di 10 mila militari coinvolti nelle attività e che oltre 220 velivoli di 25 tipi differenti, provenienti da 24 paesi diversi, prenderanno parte all’esercitazione.
Ad ora si sa che tra di essi ci sono: Belgio, Bulgaria, Repubblica Ceca, Germania, Francia, Ungheria, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Polonia, Romania, Slovacchia, Spagna, Turchia, Regno Unito e Stati Uniti. Ci sarà inoltre anche la Finlandia, che ha da poco ricevuto il via libera da Ankara per entrare nella NATO.
Alle esercitazioni sono già stati destinati un centinaio di caccia statunitensi, tra cui i modernissimi F-35 di quinta generazione. La Germania, che ne ha acquistati 35 da poco per sostituire i più obsoleti Tornado, avrà dunque l’opportunità di vedere la macchina della Lockheed Martin in volo sui propri cieli.
Cieli che inoltre saranno interessati da un significativo aumento dell’inquinamento acustico e da alcune restrizioni temporanee dello spazio aereo per le tratte civili, non senza preoccupazione per i flussi turistici. Ad ogni modo, sembra che le zone più interessate da Air Defender saranno sul Mare del Nord e sul Mar Baltico, e dunque con disagi limitati per i residenti.
Dai vertici militari di Berlino hanno fatto sapere che si svolgeranno esercizi di difesa e prove per allenare la reattività e la forza comune. La Germania sta così svolgendo il suo ruolo di “hub di difesa collettiva” in Europa, ospitando inoltre l’aeroporto militare di Rammstein, uno dei fulcri della presenza a stelle e strisce nel continente.
Il capo di stato maggiore dell’aeronautica tedesca ha detto che Air Defender vuole “dimostrare una determinata forza aerea alleata. Insieme agli Stati Uniti e ai nostri alleati in Europa, la Luftwaffe invierà un segnale altamente visibile e potente di credibile deterrenza nel dominio aereo”. Il messaggio di centralità nell’impianto di difesa euroatlantica che la Germania vuole assumere, tanto più con il riarmo in corso, è evidente.
Ma la proiezione di Berlino ha una portata strategica generale, non solo quale baluardo europeo. Si sta infatti ingrossando il dispiegamento di navi da guerra nell'Indo-Pacifico, per manovre congiunte con vari alleati, a cui ha risposto con durezza il portavoce degli Esteri cinese, Wang Wenbin.
Al di là delle scaramucce diplomatiche, appare chiaro che la tensione internazionale continua a salire. Di certo, il procedere con la più grande esercitazione aeronautica dell’alleanza atlantica a due passi dal teatro della guerra ucraina non è certamente un segnale di distensione. Anzi, le dichiarazioni dimostrano che l’obiettivo è mostrare che l’Occidente è pronto alla guerra.
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Le notizie diffuse dal giornale 24RHEIN, ottenute direttamente dalle forze armate tedesche, hanno ampliato ancora la dimensione dell’operazione. Si stimano più di 10 mila militari coinvolti nelle attività e che oltre 220 velivoli di 25 tipi differenti, provenienti da 24 paesi diversi, prenderanno parte all’esercitazione.
Ad ora si sa che tra di essi ci sono: Belgio, Bulgaria, Repubblica Ceca, Germania, Francia, Ungheria, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Polonia, Romania, Slovacchia, Spagna, Turchia, Regno Unito e Stati Uniti. Ci sarà inoltre anche la Finlandia, che ha da poco ricevuto il via libera da Ankara per entrare nella NATO.
Alle esercitazioni sono già stati destinati un centinaio di caccia statunitensi, tra cui i modernissimi F-35 di quinta generazione. La Germania, che ne ha acquistati 35 da poco per sostituire i più obsoleti Tornado, avrà dunque l’opportunità di vedere la macchina della Lockheed Martin in volo sui propri cieli.
Cieli che inoltre saranno interessati da un significativo aumento dell’inquinamento acustico e da alcune restrizioni temporanee dello spazio aereo per le tratte civili, non senza preoccupazione per i flussi turistici. Ad ogni modo, sembra che le zone più interessate da Air Defender saranno sul Mare del Nord e sul Mar Baltico, e dunque con disagi limitati per i residenti.
Dai vertici militari di Berlino hanno fatto sapere che si svolgeranno esercizi di difesa e prove per allenare la reattività e la forza comune. La Germania sta così svolgendo il suo ruolo di “hub di difesa collettiva” in Europa, ospitando inoltre l’aeroporto militare di Rammstein, uno dei fulcri della presenza a stelle e strisce nel continente.
Il capo di stato maggiore dell’aeronautica tedesca ha detto che Air Defender vuole “dimostrare una determinata forza aerea alleata. Insieme agli Stati Uniti e ai nostri alleati in Europa, la Luftwaffe invierà un segnale altamente visibile e potente di credibile deterrenza nel dominio aereo”. Il messaggio di centralità nell’impianto di difesa euroatlantica che la Germania vuole assumere, tanto più con il riarmo in corso, è evidente.
Ma la proiezione di Berlino ha una portata strategica generale, non solo quale baluardo europeo. Si sta infatti ingrossando il dispiegamento di navi da guerra nell'Indo-Pacifico, per manovre congiunte con vari alleati, a cui ha risposto con durezza il portavoce degli Esteri cinese, Wang Wenbin.
Al di là delle scaramucce diplomatiche, appare chiaro che la tensione internazionale continua a salire. Di certo, il procedere con la più grande esercitazione aeronautica dell’alleanza atlantica a due passi dal teatro della guerra ucraina non è certamente un segnale di distensione. Anzi, le dichiarazioni dimostrano che l’obiettivo è mostrare che l’Occidente è pronto alla guerra.
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