Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

29/08/2024

Telegram. Incriminato e scarcerato Durov. La guerra per il controllo dei social

Gli amministratori delegati di Tim, Vodafone, Iliad, Fastweb sono stati arrestati poiché alcuni boss del crimine organizzato utilizzano le loro compagnie telefoniche per comunicare tra loro con i cellulari. Dovrebbe essere questo il titolo di apertura dei giornali dei prossimi giorni se la giustizia francese o italiana agissero in coerenza con le accuse che hanno portato all’arresto nei giorni scorsi del ceo di Telegram, Pavel Durov.

Sono infatti sei i capi d’imputazione di cui è stato ufficialmente accusato dalla procura di Parigi l’oligarca franco-russo Pavel Durov, fondatore e amministratore delegato di Telegram.

Durov è stato arrestato all’aeroporto Le Bourget di Parigi lo scorso 24 agosto. Secondo la Procura di Parigi è stato arrestato per la mancanza di attività di moderazione sulla sua app di messaggistica istantanea, così come per non aver collaborato nella lotta al traffico di droga e nella diffusione di contenuti pedopornografici. L’arresto è avvenuto “come parte di un’inchiesta giudiziaria aperta l’8 luglio”, ha spiegato la Procura.

Ieri pomeriggio Durov è stato interrogato da due magistrati che, secondo un comunicato stampa del procuratore di Parigi Laure Beccuau, lo hanno incriminato dopo diverse ore di interrogatorio per i reati di: “rifiuto di comunicare le informazioni necessarie alle intercettazioni autorizzate dalla legge”, complicità in vari crimini perpetrati attraverso l’utilizzo dell’app di messaggistica istantanea – traffico di stupefacenti; reati su minori; frode; e riciclaggio di denaro – e “fornitura di servizi di crittografia volti a garantire funzioni di riservatezza senza dichiarazione conforme”.

Durov è stato anche rilasciato in seguito al pagamento di una cauzione di 5 milioni di euro ma gli è proibito lasciare la Francia e dovrà effettuare una registrazione presso una stazione di polizia francese due volte a settimana.

Parlando alla stampa presso il tribunale di Parigi, il suo avvocato David-Olivier Kaminski ha stimato che “è del tutto assurdo pensare che il gestore di un social network possa essere coinvolto in atti criminali che non lo riguardano, né direttamente né indirettamente”.

Non può mancare, infine, una osservazione di carattere tutto politico: in questo mondo pare che gli unici social network da limitare e criminalizzare siano TikTok e Telegram, cioè quelli che non sono sotto il controllo dei Big Data statunitensi come Meta, Google etc.

Sia negli USA che nell’Unione Europea le classi dominanti sono ormai terrorizzate dall’idea che dei canali di comunicazione sfuggano al loro controllo e propaganda. Ma hanno il coraggio di invocare la libertà di stampa per giustificare il bavaglio che stanno stringendo sulla fonti di informazioni alternative o diverse da quelle ufficiali o ufficialmente controllate... da loro.

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Gaza - Negoziati inutili senza il “fantasma” Sinwar

Riproduciamo una interessante ricostruzione dei problemi e del contesto dei negoziati sulla tregua a Gaza curata dal giornale arabo edito in Gran Bretagna Al Rai Al Youm.

L’omicidio del negoziatore Hanyeh da parte di Israele ha complicato enormemente il processo decisionale di Hamas rendendo i negoziati una scatola sostanzialmente svuotata di un suo interlocutore decisivo. Senza Sinwar Hamas non può decidere i passaggi nei negoziati, ma Sinwar deve rimanere fantasma perché Israele lo ucciderebbe senza scrupolo alcuno. Un circolo vizioso che, esattamente come vuole Netanyahu, sta bloccando e facendo fallire i negoziati sul cessate il fuoco a Gaza.

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I mediatori del Qatar e degli Stati Uniti hanno riferito di non aver ancora trovato un “modo efficace e produttivo” di alcun tipo per esercitare la pressione richiesta dall’amministrazione americana e da Israele sulla leadership del movimento Hamas, per ragioni “tecniche” e di altro tipo legate alla natura della comunicazione.

Gli americani hanno ripetutamente chiesto ai mediatori di fare pressione su Hamas affinché accetti la “proposta aggiornata” per colmare le lacune. Ma i circoli di mediazione in Qatar ed Egitto, invece, riferiscono che i rappresentanti di Hamas all’estero sono completamente “fuori dalla decisione” e che le pressioni su di loro non porteranno ad alcun risultato, sulla base del fatto che il Consiglio della Shura del movimento non ha ancora ricevuto le “raccomandazioni e autorizzazioni” del leader del movimento, Yahya Sinwar.

Sembra che da parte egiziana sia molto difficile comunicare con Sinwar o con i leader delle brigate a lui vicine nella Striscia di Gaza, mentre non esistono mandati diretti al Consiglio della Shura che consentano la presenza di “deputati a capo del movimento” all’estero che abbiano poteri decisionali in nome del leader del movimento o anche in nome del territorio della Striscia di Gaza.

Sinwar è completamente scomparso da quando si è svolto l’ultimo round di negoziati di Doha, al di fuori dei radar e dei consueti sistemi di comunicazione.

In pratica, i negoziati si svolgono senza la presenza di una “squadra che rappresenta la controparte”, il che li rende in pratica negoziati solo tra America, Israele e i mediatori arabi.

I leader dell’ufficio politico di Hamas presenti sia in Turchia che in Qatar informano i mediatori che ora non hanno più autorità di alcun tipo per condurre negoziati o rispondere in nome di Hamas, non solo perché Sinwar è “indisponibile” o “ fuori copertura”, ma poiché la leadership legittima non è stata delegata, non ha presentato raccomandazioni al Consiglio della Shura riguardo alla nomina di un “deputato di Sinwar” che potrebbe parlare nei negoziati.

I leader stranieri riferiscono inoltre che i “mandati e gli accordi” che consentono risposte negoziali non sono possibili secondo lo statuto del movimento se non dopo che “l’intero Consiglio della Shura sia convocato”.

Di conseguenza, Hamas invita i paesi mediatori a fornire strutture per riunire le risposte preventive al Consiglio della Shura.

Al-Sinwar non risponde né commenta in questa fase, e i leader stranieri informano i mediatori di Egitto e Qatar solo delle loro valutazioni e opinioni, e non hanno l’autorità di riferire alcuna decisione, soprattutto perché il più importante negoziatore di Hamas negli ultimi periodo, il dottor Khalil Al-Hayya, parla della sua disponibilità a “trasmettere solo osservazioni” e non a rappresentare la decisione della leadership del movimento a causa della mancanza di poteri diretti nelle sue mani.

Questo è il risultato del fatto che l'“autorità della leadership del movimento nella Striscia di Gaza” è stata costretta a nascondersi completamente alla vista a causa del ritorno degli omicidi israeliani e dell’intensità dei bombardamenti, e perché il comitato di sicurezza affiliato alla Joint Operations Room ha deciso che qualsiasi risposta dei comandanti sul campo agli “intermediari su telefoni cellulari”, in particolare dall’intelligence egiziana, sono stati ora banditi a causa dell’assassinio di diversi quadri tramite le telefonate egiziane.

Un funzionario diplomatico occidentale ha commentato al Cairo, dicendo che i negoziati si stanno svolgendo ora tra una delegazione israeliana e una delegazione americana, con mediatori e senza che un’altra parte stia effettivamente negoziando, e Sinwar si è trasformato in un “fantasma”. La proposta americana ha il dovere di cercare il fantasma.

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Francia - La sinistra si mobilita contro il disprezzo della volontà popolare di Macron

La decisione di Macron, questo lunedì, di scartare l’ipotesi di nominare un governo con a capo Lucie Castets scelta unitariamente dal Nuovo Fronte Popolare – ovvero la coalizione che ha ottenuto più deputati alle elezioni politiche anticipate francesi – ha inasprito la crisi politica apertasi con la decisione del Presidente della Repubblica di chiamare i francesi alle urne, comunicata la sera delle elezioni europee del 9 giugno.

La decisione di non nominare la Castets è stata giustificata con la motivazione piuttosto discutibile della “stabilità istituzionale”, perché un possibile governo del NFP sarebbe di minoranza, e potrebbe essere esposto ad una “mozione di sfiducia”. Una decisione politica, quella di Macron, che non ha nulla a che fare con il dettato costituzionale.

In primis, bisogna ricordare che gli esecutivi succedutisi dopo la rielezione di Macron – ottenuta grazie ai voti del “fronte repubblicano”, che non voleva vedere Marine Le Pen alla presidenza del paese – erano governi di “minoranza” che hanno preso decisioni importanti (come l’ampliamento dell’età pensionabile o una legge sull’immigrazione) appoggiandosi fondamentalmente ai voti dei gollisti di LR, ma anche quelli di RN della Le Pen.

Colui che voleva sbarrare la strada all’estrema destra, gli ha invece aperto un’autostrada, come dimostra l’exploit di RN.

Secondariamente, Macron non avrebbe infatti avuto alcun problema a conferire l’incarico alla coalizione di estrema destra imperniata sul Rassemblement Nationale, e che comprendeva la componente dei gollisti che aveva seguito il presidente di LR Eric Ciotti e l’ex transfuga del RN Maréchal, se la coalizione fosse stata la più votata dai francesi anche senza i 289 deputati necessari per avere la maggioranza in parlamento.

Terzo, ma non ultimo, è abbastanza surreale che un Presidente che ha minato la stabilità con una scelta presa senza consultazioni, neanche con il proprio campo, rispetto ad elezioni politiche anticipate, sacrifichi sul piano della governance la rappresentanza democratica.

Certo Macron “rompe” con il costume politico francese instaurato sull’architettura istituzionale della 5° Repubblica costruita nella seconda metà degli Anni Cinquanta, quando la Francia era in piena “guerra d’Algeria” in una situazione molto vicina alla guerra civile anche in territorio metropolitano.

Però è lo stesso Macron – che la sinistra per il suo comportamento ha cominciato ad etichettare “Mac-Macron” in riferimento a Mac Mahon – che alla fine si allinea al modus operandi della élite politica continentale con una verticale del potere che mette al primo posto la governabilità e l’immutabilità della cabina di comando, qualsiasi messaggio provenga delle urne.

È, mutatis mutandis, l’“output democracy” di Mario Draghi, e di fatto la continuazione dei consigli che la Trilateral dava già a metà Anni Settanta rispetto a quello che definiva essere un surplus di democrazia in Occidente in un momento di crisi di legittimità delle sue élite.

Oltre ad escludere un governo del NFP, nelle consultazioni, Macron ha deciso di escludere La France Insoumise dopo che era stata proprio questa – tramite il suo fondatore Jean-Luc Mélenchon – ad aprire ad un governo della Castets senza ministri o ministre insoumis/es: una strategia attuata illo tempore dal PCF, durante il Fronte Popolare della seconda metà degli Anni ’30.

Questo anche per bypassare i veti incrociati annunciati dai macronisti fino l’estrema destra passando per i gollisti, che avrebbero spinto ad una “mozione di sfiducia” rispetto ad un governo del NFP con ministri de La France Insoumise.

Ma è chiaro che il problema essenziale non è la presenza o meno di LFI nella compagine governativa, ma il programma economico del Nuovo Fronte Popolare che stabilirebbe una “rottura” con la politica liberista degli esecutivi precedenti, almeno degli ultimi sette anni, in un momento in cui il collare a strozzo della UE suggerisce il “congelamento” dei conti pubblici ed un mantenimento di una politica fiscale fortemente regressiva, nonostante un’economia che oscilla tra la stagnazione e la vera e propria recessione.

La France Insoumise aveva già minacciato di proporre una mozione di “destituzione” del presidente qualora non avesse nominato la Castets – una proposta non condivisa dai socialisti; ora la ripropone come uscita dalla crisi politica vista la chiara contrapposizione tra il potere rappresentativo dell’Assemblea e quello esecutivo presidenziale, insieme ad una prima mobilitazione il 7 settembre, sostenuta anche dal PCF e dagli ecologisti di EELV.

Bisogna ricordare che di fronte all’esclusione de LFI dalle consultazioni, gli altri componenti della coalizioni hanno risposto compatti, decidendo di non presentarsi alla convocazione, suscitando comunque il “malpancismo” della destra socialista da tempo sul piede di guerra contro la direzione di Olivier Faure, che accusano di essere subordinato a Jean-Luc Mélanchon.

La fronda socialista è sostenuta “dall’esterno” dall’euro-deputato Glucksman, che sogna una riconfigurazione di un polo politico socialista che rompa ogni rapporto con la LFI e “sostituisca” Macron.

E proprio dal regolamento di coni all’interno del PS, e dalla possibile nomina di Macron di una figura proveniente dalla destra socialista come Primo Ministro, con la composizione di un governo “tecnico” di coalizione benvoluto dalle élite politiche continentali e dal padronato europeo di origine francese, che potrebbe scaturire una exit strategy all’attuale impasse politica senza risolvere la grave crisi democratica che sta attraversando il paese.

Un paese che ha votato sia per non avere un governo d’estrema destra che per superare la macronie.

Il Piano B sarebbe “un patto legislativo” proposto dai gollisti che darebbero appoggio esterno ad un esecutivo di minoranza di Ensemble, e che traghetti il paese fino alla prossima estate, quando si potranno convocare nuove elezioni politiche, bypassando il voto dell’Assemblea su alcune questione strategiche come già fatto con la precedente legge finanziaria e la riforma pensionistica, appoggiandosi all’estrema-destra sui temi più reazionari.

Insomma, mutatis mutandis, sembra che si riapra uno scontro come quello che contrappose alla fine degli anni Settanta dell’Ottocento Mac Mahon – che uscì con le ossa rotte dallo scontro con l’Assemblea Nazionale – e Gambetta.

“Quando la Francia avrà fatto intendere la sua voce sovrana, credetelo, bisognerà sottomettersi o dimettersi”, tuonò il 15 agosto del 1877 Gambetta contro Mac Mahon, che portava avanti una forzatura politica per avvantaggiare la destra monarchica, infischiandosene della volontà popolare.

È chiaro che la capacità di creare dei rapporti di forza favorevoli attraverso la mobilitazione di piazza, a cominciare dal 7 settembre, coinvolgendo quell’arco di forze che si sono mobilitate per sostenere il NFP alle recente elezioni politiche, sembra essere l’unica chance per sfuggire alla morsa che le élite continentali stanno stringendo attorno alla volontà di cambiamento – e non semplice alternanza – espressi con il voto delle politiche anticipate.

Nei giorni precedenti la segretaria della CGT – Sophie Binet – sindacato che aveva sostenuto il NFP, aveva già annunciato per fine settembre/inizio ottobre una “ripresa offensiva”, cui sta lavorando, su vari temi posti da tempo dall’organizzazione sindacale: dalla preparazione della finanziaria per il 2025 all’“abrogazione della riforma delle pensioni, i salari, i servizi pubblici, la re-industrializzazione, la parità tra i sessi, ecc.”, denunciando che “sulle nostre lotte, non abbiamo alcun interlocutore, solo lo scontro con i padroni”.

Insomma, dopo le urne, parleranno le piazze.

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Hezbollah alza il livello delle regole di ingaggio

Dopo quasi un mese dall’assassinio di colui che è stato descritto come il comandante dello Stato Maggiore di Hezbollah, Sayyid Fouad Shukr (Mohsen), e dopo il continuo scambio di bombardamenti tra Israele e Hezbollah, avvenuto quotidianamente, Hezbollah ha intrapreso un’operazione militare considerata la prima fase della risposta all’assassinio del suo comandante militare.

Questo omicidio era stato pianificato da Israele con un obiettivo chiaro per Benjamin Netanyahu, contemporaneamente all’assassinio del leader di Hamas Ismail Haniyeh a Teheran. Ma perché la risposta di Hezbollah è stata considerata sia una risposta che non una risposta?
Lo ha spiegato Hassan Nasrallah, nel suo discorso di domenica sera, quando ha denominato l’operazione “Il Giorno dei Quaranta”, poiché è avvenuta verso le cinque del mattino del 25 agosto, in occasione dell’anniversario di Husain ibn Ali, il martire della famiglia del Profeta Muhammad, probabilmente per incitare lo spirito della resistenza libanese.

In ogni caso, è importante notare che finalmente “la decisione è stata presa”, e Hezbollah ha risposto all’assassinio del suo comandante militare Mohsen, lasciando all'Iran la decisione di rispondere o meno all’assassinio di Haniyeh.

Nel commentare il ritardo di quasi un mese di Hezbollah nel rispondere a Israele, Nasrallah ha spiegato che il ritardo era dovuto al fatto che Hezbollah voleva dare spazio ai negoziati tra Cairo e Doha per fermare la guerra a Gaza. Questo obiettivo è condiviso non solo da Hezbollah e Hamas, ma anche da tutto l’asse della resistenza, comprese le alleanze con l’Iran.

Tuttavia, come spesso accade, gli americani, insieme agli israeliani, hanno temporeggiato e usato questo tempo non per negoziati sostanziali, ma per rafforzare la loro presenza militare nella regione. Netanyahu vuole prolungare la guerra per rimanere al potere, sperando nell’elezione del suo amico di destra Donald Trump, ed è lui che pensa solo all’espansione del territorio di Israele.

Esattamente come pensano i fascisti ministri israeliani, come Itamar Ben Gvir, Bezalel Smotrich e lo stesso Netanyahu, e la maggior parte della cricca del Likud. Inoltre, hanno preso il tempo necessario per rafforzare la loro presenza militare nella regione con l’aggiunta di aerei stealth e altro ancora.

Successivamente, hanno iniziato a dire che la loro presenza militare aveva svolto la funzione di dissuadere l’Iran ed Hezbollah dal rispondere. Nel frattempo, l’Iran ed Hezbollah hanno utilizzato il loro tempo per arrivare a una soluzione ottimale che permettesse di rispondere senza trascinare gli americani in una guerra regionale con l’Iran.

Tra le numerose opzioni esaminate dai gruppi dell’asse della resistenza, tutte concordavano sul fatto, che raggiungere l’obiettivo di fermare la guerra avrebbe evitato all’Iran, a Hezbollah e allo Yemen di dover rispondere singolarmente agli attacchi diretti subiti a Teheran, Beirut e Hodeida.

C’era anche l’opzione di una risposta collettiva, che avrebbe significato aprire le porte dell’inferno su Israele con migliaia, o addirittura decine di migliaia, di missili e droni provenienti da tutte le direzioni, accendendo così la guerra regionale totale.

Tuttavia, l’opzione preferita era che ciascun membro rispondesse individualmente, mantenendo le attuali regole, senza permettere a Israele o agli Stati Uniti, di affermare di aver raggiunto la deterrenza, ovvero il silenziamento dei fronti di supporto, specialmente quelli yemeniti e libanesi.

L’annuncio di Hezbollah, di aver risposto all’assassinio di Fouad Shukr, ha chiarito la natura delle risposte dell’asse della resistenza: non ci sarà una risposta collettiva.

Così, i gruppi dell’asse della resistenza dimostrano di non volere una guerra regionale totale, preferendo invece fermare la guerra o farla continuare su un piano di logoramento, con la possibilità che il fulcro della guerra si sposti, rendendo il conflitto con Hezbollah il fronte principale.

Per quanto riguarda le notizie secondo cui un altro paese potrebbe rispondere dopo Hezbollah, probabilmente si tratta dello Yemen, che è noto per la sua capacità di interrompere il traffico marittimo da e verso Israele attraverso il Mar Arabico e il Mar Rosso. Tuttavia, le capacità dei missili e dei droni yemeniti di raggiungere Israele sono limitate, a causa della distanza geografica, stimata a oltre 1.800 chilometri.

La risposta di Hezbollah allevia la pressione sull’Iran, che ha dichiarato, tramite il suo ministro degli Esteri, di preparare una risposta ufficiale e legale, che prevede la presentazione di una denuncia contro Israele presso la Corte Internazionale.

Una risposta militare arriverà dopo una preparazione adeguata. Hezbollah e l’Iran hanno osservato l’allerta e il panico all’interno di Israele, in previsione di una risposta e hanno “esagerato” nel prendersi il tempo necessario per infliggere il massimo danno possibile a Israele, sia economicamente che moralmente.

Tuttavia, la risposta di Hezbollah, che è ancora in sospeso, come abbiamo detto, è stata spiegata da Hassan Nasrallah come una prima fase della risposta all’assassinio di Shukr, lasciando intendere che ci potrebbero essere fasi successive, che potrebbero avvenire nei prossimi giorni o settimane.

La seconda fase è stata l’invio di droni verso la base di Glilot e il quartier generale della divisione 8200 vicino a Tel Aviv, completando così la risposta all’assassinio di Shukr, anche se potrebbe essere necessaria un’ulteriore risposta. Come si può interpretare questo enigma?

Nasrallah ha risposto confutando la falsa narrazione israeliana di un attacco preventivo che avrebbe sventato la risposta di Hezbollah, affermando che tutto dipende dal fatto che i droni abbiano raggiunto i loro obiettivi.

L’attacco di Hezbollah era composto da due fasi: la prima consisteva nel lanciare 340 razzi Katyusha su 11 siti nel Golan e in Galilea, con l’obiettivo di distrarre il sistema di difesa aerea IronDome per facilitare la seconda fase, ovvero l’invio di droni verso i loro obiettivi vicino a Tel Aviv.

Israele ha affermato di aver impedito il raggiungimento degli obiettivi, ma Nasrallah ritiene che i droni abbiano raggiunto i loro bersagli e che l’operazione abbia ottenuto il suo scopo. Se dovesse emergere che i droni non hanno colpito le due basi israeliane, Hezbollah potrebbe dover rispondere nuovamente. L’importante è che la situazione di conflitto sul campo è ancora in corso.

A Gaza, la resistenza continua nonostante le perdite, soprattutto tra i combattenti, e la rabbia popolare contro i crimini israeliani ha permesso a Hamas di reclutare un numero di combattenti molto superiore rispetto a quelli caduti. In questo modo, Hamas non è scomparsa da Gaza, e il discorso sul “giorno dopo” si è dissolto.

I negoziati di Biden sono in una fase di stallo, in attesa che Hamas si arrenda, accettando le condizioni imposte da Netanyahu, che includono il mantenimento dei valichi di Philadelphia e Netzarim, e non la fine della guerra, ma una semplice tregua temporanea, riducendo il numero e la tipologia dei prigionieri palestinesi inclusi nell’accordo.

La risposta di Hezbollah implica, innanzitutto, che la risposta dell’Iran non sarà più intensa di quella di Hezbollah, ma sarà naturalmente più forte rispetto a quella di aprile scorso, cioè non sarà solo una risposta simbolica.

In secondo luogo, la risposta non ha aperto la strada a una guerra regionale, poiché gli Stati Uniti stessi hanno dichiarato che affrontare Hezbollah è responsabilità primaria di Israele, mentre il compito dell’America è affrontare l’Iran solo nel caso in cui scoppiasse una guerra totale.

Tuttavia, ciò che Hezbollah e Israele sono abituati a definire “regole d’ingaggio” ora significa che queste regole sono cambiate, con il cessare della pressione globale su Israele e la continuazione dei suoi crimini di guerra quotidiani.

La possibilità che i droni raggiungano Tel Aviv e l’interruzione del funzionamento dell’aeroporto di Lod indicano che Hezbollah potrebbe aumentare la pressione reale su Israele nei prossimi giorni, senza necessariamente trascinare gli Stati Uniti in una guerra contro l’Iran.

In realtà, l’asse della resistenza ha ancora molte sorprese per Israele in questa guerra di logoramento, a condizione che gli Stati Uniti vengano neutralizzati e il loro intervento limitato al sostegno militare con munizioni e supporto politico, mantenendo un coinvolgimento a distanza nel Mar Rosso in uno scontro con lo Yemen.

Tra le tattiche che hanno innalzato il livello delle regole d’ingaggio vi è l’invio di attentatori suicidi da parte di Hamas e della Jihad a Tel Aviv, Netanya e Gerusalemme Ovest, una possibilità prevista fin dall’inizio della guerra.

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Sudzha, Kursk, Enorgodar. La guerra contro l’Europa prosegue

Nei giorni scorsi alcune migliaia di uomini delle forze ucraine sono penetrate nelle aree della regione di Kursk (Federazione russa) a ridosso del confine russo-ucraino. Secondo il comandante delle forze speciali russe “Akhmat” Apti Alaudinov i militari ucraini coinvolti inizialmente nelle manovre sarebbero stati circa 12mila, di cui un certo numero di mercenari stranieri.

Con questo sforzo, costato già un non trascurabile numero di perdite, Kiev ha ottenuto il controllo di un fazzoletto di territorio russo ed alcuni villaggi, alcuni dei quali già tornati sotto il controllo di Mosca.

Per avere la misura della questione, si può considerare che il principale centro dell’area attualmente sotto controllo ucraino è Sudzha, centro in cui all’inizio del 2024 sono stati censiti meno di cinquemila abitanti: come misura preventiva le autorità russe hanno imposto misure di sicurezza in una zona ben più ampia di quella occupata dalle forze ucraine ed interessata dai combattimenti, evacuando complessivamente, secondo il governatore della regione Alexey Smirov, oltre 120mila civili.

Quello di Kursk rappresenta il maggiore attacco condotto dalle forze ucraine in territorio russo dopo due anni e mezzo di operazioni militari su larga scala: la principale ragione di queste manovre è quella relativa all’ultima stazione di misurazione e filtraggio in territorio russo – a Sudzha – del gasdotto “Fratellanza” (conosciuto anche come gasdotto della Siberia occidentale) che percorre il tracciato Urengoy – Pomary – Uzgorod distribuendo poi il gas in Europa centrale ed occidentale attraverso Slovacchia, Repubblica Ceca ed Austria.

È opportuno ricordare come la fornitura di gas tramite questa condotta, pur riducendosi, non si sia mai interrotta nonostante la fase apertasi con l’attacco all’Ucraina del 24 febbraio 2024.

È evidente come le forze ucraine possano aver avviato una manovra del genere soltanto con il consenso di Washington, dal momento che i rifornimenti di Kiev e tutte le decisioni fondamentali dipendono in modo determinante da quest’ultima.

Del resto non è un segreto il fatto che i principali beneficiari della campagna contro l’energia russa in Europa occidentale siano proprio gli Stati Uniti. È opportuno sottolineare anche come le forze ucraine non abbiano incontrato una resistenza rilevante nella direzione di Sudzha: del resto il cospicuo afflusso di rinforzi russi dopo l’occupazione del piccolo centro sembra aver neutralizzato il tentativo di penetrazione ucraina in direzione nord-ovest.

Considerando le migliaia di chilometri di condotte che attraversano l’Ucraina il governo di Kiev non avrebbe avuto nessuna difficoltà tecnica a interrompere il transito di gas russo sul proprio territorio all’indomani del 24 febbraio 2022, ma facendolo avrebbe danneggiato soprattutto i propri interessi. L’Ucraina infatti continua a percepire cospicui onorari per i diritti di transito relativi all’attraversamento del gas sul proprio territorio.

La scadenza dei contratti di transito, ormai prossima, offre certamente dei buoni spunti per comprendere le ragioni profonde delle manovre nella regione di Kursk e del perché Mosca non stesse presidiando massicciamente la zona in termini miliari.

Se l’incursione nella regione di Kursk rappresenta un problema in più per le forze russe questa sottrae risorse allo schieramento ucraino su tutta la linea del fronte, schieramento già inferiore per mezzi, risorse e uomini a disposizione. A conferma di questo ci sono i piccoli ma costanti avanzamenti delle forze russe sul fronte del Donbass.

A meno di cento chilometri da Sudzha si trova peraltro la centrale nucleare di Kursk, altro obiettivo strategico in direzione del quale le forze ucraine avrebbero già condotto attacchi con dei droni.

Quasi in contemporanea all’inizio delle manovre nella regione di Kursk si è verificato il più grave attacco compiuto dalle forze ucraine ai danni della centrale nucleare di Energodar (regione di Zaporozhe), sotto controllo russo da oltre due anni: l’attacco, condotto con dei droni, ha incendiato una delle torri di raffreddamento della centrale, rischiando seriamente di causare un incidente nucleare.

Questo ultimo attacco verso la centrale di Energodar rappresenta il culmine di una larga serie di pericolosi atti compiuti da Kiev. Contribuendo a compromettere le future capacità di ripresa economica dell’Ucraina e a devastare la struttura demografica del paese, atti come quelli di Kursk, pur costando all’Ucraina mezzi, risorse e soprattutto vite umane, non aggiungono complessivamente alcun potere negoziale a quello detenuto da Kiev.

La loro prosecuzione è piuttosto destinata ad indebolire ulteriormente la posizione ucraina negli inevitabili compromessi che presto o tardi saranno raggiunti. Il loro principale obiettivo è invece quello di persuadere le opinioni pubbliche ma soprattutto i governi e le rappresentanze politiche occidentali della necessità di continuare ad inviare armi e alimentare così la maggiore guerra che si sta combattendo in Europa dopo il 1945.

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28/08/2024

Un ragazzo, tre ragazze (1996) di Éric Rohmer - Richiesta

Battiato, un alieno tra noi

È recentemente uscito per le edizioni di Mimesis Battiato, l'alieno di Maurizio Di Bona e Alessio Cantarella, libro che si pone l'obiettivo di «riportare Battiato sulla Terra e ricomporre il quadro d’insieme dell’artista, dell’uomo e del Maestro una miriade di ricordi scritti da chi lo ha conosciuto, ha collaborato con lui e gli ha voluto bene».

Riceviamo e condividiamo una riflessione di Ettore Zanca sul testo.

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Quando Battiato balzò agli onori della cronaca impetuoso come il suo cinghiale bianco, noi eravamo in gran parte ragazzini. E proprio in quel periodo rimanevamo incantati da un altro alieno che divenne talmente di moda che tutti separavamo a metà la mano dicendo «nano nano». Era Mork, interpretato da Robin Williams.

Fino quando non ho letto questo libro non avevo mai notato l’analogia che accomuna gli «alieni».

Franco Battiato per certi versi era proprio un alieno tanto quanto lo fosse quell’istrione di Williams. Un avulso dal pianeta che noi chiamiamo Terra, preso dalle sue creatività, con un occhio in parte indulgente e in parte sprezzante verso i vizi umani figli di una civiltà alla deriva. I capelli quasi sempre scombinati – ché i pensieri non si disciplinano pettinandoli – e quello sguardo di chi sapeva di essere talmente autorevole da poter fare battute travestite da profondità come Nevski e Stravinskij.

In questo libro c’è proprio un trattato sugli alieni, anzi sull’alieno canoro. Ci sono le sue evoluzioni di vita che sembravano complicatissime e invece erano solo prive di filtri e remore. E di rimpianti. Le sue note erano quelle di chi aveva deciso che la sua vita sarebbe stata anomala che è il sinonimo di «fantastica». Fondatore praticamente di una scuola creativa catanese, nessuno arrivato dopo di lui può prescindere dall’avere avuto da lui ispirazione, due nomi su tutti, Mario Venuti e Carmen Consoli.

I disegni sono pregevoli, ma non solo per la manifattura. Piace pensare che per ritrarre un alieno vero e in maniera degna ci voglia la stessa pazienza di un fotografo naturalista nel ritrarre un leopardo delle nevi. Maurizio Di Bona ha fatto proprio così. Da una genesi lontana con la sua china ancora da mettere su carta fino a quest’opera che forse è quella che più di tutte prova a mettere se non un confine, una pausa contornata di un mosaico al grande Franco. I contributi scritti, raccolti da Alessio Cantarella, sono una immersione nel pozzo della memoria, ricordi accompagnati e mai disturbati dalle cicale che friniscono di caldo. Dal succitato Venuti a Enzo Avitabile, disposti a restituire un po’ di ciò che Battiato ha dato loro. E a rivelare la sua simpatia travestita da comportamento da plantigrado.

Ogni vignetta ti «costringe» a rimanere lì, leggerla, rileggerla, ridere e riflettere. Un’ironia che anche Battiato avrebbe apprezzato tanto e magari avrebbe voluto Maurizio come ritrattista ufficiale dei suoi concerti chiedendogli di disegnare e di far vedere il cantante con gli occhi color inchiostro di una vignetta.

L’epoca dove siamo stati bambini ci ha visti felici forse, di sicuro ricchi. Perfino la nazionale campione del mondo del 1982, la più bella e commovente, aveva Battiato nel Dna.

I calciatori cantavano «cuccurucucu» per caricarsi. E Bruno Conti nel ricordarlo recentemente si è commosso.

Forse c’è davvero vita sugli altri pianeti e Franco ha provato a spiegarcelo. Ma il messaggio non è arrivato a tutti. Maurizio è stato un «eletto» che ha colto la sua Alienità e ha saputo disegnarla.

E con questo libro per il tempo di lettura ci sembra di risentire cicale, estati spensierate, caldo e voglia di avere qualcosa da inseguire, però dopo il cinghiale bianco e Mork in Tv.

Qualcosa che somiglia alla vita, ma un po’ più musicale. E meno distonica.

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I molteplici volti della transizione enrgetica italiana

Nei media sentiamo parlare in continuazione i politici di ogni schieramento della necessità del passaggio a un’economia verde, di abbandonare i combustibili fossili ed espandere il ruolo delle rinnovabili. Allo stesso tempo, Eni ha avviato la produzione di gas da uno dei quattro pozzi perforati nel Canale di Sicilia negli ultimi mesi.

Lo sfruttamento di Argo Cassiopea (questo è il nome del giacimento) è collegato all’installazione di una quantità di pannelli solari che garantirà la neutralità carbonica per le attività svolte. Ma si tratta pur sempre dell’estrazione di – si prospetta – 10 miliardi di metri cubi di gas naturale, per bruciarlo e consumarlo.

Per quanto nelle strategie governative e di Bruxelles il gas venga considerato una fonte meno inquinante e uno strumento di transizione verso energie più pulite, questa iniziativa continua a guardare evidentemente ai combustibili fossili. Così come è stato fatto nell’ultimo paio d’anni con tanti accordi siglati per slegarsi dal gas russo.

Se diamo uno sguardo al fotovoltaico e all’eolico italiano, i segnali sono altrettanto contrastanti. Il rapporto di luglio di Terna, l’azienda che gestisce la rete nazionale di trasmissione elettrica, segnalava che da gennaio a luglio 2024 la capacità installata in Italia è aumentata di quasi 4,3 GW: +39% rispetto allo stesso periodo del 2023.

I nove decimi di questa quantità proviene dal fotovoltaico, anche se bisogna ricordare che a farla da padrone tra le fonti rinnovabili italiane è, ovviamente, l’idroelettrico. Con oltre 32 mila GWh prodotte nel 2024, in aumento rispetto allo scorso anno, è ancora al primo posto della classifica delle energie pulite.

Sempre nel luglio 2024 era stata diffusa in maniera trionfale la notizia di Terna che, per la prima volta nel nostro paese, la produzione di energia da rinnovabili aveva superato quella da fossili nel primo semestre dell’anno, proprio grazie agli ottimi risultati dell’idroelettrico. Ma qui cominciano i guai.

Innanzitutto, basterebbe poco per investire in maniera intelligente sull’idroelettrico e migliorare nettamente le sue prestazioni, ma ogni progetto futuro è lasciato in mano al mercato. Per di più, in uno scenario di incertezza delle concessioni, dettato da un vero e proprio pasticcio condiviso tra governo Draghi e governo Meloni.

Quest’ultimo sembra essere anche all’origine della frenata delle installazioni che il fotovoltaico ha avuto a luglio, rispetto ai mesi precedenti. Il decreto Aree idonee, approvato a giugno ed entrato in vigore il 2 luglio, ha stabilito criteri e linee guida per identificare i luoghi più adatti in cui posizionare pale eoliche e pannelli fotovoltaici.

Con questo decreto, dai caratteri insieme generici e fumosi, scaricando la decisione finale sulle regioni, il governo è riuscito a far incontrare le critiche delle industrie di settore con quelle degli attivisti ambientali. Per Chiara Campione, responsabile dell’unità Clima per Greenpeace Italia, il provvedimento “di fatto crea più ostacoli burocratici”.

“Manca una strategia coordinata a livello nazionale”, ha aggiunto Campione. “Questo decreto rischia di essere un piccolo banco di prova di ciò che il governo vuole fare con l’autonomia differenziata”, evocando il grande assente di tutta questa storia: una direzione pubblica centralizzata, una politica industriale seria.

Anche quando Palazzo Chigi fa qualcosa di intelligente, ovvero affidarsi a imprese cinesi, la competizione prende il sopravvento. Meloni e compagnia lo fanno perché hanno bisogno degli investimenti di Pechino per rallentare la deindustrializzazione del Paese e la crisi del modello europeo, ma ciò segna anche il riconoscimento per la Cina del ruolo di avanguardia nel settore.

Da qui arriva la richiesta dell’associazione Wind Europe che la Commissione Europea intervenga sul memorandum che Urso ha firmato con MingYang per aprire una fabbrica di turbine eoliche in Italia.

E Bruxelles sta dunque raccogliendo i dati per accusare Pechino di dumping sui prezzi, in un altro versante del braccio di ferro commerciale che procede coi dazi.

MingYang e l’italiana Renexia (qualche multinazionale italiana doveva pur trovarci un guadagno) vogliono aprire un nuovo sito nel centro-sud entro un paio d’anni.

Il portavoce di Wind Europe, Christoph Zipf, ha detto che il memorandum non è in linea “con l’obiettivo dell’UE di mantenere la leadership tecnologica nel settore dell’energia eolica e rafforzare la filiera europea”.

Secondo l’associazione che rappresenta gli operatori eolici europei, Bruxelles dovrebbe studiare il dossier con particolare attenzione alle regole UE sui sussidi esteri.

In sostanza, la necessità della competizione strategica europea stavolta mette in pericolo possibili posti di lavoro e lotta alla crisi climatica, tutto in un colpo solo.

I segnali che arrivano dalle rinnovabili italiane sono dunque contrastanti. Di certo, la strada per la transizione verde è ancora lunga, e difficilmente verrà percorsa dalle forze di mercato, interessate soprattutto alla competitività e ai profitti... e a criticare/contrapporsi alla Cina.

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