Le forze di occupazione israeliane hanno invaso Tulkarem, Jenin, Tubas e i villaggi e le città di Ramallah ed Hebron, in un nuovo attacco denominato “Campi Estivi”, che coinvolge numerose città e villaggi della Cisgiordania. L’obiettivo si è concentrato inizialmente sui campi profughi, poiché rappresentano significati politici importanti, in particolare per la questione dei rifugiati palestinesi e il diritto al ritorno.
Questo è un attacco studiato e organizzato in modo sistematico che continua senza sosta da decenni, che visto nel tempo implica il coinvolgimento dei campi profughi in Libano, Siria e Cisgiordania.
È parte del “Piano del Secolo” e delle visioni della soluzione finale secondo la prospettiva israeliana.
Questo attacco, nelle sue attuali dimensioni, sarà limitato nel tempo, nello spazio e negli obiettivi, cioè non si evolverà in un attacco totale come è avvenuto a Gaza. Perché Israele utilizzerà solo una parte della sua forza. Se continua nei limiti attuali, non vi è un reale pericolo di svuotamento dei campi spingendo la popolazione allo sfollamento e al trasferimento, ma il rischio di un’escalation rimane e i piani di sfollamento e trasferimento sono reali, in attesa del momento opportuno.
Israele non passerà alla fase successiva, più importante e pericolosa in Cisgiordania, se non dopo aver soddisfatto una serie di condizioni e fattori. La fase successiva sarà un’escalation graduale, un aumento dell’uso della forza e il tentativo di replicare il modello di Gaza dopo il 7 ottobre.
Ma prima di dare inizio al piano di trasferimento, Israele dovrebbe raggiungere alcuni obiettivi: preparare l’opinione pubblica mondiale, convincendo i governi e i paesi occidentali del legame tra la resistenza nel nord della Cisgiordania e l’Iran. Come ha già fatto, convincendo i paesi occidentali che l’origine del problema palestinese è stato l’attacco di Hamas il 7 ottobre, etichettando Hamas come “terrorista”, affermando che Israele ha subito un nuovo Olocausto, che il 7 ottobre è la versione palestinese dell’11 settembre, e che Israele sta difendendo se stessa.
Ciò ha permesso a Israele di compiere crimini e genocidio di portata inaudita senza essere fermata o criticata seriamente dalle potenze occidentali.
Per raggiungere un risultato e giustificazioni simili in Cisgiordania, Israele creerà un collegamento tra la resistenza palestinese e l’Iran, dicendo al mondo che sta combattendo contro l’Iran e la sua influenza in Cisgiordania.
Convincere il mondo che la resistenza in Cisgiordania non è meno potente della sua controparte a Gaza e che è necessaria una grande campagna militare, giustificando uccisioni, distruzioni e devastazioni (anche se in realtà la resistenza dispone solo di semplici armi leggere), cercando di oscurare ogni riferimento all’occupazione che è all’origine della Nakba e della resistenza del popolo palestinese come pure è stato recentemente decretato dalla Corte Internazionale dell’Aja.
In questa missione, Israele avrà bisogno del sopporto della macchina di guerra della comunicazione occidentale, e non solo, che ha già iniziato a usare lo stesso approccio utilizzato a Gaza: enfatizzare la forza della resistenza, amplificare l’evento, e sottolineare che ciò che sta accadendo non è un’aggressione, ma piuttosto “feroci battaglie” e “scontri violenti”. Usando gli stessi termini: agguato complesso, cecchini, colpi contro i mezzi nemici, esplosione di bulldozer, ordigni esplosivi altamente distruttivi, campi minati, assi di combattimento.
Israele sta utilizzando, per la prima volta, tecniche militari non necessarie e sproporzionate rispetto agli obiettivi: operazioni di sbarco, uso di droni, distruzione di strade, danneggiamento delle infrastrutture, assedio di ospedali, bombardamenti aerei (in passato si limitava a incursioni e arresti, ricorrendo agli assassini mirati solo in casi particolari).
Come dire, vuole replicare la situazione di Gaza nel nord della Cisgiordania (come prima fase) per confondere l’immagine del mondo e degli osservatori. Così come il mondo si è abituato alla situazione di Gaza (nonostante l’intensità della tragedia), si è abituato ai crimini di bombardamento e ai massacri (nonostante la loro brutalità), e la cosa è diventata accettabile e abituale, sarà così anche in Cisgiordania.
Si tratta poi di mettere in imbarazzo l’Autorità Palestinese, mostrando la sua debolezza e incapacità, incitando contro di essa, suscitando l’opinione pubblica locale contro, fino a spingere forze e individui a prendere di mira le sue sedi (accompagnato da un assedio finanziario e politico, trattenendo le tasse e accusandola di sostenere il terrorismo). Dopo averla indebolita, si creerà l’opportunità per farla cadere, sostituendola con uno stato di caos e disordini, con conflitti interni, lasciando un vuoto politico e privando i palestinesi di qualsiasi rappresentanza.
Con un’atmosfera di guerra aggressiva che indebolirà o eliminerà la resistenza, con un clima di caos interno e lasciando i coloni liberi di devastare i villaggi, le città e le strade, si creerà l’opportunità di attuare i piani di trasferimento verso la Giordania. La fuga da questo inferno diventerà il desiderio di chiunque cercherà di salvarsi per sopravvivere.
Rimango convinto che i palestinesi hanno la consapevolezza di dover agire e pensare con razionalità per poter sventare le prospettive di Israele, e non cadere nella trappola sionista. Questo non significa che il problema si concluda e il conflitto si fermi, ma che si torni alla situazione originale: una situazione di scontro e resistenza popolare con ogni mezzo, contro l’occupazione.
Il problema è che in tempi di guerra, con le invasioni, prevalgono sentimenti di rabbia e paura istintiva, e di solito questi sentimenti negativi prevalgono sul pensiero razionale, sostituendolo con l’emotività e il desiderio, e a volte con il populismo. Penso che, il movimento di solidarietà con la giusta lotta del popolo palestinese e la sua multiforme resistenza, dovrebbe assumere il ruolo non solo di sostegno alle varie iniziative, mantenendo alta la narrazione palestinese, ma allargando il movimento di boicottaggio BDS, a tutti i livelli, come mezzo di pressione anche sulle istituzioni per congelare se non annullare ogni forma di sostegno politico, diplomatico, militare e commerciale con Israele.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
03/09/2024
Cile - Da un Gabriel a un altro Gabriel, il tradimento come modello politico
Nel 1946, il Congresso cileno elesse Gabriel González Videla presidente della repubblica. La sua vittoria è stata sostenuta da un’alleanza composta da radicali, comunisti e democratici, dopo aver ottenuto il maggior numero di voti alle elezioni del 4 settembre.
Durante il suo primo anno di governo, González Videla inserì i comunisti nella sua amministrazione, concedendo loro tre posti nel gabinetto, ma nell’aprile 1947 i ministri comunisti decisero di lasciare il governo dopo divergenze inconciliabili con il presidente. Ben presto, l’allontanamento si trasformò in una rottura e, poche settimane dopo, in un’insaziabile persecuzione ordinata da Washington nel momento in cui iniziava la Guerra Fredda, ponendo fine alla politica del “Buon Vicino” come strumento per affrontare la guerra.
Cedette il passo alla dottrina dell’“autodifesa collettiva” che portò alla creazione del Trattato Interamericano di Assistenza Reciproca (TIAR) nel 1947 e all’Organizzazione degli Stati Americani (OAS) nel 1948. Pertanto, il controllo di Washington sull’America latina e i Caraibi ha acquisito status giuridico con il beneplacito delle oligarchie locali. I comunisti non erano più necessari. Hitler e il fascismo erano stati sconfitti e ora il nemico era l’Unione Sovietica.
Sentendosi appoggiato dalla più grande potenza mondiale, González Videla fece approvare la “Legge sulla Difesa della Democrazia”, uno strumento giuridico che lo autorizzava a reprimere i comunisti. La cosiddetta “Legge Maledetta” bandì il Partito Comunista del Cile (PC) e venne utilizzata per la repressione contro il movimento popolare, in particolare quello dei lavoratori.
A livello internazionale, González Videla, che nella storia cilena è conosciuto come “il traditore”, ruppe i rapporti con l’Unione Sovietica e il campo socialista, cosa che nemmeno gli Stati Uniti fecero.
Nell’ambito di questa politica, furono aperti nel paese, soprattutto nel nord, campi di concentramento dove i comunisti e altri leader politici e sociali furono detenuti nelle difficili condizioni del deserto cileno. In uno di essi, Pisagua, compì le sue prime azioni come ufficiale dell’esercito il giovane tenente Augusto Pinochet Ugarte.
Il poeta Pablo Neruda, allora senatore del partito comunista, accusò pubblicamente il presidente di essere filonazista sin dalla fine degli anni ’30, quando era ambasciatore del Cile in Francia. In quel paese, invaso dai nazisti, l’attuale presidente cullava un viscerale anticomunismo che gli permetteva di confrontarsi con la parte più rancida della società del paese occupato.
Dopo l’approvazione della Legge Maledetta, González Videla ha cambiato l’orientamento originario del suo governo, dando spazio ai partiti di destra, sia conservatori che liberali. Già a quel tempo riuscì a mettere un settore del partito socialista come furgone di coda di un gabinetto volto alla repressione e persecuzione del movimento sociale. Consegnando alla destra la guida dell’economia, González Videla ha permesso che si applicassero misure forti contro i lavoratori, favorendo il grande capitale.
L’allora senatore Salvador Allende respinse e denunciò con forza la Legge Maledetta e la repressione.
Il suo carattere opportunista e traditore ha portato González Videla ad essere riconosciuto come l’unico presidente cileno che ha governato con tutti i partiti dello spettro politico del paese, da destra a sinistra, adattandosi in ogni momento alle condizioni che gli hanno permesso di rimanere al potere. Lealtà, dignità e principi non erano parole esistenti nel suo dizionario.
Settantacinque anni dopo, un altro Gabriel, seguendo le orme del suo omonimo, ha vinto le elezioni presidenziali in Cile, adottando, come lui, il tradimento come metodo. Allo stesso modo in cui González Videla ha vinto con una coalizione di partiti e poi, in brevissimo tempo, in pratica, ha governato con un altra, Boric ha vinto con un programma e sta governando con un altro.
Copiando la sua pratica, ha incorporato nel suo governo una vasta gamma di personaggi, compresi alcuni che, non essendo ufficialmente di destra, sono diventati i grandi sostenitori del modello economico repressivo neoliberista subordinato agli Stati Uniti e ai suoi alleati nella NATO dell’Unione Europea, a beneficio dei grandi gruppi economici e delle multinazionali.
Dove Boric ha preso le distanze da González Videla, agendo in modo più “intelligente”, è nell’applicazione di un’impronta politica “brillante” che lo ha portato a dividere di fatto il partito comunista, perseguitando e imprigionando – proprio come González Videla – Daniel Jadue, il suo leader più importante, mentre allo stesso tempo incarica i suoi ministri e altri collaboratori comunisti dell’esecuzione del tradimento.
Approfittando dell’accentuata e generalizzata “sindrome di Stoccolma” che Pinochet ha iniettato in larghi settori della sinistra cilena, Boric si avvale dell’appoggio di Bachelet e dell’incorporazione di Tohá, Allende, Letelier e altri pezzi di quella vasta fauna di figli e nipoti del leader della Unidad Popular che ora servono i loro padroni imperiali.
Il colmo di tanto spregevole attuazione è toccato alla ministra portavoce del governo Boric, che si chiama Camila Vallejo, che dalla sua posizione alla guida del PC ha spinto affinché Daniel Jadue, il leader più riconosciuto del movimento popolare cileno, affrontasse Boric alle primarie presidenziali, che non erano necessarie, affinché Boric potesse essere eletto candidato presidenziale della “sinistra unita” con il voto della destra.
In una macabra operazione, Vallejo, che era al comando della campagna elettorale di Jadue, lo condusse a quelle primarie, sapendo che la destra si sarebbe rivolta a votare per Boric. Vale la pena dire che in Cile le primarie sono aperte e qualsiasi cittadino indipendente può parteciparvi, indipendentemente dal fatto che sia iscritto o meno ai partiti che sostengono i candidati.
Persone legate al sindaco hanno affermato che non è passata nemmeno una settimana prima che Vallejo, ora incorporata nel comando della campagna presidenziale di Boric, non abbia mai più risposto al telefono a Jadue, escludendolo da qualsiasi partecipazione al processo di formazione del governo, consumando uno dei tradimenti più orrendi della vasta pratica cilena, iniziata nel 1818 quando Bernardo O’Higgins, il “padre della patria” ordinò l’assassinio di Manuel Rodríguez, il più brillante, illustre e altruista combattente per l’indipendenza.
Una volta arrivata al governo, la coppia Boric-Vallejo ha iniziato la persecuzione del movimento popolare: militarizzazione dell’Araucanía, persecuzione e carcere per i leader mapuche, repressione dei combattenti sociali e dei difensori dei diritti umani, sostegno attivo ed entusiasta al governo nazista dell’Ucraina, piena subordinazione a Washington in quasi tutti gli eccessi da essa commessi nel mondo e il mantenimento del modello di accumulazione capitalista che ha il suo principale appoggio nell’AFP, il tutto culminato nell’arresto senza prove di Daniel Jadue, (comunista), e nella sua successiva destituzione da sindaco per impedimento alla libertà, celebrato con un silenzio complice da Boric e Vallejo (“comunista”).
Cosa ne penserebbero Luis Emilio Recabarren, Elías Lafertte e Ricardo Fonseca? Come si sarebbero comportati Víctor Díaz, Marta Ugarte e Víctor Jara? Cosa avrebbe fatto Gladys Marín?
È compito dei sociologi e dei politologi, forse anche degli psicologi, indagare queste vicissitudini della storia cilena. Sarebbe bello sapere perché questi personaggi che sono stati scelti dai comunisti, ora al governo, li perseguitano. Certo, c’è una differenza, nel 20° secolo il PC faceva parte del governo e se ne andò perché cominciò ad essere perseguitato. Adesso fa parte del governo e non ne è ancora uscito, trasformandosi in un persecutore. Con González Videla il PC è stato tradito, ora è intrappolato nel campo dei traditori.
Va detto che in passato l’etica del PC ha superato la sua militanza, diventando un manto che ha ricoperto positivamente la politica cilena, segnalando con la sua impronta un modello da seguire e un modo di fare politica che è stato motivo di orgoglio per i suoi militanti e degno di ammirazione da parte dei loro alleati e persino della destra.
Non potevano comprare il PC con niente. Ha combattuto e resistito con dignità e integrità alle dittature di González Videla e Pinochet. Ha superato difficoltà, il carcere, le persecuzioni, le torture, la morte e le sparizioni forzate. Ed è andato avanti.
Ora, il PC sembra avere un prezzo: lo hanno pagato con alcuni incarichi nell’amministrazione affinché insieme a quelli colpiti di ieri e di oggi dalla sindrome di Stoccolma, facciano il lavoro sporco a favore di Washington e dei gruppi imprenditoriali. Ecco perché il loro odio e la loro crudeltà contro Cuba, Venezuela e Nicaragua.
Sembra strano, ma nel caso di Boric è un odio personale, nel caso di Vallejo sembra telecomandato da Washington. In ogni caso, come ha detto Silvio, entrambi cercano di salvarsi “entre únicos e impares” mentre cercano un posto nel parnaso imperiale per avere “un angolino sui loro altari”.
Non mi sono mai aspettato nulla da Boric, l’ho detto prima che fosse eletto. Figlio di un democristiano e discendente di fascisti ustascia croati, porta nel sangue la miseria umana, e quando Camila tradì Jadue, ancora una volta, con il mio sfrenato ottimismo della ragione ho ricordato il presidente Allende nelle sue ultime parole: “...Altri uomini supereranno questo momento grigio e amaro in cui il tradimento cerca di prevalere”.
Non ho dubbi che ancora una volta sarà così, compagno presidente.
Ultim’ora.
Il Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia (CRED) ritiene che la concessione, deliberata oggi lunedì 2 settembre 2024, degli arresti domiciliari al leader comunista cileno di origine palestinese Daniel Jadue costituisca un primo passo importante.
Occorre ora continuare la mobilitazione per smantellare completamente la montatura giudiziaria contro Daniel che costituisce un evidente caso di lawfare, uso politico della magistratura per consolidare il potere delle classi dominanti.
Libertà per il leader comunista cileno Daniel Jadue!
Fonte
Durante il suo primo anno di governo, González Videla inserì i comunisti nella sua amministrazione, concedendo loro tre posti nel gabinetto, ma nell’aprile 1947 i ministri comunisti decisero di lasciare il governo dopo divergenze inconciliabili con il presidente. Ben presto, l’allontanamento si trasformò in una rottura e, poche settimane dopo, in un’insaziabile persecuzione ordinata da Washington nel momento in cui iniziava la Guerra Fredda, ponendo fine alla politica del “Buon Vicino” come strumento per affrontare la guerra.
Cedette il passo alla dottrina dell’“autodifesa collettiva” che portò alla creazione del Trattato Interamericano di Assistenza Reciproca (TIAR) nel 1947 e all’Organizzazione degli Stati Americani (OAS) nel 1948. Pertanto, il controllo di Washington sull’America latina e i Caraibi ha acquisito status giuridico con il beneplacito delle oligarchie locali. I comunisti non erano più necessari. Hitler e il fascismo erano stati sconfitti e ora il nemico era l’Unione Sovietica.
Sentendosi appoggiato dalla più grande potenza mondiale, González Videla fece approvare la “Legge sulla Difesa della Democrazia”, uno strumento giuridico che lo autorizzava a reprimere i comunisti. La cosiddetta “Legge Maledetta” bandì il Partito Comunista del Cile (PC) e venne utilizzata per la repressione contro il movimento popolare, in particolare quello dei lavoratori.
A livello internazionale, González Videla, che nella storia cilena è conosciuto come “il traditore”, ruppe i rapporti con l’Unione Sovietica e il campo socialista, cosa che nemmeno gli Stati Uniti fecero.
Nell’ambito di questa politica, furono aperti nel paese, soprattutto nel nord, campi di concentramento dove i comunisti e altri leader politici e sociali furono detenuti nelle difficili condizioni del deserto cileno. In uno di essi, Pisagua, compì le sue prime azioni come ufficiale dell’esercito il giovane tenente Augusto Pinochet Ugarte.
Il poeta Pablo Neruda, allora senatore del partito comunista, accusò pubblicamente il presidente di essere filonazista sin dalla fine degli anni ’30, quando era ambasciatore del Cile in Francia. In quel paese, invaso dai nazisti, l’attuale presidente cullava un viscerale anticomunismo che gli permetteva di confrontarsi con la parte più rancida della società del paese occupato.
Dopo l’approvazione della Legge Maledetta, González Videla ha cambiato l’orientamento originario del suo governo, dando spazio ai partiti di destra, sia conservatori che liberali. Già a quel tempo riuscì a mettere un settore del partito socialista come furgone di coda di un gabinetto volto alla repressione e persecuzione del movimento sociale. Consegnando alla destra la guida dell’economia, González Videla ha permesso che si applicassero misure forti contro i lavoratori, favorendo il grande capitale.
L’allora senatore Salvador Allende respinse e denunciò con forza la Legge Maledetta e la repressione.
Il suo carattere opportunista e traditore ha portato González Videla ad essere riconosciuto come l’unico presidente cileno che ha governato con tutti i partiti dello spettro politico del paese, da destra a sinistra, adattandosi in ogni momento alle condizioni che gli hanno permesso di rimanere al potere. Lealtà, dignità e principi non erano parole esistenti nel suo dizionario.
Settantacinque anni dopo, un altro Gabriel, seguendo le orme del suo omonimo, ha vinto le elezioni presidenziali in Cile, adottando, come lui, il tradimento come metodo. Allo stesso modo in cui González Videla ha vinto con una coalizione di partiti e poi, in brevissimo tempo, in pratica, ha governato con un altra, Boric ha vinto con un programma e sta governando con un altro.
Copiando la sua pratica, ha incorporato nel suo governo una vasta gamma di personaggi, compresi alcuni che, non essendo ufficialmente di destra, sono diventati i grandi sostenitori del modello economico repressivo neoliberista subordinato agli Stati Uniti e ai suoi alleati nella NATO dell’Unione Europea, a beneficio dei grandi gruppi economici e delle multinazionali.
Dove Boric ha preso le distanze da González Videla, agendo in modo più “intelligente”, è nell’applicazione di un’impronta politica “brillante” che lo ha portato a dividere di fatto il partito comunista, perseguitando e imprigionando – proprio come González Videla – Daniel Jadue, il suo leader più importante, mentre allo stesso tempo incarica i suoi ministri e altri collaboratori comunisti dell’esecuzione del tradimento.
Approfittando dell’accentuata e generalizzata “sindrome di Stoccolma” che Pinochet ha iniettato in larghi settori della sinistra cilena, Boric si avvale dell’appoggio di Bachelet e dell’incorporazione di Tohá, Allende, Letelier e altri pezzi di quella vasta fauna di figli e nipoti del leader della Unidad Popular che ora servono i loro padroni imperiali.
Il colmo di tanto spregevole attuazione è toccato alla ministra portavoce del governo Boric, che si chiama Camila Vallejo, che dalla sua posizione alla guida del PC ha spinto affinché Daniel Jadue, il leader più riconosciuto del movimento popolare cileno, affrontasse Boric alle primarie presidenziali, che non erano necessarie, affinché Boric potesse essere eletto candidato presidenziale della “sinistra unita” con il voto della destra.
In una macabra operazione, Vallejo, che era al comando della campagna elettorale di Jadue, lo condusse a quelle primarie, sapendo che la destra si sarebbe rivolta a votare per Boric. Vale la pena dire che in Cile le primarie sono aperte e qualsiasi cittadino indipendente può parteciparvi, indipendentemente dal fatto che sia iscritto o meno ai partiti che sostengono i candidati.
Persone legate al sindaco hanno affermato che non è passata nemmeno una settimana prima che Vallejo, ora incorporata nel comando della campagna presidenziale di Boric, non abbia mai più risposto al telefono a Jadue, escludendolo da qualsiasi partecipazione al processo di formazione del governo, consumando uno dei tradimenti più orrendi della vasta pratica cilena, iniziata nel 1818 quando Bernardo O’Higgins, il “padre della patria” ordinò l’assassinio di Manuel Rodríguez, il più brillante, illustre e altruista combattente per l’indipendenza.
Una volta arrivata al governo, la coppia Boric-Vallejo ha iniziato la persecuzione del movimento popolare: militarizzazione dell’Araucanía, persecuzione e carcere per i leader mapuche, repressione dei combattenti sociali e dei difensori dei diritti umani, sostegno attivo ed entusiasta al governo nazista dell’Ucraina, piena subordinazione a Washington in quasi tutti gli eccessi da essa commessi nel mondo e il mantenimento del modello di accumulazione capitalista che ha il suo principale appoggio nell’AFP, il tutto culminato nell’arresto senza prove di Daniel Jadue, (comunista), e nella sua successiva destituzione da sindaco per impedimento alla libertà, celebrato con un silenzio complice da Boric e Vallejo (“comunista”).
Cosa ne penserebbero Luis Emilio Recabarren, Elías Lafertte e Ricardo Fonseca? Come si sarebbero comportati Víctor Díaz, Marta Ugarte e Víctor Jara? Cosa avrebbe fatto Gladys Marín?
È compito dei sociologi e dei politologi, forse anche degli psicologi, indagare queste vicissitudini della storia cilena. Sarebbe bello sapere perché questi personaggi che sono stati scelti dai comunisti, ora al governo, li perseguitano. Certo, c’è una differenza, nel 20° secolo il PC faceva parte del governo e se ne andò perché cominciò ad essere perseguitato. Adesso fa parte del governo e non ne è ancora uscito, trasformandosi in un persecutore. Con González Videla il PC è stato tradito, ora è intrappolato nel campo dei traditori.
Va detto che in passato l’etica del PC ha superato la sua militanza, diventando un manto che ha ricoperto positivamente la politica cilena, segnalando con la sua impronta un modello da seguire e un modo di fare politica che è stato motivo di orgoglio per i suoi militanti e degno di ammirazione da parte dei loro alleati e persino della destra.
Non potevano comprare il PC con niente. Ha combattuto e resistito con dignità e integrità alle dittature di González Videla e Pinochet. Ha superato difficoltà, il carcere, le persecuzioni, le torture, la morte e le sparizioni forzate. Ed è andato avanti.
Ora, il PC sembra avere un prezzo: lo hanno pagato con alcuni incarichi nell’amministrazione affinché insieme a quelli colpiti di ieri e di oggi dalla sindrome di Stoccolma, facciano il lavoro sporco a favore di Washington e dei gruppi imprenditoriali. Ecco perché il loro odio e la loro crudeltà contro Cuba, Venezuela e Nicaragua.
Sembra strano, ma nel caso di Boric è un odio personale, nel caso di Vallejo sembra telecomandato da Washington. In ogni caso, come ha detto Silvio, entrambi cercano di salvarsi “entre únicos e impares” mentre cercano un posto nel parnaso imperiale per avere “un angolino sui loro altari”.
Non mi sono mai aspettato nulla da Boric, l’ho detto prima che fosse eletto. Figlio di un democristiano e discendente di fascisti ustascia croati, porta nel sangue la miseria umana, e quando Camila tradì Jadue, ancora una volta, con il mio sfrenato ottimismo della ragione ho ricordato il presidente Allende nelle sue ultime parole: “...Altri uomini supereranno questo momento grigio e amaro in cui il tradimento cerca di prevalere”.
Non ho dubbi che ancora una volta sarà così, compagno presidente.
Ultim’ora.
Il Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia (CRED) ritiene che la concessione, deliberata oggi lunedì 2 settembre 2024, degli arresti domiciliari al leader comunista cileno di origine palestinese Daniel Jadue costituisca un primo passo importante.
Occorre ora continuare la mobilitazione per smantellare completamente la montatura giudiziaria contro Daniel che costituisce un evidente caso di lawfare, uso politico della magistratura per consolidare il potere delle classi dominanti.
Libertà per il leader comunista cileno Daniel Jadue!
Fonte
Sahra la Rossa
La sinistra liberal e i giornali spazzatura che ripetono la propaganda della NATO la chiamano “rossobruna”; ma per i lavoratori, i disoccupati, i precari lei è die rote Sahra. Sara la Rossa!
Così la chiama il popolo dei quartieri popolari e delle periferie abbandonate, così la chiamano le famiglie della classe operaia.
Studiosa marxista, cresciuta nella DDR, Sahra Wagenknecht è uno dei quadri politici più carismatici della scena tedesca.
Dirigente giovanile del Partito Socialista Unificato, il suo idolo era Walter Ulbricht, leader della Repubblica Democratica Tedesca e fiduciario di Stalin, che nel 1953 sedò una rivolta fomentata dagli USA armando le milizie operaie e con l’aiuto dei carri armati sovietici.
Sahra visse la caduta del muro di Berlino come “Il momento più difficile che avesse mai affrontato”.
Dopo l’unificazione tedesca entrerà nella PDS all’interno della “Piattaforma comunista” iniziando la lotta contro l’opportunismo dei dirigenti che continuerà anche all’interno della Linke.
Nel suo primo discorso da Parlamentare dirà: “cinque anni fa è morto un Paese in cui c’era almeno un tentativo di costruire una società non guidata dal profitto. Oggi vediamo di nuovo il dominio del capitalismo. Per me questo è un chiaro passo indietro. La DDR è stata la Germania più pacifica, più sociale, più umana in ogni fase del suo sviluppo, a dispetto delle critiche specifiche che si possono muovere nei suoi confronti”.
Nel 2004 pubblicherà il libro “Aló Presidente: Hugo Chávez e il futuro del Venezuela” in cui prende a modello la Rivoluzione Bolivariana elogiando Chavez come “un grande Presidente che ha dedicato tutta la sua vita alla lotta per la giustizia e la dignità”.
In ogni occasione si schiererà sempre dalla parte di Cuba e difenderà appassionatamente Fidel Castro dicendo: “si è battuto per un mondo migliore, è un democratico in tutto e per tutto. Ha amato il suo popolo e il suo popolo ama lui”.
Amatissima dai militanti di base che la ribattezzeranno “la nuova Rosa Luxemburg” è al contempo odiatissima dal gruppo dirigente che tenterà in ogni modo di diffamarla, isolarla e umiliarla, arrivando perfino a interrompere il suo discorso durante il Congresso Nazionale del Partito il 28 Maggio del 2016, scagliandole una torta in faccia.
Attaccata per le sue posizioni filo-palestinesi e accusata dalla sinistra tedesca di non essere abbastanza filo-israeliana verrà infine espulsa dalla Linke per “antisemitismo” dopo essersi rifiutata di alzarsi in piedi ad applaudire l’ex premier israeliano Ehud Olmert in occasione del suo discorso al Bundestag.
Lei risponderà facendo uscire un libro dall’inequivocabile titolo: “Contro la sinistra liberale!”.
Dopo la sua espulsione la sinistra interna della Linke uscirà dal Partito aggregandosi intorno a lei e dando vita a un nuovo movimento dal nome “In Piedi!”, con un programma all’insegna della giustizia sociale, contro l’Unione Europea del liberismo sfrenato e della guerra, contro l’imperialismo statunitense e la NATO.
Oggi la sua coalizione veleggia oltre il 15% sorpassando i socialdemocratici e attestandosi come Terza forza politica, mentre Verdi e Linke non raggiungono neppure la soglia di sbarramento.
Viene strumentalmente accusata di essere “contro gli immigrati” ma ciò non è vero, le sue sono le stesse posizioni dei panafricanisti.
È molto critica con questo modello di immigrazione gestito dalle ONG che sradica i popoli generando dumping salariale, ricattabilità, e guerra tra poveri; a cui antepone una soluzione “alla sovietica”, con un grande piano di formazione di figure professionali e tecnici specializzati da parte dei Paesi Europei al fine di migliorare la situazione economica e sociale lì invece di sottrarli ai Paesi poveri attraverso l’immigrazione, che definisce come un’altra forma di saccheggio coloniale delle risorse umane ai danni dell’Africa.
Aggiungendo “il dibattito sull’aprire i confini è una carta da giocare per chi vuole forza lavoro a buon mercato – cioè per le grandi imprese. Non è un caso che le associazioni industriali cantino l’inno dell’immigrazione. Nessuno crede davvero che lo facciano per motivi umanitari. Si tratta di spietati interessi economici!”.
Negli ultimi mesi è uscita la sua biografia intitolata “Die Kommunistin” – La comunista – in cui si schiera frontalmente contro l’invio di armi e finanziamenti al regime di Kiev incolpando la Nato e gli USA per il conflitto in Ucraina.
Quando Zelensky è stato invitato a parlare al Parlamento Tedesco, Sahra e i suoi hanno dato vita a una rumorosa contestazione allontanandosi in modo dimostrativo e lasciando l’aula.
Sahra Wagenknecht in Germania ha colmato un vuoto politico ponendosi, da sinistra, in radicale contrapposizione sia alla sinistra padronale, liberal e guerrafondaia, sia alla destra affarista.
Nell’Italia delle occasioni perse la sinistra radicale ha preferito tapparsi gli occhi di fronte a chi, come Sahra, ne denunciava doppiezze, frivolezze e iniquità.
Bollando come rossobruno e fascista chi poneva quei temi all’interno del dibattito politico.
Il risultato è stato l’estinzione.
Fuori dalle istituzioni con cifre da prefisso telefonico e astensionismo da record, mentre nei quartieri popolari il 75% dei cittadini non vota più.
Fonte
Così la chiama il popolo dei quartieri popolari e delle periferie abbandonate, così la chiamano le famiglie della classe operaia.
Studiosa marxista, cresciuta nella DDR, Sahra Wagenknecht è uno dei quadri politici più carismatici della scena tedesca.
Dirigente giovanile del Partito Socialista Unificato, il suo idolo era Walter Ulbricht, leader della Repubblica Democratica Tedesca e fiduciario di Stalin, che nel 1953 sedò una rivolta fomentata dagli USA armando le milizie operaie e con l’aiuto dei carri armati sovietici.
Sahra visse la caduta del muro di Berlino come “Il momento più difficile che avesse mai affrontato”.
Dopo l’unificazione tedesca entrerà nella PDS all’interno della “Piattaforma comunista” iniziando la lotta contro l’opportunismo dei dirigenti che continuerà anche all’interno della Linke.
Nel suo primo discorso da Parlamentare dirà: “cinque anni fa è morto un Paese in cui c’era almeno un tentativo di costruire una società non guidata dal profitto. Oggi vediamo di nuovo il dominio del capitalismo. Per me questo è un chiaro passo indietro. La DDR è stata la Germania più pacifica, più sociale, più umana in ogni fase del suo sviluppo, a dispetto delle critiche specifiche che si possono muovere nei suoi confronti”.
Nel 2004 pubblicherà il libro “Aló Presidente: Hugo Chávez e il futuro del Venezuela” in cui prende a modello la Rivoluzione Bolivariana elogiando Chavez come “un grande Presidente che ha dedicato tutta la sua vita alla lotta per la giustizia e la dignità”.
In ogni occasione si schiererà sempre dalla parte di Cuba e difenderà appassionatamente Fidel Castro dicendo: “si è battuto per un mondo migliore, è un democratico in tutto e per tutto. Ha amato il suo popolo e il suo popolo ama lui”.
Amatissima dai militanti di base che la ribattezzeranno “la nuova Rosa Luxemburg” è al contempo odiatissima dal gruppo dirigente che tenterà in ogni modo di diffamarla, isolarla e umiliarla, arrivando perfino a interrompere il suo discorso durante il Congresso Nazionale del Partito il 28 Maggio del 2016, scagliandole una torta in faccia.
Attaccata per le sue posizioni filo-palestinesi e accusata dalla sinistra tedesca di non essere abbastanza filo-israeliana verrà infine espulsa dalla Linke per “antisemitismo” dopo essersi rifiutata di alzarsi in piedi ad applaudire l’ex premier israeliano Ehud Olmert in occasione del suo discorso al Bundestag.
Lei risponderà facendo uscire un libro dall’inequivocabile titolo: “Contro la sinistra liberale!”.
Dopo la sua espulsione la sinistra interna della Linke uscirà dal Partito aggregandosi intorno a lei e dando vita a un nuovo movimento dal nome “In Piedi!”, con un programma all’insegna della giustizia sociale, contro l’Unione Europea del liberismo sfrenato e della guerra, contro l’imperialismo statunitense e la NATO.
Oggi la sua coalizione veleggia oltre il 15% sorpassando i socialdemocratici e attestandosi come Terza forza politica, mentre Verdi e Linke non raggiungono neppure la soglia di sbarramento.
Viene strumentalmente accusata di essere “contro gli immigrati” ma ciò non è vero, le sue sono le stesse posizioni dei panafricanisti.
È molto critica con questo modello di immigrazione gestito dalle ONG che sradica i popoli generando dumping salariale, ricattabilità, e guerra tra poveri; a cui antepone una soluzione “alla sovietica”, con un grande piano di formazione di figure professionali e tecnici specializzati da parte dei Paesi Europei al fine di migliorare la situazione economica e sociale lì invece di sottrarli ai Paesi poveri attraverso l’immigrazione, che definisce come un’altra forma di saccheggio coloniale delle risorse umane ai danni dell’Africa.
Aggiungendo “il dibattito sull’aprire i confini è una carta da giocare per chi vuole forza lavoro a buon mercato – cioè per le grandi imprese. Non è un caso che le associazioni industriali cantino l’inno dell’immigrazione. Nessuno crede davvero che lo facciano per motivi umanitari. Si tratta di spietati interessi economici!”.
Negli ultimi mesi è uscita la sua biografia intitolata “Die Kommunistin” – La comunista – in cui si schiera frontalmente contro l’invio di armi e finanziamenti al regime di Kiev incolpando la Nato e gli USA per il conflitto in Ucraina.
Quando Zelensky è stato invitato a parlare al Parlamento Tedesco, Sahra e i suoi hanno dato vita a una rumorosa contestazione allontanandosi in modo dimostrativo e lasciando l’aula.
Sahra Wagenknecht in Germania ha colmato un vuoto politico ponendosi, da sinistra, in radicale contrapposizione sia alla sinistra padronale, liberal e guerrafondaia, sia alla destra affarista.
Nell’Italia delle occasioni perse la sinistra radicale ha preferito tapparsi gli occhi di fronte a chi, come Sahra, ne denunciava doppiezze, frivolezze e iniquità.
Bollando come rossobruno e fascista chi poneva quei temi all’interno del dibattito politico.
Il risultato è stato l’estinzione.
Fuori dalle istituzioni con cifre da prefisso telefonico e astensionismo da record, mentre nei quartieri popolari il 75% dei cittadini non vota più.
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02/09/2024
Gravi le condizioni della deputata Khalida Jarrar in carcere in Israele
È incarcerata in condizioni estremamente rigide la parlamentare e dirigente del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp, sinistra) Khalida Jarrar, arrestata otto mesi fa da Israele assieme ad altre migliaia di palestinesi della Cisgiordania e posta in detenzione amministrativa (senza processo). Lo denunciano la famiglia e i suoi sostenitori, sottolineando che Jarrar, 61 anni, è ammalata e ha bisogno di continue cure farmacologiche.
In passato Jarrar ha trascorso, in varie fasi, sei anni nelle carceri di Israele, in gran parte senza processo, ma la sua attuale prigionia è la più dura e difficile di tutte a causa delle severe misure punitive per i prigionieri politici palestinesi decise dal ministro israeliano per la Sicurezza, Itamar Ben-Gvir, come ritorsione per il sequestro di cittadini israeliani da parte di Hamas lo scorso 7 ottobre.
Di recente a Khalida Jarrar è stata rinnovata dai giudici militari israeliani la detenzione amministrativa per altri sei mesi. Fino a due settimane e mezzo fa era nella prigione di Damon (Haifa), poi, all’improvviso, è stata trasferita a Neve Tirza, un carcere femminile nel centro di Israele, dove, riferisce la famiglia, è in totale isolamento in una cella di 2,5 x 1,5 metri senza finestre, senza ventilatore. C’è solo un letto di cemento con sopra un materasso sottile. Il giornale Haaretz riferisce che il direttore di Neve Tirza aveva informato Jarrar che ha diritto a una passeggiata giornaliera di 45 minuti nel cortile della prigione, da sola. Da allora è uscita solo due volte perché questo “privilegio” è stato già revocato.
Avvocato e famiglia sottolineano che queste pesanti condizioni di detenzione hanno aggravato lo stato di salute della deputata, diabetica da anni, sottoposto anni fa ad un delicato intervento chirurgico. Circa 60 detenuti palestinesi sono morti nelle prigioni israeliane dal 7 ottobre, secondo l’organizzazione per i diritti umani B’Tselem, più del totale registrato in 20 anni della famigerata prigione militare Usa di Guantanamo.
Fonte
In passato Jarrar ha trascorso, in varie fasi, sei anni nelle carceri di Israele, in gran parte senza processo, ma la sua attuale prigionia è la più dura e difficile di tutte a causa delle severe misure punitive per i prigionieri politici palestinesi decise dal ministro israeliano per la Sicurezza, Itamar Ben-Gvir, come ritorsione per il sequestro di cittadini israeliani da parte di Hamas lo scorso 7 ottobre.
Di recente a Khalida Jarrar è stata rinnovata dai giudici militari israeliani la detenzione amministrativa per altri sei mesi. Fino a due settimane e mezzo fa era nella prigione di Damon (Haifa), poi, all’improvviso, è stata trasferita a Neve Tirza, un carcere femminile nel centro di Israele, dove, riferisce la famiglia, è in totale isolamento in una cella di 2,5 x 1,5 metri senza finestre, senza ventilatore. C’è solo un letto di cemento con sopra un materasso sottile. Il giornale Haaretz riferisce che il direttore di Neve Tirza aveva informato Jarrar che ha diritto a una passeggiata giornaliera di 45 minuti nel cortile della prigione, da sola. Da allora è uscita solo due volte perché questo “privilegio” è stato già revocato.
Avvocato e famiglia sottolineano che queste pesanti condizioni di detenzione hanno aggravato lo stato di salute della deputata, diabetica da anni, sottoposto anni fa ad un delicato intervento chirurgico. Circa 60 detenuti palestinesi sono morti nelle prigioni israeliane dal 7 ottobre, secondo l’organizzazione per i diritti umani B’Tselem, più del totale registrato in 20 anni della famigerata prigione militare Usa di Guantanamo.
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Questione abitativa neo assunti: se lo dice perfino Confindustria, c’è un problema di costo della vita. L’inchiesta di USB Pubblico Impiego
Anche Confindustria se n’è accorta: c’è un problema di costo della vita in questo Paese.
Chiaramente, l’organismo di governo dei padroni si guarda bene dal menzionare la questione salariale come nodo fondamentale, ma la richiesta di misure di contenimento per gli affitti dei nuovi assunti da un lato ammette ciò che Eurostat ha ampiamente certificato, cioè la diminuzione costante del potere d’acquisto dei salari in Italia negli ultimi vent’anni; dall’altro individua nella questione abitativa una delle voci che maggiormente incidono sui miseri salari.
Nel Pubblico Impiego il tema è già esploso in quanto il problema degli affitti è una concausa delle numerosissime rinunce da parte dei vincitori di concorso che stanno generando una cronica carenza di personale in particolare nelle amministrazioni del centro nord. Le centinaia di risposte che arrivano dai neoassunti all'inchiesta di USB Pubblico Impiego sulla questione abitativa, stanno confermando la gravità di questo fenomeno. A questo link è possibile partecipare all'inchiesta.
USB PI nell’ambito della denuncia sulla drammatica situazione salariale in cui versano le lavoratrici ed i lavoratori pubblici da tempo sta richiedendo, in splendida solitudine, misure di sostegno proponendo un sostegno all’affitto dedicato ai nuovi assunti fuori sede attraverso il fondo credito e un piano di edilizia pubblica agevolata.
Aumentare i salari è la priorità e USB PI continuerà a dare battaglia sui tavoli di rinnovo dei contratti chiedendo più risorse e misure da mettere in campo rispetto alla questione abitativa dei nuovi assunti che non possono non tenere conto della generalità del problema che investe tutti i lavoratori e le lavoratrici del nostro Paese, compresi i dipendenti pubblici.
USB Pubblico Impiego
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Chiaramente, l’organismo di governo dei padroni si guarda bene dal menzionare la questione salariale come nodo fondamentale, ma la richiesta di misure di contenimento per gli affitti dei nuovi assunti da un lato ammette ciò che Eurostat ha ampiamente certificato, cioè la diminuzione costante del potere d’acquisto dei salari in Italia negli ultimi vent’anni; dall’altro individua nella questione abitativa una delle voci che maggiormente incidono sui miseri salari.
Nel Pubblico Impiego il tema è già esploso in quanto il problema degli affitti è una concausa delle numerosissime rinunce da parte dei vincitori di concorso che stanno generando una cronica carenza di personale in particolare nelle amministrazioni del centro nord. Le centinaia di risposte che arrivano dai neoassunti all'inchiesta di USB Pubblico Impiego sulla questione abitativa, stanno confermando la gravità di questo fenomeno. A questo link è possibile partecipare all'inchiesta.
USB PI nell’ambito della denuncia sulla drammatica situazione salariale in cui versano le lavoratrici ed i lavoratori pubblici da tempo sta richiedendo, in splendida solitudine, misure di sostegno proponendo un sostegno all’affitto dedicato ai nuovi assunti fuori sede attraverso il fondo credito e un piano di edilizia pubblica agevolata.
Aumentare i salari è la priorità e USB PI continuerà a dare battaglia sui tavoli di rinnovo dei contratti chiedendo più risorse e misure da mettere in campo rispetto alla questione abitativa dei nuovi assunti che non possono non tenere conto della generalità del problema che investe tutti i lavoratori e le lavoratrici del nostro Paese, compresi i dipendenti pubblici.
USB Pubblico Impiego
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Assegno unico familiare sotto tiro nella manovra di bilancio?
La prossima manovra di bilancio potrebbe mettere sotto tiro l’assegno unico familiare, anche se al momento una nota del Mef ha smentito la volontà di intervenire su questa prestazione sociale per le famiglie. Eppure sarà bene non dare nulla per scontato.
L’assegno unico universale, ovvero la principale misura di sostegno per le famiglie è entrato in vigore da marzo 2022, sostituendo i precedenti assegni familiari che erano però legati alla posizione contributiva. Lo percepivano solo i lavoratori dipendenti (anche in Naspi) e i lavoratori a progetto. Tutti gli altri, inclusi i disoccupati, no.
Il nuovo assegno unico familiare era così diventato – giustamente – una misura universale legata alla presenza di figli nei nuclei familiari, minorenni soprattutto, ma con qualche eccezione sopra i 18 anni per i nuclei numerosi.
La platea dei beneficiari, con il nuovo assegno familiari, si era dunque allargata. Secondo gli ultimi dati Inps sono oltre 6 milioni i nuclei familiari che ne hanno beneficiato per un totale di 9.549.571 figli che percepiscono il contributo.
Va ricordato però che l’assegno unico ingloba e sostituisce le detrazioni fiscali per i figli a carico oltre ad assorbire una serie di bonus sociali previsti per le famiglie. Non può sfuggire il dato che nella relazione di accompagnamento alla misura nel 2021 veniva previsto un risparmio rispetto al precedente istituto degli assegni familiari.
In sostanza le famiglie che lo ricevono sono più numerose ma gli introiti sono più bassi di quelli precedenti, come hanno scoperto molti percettori quando hanno cominciato a vedere la differenza tra quanto arriva come pagamento diretto dall’Inps e quanto percepivano prima direttamente sulle buste paga.
A meno di due anni dall’introduzione dell’assegno unico già si sta discute però di come mandarlo in soffitta o di una revisione della misura. La verifica sullo stato delle cose sarà nella manovra di bilancio di fine anno, per cui fino all’approvazione del testo di legge definitivo poco o nulla sarà certo.
La Repubblica del 29 agosto ha lanciato l’allarme, smentito però sia dal Mef che dalla ministra per la Famiglia, Eugenia Roccella.
Ad esempio, ancora oggi, manca il decreto attuativo della legge delega sull’Isee che avrebbe dovuto escludere dal calcolo dell’indicatore della situazione economica equivalente dei nuclei familiari gli importi erogati per l’assegno unico.
Quest’anno, dato che l’Isee 2024 prende come riferimento le entrate 2022 delle famiglie (inclusi gli importi percepiti dall'Inps per l’assegno stesso), secondo alcune stime dei patronati i valori degli Isee sono lievitati.
Le famiglie con un Isee più elevato si sono viste quindi escludere da altre misure ancorata all’indicatore, come ad esempio i bonus gas e luce oppure il bonus nido. Il Governo nei mesi scorsi ha dichiarato di voler “correggere” questo errore. La seconda rogna sull’assegno unico universale è la procedura di infrazione europea: a luglio l’Italia è stata deferita alla Corte Ue per i requisiti legati alla residenza.
Il Dlgs 230/2021 istitutivo dell’assegno unico prevede che i richiedenti debbano essere residenti sul territorio italiano al momento della domanda ed essere stati residenti in Italia per almeno 2 anni (anche se non continuativi) oppure avere un permesso di soggiorno di lunga durata (almeno sei mesi).
La Commissione ritiene che questo regime non sia compatibile con il diritto europeo in quanto costituisce una discriminazione nei confronti dei lavoratori mobili di altri Stati membri dell’Ue che in questo modo non possono beneficiare della prestazione familiare. Ma il problema, per il governo, non sono gli europei quanto gli extracomunitari. A luglio la Meloni ha dichiarato che “Bruxelles ci apre una procedura di infrazione sostenendo la bizzarra tesi che noi dovremmo riconoscere l’assegno unico a tutti i lavoratori stranieri” ed ha definito la richiesta “insostenibile”, dichiarando di voler dare battaglia contro la richiesta europea.
I correttivi all’Isee, l’eventuale l’infrazione europea e il ritorno alle politiche di tagli alle spese sociali, in qualche modo ipotecano i conti dell’assegno unico. Per il 2024 la misura prevede uno stanziamento pari a 19,2 miliardi di euro, per cui si sono dovuti aggiungere 500 milioni nel budget per coprire gli aumenti introdotti con la legge di Bilancio 2023. Eppure ci sono stati dei risparmi legati alla misura, che hanno addirittura permesso al Governo di dirottare ad altri capitoli di spesa alcuni dei fondi residui a fine 2023 per gli assegni familiari.
Secondo gli ultimi dati Inps, aggiornati a giugno (quindi al primo semestre), finora sono stati erogati 9.862.400 euro per l’assegno unico. Nel secondo semestre, si potrebbero toccare i 19,7 miliardi a fine anno, sforando quindi i fondi previsti dal budget per la prestazione.
Ad aver fatto lievitare la spesa in questi anni è stato inoltre l’adeguamento – previsto per legge – del contributo all’inflazione che nel 2023 ha visto un aumento dell’8,1% per effetto delle boom dei prezzi del 2022. Nel 2024 l’aumento è stato più contenuto, al 5,4%. Per 2025 si stima possa esserci un aumento intorno all’1 per cento.
Con la prossima legge di bilancio il Governo dovrà rimettere mano a questa misura di welfare universale, una delle poche esistente come tale nel nostro paese. Si parla di nuovo Piano nazionale per le famiglie che potrebbe rivedere il quadro degli aiuti alle famiglie, incluso l’assegno unico.
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L’assegno unico universale, ovvero la principale misura di sostegno per le famiglie è entrato in vigore da marzo 2022, sostituendo i precedenti assegni familiari che erano però legati alla posizione contributiva. Lo percepivano solo i lavoratori dipendenti (anche in Naspi) e i lavoratori a progetto. Tutti gli altri, inclusi i disoccupati, no.
Il nuovo assegno unico familiare era così diventato – giustamente – una misura universale legata alla presenza di figli nei nuclei familiari, minorenni soprattutto, ma con qualche eccezione sopra i 18 anni per i nuclei numerosi.
La platea dei beneficiari, con il nuovo assegno familiari, si era dunque allargata. Secondo gli ultimi dati Inps sono oltre 6 milioni i nuclei familiari che ne hanno beneficiato per un totale di 9.549.571 figli che percepiscono il contributo.
Va ricordato però che l’assegno unico ingloba e sostituisce le detrazioni fiscali per i figli a carico oltre ad assorbire una serie di bonus sociali previsti per le famiglie. Non può sfuggire il dato che nella relazione di accompagnamento alla misura nel 2021 veniva previsto un risparmio rispetto al precedente istituto degli assegni familiari.
In sostanza le famiglie che lo ricevono sono più numerose ma gli introiti sono più bassi di quelli precedenti, come hanno scoperto molti percettori quando hanno cominciato a vedere la differenza tra quanto arriva come pagamento diretto dall’Inps e quanto percepivano prima direttamente sulle buste paga.
A meno di due anni dall’introduzione dell’assegno unico già si sta discute però di come mandarlo in soffitta o di una revisione della misura. La verifica sullo stato delle cose sarà nella manovra di bilancio di fine anno, per cui fino all’approvazione del testo di legge definitivo poco o nulla sarà certo.
La Repubblica del 29 agosto ha lanciato l’allarme, smentito però sia dal Mef che dalla ministra per la Famiglia, Eugenia Roccella.
Ad esempio, ancora oggi, manca il decreto attuativo della legge delega sull’Isee che avrebbe dovuto escludere dal calcolo dell’indicatore della situazione economica equivalente dei nuclei familiari gli importi erogati per l’assegno unico.
Quest’anno, dato che l’Isee 2024 prende come riferimento le entrate 2022 delle famiglie (inclusi gli importi percepiti dall'Inps per l’assegno stesso), secondo alcune stime dei patronati i valori degli Isee sono lievitati.
Le famiglie con un Isee più elevato si sono viste quindi escludere da altre misure ancorata all’indicatore, come ad esempio i bonus gas e luce oppure il bonus nido. Il Governo nei mesi scorsi ha dichiarato di voler “correggere” questo errore. La seconda rogna sull’assegno unico universale è la procedura di infrazione europea: a luglio l’Italia è stata deferita alla Corte Ue per i requisiti legati alla residenza.
Il Dlgs 230/2021 istitutivo dell’assegno unico prevede che i richiedenti debbano essere residenti sul territorio italiano al momento della domanda ed essere stati residenti in Italia per almeno 2 anni (anche se non continuativi) oppure avere un permesso di soggiorno di lunga durata (almeno sei mesi).
La Commissione ritiene che questo regime non sia compatibile con il diritto europeo in quanto costituisce una discriminazione nei confronti dei lavoratori mobili di altri Stati membri dell’Ue che in questo modo non possono beneficiare della prestazione familiare. Ma il problema, per il governo, non sono gli europei quanto gli extracomunitari. A luglio la Meloni ha dichiarato che “Bruxelles ci apre una procedura di infrazione sostenendo la bizzarra tesi che noi dovremmo riconoscere l’assegno unico a tutti i lavoratori stranieri” ed ha definito la richiesta “insostenibile”, dichiarando di voler dare battaglia contro la richiesta europea.
I correttivi all’Isee, l’eventuale l’infrazione europea e il ritorno alle politiche di tagli alle spese sociali, in qualche modo ipotecano i conti dell’assegno unico. Per il 2024 la misura prevede uno stanziamento pari a 19,2 miliardi di euro, per cui si sono dovuti aggiungere 500 milioni nel budget per coprire gli aumenti introdotti con la legge di Bilancio 2023. Eppure ci sono stati dei risparmi legati alla misura, che hanno addirittura permesso al Governo di dirottare ad altri capitoli di spesa alcuni dei fondi residui a fine 2023 per gli assegni familiari.
Secondo gli ultimi dati Inps, aggiornati a giugno (quindi al primo semestre), finora sono stati erogati 9.862.400 euro per l’assegno unico. Nel secondo semestre, si potrebbero toccare i 19,7 miliardi a fine anno, sforando quindi i fondi previsti dal budget per la prestazione.
Ad aver fatto lievitare la spesa in questi anni è stato inoltre l’adeguamento – previsto per legge – del contributo all’inflazione che nel 2023 ha visto un aumento dell’8,1% per effetto delle boom dei prezzi del 2022. Nel 2024 l’aumento è stato più contenuto, al 5,4%. Per 2025 si stima possa esserci un aumento intorno all’1 per cento.
Con la prossima legge di bilancio il Governo dovrà rimettere mano a questa misura di welfare universale, una delle poche esistente come tale nel nostro paese. Si parla di nuovo Piano nazionale per le famiglie che potrebbe rivedere il quadro degli aiuti alle famiglie, incluso l’assegno unico.
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Germania - In Sassonia e Turingia spopola l'AfD
Gli exit pool ed i primi risultati delle elezioni regionali tenutesi in Turingia e Sassonia confermano le indicazioni fornite dai sondaggi e sono una vera e propria doccia fredda per l’establishment politico tedesco.
Queste elezioni – caratterizzate da un’alta partecipazione circa il 75%, 8 punti percentuali in più di quelle del 2019 – sono state un test nazionale per la coalizione “semaforo” (SPD, “Verdi” e liberali del FDP) e un anticipo di quelle che si terranno nel Brandeburgo a fine mese.
In Turingia – dove dal 2014 governa un esecutivo sostenuto da una coalizione di sinistra, ma “di minoranza” già nel 2019 – il primo partito è diventato la formazione d’estrema-destra, Alternativa per la Germania (AfD), con oltre il 30% (32,8% secondo i risultati parziali), i Cristiano Democratici giungono secondi con il 23,6%, quasi 10 punti percentuali dietro, e terza l’Alleanza Sahra Wagenknecht (BSW) con il 15,8%.
Meno della metà dei voti sono andata ai due partiti dell’establishment, e ancora di più ai partiti d’opposizione alla coalizione “semaforo” (i nazisti dell’AfD, oltre alla sinistra di Die Linke e del nuovo partito di Wagenknecht).
La sconfitta è ancora più cocente perché i social-democratici arrivano al 6,1%, mentre verdi e liberali non hanno superato la soglia del 5% e dunque non saranno rappresentati nel parlamentino regionale.
Da registrare la parziale tenuta di Die Linke, che pure era stata nella coalizione governativa locale insieme a verdi e SPD con poco più del 13% e che aveva espresso per 10 anni il presidente-primo ministro.
Se i risultati parziali venissero confermati, nel parlamento gli 88 seggi sarebbero ripartiti tra 5 formazioni: 32 AfD, 23 CDU, 15 BSW, 12 Die Linke, e solo 6 l’SPD.
I rappresentanti della coalizione presidenziale avrebbero – “grazie” alla SPD – solo 6 seggi.
Quale sarà la composizione del futuro governo regionale è impossibile da sapere, visto che i rappresentanti della CDU hanno giurato e spergiurato che non andranno al governo con l’AfD.
Il leader locale della CDU, Mario Voigt, ha affermato la volontà di assumere la leadership di una coalizione “per il cambio politico”, nella quale spera di includere la SPD e il BSW (cosa altamente improbabile).
Il leader dell’AfD in Turingia, Björn Höcke, ha invece dichiarato che “chiunque voglia la stabilità in Turingia deve integrare l’AfD”.
Insomma, un vero e proprio rompicapo politico.
In Sassonia, la CDU sembra destinata a rimanere il primo partito con il 31,9%, mentre l’AfD segue di stretta misura con il 30,6%, anche qui la formazione creata appena 7 mesi fa dalla Wagenknecht, è il terzo partito con l’11,8%.
La SPD va appena un po’ meglio che in Turingia con il 7,3%, i Verdi superano la soglia del 5%, ma la Die Linke prende il 4,5%.
Il parlamento, qui composto da 120 deputati, vedrebbe 42 seggi della CDU, 40 della AfD, 15 per il BSW, 10 l’SPD, 7 i “verdi” e 6 Die Linke, mentre i liberali non avrebbero rappresentanti.
In Turingia l’ascesa della AfD è per certi versi “spettacolare” e passa dal 10,6% del 2014, al 23,4% del 2019 a oltre il 32% attuale, divenendo la prima formazione di estrema destra a vincere una elezione nella Germania del dopoguerra.
Più cauto del suo omologo della Turingia, il capo del governo sassone uscente, il democristiano Kretschmer, ha affermato comporre il nuovo esecutivo “non sarà facile”.
In entrambi casi (Turingia e Sassonia) pesa come un macigno la conditio si ne qua non posta dal BSW per la partecipazione eventuale a un esecutivo: la fine del coinvolgimento della Germania nel conflitto ucraino.
Un risultato “sorprendente”, in positivo, quello del BSW. La rapidità con cui si è affermata nel panorama politico tedesco, prima con l’exploit alle europee, oltre il 6%, e poi con questo risultato, l’ha portata ad essere la terza formazione nei due land.
Facciamo alcune prime considerazioni a caldo sul voto.
In primis, i tentativi dell’establishment politico tedesco di fermare l’AfD non sono risultati molto efficaci.
La maggior parte degli elettori dell’AfD fanno parte delle classi subalterne, persone con un reddito basso che non sembrano attenersi ai criteri di “rispettabilità” dettati dell’establishment politico tedesco. Anzi, più li si denigra, più si rafforza la loro determinazione a “votare per vendetta”.
In secondo luogo l’AfD, non paradossalmente, è un partito economicamente ultra-liberista. Vuole abolire il salario minimo e smantellare ulteriormente lo Stato sociale. Questo è chiaramente indicato nel loro programma. Tuttavia, all’establishment politico non viene in mente di evidenziare questo aspetto crudamente materiale, perché ne condivide l’impostazione e disprezza profondamente le classi popolari, specie se dell’Est, e preferisce i paragoni con il nazi-fascismo che riguardano la sfera "ideologica" ma lasciano il tempo che trovano.
In risposta all’attacco con coltello avvenuto a Solingen la scorsa settimana, apparentemente ispirato dall’ISIS, i partiti dell’establishment hanno avviato un nuovo dibattito sull’immigrazione in generale con il fine di varare provvedimenti restrittivi, facendo propria una battaglia dell’estrema destra e aprendole così un’autostrada ancora più larga.
L’AfD ne ha tratto grande vantaggio, ovviamente. Inoltre, è inevitabile che questo la radicalizzi ulteriormente, e il motivo è semplice: l’estrema destra ha bisogno di mantenere il monopolio delle politiche anti-immigrazione, visto che ne è il maggiore “imprenditore politico”. È il loro principale punto di forza, il tema numero uno per scatenare la “guerra culturale” tra subalterni, il conflitto tra penultimi e ultimi della scala sociale.
Naturalmente anche l’opposizione alla guerra in Ucraina, con i guasti portati all’economia (la distruzione del North Stream è solo l’esempio più evidente) ha avuto un peso.
Se volessimo leggere attraverso la lente dell’opposizione alla guerra queste lezioni (un’ottica parziale, ma importante), potremmo dire che circa la metà di coloro che si sono recati alle urne hanno voluto esprimere la propria contrarietà sanzionando la politica bellicista della coalizione politica governativa, che ha portato notevoli svantaggi alle classe subalterne in Germania ed ha compromesso la residuale credibilità della “sinistra di governo”.
Da questo punto di vista esce rafforzata l’ipotesi di rottura che ha portato avanti Sahra Wageneckt nei confronti della Die Linke, e di rimettere al centro dell’agenda politica della sinistra le maggiori preoccupazioni dei ceti subalterni come la questione sociale e l’opposizione alla guerra, che sono i punti più qualificanti ed interessanti del suo programma.
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Queste elezioni – caratterizzate da un’alta partecipazione circa il 75%, 8 punti percentuali in più di quelle del 2019 – sono state un test nazionale per la coalizione “semaforo” (SPD, “Verdi” e liberali del FDP) e un anticipo di quelle che si terranno nel Brandeburgo a fine mese.
In Turingia – dove dal 2014 governa un esecutivo sostenuto da una coalizione di sinistra, ma “di minoranza” già nel 2019 – il primo partito è diventato la formazione d’estrema-destra, Alternativa per la Germania (AfD), con oltre il 30% (32,8% secondo i risultati parziali), i Cristiano Democratici giungono secondi con il 23,6%, quasi 10 punti percentuali dietro, e terza l’Alleanza Sahra Wagenknecht (BSW) con il 15,8%.
Meno della metà dei voti sono andata ai due partiti dell’establishment, e ancora di più ai partiti d’opposizione alla coalizione “semaforo” (i nazisti dell’AfD, oltre alla sinistra di Die Linke e del nuovo partito di Wagenknecht).
La sconfitta è ancora più cocente perché i social-democratici arrivano al 6,1%, mentre verdi e liberali non hanno superato la soglia del 5% e dunque non saranno rappresentati nel parlamentino regionale.
Da registrare la parziale tenuta di Die Linke, che pure era stata nella coalizione governativa locale insieme a verdi e SPD con poco più del 13% e che aveva espresso per 10 anni il presidente-primo ministro.
Se i risultati parziali venissero confermati, nel parlamento gli 88 seggi sarebbero ripartiti tra 5 formazioni: 32 AfD, 23 CDU, 15 BSW, 12 Die Linke, e solo 6 l’SPD.
I rappresentanti della coalizione presidenziale avrebbero – “grazie” alla SPD – solo 6 seggi.
Quale sarà la composizione del futuro governo regionale è impossibile da sapere, visto che i rappresentanti della CDU hanno giurato e spergiurato che non andranno al governo con l’AfD.
Il leader locale della CDU, Mario Voigt, ha affermato la volontà di assumere la leadership di una coalizione “per il cambio politico”, nella quale spera di includere la SPD e il BSW (cosa altamente improbabile).
Il leader dell’AfD in Turingia, Björn Höcke, ha invece dichiarato che “chiunque voglia la stabilità in Turingia deve integrare l’AfD”.
Insomma, un vero e proprio rompicapo politico.
In Sassonia, la CDU sembra destinata a rimanere il primo partito con il 31,9%, mentre l’AfD segue di stretta misura con il 30,6%, anche qui la formazione creata appena 7 mesi fa dalla Wagenknecht, è il terzo partito con l’11,8%.
La SPD va appena un po’ meglio che in Turingia con il 7,3%, i Verdi superano la soglia del 5%, ma la Die Linke prende il 4,5%.
Il parlamento, qui composto da 120 deputati, vedrebbe 42 seggi della CDU, 40 della AfD, 15 per il BSW, 10 l’SPD, 7 i “verdi” e 6 Die Linke, mentre i liberali non avrebbero rappresentanti.
In Turingia l’ascesa della AfD è per certi versi “spettacolare” e passa dal 10,6% del 2014, al 23,4% del 2019 a oltre il 32% attuale, divenendo la prima formazione di estrema destra a vincere una elezione nella Germania del dopoguerra.
Più cauto del suo omologo della Turingia, il capo del governo sassone uscente, il democristiano Kretschmer, ha affermato comporre il nuovo esecutivo “non sarà facile”.
In entrambi casi (Turingia e Sassonia) pesa come un macigno la conditio si ne qua non posta dal BSW per la partecipazione eventuale a un esecutivo: la fine del coinvolgimento della Germania nel conflitto ucraino.
Un risultato “sorprendente”, in positivo, quello del BSW. La rapidità con cui si è affermata nel panorama politico tedesco, prima con l’exploit alle europee, oltre il 6%, e poi con questo risultato, l’ha portata ad essere la terza formazione nei due land.
Facciamo alcune prime considerazioni a caldo sul voto.
In primis, i tentativi dell’establishment politico tedesco di fermare l’AfD non sono risultati molto efficaci.
La maggior parte degli elettori dell’AfD fanno parte delle classi subalterne, persone con un reddito basso che non sembrano attenersi ai criteri di “rispettabilità” dettati dell’establishment politico tedesco. Anzi, più li si denigra, più si rafforza la loro determinazione a “votare per vendetta”.
In secondo luogo l’AfD, non paradossalmente, è un partito economicamente ultra-liberista. Vuole abolire il salario minimo e smantellare ulteriormente lo Stato sociale. Questo è chiaramente indicato nel loro programma. Tuttavia, all’establishment politico non viene in mente di evidenziare questo aspetto crudamente materiale, perché ne condivide l’impostazione e disprezza profondamente le classi popolari, specie se dell’Est, e preferisce i paragoni con il nazi-fascismo che riguardano la sfera "ideologica" ma lasciano il tempo che trovano.
In risposta all’attacco con coltello avvenuto a Solingen la scorsa settimana, apparentemente ispirato dall’ISIS, i partiti dell’establishment hanno avviato un nuovo dibattito sull’immigrazione in generale con il fine di varare provvedimenti restrittivi, facendo propria una battaglia dell’estrema destra e aprendole così un’autostrada ancora più larga.
L’AfD ne ha tratto grande vantaggio, ovviamente. Inoltre, è inevitabile che questo la radicalizzi ulteriormente, e il motivo è semplice: l’estrema destra ha bisogno di mantenere il monopolio delle politiche anti-immigrazione, visto che ne è il maggiore “imprenditore politico”. È il loro principale punto di forza, il tema numero uno per scatenare la “guerra culturale” tra subalterni, il conflitto tra penultimi e ultimi della scala sociale.
Naturalmente anche l’opposizione alla guerra in Ucraina, con i guasti portati all’economia (la distruzione del North Stream è solo l’esempio più evidente) ha avuto un peso.
Se volessimo leggere attraverso la lente dell’opposizione alla guerra queste lezioni (un’ottica parziale, ma importante), potremmo dire che circa la metà di coloro che si sono recati alle urne hanno voluto esprimere la propria contrarietà sanzionando la politica bellicista della coalizione politica governativa, che ha portato notevoli svantaggi alle classe subalterne in Germania ed ha compromesso la residuale credibilità della “sinistra di governo”.
Da questo punto di vista esce rafforzata l’ipotesi di rottura che ha portato avanti Sahra Wageneckt nei confronti della Die Linke, e di rimettere al centro dell’agenda politica della sinistra le maggiori preoccupazioni dei ceti subalterni come la questione sociale e l’opposizione alla guerra, che sono i punti più qualificanti ed interessanti del suo programma.
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