di Emiliano Brancaccio
È il gran «giorno della liberazione», come Trump ama chiamarlo: vale a dire, una nuova ondata di barriere doganali con cui l’America indebitata verso l’estero punta a limitare gli afflussi di merci provenienti dal resto del mondo. Definirla «liberazione», in effetti, suona ironico.
Per decenni gli Stati Uniti hanno potuto importare senza freni dall’estero anche in virtù dell’esorbitante privilegio di emettere dollari, la valuta più richiesta per i pagamenti internazionali. È quello che gli economisti chiamano il «grado di libertà in più» della politica economica americana: una forza monetaria che è anche espressione di una più vasta egemonia imperiale, nel senso che la moneta dominante si è fatta largo anche grazie al controllo politico-militare delle aree in cui si diffondeva. Risultato: il Mondo portava i beni all’America, e questa in cambio lo ingozzava di banconote.
Proprio quel «grado di libertà» della politica americana, tuttavia, è oggi messo in discussione. Come riconosciuto da Larry Fink e da altri insider del capitalismo statunitense, è possibile che l’egemonia monetaria dell’America stia volgendo al termine.
Del resto, se i paesi esportatori accumulano dollari e gli Stati Uniti alzano barriere commerciali e finanziarie che impediranno il libero utilizzo di quegli stessi dollari, per quanto tempo ancora ci si potrà fidare del valore universale del biglietto verde? A ben vedere, proprio la politica protezionista americana accelera la crisi egemonica americana.
Se dunque così stanno le cose, in effetti proprio di «liberazione» si tratta. Ma a liberarsi non è tanto l’America, quanto piuttosto quella enorme parte di mondo che per decenni si è assoggettata all’imperio «militar-monetario» statunitense. Le parole di Donald Trump, come spesso capita, significano il contrario di quel che sembrano.
Certo, la storia insegna che nessuna «liberazione» è indolore. Tanto meno questa, il cui travaglio si annuncia lungo e carico di minacce. Il problema di una crisi egemonica è che bisogna costruire un’egemonia alternativa, possibilmente attraverso un accordo multilaterale globale. Facile a dirsi. Come una bestia abituata a dominare che avverte i segni del proprio declino, l’America farà ogni tipo di resistenza a un accordo che delinei la fine del suo esorbitante privilegio.
Ma anche i cinesi si guardano bene dal prendere un’iniziativa di coordinamento. Per adesso, a Pechino preferiscono agitare la vecchia bandiera del libero commercio globale contro quella insorgente del protezionismo statunitense. Ma è pura retorica. Il liberismo indiscriminato degli anni passati, infatti, è esso stesso una causa degli squilibri finanziari che hanno poi dato la stura alle barriere americane. Con buona pace di Xi Jinping, un ritorno al globalismo deregolato non può esser soluzione poiché è parte del problema.
Quanto all’Unione Europea, per aiutare a governare la crisi americana in modo pacifico potrebbe in primo luogo ammettere le sue responsabilità. Come il fatto che il veleno dell’austerity europea ha represso anche le nostre importazioni dal resto del mondo, e così ha contribuito a far montare il debito americano e gli altri squilibri internazionali.
Ma a Bruxelles non sembrano di questo avviso. Anzi, ieri (1 aprile, ndr) von der Leyen ha dichiarato che in caso di nuovi dazi americani l’UE è pronta a «vendicarsi». Altro che promozione del multilateralismo. Ancora una volta un linguaggio guerresco, che rivela mefitiche ambizioni da nuova Europa imperiale.
In questa angosciosa tormenta delle relazioni internazionali, resta da capire la linea dell’Italia. Il nostro paese si trova in una posizione difficile, poiché è tra quelli che più vendono agli Stati Uniti e quindi più contribuiscono all’indebitamento USA verso l’estero. Gli americani registrano infatti un eccesso di importazioni dall’Italia di ben 44 miliardi di dollari e lamentano di comprare quasi due volte e mezzo più beni e servizi di quelli che noi acquistiamo da loro.
Con un tale squilibrio, può anche darsi che nel «giorno della liberazione» l’Italia risulti un po’ meno colpita di altri paesi. Ma i dati indicano che resteremo a lungo tra i bersagli più grossi della politica protezionista di Washington. Rimembrando Marco Polo, faremmo bene a guardarci intorno in cerca di sbocchi commerciali alternativi.
Uscire senza troppe ferite dalla crisi strutturale del capitalismo atlantico richiederà lungimiranza strategica. L’esatto opposto della grottesca disputa tra Meloni, Tajani e Salvini a chi sa impersonare meglio «un americano a Roma».
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
02/04/2025
La Germania deporta quattro giovani stranieri per attivismo pro-Palestina
Nelle ultime settimane, sul nostro giornale abbiamo riportato alcuni casi di pesante repressione che hanno colpito studenti e dottorandi nelle università statunitensi, a causa del sostegno e della solidarietà data alla causa palestinese. Le vittime della lunga mano del sionismo non fanno che moltiplicarsi, ma questo non succede solo al di là dell’Atlantico.
L’articolo qui riportato è stato tradotto da The Intercept, ed è comparso anche su +972 Magazine. È stato scritto dal giornalista Hanno Hauenstein, i cui lavori sono comparsi anche sul The Guardian e Haaretz. La storia che ricostruisce è quella di come le autorità di Berlino stanno adottando la stessa logica di Trump per l’espulsione dei solidali con la Palestina.
In un certo senso, per le specifiche legali che vengono evidenziate nell’articolo e la cittadinanza di paesi dell’area Schengen di tre dei quattro manifestanti colpiti dagli ordini di espulsione, forse questi casi sono ancora peggiori di quelli degli USA. Ma non è certo il caso di fare una classifica della ‘migliore’ repressione.
Prima di lasciare il lettore alle parole di Hauenstein, vogliamo sottolineare solo due questioni. La prima è come, in maniera sempre più diffusa, il combinato disposto tra l’associazione di ogni forma di dissenso alla categoria di “terrorismo” e l’invocazione di “ragioni di sicurezza nazionale” vengano usati per la repressione del fronte interno di una guerra che pervade la società occidentale, fuori e dentro i suoi confini.
Questo non avviene solo negli Stati Uniti di Trump, che con una semplice elezione, da “culla della democrazia” si sono trasformati in un paese quasi “canaglia”, e anche un po’ sottosviluppati culturalmente (stando alle parole suprematiste sentite nella piazza per l’Europa guerrafondaia di Michele Serra).
Avviene nel cuore della UE, in Germania, dove il principale partito è l’equivalente della nostra vecchia Democrazia Cristiana. E dove è stato fatto votare un parlamento ormai scaduto (ovvero “senza più potere di decidere”) per superare il vincolo costituzionale di bilancio che metteva freno al riarmo, nuova cartina tornasole del livello di civiltà e di democrazia nella vulgata bellicista di Bruxelles.
Insomma, alla fin fine, almeno se si tratta di reprimere ogni voce critica, USA e UE non sono poi così diversi.
L’altro elemento che a questo punto va sottolineato è che di fronte ai casi tedeschi suscita davvero rabbia la difesa che abbiamo sentito a più riprese in vari programmi televisivi, per cui – sì – è vero, anche l’Occidente ha violato il diritto internazionale, ma qui abbiamo il diritto di denunciarlo.
Le ritorsioni che stanno subendo i quattro manifestanti di cui si parla qui sotto mostrano che non è più vero neanche questo minimo. Se si prova a denunciare la complicità in un genocidio mentre questo accade, la tua vita viene resa impossibile. Forse, a distanza di qualche decennio, quando lo sterminio sarà completato, le classi dirigenti potrebbero permettere a qualcuno di dirlo: “è vero, i nostri governi sono stati complici del genocidio“.
Per quanto sia solo un’illusione (non accadrà davvero e, nel caso, troveranno sempre una scusante per giustificare il suprematismo europeo), questo è un insegnamento da tenere a mente: il capitale al massimo ti potrà concedere di dire le cose, non di cambiarle. Che è quello che vogliono davvero le forze emancipatrici in una società ingiusta.
Buona lettura.
L’articolo qui riportato è stato tradotto da The Intercept, ed è comparso anche su +972 Magazine. È stato scritto dal giornalista Hanno Hauenstein, i cui lavori sono comparsi anche sul The Guardian e Haaretz. La storia che ricostruisce è quella di come le autorità di Berlino stanno adottando la stessa logica di Trump per l’espulsione dei solidali con la Palestina.
In un certo senso, per le specifiche legali che vengono evidenziate nell’articolo e la cittadinanza di paesi dell’area Schengen di tre dei quattro manifestanti colpiti dagli ordini di espulsione, forse questi casi sono ancora peggiori di quelli degli USA. Ma non è certo il caso di fare una classifica della ‘migliore’ repressione.
Prima di lasciare il lettore alle parole di Hauenstein, vogliamo sottolineare solo due questioni. La prima è come, in maniera sempre più diffusa, il combinato disposto tra l’associazione di ogni forma di dissenso alla categoria di “terrorismo” e l’invocazione di “ragioni di sicurezza nazionale” vengano usati per la repressione del fronte interno di una guerra che pervade la società occidentale, fuori e dentro i suoi confini.
Questo non avviene solo negli Stati Uniti di Trump, che con una semplice elezione, da “culla della democrazia” si sono trasformati in un paese quasi “canaglia”, e anche un po’ sottosviluppati culturalmente (stando alle parole suprematiste sentite nella piazza per l’Europa guerrafondaia di Michele Serra).
Avviene nel cuore della UE, in Germania, dove il principale partito è l’equivalente della nostra vecchia Democrazia Cristiana. E dove è stato fatto votare un parlamento ormai scaduto (ovvero “senza più potere di decidere”) per superare il vincolo costituzionale di bilancio che metteva freno al riarmo, nuova cartina tornasole del livello di civiltà e di democrazia nella vulgata bellicista di Bruxelles.
Insomma, alla fin fine, almeno se si tratta di reprimere ogni voce critica, USA e UE non sono poi così diversi.
L’altro elemento che a questo punto va sottolineato è che di fronte ai casi tedeschi suscita davvero rabbia la difesa che abbiamo sentito a più riprese in vari programmi televisivi, per cui – sì – è vero, anche l’Occidente ha violato il diritto internazionale, ma qui abbiamo il diritto di denunciarlo.
Le ritorsioni che stanno subendo i quattro manifestanti di cui si parla qui sotto mostrano che non è più vero neanche questo minimo. Se si prova a denunciare la complicità in un genocidio mentre questo accade, la tua vita viene resa impossibile. Forse, a distanza di qualche decennio, quando lo sterminio sarà completato, le classi dirigenti potrebbero permettere a qualcuno di dirlo: “è vero, i nostri governi sono stati complici del genocidio“.
Per quanto sia solo un’illusione (non accadrà davvero e, nel caso, troveranno sempre una scusante per giustificare il suprematismo europeo), questo è un insegnamento da tenere a mente: il capitale al massimo ti potrà concedere di dire le cose, non di cambiarle. Che è quello che vogliono davvero le forze emancipatrici in una società ingiusta.
Buona lettura.
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Le autorità per l’immigrazione di Berlino stanno procedendo all’espulsione di quattro giovani residenti stranieri con l’accusa di aver partecipato alle proteste contro la guerra di Israele a Gaza, una decisione senza precedenti che solleva serie preoccupazioni sulle libertà civili in Germania.
Gli ordini di espulsione, elaborati ai sensi della legge tedesca sull’immigrazione, sono stati emessi in mezzo a pressioni politiche e a obiezioni interne da parte del capo dell’agenzia per l’immigrazione di stato di Berlino. Il conflitto interno è sorto perché tre di coloro che sono stati presi di mira per l’espulsione sono cittadini di stati membri dell’Unione Europea che normalmente godono della libertà di movimento tra i paesi dell’UE.
Gli ordini, emessi dallo stato di Berlino, la cui amministrazione del Senato sovrintende all’applicazione delle leggi sull’immigrazione, dovrebbero entrare in vigore in meno di un mese. Nessuno dei quattro è stato condannato per alcun crimine. Questi casi sono paragonabili all’uso che gli Stati Uniti fanno degli ordini di espulsione per reprimere i movimenti sociali.
“Quello che stiamo vedendo qui è tratto direttamente dal manuale dell’estrema destra”, ha detto Alexander Gorski, un avvocato che rappresenta due dei manifestanti. “Lo si può vedere negli Stati Uniti e ora anche in Germania: il dissenso politico viene messo a tacere prendendo di mira lo status di migrante dei manifestanti”.
“Da un punto di vista legale, siamo rimasti allarmati dal ragionamento, che ci ha ricordato il caso di Mahmoud Khalil“, ha detto Gorski, riferendosi al laureato palestinese della Columbia University e residente permanente negli Stati Uniti che è stato prelevato dal suo condominio con l’accusa di attività pro-Palestina nel campus.
Le quattro persone destinate all’espulsione – Cooper Longbottom, Kasia Wlaszczyk, Shane O’Brien e Roberta Murray – sono cittadini, rispettivamente, degli Stati Uniti, della Polonia e, negli ultimi due casi, dell’Irlanda.
Secondo la legge tedesca sull’immigrazione, le autorità non hanno bisogno di una condanna penale per emettere un ordine di espulsione, ha affermato Thomas Oberhäuser, avvocato e presidente del comitato esecutivo per il diritto dell’immigrazione presso l’Ordine degli avvocati tedesco. Le motivazioni citate, tuttavia, devono essere proporzionali alla gravità dell’atto di espulsione, che può implicare fattori come la separazione dalla propria famiglia o la perdita della propria attività.
“La domanda chiave è: quanto è grave la minaccia e quanto è proporzionata la risposta?”, ha detto Oberhäuser, che non è coinvolto nel caso. “Se qualcuno viene espulso semplicemente per le sue convinzioni politiche, si tratta di un enorme eccesso”.
Ognuno dei quattro manifestanti deve affrontare accuse separate da parte delle autorità, tutte sostanziate sulla base di file della polizia e collegate ad azioni pro-Palestina a Berlino. Alcune accuse, ma non tutte, rientrano nel diritto penale in Germania; quasi nessuna di esse è stata portata dinnanzi a un tribunale penale.
Le proteste in questione includono un sit-in di massa presso la stazione centrale di Berlino, un blocco stradale e l’occupazione di un edificio presso la Free University di Berlino, avvenuta a fine 2024.
L’unico evento che collega i quattro casi è l’accusa che i manifestanti abbiano partecipato all’occupazione dell’università, che ha comportato “danni alla proprietà” e una presunta ostruzione di un arresto, con lo scopo di bloccare la detenzione di un altro manifestante.
Nessuno dei manifestanti è accusato di particolari atti di vandalismo o dell’ostruzione dell’arresto presso l’università. Invece, l’ordine di espulsione cita il sospetto che abbiano preso parte a un’azione di gruppo coordinata. La Free University ha detto a The Intercept di non essere a conoscenza degli ordini di espulsione.
Alcune delle accuse sono di minore entità. In due, ad esempio, sono accusati di aver definito un agente di polizia “fascista“, e perciò di aver insultato un agente, che è un reato. In tre sono accusati di aver manifestato con gruppi che scandivano slogan come “From the river to the sea, Palestine will be free” (che è stato dichiarato illegale l’anno scorso in Germania) e “Free Palestine”. Le autorità affermano inoltre che tutti e quattro hanno urlato “slogan antisemiti” o anti-Israele, anche se nessuno è specificato.
Due di loro sono accusati di aver afferrato il braccio di un agente o di un altro manifestante nel tentativo di fermare gli arresti durante il sit-in alla stazione ferroviaria. O’Brien, uno dei cittadini irlandesi, è l’unico dei quattro il cui ordine di espulsione includeva un’accusa, ovvero quella di aver definito un agente di polizia “fascista”. Reato per il quale è stato portato davanti a un tribunale penale di Berlino, dove è stato assolto.
Tutti e quattro sono accusati, senza prove, di sostenere Hamas, gruppo che la Germania ha definito un’organizzazione terroristica. Tre dei quattro ordini di espulsione invocano esplicitamente presunte minacce alla sicurezza pubblica e il supporto ad Hamas per sostenere che i manifestanti non possono far valere i loro diritti costituzionali alla libertà di espressione e di riunione durante i procedimenti di espulsione.
“Quello a cui stiamo assistendo sono le misure più dure possibili, basate su accuse estremamente vaghe e in parte del tutto infondate”, ha affermato Gorski, l’avvocato di due dei manifestanti. In una mossa senza precedenti, ha affermato Gorski, tre dei quattro ordini di espulsione citano come giustificazione l’impegno nazionale della Germania a difendere Israele, la Staatsräson, termine tedesco per ragion di Stato.
Oberhäuser, del comitato per l’immigrazione dell’Ordine degli avvocati, ha affermato che Staatsräson è un principio piuttosto che una categoria giuridica significativa. E un organo parlamentare ha recentemente sostenuto che non vi sono effetti giuridicamente vincolanti della disposizione.
Questa distinzione, ha affermato Oberhäuser, rende giuridicamente dubbio l’uso dello Staatsräson nei procedimenti di espulsione: “Ciò è inammissibile secondo il diritto costituzionale”.
Le e-mail interne ottenute da The Intercept mostrano pressioni politiche dietro le quinte per emettere gli ordini di espulsione, nonostante le obiezioni dei funzionari dell’immigrazione di Berlino. La battaglia si è svolta tra i burocrati del Senato di Berlino, dell’organo esecutivo del Land sotto l’autorità del sindaco Kai Wegner, a sua volta eletto dall’organo parlamentare della città.
Dopo che il Dipartimento degli Interni del Senato di Berlino ha chiesto un ordine di espulsione, Silke Buhlmann, responsabile della prevenzione della criminalità e del rimpatrio presso l’agenzia per l’immigrazione, ha sollevato delle obiezioni.
In una e-mail, Buhlmann ha sottolineato che le sue preoccupazioni erano condivise dal funzionario più alto in grado dell’agenzia per l’immigrazione, Engelhard Mazanke. Buhlmann ha espressamente avvertito che la base giuridica per revocare la libera circolazione dei tre cittadini dell’UE era insufficiente e che la loro espulsione sarebbe stata illegale.
“In coordinamento con il signor Mazanke, vi informo che non posso ottemperare alla vostra direttiva del 20 dicembre 2024, ovvero condurre udienze per gli individui elencati da a) a c) e successivamente determinare la perdita della libertà di movimento, per motivi legali”, ha scritto Buhlmann, riferendosi ai tre cittadini degli stati dell’UE come casi da A a C.
Buhlmann ha scritto che, sebbene i rapporti della polizia “suggeriscano una potenziale minaccia all’ordine pubblico da parte degli individui interessati, non ci sono condanne penali definitive per comprovare una minaccia sufficientemente seria e reale”.
L’obiezione interna, assunta come rimostranza, è stata rapidamente respinta dal funzionario del Dipartimento del Senato di Berlino, Christian Oestmann, che ha respinto le preoccupazioni e ha ordinato di procedere comunque con gli ordini di espulsione.
“Per questi individui, la libertà di movimento continuata non può essere giustificata per motivi di ordine pubblico e sicurezza, indipendentemente da eventuali condanne penali”, ha scritto. “Pertanto, chiedo che le udienze siano condotte immediatamente come da istruzioni”.
In una dichiarazione rilasciata a The Intercept, un portavoce del Dipartimento del Senato ha dichiarato che il Dipartimento degli Interni aveva autorità sull’ufficio immigrazione. “Il Dipartimento per gli Interni e lo Sport del Senato esercita la supervisione tecnica e amministrativa sullo State Office for Immigration”, ha affermato il portavoce. “Come parte di questo ruolo, detiene l’autorità di emanare direttive”.
Il Senato ha rifiutato di commentare i dettagli dei casi, citando la protezione della privacy. L’agenzia per l’immigrazione non ha risposto alla richiesta di commento di The Intercept. Alla fine, Mazanke, il massimo funzionario della giustizia sull’immigrazione, ha rispettato la direttiva e ha firmato l’ordine.
Nelle interviste rilasciate a The Intercept, i quattro manifestanti destinatari degli ordini di espulsione hanno rifiutato di discutere le accuse specifiche rivolte loro. Nel frattempo, a tutti e quattro è stato ordinato di lasciare la Germania entro il 21 aprile 2025, altrimenti saranno espulsi con la forza.
Le conseguenze più gravi spetterebbero a Longbottom, uno studente americano di 27 anni di Seattle, Washington, a cui l’ordine impedirebbe di entrare in uno qualsiasi dei 29 paesi della zona Schengen per due anni dopo aver lasciato la Germania.
Longbottom, che ha negato qualsiasi antisemitismo, ha dichiarato a The Intercept che gli restano solo sei mesi per completare la sua laurea magistrale presso l’Università Alice Salomon di Berlino, dove studia diritti umani. “Riuscirò a finire il mio percorso qui? Dove andrò a vivere?” ha detto Longbottom. “Tutte queste domande sono molto poco chiare”.
Longbottom, che è trans, vive a Berlino con il suo compagno, un cittadino italiano. La prospettiva di essere separati pesa molto su di loro. “Non ho niente da cui ricominciare”, ha detto. “Come persona trans, l’idea di tornare negli Stati Uniti in questo momento mi fa davvero paura”.
Kasia Wlaszczyk, 35 anni, operatrice culturale e cittadina polacca, ha affermato di non aver mai immaginato che ciò potesse accadere. Ha sottolineato che le accuse di antisemitismo sono prevalentemente una tattica razzista rivolta contro palestinesi, arabi e musulmani in Germania e gli ordini di deportazione riflettono un aumento nell’uso dell’accusa contro chiunque si schieri in solidarietà con loro.
“La Germania usa queste accuse come un’arma”, ha affermato. Wlaszczyk, anch’egli trans, non vive più in Polonia dall’età di dieci anni. “Se ciò andasse si concretizzasse, verrei sradicato dalla comunità che ho costruito qui”, ha affermato.
Tra i manifestanti era comune il senso di imminente perdita di senso di comunità. “La mia illusione di Berlino è stata infranta dalla mancanza di risposta al genocidio”, ha detto Shane O’Brien, 29 anni, cittadino irlandese. La violenta repressione delle comunità arabe a Berlino, ha detto, lo ha lasciato scosso.
Dopo tre anni a Berlino, la minaccia di espulsione ora appare come una rottura per Roberta Murray, 31 anni, anche lei irlandese. “La mia vita è qui“, ha detto. “Non sto facendo progetti per l’Irlanda. Credo che vinceremo, e che resteremo. Non credo che questo reggerà in tribunale”.
Gorski e altri avvocati hanno ora presentato una mozione urgente per ottenere provvedimenti provvisori, insieme a un ricorso formale per contestare la legalità degli ordini di espulsione.
Ha sottolineato di aver lavorato su casi simili in cui la legge sull’immigrazione è stata utilizzata per prendere di mira attivisti filo-palestinesi per i loro discorsi, ma ciò che distingue gli attuali quattro casi, ha affermato, è la facilità con cui la cosiddetta Staatsräson tedesca viene utilizzata per giustificare le espulsioni.
“I precedenti penali di queste persone sono puliti”, ha detto Gorski. Eppure il governo di Berlino sembra costruire una narrazione di “pericolo imminente” per eludere il giusto processo.
Gorski ha avvertito che i casi rappresentano un banco di prova per una più ampia repressione contro immigrati e attivisti in Germania, e non riguardano solo quattro manifestanti. Ha detto: “Vengono usati come cavie”.
Fonte
La “soluzione finale” di Israele per Gaza, rivelata da Netanyahu in persona
Con l’ordine di evacuazione intimato ieri da Israele alla popolazione di tutta Rafah, il piano israeliano di pulizia etnica/sterminio della popolazione di Gaza è ormai pienamente definito. In dieci giorni l’esercito di occupazione ha lanciato una serie di volantini che obbligano praticamente tutta la popolazione di Gaza a lasciare le proprie case/tende/rifugi di fortuna per andare a Mawasi, una microscopica striscia di terra a nord-ovest di Rafah. Tutto il resto della Striscia verrà occupato militarmente dall’esercito, che ha già iniziato le operazioni di conquista.
Una volta ammassata tutta la popolazione in una sola zona, bisogna poi espellerla per sempre e a questo ci penseranno non solo le bombe e il terrorismo indiscriminato, ma soprattutto la fame e la sete. Da 32 giorni neanche un singolo camion è entrato nella Striscia: il blocco imposto da Israele è totale e riguarda tutto, sia gli aiuti umanitari che il traffico commerciale. Niente cibo, acqua, medicine, carburante, tende, vestiti, niente di niente.
Ieri a Gaza una patata da due etti e mezzo veniva venduta a 10 dollari, e oggi è stata annunciata la chiusura di tutti i panifici ancora aperti per mancanza di farina e carburante. L’elettricità è stata totalmente tagliata, e i quadricotteri israeliani bersagliano sistematicamente i pannelli solari che consentono di mantenere una piccolissima disponibilità di energia.
Il piano lo ha spiegato esplicitamente Netanyahu in persona, giusto ieri: non solo Hamas deve lasciare la Striscia, ma in ogni caso tutti i civili verranno fatti oggetto del piano di “migrazione volontaria” proposto da Trump, ovvero un biglietto di sola andata per un posto qualsiasi. “Siamo pronti a discutere la fase finale della guerra. Hamas deporrà le armi e ai suoi leader sarà permesso di andarsene. Ci prenderemo cura della sicurezza a Gaza e implementeremo il piano di migrazione volontaria di Trump. Questo è il nostro piano, non lo nascondiamo e siamo pronti a parlarne in qualsiasi momento”.
La fame e la sete saranno le armi principali, e ciò significa un crescendo di orrori oltre ogni misura. Neanche i nazisti erano riusciti nell’impresa di togliere il cibo a un popolo di due milioni di persone, ammassato, assediato e senza alcuna via di fuga. Quello che succederà sarà oltre ogni immaginazione.
Il livello di atrocità di un simile piano è talmente gigantesco che Israele vuole arrivarci con una strategia simile a quella di Mitridate: alzare costantemente il livello di terrore, per normalizzare il più possibile il genocidio contando sull’indomito sostegno degli alleati “democratici”.
Così si spiega l’impennata di assassinii mirati di giornalisti, il diluvio di bombe (circa cento bambini ammazzati ogni giorno, negli ultimi dieci giorni), l’incredibile deliberata esecuzione di 15 operatori della Mezzaluna Rossa: tanta ferocia serve a mostrare al mondo che Israele non si fermerà davanti a nulla, anche dovesse ammazzare ogni singolo palestinese.
So che non è facile abbandonare ogni illusione, ma dobbiamo abituarci all’idea: i nostri governi, quasi tutti i nostri partiti (inclusi quelli all’opposizione), le nostre élite intellettuali, il nostro sistema dell’informazione sono consapevoli di tutto ciò, sin dall’inizio, e non solo non hanno intenzione di muovere un dito per impedire questo crimine, ma addirittura fanno il tifo affinché Israele sia rapido e definitivo, in modo da sollevarli alfine dalla fatica costante di nascondere l’evidente, giustificare l’ingiustificabile, far accettare l’inaccettabile.
Questi disumani pazzi e furiosi credono davvero che dopo questa atrocità tutto tornerà come prima, perché credono sinceramente che il resto del Mondo sia uguale a loro: menefreghisti, corruttibili, amorali, egoisti, disposti a vendere moglie e figli in cambio di mezzo piatto di lenticchie, per cui nulla ha valore e tutto ha un prezzo.
Lo hanno creduto molti potenti, lungo i millenni della storia umana: e ogni volta questi criminali hanno scoperto che il bisogno di umanità è insopprimibile e che riemerge e si prende la rivincita, nonostante la ferocia, anche a costo della vita stessa.
Ora, come da un anno e mezzo (e 75 anni) a questa parte, il dovere di una persona umana è chiaro: restare tale, continuare a parlare di Palestina, continuare a denunciare le bugie, i crimini, i criminali, in ogni caso e in qualunque situazione, anche nel caso che tutto ciò non servisse a fermare la banda di assassini matricolati che in questo momento detiene il potere.
Come ha scritto ieri Ori Goldberg, attivista israeliano: “Pensavo che il motivo per parlare contro l’ingiustizia fosse utilitaristico: se non parlo quando vengono perpetrate contro gli altri, sarò la loro vittima. Ora la penso diversamente. Non parlo per paura del mio futuro. Parlo dal mio presente, dalla paura di diventare un uomo vuoto”: vuoto proprio come i genocidari e i loro complici, attivi o ignavi che siano.
Fonte
Una volta ammassata tutta la popolazione in una sola zona, bisogna poi espellerla per sempre e a questo ci penseranno non solo le bombe e il terrorismo indiscriminato, ma soprattutto la fame e la sete. Da 32 giorni neanche un singolo camion è entrato nella Striscia: il blocco imposto da Israele è totale e riguarda tutto, sia gli aiuti umanitari che il traffico commerciale. Niente cibo, acqua, medicine, carburante, tende, vestiti, niente di niente.
Ieri a Gaza una patata da due etti e mezzo veniva venduta a 10 dollari, e oggi è stata annunciata la chiusura di tutti i panifici ancora aperti per mancanza di farina e carburante. L’elettricità è stata totalmente tagliata, e i quadricotteri israeliani bersagliano sistematicamente i pannelli solari che consentono di mantenere una piccolissima disponibilità di energia.
Il piano lo ha spiegato esplicitamente Netanyahu in persona, giusto ieri: non solo Hamas deve lasciare la Striscia, ma in ogni caso tutti i civili verranno fatti oggetto del piano di “migrazione volontaria” proposto da Trump, ovvero un biglietto di sola andata per un posto qualsiasi. “Siamo pronti a discutere la fase finale della guerra. Hamas deporrà le armi e ai suoi leader sarà permesso di andarsene. Ci prenderemo cura della sicurezza a Gaza e implementeremo il piano di migrazione volontaria di Trump. Questo è il nostro piano, non lo nascondiamo e siamo pronti a parlarne in qualsiasi momento”.
La fame e la sete saranno le armi principali, e ciò significa un crescendo di orrori oltre ogni misura. Neanche i nazisti erano riusciti nell’impresa di togliere il cibo a un popolo di due milioni di persone, ammassato, assediato e senza alcuna via di fuga. Quello che succederà sarà oltre ogni immaginazione.
Il livello di atrocità di un simile piano è talmente gigantesco che Israele vuole arrivarci con una strategia simile a quella di Mitridate: alzare costantemente il livello di terrore, per normalizzare il più possibile il genocidio contando sull’indomito sostegno degli alleati “democratici”.
Così si spiega l’impennata di assassinii mirati di giornalisti, il diluvio di bombe (circa cento bambini ammazzati ogni giorno, negli ultimi dieci giorni), l’incredibile deliberata esecuzione di 15 operatori della Mezzaluna Rossa: tanta ferocia serve a mostrare al mondo che Israele non si fermerà davanti a nulla, anche dovesse ammazzare ogni singolo palestinese.
So che non è facile abbandonare ogni illusione, ma dobbiamo abituarci all’idea: i nostri governi, quasi tutti i nostri partiti (inclusi quelli all’opposizione), le nostre élite intellettuali, il nostro sistema dell’informazione sono consapevoli di tutto ciò, sin dall’inizio, e non solo non hanno intenzione di muovere un dito per impedire questo crimine, ma addirittura fanno il tifo affinché Israele sia rapido e definitivo, in modo da sollevarli alfine dalla fatica costante di nascondere l’evidente, giustificare l’ingiustificabile, far accettare l’inaccettabile.
Questi disumani pazzi e furiosi credono davvero che dopo questa atrocità tutto tornerà come prima, perché credono sinceramente che il resto del Mondo sia uguale a loro: menefreghisti, corruttibili, amorali, egoisti, disposti a vendere moglie e figli in cambio di mezzo piatto di lenticchie, per cui nulla ha valore e tutto ha un prezzo.
Lo hanno creduto molti potenti, lungo i millenni della storia umana: e ogni volta questi criminali hanno scoperto che il bisogno di umanità è insopprimibile e che riemerge e si prende la rivincita, nonostante la ferocia, anche a costo della vita stessa.
Ora, come da un anno e mezzo (e 75 anni) a questa parte, il dovere di una persona umana è chiaro: restare tale, continuare a parlare di Palestina, continuare a denunciare le bugie, i crimini, i criminali, in ogni caso e in qualunque situazione, anche nel caso che tutto ciò non servisse a fermare la banda di assassini matricolati che in questo momento detiene il potere.
Come ha scritto ieri Ori Goldberg, attivista israeliano: “Pensavo che il motivo per parlare contro l’ingiustizia fosse utilitaristico: se non parlo quando vengono perpetrate contro gli altri, sarò la loro vittima. Ora la penso diversamente. Non parlo per paura del mio futuro. Parlo dal mio presente, dalla paura di diventare un uomo vuoto”: vuoto proprio come i genocidari e i loro complici, attivi o ignavi che siano.
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I dazi di Trump, l’Occidente e noi
Dal primo febbraio di quest’anno Donald Trump ha deciso di applicare i dazi sull’importazione di prodotti provenienti da Canada e Messico (+25%) e Cina (+10%), i tre maggiori partner commerciali degli Stati Uniti.
La risposta cinese è stata immediata: al presidente Usa che ha imposto tariffe del 10% sulle importazioni cinesi, Pechino ha risposto con un pacchetto che prevede una tassa del 15% su alcuni tipi di carbone e gas naturale liquefatto e una tariffa del 10% su petrolio greggio, macchinari agricoli, auto di grossa cilindrata e pick-up. Le misure cinesi in risposta a quelle USA sono entrate in vigore il 10 febbraio.
Tuttavia, con l’Executive Order n. 14228 del 3 marzo 2025, Donald Trump ha deciso di aumentare ancora i dazi sulle importazioni negli USA di prodotti originari di Cina e Hong Kong, portandoli dal 10% al 20%. La decisione è stata motivata ufficialmente “a causa dell’insufficiente impegno del Paese nel collaborare a livello internazionale per affrontare la crisi legata alla droga illecita”.
In realtà, dietro la decisione di continuare ad inasprire la guerra commerciale con la Cina raddoppiando i dazi nei confronti del paese del Dragone c’è la strategia economica USA orientata al protezionismo più duro con l’obiettivo di ridurre il deficit commerciale degli Stati Uniti e incentivare la rilocalizzazione della produzione industriale sul suolo americano.
Anche in questo caso le autorità cinesi hanno reagito subito. Il ministero del Commercio di Pechino ha aumentato, a partire dal 10 marzo scorso, del 15% i dazi sulle importazioni di pollo, grano, mais e cotone dagli USA, più un incremento del 10% su quelle di soia, sorgo, carne di maiale, manzo, frutta e verdura e altri beni alimentari. Un vero salasso per l’economia USA considerando che la Cina è il primo mercato per esportazioni per gli agricoltori statunitensi.
Ma che impatto avrà questa nuova impennata dei dazi USA sull’export cinese decisa da Trump? Praticamente zero.
Il governo cinese ha già dimostrato di essere in grado di neutralizzarne la portata grazie alla riduzione dei margini di profitto imposta dal governo alle imprese multinazionali cinesi. Una mossa che aveva già assorbito la prima ondata di dazi sui prodotti cinesi introdotti da Trump a febbraio scorso.
Viceversa, nei paesi occidentali (Italia compresa), in cui sono, ormai, le multinazionali a controllare i governi, gli aumenti dovuti ai dazi verranno scaricati sui consumatori sicché il costo della vita, già sensibilmente aumentato a causa della ripresa dell’inflazione a due cifre, schizzerà ulteriormente andando a peggiorare un quadro già drammatico per decine di milioni di persone.
Fonte
La risposta cinese è stata immediata: al presidente Usa che ha imposto tariffe del 10% sulle importazioni cinesi, Pechino ha risposto con un pacchetto che prevede una tassa del 15% su alcuni tipi di carbone e gas naturale liquefatto e una tariffa del 10% su petrolio greggio, macchinari agricoli, auto di grossa cilindrata e pick-up. Le misure cinesi in risposta a quelle USA sono entrate in vigore il 10 febbraio.
Tuttavia, con l’Executive Order n. 14228 del 3 marzo 2025, Donald Trump ha deciso di aumentare ancora i dazi sulle importazioni negli USA di prodotti originari di Cina e Hong Kong, portandoli dal 10% al 20%. La decisione è stata motivata ufficialmente “a causa dell’insufficiente impegno del Paese nel collaborare a livello internazionale per affrontare la crisi legata alla droga illecita”.
In realtà, dietro la decisione di continuare ad inasprire la guerra commerciale con la Cina raddoppiando i dazi nei confronti del paese del Dragone c’è la strategia economica USA orientata al protezionismo più duro con l’obiettivo di ridurre il deficit commerciale degli Stati Uniti e incentivare la rilocalizzazione della produzione industriale sul suolo americano.
Anche in questo caso le autorità cinesi hanno reagito subito. Il ministero del Commercio di Pechino ha aumentato, a partire dal 10 marzo scorso, del 15% i dazi sulle importazioni di pollo, grano, mais e cotone dagli USA, più un incremento del 10% su quelle di soia, sorgo, carne di maiale, manzo, frutta e verdura e altri beni alimentari. Un vero salasso per l’economia USA considerando che la Cina è il primo mercato per esportazioni per gli agricoltori statunitensi.
Ma che impatto avrà questa nuova impennata dei dazi USA sull’export cinese decisa da Trump? Praticamente zero.
Il governo cinese ha già dimostrato di essere in grado di neutralizzarne la portata grazie alla riduzione dei margini di profitto imposta dal governo alle imprese multinazionali cinesi. Una mossa che aveva già assorbito la prima ondata di dazi sui prodotti cinesi introdotti da Trump a febbraio scorso.
Viceversa, nei paesi occidentali (Italia compresa), in cui sono, ormai, le multinazionali a controllare i governi, gli aumenti dovuti ai dazi verranno scaricati sui consumatori sicché il costo della vita, già sensibilmente aumentato a causa della ripresa dell’inflazione a due cifre, schizzerà ulteriormente andando a peggiorare un quadro già drammatico per decine di milioni di persone.
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La prima Intifada è stata uno straordinario esempio di resistenza popolare contro l’oppressione
L’intifada fu una campagna di resistenza spontanea e dal basso, scaturita da un accumulo di frustrazioni e inizialmente senza alcun legame con la dirigenza politica palestinese.
Come per la rivolta avvenuta tra il 1936 e il 1939, la durata e il vasto sostegno all’intifada sono stati prova dell’ampio appoggio popolare di cui godeva.
La sommossa si dimostrò anche flessibile e innovativa, in quanto seppe sviluppare una gestione coordinata pur rimanendo guidata e controllata a livello locale.
Tra i suoi attivisti figuravano uomini e donne, professionisti e uomini d’affari dell’élite, contadini, abitanti dei villaggi, gente povera delle città, studenti, piccoli commercianti e membri di quasi tutti gli altri settori della società.
Le donne vi svolgevano un ruolo centrale, assumendo sempre più posizioni di comando, dato che molti uomini furono incarcerati, e mobilitando anche quelle persone che spesso erano escluse dalla politica convenzionale dominata dai maschi.
Oltre alle dimostrazioni, l’intifada prevedeva tattiche che andavano dagli scioperi ai boicottaggi, alle trattenute fiscali e ad altre ingegnose forme di disobbedienza civile.
A volte le proteste diventavano violente, innescate spesso dai soldati che infliggevano perdite pesanti attraverso l’uso di munizioni vere e con proiettili di gomma usati contro i manifestanti disarmati e dei giovani che lanciavano pietre.
A ogni modo, la rivolta fu prevalentemente non violenta e non armata, un elemento di importanza fondamentale che contribuì a mobilitare altri settori della società oltre ai giovani che protestavano nelle strade, dimostrando quindi che opporsi allo status quo e a sostenere l’intifada era l’intera società palestinese sotto occupazione.
La prima intifada è stata uno straordinario esempio di resistenza popolare contro l’oppressione e può essere considerata come la prima vittoria senza attenuanti per i palestinesi nella lunga guerra coloniale iniziata nel 1917.
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Come per la rivolta avvenuta tra il 1936 e il 1939, la durata e il vasto sostegno all’intifada sono stati prova dell’ampio appoggio popolare di cui godeva.
La sommossa si dimostrò anche flessibile e innovativa, in quanto seppe sviluppare una gestione coordinata pur rimanendo guidata e controllata a livello locale.
Tra i suoi attivisti figuravano uomini e donne, professionisti e uomini d’affari dell’élite, contadini, abitanti dei villaggi, gente povera delle città, studenti, piccoli commercianti e membri di quasi tutti gli altri settori della società.
Le donne vi svolgevano un ruolo centrale, assumendo sempre più posizioni di comando, dato che molti uomini furono incarcerati, e mobilitando anche quelle persone che spesso erano escluse dalla politica convenzionale dominata dai maschi.
Oltre alle dimostrazioni, l’intifada prevedeva tattiche che andavano dagli scioperi ai boicottaggi, alle trattenute fiscali e ad altre ingegnose forme di disobbedienza civile.
A volte le proteste diventavano violente, innescate spesso dai soldati che infliggevano perdite pesanti attraverso l’uso di munizioni vere e con proiettili di gomma usati contro i manifestanti disarmati e dei giovani che lanciavano pietre.
A ogni modo, la rivolta fu prevalentemente non violenta e non armata, un elemento di importanza fondamentale che contribuì a mobilitare altri settori della società oltre ai giovani che protestavano nelle strade, dimostrando quindi che opporsi allo status quo e a sostenere l’intifada era l’intera società palestinese sotto occupazione.
La prima intifada è stata uno straordinario esempio di resistenza popolare contro l’oppressione e può essere considerata come la prima vittoria senza attenuanti per i palestinesi nella lunga guerra coloniale iniziata nel 1917.
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Giappone e Corea del Sud rafforzano il commercio con la Cina, contro i dazi USA
Il 30 marzo, a Seul, si è svolto un trilaterale tra i padroni di casa della Corea del Sud, il Giappone e la Cina. I ministri rispettivamente dell’Industria, dell’Economia e del Commercio si sono stretti la mano e hanno deciso di aumentare la cooperazione commerciale, e anche di rafforzare accordi e istituti regionali e multilaterali.
Nella dichiarazione congiunta si legge la volontà di creare “un campo di gioco globale equo [...] non discriminatorio, trasparente, inclusivo e prevedibile” per gli investimenti e, dunque, per le prospettive di crescita. Il convitato di pietra – neanche così nascosto – è la prossima introduzione dei dazi da parte dell’amministrazione statunitense.
Per tutti e tre i paesi, gli States sono il principale partner commerciale. Sia per la Corea del Sud sia per il Giappone, la filiera dell’acciaio e dei chip potrebbe subire pesanti contraccolpi, e ancora di più l’automotive: per il paese del Sol Levante la filiera dell’auto ha rappresentato il 30% dei 145 miliardi di esportazioni verso gli USA nel 2024.
L’incontro risulta interessante per vari motivi. Il ministro coreano dell’Industria ha detto che i tre paesi devono muoversi in maniera congiunta di fronte “all’attuale ambiente economico e commerciale caratterizzato da una crescente frammentazione”. Ma, almeno sulla carta, non si è trattato di semplice retorica.
Innanzitutto, questo incontro è il primo di questo genere da cinque anni a questa parte, e ciò già dà il senso del passaggio storico che stiamo vivendo. È altrettanto significativo che, al summit, sia stata affermata la volontà di accelerare su un accordo di libero scambio che dovrebbe unire i tre paesi.
Il dialogo su questo dossier va avanti dal 2013, ed è difficile aspettarsi una risoluzione di tutti i suoi nodi a breve termine. Ma che ritorni nel dibattito proprio ora, dopo cinque anni di sostanziale stallo, non può passare inosservato. Senza contare le dichiarazioni effettuate su altre questioni che esulano dalle tre realtà dell’Estremo Oriente.
I tre ministri hanno espresso l’intenzione di rafforzare il Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), un accordo commerciale firmato nel 2020 da 15 paesi dell’area dell’Asia-Pacifico, finalizzato ad aumentare l’integrazione tra le loro economie e a diminuire le barriere doganali.
All’incontro si è parlato anche di proporre una riforma dell’Organizzazione Mondiale del Commercio affinché sia “più reattiva e resiliente nell’affrontare le attuali sfide commerciali”. Al di là dei contenuti della proposta, è interessante che i tre paesi vogliano rilanciare il ruolo di un’istituzione multilaterale che ha rappresentato il pilastro della globalizzazione post-Guerra Fredda.
Si parla pur sempre di intese sul piano economico, ma che rispondono alle richieste formulate dalla Cina poco più di una settimana fa, durante un altro vertice tenuto a Tokyo. Questa volta sono stati i ministri degli Esteri a incontrarsi, per la seconda volta in poco più di un anno (dopo un silenzio che, anche in questo caso, era durato oltre quattro anni).
I tre politici hanno parlato di Ucraina, mentre rimangono sul tavolo alcune questioni spinose come quella dell’arsenale nucleare della Corea del Nord e del suo legame con la Russia. Ma l’idea espressa dal Dragone di riprendere i colloqui sul trattato di libero scambio e di rafforzare il RCEP ha trovato risposta appena una settimana dopo.
Si delinea nuovamente una situazione che si era già vista in passato, ovvero quella in cui Seul e Tokyo fanno affari con Pechino, ma in politica estera rimangono sugli indirizzi dell’alveo occidentale. Questa volta, però, ci sono anche le parole di una ricercatrice di importanti think tank di Washington a dire che ci potremmo trovare di fronte a una svolta.
Patricia M. Kim, studiosa affiliata al Council on Foreign Relations (che pubblica la rivista Foreign Affairs), al National Committee on U.S.-China Relations e alla Brookings Institution (frequentata anche dall'italiano Mario Draghi), ha riconosciuto che questo incontro “ha un’importanza accresciuta” rispetto al passato, vista la nuova situazione internazionale.
Per Seul e Tokyo rimane una sorta di ‘vincolo esterno’ nella presenza militare statunitense, e senza dubbio i due alleati di Washington non nascondono la loro preoccupazione per il rafforzamento militare della Cina e le tensioni intorno alla questione Taiwan. Ma rimane il fatto che la politica commerciale di Trump potrebbe innescare effetti indesiderati.
L’incontro di qualche giorno fa ha mostrato la volontà di mantenere aree di libero scambio, ma innanzitutto in una dimensione regionale ed asiatica, e perciò confermando la tendenza alla frammentazione del mercato mondiale. E all’interno di questo orizzonte, i dazi potrebbero avvicinare ulteriormente gli ‘alleati’ degli Stati Uniti al nemico strategico principale, ovvero la Cina.
Anche in questo caso, non si potrà che aspettare che la polvere sollevata dall’introduzione dei dazi si sia posata per comprendere le tendenze più generali dello scenario internazionale.
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Nella dichiarazione congiunta si legge la volontà di creare “un campo di gioco globale equo [...] non discriminatorio, trasparente, inclusivo e prevedibile” per gli investimenti e, dunque, per le prospettive di crescita. Il convitato di pietra – neanche così nascosto – è la prossima introduzione dei dazi da parte dell’amministrazione statunitense.
Per tutti e tre i paesi, gli States sono il principale partner commerciale. Sia per la Corea del Sud sia per il Giappone, la filiera dell’acciaio e dei chip potrebbe subire pesanti contraccolpi, e ancora di più l’automotive: per il paese del Sol Levante la filiera dell’auto ha rappresentato il 30% dei 145 miliardi di esportazioni verso gli USA nel 2024.
L’incontro risulta interessante per vari motivi. Il ministro coreano dell’Industria ha detto che i tre paesi devono muoversi in maniera congiunta di fronte “all’attuale ambiente economico e commerciale caratterizzato da una crescente frammentazione”. Ma, almeno sulla carta, non si è trattato di semplice retorica.
Innanzitutto, questo incontro è il primo di questo genere da cinque anni a questa parte, e ciò già dà il senso del passaggio storico che stiamo vivendo. È altrettanto significativo che, al summit, sia stata affermata la volontà di accelerare su un accordo di libero scambio che dovrebbe unire i tre paesi.
Il dialogo su questo dossier va avanti dal 2013, ed è difficile aspettarsi una risoluzione di tutti i suoi nodi a breve termine. Ma che ritorni nel dibattito proprio ora, dopo cinque anni di sostanziale stallo, non può passare inosservato. Senza contare le dichiarazioni effettuate su altre questioni che esulano dalle tre realtà dell’Estremo Oriente.
I tre ministri hanno espresso l’intenzione di rafforzare il Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), un accordo commerciale firmato nel 2020 da 15 paesi dell’area dell’Asia-Pacifico, finalizzato ad aumentare l’integrazione tra le loro economie e a diminuire le barriere doganali.
All’incontro si è parlato anche di proporre una riforma dell’Organizzazione Mondiale del Commercio affinché sia “più reattiva e resiliente nell’affrontare le attuali sfide commerciali”. Al di là dei contenuti della proposta, è interessante che i tre paesi vogliano rilanciare il ruolo di un’istituzione multilaterale che ha rappresentato il pilastro della globalizzazione post-Guerra Fredda.
Si parla pur sempre di intese sul piano economico, ma che rispondono alle richieste formulate dalla Cina poco più di una settimana fa, durante un altro vertice tenuto a Tokyo. Questa volta sono stati i ministri degli Esteri a incontrarsi, per la seconda volta in poco più di un anno (dopo un silenzio che, anche in questo caso, era durato oltre quattro anni).
I tre politici hanno parlato di Ucraina, mentre rimangono sul tavolo alcune questioni spinose come quella dell’arsenale nucleare della Corea del Nord e del suo legame con la Russia. Ma l’idea espressa dal Dragone di riprendere i colloqui sul trattato di libero scambio e di rafforzare il RCEP ha trovato risposta appena una settimana dopo.
Si delinea nuovamente una situazione che si era già vista in passato, ovvero quella in cui Seul e Tokyo fanno affari con Pechino, ma in politica estera rimangono sugli indirizzi dell’alveo occidentale. Questa volta, però, ci sono anche le parole di una ricercatrice di importanti think tank di Washington a dire che ci potremmo trovare di fronte a una svolta.
Patricia M. Kim, studiosa affiliata al Council on Foreign Relations (che pubblica la rivista Foreign Affairs), al National Committee on U.S.-China Relations e alla Brookings Institution (frequentata anche dall'italiano Mario Draghi), ha riconosciuto che questo incontro “ha un’importanza accresciuta” rispetto al passato, vista la nuova situazione internazionale.
Per Seul e Tokyo rimane una sorta di ‘vincolo esterno’ nella presenza militare statunitense, e senza dubbio i due alleati di Washington non nascondono la loro preoccupazione per il rafforzamento militare della Cina e le tensioni intorno alla questione Taiwan. Ma rimane il fatto che la politica commerciale di Trump potrebbe innescare effetti indesiderati.
L’incontro di qualche giorno fa ha mostrato la volontà di mantenere aree di libero scambio, ma innanzitutto in una dimensione regionale ed asiatica, e perciò confermando la tendenza alla frammentazione del mercato mondiale. E all’interno di questo orizzonte, i dazi potrebbero avvicinare ulteriormente gli ‘alleati’ degli Stati Uniti al nemico strategico principale, ovvero la Cina.
Anche in questo caso, non si potrà che aspettare che la polvere sollevata dall’introduzione dei dazi si sia posata per comprendere le tendenze più generali dello scenario internazionale.
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