Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

02/01/2026

Ne Zha - L'ascesa del guerriero di fuoco (2025) di Jiaozi - Minirece

La democrazia che taglia la lingua al 40% del paese

Quando ti magnificano la democrazia UE e la sua inclusività, soppesa questo suono di fanfare con una novità che entra in vigore ora nel nuovo anno 2026.

Immagina di vivere in un Paese dove quasi una persona su due parla una certa lingua fin da sempre. È la lingua usata in famiglia, per strada, al mercato, tra amici. È la lingua in cui si pensa e si ricordano le cose importanti. A un certo punto però lo Stato decide che quella lingua deve sparire dagli spazi pubblici: non la si studia più a scuola, non la si sente più nei media pubblici, i libri diventano per legge molto più cari e più difficili da trovare.

Questo sta accadendo in Lettonia, dove il russo non è una lingua marginale. È parlata da circa il 40% della popolazione e, in luoghi come Riga, la capitale, addirittura da più della metà delle persone. Non si tratta di visitatori o di comunità isolate, ma di cittadini che vivono lì da generazioni, anche se una parte di loro viene umiliata da decenni con uno status di non-cittadini che viene persino stampato sul passaporto.

Qualche personaggio con 64 denti ipocriti come quelli della Ursula o della Kaja sfoggerà un bel sorriso passivo-aggressivo per dire che nessuno vieta di parlare russo nella vita privata. Ed è vero. Ma le lingue non vivono solo nelle case. Vivono nella scuola, nei libri, nella televisione, nei luoghi condivisi. Quando una lingua viene tolta da questi spazi, non viene proibita: viene lentamente spinta ai margini. Resta, ma come qualcosa di tollerato, non più riconosciuto. Lo abbiamo visto con le lingue tagliate anche dallo Stato italiano.

Il punto più delicato è quando tutto questo viene giustificato con la “sicurezza nazionale”. In quel momento una lingua smette di essere un semplice strumento per parlare e diventa un sospetto. Chi la usa viene visto come qualcuno da controllare, non come una parte normale della comunità. La responsabilità di eventi politici lontani viene fatta scivolare, in modo silenzioso ma inesorabile su persone comuni.

Uno Stato dovrebbe tenere insieme ciò che esiste già, non separarlo. Quando una lingua parlata da una parte enorme della popolazione viene trattata come un problema da ridurre, il messaggio è chiaro: non tutti appartengono allo stesso modo.

E questa frattura, anche se presentata con i soliti trucchi dell’Europeismo Reale, cioè come una questione “tecnica” o “necessaria”, lascia segni profondi che durano molto più a lungo delle decisioni che l’hanno prodotta.

È un altro tassello vergognoso di questo tempo. Il Partito del Riarmo tace, e con esso tacciono quasi tutti i giornali, impegnati a non disturbare il clima di mobilitazione permanente che cresce sotto i nostri occhi. Così ai cittadini viene sottratta una cosa essenziale: la possibilità di capire davvero che cosa si sta cucinando nei pestilenziali fornelli del revanscismo baltico che alimenta il centro della politica estera europea, e quanto questa pietanza velenosa stia già prendendo forma.

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L’attacco a Putin è (quasi) ingestibile

C’è qualcosa di noiosamente ripetitivo nel modo in cui il sistema mediatico europeo tratta le vicende guerra/trattative sull’Ucraina. Ma proprio questa ripetitività rivela un “metodo”, una logica, un intento. E molta cecità.

La vera notizia-bomba degli ultimi giorni è certamente il tentativo di Kiev di colpire una delle residenze ufficiali ed abituali del presidente russo con droni a lungo raggio.

La prima reazione simultanea ed “istintiva” dei media mainstream è stata quella di negare il fatto, in coda alle dichiarazioni di Zelenskij. Veniva assunta come “prova” l’assenza di una esibizione immediata di resti dei droni ucraini, sulla falsariga di quanto fatto tempo fa – coprendosi di ridicolo – dai servizi polacchi che avevano mostrato foto di uno pseudo-drone tenuto insieme con nastro adesivo placidamente parcheggiato sulla tettoria di una conigliera.

Inutile ricordare, agli “scienziati” dell’informazione padronale, che nella guerra contemporanea ogni oggetto volante – specie nelle zone di guerra – è visibile ai satelliti dal momento del lancio a quello dell’impatto (sul bersaglio o per l’intercettazione da parte della contraerea). Dunque la “prova regina” stava nei tracciati registrati dai satelliti russi, statunitensi, cinesi, inglesi, ecc.

Poi i russi hanno presentato comunque la foto di un drone abbattuto. La “narrativa” è cambiata – simultaneamente, per tutte le testate –: “non conta come prova, perché viene da Mosca” ( da dove altro sarebbe dovuta arrivare?).

A conferma, veniva qualche ora dopo presentata una ricostruzione della Cia – non proprio un “osservatore imparziale”, neanche sotto l’amministrazione Trump – secondo cui molti droni erano effettivamente partiti dall’Ucraina “in una direzione che comprendeva anche la residenza di Putin”, ma non si poteva dire con certezza se aveva come obiettivo la casa oppure un insediamento militare a 50 km di distanza. Un’ammissione di “compromesso”, per non dispiacere a nessuno o costringere la Casa Bianca a cambiare la sua impostazione diplomatica.

Fa niente. Basta titolare “la Cia smentisce Putin” e si può continuare come prima.

Siccome però il tentativo di “decapitare” una potenza nucleare con 6.000 testate non è un evento come gli altri, neanche in una guerra, i servizi russi hanno presentato alla controparte statunitense i chip contenenti i file con i piani di volo di uno dei droni abbattuti. Russia Today ha mandato in onda il video dell’incontro in cui il capo del GRU, Igor Kostyukov, consegna il controllore di volo del drone agli addetti militari dell’ambasciata statunitense a Mosca.

Niente dichiarazioni o chiacchiere da girare a piacimento, insomma, solo fatti e atti ufficiali. Sapendo perfettamente che la controparte dispone delle competenze e dei mezzi per verificare se i chip e i file sono stati “manipolati” oppure sono originali.

Naturalmente in una guerra come questa non ci sono “buoni” con cui identificarsi, però dobbiamo registrare che da questo lato della barricata – nel complesso euro-atlantico – c’è una evidente schizofrenia che riflette interessi e strategie diverse.

E se la divergenza di strategia tra “volenterosi europei” e amministrazione Trump è alla luce del sole, all’interno degli Stati Uniti sembra ancora viva una lotta tra parti di apparato ancora legati alla logica della “cordata Biden” (l’establishment democratico-repubblicano poi battuto alle elezioni) e i doveri d’obbedienza comunque dovuti al neo-presidente (right or wrong, my country).

Non perché il tycoon sia credibile come “pacifista” – basta vedere cosa sta combinando al largo del Venezuela, in Nigeria e soprattutto a Gaza – ma per una ragione strategica decisamente più importante: una volta che il contributo economico-militare statunitense all’Ucraina inizia a essere ridotto in modo significativo la prosecuzione “controllata” della guerra a spese dell’Europa può tornare ancora utile a Washington. In fondo può vendere armi, gas e petrolio ai paesi UE e contemporaneamente erodere ulteriormente la potenza di Mosca, obbligata comunque a dirottare una parte rilevante delle proprie risorse umane ed economiche nella guerra anziché su altri obiettivi.

Questa viscosità di interessi su più livelli spiega forse meglio di tanti “complottismi” perché non si prosegua più speditamente nelle trattative di pace. In fondo, il calcolo per gli ucraini – se avessero una leadership credibile – sarebbe presto fatto: meglio fermare la guerra cedendo quel che comunque verrebbe ceduto tra qualche mese, ad un prezzo più alto soprattutto sul piano umano, piuttosto che andare avanti senza più prospettive di “recupero”.

L’idea di provocare Mosca con attacchi “terroristici” tali da scatenare una risposta abnorme, che costringerebbe poi la Nato ad intervenire direttamente, ha un senso – folle – solo per menti non proprio equilibrate.

In pratica gli Stati Uniti ci guadagnano sia che la guerra si fermi, sia che vada avanti senza però arrivare al rischio di conflitto nucleare. I “volenterosi” europei (sempre meno, bisogna notare) spingono stolidamente per la prosecuzione perché non riescono a immaginare un “piano B” che consenta poi di tenere insieme 27 paesi in una quadro mondiale decisamente in trasformazione (gli Usa che privilegiano se stessi e il mondo “emergente” che ormai pesa quanto o più della vecchia Europa).

Sbagliare un titolo o un articolo, in questo guazzabuglio di interessi contrapposti ma contorti, è facilissimo. Chiaro però che, in una qualsiasi redazione, la cosa più semplice sia andare avanti a raccontar cazzate come si è sempre fatto, senza farsi venire il mal di testa per pensare... 

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La Bulgaria si suicida entrando nell’Eurozona

Dal 1 gennaio la Bulgaria è diventata ufficialmente il 21° membro dell’Eurozona ed ha dato l’addio al Lev, la propria moneta nazionale. La transizione è entrata in vigore dalla mezzanotte con la circolazione delle prime banconote e monete in euro per 6,4 milioni di abitanti. La Bulgaria, come tutti i paesi aderenti all’Eurozona, avrà un seggio nel Consiglio direttivo della Bce.

Le autorità hanno organizzato una cerimonia per l’adozione dell’euro con fuochi d’artificio nelle principali piazze di Sofia, ma la società resta profondamente divisa su questa scelta. Secondo l’ultimo sondaggio di Eurobarometro il 49% dei bulgari è infatti contrario.

Da un lato c’è il consenso di imprese e sostenitori della moneta unica che puntano ai vantaggi come l’eliminazione dei costi di cambio e ai maggiori flussi commerciali, dall’altra i lavoratori e i settori popolari danneggiati dall’aumento dei prezzi e dal blocco dei salari. A novembre i prezzi dei generi alimentari sono aumentati del 5% su base annua, più del doppio della media dell’eurozona, con rilevanti effetti sul carrello della spesa.

L’adozione dell’euro avviene in un momento di particolare turbolenza politica nel paese. Il governo bulgaro – una anomala coalizione di europeisti, socialisti e nazionalisti – ha recentemente rassegnato le dimissioni in seguito a proteste di massa contro la corruzione e l’aumento dei prezzi. La Bulgaria si prepara infatti a nuove elezioni. Questa instabilità interna alimenta ulteriori preoccupazioni sull’impatto economico e sociale del cambio di moneta, nonostante il Lev fosse già giuridicamente legato all’euro tramite un cambio fisso da anni. Il rischio percepito dalla popolazione non è solo l’inflazione quanto l’aumento dei prezzi – avvenuto in tutti i paesi che hanno adottato l’euro.

La transizione è stata ovviamente accolta con entusiasmo dalle istituzioni europee. “L’euro è il simbolo tangibile di ciò che l’Europa può realizzare quando lavora insieme, dei valori condivisi e della forza collettiva con cui possiamo contrastare l’incertezza geopolitica mondiale che stiamo vivendo”, ha sottolineato la presidente della Bce, Christine Lagarde, seguita a ruota dalla Von der Leyen secondo cui “Questo traguardo significa pagamenti più semplici, viaggi più facili e tante nuove opportunità per le imprese bulgare”.

Ma il governo bulgaro è appena caduto a seguito delle enormi proteste popolari contro la corruzione e il carovita, mentre il parlamento non è riuscito ad approvare la legge di bilancio, e la maggior parte della popolazione è profondamente insoddisfatta, secondo i sondaggi la maggior parte delle persone infatti vorrebbe rimanere al Lev.

La Bulgaria, nonostante alcuni miglioramenti, rimane infatti il paese più povero dell’Unione Europea. Le disuguaglianze interne di reddito tra le varie aree del paese sono le più alte di Europa. Secondo i dati dell’Ufficio statistico dell’Unione europea (Eurostat), la Bulgaria rimane il Paese dell’UE con la più alta percentuale di persone a rischio di povertà o esclusione sociale.

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Problemi reali e molte ombre sulle proteste sociali in Iran

Migliaia di commercianti, negozianti e studenti in tutto l’Iran sono scesi in strada in vaste proteste che hanno interessato diverse province. Le proteste, sono state innescate da un brusco deterioramento economico, ed hanno visto scontri tra manifestanti e forze di sicurezza, con morti e feriti.

Secondo i media locali, almeno 3 manifestanti sono stati uccisi e altri 17 sono rimasti feriti durante un assalto a una stazione di polizia nella provincia occidentale di Lorestan. Anche un agente delle forze di sicurezza è stato ucciso dai manifestanti.

Curiosamente, gli avvenimenti in Iran stanno trovando maggiore attenzione e pubblicità sui mass media occidentali che su quelli arabi e mediorientali.

Il giornale libanese L’Orient le Jour, uno dei pochi a occuparsi di quanto avviene in Iran, riferisce che il movimento è iniziato domenica a Teheran, dove i negozianti hanno chiuso per protestare contro l’iperinflazione e la stagnazione economica. Successivamente si è diffuso alle università e al resto del paese. Giovedì, sono stati segnalati scontri in diverse città di medie dimensioni. Secondo l’agenzia iraniana Fars “i manifestanti hanno iniziato a lanciare pietre contro edifici amministrativi, inclusi il governatorato, la moschea, il municipio e le banche”, con la polizia che ha risposto con gas lacrimogeni.

La valuta nazionale iraniana, il rial, ha perso più di un terzo del suo valore rispetto al dollaro nell’ultimo anno, mentre l’iperinflazione indebolisce il potere d’acquisto degli iraniani da anni, in un paese soffocato dalle sanzioni occidentali. Il tasso di inflazione a dicembre era del 52% su base annua, secondo i dati ufficiali.

Le proteste sono scoppiate lo scorso fine settimana in mezzo a una crisi economica, alla svalutazione della valuta nazionale e al peggioramento delle condizioni di vita. Da allora, gli scontri tra manifestanti e forze di sicurezza sono diventati più violenti.

Il presidente Massoud Pezeshkian giovedì ha dichiarato in un discorso televisivo che: “Se non risolviamo il problema dei mezzi di sussistenza delle persone, finiremo all’inferno”.

Fin dall’inizio delle proteste, il governo ha cercato di giocare la carta dell’appeasement, riconoscendo le “richieste come legittime” e legate a difficoltà economiche. Ma il sistema giudiziario ha messo in guardia contro qualsiasi intento di destabilizzazione. “Qualsiasi tentativo” di trasformare questo movimento “in uno strumento di insicurezza, distruzione di beni pubblici o realizzazione di scenari progettati all’estero sarà inevitabilmente seguito da una ferma risposta” ha avvertito il procuratore generale, Mohammad Movahedi-Azad.

Giovedì si sono svolte proteste notturne in diverse città dell’Iran, con manifestanti che sono scesi in strada gridando slogan antigovernativi e filomonarchici, secondo i video ricevuti da Iran International.

Nell’Iran centrale, i manifestanti sono stati visti a Qazvin e nella città santa di Qom, mentre gridavano slogan tra cui “Questa è la battaglia finale, Pahlavi tornerà”.

Nel nord dell’Iran, i video mostravano raduni notturni in corso a Babol, dove i manifestanti gridavano “Morte al dittatore”. I manifestanti sono scesi in strada nella città portuale meridionale iraniana di Bandar Abbas, gridando slogan antigovernativi tra cui “Morte all’intero sistema” e “Javid Shah” (“Lunga vita allo Scià”),

Su quanto sta avvenendo in Iran sono piuttosto esplicite le ingerenze esterne, a cominciare da Israele e Stati Uniti. Il presidente statunitense Donald Trump ha avvertito che gli Usa sarebbero intervenuti se le autorità iraniane avessero ucciso violentemente manifestanti pacifici.

In un post su Truth Trump ha affermato che gli Stati Uniti sono “pronti e armati”, aggiungendo: “Se l’Iran spara e uccide violentemente manifestanti pacifici, come è loro abitudine, gli Stati Uniti d’America verranno in loro soccorso”.

Il Dipartimento di Stato USA afferma che le ultime proteste in Iran sono un’espressione della “rabbia comprensibile” della gente per i fallimenti del suo governo, ha dichiarato un funzionario statunitense a Iran International.

“Le proteste riflettono la comprensibile rabbia del popolo iraniano per i fallimenti e le scuse del suo governo”, ha affermato il funzionario in una dichiarazione scritta giovedì.

In precedenza, filmati dalle città mostravano manifestanti che scandivano slogan contro la Repubblica Islamica e la sua guida, mentre le forze di sicurezza sparavano direttamente sui dimostranti.

Ancora più esplicito è stato il Mossad israeliano che ha invitato i manifestanti iraniani a intensificare le proteste, affermando di essere presente con loro “sul campo”, dove le manifestazioni hanno interessato ieri almeno dieci università. “Scendete insieme nelle strade. È giunto il momento. Siamo con voi”, ha dichiarato il servizio di intelligence israeliano sul suo account X, rivolgendosi ai manifestanti iraniani in farsi. “Non solo da lontano o a parole. Siamo anche con voi sul campo”, ha aggiunto il messaggio, trasmesso in ebraico dalla radio militare.

Anche il ministro israeliano per gli Affari della Diaspora e la Lotta all’Antisemitismo, Amichai Chikli, ha pubblicato giovedì su X un messaggio di sostegno ai manifestanti in Iran attraverso una immagine generata dall’IA che recita: “Sto con il popolo iraniano”.

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Argentina - Liberato un altro genocida

È stata concessa la libertà a un altro condannato per crimini contro l’umanità. La Sezione IV della Cassazione ha dato priorità a perizie favorevoli al repressore rispetto alle valutazioni che ne evidenziavano la mancanza di pentimento e l’opposizione unanime delle vittime.

Eufemio Jorge Uballes, ex vice-commissario della Polizia Federale Argentina (PFA), che le sue vittime identificavano nei centri clandestini Club Atlético ed El Banco con il soprannome di «Führer» per la sua ossessione per il nazismo, tornerà in libertà. Condannato all’ergastolo nel 2010 per crimini contro l’umanità, Uballes, 78 anni, è stato beneficiato da una sentenza della Camera Federale di Cassazione Penale, firmata dai giudici Gustavo Hornos e Javier Carbajo. Lo stesso tribunale che pochi giorni fa ha concesso la libertà a Emilio Eduardo Kalinec.

La decisione ha ribaltato una risoluzione del Tribunale Orale Federale (TOF) n. 2 che, lo scorso 8 settembre, aveva respinto la sua richiesta di libertà condizionale. Il giudice dell’esecuzione Guillermo Costabel aveva motivato il diniego basandosi sul rapporto dell’Equipe Interdisciplinare per l’Esecuzione Penale che, dipendente dalla stessa Cassazione, aveva sottolineato che Uballes non aveva mostrato «alcun tipo di pentimento». Durante il colloquio, il repressore ha affermato di non essersi difeso perché non aveva fatto «nulla di male», ha giustificato le sue azioni sostenendo che nel Paese si vivesse una «guerra civile» e che lui si limitasse a obbedire agli ordini.

La difesa di Uballes ha tuttavia presentato ricorso sostenendo che non fosse stato adeguatamente considerato un rapporto della Direzione per l’Inserimento Sociale di Salta, l’ente che lo controlla durante la detenzione domiciliare – beneficio ottenuto nel 2016 per motivi familiari. Hornos e Carbajo hanno accolto il ricorso, affermando che Costabel aveva attribuito «un’eccessiva rilevanza» alle dichiarazioni dello stesso condannato, che mettevano in evidenza la sua mancanza di collaborazione per l’accertamento dei crimini. Il terzo membro della Sezione IV, Mariano Borinsky, ha votato in dissenso.

Questa sentenza si inserisce in una tendenza recente della Sezione IV a ignorare i rapporti dell’Equipe Interdisciplinare per l’Esecuzione Penale – specializzata nella valutazione del rischio e del reinserimento – a favore di altri più favorevoli ai repressori, come quelli del Servizio Penitenziario Federale che evidenziano la buona condotta carceraria.

Il profilo del «Führer»

Le testimonianze dei sopravvissuti durante il processo hanno tracciato un profilo sinistro. Uballes era noto per il suo antisemitismo esasperato. Daniel Merialdo ha dichiarato che si accaniva in particolare contro i detenuti ebrei. Jorge Allega lo ha descritto come ossessionato dal nazismo. Delia Barrera e Nelva Méndez de Falcone (madre di Claudia Falcone) hanno raccontato che Uballes obbligava i sequestrati a gridare «Heil Hitler» e ad ascoltare discorsi di Adolf Hitler. Ana Careaga, sopravvissuta, lo ha identificato come uno dei suoi interrogatori.

Oltre al suo ruolo nelle torture, Uballes, proveniente dal settore comunicazioni della PFA, si vantava di aver creato un dispositivo di radiolocalizzazione. Nel 1978 utilizzò queste conoscenze per tentare di individuare da dove i Montoneros interferivano con le trasmissioni dei Mondiali.

Un colpo alle vittime e un avvertimento

Dopo la sentenza, il giudice Costabel – mettendo a verbale il proprio dissenso – ha disposto la libertà condizionale di Uballes. Con questa misura, sono già 434 i condannati per crimini contro l’umanità che beneficiano degli arresti domiciliari, pari all’84% del totale, secondo i dati della Procura dei Crimini contro l’Umanità. Solo 18 restano in carceri comuni e 63 nell’Unità 34 di Campo de Mayo.

Per le vittime e le organizzazioni per i diritti umani, la libertà di Uballes rappresenta un nuovo colpo e un segnale di un’epoca pericolosa. Ana Careaga ha avvertito:  «Questo tipo di favori e privilegi che oggi vengono concessi agli autori di crimini contro l’umanità e di genocidio non sono estranei all’insieme di fatti che mirano a negare la gravità di questi crimini, alla loro rivendicazione e anche alla banalizzazione del male. Stiamo assistendo a un’epoca molto pericolosa in cui si cerca di fare marcia indietro rispetto ai risultati che, in materia di Memoria, Verità e Giustizia, costituiscono un patrimonio culturale».

Nel suo voto, Hornos ha cercato di rispondere a queste critiche sostenendo che la concessione del beneficio «non deve essere intesa come un inadempimento da parte dell’amministrazione della giustizia dell’obbligo internazionale di punire i responsabili». Tuttavia, i sopravvissuti, i familiari e i militanti per i diritti umani condannano queste decisioni giudiziarie perché rappresentano un’avanzata dell’impunità per i genocidi.

Questo 24 marzo, quando ricorrono 50 anni dal colpo di Stato, dobbiamo raddoppiare le mobilitazioni per continuare a esigere: Memoria, Verità e Giustizia!!!

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Yemen - Dopo il bombardamento saudita, gli Emirati annunciano il ritiro

Nelle ultime settimane il Consiglio di transizione del Sud (Cts), sostenuto da Abu Dhabi e che mira a far rivivere l’ex stato indipendente dello Yemen del Sud, ha invaso ampie zone del Paese mediorientale espellendo le forze governative e i loro alleati, mettendo a dura prova i legami tra Arabia Saudita ed Emirati, che sostengono gruppi rivali all’interno del governo yemenita.

Dopo l’intervento saudita, gli Emirati Arabi Uniti hanno deciso di mettere fine alla loro presenza militare in Yemen, mentre resta aperta la spaccatura tra il governo di Aden riconosciuto dalle Nazioni Unite (e di fatto espressione degli interessi di Riad) e il Consiglio di transizione del sud che all’inizio di dicembre ha preso il controllo di ampie aree nelle province di Hadhramaut e Al Mahra.

A seguito dell’ultimatum del capo del Consiglio di leadership presidenziale yemenita, Rashad al Alimi, il ministero della Difesa emiratino ha annunciato il ritiro completo delle proprie forze armate dallo Yemen, inviate formalmente per sostenere “il contrasto al terrorismo”.

Lo Yemen e gli Emirati avevano stipulato un accordo di difesa congiunta nell’ambito della coalizione araba guidata dall’Arabia Saudita, intervenuta nel 2015 per sostenere il governo yemenita nella guerra contro il movimento sciita noto come “Houthi”, che attualmente controlla ancora porzioni di territorio nell’ovest del Paese, tra cui la capitale Sana’a.

L’accordo ha consentito alle forze emiratine di operare nello Yemen meridionale e orientale per attività di antiterrorismo e sicurezza portuale, nonché per missioni di supporto in coordinamento con i partner della coalizione araba. Con il suo ultimatum di 24 ore, Al Alimi ha però annunciato la fine di questo accordo. Il capo del Consiglio di leadership presidenziale ha definito la decisione come una misura volta a proteggere i civili e a preservare l’unità e la sovranità nazionale.

L’annuncio di Al Alimi è arrivato dopo che la coalizione sunnita guidata dall’Arabia Saudita ha colpito nella notte tra lunedì e martedì una spedizione militare presso il porto yemenita di Mukalla, che si affaccia sul Golfo di Aden. Secondo quanto reso noto dal portavoce della coalizione araba, Turki al Maliki, due navi provenienti dal porto emiratino di Fujairah erano attraccate lo scorso fine settimana senza autorizzazione, dopo aver disattivato i sistemi di tracciamento. Dalle due imbarcazioni, secondo quanto affermato da Al Maliki, sono state trasferite grandi quantità di armi e veicoli militari per i separatisti del Consiglio di transizione del sud (Cts), sostenuto dagli Emirati. Il bombardamento, realizzato su richiesta del capo del Consiglio di leadership presidenziale, ha preso di mira le armi e alcuni veicoli militari.

Il leader yemenita ha poi annunciato un blocco aereo, terrestre e marittimo di 72 ore su tutti i punti di ingresso nel Paese, dichiarando lo stato di emergenza per 90 giorni.

Quattro degli otto membri del Consiglio di leadership presidenziale dello Yemen, tra i quali figura Aidarus al Zubaidi, a capo dei separatisti del Cts, hanno accusato Al Alimi di aver preso “decisioni unilaterali”, compresa quella relativa all’ultimatum per il ritiro delle forze degli Emirati.

Nei giorni scorsi, il ministro della Difesa saudita, il principe Khalid bin Salman, aveva esortato il Cts a ritirarsi dai governatorati di Hadramout e Al Mahra, e a cedere il potere alle autorità locali. Dopo il raid, l’Arabia Saudita ha espresso il proprio rammarico per le azioni intraprese dagli Emirati in Yemen nell’ambito del loro sostegno al Cts, “da considerare come una minaccia per la sicurezza nazionale del Regno e per la sicurezza e la stabilità della Repubblica dello Yemen e della regione”.

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Guerra in Ucraina - Quattro anni di disastro informativo e moralismo un tanto al chilo

di Fulvio Scaglione

Del “caso Limes” si è già occupato da par suo Paolo Mossetti in queste pagine e non è c’è ragione di aggiungere altro. Vorrei invece scrivere qualche riga su un aspetto della questione a prima vista secondario ma che invece spiega tanto del disastro informativo che l’opinione pubblica italiana (e in larga misura anche europea) ha subito in questi quasi quattro anni di guerra.

Una delle “colpe” che vengono imputate a Lucio Caracciolo, direttore di Limes ed editorialista dei giornali del gruppo Gedi, è di aver sostenuto, all’epoca, che la Russia NON avrebbe invaso l’Ucraina. È un questione che conosco bene perché, tra fine 2021 e inizio 2022, anch’io, nel mio piccolo, avevo detto e scritto la stessa cosa. Previsione clamorosamente sbagliata, come si è visto, ed è inutile ora ricostruire qui i perché e i percome di quella mia idea. Seguì, ovviamente, aggressione verbale sui social, inviti a cambiare mestiere ecc. ecc.

Bisognerebbe ricordare che, persino nelle ultime settimane prima dell’invasione, anche Volodymyr Zelensky ed Emmanuel Macron (8 febbraio 2022: “Da Putin ho ottenuto che non ci sarà escalation”, si legga qui), smentivano la possibilità di un’invasione. Come peraltro il nostro ministro degli Esteri Luigi di Maio, che dichiarava: “Già nei giorni scorsi il ministro della Difesa ucraino Reznikov era intervenuto affermando che l’entità e lo stato di preparazione delle forze russe al confine non risulterebbero, agli occhi di Kiev, tali da lasciar presagire un’operazione bellica a tal punto impegnativa. Il presidente Zelensky ha ribadito tale analisi nel suo colloquio con il presidente Biden del 28 gennaio. I vertici ucraini riterrebbero poco probabile e tanto meno imminente un’offensiva massiccia – o un’invasione – considerando più verosimile un’eventuale azione destabilizzante su vasta scala, in formato ibrido, da parte di Mosca ai danni delle istituzioni ucraine. Ipotesi che ci preoccupa ugualmente”. Insomma, si era in buona compagnia.

Ma la cosa davvero grottesca è che aver sbagliato previsione non viene considerato un errore ma una colpa. Come se aver ragionato (sempre il mio caso, non voglio certo parlare per Caracciolo) sui pro e i contro della Russia nell’immaginare un’invasione e aver concluso (erroneamente, ribadiamolo) che i contro erano più dei pro, fosse una chiara prova di complicità con il Cremlino.

Restiamo comunque sul tema delle previsioni. Ma davvero i “buoni”, gli insospettabili, quelli che danno agli altri lezioni di competenza e soprattutto di correttezza politica hanno le credenziali giuste? Davvero le hanno azzeccate tutte? Proviamo a fare qualche caso concreto, con tutto il rispetto dovuto a persone di indubbia professionalità.

Cominciamo dal caso più emblematico e clamoroso: il 4 settembre del 2022, Ursula von der Leyen ridicolizza ogni senso comune dicendo al Parlamento europeo che “i militari russi usano i microchip delle lavapiatti per far volare i missili” e che “l’industria militare russa è a pezzi” (si veda qui). Una colossale scemenza. Quanti dei “buoni”, quelli che vedono putiniani in ogni angolo, alzarono il dito per dire anche solo “signora, attenta, forse non è proprio così”? Non ne ricordo nessuno. Forse che le ragioni della propaganda erano più forti di quelle del buon senso e della correttezza dell’informazione?

Andiamo avanti. In questi quasi quattro anni di guerra abbiamo assistito a uno slittamento semantico di non poco conto, annegato però in un fiume di parole che l’hanno progressivamente annacquato. Adesso nessuno più ricorda qual era il mantra del 2022, passata la paura dei primi giorni dell’invasione: l’Ucraina deve vincere e vincerà la guerra. Anzi, sta già vincendo. La Russia sarà sconfitta sul campo. Lo sa bene Nona Mikhelidze (responsabile di ricerca presso l’Istituto Affari Internazionali nonché editorialista di La Stampa e Il Foglio), che di questa linea è stata una delle interpreti più in vista, assiduamente presente in una miriade di trasmissioni televisive e radiofoniche (un esempio qui).Nel video appena linkato “sposava” la tesi di Zelensky, ovvero che l’Ucraina voleva tornare ai confini pre-invasione (che peraltro era già una variante rispetto al primitivo “tornare ai confini del 1991”, vale a dire recuperando anche la Crimea). Adesso la studiosa dice che “la Russia non sta vincendo la guerra”: affermazione dibattibile (ma non qui e non ora), comunque molto diversa da un pronostico di sicura vittoria ucraina, fosse sui confini del 2022 o su quelli del 1991.

E non solo. In una delle sua recenti apparizioni Tv (questa), la Mikhelidze ha tenuto ad assicurare che in tre anni e mezzo di guerra la Russia è riuscita a occupare solo il 6% del territorio ucraino, “perché il 14% l’aveva occupato nel 2014”. Questa la valutazione di adesso. Perché nell’altro video, quello del 2022 (link qui) la Mikhelidze diceva che tra il 2014 e il 2022 “la Russia non controllava il Donbass ma solo Donetsk e Lugansk e una piccola parte della regione”. Donetsk, Lugansk e una piccola parte della regione farebbero quindi il 14% dell’intera Ucraina, che è il secondo Paese d’Europa per estensione dietro la Federazione Russa?

E delle previsioni di crollo economico della Russia? Non vogliamo dire niente? Rilevare che la Russia sconti difficoltà anche molto pesanti è banale: decine di migliaia di sanzioni e blocchi non potevano che ottenere questo risultato. Ma per molto tempo non ci siamo sentiti dire che la Russia sarebbe stata in difficoltà ma che sarebbe crollata. Crollata. Nel maggio del 2022 il premier Mario Draghi (un economista) aveva annunciato che “il momento di massimo impatto di tutte le sanzioni fin qui approvate nei confronti della Russia sarà da questa estate in poi”. In quell’anno, il primo dell’invasione, il Pil russo calò del 2,1%, non poco ma molto meno di quanto fosse stato in generale pronosticato. Ma nel 2023 lo stesso Pil russo crebbe del 3,6% (più di quello Usa e di quello Ue), nel 2024 del 4,3% e nel 2025 di una cifra tra lo 0,6 e l’1%. Brusca frenata, certo. Ma quello dell’Italia, Paese non in guerra e non sanzionato, dovrebbe essere dello 0,5% secondo le stime Istat o dell’1,6% secondo quelle Bce.

Nel frattempo, aspettando il crollo prossimo ventura dell’economia russa, Federico Fubini, vice-direttore del Corriere della Sera ha annunciato due o tre volte l’inesorabile crollo del rublo (una volta qui). “La moneta russa precipita senza rete”, diceva, mentre il rublo è di fatto tornato alle quotazioni pre-invasione.

Ci fermiamo qui, agli esempi nobili, che peraltro si sono ben guardati dal commentare gli scandali di corruzione vissuti a Kiev e denunciati come una responsabilità di Zelensky non tanto da noi (o meglio: anche da noi, che però siamo cattivoni prevenuti) ma soprattutto da giornali ucraini come Kiyv Independent e Ukrainska Pravda che scrivono cose come questa: “Le debolezze di un sistema di leadership che concentra avidamente il potere, non tollera critiche e giustifica l’incompetenza in nome della lealtà. Zelensky ha governato in questo modo da quando ha assunto l’incarico nel 2019. Ma ora, a quasi quattro anni dall’inizio della guerra su vasta scala, i difetti di questo stile di governo sono così profondi da minacciare la sopravvivenza stessa del Paese”. E dici niente.

E non proviamo nemmeno ad addentrarci nei vari “i russi combattono con le pale”, “la rivolta degli oligarchi”, “i russi scavano trincee nel terreno contaminato di Chernobyl”, “Putin è malato e si cura con il sangue di cervo”, “i russi prendono pastiglie che consentono loro di combattere anche se feriti”, insomma le cazzate solenni, che però sono state regolarmente pubblicate su testate di tutti i livelli, anche quelle che si considerano pilastri della democrazia.

Tutto questo ha costituito il piatto principale del pasto informativo servito agli italiani in questi anni, e non c’è caccia al putiniano che possa dimostrare il contrario. Così come non conta, a questo riguardo, ripetere che c’è stato un aggressore, la Russia, e un aggredito, l’Ucraina. Conta solo la realtà dei fatti e, per quanto riguarda coloro che scrivono o parlano in pubblico, quanto corrisponda ai fatti ciò che si cerca di trasmettere a lettori e ascoltatori. Sarebbe quindi opportuno andarci piano con le lezioni. Molto piano.

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