Giorgia Meloni è tornata a Palazzo Chigi, e lo ha voluto annunciare sui social. Il solito sorriso, per nascondere le criticità del primo dossier su cui si è già ricominciato a lavorare, ovvero quello della prossima manovra di bilancio: un nodo difficile da sciogliere.
Al ministero dell’Economia, con Giorgetti rientrato al posto di comando, sono già partite le prime ricognizione tecniche per arrivare con qualche dato al vertice di maggioranza di venerdì. Innanzitutto, si lavorerà sui tagli possibili, ministero per ministero.
La questione della riduzione delle spese è sempre stata il fulcro di ogni finanziaria, almeno negli ultimi quindici anni. Ma questa volta pesa anche la procedura di infrazione europea, aperta dopo l’inaugurazione del nuovo Patto di Stabilità.
L’Italia dovrebbe ridurre il disavanzo strutturale dello 0,5% del PIL da qui ai prossimi sette anni: si parla di circa 10 miliardi l’anno, una cifra enorme da sottrarre al bilancio dello Stato. Se a ciò si aggiunge la volontà di rifinanziare le misure decise lo scorso anno (stimate in 18 miliardi), la legge di bilancio già si avvicinerebbe ai 30 miliardi.
Le coperture su cui Palazzo Chigi vuole fare affidamento, per ora, non sono affatto sufficienti e, in alcuni casi, non possono essere ancora quantificate. Entrate fiscali varie, il concordato con gli autonomi, la quinta rata della Rottamazione quater, ecc, non danno grandi rassicurazioni.
Insomma, di certo non briciole, per le quali non basterà qualche sforbiciata qua e là. Di per sé, la cifra che il governo dovrebbe già considerare, se deciderà di non tornare sui propri passi, lascerà poco spazio ad ulteriori provvedimenti.
Ad ogni modo, entro il 20 settembre dovrà essere messo nero su bianco il Piano strutturale di bilancio (PSB), che avrà una validità di 4 o 5 anni e potrà contenere “riforme” lungo un arco di sette anni. Per quella scadenza, esso dovrà essere inviato alla Commissione Europea.
Con il respiro e la cogenza di questo documento, i vertici europei hanno deciso di essere meno flessibili e di non guardare più agli aggiustamenti continui. Ora, la volontà è quella di mettere in moto programmi di spesa a più lungo termine: non si potrà più sgarrare o tornare sui propri passi anno per anno.
L’orizzonte temporale sarà più o meno quello della legislatura e così, in questo caso di transizione, il PSB dovrebbe arrivare alla fine del 2027. Dunque, entro un mese il governo Meloni mostrerà quali sono le sue reali intenzioni rispetto al proprio mandato, con la possibilità di future deviazioni piuttosto limitate.
In teoria, l’approvazione del documento per la trasmissione alle camere del Parlamento è fissata al 5 settembre, quindi c’è poco più di una settimana prima di sapere come deciderà di comportarsi il governo Meloni. Ma quel che è interessante notare è la variazione di peso relativo tra le capitali europee e Bruxelles.
Nel PSB va infatti indicato il percorso della spesa primaria netta (senza gli interessi, le uscite legate al ciclo economico e quelle legate a programmi UE). È vero che, per circostanze eccezionali o nel caso di cambi di governo, possono essere fatte modifiche, ma il cambiamento di tono è netto.
Se prima, pur rispettando i vincoli europei, i governi potevano definire annualmente il tipo di intervento che volevano implementare, ora Bruxelles arriverà a dare il via libera alle politiche da effettuare per cicli lunghi. Gli organi nazionali potranno – e dovranno – fare solo i “buoni amministratori”, facendo sì che i piani vengano rispettati.
Ci troviamo di fronte alla realizzazione di un’ulteriore verticalizzazione della politica europea, rispondente alle mire che Bruxelles ha rispetto al suo peso nella competizione globale.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
28/08/2024
Tensioni in Medio Oriente, tornano a salire i prezzi del petrolio
In seguito all’escalation del conflitto in Medio Oriente e al blocco delle esportazioni libiche, il prezzo del petrolio ha ripreso a salire riportandosi in zona 80 dollari al barile. Il prezzo del Brent segna un rialzo di oltre il 2,7% arrivando a 80,33 dollari al barile, mentre il Wti è salito di oltre il 3% arrivando a 77,5 dollari al barile.
A spingere in alto i prezzi del petrolio sono stati una serie di fattori tra cui la decisione del governo parallelo libico di Khalifa Haftar, di bandire lo stop alla produzione e all’export di petrolio come risposta al tentativo del governo che comanda su Tripoli e sul Nord-Ovest del Paese di sostituire il governatore della Banca centrale.
Le rinnovate turbolenze in Libia si sono riflesse sul prezzo del greggio andandosi a sommare alle preoccupazioni per un ulteriore ampliamento del conflitto dalla Striscia di Gaza al Medio Oriente.
Secondo quanto riporta il quotidiano economico Milano Finanza, gli esperti fanno notare che lo scambio di fuoco di domenica tra Israele e Hezbollah libanesi non ha però scatenato la guerra temuta da tempo. Inoltre la potenza di fuoco elevata e la mancanza di vittime civili potrebbero consentire a entrambe le parti di rivendicare una sorta di vittoria e fare un passo indietro.
Ma la tensione nella regione rimane alta, mentre le aspettative del mercato sono incentrate sull’attacco dell’Iran a Israele, sarà ugualmente importante la linea bellica di quest’ultima che, secondo gli analisti, potrebbe includere un attacco alle infrastrutture petrolifere iraniane, il che metterebbero a rischio il 3-4% della fornitura globale di petrolio.
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A spingere in alto i prezzi del petrolio sono stati una serie di fattori tra cui la decisione del governo parallelo libico di Khalifa Haftar, di bandire lo stop alla produzione e all’export di petrolio come risposta al tentativo del governo che comanda su Tripoli e sul Nord-Ovest del Paese di sostituire il governatore della Banca centrale.
Le rinnovate turbolenze in Libia si sono riflesse sul prezzo del greggio andandosi a sommare alle preoccupazioni per un ulteriore ampliamento del conflitto dalla Striscia di Gaza al Medio Oriente.
Secondo quanto riporta il quotidiano economico Milano Finanza, gli esperti fanno notare che lo scambio di fuoco di domenica tra Israele e Hezbollah libanesi non ha però scatenato la guerra temuta da tempo. Inoltre la potenza di fuoco elevata e la mancanza di vittime civili potrebbero consentire a entrambe le parti di rivendicare una sorta di vittoria e fare un passo indietro.
Ma la tensione nella regione rimane alta, mentre le aspettative del mercato sono incentrate sull’attacco dell’Iran a Israele, sarà ugualmente importante la linea bellica di quest’ultima che, secondo gli analisti, potrebbe includere un attacco alle infrastrutture petrolifere iraniane, il che metterebbero a rischio il 3-4% della fornitura globale di petrolio.
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Rimozione della realtà da parte di USA e alleati europei
«L’Occidente al bivio della storia illusioni perdute», il titolo da paura su Limes che racconta del «Paradiso perduto della pace perpetua» da cui siamo stati cacciati per nostra ignavia, e gettati «sull’orlo di sconvolgimenti geopolitici tali da far impallidire le generazioni passate, vissute all’ombra della guerra fredda.
Il Paradiso perduto della Pace perpetua
Il mondo sembra inesorabilmente scivolare verso il baratro di una terribile catastrofe, avverte Limes. L’infiammarsi del conflitto russo-ucraino nel cuore dell’Europa e l’incapacità di sedarlo, anzi «la spensierata corsa ad alimentarlo, fino a ventilare come plausibile, e forse necessario, uno scontro militare con la Russia». L’immagine di una classe dirigente «incapace di comprendere l’effetto cumulativo delle proprie scelte (e dei propri errori). Incurante della possibile irrazionalità di tali decisioni dal punto di vista del loro esito». Per noi italiani, la terna di premier e due vice, sono l’esempio assoluto. Ma puoi pescare nell’Europa che preferisci, e non trovi consolazione.
I profeti millenaristici della guerra totale
Dopo due anni di miraggi paghiamo il prezzo della verità, e la cronaca senza fronzoli. «La guerra d’Ucraina non finirà come era stato assicurato dai profeti della ‘guerra giusta’: ovvero con lo sradicamento del Male e l’umiliazione dell’‘ultimo impero d’Europa’». Nessuna ‘Pax Americana’, né per gli ucraini ‘l’agognata prosperità’. Con buona pace di chi pensa che l’ingresso nella Nato di Svezia e Finlandia abbia rovesciato a vantaggio dell’Occidente i rapporti di forza mondiali. La confusione sugli obiettivi della politica di allargamento dell’Alleanza Atlantica, che è all’origine della lunga serie di errori che hanno condotto alla guerra russo-ucraina e allo sconvolgimento del continente europeo.
La pace possibile dell’aprile 2022
Boicottando, nell’aprile 2022, qualsiasi accordo diplomatico tra russi e ucraini nell’illusione di poter infliggere una sconfitta militare «strategica» a Mosca, si è condannata l’Ucraina alla più tragica delle fini. E questo, i non totalmente sciocchi e bugiardi, lo sanno. Immolando gli ucraini sull’altare di una guerra invincibile, che sarà catastrofe nazionale, ma «sostenuta con metodico cinismo dalla classe politica euroatlantica». «Esito dello schianto dell’hollywoodiana propaganda di guerra contro il tragico muro della realtà, in una dinamica vagamente reminiscente di italiche vicende (dal famoso «vincere, vinceremo» alla destituzione di Mussolini con mezzo paese invaso).
La distruzione del paese più povero d’Europa
Una guerra artificialmente tenuta in vita dagli «amici» dell’Ucraina. Facendo peggiorare sul campo la posizione negoziale di Kiev. Le favole e gli inganni di chi assicurava l’imminente sconfitta del «gigante dai piedi d’argilla» di Mosca, nella confusione tra tattica e strategia e fraintendendo completamente il senso degli eventi. Con testimoni diretti di quei negoziati, come Oleksij Arestovyč, all’epoca consigliere presidenziale di Zelens’kyj (e ora suo popolare avversario politico), a cui veniva vietato di scalfire la narrazione a uso e consumo delle opinioni pubbliche occidentali. Almeno sino al contraccolpo dell’annuncio della possibile catastrofe.
Nessuno col coraggio di dire ‘Il Re è nudo’
«Come avrebbe potuto lo Stato più povero d’Europa, con meno di 31 milioni di abitanti, vincere sul campo militare contro l’impero di cui fino al 1991 era parte, una potenza nucleare di oltre 144 milioni di persone e quasi cinque secoli di storia, non è dato sapere». E la gestione politica interna che sospende l’uso del pensiero critico non aiuta l’Ucraina a vincere la guerra, ma quasi certamente le garantirà di ‘perdere la pace’ (oltre a svariate regioni e centinaia di migliaia di figli). «Ma il dramma doveva continuare, contro ogni logica e soprattutto contro gli interessi degli stessi paesi europei (Ucraina inclusa), esecutori più o meno consapevoli di linee politiche contrarie ai propri più elementari interessi.
La retorica dei ‘princìpi non negoziabili’
Una sorta di crociata contro gli infedeli, rispetto ad una ricerca del compromesso come insegna la storia. La negazione delle cause dell’incendio in corso che ha già indebolito il Vecchio Continente e rischia di dargli fuoco. Attitudine alimentata dall’ignoranza, dal rifiuto di accettare realtà geopolitiche, ambizioni e interessi diversi dal punto di vista nordatlantico. «L’esaltante trionfalismo che all’indomani del crollo dell’Urss accompagnò l’ingresso degli Stati Uniti nel paradiso del potere mondiale, che non vuole tramontare». E il suo spettro continua ad attanagliare le vicende del mondo
Il conflitto russo-americano per procura
L’attuale conflitto russo-americano, combattuto (finora) sulla pelle degli ucraini -analisi John Florio-, è lo strascico dell’implosione dell’Unione Sovietica. La scomparsa del Patto di Varsavia (1° luglio 1991) e l’implosione dell’Urss (25 dicembre 1991), liberano gli Stati dell’Europa orientale dall’abbraccio russo, e creano una ‘terra di nessuno’. Praterie di potere immense per gli Stati Uniti. L’America di Clinton pensò di allargare la propria egemonia dall’Elba agli Urali, cominciando col travolgere la Jugoslavia. «Creando in Europa centro-orientale una rete di democrazie di mercato (o sistema di sicurezza collettiva a guida statunitense)». Attraverso l’allargamento della Nato, chiave di volta della Pax Americana in Europa.
La ‘fine della storia’ e Ucraina dal 1993
L’intera impalcatura geopolitica di Washington si fondava sul presupposto di poter portare la Russia, nella «comunità di difesa delle nazioni democratiche» a guida statunitense. Cooptare nel nuovo ordine a guida americana l’antico nemico. Come quanto accaduto dopo la seconda guerra mondiale, quando la Germania sconfitta fu cooptata all’interno della neo-costituita Alleanza Atlantica, si legge può leggere in un memo segreto (ora declassificato) del dipartimento di Stato del 1993. L’espansione dell’Alleanza Atlantica in quattro fasi, di cui l’ultima prevedeva, entro il 2005, l’ingresso nella Nato di Ucraina, Bielorussia e Russia.
Promesse mancate e inganni al mondo
Il ritiro unilaterale di 300 mila militari, 200 mila civili, 5 mila carri armati e 1.700 aerei dalla Germania orientale in cambio della promessa americana di non allargare la Nato. Con le prime e ripetute obiezioni russe già dalla lunga presidenza di Boris El’cin (1991-99), «obiezioni considerevoli circa l’allargamento della Nato a est». Le radici del conflitto, di cui la guerra in corso è manifestazione. America inebriata dall’illusione di poter essere «unica superpotenza» che da allora non ha ritenuto di dover prendere in considerazione le perplessità e le preoccupazioni espresse da Mosca. O presto dalla Cina, o dei Brics+ via via montanti nel mondo. «Ritenendole non solo infondate, ma soprattutto irrilevanti».
I neoconservatori dentro Washington
I neoconservatori infiltrati negli apparati governativi di Washington pronti a intervenire per ‘correggere la realtà’ quando questa non si adattava alla loro ‘luminosa visione’. Con interventi invasivi all’interno dei paesi dell’ex impero sovietico (e non solo) finalizzati a «costruire la democrazia con complesse operazioni di ingegneria sociale abbondantemente finanziate da Washington». Citata da Florio, l’Operazione TechCamp», che tra il 2012 e il 2013 ha preceduto in Ucraina lo spodestamento di Janukovyč, «rivoluzioni colorate» a favorire cambi di regime, dalla Serbia alla Georgia, all’Ucraina e alla Bielorussia. Con risultati diversi. «Tipica dei neoconservatori americani a ‘la Kagan’, una ‘spintarella Usa’ ad aiutare la Provvidenza a fare più velocemente il suo corso».
La negazione dei timori e dei diritti altrui
Washington che si ostina a negare le preoccupazioni degli altri. «Il sogno della ‘zona democratica di pace’, fondato sull’egemonia della nazione e nell’intolleranza per l’esistenza di altri centri di potere, visioni e ambizioni». Spingendola ad alimentare – torniamo all’Ucraina –, uno scontro militare nel continente senza riuscire a immaginare un’alternativa. Facendo saltare il possibile accordo che nell’aprile 2022 avrebbe potuto stabilizzare la regione. Per tenere, anche dopo la fine della guerra fredda, «la Russia fuori, la Germania sotto e l’America dentro». Ragion d’essere della Nato sin dalla sua fondazione. L’America (con al traino i suoi clientes europei) in una politica fondata su princìpi di irrealtà, spacciati come valori universali. Usati come giustificazione (e spesso maschera) delle proprie ambizioni di potenza.
Dopo due anni di conflitto, Europa al bivio
Dopo oltre due anni di conflitto sostenuto artificialmente in vita, l’Europa è al bivio. La strategia occidentale – puntare sulla vittoria militare sul campo rifiutando qualsiasi compromesso con la Russia – si è rivelata irrealizzabile. «Due sole strade: quella dell’accordo (“la prova migliore della giustizia di qualsiasi accordo è che non soddisfi del tutto nessuna delle due parti”) o la ripida discesa agli inferi». Tertium non datur. «Se, alla fine il principio di ragione prevarrà, la guerra d’Ucraina sarà stata per l’Occidente il traumatico risveglio al principio di realtà. Che ci può essere uno Stato, o più di uno Stato, che tutta la restante comunità mondiale insieme non è in grado di indurre coercitivamente a seguire una linea d’azione a cui esso è violentemente avverso».
Il Paradiso perduto della Pace perpetua
Il mondo sembra inesorabilmente scivolare verso il baratro di una terribile catastrofe, avverte Limes. L’infiammarsi del conflitto russo-ucraino nel cuore dell’Europa e l’incapacità di sedarlo, anzi «la spensierata corsa ad alimentarlo, fino a ventilare come plausibile, e forse necessario, uno scontro militare con la Russia». L’immagine di una classe dirigente «incapace di comprendere l’effetto cumulativo delle proprie scelte (e dei propri errori). Incurante della possibile irrazionalità di tali decisioni dal punto di vista del loro esito». Per noi italiani, la terna di premier e due vice, sono l’esempio assoluto. Ma puoi pescare nell’Europa che preferisci, e non trovi consolazione.
I profeti millenaristici della guerra totale
Dopo due anni di miraggi paghiamo il prezzo della verità, e la cronaca senza fronzoli. «La guerra d’Ucraina non finirà come era stato assicurato dai profeti della ‘guerra giusta’: ovvero con lo sradicamento del Male e l’umiliazione dell’‘ultimo impero d’Europa’». Nessuna ‘Pax Americana’, né per gli ucraini ‘l’agognata prosperità’. Con buona pace di chi pensa che l’ingresso nella Nato di Svezia e Finlandia abbia rovesciato a vantaggio dell’Occidente i rapporti di forza mondiali. La confusione sugli obiettivi della politica di allargamento dell’Alleanza Atlantica, che è all’origine della lunga serie di errori che hanno condotto alla guerra russo-ucraina e allo sconvolgimento del continente europeo.
La pace possibile dell’aprile 2022
Boicottando, nell’aprile 2022, qualsiasi accordo diplomatico tra russi e ucraini nell’illusione di poter infliggere una sconfitta militare «strategica» a Mosca, si è condannata l’Ucraina alla più tragica delle fini. E questo, i non totalmente sciocchi e bugiardi, lo sanno. Immolando gli ucraini sull’altare di una guerra invincibile, che sarà catastrofe nazionale, ma «sostenuta con metodico cinismo dalla classe politica euroatlantica». «Esito dello schianto dell’hollywoodiana propaganda di guerra contro il tragico muro della realtà, in una dinamica vagamente reminiscente di italiche vicende (dal famoso «vincere, vinceremo» alla destituzione di Mussolini con mezzo paese invaso).
La distruzione del paese più povero d’Europa
Una guerra artificialmente tenuta in vita dagli «amici» dell’Ucraina. Facendo peggiorare sul campo la posizione negoziale di Kiev. Le favole e gli inganni di chi assicurava l’imminente sconfitta del «gigante dai piedi d’argilla» di Mosca, nella confusione tra tattica e strategia e fraintendendo completamente il senso degli eventi. Con testimoni diretti di quei negoziati, come Oleksij Arestovyč, all’epoca consigliere presidenziale di Zelens’kyj (e ora suo popolare avversario politico), a cui veniva vietato di scalfire la narrazione a uso e consumo delle opinioni pubbliche occidentali. Almeno sino al contraccolpo dell’annuncio della possibile catastrofe.
Nessuno col coraggio di dire ‘Il Re è nudo’
«Come avrebbe potuto lo Stato più povero d’Europa, con meno di 31 milioni di abitanti, vincere sul campo militare contro l’impero di cui fino al 1991 era parte, una potenza nucleare di oltre 144 milioni di persone e quasi cinque secoli di storia, non è dato sapere». E la gestione politica interna che sospende l’uso del pensiero critico non aiuta l’Ucraina a vincere la guerra, ma quasi certamente le garantirà di ‘perdere la pace’ (oltre a svariate regioni e centinaia di migliaia di figli). «Ma il dramma doveva continuare, contro ogni logica e soprattutto contro gli interessi degli stessi paesi europei (Ucraina inclusa), esecutori più o meno consapevoli di linee politiche contrarie ai propri più elementari interessi.
La retorica dei ‘princìpi non negoziabili’
Una sorta di crociata contro gli infedeli, rispetto ad una ricerca del compromesso come insegna la storia. La negazione delle cause dell’incendio in corso che ha già indebolito il Vecchio Continente e rischia di dargli fuoco. Attitudine alimentata dall’ignoranza, dal rifiuto di accettare realtà geopolitiche, ambizioni e interessi diversi dal punto di vista nordatlantico. «L’esaltante trionfalismo che all’indomani del crollo dell’Urss accompagnò l’ingresso degli Stati Uniti nel paradiso del potere mondiale, che non vuole tramontare». E il suo spettro continua ad attanagliare le vicende del mondo
Il conflitto russo-americano per procura
L’attuale conflitto russo-americano, combattuto (finora) sulla pelle degli ucraini -analisi John Florio-, è lo strascico dell’implosione dell’Unione Sovietica. La scomparsa del Patto di Varsavia (1° luglio 1991) e l’implosione dell’Urss (25 dicembre 1991), liberano gli Stati dell’Europa orientale dall’abbraccio russo, e creano una ‘terra di nessuno’. Praterie di potere immense per gli Stati Uniti. L’America di Clinton pensò di allargare la propria egemonia dall’Elba agli Urali, cominciando col travolgere la Jugoslavia. «Creando in Europa centro-orientale una rete di democrazie di mercato (o sistema di sicurezza collettiva a guida statunitense)». Attraverso l’allargamento della Nato, chiave di volta della Pax Americana in Europa.
La ‘fine della storia’ e Ucraina dal 1993
L’intera impalcatura geopolitica di Washington si fondava sul presupposto di poter portare la Russia, nella «comunità di difesa delle nazioni democratiche» a guida statunitense. Cooptare nel nuovo ordine a guida americana l’antico nemico. Come quanto accaduto dopo la seconda guerra mondiale, quando la Germania sconfitta fu cooptata all’interno della neo-costituita Alleanza Atlantica, si legge può leggere in un memo segreto (ora declassificato) del dipartimento di Stato del 1993. L’espansione dell’Alleanza Atlantica in quattro fasi, di cui l’ultima prevedeva, entro il 2005, l’ingresso nella Nato di Ucraina, Bielorussia e Russia.
Promesse mancate e inganni al mondo
Il ritiro unilaterale di 300 mila militari, 200 mila civili, 5 mila carri armati e 1.700 aerei dalla Germania orientale in cambio della promessa americana di non allargare la Nato. Con le prime e ripetute obiezioni russe già dalla lunga presidenza di Boris El’cin (1991-99), «obiezioni considerevoli circa l’allargamento della Nato a est». Le radici del conflitto, di cui la guerra in corso è manifestazione. America inebriata dall’illusione di poter essere «unica superpotenza» che da allora non ha ritenuto di dover prendere in considerazione le perplessità e le preoccupazioni espresse da Mosca. O presto dalla Cina, o dei Brics+ via via montanti nel mondo. «Ritenendole non solo infondate, ma soprattutto irrilevanti».
I neoconservatori dentro Washington
I neoconservatori infiltrati negli apparati governativi di Washington pronti a intervenire per ‘correggere la realtà’ quando questa non si adattava alla loro ‘luminosa visione’. Con interventi invasivi all’interno dei paesi dell’ex impero sovietico (e non solo) finalizzati a «costruire la democrazia con complesse operazioni di ingegneria sociale abbondantemente finanziate da Washington». Citata da Florio, l’Operazione TechCamp», che tra il 2012 e il 2013 ha preceduto in Ucraina lo spodestamento di Janukovyč, «rivoluzioni colorate» a favorire cambi di regime, dalla Serbia alla Georgia, all’Ucraina e alla Bielorussia. Con risultati diversi. «Tipica dei neoconservatori americani a ‘la Kagan’, una ‘spintarella Usa’ ad aiutare la Provvidenza a fare più velocemente il suo corso».
La negazione dei timori e dei diritti altrui
Washington che si ostina a negare le preoccupazioni degli altri. «Il sogno della ‘zona democratica di pace’, fondato sull’egemonia della nazione e nell’intolleranza per l’esistenza di altri centri di potere, visioni e ambizioni». Spingendola ad alimentare – torniamo all’Ucraina –, uno scontro militare nel continente senza riuscire a immaginare un’alternativa. Facendo saltare il possibile accordo che nell’aprile 2022 avrebbe potuto stabilizzare la regione. Per tenere, anche dopo la fine della guerra fredda, «la Russia fuori, la Germania sotto e l’America dentro». Ragion d’essere della Nato sin dalla sua fondazione. L’America (con al traino i suoi clientes europei) in una politica fondata su princìpi di irrealtà, spacciati come valori universali. Usati come giustificazione (e spesso maschera) delle proprie ambizioni di potenza.
Dopo due anni di conflitto, Europa al bivio
Dopo oltre due anni di conflitto sostenuto artificialmente in vita, l’Europa è al bivio. La strategia occidentale – puntare sulla vittoria militare sul campo rifiutando qualsiasi compromesso con la Russia – si è rivelata irrealizzabile. «Due sole strade: quella dell’accordo (“la prova migliore della giustizia di qualsiasi accordo è che non soddisfi del tutto nessuna delle due parti”) o la ripida discesa agli inferi». Tertium non datur. «Se, alla fine il principio di ragione prevarrà, la guerra d’Ucraina sarà stata per l’Occidente il traumatico risveglio al principio di realtà. Che ci può essere uno Stato, o più di uno Stato, che tutta la restante comunità mondiale insieme non è in grado di indurre coercitivamente a seguire una linea d’azione a cui esso è violentemente avverso».
«Con ciò catapultandoci dritti nel regno della dimenticata arte della diplomazia, da cui negli ultimi trent’anni (se non da sempre) l’America ha tentato inutilmente e dispendiosamente di fuggire».Fonte
Dall’Irgun ai coloni israeliani di oggi, l’obiettivo è scacciare i palestinesi
Il 25 aprile 1948, alle prime luci del giorno, la milizia ebraica di destra Irgun lanciò un attacco su vasta scala contro Giaffa. Cannonate incessanti che gli inglesi, ormai vicini alla fine del Mandato sulla Palestina, fermarono solo tre giorni dopo.
Troppo tardi per impedire che i miliziani dell’Irgun – responsabili pochi giorni prima dell’attacco contro il villaggio palestinese di Deir Yassin (tra 200 e 250 morti) e due anni prima del sanguinoso attentato al King David di Gerusalemme (91 morti) –, agendo poi in coordinamento con l’Haganah (l’embrione delle future forze armate israeliane), riuscissero a catturare Giaffa e i villaggi circostanti.
A guidare l’attacco, passato alla storia come Operazione Hametz, c’era anche Amichai Paglin che diede ai suoi uomini ordini inequivocabili: combattere e causare caos tra la popolazione civile al fine di innescare una fuga di massa. E così andarono le cose.
La popolazione fu cacciata via o scappò in preda al panico. Giaffa, destinata a essere una enclave araba all’interno dello Stato ebraico, secondo il piano di partizione della Palestina del 1947, sarebbe poi diventata un sobborgo di Tel Aviv.
Non sono poche le similitudini tra gli attacchi dell’Irgun di più di 70 anni fa e quello compiuto nella notte tra giovedì e venerdì della scorsa settimana da coloni e militanti dell’estrema destra israeliana a Jit, nei pressi di Qalqiliya, in Cisgiordania.
Oltre cento uomini, molti armati di mitra M-16, con il volto coperto e con abiti scuri, hanno invaso il villaggio giungendo da sette direzioni diverse, seguendo un piano ben studiato: alcuni gruppi hanno dato fuoco a case e auto palestinesi, altri hanno lanciato pietre contro le finestre di varie abitazioni, altri ancora hanno sparato colpi d’arma da fuoco.
Rashid Al Seda, 23 anni, è stato raggiunto da due proiettili ed è morto in pochi minuti. Un altro abitante è stato ferito gravemente.
Un pogrom per terrorizzare i 3mila palestinesi di Jit, per spingerli ad andare via. «Ci urlavano di lasciare subito le nostre case e di andare nei paesi arabi», ricorda Muawiya al Seda, un parente della vittima. «Non capisco perché siano venuti ad aggredirci – aggiunge – qualcuno ha detto che i nostri giovani avevano lanciato pietre alle auto israeliane di passaggio ma noi non ne sappiano nulla».
L’attacco a Jit, che ha ricordato quello di un anno e mezzo fa ad Huwara (Nablus), è stato condannato da più parti in Israele. Dal premier Netanyahu al capo dello Stato Herzog, dai leader dei coloni al ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, uno dei più accaniti sostenitori della colonizzazione ebraica della Cisgiordania, che vive in un insediamento coloniale a pochi chilometri dal villaggio palestinese.
Il giornale Haaretz ha denunciato l’atteggiamento delle truppe israeliane giunte sul posto che sono rimaste a guardare quanto accadeva davanti ai loro occhi, intervenendo con ritardo dopo l’uccisione di Rashid Al Seda.
«Non lasciamoci ingannare dalle condanne dei politici» avverte Dror Ektes, un ricercatore che svolge un costante monitoraggio delle colonie e della loro espansione in Cisgiordania. «Il motivo di quelle insolite condanne – spiega Ektes – da parte di coloro che sostengono apertamente i coloni in tutti i modi, come il ministro Smotrich, è il timore che gli Usa e l’Europa adottino altre sanzioni contro la colonizzazione e che i procedimenti in corso davanti alle Corti internazionali dell’Aja possano arricchirsi di altri argomenti a danno di Israele».
Dal 7 ottobre, gli attacchi dei coloni contro i palestinesi in Cisgiordania si sono moltiplicati: 1.250 negli ultimi dieci mesi secondo le Nazioni Unite, 25 solo nella scorsa settimana.
Si concentrano nel distretto di Hebron, specie nella parte meridionale, tra Ramallah e Nablus e nella valle del Giordano. Quello contro Jit ha però segnato un cambiamento, una svolta. Se altri sono stati spiegati come «punizioni collettive» dopo l’uccisione e il ferimento di coloni, questo, dicono i palestinesi, ha avuto lo scopo principale di «terrorizzare la popolazione», per spingerla a lasciare il villaggio.
Le terre di Jit fanno gola a chi, dentro e fuori dal governo Netanyahu, pianifica una ulteriore espansione delle colonie intorno a Qalqiliya.
Si teme che a Jit abbia visto la luce una nuova milizia, tenendo conto della pianificazione nei minimi dettagli dell’attacco e del comportamento degli aggressori che ha ricordato le azioni dell’Irgun per scacciare gli abitanti di villaggi palestinesi situati in aree ritenute strategiche.
«Non so se quanto visto la scorsa settimana sia il frutto dell’azione di una milizia che si ispira all’Irgun, però l’ideologia è quella e l’obiettivo dei coloni, oggi come allora, è quello di rendere impossibile la vita dei palestinesi», dice Zvi Stahl, direttrice di Yesh Din, ong dei diritti umani che documenta le azioni violente dei coloni in Cisgiordania.
«L’intimidazione è il tratto distintivo della strategia dei coloni» aggiunge «e la subiscono anche gli attivisti israeliani e internazionali. E dagli avvertimenti si passa alla violenza».
Ad accentuare il comportamento da miliziani dei coloni è stata anche la decisione presa dall’esercito dopo il 7 ottobre di inquadrare 5mila riservisti che vivono nelle colonie in reparti militari incaricati di garantire la «sicurezza territoriale».
Aiutati anche dalla divisa, i coloni armati operano in piena libertà e in diverse capacità, come individui che possiedono pistole a membri di squadre di sicurezza all’interno di battaglioni di difesa regionale.
Fonte
Troppo tardi per impedire che i miliziani dell’Irgun – responsabili pochi giorni prima dell’attacco contro il villaggio palestinese di Deir Yassin (tra 200 e 250 morti) e due anni prima del sanguinoso attentato al King David di Gerusalemme (91 morti) –, agendo poi in coordinamento con l’Haganah (l’embrione delle future forze armate israeliane), riuscissero a catturare Giaffa e i villaggi circostanti.
A guidare l’attacco, passato alla storia come Operazione Hametz, c’era anche Amichai Paglin che diede ai suoi uomini ordini inequivocabili: combattere e causare caos tra la popolazione civile al fine di innescare una fuga di massa. E così andarono le cose.
La popolazione fu cacciata via o scappò in preda al panico. Giaffa, destinata a essere una enclave araba all’interno dello Stato ebraico, secondo il piano di partizione della Palestina del 1947, sarebbe poi diventata un sobborgo di Tel Aviv.
Non sono poche le similitudini tra gli attacchi dell’Irgun di più di 70 anni fa e quello compiuto nella notte tra giovedì e venerdì della scorsa settimana da coloni e militanti dell’estrema destra israeliana a Jit, nei pressi di Qalqiliya, in Cisgiordania.
Oltre cento uomini, molti armati di mitra M-16, con il volto coperto e con abiti scuri, hanno invaso il villaggio giungendo da sette direzioni diverse, seguendo un piano ben studiato: alcuni gruppi hanno dato fuoco a case e auto palestinesi, altri hanno lanciato pietre contro le finestre di varie abitazioni, altri ancora hanno sparato colpi d’arma da fuoco.
Rashid Al Seda, 23 anni, è stato raggiunto da due proiettili ed è morto in pochi minuti. Un altro abitante è stato ferito gravemente.
Un pogrom per terrorizzare i 3mila palestinesi di Jit, per spingerli ad andare via. «Ci urlavano di lasciare subito le nostre case e di andare nei paesi arabi», ricorda Muawiya al Seda, un parente della vittima. «Non capisco perché siano venuti ad aggredirci – aggiunge – qualcuno ha detto che i nostri giovani avevano lanciato pietre alle auto israeliane di passaggio ma noi non ne sappiano nulla».
L’attacco a Jit, che ha ricordato quello di un anno e mezzo fa ad Huwara (Nablus), è stato condannato da più parti in Israele. Dal premier Netanyahu al capo dello Stato Herzog, dai leader dei coloni al ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, uno dei più accaniti sostenitori della colonizzazione ebraica della Cisgiordania, che vive in un insediamento coloniale a pochi chilometri dal villaggio palestinese.
Il giornale Haaretz ha denunciato l’atteggiamento delle truppe israeliane giunte sul posto che sono rimaste a guardare quanto accadeva davanti ai loro occhi, intervenendo con ritardo dopo l’uccisione di Rashid Al Seda.
«Non lasciamoci ingannare dalle condanne dei politici» avverte Dror Ektes, un ricercatore che svolge un costante monitoraggio delle colonie e della loro espansione in Cisgiordania. «Il motivo di quelle insolite condanne – spiega Ektes – da parte di coloro che sostengono apertamente i coloni in tutti i modi, come il ministro Smotrich, è il timore che gli Usa e l’Europa adottino altre sanzioni contro la colonizzazione e che i procedimenti in corso davanti alle Corti internazionali dell’Aja possano arricchirsi di altri argomenti a danno di Israele».
Dal 7 ottobre, gli attacchi dei coloni contro i palestinesi in Cisgiordania si sono moltiplicati: 1.250 negli ultimi dieci mesi secondo le Nazioni Unite, 25 solo nella scorsa settimana.
Si concentrano nel distretto di Hebron, specie nella parte meridionale, tra Ramallah e Nablus e nella valle del Giordano. Quello contro Jit ha però segnato un cambiamento, una svolta. Se altri sono stati spiegati come «punizioni collettive» dopo l’uccisione e il ferimento di coloni, questo, dicono i palestinesi, ha avuto lo scopo principale di «terrorizzare la popolazione», per spingerla a lasciare il villaggio.
Le terre di Jit fanno gola a chi, dentro e fuori dal governo Netanyahu, pianifica una ulteriore espansione delle colonie intorno a Qalqiliya.
Si teme che a Jit abbia visto la luce una nuova milizia, tenendo conto della pianificazione nei minimi dettagli dell’attacco e del comportamento degli aggressori che ha ricordato le azioni dell’Irgun per scacciare gli abitanti di villaggi palestinesi situati in aree ritenute strategiche.
«Non so se quanto visto la scorsa settimana sia il frutto dell’azione di una milizia che si ispira all’Irgun, però l’ideologia è quella e l’obiettivo dei coloni, oggi come allora, è quello di rendere impossibile la vita dei palestinesi», dice Zvi Stahl, direttrice di Yesh Din, ong dei diritti umani che documenta le azioni violente dei coloni in Cisgiordania.
«L’intimidazione è il tratto distintivo della strategia dei coloni» aggiunge «e la subiscono anche gli attivisti israeliani e internazionali. E dagli avvertimenti si passa alla violenza».
Ad accentuare il comportamento da miliziani dei coloni è stata anche la decisione presa dall’esercito dopo il 7 ottobre di inquadrare 5mila riservisti che vivono nelle colonie in reparti militari incaricati di garantire la «sicurezza territoriale».
Aiutati anche dalla divisa, i coloni armati operano in piena libertà e in diverse capacità, come individui che possiedono pistole a membri di squadre di sicurezza all’interno di battaglioni di difesa regionale.
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Libia - Nuove tensioni, questa volta intorno alla banca centrale
Il governo “parallelo” libico di Khalifa Haftar (insediato nell’est della Libia) ha annunciato lo stop alla produzione e all’export di petrolio come risposta al tentativo del governo di unità nazionale che comanda su Tripoli e sul nord-ovest del Paese di sostituire il governatore della Banca centrale.
Nei giorni scorsi il Consiglio presidenziale di Tripoli aveva annunciato la sostituzione del governatore Al-Siddiq Al-Kabir e del board della banca, richiesta che Al-Kabir aveva però rispedito al mittente, chiedendo una decisione comune tra l’Alto consiglio di Stato di Tripoli e la Camera dei Rappresentanti di Bengasi.
Prima di Haftar l’autoproclamato gruppo dei “Giovani delle attività petrolifere e sociali delle città oasi” aveva minacciato di chiudere i giacimenti dopo la decisione del Consiglio presidenziale della Libia di rimuovere Siddiq al Kabir dal ruolo di governatore della Banca centrale. Secondo fonti di “Agenzia nova”, i giacimenti potrebbero essere chiusi nelle regioni oasi nel sud-est del Paese già a partire da oggi, 27 agosto.
Nel frattempo il Consiglio presidenziale di Tripoli ha proceduto anche a nominare il vice governatore Abdul Fattah Abdel Ghaffar governatore ad interim della Banca centrale della Libia, che si occuperà di tutti i compiti e degli accordi finanziari fino a nuovo avviso.
Non è tardata ad arrivare la reazione del governo parallelo di Bengasi e ripresa dall’Ansa.
Fonte
Nei giorni scorsi il Consiglio presidenziale di Tripoli aveva annunciato la sostituzione del governatore Al-Siddiq Al-Kabir e del board della banca, richiesta che Al-Kabir aveva però rispedito al mittente, chiedendo una decisione comune tra l’Alto consiglio di Stato di Tripoli e la Camera dei Rappresentanti di Bengasi.
Prima di Haftar l’autoproclamato gruppo dei “Giovani delle attività petrolifere e sociali delle città oasi” aveva minacciato di chiudere i giacimenti dopo la decisione del Consiglio presidenziale della Libia di rimuovere Siddiq al Kabir dal ruolo di governatore della Banca centrale. Secondo fonti di “Agenzia nova”, i giacimenti potrebbero essere chiusi nelle regioni oasi nel sud-est del Paese già a partire da oggi, 27 agosto.
Nel frattempo il Consiglio presidenziale di Tripoli ha proceduto anche a nominare il vice governatore Abdul Fattah Abdel Ghaffar governatore ad interim della Banca centrale della Libia, che si occuperà di tutti i compiti e degli accordi finanziari fino a nuovo avviso.
Non è tardata ad arrivare la reazione del governo parallelo di Bengasi e ripresa dall’Ansa.
“A causa dei ripetuti attacchi di gruppi fuorilegge, con l’istigazione e l’assistenza dell’usurpato Consiglio presidenziale, allo scopo di controllare illegalmente la più importante istituzione finanziaria del Paese, che è la Banca Centrale della Libia, ignorando tutte le decisioni e le leggi emanate dalla Camera dei Rappresentanti e dal Consiglio di Stato, nonché la legislazione finanziaria dello Stato, ignorando quanto emesso dalla magistratura in merito alla sospensione delle decisioni errate perché rappresentano una palese e chiara usurpazione di potere, il governo di Bengasi dichiara lo stato di forza maggiore su tutti i giacimenti petroliferi, porti, istituzioni e installazioni, e blocca la produzione e l’esportazione di petrolio fino a ulteriore avviso e invita tutte le autorità competenti affiliate al governo libico, ciascuna secondo la propria posizione e responsabilità, a mettere in pratica la questione con urgenza”si legge nel comunicato delle autorità di Bengasi che rispondono al gen. Haftar.
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27/08/2024
Israele chiede agli Usa di bombardare l’Iran. Nella regione la tensione resta altissima
Il capo di stato maggiore delle forze armate israeliane, Herzi Halevi, ha visitato il quartier generale del Comando Nord insieme con il suo omologo americano, il generale Charles Q. Brown, Jr.
Il Times of Israel riferisce che i due hanno discusso di questioni strategiche e di sicurezza riguardanti “l’espansione degli strumenti operativi e il rafforzamento delle partnership regionali come parte della risposta alle minacce in Medio Oriente”.
Successivamente Halevi e Brown hanno anche incontrato il ministro della Difesa Yoav Gallant. La televisione israeliana Channel 12 riferisce che in alcune delle discussioni, incentrate sull’Iran, Israele ha espresso il desiderio di vedere gli Stati Uniti portare avanti il loro impegno pluriennale per impedire che l’Iran diventi uno stato nucleare, il che richiederebbe una minaccia militare credibile da parte degli Stati Uniti o un’azione militare contro gli impianti nucleari iraniani.
I media israeliani fanno sapere che gli Stati Uniti hanno confermato che manterranno la loro flotta militare nella regione per le prossime settimane, a causa delle crescenti tensioni.
Il portavoce della Sicurezza Nazionale della Casa Bianca, John Kirby, ha descritto l’attacco di Hezbollah contro Israele durante il fine settimana come “considerevole” affermando che Washington sta continuando a mantenere una solida posizione di forza nella regione. Circa 230 razzi e 20 droni sono stati sparati nell’attacco nonostante i bombardamenti preventivi degli israeliani effettuati poche ore prima.
Il capo di stato maggiore iraniano Mohammad Bagheri è tornato ad affermare che la risposta dell’Iran all’assassinio israeliano del leader di Hamas Ismail Haniyeh a Teheran è “inevitabile”.
“L’Iran deciderà come e quando vendicarsi. L’Asse della Resistenza vendicherà il sangue di Ismail Haniyeh, ogni membro secondo il proprio piano e le proprie capacità. Quello che abbiamo visto ieri (l’attacco di Hezbollah a Israele, ndr) fa parte della vendetta”.
Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Nasser Kanaani, ha commentato che Israele ha perso il suo potere di deterrenza e che l’equilibrio strategico nella regione si è spostato contro di esso, in seguito agli attacchi di Hezbollah.
“Nonostante il sostegno globale di stati come gli Stati Uniti, Israele non poteva prevedere il tempo e il luogo di una risposta limitata e gestita da parte della resistenza. Israele ha perso il suo potere di deterrenza”, ha scritto Kanaani su X sottolineando che Israele “ora deve difendersi all’interno dei suoi territori occupati” e che “gli equilibri strategici hanno subito cambiamenti fondamentali” a scapito di Israele.
Palestinesi uccisi a Gaza e in Cisgiordania
Le forze armate israeliane hanno bombardato due diverse località nel nord della città di Gaza. Il bilancio del raid, secondo la Difesa civile palestinese, è di nove morti che sono stati recuperati dalle squadre di soccorso. Lo riporta Al Jazeera, precisando che cinque persone sono state uccise in un attacco all’edificio Al-Taj in Yarmouk Street che ha provocato anche numerosi feriti. Altri quattro sono morti in un attacco su Jaffa Street, nel quartiere Tuffah. Tra le vittime ci sono anche dei bambini.
In Cisgiordania un palestinese di 40 anni, Khalil Salem Khalawi, è stato ucciso a Wadi Rahal, a sud di Betlemme, nella Cisgiordania centrale, dopo che i coloni israeliani hanno preso d’assalto il villaggio aprendo il fuoco contro i suoi abitanti. Il ministero della Sanità palestinese ha parlato, oltre alla vittima accertata, di tre feriti.
I coloni, secondo l’agenzia Wafa, sono entrati nel villaggio e hanno attaccato diverse case abitate da civili. L’agenzia, inoltre, sottolinea come i soldati israeliani abbiano protetto il gruppo di coloni e abbiano sparato granate stordenti e gas contro i residenti del villaggio.
Khalawi è la sesta vittima della notte in Cisgiordania, poiché poco prima un drone israeliano aveva ucciso altri cinque palestinesi – due dei quali minorenni, di 15 e 16 anni – nel campo profughi di Nur Shams a Tulkarem, nel nord della regione.
Fonte
Il Times of Israel riferisce che i due hanno discusso di questioni strategiche e di sicurezza riguardanti “l’espansione degli strumenti operativi e il rafforzamento delle partnership regionali come parte della risposta alle minacce in Medio Oriente”.
Successivamente Halevi e Brown hanno anche incontrato il ministro della Difesa Yoav Gallant. La televisione israeliana Channel 12 riferisce che in alcune delle discussioni, incentrate sull’Iran, Israele ha espresso il desiderio di vedere gli Stati Uniti portare avanti il loro impegno pluriennale per impedire che l’Iran diventi uno stato nucleare, il che richiederebbe una minaccia militare credibile da parte degli Stati Uniti o un’azione militare contro gli impianti nucleari iraniani.
I media israeliani fanno sapere che gli Stati Uniti hanno confermato che manterranno la loro flotta militare nella regione per le prossime settimane, a causa delle crescenti tensioni.
Il portavoce della Sicurezza Nazionale della Casa Bianca, John Kirby, ha descritto l’attacco di Hezbollah contro Israele durante il fine settimana come “considerevole” affermando che Washington sta continuando a mantenere una solida posizione di forza nella regione. Circa 230 razzi e 20 droni sono stati sparati nell’attacco nonostante i bombardamenti preventivi degli israeliani effettuati poche ore prima.
Il capo di stato maggiore iraniano Mohammad Bagheri è tornato ad affermare che la risposta dell’Iran all’assassinio israeliano del leader di Hamas Ismail Haniyeh a Teheran è “inevitabile”.
“L’Iran deciderà come e quando vendicarsi. L’Asse della Resistenza vendicherà il sangue di Ismail Haniyeh, ogni membro secondo il proprio piano e le proprie capacità. Quello che abbiamo visto ieri (l’attacco di Hezbollah a Israele, ndr) fa parte della vendetta”.
Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Nasser Kanaani, ha commentato che Israele ha perso il suo potere di deterrenza e che l’equilibrio strategico nella regione si è spostato contro di esso, in seguito agli attacchi di Hezbollah.
“Nonostante il sostegno globale di stati come gli Stati Uniti, Israele non poteva prevedere il tempo e il luogo di una risposta limitata e gestita da parte della resistenza. Israele ha perso il suo potere di deterrenza”, ha scritto Kanaani su X sottolineando che Israele “ora deve difendersi all’interno dei suoi territori occupati” e che “gli equilibri strategici hanno subito cambiamenti fondamentali” a scapito di Israele.
Palestinesi uccisi a Gaza e in Cisgiordania
Le forze armate israeliane hanno bombardato due diverse località nel nord della città di Gaza. Il bilancio del raid, secondo la Difesa civile palestinese, è di nove morti che sono stati recuperati dalle squadre di soccorso. Lo riporta Al Jazeera, precisando che cinque persone sono state uccise in un attacco all’edificio Al-Taj in Yarmouk Street che ha provocato anche numerosi feriti. Altri quattro sono morti in un attacco su Jaffa Street, nel quartiere Tuffah. Tra le vittime ci sono anche dei bambini.
In Cisgiordania un palestinese di 40 anni, Khalil Salem Khalawi, è stato ucciso a Wadi Rahal, a sud di Betlemme, nella Cisgiordania centrale, dopo che i coloni israeliani hanno preso d’assalto il villaggio aprendo il fuoco contro i suoi abitanti. Il ministero della Sanità palestinese ha parlato, oltre alla vittima accertata, di tre feriti.
I coloni, secondo l’agenzia Wafa, sono entrati nel villaggio e hanno attaccato diverse case abitate da civili. L’agenzia, inoltre, sottolinea come i soldati israeliani abbiano protetto il gruppo di coloni e abbiano sparato granate stordenti e gas contro i residenti del villaggio.
Khalawi è la sesta vittima della notte in Cisgiordania, poiché poco prima un drone israeliano aveva ucciso altri cinque palestinesi – due dei quali minorenni, di 15 e 16 anni – nel campo profughi di Nur Shams a Tulkarem, nel nord della regione.
Fonte
Francia - Macron decide che “la sinistra non deve governare”
Nella culla europea della democrazia moderna – la Francia – è stato decretato, per decisione unilaterale del banchiere Emmanuel Macron, che vincere le elezioni non basta e non serve a governare. Per assumere responsabilità di governo bisogna seguire pedissequamente le direttive del grande capitale (“i mercati”), altrimenti ci si mette di lato, zitti e buoni, e si lascia fare a qualcun altro.
Macron ha concluso ufficialmente la prima tornata di consultazioni – una novità assoluta, nel sistema politico francese, determinata da risultati elettorali che non hanno assegnato la maggioranza assoluta a nessuna coalizione (nonostante la legge elettorale più “maggioritaria” che si conosca) – affermando che «un governo sulla base del solo programma e dei soli partiti proposti dall’alleanza che ha più deputati, il Nuovo Fronte Popolare, sarebbe immediatamente censurato dall’insieme dei gruppi rappresentati all’Assemblée Nationale».
Dimentica naturalmente di ricordare che questa era proprio la condizione del “suo” governo, guidato prima da Borne o poi da Gabriel Attal, costretto a raccattare i voti “al bisogno” dai gollisti e/o da Marie Le Pen.
Di fatto Macron ha deciso che “la sinistra non deve governare”, e implicitamente ha ammesso che la seconda tornata di consultazioni servirà a convincere il centro e la destra fascista a trovare un accordo per formare una maggioranza.
Insomma, “l’economia” tollera benissimo un governo di nostalgici dell’Impero, ma non accetta neanche l’ombra di un “riformismo” vecchio stile, quello orientato a garantire almeno un minimo di welfare e diritti sociali.
Di fonte a una simile enormità, che svuota in un attimo tutta la retorica neoliberale sui “valori democratici”, la France Insoumise ha confermato di voler presentare una mozione per la “destituzione” del presidente, preannunciando comunque una mozione di sfiducia contro qualsiasi proposta di primo ministro diverso da Lucie Castets, la figura individuata dal Nuovo Fronte Popolare (Nupes, formata da socialisti, La France Insoumise, Comunisti e Verdi).
Sono passati 50 giorni dalle elezioni, sono passate anche le Olimpiadi (utili solo a imporre una “tregua”), e la situazione resta bloccata. Il terrore di Macron e della confindustria francese è che un governo anche moderatamente “popolare” metta in discussione le controriforme neoliberiste imposte alla Francia negli ultimi sette anni. Cui si sono duramente opposto molti movimenti sociali (dai Gilet Gialli ai sindacati, visto che la Cgt non somiglia più molto alla Cgil italiana).
Il peso negativo degli “imprenditori” è stato esplicito. il presidente di Medef (la Confindustria d’Oltralpe), Patrick Martin ha invocato l’imposizione del «primato dell’economia nel dibattito e nella decisione politica». Che è anche stato tradotto in negazione assoluta dell’intero programma della sinistra: no all’abrogazione della riforma delle pensioni, no all’aumento del salario minimo a 1.600 euro (altrimenti si minaccia una marea di licenziamenti e quindi la disoccupazione di massa), no all’aumento delle tasse e alla reintroduzione della patrimoniale, no alla soppressione o revisione del credito di imposta per la ricerca, ecc. Sì, ovviamente, alla politica pro-business perseguita finora.
Lo stallo, insomma, continua. Macron prende altro tempo con la scusa dell’apertura dei giochi paraolimpici, ma l’unica sua speranza concreta è che i socialisti accettino di rompere la coazione pregressista. Altrimenti restano due sole strade: un governo con dentro i fascisti di Le Pen oppure nuove elezioni politiche.
In ogni caso, la Francia non sarà più la stessa.
Fonte
Macron ha concluso ufficialmente la prima tornata di consultazioni – una novità assoluta, nel sistema politico francese, determinata da risultati elettorali che non hanno assegnato la maggioranza assoluta a nessuna coalizione (nonostante la legge elettorale più “maggioritaria” che si conosca) – affermando che «un governo sulla base del solo programma e dei soli partiti proposti dall’alleanza che ha più deputati, il Nuovo Fronte Popolare, sarebbe immediatamente censurato dall’insieme dei gruppi rappresentati all’Assemblée Nationale».
Dimentica naturalmente di ricordare che questa era proprio la condizione del “suo” governo, guidato prima da Borne o poi da Gabriel Attal, costretto a raccattare i voti “al bisogno” dai gollisti e/o da Marie Le Pen.
Di fatto Macron ha deciso che “la sinistra non deve governare”, e implicitamente ha ammesso che la seconda tornata di consultazioni servirà a convincere il centro e la destra fascista a trovare un accordo per formare una maggioranza.
Insomma, “l’economia” tollera benissimo un governo di nostalgici dell’Impero, ma non accetta neanche l’ombra di un “riformismo” vecchio stile, quello orientato a garantire almeno un minimo di welfare e diritti sociali.
Di fonte a una simile enormità, che svuota in un attimo tutta la retorica neoliberale sui “valori democratici”, la France Insoumise ha confermato di voler presentare una mozione per la “destituzione” del presidente, preannunciando comunque una mozione di sfiducia contro qualsiasi proposta di primo ministro diverso da Lucie Castets, la figura individuata dal Nuovo Fronte Popolare (Nupes, formata da socialisti, La France Insoumise, Comunisti e Verdi).
Sono passati 50 giorni dalle elezioni, sono passate anche le Olimpiadi (utili solo a imporre una “tregua”), e la situazione resta bloccata. Il terrore di Macron e della confindustria francese è che un governo anche moderatamente “popolare” metta in discussione le controriforme neoliberiste imposte alla Francia negli ultimi sette anni. Cui si sono duramente opposto molti movimenti sociali (dai Gilet Gialli ai sindacati, visto che la Cgt non somiglia più molto alla Cgil italiana).
Il peso negativo degli “imprenditori” è stato esplicito. il presidente di Medef (la Confindustria d’Oltralpe), Patrick Martin ha invocato l’imposizione del «primato dell’economia nel dibattito e nella decisione politica». Che è anche stato tradotto in negazione assoluta dell’intero programma della sinistra: no all’abrogazione della riforma delle pensioni, no all’aumento del salario minimo a 1.600 euro (altrimenti si minaccia una marea di licenziamenti e quindi la disoccupazione di massa), no all’aumento delle tasse e alla reintroduzione della patrimoniale, no alla soppressione o revisione del credito di imposta per la ricerca, ecc. Sì, ovviamente, alla politica pro-business perseguita finora.
Lo stallo, insomma, continua. Macron prende altro tempo con la scusa dell’apertura dei giochi paraolimpici, ma l’unica sua speranza concreta è che i socialisti accettino di rompere la coazione pregressista. Altrimenti restano due sole strade: un governo con dentro i fascisti di Le Pen oppure nuove elezioni politiche.
In ogni caso, la Francia non sarà più la stessa.
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