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lunedì 31 luglio 2017

La sinistra e il Venezuela. Intervista a G. Cremaschi

1) Puoi riassumere il tuo percorso politico e la tua posizione attuale?

Il mio percorso è comprensibilmente già lunghetto... Sono nato nel 1948 e ho cominciato ad impegnarmi in politica a sostegno del Vietnam, come tanti. Nel 1967 mi sono iscritto alla FGCI, poi sono sempre stato nel PCI, su posizioni di sinistra, fino al suo scioglimento. Non ho mai fatto però attività di partito, ma sono stato prima nel movimento studentesco, son stato lavoratore studente e poi sono entrato nella FIOM dove ho passato una vita. Mi sono opposto alla svolta della Bolognina e dopo una breve inerzia nel PDS sono rimasto per un decennio senza tessera. All’epoca del G8 di Genova mi sono iscritto a Rifondazione, che ho lasciato appena insediato il secondo governo Prodi. Credo che la duratura catastrofe della sinistra radicale nasca tutta da lì. Mi sono sempre battuto in Cgil contro la concertazione e tutto il resto, fino al congresso del 2014 dove ho tentato una battaglia disperata per una opposizione di sinistra. Ma l’autonormalizzazione della Fiom di Landini ha tolto ogni spazio reale a questa posizione e ho lasciato la Cgil. Oggi sostengo il sindacalismo conflittuale ed in particolare la USB, ma cerco di stare con chi lotta e resiste, comunque. Lavoro alla organizzazione di Eurostop perché sono convinto che senza fare i conti con Euro, UE, Nato, non si tocchi neanche il margine del reale potere capitalista e imperialista. Sono e resto comunista.

2) La sinistra, anche “radicale”, ha subito un arretramento di consapevolezza a tutti i livelli, prima di tutto in termini di internazionalismo. Qual è la tua percezione?

Parto da una mia riflessione. Sono sempre stato un poco eretico e sempre critico verso il socialismo reale. Ma oggi non posso che constatare che catastrofe per tutti i popoli e per tutto il mondo del lavoro, su scala globale, sia stato il crollo della Unione Sovietica. Non è una nostalgia, che non mi appartiene, e d’altra parte sono state le sue stesse burocrazie ad affondare il socialismo reale. Ma resta il fatto che il crollo di quel sistema e la sua sussunzione nel capitalismo ha segnato un punto di svolta negativo nella storia sociale umana. Le stesse socialdemocrazie più anticomuniste ne hanno subito i colpi. La globalizzazione ha subito assunto il segno del capitalismo liberista più violento e selvaggio e davvero si è affermato un mondo ad una dimensione. Le sinistre radicali all’inizio hanno pensato di reggere con la contestazione alla globalizzazione, come si è detto spesso, “dal basso”, senza più porsi il problema del potere e della proprietà. “Cambiare il mondo senza prendere il potere” è un testo celebre. Allora essere di sinistra radicale ed essere NoGlobal era la stessa cosa, lo ricordo perché oggi pare che contro la globalizzazione ci siano solo i neofascisti. Ma questo essere noglobal aveva appunto il limite di non pensare alla struttura reale del potere, economico e politico. E soprattutto di ignorare la questione della proprietà, considerata un non problema visto che il controllo dal basso avrebbe risolto tutto, sia che il padrone fosse privato, sia che fosse ancora pubblico. Con la nuova fase di guerra globale iniziata dopo l’attentato del 2001 alle Torri Gemelle e poi con la grande crisi capitalistica iniziata nel 2007 e ancora in corso, tutto è cambiato e il movimento noglobal di sinistra (pure grande, ricordiamo il New York Times che lo definì la seconda superpotenza mondiale) è stato spazzato via. La sua ingenuità sul potere è stata usata dal potere stesso per distruggerlo. Altro che Impero come luogo della rivoluzione delle moltitudini, mai uno scenario fu più lontano dalla realtà. Non c’era l’Impero, ma gli imperialismi che facevano piazza pulita di diritti sociali e conquiste del lavoro in casa loro per essere più competitivi possibile. Gli stati non sparivano affatto, ma venivano riconvertiti in strumenti fondamentali della governance capitalista. E il superstato Unione Europea si rivelava lo strumento fondamentale di questa privatizzazione degli stati. La sinistra radicale, incapace perfino di pronunciare la parola nazionalizzazione senza storcere la bocca, non era in grado di proporre nulla di alternativo, se non buoni propositi. La tragica parabola di Tsipras e Siryza sono la fotografia più cruda di tutto questo. Un governo che aveva raccolto il 60% di NO alla Troika dal suo popolo, è diventato il più diligente esecutore degli ordini della Troika.

La sinistra radicale europea è morta lì, da allora la protesta sociale non si rivolge ad essa ma alle varie forme di populismo. Destra Lepen, centro Cinquestelle, sinistra Podemos ed in parte Melenchon.

3) Come si pone invece il dibattito di Eurostop? In che modo il sud globale attraversa la lotta dei territori nella costruzione di un nuovo soggetto politico? Come si riverbera la suggestione del socialismo bolivariano nella costruzione di un nuovo blocco sociale anticapitalista in Italia e in Europa?

Eurostop parte da questo bilancio e quindi dalla rottura con il liberalismo sia socialdemocratico, ma anche di una certa sinistra dei diritti che ignora i poteri. Per questo noi ridiamo valore al ruolo dello stato nell’economia nel senso della rottura con il dominio del mercato, del ritorno e dell’allargamento della proprietà pubblica. I nostri tre No a Euro, UE, Nato servono a questo, a rompere il dominio della globalizzazione dal lato dei suoi poteri reali qui in Europa. E ovviamente parte integrante di questa scelta è il rifiuto della guerra e delle politiche di guerra in condominio con gli USA.

Per questo la nostra identificazione con i percorsi di liberazione dei governi progressisti in America Latina è immediata, per noi questo è l’internazionalismo. Che non è il cosmopolitismo dei professional borghesi che vogliono vivere bene nelle grandi città e non si curano delle periferie. No noi siamo e vogliamo essere altro, stiamo con la rabbia sociale, non con i buoni propositi. E vogliamo che questa rabbia sociale si indirizzi verso il potere degli sfruttatori e non verso i migranti. Per questo siamo anticapitalisti allo stesso modo con cui siamo radicalmente antifascisti. Per noi l’antifascismo non è quello di comodo del palazzo liberale, che alimenta il razzismo tra i poveri con le sue ingiustizie, ma quello della parte sociale mai applicata della Costituzione nata dalla Resistenza. Anche qui si vede cosa abbiamo in comune con la cultura progressista e socialista dell’America Latina.

6) In questo momento il Venezuela bolivariano, dove più si sono rimessi in causa i rapporti di proprietà, è sotto attacco. In alcuni tuoi scritti tu hai rilevato le analogie tra l’attacco portato contro Maduro e quello contro Allende in Cile. Purtroppo, però, oggi la sinistra “disorientata” da un bilancio fasullo sul ‘900 non sa più guardare in faccia la lotta di classe e si posiziona dalla parte sbagliata. Come mai?

Tutta l’America Latina, che ha cercato in vari modi e con diversi risultati, di rompere le catene della globalizzazione è oggi sotto il tiro della restaurazione del potere imperialistico delle multinazionali europee e statunitensi. Il golpe bianco in Brasile e Paraguay, il governo reazionario argentino sono stati i primi successi della restaurazione. Ma la resistenza di altri stati compromette il disegno reazionario e il Venezuela è l’architrave. Se il chavismo regge, l’offensiva imperialista va in difficoltà perché il mondo non è più quello di una volta. Anche la potenza americana, che Trump ben rappresenta, è in un declino. Da qui l’intensificarsi dell’attacco al governo ed al popolo e la particolare vergogna per la Unione Europea e gran parte delle sue cosiddette sinistre. Che in Venezuela appoggiano semplicemente il tradizionale blocco reazionario e fascista, che sfrutta le difficoltà economiche per imporre il ritorno al peggior potere servo delle multinazionali. Il paragone con il Cile di Allende è naturale per chi ricorda quegli anni, stava con Unidad Popular allora e non si è venduto oggi. Tutto è uguale, crisi economica ed anche errori del governo progressista che riducono il consenso. Su queste difficoltà si buttano i ricchi per riavere tutto e comincia l’eversione. Che comunque non riuscirebbe senza il sostegno imperialista e il golpe militare. Allende aveva indetto un referendum, che avrebbe vinto, per superare il boicottaggio del parlamento, ma il golpe di Pinochet avvenne prima. Ora le stesse spinte golpiste in Venezuela vogliono impedire l’assemblea costituente, che segnerebbe un rafforzamento enorme del potere popolare. Siccome per fortuna l’esercito venezuelano non è quello del Cile, ecco che si rafforza la pressione eversiva internazionale, tanto più sfacciata quanto le forze reazionarie interne al Venezuela sono in difficoltà.

Ecco io considero il Venezuela una cartina di tornasole unica. Chi sta con l’aggressione reazionaria al governo Maduro, è un avversario o un nemico. Chi sostiene quel governo, anche con tutte le critiche del caso, è un compagno. Punto e basta.

8) Perché il Venezuela bolivariano ci interessa e cosa pensa di fare la piattaforma Eurostop? Nei suoi libri, Luciano Vasapollo della Rete dei comunisti parla di un’Alba per l’Europa. Come la vedi tu?

Come ho detto sinora, il ruolo degli stati resta decisivo nella globalizzazione e, a meno di non attendere una rivoluzione mondiale contemporanea, resterà decisiva la lotta per strappare gli stati al dominio del capitalismo finanziario. In America Latina c’è stata una frattura del potere globale che quel potere vuole chiudere, se non ci riesce siamo tutti più forti. Così Eurostop propone la rottura con la Unione Europea e la Nato. Non solo perché l’esperienza dimostra che senza rotture non si va da nessuna parte, ma anche perché da quella rottura sicuramente ne deriverebbero altre. Trovo penosa la sinistra che si beve la propaganda di regime secondo la quale se l’Italia rompesse con “l’Europa”, quest’ultima compatta la schiaccerebbe. Se ci fosse l’Italexit salterebbe la gabbia per tutti, e la UE andrebbe in crisi dalle sue fondamenta. Come è sempre avvenuto del resto in ogni cambiamento e rottura radicale, che comincia in un punto, poi dilaga.

Poi certamente noi pensiamo che i cosiddetti PIIGS, che hanno economie e problemi simili, potrebbero trovare intese comuni. Ma soprattutto per noi l’Europa fortezza del Nord di cui l’Italia sarebbe la frontiera di respingimento verso i poveri del sud, questa Europa che si sta effettivamente realizzando, è un orrore da rifiutare e combattere. La nostra idea strategica non è l’Europa Mediterranea, ma il Mediterraneo unito tra le sue varie sponde. Questo sì sarebbe un passo avanti verso la pace e la giustizia mondiale.

Quindi per noi la rottura dell’Italia con la UE è parte ed avvio di un progetto progressista e di ripresa del socialismo ben più vasto. Aggiungo che siamo i soli ad avere questo progetto, perché la destra ovviamente non vuole la rottura della UE, ma solo più ferocia verso i migranti. E la sinistra ufficiale vuole cambiare la UE ma sa oramai benissimo che ciò non è possibile se si rinuncia alla rottura.

Ma il fatto di essere soli non ci spaventa. L’America Latina di 20 anni fa era un continente sotto il dominio apparentemente incontrastato del dollaro... solo piccole minoranze pensavano ad un altra realtà. Poi ci sono stati Chavez e Lula.

10) In Venezuela c’è stata la prima lotta armata del continente dopo la rivoluzione cubana: contro una democrazia e non contro una dittatura. E la legge contro l’Oblìo, votata durante il chavismo, rivendica il diritto dei popoli alla rivolta, anche armata e anche contro le “democrazie camuffate”. In Italia, al contrario, dopo un conflitto armato durato quasi vent’anni e oltre 5.000 prigionieri politici (ancora qualche centinaio in prigione) non c’è stato un bilancio, una legge di amnistia, e continua l’emergenza infinita sotto nuove forme e identica sostanza, come i decreti Minniti, ecc. Pensi che anche questo c’entri con il rifiuto di guardare in faccia quel che sta succedendo in Venezuela? Come si discute questo tema nella tua compagine?

Come Eurostop assieme alla USB abbiamo lanciato una campagna contro la repressione e per l’amnistia. Oggi siamo ad un duro giro di vite contro tutte le proteste sociali e contro tutti i comportamenti che il potere non approva. Rispetto agli anni '70, oggi siamo di fronte ad una repressione più mirata ad impedire e reprimere lotte sociali di nativi e migranti. Anche qui siamo di fronte ad una tendenza giuridica reazionaria che si alimenta in tutta la UE. Le leggi Minniti, gravissime, sono perfettamente europee. Evidentemente il potere teme una ripresa del conflitto più di quanto in essa creda una certa sinistra rassegnata. Infatti oltre alla repressione tradizionale abbiamo la minaccia di nuove leggi antisciopero e una persecuzione da anni '50 verso ogni dissenso e lotta nei luoghi di lavoro.

Tutto questo ci dice che il potere qui da noi è contro il chavismo anche su questo piano; ed è chiaro che sarà difficile avere il riconoscimento dei conflitti del passato da un potere che intende schiacciare quelli del presente. Ma naturalmente noi non molliamo.

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