di Roberto Prinzi
Riluttante a combattere i jihadisti dell’Is (Stato Islamico) in Siria ma
operativa contro il PKK curdo sul suo territorio. Così si può
descrivere l’operato della Turchia nella crisi in corso in Iraq e Siria.
Aerei da guerra turchi, infatti, hanno ieri sera bombardato alcune basi
del Partito curdo dei lavoratori (PKK) nel sud est del Paese. A
riferirlo è oggi il quotidiano locale Hurriyet. Quelli di
eri sono i primi bombardamenti contro militanti del Pkk dal cessate il
fuoco del 2013 raggiunto tra i “terroristi” e Ankara.
Secondo il quotidiano turco F-16 e F-4, decollati da
basi vicino a Diyarbakir e Malatya, hanno colpito l’area di Daglica
nella provincia a maggioranza curda di Hakkari vicino al confine
iracheno. A confermarlo all’AP sarebbe una fonte anonima della
sicurezza. Al momento la notizia non è stata commentata dalle forze
armate turche. Secondo Hurriyet il Premier Ahmet Davutoglu sarebbe stato
a conoscenza degli attacchi.
La dura battaglia in corso da quasi un mese
tra lo Stato Islamico e le forze curde del YPG (“Unità di Difesa del
Popolo”) nella cittadina di Kobane ha sconvolto il (già fragilissimo)
processo di pace tra il Pkk e la Turchia. Frustrati dall'immobilismo del governo Davutoglu di fronte all’avanzata jihadista nel
nord della Siria, la comunità curda ha protestato rabbiosamente in
diverse città turche la scorsa settimana. La risposta di Ankara è stata
brutale: 31 persone uccise, 360 ferite, più di un migliaio gli
arrestati. A questo già pesante bilancio vanno aggiunti i due poliziotti
uccisi a Bingol (Turchia sud orientale) e i cinque “terroristi”
sospettati di averli uccisi. Il Presidente turco Erogan ha accusato non
meglio precisate “forze oscure” che cercano di sabotare il “processo di
pace” in corso con il Pkk dopo un conflitto trentennale in cui sono
morte almeno 40.000 persone (la stragrande maggioranza delle vittime è
curda).
Un “processo di pace” che ora rischia di
saltare del tutto. Già ad inizio ottobre il leader del Pkk Abdullah
Ocalan (detenuto dal 1999) aveva avvertito Ankara della possibilità
concreata di un fallimento dei negoziati di pace qualora l’Is avesse
compiuto un massacro ad ‘Ayn ‘al-Arab (Kobane in curdo). Le
tensioni tra il Pkk e le autorità turche erano state esacerbate anche
dalla decisione di Ankara di impedire ai militanti del partito curdo di
unirsi ai “fratelli” nella città assediata per lottare contro gli
estremisti islamici.
La repressione dei guerriglieri curdi in Turchia e il
mancato intervento delle truppe di Ankara (o di aiuto militare) a
Kobane hanno portato un leader del Pkk, Dursun Kalkan, a denunciare il
governo turco “collaborazionista”. Accusa non nuova per Ankara. Damasco
sostiene, infatti, che Erdogan abbia incoraggiato la formazione dell’Is e
l’abbia sostenuta per poter rovesciare il Presidente siriano al-Asad.
Il regime baathista ha ripetutamente accusato i turchi per aver
finanziato, addestrato e armato i jihadisti sin dall’inizio della
rivolta in Siria.
Più giorni passano e più difficile diventa per l’YPG difendere Kobane.
Nonostante la strenua resistenza, lo Stato Islamico (meglio
equipaggiato) guadagna a poco a poco terreno. Ieri tre combattenti
jihadisti si sono fatti esplodere vicino al confine turco con la Siria.
Uno degli attentatori si è fatto saltare in area in un camion nella zona
settentrionale di Kobane. Contattato dalla Reuters, Idris Nassan, un
ufficiale curdo presente in città, ha detto che “i fondamentalisti
provano ad avanzare verso il confine, ma le Unità di Protezione del
Popolo (YPG) sono riusciti a respingerli”. Il direttore
dell’Osservatorio siriano dei diritti umani Rami Abdel al-Rahman
sostiene che uno degli attacchi suicidi di ieri avrebbe colpito la
stazione degli autobus di Kobane. Secondo l’Osservatorio – Ong
vicina all’opposizione al regime di Damasco – i fondamentalisti islamici
controllano ormai il 50% della città. Al-Rahman precisa: “[i
jihadisti] occupano il centro culturale. Ciò significa che sono avanzati
molto all’interno della città”.
Ma la situazione resta gravissima anche
nell’ovest dell’Iraq. La provincia di al-Anbar è infatti per gran parte
controllata dall’Is. Ieri l’Onu ha affermato che la conquista dell’Is
della cittadina irachena di Heet ha costretto alla fuga più di 180.000
civili.
Intanto oggi presso la base aerea di Andrews vicino a Washington, il Presidente statunitense Barack Obama presenzierà ad un incontro diretto dal Generale Martin Dempsey a cui parteciperanno 20 leader militari stranieri (è presente anche l’Italia). “[La riunione] è parte degli attuali sforzi per costruire la coalizione e integrare le capacità di ciascun paese in una strategia più ampia” fa sapere Alistair Basker, portavoce del Consiglio di Sicurezza nazionale della Casa Bianca. Una strategia che finora suscita molte perplessità circa la sua utilità. Tra le principali voci critiche negli Usa c’è il senatore repubblicano John McCain (ex candidato presidenziale) che ha sostenuto domenica che “a vincere sono i jihadisti, non noi”. Nella riunione di oggi parteciperà anche la Turchia. Secondo l’analista della Sicurezza Nazionale Anthony Cordesman, potrebbe unirsi a Riyad nell’addestramento dei ribelli “moderati”.
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