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07/10/2014

Libia - I risvolti internazionali della guerra civile


di Francesca La bella

16 morti e 15 feriti negli scontri tra milizie islamiche e le forze del generale Khalifa Haftar a Bengasi. Una cronaca asciutta e significativa dell’ennesima giornata di scontri in terra libica. Il bollettino di una guerra civile che, con il passare dei mesi, acquista sempre più rilevanza per tutta la regione nord-africana e medio-orientale. Da molto tempo ormai gli interessi in campo hanno travalicato i confini del Paese nord-africano coinvolgendo in varia misura l’Europa e i Paesi limitrofi, in particolar modo Egitto e Algeria e, ad oggi, la risoluzione della questione libica sembra centrale per la stabilità delle due sponde del Mediterraneo.

La crisi interna sembra, però, ben lontana dall’epilogo. Il Paese risulta sostanzialmente diviso a metà con due Governi, uno guidato da al-Thani che opera tra Tobruk e Bayda ed uno guidato da al-Hasi diviso tra Misurata e Tripoli, entrambi apparentemente incapaci di imporsi come Governi nazionali e di controllare in maniera efficace il territorio sotto la loro ufficiale competenza. A questi, però, è necessario aggiungere le fazioni interne ai due schieramenti e la galassia di gruppi di varia entità numerica che operano nel Paese. La frammentazione della società libica e la difficoltà di ricomposizione diventano così ancor più evidenti.

Alla luce di questo non stupisce che il tentativo di mediazione operato dall’inviato speciale dell’Onu, Bernardino Leon, a Ghadames, oasi vicino al confine algerino, non abbia raggiunto dei risultati significativi. L’incontro che ha visto la partecipazione di dodici deputati del Parlamento ufficiale e di altri dodici provenienti da Misurata, affiancati nei lavori da Leon e da rappresentanti di Malta e Gran Bretagna, si è, infatti, concluso in un nulla di fatto più a causa degli assenti che dei presenti. La non partecipazione di Fajr Libya (Alba della Libia), coalizione islamista che sostiene al-Hasi e che raggruppa varie milizie tra cui la Libya Shield Force, ha, infatti, fortemente indebolito l’iniziativa diplomatica di Ghadames lasciando la situazione sostanzialmente inalterata. Parallelamente, risulta rilevante l’assenza di Ansar al Sharia, movimento islamico che ambisce alla creazione di uno stato islamico basato sulla Sharia, principale attore della lotta contro l’ex ufficiale dell’esercito libico Khalifa Haftar e in un primo tempo sostenitrice di al-Hasi che, in seguito, si è distanziata a causa delle posizioni “troppo filo-occidentali” imputate al Governo di Misurata.

In questo contesto di alleanze a geometrie variabili, di attentati, di rapimenti [è notizia di questi giorni la liberazione di un ostaggio inglese, David Bolan, dopo quattro mesi di prigionia, ndr] e di scontri sempre più violenti si innesta la nuova iniziativa internazionale guidata dai vicini regionali. A seguito della conferenza di Madrid dello scorso settembre durante la quale ventuno Paesi dell’area mediterranea si sono incontrati per confrontarsi sulla questione libica, oltre all’iniziativa di Ghadames, si è resa palese la volontà di Egitto ed Algeria di avere un ruolo attivo nella questione.

Se l’azione egiziana sembra, però, isolata in quanto maggiormente intesa alla difesa dei propri confini ed al tentativo di contenimento di forze che potrebbero dare sostegno alla Fratellanza Musulmana all’interno del Paese, l’azione algerina potrebbe essere accolta con maggiore favore dai diversi attori. Mentre l’Egitto viene accusato di aver bombardato la Libia a fine agosto [non è stato confermato da fonti ufficiali, ndr] ed è notizia di pochi giorni fa l’offerta di addestramento alle milizie ufficiali libiche per “aiutare il governo del Paese vicino” ad “arginare una situazione di crescente anarchia”, l’Algeria si propone, con il supporto della Tunisia, di portare le diverse parti in campo ad un tavolo negoziale per evitare l’intervento militare esterno.

In questo senso la proposta algerina che punta più su un processo ricompositivo interno alla società libica sostenuto da agenti esterni che su un intervento internazionale diretto, ha già raccolto diversi favori, tra i quali spicca l’endorcement iraniano. Per bocca della portavoce del Ministro degli Esteri, Marziyeh Afkham, Teheran ha, infatti, dato il suo appoggio all’iniziativa algerina, sottolineando come solo attraverso il dialogo tra i diversi gruppi politici libici si possa giungere ad una soluzione duratura.

L’attenzione per la questione libica ha, anche per l’Algeria, molto più di un significato esclusivamente umanitario. Una maggiore stabilità in Libia significherebbe limitare la capacità di trovare rifugio in quel territorio dei ribelli del Mali. Se da un lato questo garantirebbe una minore permeabilità dei confini algerini limitando anche l’azione dei movimenti islamisti interni, dall’altro questo consentirebbe la tutela delle imprese internazionali, perlopiù francesi, che molto hanno investito sulla sicurezza del territorio algerino.
 
In un momento in cui le forze islamiste sono al centro del dibattito internazionale a causa dell’azione dello Stato Islamico in Siria e Iraq, la soluzione della questione libica viene considerata prioritaria, soprattutto per i Paesi nord-africani. A causa delle interconnessioni tra questi movimenti, la questione medio-orientale e quella libica risultano strettamente collegate e, in questo senso, la rinnovata intraprendenza dei Paesi dell’area dovrà essere letta più in questa direzione che come una reazione al deteriorarsi della situazione interna alla Libia.

AGGIORNAMENTO ORE 13:30 SPARI A BENGASI. 6 LE VITTIME

Sei persone sono state assassinate ieri in diverse zone di Bengasi da uomini armati la cui identità è ancora sconosciuta. A rivelarlo all’Agenzia Anadolu sono fonti mediche e di sicurezza libiche. A perdere la vita sono stati quattro uomini della sicurezza, un bambino e un predicatore salafita. Quest’ultimo è stato ucciso mentre era fuori la moschea nei pressi del cimitero di Hawari.

Al momento nessun gruppo ha rivendicato l’attacco, l’ultimo di una lunga serie di omicidi che sta avendo luogo in città. Lo scorso mese Human Rights Watch aveva denunciato l’assassinio di 14 persone avvenuto a Bengasi nel week end del 18-20 settembre. L’organizzazione dei diritti umani attaccò duramente le autorità libiche per la totale impunità di cui godono gli assassini nel Paese.

Bengasi, la seconda città libica, è da tempo un campo di battaglia tra le truppe fedeli al generale Khalifa Haftar e le milizie fondamentaliste di Ansar al-Sharia.


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