di Michele Giorgio – Il Manifesto
Può ritenersi
soddisfatto chi da mesi lavora contro la riconciliazione tra Fatah e
Hamas. La dozzina di attentati intimidatori compiuti ieri poco dopo
l’alba contro automobili, abitazioni e proprietà di dirigenti del
partito guidato dal presidente Abu Mazen e contro il palco allestito per
la commemorazione di Yasser Arafat, ha avuto l’effetto sperato da chi
ha pianificato l’attacco. I vertici di Fatah e dei servizi di
sicurezza dell’Anp puntano l’indice contro Hamas. Sostengono che il
movimento islamico, che controlla Gaza dal 2007, non poteva essere
all’oscuro di un attacco ampio, preparato con cura da mani esperte. La
tesi è fondata, tuttavia Fatah ne fa un uso strumentale, pur
sapendo che i leader politici del movimento islamico non possono aver
ordinato attentati che politicamente mettono sotto pressione proprio
Hamas.
E se la riconciliazione tra le due principali formazioni palestinesi rischia di andare in frantumi, allo stesso tempo è
in pericolo anche la già incerta ricostruzione di Gaza uscita in
macerie dall’offensiva israeliana “Margine Protettivo”. Potrebbero
infatti saltare le intese trovate, con grande fatica, per il controllo
dell’utilizzo e della destinazione dei materiali per l’edilizia voluto (o meglio imposto) dai donatori internazionali (e da Israele) che hanno promesso 5,4 miliardi di dollari per Gaza.
Chi ha concepito e realizzato gli attentati di ieri, ha
voluto colpire in un momento delicato a Gerusalemme Est e in
Cisgiordania e nell’imminenza delle commemorazioni per il
decimo anniversario (11 novembre) della morte di Arafat – anche nella
Striscia, per la prima volta dal 2007 –, ed inoltre alla vigilia del
ritorno a Gaza del premier Rami Hamdallah. Dopo gli attentati il primo
ministro ha annullato la visita prevista assieme al capo della
diplomazia europea Federica Mogherini (che invece andrà ugualmente nella
Striscia). La responsabile per la politica estera dell’Unione ieri a
Gerusalemme ha ribadito l’opposizione europea alla costruzione di nuove
colonie israeliane, ammonendo «se non verranno compiuti passi avanti sul
fronte politico, vi è un serio rischio di precipitare di nuovo nella
violenza». Poco dopo il premier Netanyahu ha replicato che «Gerusalemme è
la capitale di Israele, non una semplice colonia... respingo con forza
la falsa denuncia che gli insediamenti (colonici) siano alla base del
conflitto». Il premier israeliano ha inoltre definito «irresponsabile»
un eventuale riconoscimento da parte dell’Ue dello Stato di Palestina.
Gli attentati di ieri mattina hanno preso di mira, ad evidente scopo
di avvertimento, figure di spicco di Fatah, come Abdullah el-Efranji,
Faisal Abu Shahla, Abu Juda al-Nahhal, Fayez Abu Eita e Jamal Obeid.
L’obiettivo, sostiene Fatah, sarebbe quello di impedire le
commemorazioni a Gaza in ricordo di Arafat, icona per decenni del
movimento di liberazione palestinese morto in circostanze misteriose
(probabilmente avvelenato). Ieri per tutto il giorno i dirigenti
del movimento guidato da Abu Mazen hanno rivolto accuse pesanti contro
Hamas, non in grado, a loro dire, di garantire la sicurezza a Gaza.
Azzam al Ahmad, che ha negoziato la riconciliazione con gli islamisti,
ha spiegato che gli attacchi contro Fatah sono stati realizzati da
uomini degli apparati di sicurezza di Hamas. Accuse smentite
con forza da uno dei leader del movimento islamico, Musa Abu Marzuq,
che, dopo aver annunciato l’apertura di una indagine accurata
sull’accaduto, ha invitato Rami Hamdallah a ripensarci e a confermare la
sua visita a Gaza, la seconda di un premier palestinese dal 2007.
Sono numerose le responsabilità possibili alla luce della complessità
della situazione interna di Gaza e del quadro palestinese più in
generale. Sono stati trovati volantini firmati dallo ‘Stato
Islamico’ (Isis). Gli anonimi autori di questi fogli ordinano agli
esponenti di Fatah di non uscire di casa fino al 15 novembre, ossia fino
all’indomani dell’anniversario di Arafat. «Altrimenti –
avvertono – la vostra vita è in pericolo». A Gaza però pochi credono a
questa rivendicazione. Nella Striscia operano piccoli gruppi salafiti
armati che si proclamano affiliati all’organizzazione di Abu Bakr al
Baghdadi. «Ma non hanno un legame organico con l’Isis – ci spiega il
giornalista Aziz Kahlout –, si limitano a un’adesione teorica al
Califfato che al Baghdadi ha proclamato in Siria ed Iraq». Se fosse
stato davvero l’Isis a colpire, fa notare Kahlout, non avrebbe compiuto
solo attentati intimidatori ma provato ad uccidere i dirigenti di Fatah.
Per questo motivo la pista più seguita dalla gente di Gaza è
quella che porta a chi ha un interesse concreto a spezzare l’unità
nazionale palestinese e a mettere fine alla riconciliazione tra Fatah e
Hamas. È noto, rileva qualcuno, che l’ala militare di Hamas o una parte
di essa, in contrasto con la direzione politica, guarda con sospetto a
un’alleanza con i rivali di Fatah e più volte ha ribadito che non intende cedere il controllo di sicurezza di Gaza. Tuttavia anche il governo Netanyahu ha interesse a rompere il patto tra Fatah e Hamas
– aggiungono altri palestinesi – e questi attentati simultanei
potrebbero essere opera di collaborazionisti di Israele, interessato
anche a spostare l’attenzione dei palestinesi da Gerusalemme Est, dove
da settimane prosegue un’Intifada a bassa intensità. Anche ieri ci sono
stati scontri tra palestinesi e polizia, in particolare al campo
profughi di Shuaffat.
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