di Michele Giorgio
Come sarà
inquadrata la Striscia di Gaza nella strategia del nuovo re dell’Arabia Saudita, Salman, in Medio Oriente, è uno degli interrogativi più attuali. Se lo domandano in particolare i leader di Hamas che nei giorni scorsi si
sono ritrovati ancora più isolati dopo la decisione dei giudici
egiziani, su evidente pressione del regime di Abdel Fattah al Sisi, di
proclamare “organizzazione terroristica” il loro movimento. I
dirigenti di Hamas rischiano l’arresto immediato se entreranno sul
territorio egiziano dove, al contrario, fino a due anni fa erano benvenuti e accolti come alleati dal presidente islamista Mohammed
Morsi, deposto con la forza dal colpo di stato militare del 3 luglio
2013. Hamas è rimasto schiacciato nella pesante repressione
attuata dal Cairo contro il movimento dei Fratelli Musulmani, del quale
rappresenta il ramo palestinese. L’Egitto accusa Hamas di
cooperare con i jihadisti che operano nel Sinai responsabili di
attentati che negli ultimi anni hanno ucciso molte decine di civili e
soldati. Accusa che appare inverosimile anche agli analisti stranieri.
Non si vede perché il movimento islamico palestinese dovrebbe appoggiare
attacchi contro l’Egitto che rappresenta la sua unica possibilità di
rompere il blocco di Gaza, attuato da Israele, e con il quale, anche
dopo il golpe militare, ha provato invano a riallacciare relazioni.
È la prima volta che un Paese arabo proclama ufficialmente Hamas “organizzazione terroristica”.
La decisione rischia di avere conseguenze molto serie per il movimento
islamico e per l’incolpevole popolazione di Gaza. L’Egitto, che già
contribuisce concretamente all’isolamento della Striscia, in futuro
potrebbe sottrarsi al suo ruolo di collegamento indiretto tra Hamas e
Israele e tenendo presente che non sono mai cominciati i negoziati per
il prolungamento del cessate il fuoco che lo scorso 26 agosto ha messo
fine all’offensiva “Margine Protettivo”, una scintilla o un pretesto
potrebbero aprire la strada ad una nuova operazione militare israeliana
contro Gaza.
Una via d’uscita per Hamas potrebbe essere la strategia di
rafforzamento dell’alleanza tra sunniti che porta avanti re Salman in
funzione anti-Iran. Il monarca saudita, dopo la sua recente
nomina avvenuta alla morte del fratello Abdullah, ha incontrato tutti i
leader dei Paesi a maggioranza sunnita della regione, dalla Turchia agli
Emirati, dall’Egitto alla Giordania, per fare il punto dopo la
decisione dell’Amministrazione americana di arrivare ad un accordo sul
programma nucleare della nemica Tehran. Riyadh non cambia idea,
considera un nemico l’Iran, molto più di Israele. I
petromonarchi del Golfo non possono dirlo apertamente ma hanno
applaudito al premier israeliano Netanyahu quando la scorsa settimana ha
arringato il Congresso americano sui presunti pericoli del programma
atomico dell’Iran. Al di là delle dichiarazioni ufficiali, lo
Stato Islamico per l’Arabia saudita rappresenta un problema secondario
rispetto all’Iran. Per motivi ideologici: il salafismo che anima
il Califfato proclamato da Abu Bakr al Baghdadi è parente stretto del
wahabismo che regola rigidamente la vita nel regno dei Saud. I
coltellacci dell’Isis che decapitano di fronte alle telecamere nemici ed
ostaggi, in fondo non sono tanto diversi dalle sciabole affilate che in
pubblico tagliano ogni anno dozzine di teste in Arabia saudita. La
differenza è che Riyyadh è alleata di Washington.
Salman non ha un giudizio dei Fratelli Musulmani diverso dai suoi predecessori.
Continua a considerarli avversari del suo regime, per ragioni
ideologiche e perchè mettono in discussione la legittimità del potere
della dinastia Saud, peraltro alleata di ferro degli Stati Uniti. Il
nuovo re però ha un approccio più sfumato alla questione. Pensa
che questo sia il momento di affrontare quelli che lui considera i “veri
nemici” dell’Islam sunnita, ossia gli sciiti rappresentati dalla
crescente potenza iraniana. I Fratelli musulmani, ipotizza
Salman, potrebbero, ma a certe condizioni, partecipare a questa guerra
aperta o sotterranea contro gli sciiti e l’Iran in corso dal Libano allo
Yemen, dall’Iraq alla Siria fino al Bahrain. E infatti già girano indiscrezioni sul prossimo arrivo a Riyadh del capo in esilio dell’ufficio di Hamas, Khaled Mashaal.
Se l’anno scorso re Abdallah aveva richiamato l’ambasciatore saudita
in Qatar in protesta all’appoggio di Doha ai Fratelli Musulmani, ora
Salman chiede indulgenza ai Paesi alleati in nome della battaglia contro
l’Iran. Per questo, con continui summit, cerca di attenuare le differenze tra i leader regionali.
L’egiziano al Sisi è un nemico giurato della Fratellanza, appoggiata
invece della Turchia e dal Qatar. Re Abdallah della Giordania, come il
padre Hussein, guarda ai Fratelli come ad una costante insidia per il
suo potere. A tutti Salman dice di badare al “problema principale”. Sull’accoglimento da parte dell’Egitto della linea di Riyadh (sponsor economico fondamentale del Cairo), punta Hamas.
Tuttavia per il movimento islamico palestinese non sarà facile cambiare
di nuovo la sua “politica estera”. Dopo aver abbandonato nel 2012 Siria e
Iran per seguire il Qatar, Hamas da qualche mese lavora a recuperare i
rapporti con Tehran. La retromarcia è possibile ma anche imbarazzante.
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