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28/11/2021

Draghi taglia e l’Europa loda (ma non basta...)

Come prevedibile, anche in queste settimane il ‘Governo dei migliori’ guidato da Mario Draghi sta proseguendo pedissequamente nel percorso di riforme previsto dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR): a fronte di poche risorse elargite dall’Unione Europea, largamente insufficienti a far ripartire un’economia falcidiata dalla crisi, il Governo ha accettato la via della piena adesione alle condizionalità europee, definitivamente istituzionalizzate attraverso l’accordo alla base del programma Next Generation EU. Rispetto alle 528 condizioni negoziate dall’Italia con la Commissione per accedere alle venti tranche di finanziamento previste dal suddetto programma, il Governo sta infatti lavorando di buona lena all’implementazione delle riforme strutturali richieste. Tra queste, ha già portato a casa: il decreto sulla concorrenza, che spiana la strada alla cessione dei monopoli naturali ai privati; una riforma delle pensioni che prevede il ritorno alla Legge Fornero; il depotenziamento del reddito di cittadinanza, che indebolisce ulteriormente  la posizione contrattuale dei lavoratori; dulcis in fundo, la prima fase della riforma fiscale, che cambia poco per cambiare male, lasciando intaccati la scarsa progressività del sistema e i privilegi dei redditi da capitale (redditi d’impresa e rendite finanziarie).

Ciascuna di queste misure va però inserita all’interno del disegno complessivo dell’esecutivo, il quale si evince con la massima chiarezza attraverso l’analisi della Legge di bilancio 2022: una difesa a tutto campo del profitto privato, attraverso l’intensificazione dello sfruttamento del lavoro e l’erosione degli scampoli di stato sociale rimasti in piedi nonostante trent’anni di riforme neoliberiste. Nella manovra sono infatti condensate tutte le richieste di Confindustria e le pretese delle istituzioni europee, con l’Italia che riprende la via dell’austerità più feroce e incanala le scarse risorse concesse alle imprese.

Fin qui tutto bene, direbbe l’Unione Europea. Eppure, un articolo apparso su ‘La Stampa’, a firma Emanuele Bonini, dall’eloquente titolo: L’UE critica Draghi, fa riferimento alle opinioni formulate dalla Commissione europea circa la recente Legge di bilancio, sottolineando come la Commissione stessa ha criticato la ‘manovra’ Draghi, facendo riferimento alle “poche garanzie sulla riduzione del debito” e suggerendo di adottare “le misure necessarie per limitare la crescita della spesa corrente finanziata a livello nazionale”.

L’articolo sembra dunque suggerire una profonda diversità di vedute tra le istituzioni europee e l’esecutivo italiano, reo di approfittare della flessibilità di bilancio offerta dall’Unione in tempi di crisi per spendere e spandere, senza badare troppo all’entità del debito. In realtà, nelle otto pagine di documento cui fa riferimento il contributo si rintracciano ripetuti apprezzamenti alla Legge di bilancio, che testimoniano un atteggiamento a dir poco benevolo nei confronti del Governo Draghi. Proviamo a vedere di seguito come il tono e i contenuti della lettera siano diametralmente opposti a quelli che La Stampa vuole lasciarci intendere.

Il documento si apre con una serie di considerazioni generali sulla vigente normativa europea, ricordandoci che l’applicazione della clausola di salvaguardia, che sospende il Patto di Stabilità e Crescita, continuerà nel 2022, per poi essere disattivata dal 2023, quando i diversi Stati Membri dovranno tornare a una ferrea disciplina di bilancio. Dobbiamo evidenziare ancora una volta che, al fine di fronteggiare la crisi economica innescata dalla pandemia, tale clausola ha consentito di stanziare un ammontare di risorse in deficit impensabile nel contesto europeo nella fase pre-Covid, sebbene tali risorse si siano rivelate, alla prova dei fatti, del tutto insufficienti a contenere il devastante impatto economico e sociale della pandemia.

In seguito, si passa alle raccomandazioni specifiche per l’Italia. E qui iniziano i complimenti al Governo Draghi: infatti, la Commissione ci ricorda innanzitutto che le raccomandazioni indirizzate all’Italia dalle istituzioni europee in merito all’utilizzo delle risorse del PNRR sono state accolte dall’attuale Governo, tant’è che il Consiglio dell’UE ha approvato il Piano italiano, dando il via libera a una prima tranche di prefinanziamento. Se il PNRR costituisce l’asse portante della politica economica nazionale del prossimo quinquennio, il via libera delle istituzioni europee non può che testimoniare un’ampia comunanza di vedute tra le istituzioni europee e il Governo Draghi. In particolare, la Commissione evidenzia che il PNRR “contiene rilevanti riforme strutturali e fiscali che dovrebbero contribuire alla sostenibilità delle finanze pubbliche”. Tutt’altro registro rispetto a quello suggerito dal titolone de ‘La Stampa’.

Tra le riforme elencate, particolare apprezzamento è riservato alla lotta all’evasione fiscale, alle misure di rafforzamento della spending review e alla riforma del codice degli appalti, tutte misure che dovrebbero contribuire a migliorare i conti pubblici: ciò significa che la Commissione apprezza gli sforzi compiuti dal governo Draghi nel PNRR per ridurre il disavanzo, al fine di tornare a perseguire surplus di bilancio all’interno di una strategia di riduzione del debito pubblico.

Con queste parole al miele sul Governo e sul PNRR, l’intuito ci anticipa che la tesi giornalistica di una critica serrata da parte della Commissione alla Legge di Bilancio sia del tutto infondata. Prendiamo comunque in rassegna il documento. Quando il focus si sposta sulla manovra, questo afferma in primo luogo che le previsioni del Governo per il prossimo anno circa la riduzione del deficit (dal 9,4% al 5,6% del PIL) e del debito pubblico (dal 153,5% al 149,4%) sono “ampiamente in linea con le stime della Commissione”.

Di fronte a questi dati, un lettore disattento potrebbe obiettare che in fin dei conti la politica di bilancio rimarrà pur sempre espansiva anche per il 2022. Tuttavia, come abbiamo più volte spiegato, le variabili di riferimento per valutare l’orientamento fiscale di un Governo sono il saldo di bilancio primario e il rapporto deficit/PIL aggiustato per il ciclo economico. Da questo punto di vista, il 2022 segna una prima significativa normalizzazione delle politiche di bilancio, che va letta come la prima tappa del processo di definitivo rientro nei binari dell’austerità. La Commissione afferma infatti che la Legge di Bilancio implica per gli anni successivi “un aggiustamento strutturale cumulato complessivo dell’1,6% del PIL nel biennio 2023-2024” ed indica esplicitamente una strategia di riduzione del debito basata sulla realizzazione di “adeguati surplus primari”.

Oltre all’orientamento fiscale complessivo dei prossimi anni, in questo documento la Commissione esprime ulteriore gradimento anche per alcune misure specifiche volte a “rafforzare crescita e resilienza”, come gli incentivi fiscali e le garanzie pubbliche destinate alle imprese. Grande entusiasmo ha suscitato, infine, la riforma fiscale contenuta nella manovra, che stando alla Commissione avrebbe il potenziale di alleggerire il carico fiscale sul lavoro. Non sappiamo come la Commissione sia potuta arrivare a formulare questa profezia senza consultare alcun testo definitivo (che ad oggi non esiste), ma scommettiamo un fiorino che questo non sarà l’esito della riforma.

Dopo il breve passaggio critico che così tanta attenzione ha suscitato per la stampa italiana, il documento conclude che le misure contenute nella Legge di Bilancio “contribuiscono a soddisfare la raccomandazione del Consiglio di garantire una ripresa sostenibile e inclusiva”.

Insomma, contrariamente al messaggio che vuole farci arrivare il titolista de ‘La Stampa’, parole al miele per Draghi e il suo esecutivo giungono da Bruxelles. Non poteva, tuttavia, essere altrimenti: il Governo Draghi è l’incarnazione vivente degli interessi di Confindustria e del grande capitale, perfettamente tutelati dai principi su cui si fonda il progetto di integrazione europea. Semmai, quelli della Commissione sono moniti per coloro che, domani o dopodomani, si troveranno ad amministrare e governare al posto di Draghi: ogni dubbio sul fatto che il ritorno alla più dura delle austerità (che non potrà conoscere deviazioni) è fugato fin da ora. Insomma, parlare a nuora perché suocera intenda.

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