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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/06/2016

Kiev: il SBU coinvolto anche nell’omicidio Nemtsov

Ancora uno scambio di prigionieri tra Mosca e Kiev. Sono tornati in patria gli ucraini Jurij Soloshenko e Gennadij Afanasev, condannati in Russia per terrorismo e spionaggio e Kiev ha rimesso in libertà i due giornalisti ucraini, Elena Glishchinskaja e Vitalij Didenko, arrestati lo scorso anno a Odessa con l’accusa di separatismo, per aver partecipato al congresso della “Rada popolare di Bessarabia”, in cui si era parlato di federalizzazione dell’Ucraina. Un tema, quello della decentralizzazione, sollevato ufficialmente però da sempre più soggetti: pochi giorni fa è stata la volta della regione di Zaporozhe, ma poco prima lo avevano fatto quelle di Odessa, Zhitomir, Kirovograd, Oltrecarpazi, per non parlare naturalmente delle regioni di Donetsk e Lugansk.

Come che sia, alla Rada non hanno perso tempo a qualificare i due giornalisti odessini come “agenti russi”. A farlo, è stato il solito Anton Gerashenko, consigliere del Ministro degli interni e patron semiufficiale del famigerato sito Mirotvorets, abituato a pubblicare nomi e indirizzi di quanti (giornalisti stranieri compresi) siano considerati “terroristi filorussi, separatisti, mercenari, criminali di guerra e assassini”, esortando così esplicitamente gli squadristi dei battaglioni neonazisti a “ridurli alla ragione”.

Intanto, alla riunione ieri del Gruppo di contatto sul Donbass, a Minsk, le posizioni si sono di nuovo allontanate, dopo che Kiev ha dichiarato l’indisponibilità a venire incontro alle Repubbliche popolari sulle questioni delle elezioni e dell’amnistia per le milizie. Il pretesto è quello della “sicurezza” in vista della consultazione elettorale che, a parere della junta golpista, può essere assicurata solo dall’armamento dei rappresentanti Osce: un’eventualità che DNR e LNR considererebbero come aggressione al proprio territorio.

E le reali intenzioni di Kiev spuntano di nuovo anche sul caso dell’omicidio del “dissidente liberale” russo Boris Nemtsov, il 28 febbraio 2015 a Mosca. Il giornalista ed ex agente dell’intelligence tedesca (BND), Wilhelm Dietl, ha presentato le conclusioni del gruppo “Ost-Objektiv”, di cui fanno parte ex alti funzionari dei Servizi tedeschi e austriaci che, in questo caso, si sono consultati anche con investigatori norvegesi, danesi e ucraini. Nel rapporto si dice che, con il delitto, i Servizi di sicurezza ucraini contavano di provocare incidenti a Mosca, avanzando artificiosamente la “pista cecena”. Secondo “Ost-Objektiv”, il SBU si servì dell’ucraina Anna Duritskaja, per convincere Nemtsov alla passeggiata notturna a due passi dal Cremlino, dove fu assassinato. Per la verità, già nei primissimi giorni successivi al delitto, addirittura un amico di lunga data di Nemtsov, Sergej Markov, aveva dichiarato che “tutti gli indizi conducono a Kiev, il cui obiettivo è quello di destabilizzare la Russia”. Markov aveva accennato al fatto che la Duritskaja, partner di Nemtsov, era stata in precedenza l’amante di Juri Bereza, comandante del battaglione neonazista “Dnepr-1”. Di regola, aveva detto Markov “il killer uccide anche i possibili testimoni; ma la Duritskaja non è stata toccata”.

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25/03/2015

Che succede in Russia?

Dopo l’omicidio di Nemtsov (del quale continuo a credere che Putin non sia il mandante) in Russia è diventato tutto molto meno intellegibile. La polizia si è avventata sulla pista cecena, sbandierando la confessione del principale accusato, che, però, tre giorni dopo ha smentito tutto sostenendo di essere stato torturato. E, per la verità, un po’ tutta la ricostruzione dell’omicidio, in base alla pista cecena, non sta granché in piedi.

Anche perché, poi, il principale indiziato è un ex decorato di Putin per la lotta contro i separatisti. Per cui, se l’accusa fosse vera, si dovrebbe indagare, non verso gli islamici adirati per le dichiarazioni di Nemtsov su Charlie, ma verso gli ultranazionalisti che avrebbero voluto mandare un “avvertimento” a Putin ritenuto troppo debole sulla questione ucraina. Ma questo non quadra con molti altri aspetti della versione di polizia.

Mentre il pasticcio delle indagini si aggrovigliava su sé stesso, Putin spariva dalla circolazione per una settimana. C’è chi ha sostenuto avesse avuto un infarto, chi fosse ammalato di cancro, la più fantasiosa delle giustificazioni lo voleva in Svizzera, dove una sua amante stava per avere un bambino di cui sarebbe il padre. Può darsi che Putin sia un padre assai tenero, ma una settimana di assenza dal suo posto ci pare un po’ troppo. Anche perché poi, quando è ricomparso, tutti gli incontri ufficiali sono stati sbrigati molto rapidamente.

La cosa ricorda un po’ lo strappo alla schiena che Xi Jinping si sarebbe procurato nuotando un paio di mesi prima del congresso che lo incoronò.

Inaspettatamente, Putin è comparso in Tv per dire, senza che ci fosse alcuna apparente necessità di farlo, che, un anno fa, sarebbe stato pronto ad usare l’arma nucleare per difendere l’annessione della Crimea. Cosa passata incredibilmente come una qualsiasi notizia di cronaca, senza particolari reazioni da parte delle cancellerie europee e mondiali (è  la prima volta del 1962 che un capo di Stato dichiara esplicitamente di essere stato sul punto di usare l’arma nucleare e non come ritorsione ad un analogo attacco, ma per primo).

Contemporaneamente, fonti giornalistiche americane ed israeliane hanno iniziato a parlare di un insolito movimento di truppe intorno al Cremlino ed hanno ipotizzato un colpo di stato in arrivo. Naturalmente, può trattarsi anche di balle giornalistiche, tanto per fare scoop (anche se questo è più credibile per gli americani che per gli israeliani che, nella attuale partita, sono più dalla parte dei russi che degli americani). Peraltro, non necessariamente il movimento di truppe deve essere inteso con la minaccia di un golpe, anzi, di solito, quando c’è un golpe, i movimenti di truppe si verificano nell’immediatezza del fatto, non una settimana o un mese prima. Semmai, questo farebbe pensare a movimenti lealisti a protezione del palazzo del governo da attentati o altro. Ed anche la sparizione di Putin potrebbe spiegarsi con motivi di sicurezza. Il che, però, confermerebbe lo stesso uno straordinario stato di tensione.

Le notizie sono frammentarie, contraddittorie ed incerte, soprattutto autorizzano chiavi di lettura diverse, per cui occorre attendere gli sviluppi. Ma tutto fa pensare che a Mosca non siano tempi normali quelli che si stanno vivendo in queste settimane. La sensazione è che, per la prima volta, Putin debba vedersela con un’opposizione molto pericolosa e non stiamo certo parlando di quella democratica che manifesta in piazza e che ha la nostra simpatia, ma realisticamente, ha pochissime carte da giocare. Parliamo di due possibili opposizioni, non necessariamente più numerose di quella appena citata, ma sicuramente ben più “pesanti”.

La prima è quella dei settori ultranazionalisti che pensano che occorrerebbe passare all’azione militare diretta in Ucraina, anche se, va detto, l’ultimo tentativo di riconquista del Donbass da parte di Kiev è miseramente fallito e la crisi potrebbe avere una fine senza bisogno di coinvolgere nel conflitto anche la Russia (e di riflesso gli occidentali). E’ realistico che questa ala possa avere simpatizzanti nell’esercito e non è da prendere sotto gamba, ma non è la più pericolosa in assoluto, perché c’è l’altra, quella del partito degli affari, in sofferenza per le sanzioni europee ed americane. La situazione finanziaria in Russia, anche quella delle principali imprese come Gazprom, è drammaticamente prossima ad un nuovo tracollo, forse peggiore di quello del 1998. E’ questa la chiave di lettura che dobbiamo avere per leggere le notizie che man mano ci vengono da Mosca.

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04/03/2015

Nemtsov e la propaganda anti-russa

di Michele Paris

L’assassinio nel pieno centro di Mosca del leader dell’opposizione “liberale” russa, Boris Nemtsov, come prevedibile è stato sfruttato da governi e media ufficiali in Occidente per orchestrare una nuova campagna di discredito nei confronti di Vladimir Putin. Se nessuno, o quasi, ha per ora collegato l’esecuzione del 55enne ex vice-primo ministro direttamente al Cremlino, le reazioni isteriche registrate a Washington, Londra e Berlino, assieme alle dichiarazioni di condanna e alle richieste per una rapidissima indagine sull’accaduto, intendono lanciare un messaggio inequivocabile: cioè che il responsabile quanto meno morale dell’accaduto non può essere altri che lo stesso presidente russo.

Il premier britannico David Cameron, dopo avere invocato un’indagine “trasparente”, apparentemente senza imbarazzo, ha elogiato il defunto Nemtsov per la sua “vita dedicata a un impegno instancabile per il popolo russo, per il diritto alla democrazia e per la libertà”, nonché per mettere “fine della corruzione”.

Identico auspicio per lo scioglimento rapido del mistero dell’assassinio è stato espresso dalla Casa Bianca, da dove Nemtsov è stato definito un “instancabile difensore dei diritti dei cittadini”. Angela Merkel, a sua volta, si è detta “sconvolta” dalla morte di quest’ultimo, per poi celebrare il suo “coraggio nel criticare le politiche del governo” di Mosca.

Accuse più esplicite a Putin per avere causato per lo meno indirettamente la morte di Nemtsov sono giunte invece prevalentemente dai commentatori dei giornali “mainstream” occidentali, da politici che ruotano attorno all’opposizione “non ufficiale” e filo-occidentale russa o, ancora, dai deliri senili di “falchi” come il senatore repubblicano americano John McCain.

A seconda dei casi, Putin sarebbe così responsabile di avere creato un “clima di odio” tra la popolazione che ha portato all’assassinio di Nemtsov (New York Times) o un “clima di impunità”, nel quale gli oppositori del Cremlino “vengono costantemente perseguitati e attaccati, anche dal governo russo, per le loro idee” (McCain).

Al di là della pressoché innegabile natura autoritaria del governo di Vladimir Putin, una riflessione razionale sui fatti di venerdì scorso a Mosca non può che confermare la totale incertezza sui veri responsabili dell’assassinio di Nemtsov.

Le modalità e i tempi dell’esecuzione, inoltre, sollevano parecchie perplessità, poiché sembrano essere stati scelti dagli assassini proprio per dare il maggiore rilievo possibile all’evento. Infatti, il politico russo è stato ucciso nei pressi del Cremlino e meno di due giorni prima di una manifestazione di piazza dell’opposizione che egli stesso avrebbe dovuto guidare.

Se Putin o qualcuno della sua cerchia fossero stati i mandanti, è evidente che avrebbero commesso un clamoroso autogol, alla luce delle prevedibili reazioni in Occidente in un momento in cui le tensioni sono già alle stelle per la crisi in Ucraina. Da tenere in considerazione, inoltre, il fatto che Nemtsov rappresentava una modestissima minaccia per il Cremlino, se non, al limite, nella misura in cui avrebbe potuto rientrare in un disegno per il cambio di regime a Mosca orchestrato da Washington sul modello di quanto accaduto a Kiev un anno fa.

Malgrado ciò, in Occidente qualsiasi seria considerazione sulla vicenda è stata messa da parte per rinvigorire la crociata anti-Putin in atto, esattamente come era stato fatto la scorsa estate all’indomani dell’abbattimento dell’aereo della Malaysia Airlines (MH-17) sui cieli ucraini. In quell’occasione, l’attentato era stato immediatamente attribuito alla Russia o ai “ribelli” filo-russi - nonostante gli indizi indicassero piuttosto possibili responsabilità del regime o delle forze armate di Kiev - con il consueto accompagnamento di una campagna diffamatoria nei confronti del numero uno del Cremlino.

All’interno del governo di Mosca, in ogni caso, il portavoce di Putin, Dmitry Peskov, ha definito l’assassinio una “provocazione”, messa in atto per destabilizzare la Russia e, inevitabilmente, supportare i tentativi occidentali di costruire un’alternativa percorribile all’attuale regime.

Questo sembra essere anche il punto di vista che caratterizza l’indagine avviata dalla Commissione Investigativa, la quale fa capo al Cremlino e che starebbe valutando possibili ulteriori connessioni con la crisi in Ucraina o il fondamentalismo islamico. Nemtsov era fortemente critico della gestione della vicenda ucraina da parte di Putin, mentre aveva apertamente appoggiato il settimanale satirico francese Charlie Hebdo dopo la strage nella redazione parigina nel mese di gennaio.

L’altro aspetto assurdo emerso dalle cronache occidentali di questi giorni è il ritratto di martire della democrazia di Boris Nemtsov, il cui curriculum lo colloca piuttosto tra politici di destra che hanno contribuito alla somministrazione di rovinose politiche economiche ultra-liberiste nella Russia post-sovietica.

Poco più che trentenne, negli anni Novanta Nemtsov venne nominato governatore della regione di Nizhny Novgorod e successivamente ricevette la chiamata da Boris Yeltsin per trasferirsi a Mosca a ricoprire la carica di ministro dell’Energia e in seguito di vice-primo ministro.

Nemtsov era considerato una sorta di protetto del defunto presidente russo tanto da essere stato indicato a un certo punto come suo possibile successore. In quegli anni, Nemtsov fu tra i protagonisti dell’implementazione di una vera e propria terapia d’urto per favorire la transizione al capitalismo nell’ex Unione Sovietica, promuovendo, tra l’altro, privatizzazioni selvagge e lo smantellamento del welfare, creando così da un lato una classe di oligarchi multi-miliardari e, dall’altro, povertà dilagante e devastazione sociale tra la popolazione.

Secondo un ritratto pubblicato domenica dall’agenzia di stampa ufficiale russa Sputink, a partire dal 2003 Nemtsov si sarebbe occupato più di affari che di politica e con un certo successo, visto che le sue entrate totali nel 2008 ammontavano a oltre 7 milioni di dollari.

Dal 2012, poi, l’ex vice-premier era alla guida del Partito Repubblicano Russo-Partito Popolare della Libertà, mentre nel 2013 era tornato alla politica attiva con l’elezione a membro del parlamento regionale di Yaroslavl.

L’abbraccio dei valori democratici da parte di Nemtsov, comunque, era giunto soltanto in concomitanza con le sue sventure politiche, cioè dopo l’estromissione dal governo, e, come molti altri membri dell’opposizione “liberale” russa, anch’egli si sarebbe ben presto allineato ai governi occidentale, in particolare a Washington, con la speranza di tornare a occupare una posizione di potere grazie all’aiuto americano.

Precisamente per questa ragione, assieme al convinto sostegno a politiche di libero mercato, l’opposizione appoggiata dall’Occidente risulta profondamente screditata tra la popolazione russa ed è in grado di raccogliere qualche consenso solo all’interno della classe media relativamente benestante.

La stessa marcia di protesta andata in scena domenica a Mosca, e trasformata in un evento in memoria di Nemtsov, ha registrato la partecipazione di qualche decina di migliaia di persone solo in seguito al clamore suscitato dall’assassinio di due giorni prima. Nei giorni scorsi, invece, tra gli stessi organizzatori era forte la preoccupazione per un possibile flop della manifestazione, in linea appunto con l’incapacità dell’opposizione “liberale” e filo-occidentale di rappresentare una qualche alternativa credibile al governo dell’odiato Putin.

Fonte

02/03/2015

Il caso Nemtsov

Chi ha mandato i killer che hanno ucciso Boris Nemtsov? Un omidicio da professionisti: un killer che esce da una macchina e che spara sei colpi centrandone quattro alle spalle ed alla testa della vittima, poi va via, senza curarsi di chi gli stava vicino, Anna Durizkaja, una ballerina ucraina che da qualche anno era la sua compagna ed ora è una testimone di primissimo piano. Il tutto a duecento metri dal Cremlino, in uno dei posto più sorvegliati del pianeta con una marea di telecamere nascoste e decine di agenti travestiti che passano con aria indifferente. D’altra parte, se sono sorvegliatissimi l’Eliseo e la Casa Bianca e persino Palazzo Chigi, perché mai non dovrebbe esserlo il Cremlino?

Subito, l’indice dei media internazionali si è levato contro Putin additandolo come il (quasi) certo mandante e, pur se con toni diplomaticamente attenuati, la stessa cosa hanno fatto le cancellerie occidentali.

Al contrario, le autorità inquirenti parlano di un possibile pista islamica (Nemtsov aveva condannato la strage di Chiarlie Hebdo) corroborata dal ritrovamento dell’auto servita ai killer, con una targa dell’Inguscezia (repubblica caucasica a forte componente musulmana) e non escludendo neppure una pista amorosa per via della ballerina ucraina. Putin ha parlato di provocazione lasciando intendere che si tratti di un attentato di americani o di agenti di Kiev, accuse riprese da molti blog filo moscoviti.

Cerchiamo di capirci qualcosa.

A carico della “pista ufficiale occidentale” ci sono la rivalità ultradecennale fra Putin e Nemtsov, le dichiarazioni di quest’ultimo che, solo 24 ore prima del suo assassinio aveva detto che “Putin mi vuole morto”, alcuni precedenti di oppositori uccisi (Politkovskaja, Litvinenko, Magnitskij ecc.) sulla cui morte aleggia l’ombra delle cupole di san Basilio. Ma soprattutto il luogo: chi avrebbe potuto agire indisturbato e senza neppure preoccuparsi di lasciare in vita un testimone, senza temere di essere bloccato dai nugoli di agenti che pullulano nei dintorni. Argomento impeccabile: bisogna riconoscerlo.

La pista islamica è decisamente più debole: in primo luogo perché se gli islamici dovessero uccidere tutti quelli che hanno condannato l’eccidio parigino, qui dovremmo registrare centinaia di attentati al giorno. Poi, in effetti, non è chiaro come una macchina targata Inguscezia potesse aggirarsi da quelle parti senza dare nell’occhio e defilarsi senza che nessuno la fermasse, nonostante la sua forte riconoscibilità. Vero è che, questa volta, gli attentatori non hanno lasciato la carta di identità, il che è poco cortese nei confronti della polizia, però la cosa non convince lo stesso.

Ed anche la pista amorosa non vale granché per le stesse considerazioni sul posto dell’attentato. Riflettiamoci su: o  Nemtsov era seguito dall’auto degli assassini (ed allora non si capisce perché abbiano atteso di arrivare proprio in quel punto critico per sparargli) o è stato attirato in trappola da qualcuno che gli ha dato appuntamento da quelle parti (e lo stesso non si capisce perché abbia scelto quel posto). In ogni caso un luogo non casuale. Ma un posto nel quale difficilmente avrebbe potuto operare con successo e senza esser preso un gruppo di killer privati o di gruppi terroristici relativamente deboli, come gli islamici russi.

Più realistica è l’ipotesi di agenti di un qualche servizio straniero: un gruppo di killer professionali che, con la corruzione o altro, potrebbe aver saputo dove potesse esserci un “angolo cieco” (ammesso che ve ne siano) e scelto il posto proprio per quelle caratteristiche utili a far cadere la colpa sui governanti russi. Resta da capire come hanno potuto eclissarsi indisturbati. Si tratta solo di una ipotesi che, sin qui, non ha indizi a sostegno, salvo che per il movente (mettere nei guai Putin).

Peraltro, gli indizi, per ora, sono in assoluto molto scarsi e non resta che fare ipotesi, e l’una vale l’altra, salvo il caso di evidenti implausibilità come quelle riguardanti la pista amorosa.

L’unica cosa su cui possiamo ragionare con qualche fondatezza è la scelta del posto dell’omicidio. Appurata la sua non casualità, possiamo prendere in considerazione due ipotesi:

a. l’assassinio è opera di servizi anti-Putin ed il posto è scelto proprio per le sue caratteristiche che accusano i servizi di stato.

b. l’assassinio è stato compiuto dai servizi russi e la scelta del posto ha una funzione terroristica: “firma” l’omicidio, avvisando l’opposizione che “non si fanno prigionieri”.

La prima ipotesi ha una sua plausibilità per quanto riguarda il movente: non c’è dubbio che quel particolare posto, con le difficoltà di azione per chi non appartenga ai servizi russi, costituisce il maggior indizio a carico di essi. Però non si capisce bene come abbiano potuto operare. Staremo a vedere cosa dicono gli sviluppi investigativi.

La seconda ipotesi, al contrario è molto credibile quanto al modus operandi, ma, al contrario è debole sul punto del movente. La scrittrice Svetlana Alexievich (Corriere della Sera 1 marzo 2015) sostiene che il regime, in questo modo, intende “saggiare” le capacità dell’opposizione: se la protesta dovesse essere debole, questo sarebbe il segnale di via libera per ulteriori giri di vite. E possibile che le cose stiano così, ma c’è qualcosa che non convince in questo ragionamento. Putin, secondo i sondaggi che cita la stessa Alexievich, ha il consenso dell’84% dei russi, per cui, al momento, non sembra avere problemi sul fonte interno; problemi che, al contrario, potrebbero sorgere per l’inasprimento della crisi finanziaria e qualora si trascinasse senza sbocco la crisi ucraina; dunque, non pare che possa avere interesse a una operazione “terrorista” in un momento del genere; forse sarebbe stato questo il caso in anni precedenti, ma ora rischia solo di creare problemi aggiuntivi, facendo sorgere un fronte interno che per ora non c’è. E’ il caso di dirci che Nemtsov avrà molti più simpatizzanti adesso di quanti ne avesse in vita. Si dice che stesse per fare rivelazioni sensazionali sulla partecipazione di militari russi alla rivolta del Donbass. Non sappiamo che elementi avesse e come se li fosse procurati, ma, da un lato non è un mistero per nessuno che Mosca stia aiutando i russofoni ucraini, dall’altro, se pure avesse potuto dimostrare che non solo di armi si tratta, ma anche di uomini, la risposta scontata sarebbe stata che si sarebbe trattato di prove false, di guerra psicologica ecc. Forse l’occidente avrebbe risposto con nuove sanzioni, ma, tutto sommato, è poco probabile che  queste eventuali rivelazioni avrebbero avuto un peso decisivo nell’evoluzione della crisi ucraina. In ogni caso, se il problema è tappare la bocca ad un oppositore scomodo, ci sono molti modi per farlo senza troppe complicazioni (avvelenamento, incidente automobilistico, “suicidio”, malattia incurabile ecc.) ed i servizi russi li conoscono tutti più uno.

Insomma, sul piano del movente sia dell’omicidio che delle sue inconsuete modalità, la cosa convince poco. Ed allora?

Ipotesi per ipotesi, possiamo prenderne in considerazione un’altra che, sin qui, non ho visto citata da nessuno: un attentato dei servizi russi, ma non dietro ordine di Putin, ma contro Putin. Forse in Russia sta sorgendo un’opposizione diversa contro l’autocrate del Cremlino, una opposizione non popolare e dal basso, ma, al contrario interna al regime ed alle sue sfere dirigenti. La crisi ucraina si trascina da quindici mesi e non si vedono sbocchi, per ora, né manu militari né per via diplomatica. Intanto, le sanzioni e il crollo del prezzo del petrolio stanno provocando la caduta dei titoli di stato russi che ormai le agenzie di rating hanno declassato a livello di spazzatura. Putin ha il consenso dell’84% del suo popolo, ma c’è ragione di pensare che la percentuale di gradimento nelle classi dirigenti (management delle imprese di Stato, petrolieri, comandi militari e dei servizi ecc ecc.) sia decisamente più basso. Per chi ha fretta di chiudere la questione ucraina, per riprendere i traffici con la Germania ed il resto dell’Europa, è evidente che il principale ostacolo è la permanenza di Putin al suo posto. Un esponente diverso potrebbe trattare con maggiori probabilità di trovare accoglienza da parte di europei ed americani, ma, soprattutto, non impacciato dal rischio di perdere la faccia. Ed allora, creare una crisi interna potrebbe essere l’ideale per tagliare l’erba sotto i piedi a Putin ed avviare una sua sostituzione. E questo omicidio può funzionare benissimo a questo fine.

E’ una ipotesi come le altre, non c’è dubbio, ma ha un vantaggio rispetto alle altre: risolve il problema del movente ed insieme del modus operandi. Vediamo cosa succede ora.

01/03/2015

Russia. Pista ucraina per l’omicidio di Boris Nemtsov?


Da due giorni ormai i telegiornali aprono con la notizia della morte a Mosca di Boris Nem­tsov, descritto superficialmente come una sorta di eroe della democrazia e dell’opposizione liberale allo Zar Putin. Più di una ricostruzione – basti citare le prese di posizione di numerose grandi potenze che chiedono a Mosca un’inchiesta ufficiale (!) – sembra prefigurare un coinvolgimento diretto del Cremlino nell’omicidio, che non è né il primo né l’ultimo a togliere di mezzo esponenti politici, oligarchi o giornalisti poco inclini a sostenere l’ex agente del Kgb. Che però, ad una analisi appena poco più attenta dei fatti, sembra non avere proprio nulla da guadagnare dall’assassinio di un oppositore che godeva di scarsi consensi e che allo stato sarebbe stato assai più utile al Cremlino da vivo che da morto.

Intanto occorre sfatare il mito che la vittima fosse esattamente un campione di democrazia. La sua carriera era iniziata quando nel 1990, al momento della dissoluzione dell’Unione Sovietica, contribuì a fondare la coalizione ‘Russia Democratica’. Poi, tra il 1991 e il 1993, si schierò a fianco del bandito Eltsin quando questi conquistò il potere disarcionando un ingenuo e irresponsabile Gorbaciov e facendo bombardare il parlamento di Mosca. In cambio ottenne dal prestanome di Washington la carica di governatore della regione di Nizh­nyj Nov­go­rod. Nel 1997 diventò addirittura vice pre­mier con Cër­no­myr­din e nel ’98 fondò il partitino liberale «Giovane Rus­sia», una delle componenti dell’«Unione delle forze di destra», di cui è stato dirigente assieme a personaggi non proprio limpidi del calibro di Gajdar e Chu­bajs. Dissoltasi l’Unione delle Forze di Destra fondò nel 2008 un altro movimento, Soli­dar­nost. Poi, ancora, nel 2012 è stato eletto copresidente del Partito Repubblicano di Russia – Partito della libertà popolare, ennesima formazione liberale e liberista.

Ha dedicato buona parte dei propri sforzi politici a caldeggiare e gestire varie ondate di privatizzazioni del patrimonio pubblico del suo paese, finito oltre che nelle proprie tasche anche in quelle di oligarchi senza scrupoli, in parte alleati ma in buona parte poco avvezzi a riconoscere l’autorità di Putin e il nuovo corso nazionalista impresso da quest’ultimo alla politica economica russa.

Ma è rispetto alle due crisi ucraine che lo “zar delle privatizzazioni” ed eroe dei nostri telegiornali ha giocato un ruolo importante e che forse spiega la sua cruenta fine su un ponte nel pieno centro di Mosca. Infatti già nel 2004 partecipò alla cosiddetta ‘rivoluzione arancione’ che a Kiev impose un orientamento filoccidentale al paese, prima di naufragare a causa degli scandali per corruzione e delle furibonde liti tra i capofila della piazza filo-Nato. Prima scelto come consigliere dal leader ucraino Viktor Jushenko, recentemente era diventato capofila di una campagna che dall’interno della Federazione Russa sosteneva ‘Euromaidan’ e denunciava il coinvolgimento militare russo in Ucraina sul quale, affermano i suoi collaboratori, si apprestava a pubblicare un dossier di cui però non vi è traccia alcuna. Colui che per oggi aveva indetto una manifestazione a Mosca contro il sostegno di Putin ai ribelli del Donbass, non era un mistero, era un grande amico del falco a capo del governo di Kiev, Arseni Jatsenjuk, a sua volta legato a doppio filo con la Nato e con gli Stati Uniti.

Di qui l’indicazione della credibilità “della pista ucraina” per l’omicidio di Boris Nemtsov da parte di commentatori e analisti meno embedded all’interno di una macchina di propaganda antirussa da sempre molto forte e ravvivatasi visto il clima di aperto conflitto nei confronti di Mosca.

Nemtsov sosteneva sì il regime ucraino figlio del colpo di stato filoccidentale del febbraio dello scorso anno – e forse anche il progetto di replicare EuroMaidan a Mosca – ma a partire da una posizione più filoeuropea che filo-statunitense. Di fatto l’esponente politico, non certo di punta nello schieramento d’opposizione già di per sé disarticolato e debole, rappresentava un (potenziale?) ponte tra il Cremlino e gli interessi russi da una parte e quelli dell’Unione Europea e del Fondo Monetario Internazionale dall’altra. Un ponte necessario per una amministrazione russa obbligata al muro contro muro con l’occidente scatenatosi dopo il golpe a Kiev e l’inizio della guerra civile nelle regioni orientali ucraine ma interessata a far calare i toni quanto prima e a ricomporre la frattura almeno con Bruxelles vista l’impossibilità di farlo con Washington.

Come non notare che, contrariamente a quando sottolineato da frettolosi analisti e quotidiani prezzolati, quello di Mosca di due giorni fa non sembra affatto un omicidio opera degli spietati ma professionali agenti dei servizi di sicurezza russi? Nove colpi di cui solo quattro andati a segno, e neanche uno dei killer che scende dalla sua auto per sincerarsi della morte di Nemtsov, in quel momento in compagnia della giovane modella ucraina Anna Duritskaja.
A ben guardare, a guadagnare dall’eliminazione di Nemtsov sembra essere la finora rissosa e ininfluente opposizione russa a Putin, che ha ottenuto immediato sostegno mediatico e politico internazionale e la possibilità di organizzare una veglia funebre nel centro di Mosca che in realtà è un corteo. Di fatto quello che, denominato ‘Primavera’ e indetto contro le ingerenze russe in Ucraina, era stato dirottato dalle autorità cittadine nel periferico quartiere di Maryno per non sovrapporsi ad una marcia indetta dal Partito Comunista contro le politiche liberali del governo e il degrado dell’economia e delle condizioni di vita e di lavoro di decine di milioni di lavoratori e pensionati.

Mentre l’opposizione liberale e nazionalista di destra parla di delitto politico incolpando neanche tanto velatamente il Cremlino, i comunisti denunciano quella che per loro è una provocazione mirante a destabilizzare un clima già rovente: «Ci sono forze inte­res­sate a ina­sprire al mas­simo la situa­zione – ha detto il leader del Partito Comunista della Federazione Russa, Ghen­na­dij Zju­ga­nov, all’agenzia Inter­fax –, si tratta di una provocazione, per far divam­pare grandi incendi occor­rono vit­time sacri­fi­cali».

Punto di vista condiviso dall’ex leader sovietico Mikhail Gorbaciov che vede nell’omicidio un tentativo di destabilizzare il paese e di inasprire le contrapposizioni.

In mancanza di elementi certi sulla pista da seguire, allo stato emerge comunque con forza un'ipotesi – che per ora rimane tale, un’ipotesi – alla quale la nostra stampa mainstream dedica invece scarsa attenzione: un omicidio commissionato da chi ha tutto l’interesse a spingere sull’acceleratore dello scontro frontale tra Mosca e fronte occidentale. Gli ambienti estremisti ucraini forse (c’è chi parla dei nazisti di Pravyi Sektor e dei suoi addentellati nel fronte islamista ceceno), oppure sul fronte opposto gli ultranazionalisti russi che accusano sia Putin sia i suoi oppositori di essere dei ‘nemici della patria’. C’è chi non esclude la pista islamista e chi, invece, invita a cercare gli autori dell’assassinio negli ambienti mafiosi e criminali che Nemtsov frequentava e all’interno dei quali aveva intessuti rischiose relazioni.

Che poi si tratti di una pista interna o esterna è tutto da vedere ed è possibile, come in passato, che la verità si perda per sempre nei meandri fumosi della politica russa e delle ingerenze occidentali.

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