Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/09/2021

Ancora numero chiuso a Medicina. Come se nulla fosse accaduto

Ieri si sono tenuti i test di accesso alle facoltà mediche. La facoltà di medicina, ovviamente, negli ultimi due anni ha ricevuto attenzioni particolari a causa del ruolo importante svolto dai lavoratori del comparto sanità: per colpa delle politiche portate avanti negli ultimi decenni, ci siamo ritrovati con un sottorganico drammatico a gestire le diverse ondate di covid.

Oggi sembra partita una controtendenza, dove vediamo aumentare i posti sia per il test d’ingresso di medicina sia per gli accessi alle specializzazioni. Al di là dei problemi di carenze delle stesse strutture per gestire questo aumento di iscritti, il fenomeno non può essere bollato come semplice “pezza” per risolvere una situazione drammatica, ma va contestualizzato nella forma del modello di università che ci ritroviamo.

A partire dalla campagna “ma l’Università a chi serve”, abbiamo cercato di indicare quale fosse, oggi, il ruolo che riveste l’università nella nostra società. La risposta è quella di comporsi come comparto di preparazione di forza lavoro specializzata e come settore di ricerca per l’interesse privato. Oltre a ciò, abbiamo visto come questa dinamica porti con sé l’utilizzo del settore pubblico (quindi anche gli investimenti) per garantire questo processo di trasmissione di conoscenze e lavoratori specializzati al settore privato. Non deve perciò stupirci questo aumento di medici e specializzandi: la classe dirigente del nostro paese, come anche quella europea, si sono accorti che, evidentemente, la ricerca di profitto risente molto di pandemie globali nel momento in cui le uniche soluzioni possibili sono bloccare l’economia. La grande batosta ricevuta dalle economie occidentali e la loro scarsa ripresa a fronte di quella cinese, hanno messo l’occidente di fronte alla difficoltà di primeggiare nell’attuale competizione interimperialista.

In questo senso, il numero chiuso all’università è quel fattore che serve a direzionare, limitare e gestire le risorse secondo ciò che serve al settore dell’industria in determinati periodi. In Italia vediamo bene come il fenomeno della disoccupazione e del sottoinquadramento siano strutturali per la nostra generazione. Questo vuol dire che il tessuto d’impresa del nostro paese e il settore pubblico non sono in grado di assorbire l’offerta specializzata (che comunque rimane tra le più basse in Europa). In questo senso, perciò, gli atenei di eccellenza limitano la possibilità di iscriversi consolidando così il processo di elitarizzazione e lasciano ai poli di serie B il compito di esamificio che prepari la forza lavoro più portata a rimanere disoccupata o ad adeguarsi all’offerta di regioni o zone geografiche con una scarsa occupazione.

Per questo il numero chiuso oggi è un profondo limite della nostra società, che riflette esattamente tutte le sue contraddizioni: non sarà l’aumento di qualche migliaio di posti a medicina a risolvere questo problema.

Rivendicare la totale cancellazione dei test d’ingresso è il primo passo per costruire l’alternativa a questo modello di università!

Fonte

21/01/2020

Sanità a pezzi, medici in servizio “a vita”

Si sapeva che sarebbe successo. Non bisognava essere scienziati per capirlo. Ma una lunga lista di governi ottusi, di imprenditori miopi, e immancabilmente le “istituzioni europee” hanno lavorato per decenni in questa direzione. Volevano arrivare qui, ne erano consapevoli?

Non importa più. Ormai ci siamo. Ed è la prova provata che siamo governati da imbecilli o criminali. A voi la scelta.

Il punto di partenza è semplice: nei prossimi 5 anni oltre l’80% dei medici specialistici andrà in pensione e non potranno essere sostituiti. Le camere operatorie resteranno inutilizzabili.

Questo è il risultato di due scelte politiche demenziali fatte da almeno 30 anni (dagli accordi di Maastricht in poi): la riduzione della spesa pubblica, specie per la sanità, e l’introduzione di un ristrettissimo “numero chiuso” per l’accesso alla facoltà di medicina (circa 10.000 posti l’anno).

Con la prima politica si è bloccato di fatto il turnover generazionale tra i medici nel settore pubblico, sono stati bloccati i loro stipendi, spingendoli quindi verso la sanità privata. Con la seconda si è ridotta oltremisura la platea degli aspiranti alla professione, visto che si tratta di studi che durano in media oltre un decennio (sei anni per la laurea, altri quattro o cinque per la specializzazione) e dunque presentano un alto rischio di “mortalità”, ossia di abbandono per i motivi più vari (difficoltà a superare gli esami, alti costi delle rette, normali vicende della vita personale, ecc). Quei 10.000 l’anno, insomma, sono quasi sempre molti meno al traguardo della specializzazione post-laurea.

C’è da chiedersi chi siano stati quegli “scienziati” che hanno elaborato le previsioni sul fabbisogno di medici per i decenni a venire (in presenza, oltretutto, di una popolazione che invecchia e quindi ricorre più di frequente alle cure mediche). Potete mettervi davanti le foto dei ministri della sanità e dei presidenti del consiglio degli ultimi 30-40: non mancherà nessuno (dai Prodi ai Berlusconi, dalle Lorenzin alle Rosy Bindi). Ma non dimenticatevi anche qualche Commissario UE (dai Prodi ai Monti, da Barroso a Moscovici, ecc).

Basti pensare che, nonostante alcune promesse e qualche disegno di legge effettivamente presentato negli ultimi due anni, il “numero chiuso” è ancora vigente, mentre gli ospedali hanno buchi di organico sempre più sostanziosi (come sa chiunque abbia la sfortuna di dover essere ricoverato).

La situazione è diventata così insostenibile da dover chiedere agli attuali specialisti di restare in servizio almeno fino ai 70 anni di età, affiancati da specializzandi (laureati ancora “in formazione”) per sopperire alle necessità più urgenti.

La pensata è del ministro della salute, Roberto Speranza. Ed il “clima culturale”, diciamo così, è ancora tale da far scrivere al Sole24Ore un messaggio che vorrebbe essere tranquillizzante: “La norma è a costo zero”. Come se spendere risorse statali per assicurare l’obbligo costituzionale alla tutela della salute dei cittadini fosse un reato.

E infatti si definiscono “assoldati” – ossia usa-e-getta – quei giovani specializzandi; per chiarire che mai e poi mai dovranno sentirsi “assunti”, come sarebbe normale per aspiranti professionisti cui tutti dovremo affidare la nostra vita (anche i giornalisti al soldo di Confindustria, a volte...).

Peggio ancora: si “rassicura” che questa norma emergenziale in senso stretto, da “pronto soccorso”, durerà soltanto due anni, fino al 2022! Come se i medici nascessero spontaneamente sotto i cavoli e non servissero decenni per formarne di sufficientemente esperti...

Una prospettiva da quarto mondo, riflesso esatto della vista cortissima dell’attuale classe dirigente (non solo “i politici”, per capirci) e del peso dei vincoli europei sul bilancio dello Stato.

In effetti, tornando alla domanda iniziale, gli imbecilli sono sempre i migliori complici dei criminali...

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06/09/2018

La distruzione della sanità pubblica comincia all’università

70.000 studenti hanno affrontato la prova d’accesso alla facoltà di medicina, per soli 10.000 posti. Uno su 7 ce la farà, poi dovrà affrontare un percorso di studi duramente selettivo e costoso. Se alla fine sarà laureato, ma alcuni avranno abbandonato o molto allungato i tempi, dovrà poi fare la specializzazione, anche quella a numero chiuso e inferiore a quello dei laureati. Mettiamo che i 10.000 ammessi ai corsi siano diventati 8.000 laureati. Bene i posti nelle specializzazioni saranno la metà, quindi solo 4.000 laureati in medicina alla fine potranno fare i medici nel servizio sanitario nazionale, gli altri o smetteranno o faranno i medici precari per il privato o in sostituzione di altri medici.

Insomma dei 70.000 che inizialmente volevano fare i medici, dopo un minimo di una decina di anni, solo 4.000 lo faranno davvero nel sistema pubblico.

Mi direte che una selezione così lunga e costosa è il segno di uno stato che tiene alla salute dei suoi cittadini. Per nulla.

L’associazione dei medici di base annuncia che nei 2-3 anni prossimi 47.000 medici di famiglia andranno in pensione. Con questi ritmi produttivi della nostra università gran parte dei medici pensionati non saranno sostituiti. Ben 14 milioni di persone rischiano di restare senza medico di base. A quel punto dovranno rinunciare a curarsi, o, se avranno i soldi, rivolgersi alla sanità privata.

Ci sono voluti anni di tagli alla spesa, accompagnati dal peggior potere baronale e dalla trasformazione della sanità pubblica in azienda, e alla fine sono riusciti a mandare in collasso un servizio sanitario che nel passato aveva garantito agli italiani il diritto alla salute. Avevano chiamato il sistema fondato sul numero chiuso “programmazione”, ma hanno solo programmato la fine della sanità pubblica.

Abolire il numero chiuso e investire subito tanti, tanti soldi nell’università e nella sanità pubblica, il resto son chiacchiere che nuocciono gravemente alla salute.

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05/09/2018

Numero chiuso, proteste nelle università

Decine di migliaia gli studenti che ieri mattina hanno affollato le Università italiane, per partecipare ai test d’ingresso di Medicina e Odontoiatria. Hanno presentato domanda in 67.005 (erano 66.907 nel 2017) per 9.779 posti a Medicina (erano 9.100 lo scorso anno) e 1.096 posti per Odontoiatria (erano 908 nel 2017). In sostanza, meno di uno su sei riuscirà a farcela.

Contestualmente da nord a sud, sono andate in scena manifestazioni studentesche per protestare proprio contro l’accesso a numero chiuso alle suddette facoltà.

Per i manifestanti il numero esiguo di posti è funzionale ad una politica di smantellamento della sanità pubblica e di subordinazione della stessa al profitto dei privati. A determinare il successo nella selezione sarebbe, a detta dei contestatori, non il merito ma la possibilità di frequentare costosi corsi di preparazione che vanno ad aggiungersi ad altri ostacoli economici, quali tasse sempre più elevate, caro libri, i costi di trasporto per i pendolari e i costi per gli alloggi dei fuori sede che cumulandosi fungono da impedimento per molti giovani che finiscono per rinunciare alla formazione universitaria.

Diverse le sigle studentesche e le organizzazioni politiche che si sono fatte carico dell’iniziativa. Non sono mancati i fermi da parte della polizia, nonostante i connotati pacifici dell’iniziativa: a Firenze infatti, sei militanti del F.G.C. hanno esposto uno striscione e distribuito volantini in difesa della sanità pubblica davanti alla sede delle prove. La polizia è intervenuta sul posto e ha proceduto al fermo e alla loro identificazione. La sezione locale fiorentina ha prontamente diramato un comunicato parlando di “perquisizioni e interrogatori separati, per il solo fatto di aver distribuito un volantino che inneggiava all’uguaglianza sociale e alla difesa del sistema sanitario nazionale”.

A Palermo, uno degli organizzatori della contestazione, Giorgio La Spina ci illustra le ragioni della protesta: “Programmare la formazione di personale medico, ok, ma come? Negli interessi di chi? La selezione così stringente porta ogni anno meno personale alle strutture della sanità pubblica e in generale nella sanità italiana che è un servizio sempre più fatiscente ormai compromesso nella sua natura di universalismo con lunghissime liste di attesa, ticket sempre più salati, inefficienza. La sanità e la formazione del suo personale sono sempre più assoggettate al profitto dei privati e non ai bisogni della popolazione”.

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05/07/2017

No al numero chiuso all’Università

Anche nei corsi delle facoltà umanistiche dell’Università statale di Milano dal prossimo anno accademico verrà introdotto il numero chiuso. La decisione, presa lo scorso 23 maggio dal senato accademico su proposta del Rettore, non ha avuto grande eco sui media mainstream – ormai totalmente obnubilati dalla narrazione mistificata su scuola e università – mentre è rimbalzata sui social. Che hanno immediatamente svelato l’inganno: non si tratta di rendere migliore l’offerta formativa, si tratta di rispettare una direttiva del MIUR, che impone un certo rapporto numerico tra studenti e docenti. Che non possono aumentare in presenza di un maggior numero di matricole. Perché non si può assumere. E quindi riduciamo le matricole. Tutto qua.

18 favorevoli, 11 contrari e 6 astenuti, per cominciare a diminuire gli studenti anche nelle facoltà umanistiche, dopo aver ridotto fino al di sotto della soglia della necessità programmata quelli di medicina e odontoiatria in tutta Italia. Così, mentre le scuole private che organizzano corsi di preparazione ai test d’ingresso prolificano e mentre chi ha i soldi se ne va a studiare all’estero (solo dei veri geni potevano concepire una simile aberrazione), da noi cominciano a mancare medici e dentisti, mentre si continua a impedire ai ragazzi di intraprendere quel percorso di studi. E, non paghi, adesso cominciamo a negare l’accesso allo studio un po’ a tutti, indiscriminatamente, per par condicio.

Troppi medici, troppi dentisti, troppi filosofi. Non importa che medici e dentisti in Italia manchino. Non importa che i filosofi siano assai apprezzati dalle aziende private per la loro capacità di problem solving. Non importa che le classifiche internazionali ci dicano che abbiamo il minor numero di laureati in Europa. Occorre risparmiare. Tagliare e ancora tagliare, soprattutto sull’istruzione, un ramo davvero secco per i nostri decisori politici. Che infatti non mi pare brillino per titoli di studio, proprio a cominciare dalla titolare del MIUR. Una nomina offensiva per ogni singolo docente italiano (e vorrei spiegare alla sig.ra Valeria Fedeli che ‘docente’ è un termine epiceno, valido dunque sia al maschile che al femminile, prima che attacchi la manfrina del linguaggio sessista).

Una nomina che il Presidente Mattarella non avrebbe dovuto ratificare. Ma tant’è. Abbiamo la ‘buona scuola’, dove ormai gli studenti sono intruppati in quell’assurda perdita di tempo che è l’alternanza scuola-lavoro, viatico di un rapido analfabetismo di ritorno di cui l’Italia pagherà le conseguenze per sempre; abbiamo l’autonomia scolastica e universitaria, che ha trasformato le due più importanti istituzioni formative del nostro Paese in agenzie di servizi on demand; abbiamo il numero chiuso in tutte le facoltà, scientifiche e adesso anche umanistiche, hai visto mai che i nostri giovani, destinati a confrontarsi col mondo in termini di conoscenze, fossero troppo attrezzati! E avremo a breve, la riduzione di anno della scuola superiore, l’abolizione delle discipline, l’introduzione delle ‘classi rovesciate’, la sostituzione dei libri con gli smartphone e chi più boiate ha più ne metta.

Sembra comico ma non lo è. E’ drammatico. Ed è drammatico che i giornalisti, gli intellettuali, gli accademici, i politici, gli esponenti delle istituzioni, i cittadini tutti non capiscano la portata della gravità di quanto sta accadendo.

Fonte

Critica sacrosanta che, tuttavia, manca come di consueto il bersaglio perché, non mettendo in discussione la struttura entro cui si muove questo ennesimo assalto al diritto allo studio, finisce per incanalarsi nella consueta retorica liberale che non riesce a sollevare lo sguardo dalla millantata pochezza della classe dirigente nazionale che, invece, è assolutamente coerente con il ruolo internazionale che al nostro paese è stato ritagliato ed imposto.