Ieri è avvenuto il più grande scambio di prigionieri nella storia delle relazioni tra Russia e Stati Uniti, e in generale il più grande nella storia del paese oltre oceano. I numeri variano, ma sembra si sia trattato della liberazione di 24 prigionieri, 16 da parte di Mosca (e Minsk) e 8 da parte di Washington e i suoi alleati.
I russi hanno rimesso in libertà alcuni loro cittadini, tra cui molti collaboratori di Navalny che, secondo il consigliere per la Sicurezza nazionale statunitense Jake Sullivan, sarebbe dovuto essere coinvolto nell’accordo. Dalla loro parte sono stati rilassciati anche cittadini statunitensi e tedeschi.
L’Occidente ha invece liberato persone detenute negli Stati Uniti, in Germania, in Slovenia, in Norvegia e in Polonia. I servizi segreti di tutti questi paesi, con un ruolo centrale della CIA, hanno preso parte alle trattative, anche se la mediazione principale è stata svolta dall’intelligence turca.
Per Erdogan è un’altra vittoria, affermando di nuovo il peso del proprio paese nel Medio Oriente e negli equilibri mondiali. La sua posizione all’interno della NATO, e tuttavia interlocutoria con Mosca, gli hanno permesso di assumere un ruolo di primo piano dopo l’intervento russo in Ucraina.
Anche i democratici statunitensi hanno messo a segno un bel colpo, con il presidente Joe Biden e la candidata alle elezioni di novembre Kamala Harris ad accogliere i prigionieri tornati negli USA. L’attuale inquilino della Casa Bianca ha voluto ricordare che durante la sua amministrazione sono stati riportati negli Stati Uniti oltre 70 loro cittadini.
Il candidato repubblicano Donald Trump ha invece attaccato l’accordo. Il tycoon ha insinuato che siano stati pagati anche dei soldi per ottenere il rilascio delle persone, il che rappresenterebbe “un cattivo precedente per il futuro”. Sullivan ha escluso categoricamente questa possibilità.
Tra i prigionieri liberati da parte occidentale c’è anche Pablo Gonzalez. Giornalista nato in Russia col nome Pavel Rubtsov, ma da genitori baschi (repubblicani inviati nell’allora Unione Sovietica), è tornato in Spagna dove ha preso il cognome della madre, ha spagnolizzato il suo nome e ha cominciato a svolgere l’attività di giornalista, legandosi spesso a testate della sinistra extraparlamentare.
Queste frequentazioni, così come l’aver documentato la guerra civile in Donbass, sono probabilmente all’origine della detenzione voluta da Varsavia. Pochi giorni dopo l’attacco russo nel febbraio 2022, Pablo si trovava al confine polacco per un servizio sulla crisi dei profughi ucraini, e venne arrestato.
Per due anni e mezzo, in pratica, si è trovato in prigione senza che venissero formulate accuse precise, ma con la proroga continua della detenzione preventiva. Il governo spagnolo di centrosinistra, così come i suoi diplomatici, non hanno mai mosso un dito a suo favore, e anzi hanno avallato le azioni della Polonia.
Oggi può tornare a casa.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/08/2024
26/08/2023
Il silenzio su Pablo Gonzalez, giornalista in carcere da un anno e mezzo in Polonia
Il prossimo 28 agosto sarà un anno e mezzo che il giornalista spagnolo Pablo Gonzalez è recluso in un carcere in Polonia in condizioni disumane. Il tribunale polacco, come nel caso Zaki in Egitto, ha allungato di altre mesi la carcerazione preventiva senza una formulazione di accusa.
La notizia è arrivata mercoledì 16, con un messaggio di Ohiana Goiriena, moglie di Pablo Gonzalez, che afferma sinteticamente “...a giorni uscirà la decisione ufficiale scritta, ma l’udienza si è svolta oggi. So solo che gli è stata prolungata la pena. Non ho altre informazioni su scadenze o argomenti”; ad oggi non ci sono altre informazioni.
Ma la realtà è che lo Stato polacco sta prolungando per la sesta volta la detenzione preventiva del giornalista spagnolo Pablo González, come ha riferito il quotidiano Público.
Pablo Gonzalez è stato arrestato otto giorni dopo l’inizio del conflitto in Ucraina, e il suo arresto voleva essere un “avviso ai naviganti”, aggiungendosi alla vergognosa campagna russofoba sotto i dettami della NATO, ora non sanno dove andare a parare con questo caso, ma per il momento Pablo continua a pagare con la sua libertà questo errore.
Un anno e mezzo senza un’incriminazione ufficiale è un fatto inaudito per chiunque, e soprattutto per un giornalista arrestato mentre svolgeva il suo lavoro di informatore e accusato di essere una spia; l’assetto politico-giudiziario a cui lo si vuole sottoporre viene scandalosamente ritardato.
Con questa nuova decisione della giustizia polacca, Pablo Gonzalez rischia di nuovo tre mesi di “sequestro” nella prigione conosciuta come la Guantanamo polacca. Anche se la difesa di Pablo González ricorrerà in appello, non si prevedono cambiamenti nella decisione.
Per la maggioranza dei mass media questa non deve essere una notizia. quelli spagnoli sono tutti impegnati a mostrare la sofferenza di uno smembratore di persone che si trova in Thailandia e che è anche spagnolo, con la delegazione diplomatica spagnola che sostiene lui e la sua famiglia giorno dopo giorno.
Forse un altro giorno dovremo fare un confronto e rivedere le sanguinose differenze di trattamento della diplomazia spagnola e dei media amici del potere nei confronti dei cittadini dello Stato spagnolo con problemi fuori dai nostri confini.
“Una cella di 5 metri, in cui deve trascorrere 23 ore al giorno in isolamento. Circa quattro mesi fa, ha condiviso la cella con un uomo polacco con problemi cognitivi. Un’ora di cammino in un cortile di appena 10 metri. Ogni volta che viene fatto uscire dalla cella, viene perquisito e ammanettato. Quando entra, viene nuovamente perquisito.
Da quando è stato arrestato il 28 febbraio 2022, ha potuto ricevere le visite della moglie solo due volte, l’ultima il 16 giugno, con Ohiana, la moglie, accompagnata dalla madre e dal figlio maggiore di Pablo, che ha visto e sentito il padre per la prima volta da allora. Entrambe le visite avvengono alla presenza di una guardia carceraria e di un ufficiale dei servizi segreti polacchi.
Non gli è consentito comunicare telefonicamente con nessuno dei suoi tre figli, cosa che sta già causando danni psicologici al figlio più piccolo, di 8 anni. Le lettere gli arrivano, se gli arrivano, censurate e mesi dopo l’invio. Il suo avvocato spagnolo, Gonzalo Boyé, ha passato quasi un anno senza potersi occupare della sua difesa, a causa di impedimenti burocratici posti dalle autorità polacche
È necessario denunciare senza sosta la situazione che sta subendo questo prigioniero politico dell’Unione Europea, è necessario denunciare l’inettitudine intenzionale del governo spagnolo, guidato dal suo Ministro degli Affari Esteri, José Manuel Albares Bueno, il quale deliberatamente non si accontenta solo di ignorare Pablo, ma attraverso i suoi contatti di servitori e ruffiani sta inviando informazioni, senza alcun dato, ai media avvertendoli che si tratta di un caso molto grave e che non devono interferire…. come lui stesso ha dichiarato, testualmente, in televisione, violando il diritto alla presunzione di innocenza di un cittadino spagnolo.
La stessa Commissione europea ha “raccomandato alla Polonia di portare Pablo González in Spagna fino a un eventuale processo”. È quanto ha dichiarato il Commissario alla Giustizia, Didier J. L. Reynders, rispondendo a un’interrogazione dell’europarlamentare Idoia Villanueva.
Il Ministero degli Affari Esteri spagnolo non si è preoccupato neanche di fare questo, e non perché sia un po’ incompetente, ma dopo un anno e mezzo rende evidente il suo disprezzo per il diritto all’informazione e la presunta libertà di stampa. Non va dimenticato il fatto che Pablo è prigioniero in un Paese membro dell’Unione Europea.
Fonte
La notizia è arrivata mercoledì 16, con un messaggio di Ohiana Goiriena, moglie di Pablo Gonzalez, che afferma sinteticamente “...a giorni uscirà la decisione ufficiale scritta, ma l’udienza si è svolta oggi. So solo che gli è stata prolungata la pena. Non ho altre informazioni su scadenze o argomenti”; ad oggi non ci sono altre informazioni.
Ma la realtà è che lo Stato polacco sta prolungando per la sesta volta la detenzione preventiva del giornalista spagnolo Pablo González, come ha riferito il quotidiano Público.
Pablo Gonzalez è stato arrestato otto giorni dopo l’inizio del conflitto in Ucraina, e il suo arresto voleva essere un “avviso ai naviganti”, aggiungendosi alla vergognosa campagna russofoba sotto i dettami della NATO, ora non sanno dove andare a parare con questo caso, ma per il momento Pablo continua a pagare con la sua libertà questo errore.
Un anno e mezzo senza un’incriminazione ufficiale è un fatto inaudito per chiunque, e soprattutto per un giornalista arrestato mentre svolgeva il suo lavoro di informatore e accusato di essere una spia; l’assetto politico-giudiziario a cui lo si vuole sottoporre viene scandalosamente ritardato.
Con questa nuova decisione della giustizia polacca, Pablo Gonzalez rischia di nuovo tre mesi di “sequestro” nella prigione conosciuta come la Guantanamo polacca. Anche se la difesa di Pablo González ricorrerà in appello, non si prevedono cambiamenti nella decisione.
Per la maggioranza dei mass media questa non deve essere una notizia. quelli spagnoli sono tutti impegnati a mostrare la sofferenza di uno smembratore di persone che si trova in Thailandia e che è anche spagnolo, con la delegazione diplomatica spagnola che sostiene lui e la sua famiglia giorno dopo giorno.
Forse un altro giorno dovremo fare un confronto e rivedere le sanguinose differenze di trattamento della diplomazia spagnola e dei media amici del potere nei confronti dei cittadini dello Stato spagnolo con problemi fuori dai nostri confini.
“Una cella di 5 metri, in cui deve trascorrere 23 ore al giorno in isolamento. Circa quattro mesi fa, ha condiviso la cella con un uomo polacco con problemi cognitivi. Un’ora di cammino in un cortile di appena 10 metri. Ogni volta che viene fatto uscire dalla cella, viene perquisito e ammanettato. Quando entra, viene nuovamente perquisito.
Da quando è stato arrestato il 28 febbraio 2022, ha potuto ricevere le visite della moglie solo due volte, l’ultima il 16 giugno, con Ohiana, la moglie, accompagnata dalla madre e dal figlio maggiore di Pablo, che ha visto e sentito il padre per la prima volta da allora. Entrambe le visite avvengono alla presenza di una guardia carceraria e di un ufficiale dei servizi segreti polacchi.
Non gli è consentito comunicare telefonicamente con nessuno dei suoi tre figli, cosa che sta già causando danni psicologici al figlio più piccolo, di 8 anni. Le lettere gli arrivano, se gli arrivano, censurate e mesi dopo l’invio. Il suo avvocato spagnolo, Gonzalo Boyé, ha passato quasi un anno senza potersi occupare della sua difesa, a causa di impedimenti burocratici posti dalle autorità polacche
È necessario denunciare senza sosta la situazione che sta subendo questo prigioniero politico dell’Unione Europea, è necessario denunciare l’inettitudine intenzionale del governo spagnolo, guidato dal suo Ministro degli Affari Esteri, José Manuel Albares Bueno, il quale deliberatamente non si accontenta solo di ignorare Pablo, ma attraverso i suoi contatti di servitori e ruffiani sta inviando informazioni, senza alcun dato, ai media avvertendoli che si tratta di un caso molto grave e che non devono interferire…. come lui stesso ha dichiarato, testualmente, in televisione, violando il diritto alla presunzione di innocenza di un cittadino spagnolo.
La stessa Commissione europea ha “raccomandato alla Polonia di portare Pablo González in Spagna fino a un eventuale processo”. È quanto ha dichiarato il Commissario alla Giustizia, Didier J. L. Reynders, rispondendo a un’interrogazione dell’europarlamentare Idoia Villanueva.
Il Ministero degli Affari Esteri spagnolo non si è preoccupato neanche di fare questo, e non perché sia un po’ incompetente, ma dopo un anno e mezzo rende evidente il suo disprezzo per il diritto all’informazione e la presunta libertà di stampa. Non va dimenticato il fatto che Pablo è prigioniero in un Paese membro dell’Unione Europea.
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07/03/2023
Il giornalista Pablo Gonzalez ancora detenuto in Polonia
Sabato scorso il giornalista spagnolo Pablo Gonzalez ha ricevuto il premio per la libertà di espressione dall’associazione dei giornalisti spagnoli “Unió de Periodistes Valencians”. Ma il giornalista è ancora detenuto in isolamento in Polonia dove viene trattato come una possibile spia russa. Il 15 febbraio la Corte d’appello di Lublino – come avvenuto nello stigmatizzatissimo Egitto del caso di Patrick Zaki – ha prorogato la sua detenzione di altri tre mesi. È accusato di aver violato gli “interessi nazionali” della Polonia e rischia una pena detentiva fino a dieci anni.
Prima del suo arresto, Pablo González riferiva regolarmente dal Donbass da dopo il putsch di Maidan a Kiev.
È stato arrestato a marzo in Polonia mentre stava passando il confine ucraino per documentare la guerra in corso. Gonzales, esperto del mondo post-sovietico residente nei paesi baschi e padre di tre figli minorenni, è attualmente in carcere in Polonia con l’accusa, pesantissima, di spionaggio: le autorità polacche lo sospettano infatti di lavorare per il governo russo per il quale raccoglierebbe preziose informazioni.
“Lo abbiamo identificato come un agente della Direzione generale dell’intelligence militare di Mosca (Gru), approfittando del suo status di giornalista ha condotto delle azioni a profitto della Russia, anche in zone militari” afferma dell’ABW, l’agenzia di sicurezza interna di Varsavia. La procura polacca informa che Gonzales aveva con sé due passaporti (ma ha la doppia cittadinanza russo spagnola) e due carte di credito intestate però a due nomi differenti. Gonzales era già stato fermato una prima volta a inizio febbraio dalla polizia ucraina mentre rientrava dal Donbass da dove aveva realizzato alcuni reportage.
La Federazione internazionale ed europea dei giornalisti (IFJ-EFJ), che rappresenta le associazioni di giornalisti di circa 180 paesi, ha chiesto “il suo rilascio immediato e la garanzia che González venga giudicato in un processo equo”. Ma sul sito della italiana Federazione Nazionale dei giornalisti purtroppo non ne abbiamo trovato ancora traccia.
A metà febbraio, la sezione spagnola di Reporters sans frontières ha nuovamente chiesto che González fosse scarcerato. Il suo avvocato polacco, che non ha nominato lui stesso, ha detto all’IFJ-EFJ che la custodia cautelare in Polonia potrebbe durare diversi anni.
“È inaccettabile che un membro dell’Unione Europea arresti un giornalista in modo così arbitrario”, scrive l’associazione a nome dei suoi circa 600.000 membri. E ancora: “È un attacco alla libertà dei media e alla democrazia”. Nel frattempo, l'avvocato spagnolo di Gonzalez ha avvertito della continua mancanza di accesso al suo cliente. Questo vale anche per la sua famiglia e per i sostenitori di González in Spagna. Denunciano che la comunicazione con lui è estremamente difficile e che le lettere a volte vengono trattenute per diversi mesi. Secondo le sue stesse dichiarazioni, sua moglie ha potuto fargli visita solo nove mesi dopo il suo arresto e, come riportato dall’IFJ-EFJ, più recentemente alla fine di ottobre.
La Federazione europea dei giornalisti ha ricordato nel suo comunicato che sebbene il ricorso di González contro la sua classificazione come “prigioniero pericoloso” presso la Corte europea dei diritti dell’uomo sia andato a buon fine, “il reporter si trova ancora nello stesso dipartimento del sistema polacco di detenzione per prigionieri pericolosi”. Si dice che sia in isolamento 23 ore al giorno e sia ammanettato quando esce dalla sua cella. Reporters sans frontières riferisce inoltre che il giornalista deve spogliarsi più volte al giorno e può fare la doccia solo una volta alla settimana.
Finora, i funzionari polacchi non hanno indicato una data in cui González sarà portato davanti al tribunale. Né hanno rilasciato alcuna prova a sostegno della loro teoria secondo cui si tratta di un agente dell’intelligence russa. L’unico motivo dell’arresto finora è la doppia cittadinanza. González è figlio di repubblicani spagnoli fuggiti in Unione Sovietica dopo la guerra di Spagna. All’età di nove anni è tornato in Spagna con i suoi genitori.
González è considerato un esperto dei paesi post-sovietici. Ha riferito su questo argomento, tra gli altri, per il quotidiano Público e per l’emittente televisiva La Sexta. Senza alcuna prospettiva di un processo imminente, il giornalista rimane imprigionato e isolato in Polonia.
Fonte
Prima del suo arresto, Pablo González riferiva regolarmente dal Donbass da dopo il putsch di Maidan a Kiev.
È stato arrestato a marzo in Polonia mentre stava passando il confine ucraino per documentare la guerra in corso. Gonzales, esperto del mondo post-sovietico residente nei paesi baschi e padre di tre figli minorenni, è attualmente in carcere in Polonia con l’accusa, pesantissima, di spionaggio: le autorità polacche lo sospettano infatti di lavorare per il governo russo per il quale raccoglierebbe preziose informazioni.
“Lo abbiamo identificato come un agente della Direzione generale dell’intelligence militare di Mosca (Gru), approfittando del suo status di giornalista ha condotto delle azioni a profitto della Russia, anche in zone militari” afferma dell’ABW, l’agenzia di sicurezza interna di Varsavia. La procura polacca informa che Gonzales aveva con sé due passaporti (ma ha la doppia cittadinanza russo spagnola) e due carte di credito intestate però a due nomi differenti. Gonzales era già stato fermato una prima volta a inizio febbraio dalla polizia ucraina mentre rientrava dal Donbass da dove aveva realizzato alcuni reportage.
La Federazione internazionale ed europea dei giornalisti (IFJ-EFJ), che rappresenta le associazioni di giornalisti di circa 180 paesi, ha chiesto “il suo rilascio immediato e la garanzia che González venga giudicato in un processo equo”. Ma sul sito della italiana Federazione Nazionale dei giornalisti purtroppo non ne abbiamo trovato ancora traccia.
A metà febbraio, la sezione spagnola di Reporters sans frontières ha nuovamente chiesto che González fosse scarcerato. Il suo avvocato polacco, che non ha nominato lui stesso, ha detto all’IFJ-EFJ che la custodia cautelare in Polonia potrebbe durare diversi anni.
“È inaccettabile che un membro dell’Unione Europea arresti un giornalista in modo così arbitrario”, scrive l’associazione a nome dei suoi circa 600.000 membri. E ancora: “È un attacco alla libertà dei media e alla democrazia”. Nel frattempo, l'avvocato spagnolo di Gonzalez ha avvertito della continua mancanza di accesso al suo cliente. Questo vale anche per la sua famiglia e per i sostenitori di González in Spagna. Denunciano che la comunicazione con lui è estremamente difficile e che le lettere a volte vengono trattenute per diversi mesi. Secondo le sue stesse dichiarazioni, sua moglie ha potuto fargli visita solo nove mesi dopo il suo arresto e, come riportato dall’IFJ-EFJ, più recentemente alla fine di ottobre.
La Federazione europea dei giornalisti ha ricordato nel suo comunicato che sebbene il ricorso di González contro la sua classificazione come “prigioniero pericoloso” presso la Corte europea dei diritti dell’uomo sia andato a buon fine, “il reporter si trova ancora nello stesso dipartimento del sistema polacco di detenzione per prigionieri pericolosi”. Si dice che sia in isolamento 23 ore al giorno e sia ammanettato quando esce dalla sua cella. Reporters sans frontières riferisce inoltre che il giornalista deve spogliarsi più volte al giorno e può fare la doccia solo una volta alla settimana.
Finora, i funzionari polacchi non hanno indicato una data in cui González sarà portato davanti al tribunale. Né hanno rilasciato alcuna prova a sostegno della loro teoria secondo cui si tratta di un agente dell’intelligence russa. L’unico motivo dell’arresto finora è la doppia cittadinanza. González è figlio di repubblicani spagnoli fuggiti in Unione Sovietica dopo la guerra di Spagna. All’età di nove anni è tornato in Spagna con i suoi genitori.
González è considerato un esperto dei paesi post-sovietici. Ha riferito su questo argomento, tra gli altri, per il quotidiano Público e per l’emittente televisiva La Sexta. Senza alcuna prospettiva di un processo imminente, il giornalista rimane imprigionato e isolato in Polonia.
Fonte
07/02/2023
Il caso Pablo Gonzalez ed il crepuscolo del giardino europeo
Un cittadino europeo dell’area Schengen, un giornalista spagnolo, sta letteralmente marcendo in un carcere polacco senza processo da quasi un anno. Il suo nome è Pablo Gonzalez ed è stato arrestato il 28 febbraio 2022 in Polonia, mentre documentava al confine la situazione dei profughi ucraini.
In tutti questi mesi è stato sottoposto ad un regime duro di prigionia, ha potuto incontrare la moglie solo una volta, a novembre e per due ore, e per i primi sei mesi è stato sostanzialmente tenuto in uno stato di “incomunicabilità”, anche con il suo avvocato di fiducia. La data del processo viene di volta in volta rinviata, come nel caso Patrick Zaki. Ma a differenza dello studente egiziano, Gonzalez sconta una pena accessoria: il silenzio doloso dei media europei.
Per Madrid “regolare” il carcere preventivo per il giornalista
Il ministro degli Esteri spagnolo José Manuel Albares non intravede alcun problema, è tutto normale. In un’intervista rilasciata venerdì a Sesta, la testata spagnola con cui collaborava Gonzalez, Albares afferma che il processo è “entro i termini di legge”.
Assicura di aver verificato fin dal primo momento il rispetto dei diritti fondamentali, tra cui la presunzione di innocenza, ma “le accuse a suo carico sono gravissime e l’inchiesta è ancora in corso”.
Per il governo del socialista Pablo Sanchez il caso è assolutamente compatibile con uno Stato di diritto. Nella carcerazione preventiva e prolungata di un giornalista mentre svolge il suo lavoro non ravvisa nulla di irregolare.
I diritti violati nel giardino d’Europa
Per Ohiana Goiriena, moglie del giornalista, da noi contattata telefonicamente, i diritti fondamentali del marito sono stati rispettati solo ufficialmente. Nei fatti Gonzales è da quasi un anno in carcere senza processo, in regime di isolamento. Può uscire dalla cella solo un’ora al giorno, ammanettato. In questi mesi non gli è neanche stato concesso di parlare con i suoi tre figli. Solo a novembre ha potuto avere un incontro in carcere di due ore con la moglie. Fino ad allora era riuscito ad inviarle appena cinque lettere.
La corrispondenza cartacea è l’unica forma consentita di comunicazione con la famiglia, severamente sotto controllo. Goiriena racconta che le buste arrivano aperte e con il sigillo rosso della censura. In genere portano due mesi di ritardo, sia in invio che in arrivo.
Gli è preclusa anche la comunicazione con il suo avvocato di fiducia, Gonzalo Boyé. Solo dopo un mese dall’arresto è riuscito ad avere stabilmente un avvocato d’ufficio. La detenzione cautelare del giornalista è alla terza proroga e al momento la data del processo non è neanche all’orizzonte. È questo il giardino europeo di cui parla Borrell?
“No, i suoi diritti basilari non si stanno rispettando – spiega Goiriena – Noi dal 1 marzo chiediamo quattro cose: il diritto alle visite, il diritto alle comunicazioni telefoniche, il diritto ad avere un avvocato di fiducia, una data del processo. Ha diritto ad avere un processo giusto”.
La denuncia: condizioni carcerarie disumane e umilianti
L’intervento di Albares arriva poco dopo il reclamo di Gonzales, che alla vigilia del suo 11 mese in prigione preventiva ha presentato all’Ombudsman polacco una denuncia per condizioni disumane di carcerazione. A causa del suo status di detenuto “pericoloso”, Gonzales scrive di essere scarsamente alimentato, di stare in una cella umida e malsana, di essere trattato con procedure umilianti. Sarebbe infatti ammanettato ogni volta che esce dalla cella, che è sorvegliata 24 ore su 24.
“L’impossibilità di aprire la finestra provoca l’accumulo di umidità e, di conseguenza, la formazione di muffe sui muri. Sono rinchiuso in una cella senza ventilazione. D’estate la plastica attaccata al vetro e la mancanza di ventilazione provocano un effetto sauna”, spiega.
Le ragioni politiche della persecuzione
Goiriana non esclude che tra le motivazioni dell’arresto ci sia anche quella politica. Gonzalez collabora con testate ascrivibili alla sinistra extraparlamentare spagnola. È accusato di essere una spia russa per aver documentato la guerra nelle Repubbliche popolari del Donbass prima del 24 febbraio 2022. Per questo è stato segnalato dai servizi ucraini alle autorità polacche. Il pretesto per arrestarlo ed assegnarli lo stato di massima pericolosità è stato il doppio passaporto russo-spagnolo.
Il giornalista basco è un discendente dei cosiddetti “figli della guerra”, i figli dei repubblicani spagnoli inviati durante la guerra in Unione Sovietica. Ed è lì che è nato nel 1982 come Pavel Rubtsov. Dopo il divorzio dei genitori si è trasferito in Spagna, dove ha assunto il cognome della madre, spagnolizzando il suo nome in Pablo Gonzalez.
Proprio questo gli è valso l’accusa gravissima di spionaggio che giustificherebbe il carcere duro, secondo il ministro degli Esteri spagnolo.
Politica è anche la ragione dell’atteggiamento accomodante di Albares, secondo Goiriana.
“Nessun governo europeo in questo momento – spiega – vuole fare pressioni sulla Polonia, per via del suo ruolo chiave nel conflitto, sia per le forniture di armi che per l’accoglienza ai profughi. È inattaccabile”.
Il caso di Pablo Gonzalez ha mobilitato organizzazioni come Reporter senza Frontiere e Amnesty, ma ha avuto poco clamore mediatico fuori dalla Spagna. Eppure getta un’inquietante ombra sullo stato della democrazia europea, sulla libertà di espressione e di stampa, sulla tutela dei nostri diritti come cittadine e cittadini dell’UE: la Polonia che arresta per spionaggio un giornalista privandolo dei propri diritti fondamentali non è poi così diversa dall’Egitto che arresta Patrick Zaki.
Fonte
In tutti questi mesi è stato sottoposto ad un regime duro di prigionia, ha potuto incontrare la moglie solo una volta, a novembre e per due ore, e per i primi sei mesi è stato sostanzialmente tenuto in uno stato di “incomunicabilità”, anche con il suo avvocato di fiducia. La data del processo viene di volta in volta rinviata, come nel caso Patrick Zaki. Ma a differenza dello studente egiziano, Gonzalez sconta una pena accessoria: il silenzio doloso dei media europei.
Per Madrid “regolare” il carcere preventivo per il giornalista
Il ministro degli Esteri spagnolo José Manuel Albares non intravede alcun problema, è tutto normale. In un’intervista rilasciata venerdì a Sesta, la testata spagnola con cui collaborava Gonzalez, Albares afferma che il processo è “entro i termini di legge”.
Assicura di aver verificato fin dal primo momento il rispetto dei diritti fondamentali, tra cui la presunzione di innocenza, ma “le accuse a suo carico sono gravissime e l’inchiesta è ancora in corso”.
Per il governo del socialista Pablo Sanchez il caso è assolutamente compatibile con uno Stato di diritto. Nella carcerazione preventiva e prolungata di un giornalista mentre svolge il suo lavoro non ravvisa nulla di irregolare.
I diritti violati nel giardino d’Europa
Per Ohiana Goiriena, moglie del giornalista, da noi contattata telefonicamente, i diritti fondamentali del marito sono stati rispettati solo ufficialmente. Nei fatti Gonzales è da quasi un anno in carcere senza processo, in regime di isolamento. Può uscire dalla cella solo un’ora al giorno, ammanettato. In questi mesi non gli è neanche stato concesso di parlare con i suoi tre figli. Solo a novembre ha potuto avere un incontro in carcere di due ore con la moglie. Fino ad allora era riuscito ad inviarle appena cinque lettere.
La corrispondenza cartacea è l’unica forma consentita di comunicazione con la famiglia, severamente sotto controllo. Goiriena racconta che le buste arrivano aperte e con il sigillo rosso della censura. In genere portano due mesi di ritardo, sia in invio che in arrivo.
Gli è preclusa anche la comunicazione con il suo avvocato di fiducia, Gonzalo Boyé. Solo dopo un mese dall’arresto è riuscito ad avere stabilmente un avvocato d’ufficio. La detenzione cautelare del giornalista è alla terza proroga e al momento la data del processo non è neanche all’orizzonte. È questo il giardino europeo di cui parla Borrell?
“No, i suoi diritti basilari non si stanno rispettando – spiega Goiriena – Noi dal 1 marzo chiediamo quattro cose: il diritto alle visite, il diritto alle comunicazioni telefoniche, il diritto ad avere un avvocato di fiducia, una data del processo. Ha diritto ad avere un processo giusto”.
La denuncia: condizioni carcerarie disumane e umilianti
L’intervento di Albares arriva poco dopo il reclamo di Gonzales, che alla vigilia del suo 11 mese in prigione preventiva ha presentato all’Ombudsman polacco una denuncia per condizioni disumane di carcerazione. A causa del suo status di detenuto “pericoloso”, Gonzales scrive di essere scarsamente alimentato, di stare in una cella umida e malsana, di essere trattato con procedure umilianti. Sarebbe infatti ammanettato ogni volta che esce dalla cella, che è sorvegliata 24 ore su 24.
“L’impossibilità di aprire la finestra provoca l’accumulo di umidità e, di conseguenza, la formazione di muffe sui muri. Sono rinchiuso in una cella senza ventilazione. D’estate la plastica attaccata al vetro e la mancanza di ventilazione provocano un effetto sauna”, spiega.
Le ragioni politiche della persecuzione
Goiriana non esclude che tra le motivazioni dell’arresto ci sia anche quella politica. Gonzalez collabora con testate ascrivibili alla sinistra extraparlamentare spagnola. È accusato di essere una spia russa per aver documentato la guerra nelle Repubbliche popolari del Donbass prima del 24 febbraio 2022. Per questo è stato segnalato dai servizi ucraini alle autorità polacche. Il pretesto per arrestarlo ed assegnarli lo stato di massima pericolosità è stato il doppio passaporto russo-spagnolo.
Il giornalista basco è un discendente dei cosiddetti “figli della guerra”, i figli dei repubblicani spagnoli inviati durante la guerra in Unione Sovietica. Ed è lì che è nato nel 1982 come Pavel Rubtsov. Dopo il divorzio dei genitori si è trasferito in Spagna, dove ha assunto il cognome della madre, spagnolizzando il suo nome in Pablo Gonzalez.
Proprio questo gli è valso l’accusa gravissima di spionaggio che giustificherebbe il carcere duro, secondo il ministro degli Esteri spagnolo.
Politica è anche la ragione dell’atteggiamento accomodante di Albares, secondo Goiriana.
“Nessun governo europeo in questo momento – spiega – vuole fare pressioni sulla Polonia, per via del suo ruolo chiave nel conflitto, sia per le forniture di armi che per l’accoglienza ai profughi. È inattaccabile”.
Il caso di Pablo Gonzalez ha mobilitato organizzazioni come Reporter senza Frontiere e Amnesty, ma ha avuto poco clamore mediatico fuori dalla Spagna. Eppure getta un’inquietante ombra sullo stato della democrazia europea, sulla libertà di espressione e di stampa, sulla tutela dei nostri diritti come cittadine e cittadini dell’UE: la Polonia che arresta per spionaggio un giornalista privandolo dei propri diritti fondamentali non è poi così diversa dall’Egitto che arresta Patrick Zaki.
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04/03/2022
Guerra in Ucraina - Tra le vittime anche l’informazione. Giornalisti presi di mira da entrambi i fronti
di Marco Santopadre
Il 28 febbraio il giornalista Pablo González, collaboratore di numerosi media progressisti baschi e spagnoli – dai quotidiani Gara e Publico – e dell’agenzia di stampa Efe, è stato arrestato in Polonia perché accusato di “attività contro lo stato”.
A informare dell’arresto è stato il legale del giornalista, Gonzalo Boye, che ha immediatamente chiesto la messa in libertà del suo assistito e la protezione della sua incolumità fisica.
All’inizio di febbraio González, mentre si trovava con alcuni collaboratori nella porzione di Donbass sotto il controllo ucraino per documentare gli effetti del conflitto con le Repubbliche indipendentiste, era stato contattato dai servizi segreti di Kiev che gli avevano intimato di presentarsi urgentemente nella capitale per essere interrogato. Giunto a Kiev con due colleghi, il 6 febbraio González era stato fermato per alcune ore, interrogato e accusato di “lavorare per Mosca”.
Dopo aver copiato il contenuto del suo smartphone, gli agenti gli avevano imposto di lasciare il paese entro tre giorni, pur in mancanza di un documento ufficiale di espulsione dall’Ucraina.
Mentre González denunciava l’accaduto al personale dell’ambasciata di Spagna a Kiev e al Console Generale di Madrid nella capitale ucraina, e il quotidiano Publico chiedeva spiegazioni al Ministero degli Esteri spagnolo, alcuni agenti del CNI – i servizi di intelligence spagnoli – si sono presentati a casa dei familiari e di alcuni amici del giornalista nel Paese Basco e in Catalogna, rivolgendo loro numerose e insistenti domande sulle sue attività. Ripetendo le accuse rivolte al reporter dai servizi ucraini, quelli spagnoli hanno allertato amici e parenti che González era sospettato di passare informazioni al governo russo in quanto collaboratore del quotidiano basco Gara (vicino alla sinistra indipendentista) «notoriamente pro-ETA e sovvenzionato da Mosca».
A quel punto il reporter ha abbandonato l’Ucraina per tornare in Spagna. Il 24 febbraio, però, González ha deciso di spostarsi in Polonia per seguire l’afflusso di profughi in fuga dai bombardamenti e dall’invasione russa, realizzando reportage per alcuni quotidiani e per l’emittente televisiva “La Sexta”.
La mattina di lunedì alcuni agenti dell’ABW (Agencja Bezpieczeństwa Wewnętrznego, “Agenzia di sicurezza interna”) hanno fatto irruzione nella stanza dell’hotel di Rzeszow dove alloggiava, nei pressi della frontiera con l’Ucraina, e lo hanno arrestato con l’accusa di aver partecipato ad «attività contro lo stato polacco».
Dal momento dell’arresto al giornalista è stato permesso soltanto di avvisare il suo legale ma poi González è stato sempre tenuto in stato di completo isolamento ed è stato ripetutamente interrogato senza che il suo avvocato potesse assisterlo e senza poter incontrare il personale diplomatico spagnolo di Varsavia.
Protestano giornalisti ed esponenti politici
Nato a Mosca da genitori baschi che avevano trovato rifugio in Unione Sovietica dopo la vittoria dei franchisti, Pablo González è un esperto di conflitti nello spazio post-sovietico. Negli ultimi dieci anni è stato corrispondente speciale per numerosi media seguendo, tra gli altri, la ribellione del 2014 in Ucraina contro il governo Yanukovich, poi il conflitto in Donbass e in seguito la guerra nel Nagorno-Karabakh.
La presidente dell’Associazione Basca dei Giornalisti, Amaia Goikoetxea, ha espresso la sua profonda preoccupazione e ha chiesto al governo spagnolo che fornisca informazioni chiare e tempestive sulla situazione del reporter arrestato. «I governi hanno l’obbligo di garantire la sicurezza dei giornalisti soprattutto in situazioni di conflitto» ha ricordato Goikoetxea. International Press Institute (IPI) ha chiesto al Ministero degli Esteri della Polonia il rilascio immediato del giornalista e di spiegare le ragioni dell’arresto, così come la Plataforma por la Libertad de Información. All’appello si sono unite anche l’Associazione della Stampa e il Sindacato dei Giornalisti di Madrid, mentre la sezione spagnola di Reporter Senza Frontiere ha definito l’arresto «un attentato alla libertà d’informazione». Numerosi anche gli esponenti politici che hanno denunciato il carattere inaccettabile della detenzione e la violazione del diritto dei giornalisti a svolgere il proprio lavoro. Tra questi il deputato di EH Bildu (centrosinistra indipendentista basco) Jon Inarritu, il deputato Antón Gómez-Reino (Galicia En Común) e Jaume Asens (Unidas Podemos). L’ex leader di Podemos Pablo Iglesias ha chiesto al governo spagnolo di fare tutto ciò che è in suo potere per ottenere la scarcerazione del giornalista ed ha criticato la mancanza di iniziativa, finora, da parte del Ministero degli Esteri.
La censura alza i muri
La detenzione di Pablo González in un paese dell’Unione Europea non è che uno dei tanti episodi – per quanto grave – di violazione della libertà di informazione e di espressione che si registrano in questi giorni.
All’inizio della settimana il presidente della Commissione della Duma per la Sicurezza e la lotta alla corruzione, Vasily Piskarev, ha informato che la diffusione di notizie false relative all’intervento militare russo in Ucraina sarà soggetta a una pena massima di 15 anni di reclusione. Alcuni media russi non allineati col governo – la tv Dozhd e Radio Eco di Mosca – si son visti ritirare le licenze mentre si moltiplicano gli episodi di censura e le minacce nei confronti degli operatori dell’informazione russi che resistono al divieto di utilizzare, per descrivere la cosiddetta “operazione speciale di Mosca in Ucraina”, termini come “guerra”, “invasione” o vittime civili.
Ma anche da questo lato della nuova cortina di ferro, come dimostra anche il caso González, le cose non vanno affatto bene. Mentre le istituzioni e i media più allineati alla propaganda bellicista contribuiscono a diffondere una sconcertante russofobia, nei giorni scorsi la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha annunciato che la Ue mette al bando l’agenzia di stampa russa Sputnik e il canale Russia Today in modo che «non possano più diffondere le loro menzogne per giustificare la guerra di Putin con la loro disinformazione tossica in Europa». Da ieri è iniziato quindi l’iter di chiusura delle cinque sedi europee di Rt e dell’agenzia Sputnik. Alle accuse di censura – provenienti dalle associazioni e dai sindacati dei giornalisti di numerosi paesi europei – la Commissione Europea replica che si tratta “esclusivamente” di una misura di carattere economico – attraverso il sequestro dei conti bancari dei media finanziati dal Cremlino – e non di una sanzione al lavoro dei giornalisti. L’effetto, però, è lo stesso, unito alla contestuale sospensione delle licenze da parte dei singoli stati e della chiusura dei canali e dei profili dei media russi da parte dei gestori dei social network.
Alcune piattaforme satellitari attive in Europa hanno poi interrotto la trasmissione di altri canali russi.
Poco importa che a diffondere propaganda di guerra – invece di informazioni indipendenti, obiettive e verificate – non siano solo i media russi, ma anche molti di quelli europei o statunitensi.
Fonte
Il 28 febbraio il giornalista Pablo González, collaboratore di numerosi media progressisti baschi e spagnoli – dai quotidiani Gara e Publico – e dell’agenzia di stampa Efe, è stato arrestato in Polonia perché accusato di “attività contro lo stato”.
A informare dell’arresto è stato il legale del giornalista, Gonzalo Boye, che ha immediatamente chiesto la messa in libertà del suo assistito e la protezione della sua incolumità fisica.
All’inizio di febbraio González, mentre si trovava con alcuni collaboratori nella porzione di Donbass sotto il controllo ucraino per documentare gli effetti del conflitto con le Repubbliche indipendentiste, era stato contattato dai servizi segreti di Kiev che gli avevano intimato di presentarsi urgentemente nella capitale per essere interrogato. Giunto a Kiev con due colleghi, il 6 febbraio González era stato fermato per alcune ore, interrogato e accusato di “lavorare per Mosca”.
Dopo aver copiato il contenuto del suo smartphone, gli agenti gli avevano imposto di lasciare il paese entro tre giorni, pur in mancanza di un documento ufficiale di espulsione dall’Ucraina.
Mentre González denunciava l’accaduto al personale dell’ambasciata di Spagna a Kiev e al Console Generale di Madrid nella capitale ucraina, e il quotidiano Publico chiedeva spiegazioni al Ministero degli Esteri spagnolo, alcuni agenti del CNI – i servizi di intelligence spagnoli – si sono presentati a casa dei familiari e di alcuni amici del giornalista nel Paese Basco e in Catalogna, rivolgendo loro numerose e insistenti domande sulle sue attività. Ripetendo le accuse rivolte al reporter dai servizi ucraini, quelli spagnoli hanno allertato amici e parenti che González era sospettato di passare informazioni al governo russo in quanto collaboratore del quotidiano basco Gara (vicino alla sinistra indipendentista) «notoriamente pro-ETA e sovvenzionato da Mosca».
A quel punto il reporter ha abbandonato l’Ucraina per tornare in Spagna. Il 24 febbraio, però, González ha deciso di spostarsi in Polonia per seguire l’afflusso di profughi in fuga dai bombardamenti e dall’invasione russa, realizzando reportage per alcuni quotidiani e per l’emittente televisiva “La Sexta”.
La mattina di lunedì alcuni agenti dell’ABW (Agencja Bezpieczeństwa Wewnętrznego, “Agenzia di sicurezza interna”) hanno fatto irruzione nella stanza dell’hotel di Rzeszow dove alloggiava, nei pressi della frontiera con l’Ucraina, e lo hanno arrestato con l’accusa di aver partecipato ad «attività contro lo stato polacco».
Dal momento dell’arresto al giornalista è stato permesso soltanto di avvisare il suo legale ma poi González è stato sempre tenuto in stato di completo isolamento ed è stato ripetutamente interrogato senza che il suo avvocato potesse assisterlo e senza poter incontrare il personale diplomatico spagnolo di Varsavia.
Protestano giornalisti ed esponenti politici
Nato a Mosca da genitori baschi che avevano trovato rifugio in Unione Sovietica dopo la vittoria dei franchisti, Pablo González è un esperto di conflitti nello spazio post-sovietico. Negli ultimi dieci anni è stato corrispondente speciale per numerosi media seguendo, tra gli altri, la ribellione del 2014 in Ucraina contro il governo Yanukovich, poi il conflitto in Donbass e in seguito la guerra nel Nagorno-Karabakh.
La presidente dell’Associazione Basca dei Giornalisti, Amaia Goikoetxea, ha espresso la sua profonda preoccupazione e ha chiesto al governo spagnolo che fornisca informazioni chiare e tempestive sulla situazione del reporter arrestato. «I governi hanno l’obbligo di garantire la sicurezza dei giornalisti soprattutto in situazioni di conflitto» ha ricordato Goikoetxea. International Press Institute (IPI) ha chiesto al Ministero degli Esteri della Polonia il rilascio immediato del giornalista e di spiegare le ragioni dell’arresto, così come la Plataforma por la Libertad de Información. All’appello si sono unite anche l’Associazione della Stampa e il Sindacato dei Giornalisti di Madrid, mentre la sezione spagnola di Reporter Senza Frontiere ha definito l’arresto «un attentato alla libertà d’informazione». Numerosi anche gli esponenti politici che hanno denunciato il carattere inaccettabile della detenzione e la violazione del diritto dei giornalisti a svolgere il proprio lavoro. Tra questi il deputato di EH Bildu (centrosinistra indipendentista basco) Jon Inarritu, il deputato Antón Gómez-Reino (Galicia En Común) e Jaume Asens (Unidas Podemos). L’ex leader di Podemos Pablo Iglesias ha chiesto al governo spagnolo di fare tutto ciò che è in suo potere per ottenere la scarcerazione del giornalista ed ha criticato la mancanza di iniziativa, finora, da parte del Ministero degli Esteri.
La censura alza i muri
La detenzione di Pablo González in un paese dell’Unione Europea non è che uno dei tanti episodi – per quanto grave – di violazione della libertà di informazione e di espressione che si registrano in questi giorni.
All’inizio della settimana il presidente della Commissione della Duma per la Sicurezza e la lotta alla corruzione, Vasily Piskarev, ha informato che la diffusione di notizie false relative all’intervento militare russo in Ucraina sarà soggetta a una pena massima di 15 anni di reclusione. Alcuni media russi non allineati col governo – la tv Dozhd e Radio Eco di Mosca – si son visti ritirare le licenze mentre si moltiplicano gli episodi di censura e le minacce nei confronti degli operatori dell’informazione russi che resistono al divieto di utilizzare, per descrivere la cosiddetta “operazione speciale di Mosca in Ucraina”, termini come “guerra”, “invasione” o vittime civili.
Ma anche da questo lato della nuova cortina di ferro, come dimostra anche il caso González, le cose non vanno affatto bene. Mentre le istituzioni e i media più allineati alla propaganda bellicista contribuiscono a diffondere una sconcertante russofobia, nei giorni scorsi la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha annunciato che la Ue mette al bando l’agenzia di stampa russa Sputnik e il canale Russia Today in modo che «non possano più diffondere le loro menzogne per giustificare la guerra di Putin con la loro disinformazione tossica in Europa». Da ieri è iniziato quindi l’iter di chiusura delle cinque sedi europee di Rt e dell’agenzia Sputnik. Alle accuse di censura – provenienti dalle associazioni e dai sindacati dei giornalisti di numerosi paesi europei – la Commissione Europea replica che si tratta “esclusivamente” di una misura di carattere economico – attraverso il sequestro dei conti bancari dei media finanziati dal Cremlino – e non di una sanzione al lavoro dei giornalisti. L’effetto, però, è lo stesso, unito alla contestuale sospensione delle licenze da parte dei singoli stati e della chiusura dei canali e dei profili dei media russi da parte dei gestori dei social network.
Alcune piattaforme satellitari attive in Europa hanno poi interrotto la trasmissione di altri canali russi.
Poco importa che a diffondere propaganda di guerra – invece di informazioni indipendenti, obiettive e verificate – non siano solo i media russi, ma anche molti di quelli europei o statunitensi.
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