Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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22/07/2016

L’ospite imprevisto: il “polo imperialista fondamentalista”

Quando è crollata l’Unione Sovietica, e quindi tutto il “polo socialista reale”, per qualche anno è sembrato che il mondo fosse sostanzialmente uno ed omogeneo (la “globalizzazione”). La crisi ha però macinato con indifferente ruvidità questa immagine. Oggi il mondo appare – a chi vuol vedere – decisamente multipolare, e l’ex “guardiano globale” fa sempre più fatica a imporre una sua qualsiasi soluzione. Anche perché, come si è visto dal 2001 in poi, con la “guerra infinita” di Bush junior e successori, palesemente non ha più soluzioni da offrire.

Tutti vedono il polo statunitense, quello russo e quello cinese. Molti cominciano a capire che c’è un polo europeo che cerca una sua struttura interna e un suo ruolo autonomo, pur essendo tutto dentro la Nato.

Ma c’è un polo che finora nessuno è riuscito ad indagare, sgombrando il campo dalle parole-tabù – il “terrorismo” – che impediscono di fare scienza e riducono la complessità del reale a favoletta morale (i “buoni” occidentali contro i “cattivi” che sono altro da noi).

E’ tempo di inquadrare questa presenza, un soggetto rilevante nella “guerra asimmetrica” che da oltre 15 anni percorre il mondo. E naturalmente c’è molto da lavorare...

*****

L’imperialismo è una tigre di carta. Limiti e contraddizioni delle élite globali.

Il contadino, il declassato, l’affamato è, degli sfruttati, quello che scopre per primo che soltanto la violenza paga. Per lui non c’è compromesso, non c’è possibilità di accomodamento. La colonizzazione o la decolonizzazione, è semplicemente un rapporto di forze.
(F. Fanon, I dannati della terra)

L’operazione militare condotta dai soldati del “polo imperialista fondamentalista” a Dacca sembra meritare molto di più che un semplice commento. Tale episodio consente, infatti, di gettare uno sguardo non secondario dentro le contraddizioni palesemente insanabili che la fase imperialista globale ha aperto. Tralasciamo, perché già affrontato in precedenza1, la matrice imperialista che sta alla base di questi avvenimenti per concentrare l’attenzione sulla “linea di condotta” politico/militare di quello che è possibile definire come “polo imperialista fondamentalista”; sull’impasse in cui si ritrovano i vecchi imperialismi; infine sulle ricadute che tutto ciò comporta per il movimento comunista e antagonista.

Cominciamo, intanto, con il porre in evidenza le non secondarie differenze tra la “operazione Dacca” e le “operazioni Parigi”. Mentre nelle operazioni parigine a essere colpiti sono stati essenzialmente i simboli e i rituali propri dello stile di vita delle popolazioni occidentali socialmente incluse, a Dacca sono state colpite le funzioni che gli occidentali rivestivano in quel contesto. Nel primo caso abbiamo un’operazione bellica finalizzata a riportare la dimensione della guerra dentro i territori metropolitani colpendo, questa l’essenza strategica dell’operazione, in maniera indistinta la popolazione. Una linea che, come sembrano dimostrare i “fatti di Nizza” consumatisi mentre si stavano estendendo queste note, tende essere non solo reiterata ma continuamente rafforzata 2. In questo modo, con il restituire alle popolazioni indigene la normale condizione esistenziale delle popolazioni quotidianamente immerse negli scenari di guerra, si è imposto un clima di insicurezza generalizzata di cui, obiettivamente, non è possibile venire a capo. Nel momento in cui le forze avversarie colpiscono a trecentosessanta gradi, nessun governo, per quanto efficace ed efficiente, è in grado di tutelare la sicurezza della propria popolazione 3. Ciò, del resto, non è una novità. Nel corso delle guerre convenzionali, quando l’aviazione nemica arrivava sopra i cieli delle città, il governo di turno poteva solo approntare una serie di rifugi anti aerei senza per questo poter garantire che tutti sarebbero stati in grado di raggiungerli in tempo. In una guerra in cui i bombardamenti non possono neppure essere annunciati da alcun radar, la vita degli individui non può che dipendere dal caso, cioè dalla buona o cattiva sorte di ciascuno. A Parigi, Bruxelles, Nizza ecc. questo obiettivo, il rendere per i cittadini occidentali del tutto casuale la vita e la morte (come del resto accade ogni giorno dentro gli innumerevoli scenari di guerra), è stato ampiamente raggiunto dalle truppe jihadiste. In questo modo la guerra è entrata a far parte anche del quotidiano della popolazione occidentale. In seconda battuta queste operazioni hanno assolto a una corposa funzione di propaganda poiché hanno mostrato alle popolazioni sotto assedio che è possibile ripagare il nemico con la stessa moneta: quindi, colpendo i mondi dell’inclusione sociale, si è inteso dare rappresentazione e sfogo a quel ressentiment proprio degli esclusi delle metropoli europee globalizzate. Alle popolazioni sotto scacco e ai globalizzati in basso di “pelle scura” quelle operazioni avevano il compito di parlare e di offrire una via di fuga. E così hanno fatto. La sostanziale “omertà”, degna della Corleone dei tempi d’oro, della quale sembrano potersi avvalere i nuclei dei soldati islamisti dentro i territori metropolitani è qualcosa che può ignorare solo chi, eludendo le contraddizioni oggettive prodotte dal proprio sistema imperialista, non riesce a far altro che ricondurre il tutto a un astorico e immateriale scontro di civiltà.

Nel caso delle operazioni di Dacca lo scenario politico/militare cambia completamente. Gli obiettivi non sono indistinti ma assolutamente selezionati. Senza troppi rigiri di parole sono state colpite le diverse sfaccettature del comando capitalistico occidentale. Le condizioni di vita, prossime al servaggio e alla semischiavitù, della stragrande maggioranza della popolazione bengalese sono quanto mai note. Ciò fa sì che quel paese sia diventato particolarmente appetibile per l’imprenditoria internazionale poiché le condizioni lavorative consentono di ricavare profitti inimmaginabili. Non staremo quindi a ripetere cose ampiamente note. Ci troviamo all’interno di un contesto propriamente coloniale dove la borghesia locale collabora in piena sinergia con il comando capitalistico internazionale al più bieco sfruttamento delle masse subalterne. L’azione dei soldati jhiadisti ha colpito esattamente lì. Ha colpito il sistema imperialista e coloniale offrendo una sponda di lotta e di riscatto non secondaria alle popolazioni oppresse. Tutto questo nel nome di un neomillenarismo religioso che proclama, qui e ora, l’epopea dell’avvento. Con ciò, i vessilli dell’Islam politico e radicale, sventolano rigogliosi e minacciosi tra i cuori delle plebi. Una fede di lotta, di guerra e di riscatto risveglia i loro corpi intorpiditi e macerati dallo sfruttamento capitalistico. Ecco che, di colpo, il marxiano gemito degli oppressi riemerge in tutta la sua concretezza storica, diventando arma non irrisoria bensì strategica di una giovane forza imperialista che questo gemito ha piegato ai propri interessi. Certo, l’imperialismo che alimenta e foraggia lo jhiadismo è ben poco interessato all’emancipazione delle popolazioni dominate dall’imperialismo occidentale ma questo, a conti fatti, ha ben poca importanza. Centrale è il fatto che l’imperialismo a dominanza islamista può far suo il gemito degli oppressi perché agisce all’interno di una contraddizione reale. Agli occhi delle popolazioni oppresse, vessate e schiavizzate, quell’azione, condotta in maniera volutamente violenta e barbarica, non può che essere percepita come vendetta e riscatto. Tanto più, c’è da scommetterci, ampia ed esecrata sarà la condanna da parte del mondo occidentale e del governo bengalese, tanto più l’operazione avrà riscaldato i cuori degli oppressi, non solo in Bangladesh. I corpi martoriati degli imperialisti occidentali, per le popolazioni oppresse non potranno che rappresentare allo stesso tempo una vendetta e il simbolo di un riscatto. Tanto più il mondo occidentale si mostrerà disgustato, tanto più un’altra parte del mondo esulterà. È così difficile comprenderlo? Si dirà: “Non tutti gli occidentali messi a morte erano vampiri giunti in Bangladesh per succhiare il sangue della popolazione indigena. Tra questi vi erano anche persone estranee al ciclo produttivo. Persone che erano lì per svolgere attività in “favore” delle popolazioni locali”. Al proposito occorre tornare a un passaggio de I dannati della terra ed esattamente la dove, Fanon, smaschera l’essenza del mondo coloniale:
“Il mondo colonizzato è un mondo scisso in due. Lo spartiacque, il confine è indicato dalle caserme e dai commissariati di polizia. In colonia l’interlocutore valido e istituzionale del colonizzato, il portavoce del colono e del regime di oppressione, è il gendarme o il soldato. Nelle società di tipo capitalista, l’insegnamento, religioso o laico, la formazione di riflessi morali trasmissibili di padre in figlio, l’onestà esemplare di operai decorati dopo cinquant’anni di fedele servizio, l’amore incoraggiato dell’armonia e della saggezza, forme estetiche del rispetto dell’ordine costituito, creano intorno allo sfruttamento un’atmosfera di sottomissione e di inibizione che allevia notevolmente il compito delle forze dell’ordine. Nei paesi capitalisti, tra lo sfruttato e il potere si frappone una caterva di professori di morale, di consiglieri di “disorientatori”. Nelle regioni coloniali, invece, il gendarme e il soldato, con la loro presenza immediata, i loro interventi diretti e frequenti, mantengono il contatto col colonizzato e gli consigliano, a colpi di sfollagente o di napalm, di non muoversi. Come si vede, l’intermediario del potere usa un linguaggio di pura violenza. L’intermediario non allieva l’oppressione, non cela il predominio. Li espone, li manifesta con la buona coscienza delle forze dell’ordine. L’intermediario porta la violenza nelle case e nei cervelli del colonizzato”. 4
Come ci ricorda Fanon nel passo appena citato, nel mondo coloniale non esistono zone franche, figure non compromesse poiché tutte appartengono, e sono direttamente funzionali, al mondo degli oppressori. Esattamente da qui occorre partire. Su questo fatto, tanto ovvio quanto banale, fa leva l’imperialismo a dominanza islamista. Certo, come sappiamo benissimo, né Maometto né il Corano potranno emancipare gli oppressi, semmai anzi, dare una nuova giustificazione all’oppressione ma, al momento, occorre riconoscere che solo questa forma alienata sta conquistando il cuore e le menti dei nuovi schiavi. Per questa alienazione sono pronti a combattere e morire quote non secondarie di subalterni. A delinearsi è una guerra quanto mai complessa. Una guerra all’interno della quale masse non secondarie di subalterni sembrano sentirsi direttamente coinvolte il che pone, oggettivamente, non pochi problemi alle tradizionali consorterie imperialiste.

Di fronte a tutto ciò è facile osservare tanto le contraddizioni quanto le debolezze che caratterizzano le vecchie potenze imperialiste. Queste, a partire dal crollo dell’URSS, hanno rimodellato la forma guerra in chiave decisamente post industriale, ovvero hanno considerato del tutto superata la dimensione di massa della guerra. Ciò ha comportato una serie di ricadute non semplicemente di natura militare. Del resto se la guerra non è altro che la continuazione della politica con altri mezzi è tanto ovvio quanto banale che una ridefinizione della forma guerra comporti una radicale trasformazione di tutti gli assetti politici, economici e sociali e, con questi, una messa in forma statuale adeguata al modo in cui è concettualizzata la guerra. In virtù di ciò la popolazione ha iniziato a essere considerata come elemento privo di interesse strategico per la volontà di potenza degli imperialismi occidentali e, conseguentemente a ciò, relegata nell’ambito dell’esclusione sociale e politica. In poche parole, nei nostri mondi, la guerra è diventata qualcosa di estraneo e distante dalla popolazione, per essere totalmente appaltata agli specialisti. Tutta la politica militare occidentale, come dimostrano ampiamente le recenti esercitazioni NATO, verte esattamente su ciò 5. Un immenso dispiegamento di tecnologia coadiuvata da una élite umana dalle sembianze sempre più vicine a Robocop. Questo, andando al sodo, il modo in cui l’imperialismo occidentale si è attrezzato per la guerra. Palesemente tutto ciò si sta dimostrando completamente impotente di fronte a una forza imperialista come quella a matrice arabo/fondamentalista che proprio sulle masse e sul loro coinvolgimento attivo ha edificato il suo progetto politico/militare. Considerata esaurita l’epopea delle società di massa, l’imperialismo occidentale, in maniera del tutto autistica, ha pensato il mondo a propria immagine e somiglianza. I conti cominciano a non tornare e proprio sul terreno bellico, ovvero il punto di tensione massimo del politico, gli imperialismi occidentali stanno mostrando di essere dentro un impasse che li rende sempre più simile a un autentica tigre di carta. D’altra parte, l’imperialismo non può, perché è un fatto strutturale e non di buona o cattiva volontà, uscire dalle proprie contraddizioni. Per certi versi il suo destino, o almeno quello dei vecchi imperialismi, sembra essere segnato. Nuove forze imperialiste stanno emergendo. La crisi ha già dato il la a una fase di guerra guerreggiata. Dobbiamo pertanto chiederci se e come, in questa guerra, le forze comuniste siano in grado di starvi dentro al fine di spezzare la macchina imperialista. Su una cosa, almeno, pare sensato ragionare: come catturare il consenso delle sterminate masse subalterne in “pelle scura” globalizzate in basso. Senza troppi rigiri di parole dobbiamo chiederci se siamo in grado di competere, sul piano dell’egemonia politica, con quel gemito degli oppressi che sembra mietere successi non proprio irrilevanti sia all’interno dei nostri mondi, sia su scala internazionale. Sulla scia di ciò si pone, in maniera non artificiosa e accademica, la questione di quale forma, nel contesto della fase globale imperialista, debba darsi l’internazionalismo proletario. In un mondo che si è fatto uno, come Dacca è lì a ricordarci, è ancora pensabile una “linea di condotta” che, di fatto, continua a pensare l’esistenza di un qui e di un la rigidamente separati? Possiamo, a conti fatti, continuare a pensare ed agire come se Dacca, ovvero le masse bengalesi, fossero qualcosa che non ci riguarda? Dobbiamo continuare ad agire e pensare come se mappa e territorio coincidessero oppure dobbiamo iniziare a sforzarci di comprendere mappa e territorio dentro l’era globale? Realisticamente è pensabile neutralizzare le sirene islamiste, che obiettivamente agiscono con una logica internazionale, rimanendo prigionieri delle nostre vecchie e care mappe concettuali? Di fatto, ed è ciò che il gemito degli oppressi testimonia, l’era globale ha unificato la condizione subalterna e proletaria. Ma se questo prodotto del sistema imperialista stesso non è colto nella sua “concretezza”, non potranno che essere le forze capitaliste, sicuramente sotto nuova veste, ad avvantaggiarsene. Mai come oggi socialismo o barbarie è la sola posta in gioco. Restare fuori dai giochi, oggi, equivale condannarsi alla barbarie, di questo occorre averne consapevolezza.

Note:
1 G. Bausano, E. Quadrelli, Della guerra Crisi e conflitti dell’imperialismo in www.sinistrainrete.info
2 Tutto ciò senza dimenticarne l’aspetto economicamente devastante. Difficile, infatti, non immaginare le ricadute negative che questa operazione avrà in una zona che vive non poco di e sul turismo. Un turismo, anche questo non sembra irrilevante, di caratura medio – alta all’interno di un territorio politico particolarmente xenofobo e razzista.
3 L’illusione, più volte coltivata in questi ultimi mesi, di consegnare all’intelligence la messa in sicurezza dei territori e della popolazione appare ben poco realistica. La forza che l’esercito islamista è in grado di mettere in campo sfugge a qualunque “modello concettuale” delle Agenzie di intelligence. Questo, almeno dentro le metropoli globalizzate, recluta tra i nuovi dannati della terra i quali, a quanto pare, per diventare soldati operativi dell’esercito islamista non devono passare attraverso particolari forme di indottrinamento politico – religioso. Non devono, cioè, distinguersi all’interno di una qualche “moschea radicale” o diventare fedeli adepti dell’iman fondamentalista di turno. Più prosaicamente debbono mostrare di voler combattere radicalmente uno stato di cose che li consegna dentro l’invisibilità politica e sociale. Una condizione che accomuna milioni di individui i quali, per combattere, non hanno bisogno di essere dei fini teologi. Ciò non può che, in linea di massima, spiazzare il lavoro di intelligence il quale, per attivarsi, necessita di una serie, anche minima, di coordinate. Ma non solo. I soldati islamisti agiscono senza far ricorso a una qualche strumentazione particolarmente sofisticata il che non può che lasciar spiazzati i Servizi i quali, di fronte a una simile strategia, risultano pressoché impotenti. Un’impotenza non tanto dell’intelligence bensì dei vecchi blocchi imperialisti che si mostrano del tutto impreparati nel confronto con il giovane e aggressivo polo imperialista islamista.
4 F. Fanon, I dannati della terra, (pagg. 5 – 6), Edizioni di Comunità, Torino 2000
5 Paradigmatica la recente esercitazione NATO, denominata “Anakonda 16”, svoltasi in Polonia.

Fonte

05/05/2016

Iran - Mondo arabo, la ricerca di un terreno comune

di Urayb ar-Rintawi – ad Dustour

(traduzione di Romana Rubeo)

L’Amministrazione Obama e molti Stati Europei sostengono che sia impossibile ‘azzerare’ l’influenza dell’Iran sulla regione. Una posizione antitetica rispetto a quella di alcuni governi e organi di stampa ufficiali “Sunniti” o “Arabi moderati”. L’Occidente, tuttavia, non ha tra le sue priorità la definizione degli “interessi dell’Iran” nella regione. I suoi obiettivi hanno una duplice natura: da una parte, garantire la stabilità del mercato petrolifero e delle rotte di approvvigionamento energetico; dall’altra, assicurare la sicurezza e la supremazia di Israele.
Ma sul versante arabo del Golfo, quindi sull’altro fronte della guerra tra diversi schieramenti e gruppi religiosi, non si è aperta una vera discussione in merito agli interessi dell’Iran né si assiste a tentativi di delineare delle mappe che distinguano ciò che è accettabile e auspicabile da ciò che non può essere tollerato. Al contrario, si ripete spesso che l’Iran non dovrebbe intromettersi negli ‘affari interni’ dei Paesi Arabi e gli si chiede con insistenza di porre fine alle politiche ostili che minano la sicurezza interna e la stabilità degli Stati nella regione.

Si potrebbero azzardare ipotesi circa il contenuto delle dichiarazioni congiunte tra gli Stati Arabi o tra loro e altre potenze regionali, forse attraverso comunicati della Lega Araba o della Organizzazione della Cooperazione Islamica. Si potrebbero anche includere le dichiarazioni emerse dagli incontri tra governi arabi e occidentali, che auspicano la fine degli interventi e delle politiche ostili da parte dell’Iran. Ma questi discorsi diplomatici non sono realmente utili per i ricercatori e gli osservatori che vogliono capire l’autentica natura della posizione araba o distinguere, all’interno dei vari interessi, tra quelli accettabili, meno accettabili e non tollerabili.

Anche l’Iran, dal suo canto, sta tenendo un comportamento simile. Preferisce mantenere le carte coperte. Alcuni dei suoi leader ‘rivoluzionari’ si spingono oltre parlando di ‘spazio vitale’ della Repubblica Islamica. Si riferiscono all’ingresso di alcune capitali arabe nella sfera di influenza iraniana e alle sponde del Mediterraneo come a ‘scuderie’ per Tehran e le sue Guardie Rivoluzionarie. Al contrario, i politici ‘riformisti’ dipingono l’Iran come una sorta di organizzazione benefica, una specie di Caritas il cui unico ruolo sarebbe la promozione della solidarietà e dell’amicizia e il cui unico interesse sarebbe un futuro comune migliore per le nazioni della regione e il consolidamento dei rapporti di vicinanza e di fratellanza islamica, senza alcuna ingerenza negli affari interni di altri Stati.

Il punto è che la regione avrebbe assoluto bisogno di un dialogo tra Arabi e Iran fondato su tutt’altre basi: dovrebbe liberarsi dal discorso diplomatico e dai rapporti reciproci che alimentano la fiamma dell’odio confessionale e della mobilitazione nazionalistica e dovrebbe arginare le guerre per procura che hanno sfiancato le società arabe, riducendole a un cumulo di macerie e devastazione.

Il dialogo dovrebbe fondarsi, devo riconoscerlo, sulle basi delineate da Obama, che pure hanno stizzito alcuni e sollevato critiche da parte di altri. Un dialogo il cui fine dovrebbe essere la delineazione degli interessi delle diverse parti in gioco e del loro reciproco riconoscimento.  Dovrebbe anche essere fondato su una stima accurata dei pro e dei contro. In fondo, la regione è stata praticamente dissanguata dal conflitto che ha investito entrambe le sponde del Golfo Arabo/ Persiano.

Ovviamente, un dialogo del genere non determinerebbe la fine immediata dei conflitti e delle crisi che interessano la regione, o la trasformazione degli odi e delle ostilità in amore incondizionato tra le parti. Tuttavia, un fruttuoso dialogo strategico con l’Iran potrebbe creare meccanismi adeguati per contenere e gestire i conflitti, in modo da salvaguardare gli interessi minimi delle parti e fornire loro una exit strategy che non le induca verso scenari più rischiosi e onerosi. A tal proposito, si potrebbe guardare ad alcune scelte attuate durante la Guerra Fredda, che hanno impedito lo scoppio di un conflitto diretto tra i due campi. In altri casi, determinate scelte hanno giocato un ruolo fondamentale per porre fine o per stemperare le crisi, invece di incoraggiare politiche che avrebbero condotto a un conflitto ‘fuori controllo’, per citare il Segretario di Stato Statunitense John Kerry, che ha così descritto la situazione siriana, con una delle dichiarazioni più pessimistiche mai formulate sinora.

Ad esempio, si potrebbe considerare l’ipotesi di un’organizzazione regionale per la sicurezza e la cooperazione che inizi a definire gli interessi delle parti. In un secondo momento, si potrebbe lavorare sugli interessi comuni e concordare sulla gestione del conflitto senza sfociare nella violenza, nello spargimento di sangue e nella devastazione sistematica.

La speranza è che, un giorno, questo crei un sistema solido, in grado di condurre la regione verso un clima di cooperazione e scambi reciproci. Potrebbe sembrare una chimera o una proposta del tutto utopica, in una congiuntura storica in cui, da Taiz a Aleppo, da Baghdad a Beirut, la tensione sembra ai massimi livelli. Ma, in fondo, anche il cammino intrapreso dall’Europa per la sicurezza e la cooperazione tra la regione orientale e quella occidentale potrebbe essere iniziato da una sorta di utopia, prima che la ‘ragione’ e la ‘volontà’ la trasformassero in una solida rete di relazioni politiche e internazionali.

Gli Arabi hanno timori da dissipare e interessi da difendere, ed è proprio questo che li caratterizza in quanto tali. E l’Iran ha, anch’esso, i suoi timori e i suoi interessi e troverà sempre chi li sostiene, sia nella corrente ‘rivoluzionaria’ sia in quella ‘riformista’. Ma l’Iran deve rinunciare al ruolo di potenza dominante sulla maggioranza etnica e confessionale [Araba Sunnita] nonostante la debolezza e la fragilità della politica del mondo arabo; e gli Arabi, dal canto loro, devono rinunciare al proposito di ‘azzerare’ gli interessi iraniani.  

La domanda che si pone è dunque: esiste un reale punto di convergenza tra le parti? Se sì, dove? E quando sarà trovato?

Fonte

“Rivoluzione”: l’Arabia Saudita lancia la sfida globale

Austerità più modernizzazione più proiezione internazionale: è questa la sfida che la casa reale saudita e la nuova classe dirigente del paese hanno lanciato annunciando un piano di ristrutturazione dell’economia davvero rivoluzionario. Consci che l’esaurimento del petrolio, che per più di un secolo ha garantito la prosperità della casa regnante e dei cittadini, potrebbe mettere in ginocchio un paese che aspira invece a scalare le classifiche mondiali delle grandi potenze, i Saud vogliono letteralmente rivoltare “come un calzino” il paese trainante del Polo Sunnita.

Le riforme sono contenute nel piano denominato “Visione 2030” presentato alla fine di aprile da Mohamed Bin Salman, detto ‘il temerario’, figlio dell’ottuagenario sovrano salito al trono nel gennaio del 2015 e uomo forte del regime a soli 31 anni.

Il progetto si basa su tre pilastri: cancellare la dipendenza dal petrolio (anche se si calcola che sotto le sabbie e i fondali marini del paese ci siano ancora riserve per 260 miliardi di barili), stimolare l’economia privata e renderla competitiva con gli standard internazionali, ridurre significativamente gli aiuti economici statali ai cittadini ad esempio per quanto riguarda le bollette dell’acqua o dell’elettricità.

Un piano troppo ambizioso, affermano alcuni analisti, che associa una completa ristrutturazione economica del paese ad una serie di cambiamenti strutturali. Ai quali il paese, se vuole tramutare in realtà le sue aspirazioni di grande potenza, non può sottrarsi.

Il progetto presentato il 25 aprile mira in primo luogo a superare la dipendenza dal petrolio e a diversificare l’economia del regno. Visione 2030 prevede quindi la vendita del 5% del gigante petrolifero Saudi Aramco e la creazione del più consistente fondo sovrano del mondo, stimato in 2 mila miliardi di dollari (circa 1700 miliardi di euro), che dovrebbe servire nei piani di Mohamed Bin Salman a sostituire entro il 2020 gli ingenti investimenti che Riad si assicurava finora grazie ai proventi delle esportazioni di greggio. Il fondo includerà anche i 600 milioni del Sama Foreign Holdings, numerosi immobili e zone industriali di proprietà dello stato. “I primi dati indicano che il fondo controllerà almeno il 10% della capacità d’investimento mondiale” assicurano a Riad. D’altronde negli ultimi due anni l’economia saudita, che dipende all’80% dalle esportazioni del petrolio, vive momenti difficili. Anche perché il regime saudita per colpire i suoi concorrenti geopolitici produttori di greggio – Russia, Iran, Venezuela e Nigeria – e per affondare l’industria dello shale oil statunitense, ha puntato a far tracollare il prezzo del petrolio, causando gravi danni ai target della sua spregiudicata politica ma anche alla sua stessa economia.

Per l’anno in corso il Fondo Monetario Internazionale ha stimato una crescita del Pil pari solo all’1,2% contro il 3,5 del 2015. E così il governo è stato costretto, per ridurre il deficit da 100 miliardi di dollari a 87, a congelare numerosi progetti economici e a sopprimere un certo numero di sussidi che finora il ‘generoso’ stato concedeva ai 21 milioni di cittadini. Tagli tali che i media internazionali hanno addirittura parlato di austerity in salsa saudita.

“Abbiamo sviluppato una vera e propria dipendenza dal petrolio e questo ha sviato lo sviluppo di molti settori negli ultimi anni” ha spiegato il giovane e potente principe alla catena televisiva Al Arabiya, di proprietà della famiglia reale saudita. Il Consiglio dei Ministri ha dato quindi il via libera ad una parziale privatizzazione dell’impresa petrolifera statale, che ha una capacità di estrazione superiore ai 12 milioni di barili al giorno (il doppio delle altre maggiori compagnie mondiali) nell’ottica di trasformarla in una holding energetica quotata in borsa con l’obiettivo di attrarre investitori interni e stranieri. Il che, assicura il principe, convertirà l’Arabia Saudita in un’economia stimolata dagli investimenti rendendo il paese “un attore globale”.

Alla crescita e alla modernizzazione del proprio sistema economico il principe vuole unire la creazione di un complesso militar-industriale saudita, per diminuire la dipendenza dalle importazioni di armi straniere (qualche potenza concorrente potrebbe prima o poi chiudere i rubinetti... e le relazioni con gli Stati Uniti non sono state mai così pessime). Solo nel 2015 Riad ha speso in armi 78 miliardi di euro stando ai dati forniti dal Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), quattro volte di più che nel 2001.

“Com’è possibile che un paese che è in terza posizione a livello mondiale per acquisto di armi non possieda un’industria militare?” si è retoricamente chiesto MBS che ha annunciato la volontà di costruire in tempi stretti, già a partire dal 2017 con una offerta di azioni sul mercato, un’impresa di produzione di armamenti inizialmente di proprietà statale. “Da ora in poi il Ministero della Difesa e gli altri dipartimenti di sicurezza compreranno armi da fabbricanti stranieri solo se questi sono legati ad una industria locale” ha annunciato l’erede al trono nonché ministro della Difesa.

Ma non basta. Nei prossimi mesi Mohamed Bin Salman ha in programma la presentazione di un Piano di Trasformazione Nazionale che include tagli alla spesa, introduzione di nuove imposte – sul valore aggiunto, sui beni di lusso, sui pedaggi stradali e sulla benzina – la privatizzazione parziali dei servizi pubblici nel settore della Sanità e dell’Istruzione, una maggiore partecipazione delle donne all’economia del paese. Nessuna svolta democratica, sia chiaro. Misure di modernizzazione che il principe considera irrimandabili e necessarie ma che potrebbero, insieme alle misure di austerity varate finora – in particolare il taglio ai sussidi – costargli l’ostracismo di alcuni pezzi degli apparati statali e dell’opinione pubblica. Ma MBS promette che i sacrifici chiesti ai sauditi verranno presto ricompensati: “siamo decisi a costruire un paese prospero nel quale tutti i cittadini possano realizzare i propri sogni, le proprie speranze e ambizioni” ha spiegato presentando il documento di 82 pagine che condensa il suo piano di ristrutturazione dell’Arabia Saudita. Concentrati su una fonte di ricchezza apparentemente inesauribile e facile da estrarre, i sauditi hanno scarsamente sfruttato altre fonti di ricchezza: oro, zinco, fosfati, il 6% delle riserve mondiali di uranio, «un altro petrolio che non abbiamo ancora sfruttato» nelle parole del principe MBS.

“Visione 2030” punta a far diventare l’Arabia Saudita una delle prime 15 potenze economiche al mondo – attualmente è in diciannovesima posizione – a far entrare tre città del paese nelle cento più importanti del pianeta, ad elevare la speranza di vita da 74 a 80 anni, ad aumentare la spesa statale per la cultura e l’intrattenimento e a raddoppiare il numero di siti archeologici e monumentali dichiarati patrimonio mondiale dall’Unesco. MBS vuole trasformare il suo paese in una metà turistica facendo passare i visitatori annui da 8 a 30 milioni, un flusso che stimolerebbe consistenti investimenti.

Una sfida al mondo ma anche ad una popolazione che, nonostante l’età media molto bassa e livelli d’istruzione superiori, rimane ancorata a rapporti sociali assai conservatori, ad un certo isolazionismo e ad una visione del mondo basata su modelli culturali in contrasto con la modernizzazione, la crescita economica e una pur ricercata proiezione egemonica internazionale.

I cambiamenti in programma sono davvero draconiani. A livello interno, finora, il patto non scritto era che la famiglia reale si sarebbe occupata delle necessità dei sudditi ricevendo in cambio una totale obbedienza. Ma per diventare una potenza dalle ambizioni globali c’è bisogno che i sauditi aumentino la propria partecipazione alla vita economica di un paese in cui attualmente sono dieci milioni di lavoratori stranieri – in gran parte provenienti dall’Asia – a tirare la carretta.

Nei piani del governo c’è anche la “creazione di un sistema d’istruzione e formazione allineato alle necessità del mercato”. Metà degli abitanti del regno ha attualmente meno di 25 anni, e programmi scolastici basati fondamentalmente sullo studio delle tradizioni e del Corano non aiuteranno i giovani sauditi a trovare un lavoro nei prossimi anni. Un problema non da poco visto che già ora tra i minori di 30 anni il tasso di disoccupazione tocca quota 29%. Nei prossimi anni lo stato dovrà incaricarsi di creare milioni di posti di lavoro. Il piano di trasformazione del paese richiede una rivoluzione nella mentalità dei cittadini, impiegati quasi esclusivamente nel settore pubblico e praticamente assenti nel settore privato in cui, come detto, lavorano per lo più stranieri: immigrati in condizione di semischiavitù per quanto riguarda le mansioni meno appetibili, tecnici anche occidentali per quanto riguarda la fascia alta dei servizi. Come faceva notare Ugo Tramballi su Il Sole 24 Ore di qualche giorno fa, “milioni di sauditi sono sotto-occupati (pagati per non fare nulla) e (...) la maggioranza della metà della popolazione – le donne – non produce ricchezza”.

Ma il piano lanciato dalla famiglia reale avrà delle implicazioni notevoli, rivoluzionarie, anche dal punto di vista delle relazioni internazionali e dei rapporti di forza mondiali. Per più di un secolo l’Arabia Saudita e gli altri emirati hanno rappresentato un’inesauribile fonte energetica a disposizione delle potenze imperialiste – soprattutto gli Stati Uniti – che in cambio hanno concesso alla nobiltà locale carta bianca sul piano interno ma una scarsissima voce in capitolo dal punto di vista politico e militare.

Ovviamente gli ambiziosi piani di Mohamed Bin Salman vogliono sottrarre l’Arabia Saudita alla tradizionale subalternità nei confronti di Washington e di Bruxelles per rendere Riad il motore trainante di un nuovo polo geopolitico già costituito attraverso il Consiglio di Cooperazione del Golfo (il ‘Polo Sunnita’) oggettivamente in competizione con le altre potenze regionali e mondiali.

Negli anni scorsi i piani di integrazione della penisola arabica hanno già reso Riad la capofila di un nuovo blocco che ha cominciato ad allungare i suoi tentacoli sempre più lontano – dalla destabilizzazione della Siria, dell’Iraq e del Libano, all’invasione dello Yemen, dal sostegno al regime militare egiziano ad una alleanza de facto con Israele – entrando quindi in rotta di collisione con gli Stati Uniti e i suoi interessi.

Il problema è che, allo stato, l’Arabia Saudita sembra aver fatto il ‘passo più lungo della gamba’ e il fallimento della campagna militare in Yemen contro i ribelli sciiti, l’accordo sul nucleare tra Washington e Teheran, l’intervento militare russo in Siria rappresentano una serie di passi falsi e di stop che rischiano di tramutare in un incubo i sogni di gloria delle nuove classi dirigenti saudite.

Oggi l’Arabia Saudita è un gigante dai piedi d’argilla, troppo dipendente da una risorsa in via d’esaurimento, con una economia scarsamente finanziarizzata e competitiva e con una popolazione scarsamente coinvolta nel settore produttivo ed eccessivamente ‘assistita’. Un handicap al quale il giovane e ambizioso principe Mohamed Bin Salman vuole porre rimedio a passo di carica, a costo di dare uno storico scossone ad una struttura sociale ultraconservatrice. Il Wahabismo – versione estremamente reazionaria dell’Islam – se da un lato costituisce un collante sociale ed un elemento di legittimazione del potere della casa reale, rappresenta anche un ostacolo alle ambizioni di modernizzazione del paese. Per questo l’alleanza siglata nel XVIII secolo dai regnanti con l’ultraortodosso Mohamed Abdel Wahab, e che permise la fondazione nel 1932 del regno saudita, deve essere sottoposta ad una consistente revisione, diminuendo il potere del clero e degli sceicchi discendenti di Wahab che controllano tuttora le istituzioni religiose e la cui influenza si estende a tutti gli aspetti della società. Le recenti limitazioni ai poteri e alle funzioni della ‘polizia religiosa’ ordinate dal governo devono essere letti in quest’ottica. Il che non vuol dire che la nuova classe dirigente si farà promotrice di una laicizzazione del paese. Il Wahabismo, come detto, costituisce una utilissima ideologia di stato e oltretutto rappresenta un elemento di legittimazione della proiezione degli interessi sauditi in tutto il mondo arabo-islamico. Gli ingenti investimenti economici necessari a promuovere la versione saudita del culto musulmano dai Balcani alla Turchia, dall’Indonesia all’Africa centro-settentrionale stanno lì a dimostrare quanto anche i modernizzatori sauditi puntino su questo elemento di proiezione egemonica.

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08/03/2016

Guerra all’Isis: a che punto siamo?

Il Califfato sta diventato il convitato di pietra di tutte le discussioni di politica estera: tutti ne parlano, tutti vogliono spazzarlo via, ma nessuno muove un dito. Allora che si fa?

L’impressione che si riceve è che gli occidentali stiano abituandosi all’idea che il Califfato c’è e ci resterà, magari insieme alla speranza di trovarci un qualche modus vivendi, per cui Al Baghdadi ed i suoi si accontentino di quel che hanno o poco più e al massimo, diventino un problema per russi ed iraniani, ma che non diano più di tanto fastidio agli interessi franco-anglo-americani. Se davvero c’è questo calcolo è il frutto di una spaventosa cecità.

Personalmente non credo al disegno di “islamizzazione del Mondo” attribuito all’Isis dalla paranoia che si va diffondendo e nel mio prossimo libro (in uscita 17 marzo) cerco di spiegare il perché. E non credo neppure che l’Isis pensi praticabile il disegno di un unico califfato dal Marocco all’Indonesia, ma l’attuale estensione è troppo al di sotto delle sue aspirazioni.

Quello che si capisce è che, almeno per ora, è una cosa molto più precisa nell’area compresa fra Suez, il mediterraneo, la penisola arabica e l’Iran, quello che alcuni osservatori americani iniziano a definire Sunnistan (paese dei sunniti) e che comprende Giordania, Libano, Palestina, Sinai, province sunnite di Siria ed Iraq, con rapporti tutti da definire con gli stati della penisola arabica (in sostanza l’Arabia Saudita).

Quello che era stato promesso agli arabi che avevano fatto la guerriglia contro l’impero ottomano e che fu cancellato dallo sciagurato piano Sykes-Picot. Lo stesso progetto di stato unico in quell’area tornò a galla, più o meno identico, nel 1946 ma poi naufragò. Come si vede un disegno che si è presentato in diverse occasioni e che è abbastanza presente nell’immaginario politico arabo.

Gli uomini dell’Isis hanno questo disegno sin da quando erano  la “Al Quaeda Iraq” diretta da Al Zarkawi ed al quale non è probabile che rinuncino tanto facilmente. Quindi, non è realistico pensare che tutto si risolva con la nascita di un nuovo stato arabo, magari un po’ turbolento, forse uno stato canaglia in più con il quale convivere tenendo l’arma al piede.

Con il Califfato non c’è accordo possibile, anche perché gli occidentali sono la testa di turco di cui hanno bisogno per conquistare il consenso nelle masse arabe. Il vero nemico dell’Isis (o se preferite Daesh) sono le borghesie nazionali ed i ceti politici di quell’area, presentate come strumento servile dell’Occidente, che disertano la “guerra santa” contro di esso. In questa economia di discorso, i fondamentalisti hanno bisogno di presentare sé stessi come i nemici irriducibili dei “crociati” e, dunque, non possono fare alcuna pace con l’Occidente perché questo farebbe crollare tutta la loro retorica politica.

C’è poi da considerare che, se l’Isis riuscisse e mettere radici anche solo come “stato di fatto”, la conseguenza immediata sarebbe un allargamento dell’area di crisi e non un restringimento. In primo luogo, il semplice fatto di essere riuscito a resistere all’assalto degli occidentali (in verità assai modesto, ma visto come ben più feroce della realtà, da parte degli arabi) darebbe una forte credibilità al progetto ed un parallelo crollo di credibilità delle classi dominanti locali: il primo paese ad essere pienamente risucchiato nella guerra civile sarebbe la Giordania.

In un secondo momento, le tensioni si collegherebbero fatalmente con quelle israelo palestinesi interrompendo definitivamente ogni prospettiva di pace fra i due popoli. Difficile pensare che Israele resti ad assistere senza muoversi. Immediatamente a ridosso, esploderebbe al massimo grado di violenza il conflitto con gli sciiti, sia perché il disegno del Sunnistan comporta anche un disegno di pulizia etnica delle zone siriane (soprattutto) ma anche iraquene abitate da sciiti e questo non può che comportare uno scontro diretto con l’Iran.

E per adesso lasciamo da parte il problema dei rapporti con i sauditi di cui sappiamo molto poco: sappiamo che c’è una evidente intesa fra essi e l’Isis, ma ignoriamo se si tratti di una intesa momentanea, con reciproche riserve mentali di regolare il conto più avanti o una intesa di lungo periodo che spartirebbe l’area araba ad est di Suez in due solo stati alleati fra loro.

Dunque, mi pare sufficiente a dimostrare che non ci sia una via pacifica per risolvere la crisi del Califfato con il quale non esiste la possibilità di un qualche accomodamento ed occorra convincersi che il Califfato va semplicemente tolto di mezzo, pena un incendio molto più esteso e grave di quello già non lieve che è in corso. Ed è anche evidente che la (pretesa) guerra aerea occidentale non risolve il problema dato che, a due anni di distanza, il Califfato è ancora lì.

Il che, però, non significa affatto che la soluzione sia un’altra sconsiderata azione di terra di occidentali che, al contrario, sarebbe un bel regalo agli jhiadisti che estenderebbe ancora più l’incendio (ne parlo nel mio libro come “la strategia della  Fitna” e l’ “operazione Daquib”). Il guaio peggiore è che da un quarto di secolo, gli occidentali non sono stati capaci di altro contrasto che quello militare contro l’insorgenza jhiadista. Ci si è dimenticati del tutto che esiste, anzi occorre che sia predominante, il contrasto politico: ad esempio conquistare il consenso delle masse arabe.

Isolare l’Isis picchiando sui suoi alleati nascosti, puntare sulla destabilizzazione interna, bloccare le sue risorse finanziarie, avviare operazioni di guerra coperta, spingere una parte dei paesi arabi (quelli più immediatamente minacciati da un successo di Daesh) a formare una coalizione che passi ai fatti, armare decentemente i curdi (anche a costo di allungare qualche sonora sberla ad Erdogan che si sta prendendo troppe libertà), coinvolgere nella strategia di isolamento anche i paesi terzi, eccetera. Magari prossimamente diremo qualcosa in più a questo proposito.

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16/12/2015

Parte l’offensiva anti Isis?

Qualcosa si muove nel quadro della questione Califfato e sembra imminente una offensiva su più fronti. In primo luogo, a quanto pare, sta per partire una offensiva missilistica o con droni contro i capi dell’Isis che sarebbero stati localizzati, come ha annunciato il Presidente Obama ieri, 14 dicembre.

Va detto che per Osama Bin Ladin vennero dati diversi annunci del genere durante i 10 anni della caccia all’uomo e la morte del Mullha Omar è stata annunciata almeno 16 volte, anche di Al Baghdadi è stato dichiarato gravemente ferito ed anzi morto almeno due volte in questo anni, per cui staremo a vedere quanto c’è di vero questa volta.

Poi i russi: hanno schierato anche unità navali nel mediterraneo sud orientale, ed è realistico che partiranno azioni aeree, anche per alleggerire la pressione su Assad.

Anche la Francia dovrà fare qualcosa, magari con l’appoggio dei quattro caccia tedeschi (che non sembrano davvero gran cosa), ma sia in questo caso che in quello russo è quasi esclusa una offensiva di terra, per cui siamo sempre alla guerra aerea, magari un po’ più martellante e magari mirata (si decideranno a bombardare pozzi e colonne di autobotti di petrolio?), ma, insomma, non pare che si tratterà di cosa risolutiva.

La notizia più rilevante è la costituzione di una “alleanza militare islamica” di 34 paesi afro asiatici contro il terrorismo che includerebbe Stati del Golfo, Turchia, Egitto, Malaysia, Pakistan, Senegal, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Bahrein, Bangladesh, Benin, Ciad, Togo, Tunisia, Gibuti, Sudan, Sierra Leone, Gabon, Somalia, Guinea, Autorità nazionale palestinese, Comore, Costa d’Avorio, Kuwait, Libano, Libia, Maldive, Marocco, Mauritania, Niger, Nigeria e Yemen.

L’Indonesia ed altri dieci paesi islamici, appoggerebbero dall’esterno la coalizione. L’annuncio è stato dato il 14 dicembre dalla Tv Saudita ed a capo della coalizione ci sarebbe l’Arabia Saudita per cui, il comando centrale sarà a Riad. La mossa sembra una risposta positiva alle richieste di Barack Obama, di un maggiore impegno da parte dei paesi arabi nella lotta all’Isis. Il comunicato, però, sottolinea che la nuova coalizione non combatterà solo Daesh (Il Califfato) ma “combatterà contro qualunque gruppo terroristico che ci troveremo di fronte” ed aggiunge che “il dovere di proteggere la nazione islamica dai mali di tutti i gruppi terroristici deve essere a prescindere dalla loro affiliazione o dal loro nome” e precisa di avere come obbiettivo “tutti coloro che mirano a terrorizzare gli innocenti.”

La notizia è stata accolta con un certo scetticismo, ad esempio da Putin: “In teoria si potrebbe trattare di un fenomeno “positivo” ma in realtà “prima di valutare bisogna vedere i dettagli” ha dichiarato il Cremlino. In effetti, le indicazioni su cosa intenda fare la coalizione dei 34 è quanto di più vago si possa immaginare: il ministro della difesa saudita Mohammed bin Salman dice che verrà combattuto “qualunque gruppo terroristico” dove è già un problema capire chi sono i terroristi: sicuramente Al Qaeda ma la galassia dei gruppi jihadisti è molto varia e, ad esempio, Israele vi include anche Hamas (che, invece, fa parte della coalizione attraverso l’Anp. Lo stesso ministro dice che la campagna coordinerà gli sforzi per combattere il terrorismo in Iraq, Siria, Libia, Afghanistan ed Egitto il che fa pensare ai Fratelli Musulmani che, però, sono appoggiati dal Quatar che fa parte della coalizione) senza però fornire alcun dettaglio concreto sul come si realizzeranno gli interventi militari.

Si immagina che fra i fronti vi sarà anche quello yemenita che vede l’Arabia Saudita impegnata in prima linea contro i “ribelli” e le forze di Aqpa. E’ da notare la mancanza di un cenno alla Nigeria ed a Boko Haram, ma questo non esclude affatto un impegno in quella direzione. Dunque, un carnet di impegni molto esteso fra Libia, Egitto, Iraq, Siria, Afghanistan, Penisola arabica ma con quale ordine di intervento? Non è affatto detto che il Califfato debba essere al primo posto, come Obama sembrava chiedere.

In realtà, questa mossa saudita sembra suggerire diverse chiavi di lettura. In primo luogo va notata l’assenza dell’Iran oltre a quella (ovvia) della Siria: il che significa un fronte tutto sunnita che isola l’Iran, nemico storico dei sauditi. E’ interessante che non siano stati invitati neppure come osservatori i curdi, per compiacere i Turchi e forse il governo di Baghdad. Dunque anche la lista delle assenze ha un suo significato.

Uno degli obiettivi diplomatici più evidenti della mossa è quello di smentire i dubbi sui rapporti sottobanco fra sauditi, quatarioti e turchi con l’Isis e, infatti, tutti tre i paesi fanno bella mostra di se nella coalizione, anzi, il maggior sospettato, L’Arabia Saudita è promotore e capo dell’alleanza ed ospita il suo quartier generale e, dunque, controlla il cervello dell’alleanza. D’altro canto già un anno fa nacque la coalizione dei 10 contro l’Isis che restò lettera morta non effettuando una sola operazione di combattimento e non si vede perché questa volta debba andare diversamente.

Da questo ambiguo minestrone scaturirà un’azione militare contro Daesh? Può darsi, ma quando? Dopo. Dopo cosa? Dopo.

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Coalizione anti Daesh e smanie di potere saudita

Se cerchiamo su una carta geografica le 34 nazioni che aderiscono alla coalizione anti Stato Islamico lanciata e diretta dalla dinastia saudita, troviamo Maghreb, Mashreq, Sahel e anche qualcosa in più come Uganda, Kenia, Somalia (udite) e Pakistan, Afghanistan, Bangladesh, Malesia. Tutti insieme per combattere i miliziani neri sparsi in vari luoghi di Medioriente, Asia e Africa, e presenti in alcuni dei Paesi coinvolti nella “alleanza islamica”. Pronti a un corposo contrasto intercontinentale che non vuol essere definito guerra, ma non è detto che non lo diventi. Perché ai raid aerei già presenti (realizzati soprattutto da americani e inglesi e ora russi) si potranno aggiungere azioni di terra. Non effettuate più solo dalle unità combattenti kurde e dai peshmerga, ma magari da eserciti africani che di uomini ne hanno a iosa, armati come si vedrà e diretti da chi idem. Alla testa dell’impresa si pone la corona di Ryad, che coordinerà anche il fronte militare, la logica vorrebbe con l’ausilio statunitense di sempre, Cia compresa. Ma c’è chi dubita.

Non sono solo gli anonimi oppositori al regime che si celano sul web, rischiando non meno d’una protesta di piazza, poiché il ‘democratico’ Salman non esita a tagliar teste ai poeti, figurarsi ai contestatori. C’è anche qualche analista che paragona la coalizione a un’Armata brancaleone che difficilmente impensierirà un nemico abile nell’infiltrazione, tattico e mutageno. Ma senza lanciarsi in scivolose previsioni un aspetto appare innegabile nella mossa della corona saudita, impegnata oltre che col sovrano anche col rampante di corte, il trentenne Mohammed Bin Salman che accaparra incarichi (è ministro della Difesa e capo della Corte reale) per il potere prossimo venturo. L’establishment di Ryad prende spunto da una lotta all’Isis tutta da verificare, visti i canali di finanziamento che le petromonarchie tengono aperti verso Al-Baghdadi, ma di fatto punta a rafforzare copiosantemente il suo ruolo internazionale sul mondo arabo in contrasto con gli ayatollah iraniani, rincruditasi nelle vicende yemenite non meno che nella crisi siriana.

La scalata interventista compiuta dai sauditi nello Yemen contro i ribelli Huthi ha chiaramente mostrato la strategia di Ryad: diventare il punto di riferimento e il polo di aggregazione del sunnismo mondiale contro il nemico sciita. Così da una coalizione che lì riuniva una decina di Paesi, quattro con l’intervento di terra (Egitto, Giordania, Sudan Pakistan), i restanti con raid aerei (EAU, Kuwait, Qatar, Bahrein, Giordania, Marocco) si sta passando a un gruppone che triplica le nazioni alleate. Si dice contro il Daesh e il terrorismo mondiale ma più concretamente si tratta di segnare un fronte di contrasto ai disegni iraniani. Rivolti a stabilire una propria egemonia prettamente mediorientale, com’è accaduto negli ultimi decenni per Libano, Siria, e lo stesso Iraq, magari con qualche influsso nel Medio Oriente più lontano, soprattutto l’Afghanistan tornato altamente instabile e soggetto ai sogni d’espansione del Califfato. Dentro tutto questo c’è la micro politica che scorre, soggetta a giuste rivendicazioni, quella dell’etnìa Huthi è una delle tante, e continuativamente abusata da disegni più ampi. Quello dell’anti Isis è solo l’ultimo tassello.

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Da Riad irrompe la “coalizione sunnita”. Contro ‘terrorismo’, sciiti e competitori

Obama si era lamentato nei giorni scorsi dello scarso impegno dei paesi arabi nel contrasto allo Stato Islamico auspicando, anzi chiedendo esplicitamente un maggior coinvolgimento militare delle nuove potenze regionali. Eccolo servito.

Ieri l’Arabia Saudita, capofila di un Polo Islamico costruito sull’unità di interessi e destini delle petromonarchie, e sempre più sfacciato nelle proprie pretese egemoniche, ha annunciato la creazione di una coalizione di ben 34 paesi di due diversi continenti. I wahabiti, a nome di uno schieramento musulmano ma più che altro sunnita, non hanno neanche celato più di tanto l’obiettivo della propria mossa, annunciando che lo scopo della nuova coalizione sarà quello di “combattere il terrorismo militarmente e ideologicamente” ma anche (soprattutto, verrebbe da dire) di sbarrare la strada all’alleanza dei regimi e dei paesi sciiti le cui sorti sono state risollevate da un intervento militare diretto della Russia in Medio Oriente che ha scompigliato improvvisamente le carte in tavola.

E’ contro l’Iran, e i suoi alleati in Siria, Iraq e Libano che l’Arabia Saudita chiama a raccolta i suoi alleati e i paesi su cui accampa interessi e nei quali muove le sue pedine. Non è un caso che nessuno dei paesi sciiti sia stato chiamato a far parte della nuova coalizione e che da essa si siano sfilati paesi come l’Oman o l’Algeria, pure a maggioranza sunnita. Mentre il primo mantiene buoni rapporti con Teheran ed ha svolto una preziosa opera di mediazione per giungere all’accordo sul nucleare iraniano con Washington, la seconda riconosce il governo Assad e tendenzialmente tende a sfilarsi da un conflitto tra le due correnti dell'Islam che rischia di precipitare in una guerra totale.

Della lunga lista fanno parte non solo paesi arabi o mediorientali ma anche numerosi paesi nord e centro-africani in cui negli ultimi anni l’influenza economica, militare e politica dell’Arabia Saudita e delle petromonarchie è cresciuta rapidamente – Autorità Nazionale Palestinese, Bahrein, Bangladesh, Benin, Ciad, Comore, Costa d’Avorio, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Gabon, Gibuti, Giordania, Guinea, Kuwait, Libano, Libia, Maldive, Malesia, Mali, Marocco, Mauritania, Niger, Nigeria, Pakistan, Qatar, Senegal, Sierra Leone, Somalia, Sudan, Togo, Tunisia, Turchia, Yemen – e che nel progetto del Polo Islamico intravedono la possibilità di perseguire i propri interessi a scapito dei competitori regionali, ma anche di svincolarsi dalla stretta del controllo statunitense e francese.

A detta dei dirigenti sauditi, anche la potente Indonesia e altri dieci paesi si sono detti disponibili a sostenere il nuovo polo ed eventualmente a prepararsi a farne parte in un prossimo futuro.

Un discorso a parte merita lo Yemen, che di fatto è un paese occupato militarmente dalle truppe della nuova coalizione le cui prove generali sono state compiute da Riad e soci proprio contro i ribelli sciiti Houthi (vicini a Teheran). L’adesione al consorzio sunnita infatti è arrivato da un governo fantoccio che può vantare un controllo assai parziale del paese invaso e occupato dalle truppe di numerose petromonarchie. Lo stesso destino toccato qualche anno fa al Bahrein, dove la rivolta della popolazione sciita fu schiacciata nel sangue dalla repressione del regime locale soprattutto grazie ad una mini-invasione di truppe saudite.

Molti i commenti stupiti, sulla stampa internazionale, rispetto all’adesione dell’Autorità Nazionale Palestinese di Abu Mazen che si impelaga così in una compagine capitanata da quei paesi del Golfo che in nome della comune avversione per l’asse sciita non hanno esitato a siglare un patto di non aggressione con Israele e che hanno fomentato e supportato la nascita e lo sviluppo di correnti armate jihadiste in tutti i paesi del Medio Oriente. Forse l’Anp spera, in cambio della propria partecipazione, di ricevere un sostegno maggiore da parte di quelle petromonarchie che finora hanno più che altro foraggiato i gruppi islamisti e inglobato alcuni importanti spezzoni della borghesia palestinese all’interno della propria sfera di influenza. Ma il calcolo potrebbe rivelarsi infondato e foriero di conseguenze non proprio positive proprio mentre la popolazione palestinese scalpita e dà segni di ripresa della lotta contro l'occupazione e la colonizzazione.

La Turchia – che non ha mai abbandonato il sogno di creare un polo neo-ottomano, per ora frustrato dai rovesci della Fratellanza Musulmana soprattutto in Nord Africa e dal riavvicinamento alla Russia delle repubbliche turcofone ex sovietiche – soffre la leadership saudita del nuovo polo politico-militare. Le diatribe tra Turchia e Arabia Saudita sono emerse non più tardi di pochi giorni fa alla conferenza dei ribelli sunniti 'siriani' convocata a Riad dalla casa reale wahabita. Ma per Ankara mettersi sulla scia del Polo Islamico significa, almeno per ora, tentare di rompere l’isolamento in cui Erdogan ha cacciato una potenza regionale ferita ma non sconfitta, e che non ha mai rinunciato al progetto di mettere le mani sia sulla Siria sia sul Nord dell’Iraq (dove Ankara ha mandato nei giorni scorsi una brigata corazzata).

Neanche a dirlo il centro di coordinamento della nuova coalizione – che si somma a quella capitanata da Obama, che pure conta sulla timida e ambigua partecipazione delle petromonarchie, e a quella guidata dalla Russia – sarà basato nella capitale saudita.

L’alleanza dimostra la volontà del “mondo islamico di combattere il terrorismo e di essere un partner affidabile nella lotta mondiale contro questo flagello”, ha spiegato il ministro della difesa saudita Mohammad bin Salman, uno dei principi ereditari, in occasione di una conferenza stampa realizzata a Riad. “Per favorire il coordinamento con i paesi amici desiderosi di pace e con gli organismi internazionali” saranno creati dei meccanismi per “salvare la pace e la sicurezza internazionale” spiegava ieri l’agenzia saudita Spa.

Tra i paesi e le regioni alle prese con le varie forme di terrorismo che la coalizione si propone di combattere – e dove quindi la nuova aggregazione si auto legittima ad intervenire anche militarmente – il principe Mohammad ha citato “la Siria, l’Iraq, il Sinai (Egitto), lo Yemen, la Libia, il Mali, la Nigeria, il Pakistan e l’Afghanistan”. Di fatto un “cortile di casa” sul quale Riad e gli alleati rivendicano la sovranità e l’esclusività, in oggettivo contrasto non solo con l’asse sciita, ma anche con gli interessi di Stati Uniti, Unione Europea, Cina e Russia. Un obiettivo che il giovane principe Bin Salman, salito al trono dopo la morte del fratellastro, non ha mai nascosto, imprimendo una svolta ancora più decisa alle mire espansionistiche del regime wahabita. Non a caso il documento costitutivo del patto, che modifica radicalmente gli assetti geopolitici mondiali, subordina la formazione dell’alleanza regionale al “dovere di proteggere la nazione dell’Islam dal Male portato da tutti i gruppi e le organizzazioni terroristiche”. Una definizione di tipo religioso-ideologico dei propri nemici che naturalmente lascia molto spazio all’inserimento nella lista nera di organizzazioni che nulla hanno di terroristico ma che rispondono ad ideologie o fanno riferimento a schieramenti avversi a quelli di Riad, come ad esempio Hezbollah in Libano e Siria, o gli Houthi in Yemen, o altri gruppi politico-militari del mondo sciita e non solo.

«I nostri Paesi condivideranno intelligence, addestramento e forniranno se necessario truppe per combattere l’Isis in Siria e in Iraq» ha chiarito ieri il ministro degli Esteri saudita, Adel al-Jubeir, precisando che «ogni forma di cooperazione è possibile» come anche la volontà di operare «nel quadro delle organizzazioni internazionali». Una formulazione che sembra sia piaciuta all’amministrazione statunitense, che non vede l’ora che qualche potenza locale metta a disposizione dei suoi bombardieri delle forze di terra che facciano il lavoro sporco e che evitino a Washington un coinvolgimento militare in Medio Oriente troppo dispendioso e rischioso. Ma sembra più che ovvio che se una classe dirigente compie un passo storico come quello annunciato ieri non lo fa certo per portare “l’acqua con le orecchie” ai tradizionali padroni americani ed europei.

Quando al-Jubeir afferma che «Sono in corso colloqui fra noi, gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar e il Bahrein sulla possibilità di inviare in Siria contingenti di truppe speciali a sostegno della coalizione guidata dagli Usa» sta annunciando che le petromonarchie entreranno militarmente in gioco nei paesi dove per anni hanno sostenuto i jihadisti di vario colore e contribuito alla destabilizzazione per estendere i propri tentacoli, non necessariamente che si apprestano a fare un favore ad Obama. E’ evidente che la presenza di truppe dei paesi del polo sunnita sul terreno cambierebbe di nuovo gli equilibri che l’intervento militare russo di fine settembre ha imposto risollevando le sorti del governo siriano e di quello iracheno, rimettendo così in discussione i punti e la tabella di marcia finora negoziata a Vienna tra le potenze internazionali e regionali.

Certamente, il nuovo polo potrebbe rivelarsi un castello di carte, e potrebbe schiantasi o spaccarsi o assottigliarsi al primo contrasto tra le varie potenze che ne hanno deciso la costituzione. Del resto le divergenze strategiche e la competizione anche aspra non mancano di certo all’interno del cosiddetto Polo Islamico. Ma la nuova alleanza, almeno sulla carta, può godere di un potenziale enorme sotto tutti i punti di vista, da quello energetico a quello finanziario, da quello politico a quello militare. Nel giro di pochi anni Riad e soci hanno utilizzato gli enormi profitti derivanti dalla vendita dei combustibili fossili per scalare la classifica mondiale delle spese militari, dotandosi di un esercito moderno, agguerrito e pesantemente equipaggiato, già messo all’opera in diversi scenari di guerra reale. Mentre il Polo Islamico si rafforzava sul piano militare, politico e istituzionale con la creazione di organismi regionali di vario tipo, gli emiri investivano migliaia di miliardi di euro per fare shopping in tutto il mondo, diventando cruciali in numerosi settori economici di vari paesi che hanno considerato una manna dal cielo la liquidità proveniente dal Golfo Persico e che ora forse cominciano a sospettare che l’operazione non abbia prodotto solo benefici.

Intanto in Medio Oriente la tensione cresce, e non c’è potenza locale, regionale o internazionale che non stia schierando le proprie pedine in una escalation che non ha precedenti. Col rischio che la polveriera possa esplodere, che gli apprendisti stregoni dell’imperialismo lo vogliano o meno.

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23/11/2015

La complessità siro-irachena ridotta all'osso. Mappa per orientarsi nel disordine mediorientale

Naturalmente, come ogni mappa, anche questa è produzione di uno sguardo soggettivo. E’ scritta di getto in tre ore, non ha note d’appoggio, si basa sulle conoscenze (relativamente limitate) dell’autore.
Il problema siro-iracheno proviene dalle forme statuali che vennero imposte nel XX° secolo ad una regione che, storicamente, non ne aveva. Tale problema è esteso a tutta la fascia Africa-Medio Oriente-Asia Meridionale e venne creato per una sovra imposizione di forme statuali, lì dove storicamente si sono avuti califfati e pullulare di piccoli regni più o meno tribali. Non solo si è imposta una forma che non aveva ragioni di esistere date le tradizioni storiche, culturali, politiche e soprattutto religiose ma la stessa ripartizione, seguendo unilaterali interessi dei colonizzatori, ha assemblato pezzi di popoli incompatibili ed ha diviso in pezzi popoli storicamente omogenei.

Questo vero e proprio disastro geopolitico, in Medio Oriente, ha nome e data precisa: l’accordo spartitorio tra Francia e Gran Bretagna del 1916, negoziato tra due diplomatici che vi apposero il proprio nome, l’Accordo Sykes (UK) – Picot (FRA) con altrettanto distruttivi contributi successivi. L’anno prossimo ne ricorre il secolo di anniversario. Questa è la base del problema ma poi su questa base già di per sé contraddittoria, si sono sommate ulteriori contraddizioni lungo la Seconda guerra mondiale ed i decenni successivi.

L'origine del problema
Si arriva così con un carico di pezzi di puzzle che non sono stati torniti per combaciare, alla Seconda guerra USA-Iraq. L’Iraq era uno dei capolavori “meglio riusciti” dei geografi politici britannici: curdi (non arabi) sunniti, con arabi sunniti, con arabi e iranici sciiti. I minoritari arabi sunniti, a loro volta innaturalmente separati dai parenti dislocati nell’attigua Siria, avevano con Saddam, il governo autoritario della pentola a pressione irachena. Questa minoranza governava su un’altra minoranza, i curdi, a cui era stato negato lo Stato precedentemente promesso dai soliti inglesi. I curdi sono oggi 30-40 milioni e sono locati dentro ben sette stati in quella porzione di cartina geografica con la quale non abbiamo confidenza, sebbene noi europei si sia tutti di razza “caucasica” poiché lì sono le nostre origini ancestrali (circa 50.000 af). La minoranza arabo sunnita in Iraq, governava poi anche su una maggioranza di sciiti, di etnia mista arabo-iranica. Non solo i britannici s’inventarono uno stato di tipo europeo su un territorio storico, la Mesopotamia, che trascendeva questa categoria di appena 10.000 anni ma lo fecero, anche, per dare un contentino riparatorio di un altro bel casino che avevano combinato. Si tratta del legittimo (legittimo in base al Corano) emiro di Mecca e Medina col quale fecero un’alleanza usandolo per liberare la zona dagli ottomani, salvo poi non mantenere le promesse territoriali che dovevano compensare gli sforzi degli arabi. Il contentino fu negargli la sovranità sulla Penisola arabica-Siria promessa ma dare ai due figli, la sovranità su due stati inventati ex novo, quella che sarà la Giordania, e l’Iraq. Non solo, in seguito aiuteranno la famiglia al-Saud, che tradizionalmente stava a Mecca e Medina come gli svizzeri stanno al Mediterraneo, a soppiantare i legittimi discendenti di Muhammad che stavano appunto a Mecca e Medina, inventando un terzo stato: l’Arabia Saudita. Al – Saud compì l’impresa dandosi una legittimità religiosa (che non aveva) ricorrendo al patto tra suoi antenati ed un altro illegittimo, un certo al-Wahhab da cui discende il wahhabismo, una interpretazione coranica estrema che esiste solo in Arabia Saudita.

Quando saltò il coperchio della pentola a pressione irachena, ovvero Saddam, tutte queste contorte linee di forze disordinate, presero vigore e ne nacque la situazione che fa da premessa alla storia più recente. Naturalmente dei disastri Sykes Picot fa poi parte anche tutta la storia Israele-Palestina ma già aggrovigliati con quella siro-irachena, ce la risparmiamo. Inoltre, lo sciagurato design delle scatole di sabbia mediorientali, si era intrecciato col petrolio, con i postumi della R.A.U. (tentativo di unione laica tra Egitto-Siria e Yemen, da cui derivava il partito Ba’th, al governo proprio in Siria ed Iraq), erano arrivati gli americani, i russi erano diventati sovietici e poi di nuovi russi, gli ottomani erano diventato turchi, gli israeliani erano diventati una potenza regionale atomica e gli iranici erano diventati una repubblica islamica sciita, aspirante atomica.

Si arriva così all’Isis. Dopo aver lungamente ricercato tempo fa sull’argomento, chi scrive si è fatto questa idea sull’origine dell’Isis. L’Isis è un soggetto tripartito. Il suo scheletro è dato dall’élite della minoranza sunnita irachena, proveniente dall’esercito, dai servizi segreti e dalla polizia dei tempi di Saddam. Questa è la sua infrastruttura locale e militare (professionale). Su questo scheletro si è formata la muscolatura e gli organi dati da vari tipi di aderenti al radicalismo islamico (salafiti, jihadisti, wahhabiti et alter) provenienti da tutto il mondo musulmano. Il sistema nervoso è stato fornito da…? Ora qui la faccenda è sia oscura che complicata. Chi scrive ritiene che l’origine strategica del progetto Isis sia arabo saudita. Per lungo tempo questa origine è stata negata. Poi si è cominciato ad ammetterla ma con la formula: all’inizio privati sauditi hanno finanziato l’Isis poi la creatura si è rivoltata contro. Dopo le dichiarazioni di Putin in Turchia, i giornali continuano con la versione dei finanziamenti privati. Chi scrive (e non sono il solo ma in compagnia di ben più qualificati di me) non ritiene che siano stati i “privati” ma la famiglia reale saudita in piena consapevolezza ed intenzione e ritiene che questo non sia stato solo l’inizio di cui successivamente i sauditi  avrebbero perso il controllo, venendone addirittura minacciati, ma sia valido ancor oggi. Su quanto questo progetto fosse stato condiviso tra sauditi ed americani il discorso si fa lungo e complesso. Il progetto è stato probabilmente condiviso con “una parte” degli americani di più e con un’altra di meno mentre è stato condiviso sicuramente con gli israeliani e con i turchi. Attualmente, non è escluso che la variegata composizione interna dell’Isis abbia conflitti strategici interni e col patrocinatore saudita. Altresì non è detto si renderà docile alle soluzioni che verranno approntate sopra la sua testa. A cosa mirava, il progetto Isis?

L’obiettivo del progetto era triplice:
1) Il primo fine era quello di creare uno stato sunnita prendendo un pezzo di Iraq ed un pezzo di Siria. Questo nuovo stato ricuciva l’unità tribale sunnita separata dal Sykes Picot. Abbandonava l’impossibile convivenza con curdi e sciiti. Creava uno stato intercapedine tra mondo sunnita-israeliano e il mondo sciita-iraniano, “affiliato” all’Arabia Saudita. Sottraeva terra e potere alle tribù sciite siriane che erano specularmente ma inversamente al problema iracheno, a loro volta una minoranza (sciita) che governava una maggioranza (sunnita). Ambiva ad integrare parte dei pozzi iracheno-siriani con il sistema saudita-Golfo. Si poneva come possibile alternativa alla rete degli idrocarburi che sfociava nel Golfo, offrendo una teorica possibilità di sfociare direttamente nel Mediterraneo. Questo primo fine motivava lo scheletro armato del soggetto che con la fine di Saddam aveva perso tutto: terra, potere, futuro.

2) I sauditi avevano un problema con al-Qaida. Era al-Qaida il vero Frankenstein a cui avevano dato vita assieme a gli altri paesi del Golfo e che si era rivoltato contro “il creatore”. Si tenga conto che di tutte le costruzioni istituzionali del vario mondo musulmano, la monarchia è, probabilmente, la forma meno legittima secondo la tradizione coranica. La monarchia marocchina ha legittimità un po’ stiracchiata, quella giordana – hascemita da Husayn, lo sceriffo di Mecca e Medina fregato dagli inglesi – invece è pienamente legittima discendendo dall’antico clan di Muhammad [Banu Hascim] e non a caso saranno i giordani a decidere il tavolo di composizione delle trattative sul post Siria concordato l’altro giorno a Vienna. Quella saudita  non ha alcuna discendenza da Muhammad ed è del tutto infondata. Ma il culmine è che una monarchia e per giunta infondata, governa su Mecca e Medina. Scorrendo il registro delle cronache, troverete diversi attentati ed arresti di affiliati ad al-Qaida in Arabia Saudita mentre non ne troverete neanche uno di Isis. Per risolvere il problema al-Qaida che era il progetto 1.0, si creò il progetto 2.0 di modo che gli affiliati al primo si travasassero nel secondo. L’inimicizia, ambigua come tutte le cose arabe, tra al-Qaida ed Isis, discende da questa competizione. Il travaso si è fatto stringendo i cordoni della borsa per al-Qaida e inondando l’Isis, poiché il jihadista è sensibile al soldo si è prontamente travasato. I resti di al-Qaida sono rimasti nella sfera d’interesse del Qatar. Come posizionamento, fatta salva l’adesione allo stesso ceppo ideologico che origina da Sayd Qutb e i salafiti, mentre al-Qaida era contro il nemico vicino (tutti i governi illegittimi arabo-musulmani) e quello lontano (il Grande Statana occidental-americano), Isis voleva uno stato-territorio ed il suo nemico principale, sia territoriale, sia ideale, era il mondo sciita. Sciiti infatti erano sia i governanti siriani, sia quello che rimaneva dell’ex-Iraq, sia il nemico storico dei sauditi, l’Iran. Tecnicamente parlando, al-Qaida nasce e rimane una organizzazione di tipo terroristico, Isis no, è un progetto che rivendica uno stato non su base etnica ma su base religiosa il che non toglie che possa – anche – usare il terrorismo.

3) Il terzo obiettivo era il più ambizioso ma non so dire se sia stato previsto come un tentativo-alone o un fine perseguito con piena convinzione. Si trattava di monopolizzare il mondo dell’estremo islamismo, strappandolo da una galassia variegata che al suo estremo spettro politico ha i Fratelli musulmani che non sono terroristi (appoggiati dal Qatar) e consegnandolo al mondo wahhabita di cui i sauditi sono monopolisti. Tutte le più efferate pratiche dell’Isis non fanno che ripetere le gesta e le prescrizioni di al-Wahhab, la letteratura che gira tra gli affiliati dell’Isis è tutta di esplicita origine wahhabita. La gran parte del network di nuove scuole coraniche e moschee, aperto tanto nel mondo islamico, quanto in quello extra-islamico, hanno origine saudita-emirati. La ramificazione dell’Isis, dall’Estremo Oriente, all’estremo Occidente africano, segue questa linea di manipolazione e monopolio dell’interpretazione più rigorosa del Corano, al fine di condizionare tutti i governi del vario mondo musulmano, nonché disturbare i nemici esterni all’Islam, che siano cinesi, russi, indiani o europei. Quindi: uno stato islamico-califfale nel Siraq anti-sciita, soppiantare al-Qaida con il conseguente riorientamento strategico, egemonizzare il variegato mondo islamista con il wahhabismo.

I cinesi, quando si tratta di uiguri (popolazione turca, musulmana, nell’Ovest dei confini nazionali cinesi, nel Xinjiang), vanno per le spicce. Eppure, per quello che si sa, forse gli islamici sono responsabili addirittura di un attentato a Beijing. Inoltre, paventano che l’Isis si allarghi alle regioni centro-asiatiche dove i cinesi hanno progetti relativi alla propria, nuova, Via della Seta. Ma in questi giochi in cui i comuni mortali si perdono per bancarotta etica e logica, la Cina è anche cliente dell’Arabia Saudita (petrolio) e gli ha venduto i missili su cui i sauditi pensano di mettere le testate nucleari date dai pakistani (che sono amici dei cinesi). Gli indiani del neo-nazionalista indù Modi, hanno cominciato a fare a botte con i musulmani interni e lì la faccenda è complicata anche dal Pakistan. Lo stesso Pakistan pare abbia un segreto accordo di fornitura di testate atomiche ai sauditi, qualora si presentasse un problema con l’Iran. I russi sono quelli che hanno le idee più chiare e le mani più libere nell’opporsi ai disegni egemonici sauditi. Oltre ad interessi geopolitici generali, ai problemi di terrorismo islamico nel Caucaso, il dente avvelenato per il dumping sul prezzo del petrolio, hanno l’interesse imprescindibile di mantenere la base navale di Tartus in Siria, che è l’unico punto d’appoggio fuori del Mar Nero. Non appena Isis si è presentata a ridosso di Tartus, Putin ha fatto decollare i caccia. Gli iraniani sono ovviamente schierati come “il nemico” principale, attraverso l’Iraq sciita, Assad e gli alawiti (che sarebbero sciiti ma non ortodossi), ed Hezbollah che sarebbe una specie di fratellanza musulmana versione sciita. Hezbollah ha interessi sia in Siria, sia in Libano. Inoltre, l’Iran rimane l’unico vero nemico armato contro Israele. I curdi iracheni, ovviamente combattono contro l’Isis per ragioni confinarie. L’Isis vorrebbe quanto più Iraq è possibile, i curdi resistono per la loro parte, altrettanto in Siria. I turchi, non vogliono che prenda forma un possibile stato curdo, in specie quello sul versante siriano che è monopolizzato dal peggior nemico interno della Turchia di Erdogan, il Pkk. Altresì, possono tollerare uno stato sunnita in Siraq anche se è da vedere bene di che tipo e vorrebbero partecipare al banchetto siriano prendendosi un pezzo del suo Nord. Gli israeliani sono solidali con l’Arabia Saudita e l’allontanamento dei confini sciiti, oltre ovviamente a vedere di cattivo occhio Assad e combattere Hezbollah. L’Isis ha tagliato molte teste ma neanche una ebraica. L’Egitto sta alla finestra, può poco al momento ed ha le sue gatte interne da pelare, nel Sinai e contro la Fratellanza musulmana, ha simpatia per i petrodollari sauditi ma non è detto non si faccia sotto alla partita. In fondo ha rapporti storici con una Siria laica e sicuramente non condivide le strategie saudite più hardcore. D’altro canto, al-Sisi, è debitore dell’appoggio del Golfo al colpo di stato che ha rovesciato Morsi e la Fratellanza musulmana. Si tenga quindi conto che c’è: uno scontro sunniti-sciiti (Arabia Saudita – Iran) detto “scontro settario”, ci sono appetiti territoriali e vecchie inimicizie d’area, l’esibizione di potenza wahhabita per soppiantare al-Qaida ed egemonizzare l’islam radicale. Intorno, russi ed americani che osservano e partecipano, europei (francesi e britannici) convinti, da un secolo, che la cosa li riguardi.

Gli americani? Innanzitutto bisogna dividere gli americani in due. Da una parte l’’industria militare più tradizionale, i neocon, la Clinton, uniti e solidali col progetto saudita, quantomeno per ciò che riguarda la risistemazione dei confini mesopotamici. Dall’altra l’amministrazione Obama. Obama ha dichiarato – ed ha conseguito comportamenti pratici coerenti –, che il Medio Oriente è sceso nella graduatoria degli interessi geopolitici americani. Ricordiamo che la strategia geopolitica obamiana annunciata punta all’Asia, quella praticata punta anche a dividere Russia ed Europa, il gas di scisto emancipa per grande parte gli USA dalla dipendenza dal petrolio mediorientale. La politica dei prezzi gestita come un’arma dai sauditi, andava contro l’Iran e la Russia ma non meno contro gli americani tentando di mettere il scisto fuori mercato. E’ in gioco lo statuto del dollaro, i trattati regionali (Tpp. Ttip. Tisa, allargamento NATO), gli USA hanno già un bilancio fuori dai limiti e non sono onnipotenti, il discorso sulle priorità ha senso.  Obama sta sdoganando l’Iran per creare un quartetto+1 auto-bilanciato (Iran, Arabia Saudita, Turchia, Egitto + Israele non direttamente) che si neutralizzi a vicenda creando il famoso equilibrio delle potenze regionali. Che si venga a formare un nuovo stato sunnita in Siraq è dato forse per scontato per cui l’impegno anti-Isis è stato solo mimato. Quello della parte neocon-Clinton invece è stato agito ma a favore del progetto sauditi-Isis. Recentemente è diventata golosa l’idea di dare finalmente uno stato ai curdi. I curdi sono tanti, non sono arabi, sarebbero eternamente grati (alleati fidati) a chi dà loro la statualità, avrebbero prossimità al Caspio, starebbero in mezzo ad Iran, Caucaso, nuovo stato sunnita/Medio Oriente. Probabilmente, l’idea sarebbe consentita da iracheni, iraniani (recalcitranti ma potrebbe essere oggetto di scambio con altri favori)  e nuovo ipotetico stato sunnita, non credo dai turchi ma anche qui si tratta di vedere la contropartita. L’Iraq curdo è quello più ricco di petrolio.

Recentemente, Umberto Veronesi di cui era sconosciuta la competenza geopolitica, ha azzardato l’idea di sdoganare la pretesa sunnita di un nuovo stato siro-iracheno. In termini di realismo, che è l’unica filosofia che conti in geopolitica sebbene non sia la sola ad influenzarne il pensiero, questa pare l’unica soluzione possibile. E’ molto difficile pensare di riportare i sunniti iracheni con curdi e sciiti in un unico stato. E’ altrettanto improbabile, pensare di ricostituire la Siria originaria. E’ parimenti difficile che l’Arabia Saudita, il Qatar, i golfisti, la Turchia, i curdi e gli stessi sciiti accettino un ritorno alle posizioni di partenza. Fece parte della strategia neocon che mosse Bush in Iraq, balcanizzare la regione. Sapevano cosa stavano facendo e contavano su oggettive linee di faglia, le stesse dei Balcani.

Si tratterà quindi di vedere come e quando dar seguito a questo esito scontato premettendo che non sarà affatto facile e che proprio al giungere al dunque di chi si prende cosa e come, le azioni sul campo si infittiranno per guadagnare posizioni-fiches da giocarsi al tavolo delle complesse trattative. Altrettanto, si manifesteranno caoticamente tutte le direzioni divergenti che compongono oggi l’interno del soggetto Isis. Chissà che la strage parigina non possa esser inquadrata anche in questo senso. Ricordo anche che quella di Charlie Hebdo avvenne tramite soggetti che si richiamavano ad al-Qaida non ad Isis.

Si tratterà poi di vedere cosa ne sarà dell’obiettivo 2) e soprattutto 3) della strategia Isis-Arabia Saudita. Uno stato sunnita di impostazione islamica naturalmente sarebbe la success story che nella competizione jihadista farebbe trionfare l’Isis su al-Qaida e più in generale sul ribollente mondo dell’islam radicale che esiste e non necessariamente imbraccia il mitra. Ma poiché il mondo arabo è il più tipico dei gineprai hobbesiani, se i sauditi l’avessero vinta su questo punto, chissà “gli altri” cosa farebbero. Soprattutto il Qatar che tanto si è speso in Siria. Infine, l’idea di una egemonia wahhabita con uno stato di partenza ed impegni terroristici in tutto il mondo musulmano sarebbe inaccettabile per tutti. L’idea stessa di un califfato è una minaccia mortale alla legittimità di qualsiasi sovranità statale dell’Islam che, ricordiamolo, conta 1,6 miliardi di persone. Ricordo che il “califfato” è ritenuta l’unica forma legittima di forma politica in base alla storia essendo questa la forma in essere della zona dalla morte di Muhammad (632) al 1924. In base alla storia, non al Corano che in materia non dice nulla. S’impone quindi, una qualche forma di normalizzazione dell’Isis ed una sua trasformazione in gruppo dirigente della nuova entità statale con rilascio in vuoto a perdere, dell’anima jihadista che bisognerebbe poi vedere che fine farebbe. I discendenti di Sykes non so cosa stiano facendo ma qualcosa di molto arzigogolato, sicuramente lo stanno facendo (as usual), probabilmente come consulenti geopolitici dell’Arabia Saudita e “padrini occulti” della nuova creatura. I discendenti di Picot bombardano, vengono mitragliati nei boulevard, cantano la Marsigliese e vanno e bombardare di nuovo e di più. Sanno che con i bombardieri non si risolve nulla se non ottenere una sedia al tavolo che tratterà il finale di partita e ritenendo quella, “zona loro”, quella sedia è ritenuta fondamentale. Qualcuno dovrà pur ricostruire con creatività, la schumpeteriana distruzione, no? Vedo un bel TGV Baghdad – Damasco, Damasco – Ryad e non solo.

In Europa, si mostra plasticamente come i più sono ignari del mondo. Se ne sentono di tutti i colori e si discute su un discreto numero di cose (ideologiche, romantiche, emotive) che poco o nulla hanno a che fare col problema, che è intricato ma non richiede una laurea in meccanica quantistica per esser approcciato. Ci sono le élite francesi strapazzate da sogni di potenza neo-coloniale: i francesi si stanno dimostrando un popolo assai unito nel ritenersi “speciale”, entro un certo limite questo è anche simpatico folklore, nel mondo complesso diventerà invece un problema. Ci sono poi quelle che si occupano solo di euro, derive neo-liberali ed impossibili limiti di bilancio da mantenere nel futuro anche immediato. I francesi hanno già defezionato e poiché anche gli americani spingono per l’aumento delle spese della difesa ed hanno inviato due bei missili a miss Merkel, uno con su scritto VW e l’altro DB, per cui penso che i limiti diventeranno improvvisamente porosi. C’è l’europeo medio che è terrorizzato dal mondo che è e che verrà. Dalla politica all’informazione che nulla hanno fatto sino ad oggi per intermediare la nuova complessità del mondo, potenti dosi di isteria non fanno che confondere ulteriormente le cose. C’è poi il circo dell’incompetenza mediatica e gli avvoltoi e le iene che pasteggiano su i cadaveri. L’intellighenzia di sinistra, a casa loro quando si tratta di migranti, Tsipras, l’euro ed il neo-ordo-liberismo che hanno scoperto con qualche decennio di ritardo diventando però tutti docenti di teoria monetaria, ti guardano come se parlassi di Yoda e Dart Fener. L’ambiente alternativo più estremo, vede complotti sofisticatissimi e non vede quelli più concreti. L’Isis è la CIA, non c’è stato nessun attentato ma solo covert operations, il cattivo è sempre l’America (powered by sionisti), il mondo (al pari dei neo-con) è idealmente diviso in buoni-buoni vs cattivi-cattivi. Il fondamentalismo arabo è una invenzione pura e semplice. Sono invero i più disincantati per certi versi ma nella sottovalutazione delle dinamiche arabo-islamiche mostrano la stessa cecità degli imperialisti e dei colonialisti ovvero un ottuso euro-centrismo ed un occidentalismo che sebbene critico, riduce la complessità del mondo nuovo al solo imperialismo capitalista. Recentemente, le uniche cose sensate che si sentono vengono dette da generali in pensione. Infine, leggersi qualcosina su l’Islam che è: a) più del 20% del mondo; b) in potente crescita demografica; c) dirimpetto a noi; d) già consistentemente presente da noi; e) un posticino con 30 e più stati del continuum afro-asiatico; f) una cultura molto complessa che ha millequattrocento anni, non sarebbe una cattiva idea.

Tutto questo disadattamento evidente, depone a sfavore delle previsioni sulla consistenza del nostro prossimo futuro che sarà pesantemente condizionato da questo gioco e da quello più ampio che attiene alla risistemazione dei pesi di potere sul globo.

[A chi interessa: 1) Un nostro studio di più di un anno fa, qui (più puntate); 2) Un nostro corposo studio su Corano ed Islam, qui (Intro + 7 puntate); 3) un’altra analisi sullo scenario di otto mesi fa, qui]

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20/11/2015

Isis: l’errore di partenza

Tutta la questione dell’Isis e della conseguente decisione sulla guerra, si basa su un assunto di partenza: che l’Isis voglia distruggere l’Occidente cristiano, il nostro stile di vita, le nostre libertà e trasformare San Pietro in una Moschea, come si legge nei loro proclami che ci appaiono farneticanti. Dunque è l’Occidente il nemico principale della jihad da cui dobbiamo difenderci. Ma le cose stanno proprio così?

Indubbiamente questa è la versione propagandistica dell’Isis e non c’è dubbio che gli jihadisti “di base” (se ci si consente il termine) pensano esattamente questo e sono disposti ad immolarsi con gli attentati suicidi, anche per vendicare i morti dei bombardamenti occidentali.

Forse è il caso di ricordare che le imprese guerresche occidentali hanno fatti 1 milione di morti fra i civili irakeni, centinaia di migliaia fra gli Afghani, decine di migliaia fra libanesi, libici ecc. Senza contare i palestinesi nel conflitto con gli israeliani. Dunque, che ci sia un sentimento di forte ostilità nei confronti dell’occidente è del tutto plausibile e non solo fra gli estremisti della Jihad, ma anche fra la gente comune ed è proprio su questo risentimento che gli jihadisti fanno leva sia per allargare la loro sfera di influenza, sia per delegittimare, parallelamente le classi dirigenti nazionali dei paesi arabi o, comunque, islamici.

La “narrazione” della guerra Occidente-Islam è profondamente distorsiva ed impedisce di vedere una serie di aspetti di grande importanza. In primo luogo occulta il dato della guerra civile islamica che, come diremo, è prevalente sulla guerra con l’Occidente. In secondo luogo alimenta la leggenda di un islam moderato che si identifica con i pretesi alleati dell’Occidente (sauditi, quatarioti, Erdogan ecc.) che, al contrario, rappresentano la parte peggiore e più integralista dell’Islam.

Di conseguenza, spinge ad individuare come nemici primari molti settori laici dell’Islam come i regimi militari Baaht o gli yemeniti. Ovviamente, Gheddafi, Saddam, Assad hanno espresso regimi di ripugnante autoritarismo che si sono macchiati di crimini contro l’umanità, su questo non c’è dubbio, ma sono stati (come peraltro lo è in una certa misura il regime dei generali egiziani, per nulla migliore dei regimi Baaht) un argine al fondamentalismo jihadista e, forse, non erano i nemici da affrontare per primi.

Poi si tende ad una identificazione fra Islam e suoi settori jihadisti secondo l’erratissimo schema del conflitto di civiltà che individua il nemico nell’Islam in quanto tale. Ed è interessante notare che di questa idea esistono due versioni speculari: quelle di destra alla Fallaci (per intenderci) che è accettata da Pierluigi Battista o Giuliano Ferrara, ma anche una di “sinistra” di quelli che riconoscono nell’azione Isis la risposta armata ed asimmetrica all’aggressione occidentale, e, per ciò stesso, l’espressione dell’Islam che resiste”.

Che ci sia una aggressione occidentale è fuori discussione, così come il fatto che si siano compiuti orrendi crimini di guerra da parte degli americani, quello che non è vero è che l’Isis rappresenti il mondo islamico, quel che legittimerebbe perfettamente il delirio del conflitto di civiltà. Ma, soprattutto, questa visione rozzamente manichea, non opera alcuna distinzione fra militanti di base e gruppo dirigente jihadista.

L’immagine che si ha e si diffonde dei capi jihadisti, sia Al Quaeda che Isis (e prima delle altre formazioni come quella algerina del Fis) è quella di rozzi ed esaltati capi setta, che davvero sognano di espandere il loro dominio a tutto il medio oriente, mezza Europa e, in futuro, in India.

In realtà, tanto i capi di Aq quanto quello dell’Isis, al di là della propaganda, hanno dimostrato grande realismo politico, abilità nel giocare di sponda e capacità comunicativa non comune. Nel caso dell’Isis, inoltre, hanno dimostrato una non comune capacità organizzativa. Per gli jihadisti, la guerra civile islamica è il vero piano strategico su cui misurarsi, mentre l’Occidente è solo un “nemico di rimbalzo”. Quello che interessa ai capi della Jihad è la costituzione di una grande potenza teocratica di area. Il mondo islamico, sulla carta, assomma a 1 miliardo e 200 milioni di persone, con un esercito che complessivamente raggiunge i 20 milioni di uomini con sofisticatissimi sistemi d’arma (grazie soprattutto agli acquisti dell’Arabia Saudita e dell’Egitto), dispone di una potenza nucleare (il Pakistan) e forse due (con l’Iran), è una potenza finanziaria di prim’ordine grazie al controllo della maggior parte della produzione petrolifera mondiale. Ma non conta praticamente nulla: non ha nessun membro permanente del consiglio di sicurezza, nessun membro del G8 ed a stento uno (l’Egitto) nel G20, ha un peso marginale nella City di Londra e praticamente nessuno a Wall Street, non conta niente nel Fmi e nella Banca mondiale ecc. Gli islamici, dove sono minoranze, sono messi ai margini delle rispettive società (in Europa, e si pensi alla banlieu, in Cina gli uiguri, in Russia i ceceni, per non dire dei palestinesi e della minoranza islamica in India ecc.) senza che nessuno ne possa assumere la rappresentanza a livello mondiale, facendone valere i diritti.

Questo perché il mondo islamico è frazionato in una trentina di stati, nessuno dei quali ha il rango di grande potenza di riferimento, mentre ci sono una mezza dozzina di aspiranti a questo ruolo, che giocano la partita su piani diversi (Egitto, Irak, Pakistan, Turchia, Indonesia, Arabia Saudita, Iran, recentemente anche il Quatar). Gli jihadisti ritengono che la radice del male stia proprio nella costituzione di Stati nazionali che spezzano l’”Umma” e ritengono (per certi versi non infondatamente) che il modo per permettere al mondo islamico di entrare nella “stanza dei bottoni” del potere mondiale è proprio quello di abbattere gli stati nazionali e costruire un superstato islamico fondato sulla nozione teologica di Califfato.

In questo quadro, il principale nemico della Jihad non sono i “crociati” di Europa ed America, ma proprio le classi dirigenti nazionali islamiche. Gli occidentali sono appunto, un “nemico dello schermo” che serve a dimostrare chi ha il coraggio di opporsi al “ Satana occidentale” e delegittimare le classi al potere negli stati arabi e comunque islamici, presentandole come corrotte ed asservite al nemico. Da questo punto di vista, gli jihadisti hanno già ottenuto notevoli successi, mietendo consensi che, se ancora minoritari, non sono affatto irrilevanti, attingendo al grande bacino della frustrazione delle masse islamiche. Dunque, lo scontro con l’occidente, dalle invasioni subite agli attentati inflitti, hanno una valenza essenzialmente tattica.

L’eventuale nuova  invasione di europei ed americani avrebbe facilmente ragione delle forze del Califfato, ma questo è nel conto: l’attuale configurazione geografica dello Stato Islamico non è data affatto per definitiva e neppure la stessa esistenza dello stato è ritenuta un dato necessariamente stabile. Se l’attuale “Califfato” fosse distrutto da forze preponderanti, magari dopo sanguinosissimi scontri in cui perissero decine di migliaia di suoi combattenti, sarebbe molto facile ribaltare la sconfitta militare (inevitabile) in un enorme successo propagandistico, con tanto di schiere di martiri caduti per la fede. Ed il reclutamento riprenderebbe moltiplicato in ogni parte del mondo.

Perdonatemi l’accostamento blasfemo, lo faccio solo per dire quale potrebbe essere la valenza propagandistica del fatto, sarebbe qualcosa di molto simile a quello che fu, per il movimento socialista mondiale, la Comune di Parigi: una grande tragedia, con migliaia di massacrati, ma che si convertì in uno strumento di straordinaria efficacia per costruire l’immaginario intorno a cui far crescere il socialismo.

E gli attentati in Europa (ed Usa) non diminuirebbero, ma, al contrario aumenterebbero. Allora come se ne esce? Ne riparliamo una delle prossime volte, ma certamente non con una avventura militare che andrebbe proprio nel senso di quello che l’Isis vuole.

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