Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/03/2025

Uomini di spettacolo

Se vogliamo entrare in quanto sia superato Debord ai nostri tempi prendiamo questa citazione “lo spettacolo è il brutto sogno della società moderna incatenata, che infine non esprime che il suo desiderio di dormire”. Nelle società industriali, quelle di Debord, lo spettacolo, quello dell’immagine resasi indipendente dalla realtà, si dava in due situazioni – il buio del cinema e il riposo della tv in salotto – che potevano assecondare il desiderio di dormire.

Nelle nostre società, marcatamente post-industriali, lo spettacolo è ovunque a qualunque ora, instancabile in modo tale che bisogna sempre stare attenti e svegli per poterne seguire i ritmi. Per cui, come accaduto per le Torri gemelle l'11 settembre 2001, lo spettacolo di quanto accaduto nello Studio Ovale a Washington venerdì 28 febbraio non è un brutto sogno della società moderna, ma rappresenta un brusco risveglio del Mondo, il risveglio traumatico dallo spettacolo della circolazione del flusso permanente delle merci e delle emozioni.

Sia Zelensky che Trump, tra l’altro, non sono politici alla De Gaulle dei tempi di Debord (il militare che impara a fare il politico e poi prende lezioni di recitazione) ma uomini che non tanto vengono dallo spettacolo ma piuttosto ne hanno scritto un capitolo della storia recente. Trump dagli ’80 ha dietro di sé una lunga storia di accumulazione di spettacoli (moda, eventi mondani, sport, serie tv) mentre Zelensky è il protagonista di una ibridazione tra serie tv e realtà (ha interpretato una persona qualunque che diventa presidente dell’Ucraina nella serie “Servitore del popolo”) nella quale la confusione tra l’una e l’altra è palese.

Anche Ronald Reagan, che era soprattutto un attore cinematografico, si era sottoposto ai riti della diplomazia strettamente politica – si pensi al G7 di Williamsburg in Virginia nel 1983 nel quale si tenevano assieme simbolico coloniale ed estetica del nuovo liberismo – ma oggi le esigenze dello spettacolo, e quindi della circolazione del potere, non hanno pause e si estendono fino a rompere la ritualità politica. È evidente quindi che quanto accaduto nella Studio Ovale di Washington – con la spettacolare litigata tra Zelensky da una parte e Trump e Vance dall’altra – non rappresenta solo una spaccatura politica, con serie conseguenze per il Mondo, ma anche una rottura nella ritualità politica per esigenze di spettacolo, quindi di potere con forti conseguenze sul modo globale di condurre trattative, esercitare diplomazia, comunicare con le popolazioni definitivamente ridotte a audience. Fino a oggi, per capire la portata dell’evento della Studio Ovale, l’antropologia visuale e l’antropologia politica definivano la ritualità politico diplomatica in questo modo:

– l’antropologia visuale ha sempre offerto una prospettiva sull’evoluzione dei riti diplomatici, concentrandosi su come gli elementi visivi, riprodotti medialmente, contribuiscano alla performance della diplomazia. L’abbigliamento, ad esempio, ha sempre avuto un ruolo fondamentale nella comunicazione di messaggi simbolici. L’adozione di un abbigliamento sobrio e rigoroso da parte dei diplomatici francesi durante la Rivoluzione Francese rappresentava un modo per esprimere i valori di austerità e di rottura rispetto al passato nobiliare e ha rappresentato, a lungo, la modalità espressiva per la creazione di una relazione favorevole alle trattative e comunque al rispetto, salvaguardia diplomatica, delle persone coinvolte. Qui, il giornalista americano che chiede a Zelensky “perché ti vesti in quel modo” rappresenta il tentativo di rovesciare sul presidente ucraino il peso della rottura di un dispositivo di relazioni diplomatiche ma evidenziava anche una rottura antropologica.

– L’antropologia politica, invece, si concentra sulle dinamiche di potere che sottendono i riti diplomatici resi evidenti dalla disposizione spettacolare di persone, luoghi, oggetti analizzata dalla antropologia visuale. L’ambiente in cui si svolgono le cerimonie diplomatiche costruisce il messaggio del rito politico che è fatto di rapporti di potere. Gli spazi, gli oggetti e le insegne utilizzati veicolano significati simbolici di potere, prestigio e rispetto reciproco. La scelta di determinati luoghi, come palazzi storici o ambasciate, e l’utilizzo di simboli nazionali, come bandiere e stemmi, contribuiscono a creare un’atmosfera di solennità. L’analisi di questi riti, la riduzione del significato dell’immagine a comprensione dei rapporti di forza, permette di comprendere come essi contribuiscano a costruire e a mantenere l’ordine internazionale, a gestire i conflitti e a promuovere la cooperazione tra gli Stati.

Quello che è accaduto, in diretta planetaria, tra Zelensky, Trump e Vance rompe con un dispositivo politico che regolava i rapporti di potere tra stati a lungo analizzato da queste differenti discipline che leggono immagine e potere. Vediamo la vera e propria rottura antropologica, che è tale per la portata planetaria dell’evento, che si è giocata a Washington in un giorno che, visto dall’esterno, poteva sembrare interlocutorio.

Dal punto di vista della antropologia visuale

– Gestualità: i gesti e le espressioni dei due protagonisti sono stati rivelatori. Trump, descritto dai media come furioso, dietro le quinte si riporta abbia sbattuto la porta in faccia a Zelensky, un gesto di chiusura drammatico. L’ambasciatrice ucraina Oksana Markarova, presente all’incontro, ha abbassato la testa e si è messa le mani nei capelli, comunicando sconforto. Questi segnali non verbali hanno rotto il decoro diplomatico, solitamente caratterizzato da compostezza e controllo.

– Allestimento della scena: lo Studio Ovale, simbolo di potere e autorità, si è trasformato in un palcoscenico di scontro pubblico. Le telecamere hanno catturato ogni momento, trasformando un’interazione privata in uno spettacolo globale. Questa esposizione mediatica ha accentuato la rottura, rendendola visivamente spettacolare e accessibile a un pubblico mondiale e in diretta.

– Abbigliamento e simboli: Zelensky ha indossato la sua tipica divisa militare, un richiamo alla sua leadership in tempo di guerra. Trump ha commentato sarcasticamente, dicendo “Si è vestito elegante”, usando l’abbigliamento come strumento per ridicolizzare e sottolineare una divergenza di aspettative. Questo scambio ha evidenziato come i simboli visivi possano diventare campi di battaglia, rompendo le convenzioni diplomatiche.

Dal punto di vista della antropologia politica

– Rituali diplomatici infranti: la diplomazia si basa su protocolli che simboleggiano rispetto e riconoscimento reciproco. Tuttavia, l’incontro si è trasformato in uno scontro aperto: Trump ha accusato Zelensky di “giocare con la Terza Guerra Mondiale” e di “mancare di rispetto agli Stati Uniti”, mentre Zelensky ha ribattuto definendo Putin un “killer”. Questo scambio ha demolito il rituale del dialogo pacifico, sostituendolo con un confronto diretto e ostile.

– Dinamiche di potere: Trump ha minacciato di ritirare il sostegno militare USA se Zelensky non avesse accettato un cessate il fuoco, evidenziando una relazione di potere asimmetrica. Zelensky, però, ha resistito, rifiutando compromessi e sfidando l’autorità americana. Questo scontro riflette un mutamento nelle dinamiche geopolitiche, con l’Ucraina che cerca di affermare la propria agency contro l’egemonia statunitense.

– Simbolismo politico: la mancata firma di un accordo sulle terre rare e l’annullamento della conferenza stampa congiunta sono stati atti simbolici di rottura. Questi gesti hanno segnalato una crisi nelle relazioni bilaterali, con implicazioni che vanno oltre i due leader, coinvolgendo l’Europa e il sistema diplomatico globale.

Con una leadership sia USA che ucraina che viene direttamente dallo spettacolo (Vance è stato scelto da Palantir su criteri di aderenza allo spettacolo tramite IA) è evidente che il fragore dello scontro spettacolare tra Zelensky e Trump fa intravedere modalità di trasformazione sia del ruolo dello spettacolo che della democrazia politica, maggiormente funzionali alla accumulazione di spettacoli necessaria per definire i rapporti di forza, e quindi la diplomazia, di questo tipo di mondo che viviamo. Vediamo alcuni lineamenti di questa grande trasformazione.

– Informalità e spettacolarizzazione: la diplomazia sta abbandonando parte della sua formalità tradizionale, costruita nella modernità, diventando maggiormente mediatica e performativa. Con i conflitti esposti in tempo reale, i leader devono gestire non solo le negoziazioni, ma anche la loro immagine pubblica, rendendo le interazioni più trasparenti ma anche più teatrali con il rischio di produrre drammi e rotture politicamente devastanti in diretta.

– Adattamento alle nuove tecnologie: la diffusione istantanea delle immagini sui social media ha trasformato l’incontro in un evento globale, grazie ai media tradizionali, ma anche capillare proprio grazie ai social. Se vogliono parzialmente controllare questi processi, i diplomatici devono essere più consapevoli del potere delle rappresentazioni visive, adattando i loro comportamenti a un mondo dominato dalla comunicazione digitale non solo televisiva ma anche social con il rischio di non afferrare mai il bandolo della matassa, riducendo il ruolo della diplomazia.

– Navigazione in diretta delle differenze culturali: la rottura tra Zelensky e Trump ha mostrato come malintesi visivi e simbolici possano aggravare le tensioni in diretta. Si pone il problema del governo una maggiore sensibilità culturale, decodificando gesti e simboli per evitare provocazioni involontarie.

– Ridefinizione dei rituali: con le relazioni di potere in continua evoluzione, i riti diplomatici evolvono verso forme di rapporti più dirette e meno formali e quindi maggiormente rischiose per l’esito dei rapporti reciproci e delle crisi. Il rito politico, da stabile, diventa un rito della instabilità.

In sintesi, l’incontro tra Trump e Zelensky ha messo in luce una crisi visiva e politica dei riti diplomatici tradizionali, rivelando tensioni profonde e suggerendo uno scenario in cui la diplomazia sarà più informale, mediatica ma anche soggetta ai rischi delle crisi improvvise che comporta la spettacolarizzazione in diretta dei fenomeni. Queste possono sembrare questioni secondarie, banali rispetto alle profonde, fino alle vertigini, rotture politiche che si moltiplicano dopo l’evento Zelensky contro Trump. È esattamente il contrario: la diplomazia politica, in tutte le società, contiene la promessa dell’ordine, senza il quale la vita sociale, almeno dal punto di vista simbolico, non può scorrere. Da Washington arriva quindi la profonda crisi della ritualità diplomatica, il suo stesso vacillare sotto i colpi dello spettacolo che tolgono l’orizzonte della possibilità dell’ordine di fronte a una serie di crisi economiche, politiche, militari che si susseguono velocemente e senza pause. Lo spettacolo vivo, senza mediazioni, mette così in crisi la ritualità diplomatica, la promessa dell’ordine, verso forme che rappresentano una mutazione rispetto al passato, anche recente, i cui esiti sono ostili alla riproduzione delle società. Lo spettacolo di un Mondo di questo tipo genera così, altro che il dormiente, un brusco risveglio sotto il segno della paura.

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26/02/2024

«Il vero è un momento del falso»: dalla politica come spettacolo al dilemma del prigioniero

«È quanto meno singolare che non ci si interroghi sul fatto, non meno imprevisto che inquietante, che il ruolo di leader politico sia nel nostro tempo sempre più spesso assunto da attori: è il caso di Zelensky in Ucraina, ma lo stesso era avvenuto in Italia con Grillo (eminenza grigia del Movimento 5 Stelle) e ancor prima negli Stati Uniti con Reagan.

È certo possibile vedere in questo fenomeno una prova del tramonto della figura del politico di professione e dell’influsso crescente dei media e della propaganda su ogni aspetto della vita sociale; è però evidente in ogni caso che quanto sta avvenendo implica una trasformazione del rapporto fra politica e verità su cui occorre riflettere.

Che la politica avesse a che fare con la menzogna è, infatti, scontato; ma questo significava semplicemente che il politico, per raggiungere degli scopi che riteneva dal suo punto di vista veri, poteva senza troppi scrupoli dire il falso».

Così scrive sulla rivista “Quodlibet” un filosofo acuto e profondo, quale è Giorgio Agamben. E continua osservando quanto segue: «Quel che sta avvenendo sotto i nostri occhi è qualcosa di diverso: non vi è più un uso della menzogna per i propri fini politici, ma, al contrario, la menzogna è diventata in se stessa il fine della politica. La politica è, cioè, puramente e semplicemente l’articolazione sociale del falso.

Si capisce allora perché l’attore sia oggi necessariamente il paradigma del leader politico. Secondo un paradosso che da Diderot a Brecht ci è diventato familiare, il buon attore non è, infatti, quello che si identifica appassionatamente nella sua parte, ma colui che, conservando il suo sangue freddo, la tiene per così dire a distanza. Egli sembrerà tanto più vero, quanto meno nasconderà la sua menzogna.

La scena teatrale è, cioè, il luogo di un’operazione sulla verità e sulla menzogna, in cui si produce il vero esibendo il falso. Il sipario si solleva e si chiude proprio per ricordare agli spettatori l’irrealtà di quanto stanno vedendo».

In sostanza, il ragionamento svolto da Agamben tende a mostrare che quel che definisce oggi la politica – divenuta, com’è stato efficacemente detto, la forma estrema dello spettacolo – è un inedito capovolgimento del rapporto teatrale fra verità e menzogna: un capovolgimento che mira a produrre la menzogna attraverso una particolare operazione sulla verità.

La verità, come abbiamo potuto vedere in questi ultimi anni, non viene, infatti, occultata e resta anzi facilmente accessibile a chiunque abbia voglia di conoscerla; ma se prima – e non soltanto a teatro – si raggiungeva la verità mostrando e smascherando la falsità, ora si produce invece la menzogna per così dire esibendo e smascherando la verità (di qui l’importanza decisiva del discorso sulle “fake news”). Se il falso era un tempo un momento nel movimento della verità, ora la verità vale soltanto come un momento nel movimento del falso.

Questo procedimento ha qualcosa a che fare con un noto problema di logica che si può enunciare in questi termini: un condannato sta in una cella dove ci sono due porte, ciascuna delle quali sorvegliata da un guardiano. Una porta conduce al patibolo, l’altra alla salvezza.

Un guardiano dice sempre la verità, l’altro dice sempre le menzogne. Il condannato non sa quale sia la porta della salvezza e quale sia la porta del patibolo, così come non sa quale sia il guardiano veritiero e quello menzognero. Tuttavia ha la possibilità di salvarsi, ma può fare solo una domanda a uno solo dei guardiani. Quale domanda deve fare?

Ed ecco la soluzione: per salvarsi egli deve chiedere a una delle sentinelle quale sia la porta che secondo il suo collega conduce alla salvezza (o al patibolo) e poi cambiare la porta che gli sarà indicata.

Infatti se interpella il guardiano veritiero, costui, riferendo in modo veritiero la menzogna del collega, gli indicherà la porta sbagliata. Se interpella il guardiano menzognero, costui, riferendo in modo menzognero la verità del collega, gli indicherà ancora una volta la porta sbagliata. In conclusione: bisogna sempre cambiare porta.

Morale: per arrivare alla verità bisogna sempre capovolgere, ossia negare, l’opinione. Naturalmente il fatto di capovolgere il modo tradizionale di leggere la concatenazione degli eventi sconvolge anche la cosiddetta “dietrologia”, nel senso che il “dietro” è già qui, davanti a noi, e assume, grazie alla sua evidenza spettacolare, una dimensione molto più vasta: quella dimensione che perfino un polemista di destra, quale è il generale Roberto Vannacci, ha scoperto nel suo libro intitolato significativamente “Il mondo alla rovescia”.

Sennonché la nostra è, attualmente e storicamente, una situazione in cui “il vero è un momento del falso”, come recita lo splendido aforisma dettato dall’autore della “Dialettica negativa”, Theodor Wiesengrund Adorno (1903-1969).

In questa situazione l’attore è, per così dire, a suo agio. Se l’attore Zelensky risulta così convincente come leader politico è proprio perché egli riesce a proferire sempre e dovunque menzogne senza mai nascondere la verità, come se questa non fosse che una parte inaggirabile della sua recita.

Egli – come del resto la maggioranza dei leader dei paesi della Nato – non nega il fatto che i russi abbiano conquistato e annesso il 20% per cento del territorio dell’Ucraina (che del resto è stata abbandonata da più di dodici milioni dei suoi abitanti) né che la sua controffensiva sia completamente fallita; nemmeno che, in una situazione in cui la sopravvivenza del suo paese dipende in tutto e per tutto da finanziamenti stranieri che possono cessare da un momento all’altro, né lui né l’Ucraina hanno davanti a sé alcuna reale possibilità.

«Decisivo è per questo – conclude il filosofo Agamben con una mossa magistrale giocata sulla dialettica tra recitazione del falso e realtà del vero – che, come attore, Zelensky provenga dalla commedia. A differenza dell’eroe tragico, che deve soccombere alla realtà di fatti che non conosceva o che non credeva reali, il personaggio comico fa ridere perché non cessa di esibire l’irrealtà e l’assurdità delle sue stesse azioni. L’Ucraina, un tempo chiamata la Piccola Russia, non è però una scena comica e la commedia di Zelensky non potrà in ultimo che convertirsi in un’amara, realissima tragedia.»

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20/05/2016

Pannella: il Giano bifronte della politica morente

Marco Pannella è alla fine della sua vita. E non per uno dei suoi celebri scioperi della sete e della fame. Semmai per l’implacabile lavorio di quella signora che non scioperai mai, portando sempre in fondo il suo lavoro, e che siamo soliti chiamare vita.

Presto scenderanno a fiotti le lacrime di coccodrillo di chi celebrerà il grande combattente, l’indomito politico controcorrente, l’alfiere di battaglie fondamentali per il progresso dei diritti civili nel nostro spesso incivile paese.

Vita, morte e (pochi) miracoli

Pannella è stato anche questo, certo, ma negli articoli «in morte di qualcuno» si tende quasi sempre a conformare le ricostruzioni biografiche all’insegna dell’agiografia più indistinta.

Ma qui ci interessa più che altro capire ciò che il leader radicale è stato «in vita». Questo blog si intitola l’«urto del pensiero» proprio perché questa facoltà umana, il pensiero appunto, sempre più mortificata e relegata nei cassetti delle cianfrusaglie inutili, se fatta funzionare con mestiere e rettitudine riesce a scardinare le apologie dell’ipocrisia imperante.

Superando le verità finte o parziali che alimentano il teatrino di un’ideologia dominante che vuole che tutto torni, che il cerchio si chiuda sempre, che il sistema continui a funzionare all’insegna di un’armonia secondo cui i finti oppositori vengono riassorbiti all’interno del sistema stesso anche grazie all’epilogo universale: la morte.

Essa deve appianare tutto, sistemare ogni cosa, annullare le differenze e cancellare le miserie di una vita che è piccola cosa in confronto al grande mistero dell’esistenza.

Cancellare il pensiero e la storia è il sogno di ogni Potere: in questo modo è esso a dettare incontrastato l’agenda sociale e l’album delle figurine dei personaggi degni di rilievo e considerazione.

Le due facce

Volente o nolente, consapevole o meno di ciò, Marco Pannella, in questo senso, persona intelligente e politico scaltrissimo, è stato anche l’antesignano di una figura oggi imperante: il narcisista egocentrico che riduce la politica (ed ogni cosa) all’espressione del proprio ego, delle sue intuizioni o idee (o del suo tornaconto) del momento.

Il regno dell’indistinto ideologico (né destra né sinistra) è il terreno su cui personaggi come questi costruiscono il proprio edificio di inaffidabilità, incoerenza, politica del respiro corto e della contingenza, spettacolarizzazione di ogni messaggio o azione con l’unico scopo di ottenere un ritorno di immagine perfettamente inutile (se non dannoso) al bene comune.

Pannella, da questa ottica, ha rappresentato come forse nessun altro le due facce della politica italiana contemporanea: da una parte alfiere di grandi battaglie per i sacrosanti diritti civili ma, dall’altra, cinico e opportunista giocoliere di un trasformismo pronto ad allearsi con tutti, a passare da una parte all’altra della sponda rivelandosi un efficacissimo alleato di quel neo-liberismo che ci sta spogliando dei diritti sociali conquistati lungo secoli di battaglie politiche a tutela della classi sociali più svantaggiate.

Liberale, liberista, socialista, anarchico, democratico sono state le molteplici e contraddittorie definizioni che di volta in volta ha assunto il «suo» personale partito radicale, che in questo modo ha potuto giocare sul crinale stretto di una politica ancora parzialmente capace di mettersi al servizio della collettività, ma anche di configurarsi come strumento ad uso personale del leader e, più in generale, di un sistema imperante che finge di riconoscere i diritti secondari (le droghe leggere, il matrimonio omosessuale, l’eutanasia) salvo contribuire alla spoliazione dei diritti fondamentali (il lavoro, l’istruzione, la giustizia sociale).

Morte della Politica

Grande comunicatore, indimenticabile affabulatore, rimpianto giocoliere di una politica ridotta a comunicazione e spettacolo, Pannella andrebbe studiato e compreso in quanto archetipo di un leader di passaggio dall’epoca moderna a quella post-moderna.

Quest’ultima, neanche a dirlo, caratterizzata dalla mancanza di grandi visioni, dall’incapacità di difendere i più fondamentali diritti sociali, serva del qui e ora e di uno spettacolo mediatico che ti esalta quanto più ti riveli in grado di bucare lo schermo senza però scalfire minimamente il potere dominante.

Massimo rispetto per l’essere umano Marco Pannella, specie ora che ci lascia. Simpatia per le sue doti di istrione e movimentatore di una politica da prima repubblica troppo spesso melmosa e noiosa.

Ma senza dimenticare il dato fondamentale.

Oggi celebriamo la sua morte.

Ma prima di lui, e con il suo innegabile contributo, è morta la Politica con la maiuscola.

E oggi ne stiamo pagando le terribili conseguenze.

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Muore Marco Pannella, il primo vero esibizionista della politica italiana

Tra le tante lodi tessute nei confronti di Marco Pannella, nel corso degli ultimi anni della sua vita, forse la più curiosa è quella di Giorgio Napolitano. Pannella fu infatti un acerrimo avversario di Napolitano durante la stagione del governo di unità nazionale, quella di accordo DC-PCI, e gli provocò non pochi problemi sul campo delle battaglie per i diritti civili.

La povera Giorgiana Masi, uccisa nel maggio di quasi quaranta anni fa dalla polizia di Cossiga con la connivenza del PCI, fu infatti assassinata ad un presidio dei radicali di Pannella che ricordava il referendum sul divorzio. All’epoca Pannella, con l’aiuto di qualche tv privata romana, riuscì a far breccia nell’opinione pubblica ribaltando la tetra versione dei fatti del governo DC-PCI e inchiodare, perlomeno agli occhi di chi sapeva valutare i fatti, i veri responsabili. Ma era un altro mondo, oggi quasi nessuno ricorda che non solo PCI e DC governarono assieme e in ben due governi Andreotti (si proprio lui) e a Palermo con l’asse Ciancimino-Macaluso. Altro che questione morale berlingueriana sventolata dagli sprovveduti e da chi, a corto di idee, cerca facile consenso: il PCI nel sistema DC dalle mani per niente pulite era la polizza di assicurazione per chi si sporcava e non poco. Oggi, o meglio nella recente storia di ieri, Marco Panella viene celebrato come un benemerito della repubblica. E come tale, ad 86 anni muore.

Di Marco Pannella vanno ricordate un po' di cose: l’assoluto minoritarismo elettorale, le sue liste hanno sempre raccolto sotto il 10% (e regolarmente sotto il 5) dei voti, il fiuto nel saper entrare in battaglie referendarie che si sono rivelate maggioritarie (divorzio, aborto, preferenza unica), la capacità di lanciare personaggi (da Rutelli allo stesso Giachetti oggi candidato PD a sindaco di Roma), di occupare spazi vuoti della politica (marce di ferragosto, pasqua, natale per finire sui giornali quando tutti sono in ferie) e l’abilità nel raccogliere fondi. E soprattutto la grande capacità di trasformare il proprio esibizionismo, da animale da palcoscenico della politica spettacolo, in patrimonio politico, di consenso e di tangibile fund raising. Per non parlare delle campagne che l’hanno tenuto sulla linea di galleggiamento della notorietà: dall’elezione di Negri a quella di Cicciolina.

Perché lo celebra la politica istituzionale? Ma è semplice, perchè Pannella ha tenuto a battesimo quelle modalità dello spettacolo grazie alla quale la politica istituzionale si tiene in piedi. Oggi i ministri lavorano a ferragosto, pasqua (almeno nella versione ufficiale) come Pannella ha insegnato a fare. Oggi i presidenti del consiglio cavalcano i referendum, come fa Renzi, i diritti civili (idem come sopra), l’attacco ai sindacati (uno dei grandi cavalli di battaglia di Pannella). Si cavalcano quindi tutte le questioni di etica-spettacolo che Pannella aveva, da fantino pioniere, cavalcato prima ed in tempi molto rischiosi. Per questo Marco Pannella entra nel Pantheon della repubblica. Come esibizionista – nelle piazze, nelle assemblee, sui media – che ha fatto capire che l’esibizionismo, per le istituzioni, paga. Come sovrano indisturbato dell’ingresso dell’avanspettacolo in politica che, grazie a lui, dopo avrebbe visto altri personaggi: Berlusconi, Renzi, Grillo. Come nemico dei partiti di massa è celebrato alla loro fine in una (si fa per dire) democrazia dove contano soli i notabili.

Quindi una volta messo agli archivi il Pannella dei ruggenti anni ’70, quelli del referendum sul divorzio ma anche di quello sull’abrogazione al finanziamento pubblico dei partiti (e di quello contro la repressiva legge Reale), le istituzioni celebrano il guitto dalle idee, alla fine, tornate utili. Emma Bonino, funzionario del peggior liberismo degli ultimi anni e miracolata dalla capacità di Pannella nel lanciare personaggi, ha detto “è stato celebrato poco e altrettanto poco riconosciuto”. Si sbaglia, Pannella lo si sta celebrando per come è. Quel geniale, a tratti pericoloso, ciarlatano che ha insegnato al sovrano i trucchi per sopravvivere. Un esibizionista, ambiguo non lo si può celebrare come se fosse santo e cardinale. Il resto è chiacchiera destinata a scomparire.

Redazione, 19 maggio 2016

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01/12/2014

Beppe Grillo, il gatto che mangiò sé stesso?

A partire dal V-day del 2007, che fece capire le inedite possibilità di espansione di massa del movimento fondato da Beppe Grillo, il mainstream non si è mai negato il paragone tra il comico genovese e Savonarola. Paragone facile ma mai messo a fuoco visto che il mainstream procede per connessioni banali e impedisce approfondimenti. Viene invece a mente un testo di ormai diversi anni fa, di Thomas Csordas, sul rapporto tra Savoranola e lo spettacolo. Csordas sostiene come la teatralità spettacolare sia stata, assieme, elemento di forza e di distruzione del potere carismatico di Savonarola. Elemento di forza perchè, come per ogni convenzione teatrale, perimetrava le predicazioni dal resto del mondo rendendo possibile, amplificata ed intensa una critica al mondo impraticabile altrove. Elemento di distruzione perché, nel momento in cui cresceva impetuosamente la forza della denuncia, la tendenza a rompere i confini della teatralità, e a passare nel mondo reale, si faceva insopprimibile. Finendo però per essere travolta, fino alla distruzione del suo creatore, da un mondo del potere politico dove le leggi sono persino più complesse e spietate di quanto immaginato. Chi abbia letto, anche velocemente, i sermoni e le prediche di Savonarola sa come la predicazione sia consapevolmente rappresentata in termini di spettacolo. Uno spettacolo morale, fatto per dividere violentemente il mondo in buoni (sia “perfetti” che “imperfetti” secondo Savonarola) e cattivi (“che ogni cosa convertono in veleno”). E per invocare, con tutta la forza morale della predicazione, l’intervento del divino per sanare e redimere questa divisione e questa fratttura. Ma nel momento in cui la forza della predicazione è dirompente, e lo spettacolo rompe i confini sociali che si è dato, per Savonarola non c’è salvezza e per il mondo non c’è alcuna redenzione. C’è il rogo e il trionfo di un mondo di reticoli velenosi di potere. Si tratta quindi di capire, in modo straordinariamente diverso, tra gli studiosi di Savonarola e quelli di Grillo, che lo spettacolo è una straordinaria forza politica che, da se praticata da sola, può portare alla piena distruzione. Certo, non è un problema per le sinistre che lo spettacolo lo subiscono, o lo addomesticano in versioni tanto politicamente corrette quanto socialmente destinate ad una docilità perdente, ma è sicuramente un tema per capire il rischio di rapido declino che corre il Movimento 5 stelle.

Il movimento fondato da Beppe Grillo è infatti cresciuto, e con forza elettorale grazie al potere carismatico emanato dal suo fondatore. Un potere carismatico generato nel campo di forza dello spettacolo, eccezionale rispetto alla tradizione politica (in questo caso il “nè di destra nè di sinistra” è il modo non originale ma sicuramente dirompente con il quale il M5S si è differenziato dalla tradizione). Ma proprio questa crescita tanto più, a causa del successo, ha imposto l’uscita dal terreno del puro spettacolo tanto più ha generato serie sconfitte politiche. E qui possiamo individuare quattro ragioni legate a sapere, potere, comunicazione e tessuto economico della società. Vediamo in estrema sintesi.

SAPERE

Il linguaggio della politica, ancora oggi, parla di “rapporti di forza” pensando che essere numerosi, e moralmente legittimati, automaticamente generi degli effetti. Non è così: le nostre sono società si strutturano secondo continue successioni di equilibri e confitti altamente complessi, non a caso sono società tecnologiche, dove la forza, quella duratura, si annida solo in saperi estremamente sofisticati (e per questo, potenti). Il Movimento 5 stelle si è invece caratterizzato per generare una leva politica, e culturale, altamente inesperta. Causa anche la degradazione del sapere politico di massa delle società post-industriali, si tratta di una leva che ha mancato un elemento fondamentale per la propria stabilizzazione: la capacità di generare quei saperi di acculturazione di massa necessari per fare stabilmente politica in grandi numeri. All’inizio del ‘900 nelle scuole operaie si facevano lotte e ci si alfabetizzava leggendo anche Hegel. Nel M5S abbiamo dirigenti politici che più di una ampia collezione di click, e di titoli ottenuti dal declinante diplomificio italiano, non hanno fatto. E non è che nelle commissioni comunali, regionali o del parlamento si impari più di tanto (a parte le procedure). La mancanza di sapere necessario, assieme all’incapacità di generarlo, per incidere in una società altamente complessa è stato quindi una delle ragioni per cui il M5S ha subito un brusco stop. E’ un problema di tutti i movimenti, anche più a sinistra, ma per il M5S la questione, quando si è stati ad un passo dal potere, è tanto più stringente. Il sapere è potere, e potenza, e senza quel potere, e quella potenza, non si aprono le porte della politica, quella vera. Resta solo lo spettacolo della denuncia. Spettacolo sottoposto alle mutevoli leggi dell’intrattenimento.

POTERE

Tutte le organizzazioni di massa, nei decenni precedenti, che non siano stati semplici cartelli elettorati hanno vissuto di un equilibrio tra due componenti: potere carismatico e potere di massa diffuso. Il M5S ha radicalizzato entrambe le componenti: quello carismatico, proveniente dallo spettacolo e sostanzialmente indiscusso, di Grillo e quello della democrazia assembleare, istantanea, di base e di rete. Nel M5S abbiano così visto il continuo conflitto tra potere carismatico (di Grillo), democrazia di base (delle reti di attivisti e “quadri”) e rete (con uso di quest’ultima, e delle regole che genera, come chiave risolutiva di ogni conflitto. E’ finita che ne ha generati di ulteriori). Il tentativo di mettere a norma il potere eccezionale (in senso antropologico) di Grillo da parte dela rete di attivisti e quadri, e quello di Grillo nel perpertuare il non voler percepire limiti (se non quelli che pensa di essersi dato) alla propria natura, ha così generato una impasse fortissima nel M5S. Ma si tratta di qualcosa che era già presente, nel Movimento 5 Stelle, prima della vittoria a Parma. Ai primi veri stop elettorali tutto questo è riemerso. C’è anche un’altra questione: le reti sociali, professionali, i mondi intermedi reali e possibili che hanno votato il M5S sono tenuti lontani da tutto questo. Il M5S del 2013 è il primo partito operaio d’Italia. Si vede presenza operaia grillina nelle mobilitazioni sull’articolo 18? Allo stesso tempo il movimento 5 stelle del 2013 è stato il primo partito della piccola e media industria. Pochissima rappresentanza politica visibile anche di tutto questo mondo, nonostante le intenzioni. Ecco così l’effetto frammentazione di poteri: carisma, quadri, rete, mondi intermedi, strati sociali. Tutto entra in una dinamica centrifuga. Qui probabilmente ha fatto grosso difetto l’engineering organizzativo del gruppo Casaleggio. La logica da start-up visionaria, esclusiva e aggressiva con la quale è stata delineata l’organizzazzione M5S, secondo Casaleggio, male si adatta alla dimensione del potere delle attuali società di massa. E qui fa bene scoprire che le logiche organizzative di impresa, anche innovativa, si adattano davvero poco all’organizzazione sociale.

COMUNICAZIONE

Beppe Grillo rappresenta una enorme lezione, per certi versi maggiore rispetto a quella rappresentata da Berlusconi, su come distribuire la comunicazione politica nelle società europee post-industriali. Un accumulo originario di spettacolo televisivo generalista, teatrale unito alla comunicazione di rete. Si è ben capito, specie negli ultimi due anni, che questo accumulo rappresenta un potere detonante enorme rispetto ad assetti di potere di una società neoliberista in crisi. Una volta però finita la fase esplosiva, o quando è necessario un momento di riaccumolo per nuove esplosioni, non basta certo la comunicazione attorno ad una persona. Per quanto questo potere sia carismatico. Berlusconi per tutto questo si è servito del più importante impero editoriale italiano dell’ultimo quarto di secolo. Ma Grillo, più semplicemente, non ha insegnato come si fa a comunicare al proprio movimento. I risultati stanno nella netta distinzione tra chi parla come un manuale di educazione civica al resto della società e chi lo fa secondo i ritmi dello spettacolo. Tra chi costruisce il verbo e chi ha la funzione di accompagnarlo c’è uno scarto comunicativo, e di capacità di fare media, enorme. Anche la distinzione simbolica tra Grillo (figura antropologicamente eccezionale) e i sui parlamentari (figure antropologiche della normalità) non favorisce processi ricchi, sia sul piano tecnico che dei contenuti, di comunicazione.

La capacità di comunicare, senza scomodare dei classicissimi, è potere di connessione sociale. Quando il potere carismatico non comunica, non è crisi dell’uno ma crisi di un potere di connessione sociale. E se non c’è un dispositivo di sostituzione del potere carismatico, che non è mai continuo, la connessione sociale di un movimento finisce per evaporare.

TESSUTO ECONOMICO DELLA SOCIETA’

Dovrebbe aiutare a capire qualcosa il fatto che i partiti pigliatutto (catch-all-parties) tipici della comunicazione politica all’americana sono “nè di destra nè di sinistra” giusto nel momento elettorale. Successivamente, una volta ottenuto il potere, svoltano verso destra. Verso cioè quel dispositivo di potere proprietario che ne valorizza le caratteristiche dei promotori (figure singole, carismatiche, eccezionali legate ad una organizzazione elettorale). Questo perché la distinzione destra-sinistra non è tanto qualcosa di genericamente culturale ma attraversa la faglia di antropologia economica che divide in due le nostre società. Infatti quando prevalgono i rapporti di proprietà una società si struttura a destra. Quando economicamente tende a riprodursi secondo un tessuto di redistribuzione della ricchezza è maggiormente egualitario, con distinzioni sociali meno stridenti, la società si struttura a sinistra. Il movimento 5 stelle si è dato una logica decisionale random (optare, di volta in volta, per decisioni politiche di destra o di sinistra a seconda di criteri di concretezza) e “non ideologica” proprio nel momento sbagliato. Ovvero quello in cui la struttura proprietaria della società (dalla impresa multinazionale alla PMI) si ristruttura anche a costo (perchè economicamente è sempre un costo) di liquidare quella egualitaria. Generando sia forti tensioni sociali che persino impoverimento economico. Per questo essere “nè di destra nè di sinistra”, al di fuori del momento elettorale, è un nonsenso. Perchè la struttura proprietaria della società sta impoverendo quella che riproduce tessuto egualitario di redistribuzione entro una crisi epocale. Per cui il M5S si trova ad appoggiare politiche che, assieme, non possono tenersi: sia la logica dei tagli, dietro la parola d’ordine della “riduzione degli sprechi”, che il reddito di cittadinanza; sia la protezione del lavoro che quella delle PMI che questa protezione negano. Per non parlare dell’assenza di una logica globale di pensabilità dei problemi, la re-italianizzazione della politica, sia nel linguaggio che nelle scadenze, che non aiuta a innovare proprio in Italia. Prova ne sono le parole in libertà di un deputato M5S sull’Isis ma anche, ad esempio, una visione critica dell’euro, condivisibile in molti tratti, ma che non sa vedere il continente se non in una dimensione, oggi economicamente impronibile proprio in senso post-capitalista, di piccole patrie.

Da un punto di vista non legato a logiche di schieramento, non fa male definire populista il movimento di Grillo. Proprio come il People’s party americano, a cavallo tra ‘800 e ‘900, è un movimento di risposta ad un grave esercizio dell’egemonia del capitale finanziario sulle nostre società. Lo ha fatto sia utilizzando fattori conservatori della società che elementi felicamente innovativi. Poi, come vediamo, la crisi. Ed ora?

La crisi non sarà fine ma trasformazione nel M5S se prevaranno il distacco dell’autoreferenzialità e dall’idea di autosufficienza. Il Movimento 5 stelle è stato un ottimo detonatore politico. E può esserlo anche in futuro. Ma non è l’unica opposizione antiliberista in Italia. Elettoralmente non arriverà mai al 51 per cento e non rappresenta nè il complesso nè il baricentro della società italiana. Dal punto di vista del M5S queste considerazioni sono eresia, altro che Savonarola. Ma, la storia è piena di esempi del genere, ci sono partiti di massa che, sapendo dove erano veramente finiti hanno saputo adattarsi, mutare e fare lunghe marce. Come quel partito che si è inventata la metafora dell’indifferenza del colore del gatto nel momento in cui si necessita di un felino per mangiare il topo. Certo la situazione è quella in cui il gatto, in questo caso Beppe Grillo, rischia di mangiare sé stesso. Il M5S infatti o fa una potente svolta culturale o rischia, nemmeno tanto lentamente, una autoestinzione. Oppure rischia di finire in pasto ai piranha dei mass media generalisti che non attendono altro. I grandi poteri costituiti hanno sempre fame di Savonarola. Di qualsiasi religione siano e qualsiasi confine, incautamente, valichino.

Per Senza Soste, nique la police

1 dicembre 2014

Fonte

20/12/2012

Benigni mi vuole zittire, ma io non tacerò

Benigni equipara nazismo e comunismo: Le parti più significative della Costituzione sulle questioni sociali sbeffeggiate. La falsificazione del Novecento vuole impedire di immaginare nuovi percorsi di emancipazione.

Desolante tristezza ispira la lettura della Costituzione italiana da parte del comico Benigni, il comunismo finisce tra le dittature del Novecento al pari del nazifascismo e la parte fondamentale degli articoli 3 e 4, il secondo comma del primo: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”, e il primo del successivo: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.”, non sono frutto di una canna fumata da De Gasperi, Nenni e Togliatti, anticipatore di Lennon e dei figli dei fiori, come dice Benigni, ma copiatura quasi pedestre della Costituzione sovietica del 1936. Come la prima parte dell’articolo 3 in cui le persone sono riconosciute come cittadini “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.” Anche in questo caso era un prodotto della Costituzione staliniana del 1936, non a caso i neri, gli ebrei e gli asiatici in Unione Sovietica erano cittadini a pieno diritto, nel resto dell’Europa fascista, non solo italo-tedesca, ma pure in Polonia, in Romania, in Ungheria prendevano le vie dei lager, dopo quelle del razzismo quotidiano per altro diffuso pure in Francia e in Inghilterra, in Svezia e in Olanda, dove le vignette mettevano sempre i neri con l’anello al naso a mangiar banane insieme alle scimmie. In una sola nazione si sarebbe stati arrestati per una vignetta simile, l’Unione Sovietica. Appunto.


Per chi come me dirige un Centro Studi dedicato allo studio e alla valorizzazione del socialismo è l’amara constatazione che un miscuglio di “valori condivisi” è oggi patrimonio degli italiani e provare a fare chiarezza è una fatica quasi impossibile, forse inutile, totalmente inutile, perché chi non la pensa come Benigni, la pensa come Monti o Berlusconi, cioè pure peggio.
Aggiungo infine che credo che la falsificazione del Novecento voglia impedire di immaginare possibili nuovi percorsi, è evidente che il “comunismo” del Novecento, con tutti i suoi limiti, slanci, successi e contraddizioni non è più praticabile, ma percorsi comunitaristi, contro spreco e consumismo, speculazioni bancario-finanziarie e capitalismo, che molto sarebbero in quel solco, vogliono essere sminuiti con anticipo da chi promuove il pensiero unico, a prescindere dal fatto che sia “in salsa Benigni, Monti o Berlusconi”.
Il mio lavoro è quasi impossibile, ma io lo continuo con una fondamentale certezza, quella per cui solo un mondo solidale ed eco-compatibile è capace di futuro. L’alternativa è una vicinissima autodistruzione, di pochi mesi più tardiva dell’allegro catastrofismo maya. Proprio per questo, nonostante Benigni provi a dirmi che devo stare zitto, io non tacerò.
Davide Rossi, insegnante e direttore del Centro Studi Anna Seghers