Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/03/2025

Uomini di spettacolo

Se vogliamo entrare in quanto sia superato Debord ai nostri tempi prendiamo questa citazione “lo spettacolo è il brutto sogno della società moderna incatenata, che infine non esprime che il suo desiderio di dormire”. Nelle società industriali, quelle di Debord, lo spettacolo, quello dell’immagine resasi indipendente dalla realtà, si dava in due situazioni – il buio del cinema e il riposo della tv in salotto – che potevano assecondare il desiderio di dormire.

Nelle nostre società, marcatamente post-industriali, lo spettacolo è ovunque a qualunque ora, instancabile in modo tale che bisogna sempre stare attenti e svegli per poterne seguire i ritmi. Per cui, come accaduto per le Torri gemelle l'11 settembre 2001, lo spettacolo di quanto accaduto nello Studio Ovale a Washington venerdì 28 febbraio non è un brutto sogno della società moderna, ma rappresenta un brusco risveglio del Mondo, il risveglio traumatico dallo spettacolo della circolazione del flusso permanente delle merci e delle emozioni.

Sia Zelensky che Trump, tra l’altro, non sono politici alla De Gaulle dei tempi di Debord (il militare che impara a fare il politico e poi prende lezioni di recitazione) ma uomini che non tanto vengono dallo spettacolo ma piuttosto ne hanno scritto un capitolo della storia recente. Trump dagli ’80 ha dietro di sé una lunga storia di accumulazione di spettacoli (moda, eventi mondani, sport, serie tv) mentre Zelensky è il protagonista di una ibridazione tra serie tv e realtà (ha interpretato una persona qualunque che diventa presidente dell’Ucraina nella serie “Servitore del popolo”) nella quale la confusione tra l’una e l’altra è palese.

Anche Ronald Reagan, che era soprattutto un attore cinematografico, si era sottoposto ai riti della diplomazia strettamente politica – si pensi al G7 di Williamsburg in Virginia nel 1983 nel quale si tenevano assieme simbolico coloniale ed estetica del nuovo liberismo – ma oggi le esigenze dello spettacolo, e quindi della circolazione del potere, non hanno pause e si estendono fino a rompere la ritualità politica. È evidente quindi che quanto accaduto nella Studio Ovale di Washington – con la spettacolare litigata tra Zelensky da una parte e Trump e Vance dall’altra – non rappresenta solo una spaccatura politica, con serie conseguenze per il Mondo, ma anche una rottura nella ritualità politica per esigenze di spettacolo, quindi di potere con forti conseguenze sul modo globale di condurre trattative, esercitare diplomazia, comunicare con le popolazioni definitivamente ridotte a audience. Fino a oggi, per capire la portata dell’evento della Studio Ovale, l’antropologia visuale e l’antropologia politica definivano la ritualità politico diplomatica in questo modo:

– l’antropologia visuale ha sempre offerto una prospettiva sull’evoluzione dei riti diplomatici, concentrandosi su come gli elementi visivi, riprodotti medialmente, contribuiscano alla performance della diplomazia. L’abbigliamento, ad esempio, ha sempre avuto un ruolo fondamentale nella comunicazione di messaggi simbolici. L’adozione di un abbigliamento sobrio e rigoroso da parte dei diplomatici francesi durante la Rivoluzione Francese rappresentava un modo per esprimere i valori di austerità e di rottura rispetto al passato nobiliare e ha rappresentato, a lungo, la modalità espressiva per la creazione di una relazione favorevole alle trattative e comunque al rispetto, salvaguardia diplomatica, delle persone coinvolte. Qui, il giornalista americano che chiede a Zelensky “perché ti vesti in quel modo” rappresenta il tentativo di rovesciare sul presidente ucraino il peso della rottura di un dispositivo di relazioni diplomatiche ma evidenziava anche una rottura antropologica.

– L’antropologia politica, invece, si concentra sulle dinamiche di potere che sottendono i riti diplomatici resi evidenti dalla disposizione spettacolare di persone, luoghi, oggetti analizzata dalla antropologia visuale. L’ambiente in cui si svolgono le cerimonie diplomatiche costruisce il messaggio del rito politico che è fatto di rapporti di potere. Gli spazi, gli oggetti e le insegne utilizzati veicolano significati simbolici di potere, prestigio e rispetto reciproco. La scelta di determinati luoghi, come palazzi storici o ambasciate, e l’utilizzo di simboli nazionali, come bandiere e stemmi, contribuiscono a creare un’atmosfera di solennità. L’analisi di questi riti, la riduzione del significato dell’immagine a comprensione dei rapporti di forza, permette di comprendere come essi contribuiscano a costruire e a mantenere l’ordine internazionale, a gestire i conflitti e a promuovere la cooperazione tra gli Stati.

Quello che è accaduto, in diretta planetaria, tra Zelensky, Trump e Vance rompe con un dispositivo politico che regolava i rapporti di potere tra stati a lungo analizzato da queste differenti discipline che leggono immagine e potere. Vediamo la vera e propria rottura antropologica, che è tale per la portata planetaria dell’evento, che si è giocata a Washington in un giorno che, visto dall’esterno, poteva sembrare interlocutorio.

Dal punto di vista della antropologia visuale

Gestualità: i gesti e le espressioni dei due protagonisti sono stati rivelatori. Trump, descritto dai media come furioso, dietro le quinte si riporta abbia sbattuto la porta in faccia a Zelensky, un gesto di chiusura drammatico. L’ambasciatrice ucraina Oksana Markarova, presente all’incontro, ha abbassato la testa e si è messa le mani nei capelli, comunicando sconforto. Questi segnali non verbali hanno rotto il decoro diplomatico, solitamente caratterizzato da compostezza e controllo.

Allestimento della scena: lo Studio Ovale, simbolo di potere e autorità, si è trasformato in un palcoscenico di scontro pubblico. Le telecamere hanno catturato ogni momento, trasformando un’interazione privata in uno spettacolo globale. Questa esposizione mediatica ha accentuato la rottura, rendendola visivamente spettacolare e accessibile a un pubblico mondiale e in diretta.

Abbigliamento e simboli: Zelensky ha indossato la sua tipica divisa militare, un richiamo alla sua leadership in tempo di guerra. Trump ha commentato sarcasticamente, dicendo “Si è vestito elegante”, usando l’abbigliamento come strumento per ridicolizzare e sottolineare una divergenza di aspettative. Questo scambio ha evidenziato come i simboli visivi possano diventare campi di battaglia, rompendo le convenzioni diplomatiche.

Dal punto di vista della antropologia politica

Rituali diplomatici infranti: la diplomazia si basa su protocolli che simboleggiano rispetto e riconoscimento reciproco. Tuttavia, l’incontro si è trasformato in uno scontro aperto: Trump ha accusato Zelensky di “giocare con la Terza Guerra Mondiale” e di “mancare di rispetto agli Stati Uniti”, mentre Zelensky ha ribattuto definendo Putin un “killer”. Questo scambio ha demolito il rituale del dialogo pacifico, sostituendolo con un confronto diretto e ostile.

Dinamiche di potere: Trump ha minacciato di ritirare il sostegno militare USA se Zelensky non avesse accettato un cessate il fuoco, evidenziando una relazione di potere asimmetrica. Zelensky, però, ha resistito, rifiutando compromessi e sfidando l’autorità americana. Questo scontro riflette un mutamento nelle dinamiche geopolitiche, con l’Ucraina che cerca di affermare la propria agency contro l’egemonia statunitense.

Simbolismo politico: la mancata firma di un accordo sulle terre rare e l’annullamento della conferenza stampa congiunta sono stati atti simbolici di rottura. Questi gesti hanno segnalato una crisi nelle relazioni bilaterali, con implicazioni che vanno oltre i due leader, coinvolgendo l’Europa e il sistema diplomatico globale.

Con una leadership sia USA che ucraina che viene direttamente dallo spettacolo (Vance è stato scelto da Palantir su criteri di aderenza allo spettacolo tramite IA) è evidente che il fragore dello scontro spettacolare tra Zelensky e Trump fa intravedere modalità di trasformazione sia del ruolo dello spettacolo che della democrazia politica, maggiormente funzionali alla accumulazione di spettacoli necessaria per definire i rapporti di forza, e quindi la diplomazia, di questo tipo di mondo che viviamo. Vediamo alcuni lineamenti di questa grande trasformazione.

Informalità e spettacolarizzazione: la diplomazia sta abbandonando parte della sua formalità tradizionale, costruita nella modernità, diventando maggiormente mediatica e performativa. Con i conflitti esposti in tempo reale, i leader devono gestire non solo le negoziazioni, ma anche la loro immagine pubblica, rendendo le interazioni più trasparenti ma anche più teatrali con il rischio di produrre drammi e rotture politicamente devastanti in diretta.

Adattamento alle nuove tecnologie: la diffusione istantanea delle immagini sui social media ha trasformato l’incontro in un evento globale, grazie ai media tradizionali, ma anche capillare proprio grazie ai social. Se vogliono parzialmente controllare questi processi, i diplomatici devono essere più consapevoli del potere delle rappresentazioni visive, adattando i loro comportamenti a un mondo dominato dalla comunicazione digitale non solo televisiva ma anche social con il rischio di non afferrare mai il bandolo della matassa, riducendo il ruolo della diplomazia.

Navigazione in diretta delle differenze culturali: la rottura tra Zelensky e Trump ha mostrato come malintesi visivi e simbolici possano aggravare le tensioni in diretta. Si pone il problema del governo una maggiore sensibilità culturale, decodificando gesti e simboli per evitare provocazioni involontarie.

Ridefinizione dei rituali: con le relazioni di potere in continua evoluzione, i riti diplomatici evolvono verso forme di rapporti più dirette e meno formali e quindi maggiormente rischiose per l’esito dei rapporti reciproci e delle crisi. Il rito politico, da stabile, diventa un rito della instabilità.

In sintesi, l’incontro tra Trump e Zelensky ha messo in luce una crisi visiva e politica dei riti diplomatici tradizionali, rivelando tensioni profonde e suggerendo uno scenario in cui la diplomazia sarà più informale, mediatica ma anche soggetta ai rischi delle crisi improvvise che comporta la spettacolarizzazione in diretta dei fenomeni. Queste possono sembrare questioni secondarie, banali rispetto alle profonde, fino alle vertigini, rotture politiche che si moltiplicano dopo l’evento Zelensky contro Trump. È esattamente il contrario: la diplomazia politica, in tutte le società, contiene la promessa dell’ordine, senza il quale la vita sociale, almeno dal punto di vista simbolico, non può scorrere. Da Washington arriva quindi la profonda crisi della ritualità diplomatica, il suo stesso vacillare sotto i colpi dello spettacolo che tolgono l’orizzonte della possibilità dell’ordine di fronte a una serie di crisi economiche, politiche, militari che si susseguono velocemente e senza pause. Lo spettacolo vivo, senza mediazioni, mette così in crisi la ritualità diplomatica, la promessa dell’ordine, verso forme che rappresentano una mutazione rispetto al passato, anche recente, i cui esiti sono ostili alla riproduzione delle società. Lo spettacolo di un Mondo di questo tipo genera così, altro che il dormiente, un brusco risveglio sotto il segno della paura.

Fonte

09/11/2023

Antisionismo, antiebraismo, antisemitismo

Scriviamo spesso che essere a favore della libertà della Palestina, del diritto del popolo palestinese a vivere sulla terra in cui vive da sempre, non ha nulla a che vedere con l’“antisemitismo”. Una di quelle parole-stigma che chiudono ogni discussione e lasciano, perciò, la parola alle mazzate oppure al lasciar perdere.

Per fortuna non mancano ebrei capaci di spiegare meglio di noi – per internità a quell’universo culturale – che le cose stanno in tutt’altro modo. E che la religione, anche in quel mondo, viene usata strumentalmente dai “sionisti” per giustificare una politica di colonizzazione e apartheid.

Sono “sionisti” coloro che hanno voluto e costruito uno Stato confessionale – Israele è per legge, oggi, uno “stato ebraico”, che per noi atei non è diverso da uno “stato islamico” o uno “cristiano” – ben poco parente delle “democrazie liberali”.

Sono “ebrei” quelli che condividono quella religione, tradizione, cultura, che ha dato grandi menti all’umanità, in tutti i campi (Marx ed Einstein su tutti).

Sono “semiti” coloro che invece appartengono ad un ceppo linguistico che “che in origine occupava la regione compresa fra i monti Tauro e Antitauro a nord, l’altopiano iranico a est, l’Oceano Indiano a sud, il Mar Rosso e il Mediterraneo a ovest”. E dunque parlano “siriaco, aramaico, arabo, ebraico e fenicio”. Cinque lingue, non una sola. Cinque etnie, almeno, non una sola.

Si può insomma essere ebreo ma non sionista, semita ma non ebreo (i palestinesi lo sono, e gli arabi anche), e così via. Così come si può essere arabi ma non islamici; e soprattutto “terroristi” sia da islamici che da ebrei o anglosassoni.

Sono differenze chiare, semplici da capire per chi – nel mondo che si dice “liberale” – si riconosce nella laicità dello Stato in quanto garante della libertà di pensiero, compresa quella religiosa (nella misura in cui non contrasta le leggi esistenti, ovviamente).

Nel dibattito pubblico occidentale queste differenze sono però quotidianamente annullate in un sovrapporsi di piani che producono un solo risultato: quello che identifica ebraismo, semitismo e sionismo, facendo di Israele – uno Stato – un totem indiscutibile, in cui volontà di potenza, ambizioni territoriali, pratiche genocidiarie sarebbero giustificate da antiche leggende di dubbio fondamento nonché dalle persecuzioni effettivamente subite dagli ebrei in vari periodi storici.

Ogni paese ha i suoi problemi e i suoi avventurieri politici, che provano a giustificare scelte concrete immonde agitando miti e simboli religiosi (basti citare un certo Salvini, da queste parti, almeno quando non balla al Papeete...). E Israele certo ha manipolatori più professionali, abilissimi nel mescolare politica, storia reale e leggende bibliche.

Ma è davvero incomprensibile il motivo per cui l’intero Occidente debba avallare un simile grumo di follia suprematista che va contro ogni valore e conquista degli ultimi cinque secoli. A meno che le ragioni non siano – sì – razionali, ma inconfessabili (interessi economici e geostrategici, niente affatto “umanitari”).

Così viene in soccorso di noi poveri atei, fedeli alla Ragione, quanto di più lontano esiste dal nostro ambito culturale. Ad esempio il gruppo che si è dato il non equivoco nome di Torah Judaism riesce a produrre prese di posizione che, di questi tempi, risultano un distillato di onestà intellettuale ed equilibrio politico.

Qualche squarcio:
“Come ebrei, chiediamo la restituzione di tutte le terre palestinesi, dal mare alla terra, al popolo palestinese. Siamo addolorati e preghiamo per tutte le persone che sono morte. Gli unici responsabili di queste morti sono Israele e il sionismo.

Prima che i sionisti invadessero la Palestina, ebrei e musulmani vivevano lì pacificamente. La Palestina era un rifugio sicuro per gli ebrei.

I sionisti hanno creato uno stato occupante e razzista rubando la loro identità ebraica. Gli ebrei non accetteranno mai questo stato sionista.
O anche:
“Musulmani ed ebrei in fratellanza

Non c’erano problemi tra ebrei e musulmani e per secoli hanno vissuto pacificamente come vicini.

Poi venne fondato un movimento terroristico chiamato sionismo, che non aveva nulla a che fare con il giudaismo.

Hanno seminato i semi della discordia nelle terre sante e hanno cercato di legittimare l’occupazione utilizzando l’ebraismo. Gli ebrei combattono contro il movimento sionista sin dal giorno della sua fondazione.”
E crescono:
“Sapete che ci sono centinaia di migliaia di ebrei ortodossi che non vogliono avere niente a che fare con lo Stato di Israele?

Lasciate che vi diamo i numeri reali in modo che possiate vedere che il numero degli ebrei antisionisti è in aumento.

Comunità ebraica antisionista Neturei Karta: numero di 10.000 nel mondo, inclusa la Terra Santa.

Comunità ebraica antisionista Satmar: 100.000 in tutto il mondo, compresa la Terra Santa.

Oltre a queste, esistono dozzine di altre comunità ebraiche antisioniste e, insieme a queste, il numero totale di ebrei antisionisti supera i 150.000 e il loro numero è in costante aumento.”
E non si limitano a scrivere ma, insieme ad altri gruppi di ebrei decisamente “ortodossi” (certamente più dei Netanyahu e dei Ben-Gvir), scendono nelle strade di tutto il mondo al fianco dei pacifisti e dei solidali con la Palestina. E vengono anche loro attaccati dalla polizia, pestati, arrestati. Anche nella stessa Israele.

Qualche zucca marcia è arrivato anche a definirli “antisemiti”, chiudendo così il cerchio della follia di un linguaggio impazzito...

Bene (si fa per dire...). A questo punto anche l’analisi degli stigmi usuali in questi giorni (“antiebraico” e naturalmente “antisemita”) diventa un po’ più razionale, consentendo anche di precisare meglio la valenza positiva del termine “antisionista”.

Da quanto detto sopra – anche dagli ebrei ultra-ortodossi, come abbiamo visto – possiamo operare le seguenti distinzioni e trarne una logica politica chiarificatrice.

Sono “anti-ebraiche” tutte quelle concezioni e pratiche che identificano come “nemico” coloro che condividono una tradizione culturale e religiosa millenaria. In questo il nazismo e il fascismo hanno rappresentato e rappresentano il massimo tentativo di sterminio mai messo in atto (sei milioni di uccisi nei lager e altrove). E sono, com’è evidente, un prodotto totalmente appartenente all’Occidente “cristiano”, non certo alle altre culture.

Per stare agli ultimi episodi della cronaca occidentale spicciola sono esempi di antiebraismo i danneggiamenti alle “pietre di inciampo” avvenuti a Roma, verosimilmente ad opera di qualche “fascista non conforme”, ossia non ancora “recuperato” all’euro-atlantismo del partito di Meloni.

L’“antiebraismo” è a tutti gli effetti una manifestazione di razzismo e suprematismo, che come tale va combattuto da tutti, senza esitazioni.

Sono “antisioniste”, al contrario, tutte quelle posizioni che non riconoscono allo Stato di Israele alcuno “statuto speciale” che lo sottragga alle convenzioni e trattati internazionali, che ne renda “espandibili” a piacere i confini, che ne perdoni le pratiche genocide, il regime di apartheid, le detenzioni arbitrarie senza processo (“amministrative”), la pratica delle tortura (eufemisticamente accompagnata dalla “fitness for interrogation”) e tutti gli orrori che da 75 anni commette contro i palestinesi.

Il sionismo, peraltro, è un’invenzione piuttosto recente, avvenuta interamente nella sfera della politica, con la fondazione di un movimento intenzionato a garantire agli ebrei «la creazione di una patria sicura per coloro che non possono e non vogliono assimilarsi» alle diverse popolazioni dei paesi in cui vivevano.

Non condividere il progetto sionista è insomma una posizione così legittima da esser fatta propria anche da una parte consistente della popolazione di fede ebraica sparsa per il mondo, e persino in Israele. È infatti una posizione politica, opinabile come tutte le posizioni politiche, possibile in qualsiasi contesto culturale ed ideologico (tanto più al di fuori delle comunità ebraiche), ma niente affatto “mostruosa”. Anzi.

Il terzo insulto abituale – “antisemita” – è a questo punto chiaramente solo una parola-stigma, un randello verbale che precede quelli fisici, perché privo persino di un contenuto certo (sono “semiti” tutti coloro che parlano una delle lingue appartenenti a quel ceppo “siriaco, aramaico, arabo, ebraico e fenicio”). Ma non c’è nessuno al mondo che odia qualcun altro solo per la lingua che parla...

Dunque è un insulto che sta per altro, un “segno-contenitore” che raccoglie altri significati decisamente negativi. Un “minestrone infernale” di cui è vietato persino analizzare i componenti...

È banale ripetere che questo insulto viene oggi usato come sinonimo di “antiebraico” e colpisce chiunque, secondo uno spettro di possibilità davvero ampio. Si può andare dai nazisti veri e propri ai critici delle pratiche israeliane contro i palestinesi (dall’ideologia a fatti concreti, insomma). Può colpire persino ebrei critici verso Israele...

È il frutto di un’operazione politica sul linguaggio compiuta nel corso del dopoguerra e che finisce per fare di Israele uno Stato “intoccabile e non criticabile”, qualsiasi cosa faccia.

È un’operazione ovviamente truffaldina a sostegno o giustificazione dell’esplicito suprematismo messo in atto dai governi israeliani nei confronti del resto del mondo, in primo luogo di palestinesi e paesi vicini. Ne vediamo ormai esempi quotidiani in una escalation apparentemente senza limiti.

Finiscono sotto accusa il Segretario generale dell’Onu che, banalmente, faceva notare come anche il “Diluvio di Al Aqsa” del 7 ottobre non potesse essere “venuto dal nulla”, richiamando così le responsabilità storiche di Israele contro i palestinesi.

Persino gli Usa di Biden sembrano ormai in difficoltà nel gestire una dirigenza politica a Tel Aviv che ha perso ogni freno inibitore e proclama un proprio “eccezionalismo” richiamandosi a leggende bibliche con toni da “jihad ebraica” (il mito di Amalek, ecc).

Però la situazione è purtroppo questa. Abbiamo uno Stato di non enormi dimensioni e popolazione, ma dotato di armi nucleari (circa 200 testate, si stima), che pretende di espandersi indefinitamente ai danni della popolazione palestinese e dei paesi vicini.

La sua forza materiale è peraltro supportata fin qui dalla potenza che è stata egemone sul mondo per oltre 30 anni (gli Usa).

La forza “morale” dei suoi argomenti affonda invece nella capacità narrativa di monopolizzare il linguaggio politico dell’Occidente euro-atlantico, utilizzando la storia reale delle vittime ebree della Shoah come giustificazione delle scelte arbitrarie e genocide di oggi. Anche se questa narrativa riscuote credito solo nella parte di mondo euro-atlantico (e neanche tutto...).

In questo gioco di specchi c’è davvero (quasi) un unicuum. Abbiamo un suprematismo bianco su base religiosa che pretende, come ogni altro suprematismo, di imporsi senza alcun contrasto. Ma che si giustifica come vittima.

Ci mancava solo il suprematismo vittimista, trasfigurazione ipermoderna del millenario chiagn’ e fotte, per completare l’antologia degli orrori dell’umanità.

Fonte

04/09/2022

Le parole perdute

Sono ormai passati più di venti anni dalla prima edizione del Grande Fratello, trasmissione che veniva spacciata per una specie di esperimento sociale ma che in realtà può rappresentare la chiave di volta di un modello comunicativo televisivo che sarebbe ricaduto su quello quotidiano.

In realtà già con la “discesa in campo” di Berlusconi, era il 1994, si stava sempre di più caratterizzando un modello comunicativo che tendeva a semplificare la discussione, evitando qualsiasi approccio complesso.

Questi momenti risultano fondamentali per cercare di capire come, oggi, la dimensione del dialogo e la capacità comunicativa si sia modificata ed abbia fortemente influenzato il comportamento.

Da una parte la tv generalista promuoveva un intrattenimento che sempre di più si sarebbe basato sull’istigazione al litigio e sull’esposizione voyeuristica della vita delle persone. Dall’altra si promuoveva una modello di discussione, riflessione, sempre meno approfondito, con l’uso di un vocabolario sempre più limitato che costringe a stare da una parte anziché dall’altra evitando di cogliere le sfumature di mezzo.

Programmi come X-Factor, Got Talent, The Apprentice, Hell’s Kitchen, Masterchef e i tanti altri presenti all’interno dei circuiti televisivi, ci hanno abituato alla figura del giudice come persona autoritaria che insulta, umilia e mette alla gogna i concorrenti ma, contemporaneamente, abbiamo visto come quest’ultimi si prestino a tutto ciò per avere una visibilità, amplificata dal web, e una notorietà (?) che in qualche maniera possa rappresentare un riscatto sociale legato alla notorietà stessa.

Essere umiliati e umiliare: questo era il modello che si apprestava a consolidarsi, nella televisione generalista, grazie alle dinamiche, create in maniera scientifica dagli autori televisivi, che mettono a disposizione dei propri spettatori, uno spettacolo che rappresenta un gioco al massacro dove le persone vengono da una parte sottomesse e dall’altra aizzate l’una contro l’altra in dinamiche dove la sopraffazione, l’umiliazione e lo scherno sono il tema portante.

Impoverimento del linguaggio, semplificazione del ragionamento, sdoganamento di un linguaggio volgare e violento, promozione (e non se ne sentiva il bisogno) della figura autoritaria.

Tutto questo sta fortemente influenzando la nostra capacità comunicativa, rendendoci sempre più irascibili e conflittuali.

C’è una assoluta mancanza di predisposizione a voler accettare la diversità, la complessità che ci accompagna a una risoluzione non violenta dei conflitti.

Non facciamo l’errore di pensare che siano i giovani i più colpiti da questo modello. In realtà sono proprio gli adulti ad essere vittime di questo modello e, avendolo completamente subito, non sono capaci né di riconoscerlo né, di conseguenza, di elaborare strategie che possano aiutare a superare questa incapacità comunicativa.

Per la mia esperienza i c.d. “giovani” sono capaci di promuovere, quando gliene si dà la possibilità, un modello comunicativo socio-affettivo, che permetta di conoscere l’altro nella sua interezza, e complessità, e senza l’ansia di dover apparire secondo i canoni imposti dalla società.

La differenza tra noi e loro sta proprio nel fatto che noi, questo modello, lo abbiamo subito non conoscendolo e, in linea di massima, ne siamo rimasti vittime mentre loro lo hanno decodificato elaborando nuovi e diversi modelli.

La domanda rimane sempre la stessa però: “Che fare”?

Il percorso, qualora lo si volesse intraprendere, è lungo e faticoso. C’è la necessità di promuovere un linguaggio, una comunicazione, che non sia violenta, offensiva, volgare a tutti i livelli da quello istituzionale a quella familiare e amicale.

Promuovere un pensiero che possa stimolare una logica multifattoriale e complessa che possa stimolare il dialogo, l’approfondimento ed il superamento del conflitto in maniera non violenta e la Scuola, come sempre, deve rappresentare la base di tutto questo.

La vera ri-evoluzione consisterà nel riappropriarci delle parole perdute.

Fonte