Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

02/01/2018

Complessità del pensiero comunista e le scelte elettorali

Si è aperto sulle colonne del Manifesto un dibattito sul tema della “complessità del pensiero comunista” in relazione alle scelte elettorali che stanno presentandosi sulla scena del sistema politico italiano.

Il dibattito nasce da una affermazione di Luciana Castellina che ha annotato la necessità di “costituire, in un momento di pericolo per la democrazia, un presidio dentro il parlamento, capace di ridare un senso e chiarezza all’agire politico” giudicando al contempo la scelta di Rifondazione Comunista di partecipare alla formazione di “Potere al Popolo”: “una protesta elementare che rinnega proprio la ricca complessità del pensiero comunista”.

Si sono già avute delle risposte a questo proposito, ma mi permetto di intervenire proprio sul punto relativo alla “complessità del pensiero comunista”.

Cercando, magari maldestramente, di utilizzare una categoria gramsciana ritengo che ci si debba confrontare proprio con questa categoria della complessità dopo aver valutato la realtà della fase nella quale ci troviamo: se, come penso, la fase è quella della “guerra di posizione” allora – ponendoci sul piano delle dinamiche del sistema politico, così come queste si sono sviluppate nel corso delle più recente vicende italiane – l’idea di ricostruire il “centrosinistra” e di una “sinistra di governo” come intende LeU, utilizzando prevalentemente lo schema dell’autonomia del politico e della personalizzazione, semplicemente non risponda alla necessità della fase (prescindendo comunque da metodo e sostanza del tipo di aggregazione dalla quale è sorta la stessa LeU).

Serve, nel caso, il recupero di una rappresentanza istituzionale (scelta che sicuramente mi trova d’accordo) collegata direttamente proprio alla complessità delle fratture sociali ponendosi, sia pure sul terreno scivoloso delle istituzioni, in una posizione di “opposizione sistematica”.

“Opposizione sistemica” che, appunto in questo caso, non appare davvero come protesta elementare ma come esigenza ineludibile richiesta dalla realtà della fase, quindi provvista di quel realismo politico che sempre ha fatto parte del nostro bagaglio.

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Francia. La banalizzazione della destra lepenista

Per i media francesi, saldamente controllati dai vari Lagardère, Bouygues, Dassault, Arnault, la storia del Front National (FN) è una saga familiare senza fine. All’inizio dell’ascesa di Jean-Marie Le Pen, è ancora possibile ignorarlo. L’ex parà, illustratosi in Indocina e in Algeria, cerca di unire nel Front National i fossili politici delle frazioni, fino ad allora disperse, dell’estrema destra: vecchi e nuovi fascisti, nostalgici dell’Algeria francese, fondamentalisti monarchici e cattolici. I primi risultati elettorali dell’FN non sono tali da interessare i media.

Agli inizi, negli anni 70, molti sottovalutano il partito.Il movimento studentesco del 1968 ha politicamente rivoluzionato il paese. Per la maggior parte dei francesi è impensabile che una corrente politica che esalta la collaborazione con i nazisti riesca a conquistare degli elettori. Ma negli anni 80, con il riemergere della xenofobia, tutto cambia. Alle elezioni politiche del 1986, l’FN guidato da Le Pen entra all’Assemblea nazionale. 35 deputati sono eletti con la proporzionale. E’ uno choc e una provocazione.

Grazie alle sue dichiarazioni disgustose, razziste ed antisemite, Le Pen conquista uno spazio sui media anche lontano dai periodi elettorali. Con simili provocazioni intende rompere dei tabù e segnalare ai suoi camerati che puo’ spostare i limiti del dicibile in direzione di ideologie e pregiudizi ultrareazionari. I media lo citano. Per alcuni, Le Pen si farà solo del male. Sono gli stessi che sottovalutano la “banalizzazione” della destra. La stampa sottolinea le sue esternazioni. Sua figlia Marine diventa un’habituée degli schermi televisivi.

Altri rimproverano a giornali e TV di aver fabbricato il fenomeno Front National offrendogli una tribuna, trascurando che l’estrema destra, oggi minimizzata definendola «populista», non trae la sua forza dalla sovrastruttura mediatica ma piuttosto dallo sfruttamento demagogico dei problemi economici e sociali della società francese, approfittando più della crisi della rappresentanza politica che dell’eco mediatica. In Francia, come a suo tempo il MSI in Italia, l’FN sostiene di essere la vera opposizione al «sistema», non avendo mai avuto responsabilità nel governo nazionale.

E’ la linea di Marine Le Pen, da quando ha spodestato il padre diventando presidente del partito. Ha cercato con innegabile abilità di presentare il Fronte come vittima di una sistematica demonizzazione, sottraendo alla destra «rispettabile » parte del suo elettorato, che condivide da tempo molti aspetti della propaganda fascista. Sfortunatamente per lei, arrivata comunque al secondo turno delle elezioni presidenziali scavalcando socialisti e conservatori, ha trovato sulla sua strada Emmanuel Macron, che ha occupato l’intero spazio disponibile sia a destra che a «sinistra», portando a termine, mutatis mutandis, la stessa operazione riuscita a Giscard d’Estaing 43 anni fa.

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01/01/2018

Los Angeles, 25 dicembre 2017


PLEASE SHARE SO PEOPLE REALIZE. : Christmas Day. Skid Row Los Angeles. Fucking heartbreaking and a national disgrace. The USA MUST tackle this as a priority. (And not by arresting or moving on )#dtla #homeless #losangeles
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Agghiacciante.

Dietro ogni grande fortuna c’è un crimine


Varie testate giornalistiche specializzate in economia hanno stilato la consueta classifica mondiale dei super ricchi. I primi 500 miliardari del pianeta detengono ora un patrimonio complessivo di 5300 miliardi di dollari. Una cifra pari a quanto posseduto dai circa tre miliardi e mezzo di abitanti più poveri di questo pianeta. Cinquecento persone valgono come metà di tutto il genere umano. Credo che neppure all’epoca dei faraoni ci sia stata tanta disuguaglianza.

Il dato interessante è che questi ricconi in un anno hanno visto aumentare del 23% il loro patrimonio, ben 900 miliardi in più. Siccome il patrimonio complessivo dell’umanità è cresciuto molto di meno, del 3/4%, vuol dire che questi signori – sì, perché sono quasi tutti maschi – hanno accumulato ricchezza che altri hanno perso. Sono i ricchi a produrre i poveri.

Balzac scrisse che dietro ogni grande fortuna c’è un crimine. Io credo che una simile sciagurata ripartizione della ricchezza sia un crimine in sé. E credo anche che l’assuefazione dell’opinione pubblica alla mostruosità della piramide dell’ingiustizia, che l’approvazione e l’ammirazione verso chi sta in cima ad essa, siano un guasto civile e morale devastante per la nostra società. Una società che sta tornando alla schiavitù.

Con questa ripartizione della ricchezza la democrazia è una finzione ipocrita e solo la rinascita della lotta di classe e del socialismo possono cambiare le cose.

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Immagini impressionanti dei bombardamenti ucraini sul Donbass


A dispetto di ogni promessa e di ogni accordo sul cessate il fuoco in occasione delle festività di fine anno, le forze ucraine continuano a martellare il Donbass.

Il 30 dicembre è stato colpito con proiettili incendiari un edificio civile alla periferia occidentale di Donetsk; qualche giorno prima, oltre trenta razzi Grad avevano bersagliato la periferia nord della capitale della DNR. Secondo Russkaja Vesna, la recrudescenza del conflitto, soprattutto nella settimana dal 16 al 22 dicembre, in particolare dopo la partenza degli osservatori russi della Commissione di ispezione congiunta, è la più acuta degli ultimi tempi. I centri più colpiti sono stati, nella DNR, Gorlovka, Jasinovataja, Dokučaevsk, Golmovskij, Dolomitnoe; nella LNR, Pervomajsk, Stakhanov, Kalinovo, bersagliate con razzi Grad, artiglierie da 122 e 152 mm, mortai da 82 e 120 mm.

Gli ufficiali russi avevano abbandonato i punti di controllo, a causa dei continui bombardamenti ucraini, ma Kiev, Berlino e Parigi hanno immediatamente chiesto il loro ritorno, forse temendo uno scenario del tipo di Debaltsevo, quasi tre anni fa, allorché l’offensiva ucraina si era trasformata in una sacca costata a Kiev molte centinaia di soldati, tra morti e feriti.

Gli osservatori OSCE certificano quasi quotidianamente l’assenza di vari mezzi corazzati o artiglierie pesanti dalle basi lontane dal fronte in cui dovrebbero trovarsi, secondo gli accordi di Minsk: segno che vengono impiegati nei combattimenti.

Tiri di fucileria, lanciagranate automatici su affusto AGS-17 e cannoni senza rinculo SPG-9 sono stati segnalati anche su Logvinovo, Frunze, Veselogorovka, Petrovskoe, Krasnyj Liman e vari villaggi lungo la direttrice di Mariupol. Nel villaggio di Golmovskij, bombe di mortaio e razzi Grad sono caduti nell’area dell’asilo infantile, fortunatamente in giorno di vacanza; la correzione di tiro è stata effettuata con l’ausilio di droni. La reazione delle milizie, con l’intervento di sniper, ha portato alla liquidazione di alcuni combattenti ucraini.

Combattimenti anche in diverse aree del fronte meridionale, come testimoniano numerose immagini e racconti di miliziani. Tiri di mortai su Kalinovka, Khristovoe e Želobok, nella LNR. Proiettili d’artiglieria da 122 e 152 mm e mine di mortaio da 82 e 120 mm su Trudovskie, PervomajsK, Lozovoe e sulla direttrice Kalinovo–Stakhanov-Pervomajsk. Aspri combattimenti nelle aree di Sanžarovka, Almaznaja, Zajtsevo. Nella DNR, colpiti edifici civili a Jasinovataja con l’impiego di artiglierie pesanti e, sotto la copertura della bandiera canadese, colpita Dokučaevsk; nella LNR, è toccato al villaggio di Černukhino. A Jasinovataja, un civile è rimasto ucciso e sei feriti; morti anche due miliziani della DNR. Nella LNR (Rusvsna non specifica la località) una donna è rimasta uccisa in seguito ai bombardamenti ucraini e altri tre civili feriti; morto un miliziano.

E’ in questa situazione che rimane al centro dell’attenzione la questione delle forniture statunitensi e canadesi di armi letali all’Ucraina, che il falco John McCain assicura “esser necessarie per il raggiungimento della pace”, con il lanciarazzi Javelin, che testimonia di come “gli USA sostengano i propri alleati nella difesa dell’indipendenza e dell’integrità territoriale”. Javelin, che spara razzi controcarro da 80.000 dollari l’uno: la distruzione degli 800 blindati della sola DNR, osserva Moskovskij Komsomolets, costerebbe a Kiev 64 milioni di dollari (un esemplare di Javelin, completo di 6 razzi, costa 1,3 milioni di $), oltre ai costi di formazione dei militari ucraini.

Ma, già prima dell’annuncio ufficiale di USA e Canada, da tempo, almeno quattro paesi dell’ex “blocco sovietico” – Romania, Bulgaria, Polonia e Lituania – riforniscono Kiev di armi, come ammesso indirettamente dal direttore dell’ucraina “Spetstekheksporta”.

Ammissione che fa il paio con quella, obliqua, del Segretario di stato alla difesa, James Mattis il quale, come riporta Sputniknews, ha assicurato che il numero di istruttori USA in Ucraina rimane per ora invariato e che aumenterà solo nel caso che cresca il numero di soldati ucraini da addestrare: è questo, per l’appunto, il caso che si presenta per l’impiego, non del tutto semplice, dei Javelin!

La recente decisione USA, in effetti, non fa che ufficializzare quanto tutti sanno dall’inizio non solo della guerra nel Donbass, ma dalle giornate di majdan. Come ha detto in un’intervista a PolitNavigator il texano Russel Bentley, volontario nelle milizie della DNR, gli “USA forniscono armi ai nazisti ucraini dall’inizio della guerra: a cominciare dagli sniper georgiani che uccisero i manifestanti e i “Berkut” a majdan, fino al giorno d’oggi”. Nonostante ciò, “la situazione militare non cambierà, nemmeno con le forniture di armi letali. E non si può nemmeno dire che tali armi verranno impiegate per la difesa: non si usano certo i fucili da sniper, ad esempio, e tantomeno i Javelin, per difendere la popolazione civile”. La situazione, afferma Bentley, “rimarrà la stessa fino alla fine della guerra e i comandi ucraini possono benissimo rubare le armi americane per rivenderle al mercato nero”. Voglio dire, conclude il texano, che “la legalizzazione delle forniture di armi all’Ucraina, è una colpa in primo luogo degli stessi americani. Noi vendiamo armi a nazisti e assassini, a criminali, a persone che il giorno dopo le useranno contro i civili di Jasinovataja. E’ una colpa e una vergogna per i militari americani. Trump e il suo governo e anche tutti gli americani devono vergognarsi”.

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31/12/2017

Meglio e peggio del 2017 secondo Frusciante


Alla Redox vincono i lavoratori dopo un mese di occupazione della fabbrica

Ad un mese esatto dall’occupazione dello stabilimento Redox Group di Trieste, è stato sottoscritto un accordo che accoglie tutte le richieste dei lavoratori in merito al loro passaggio in VA Crane Italia, l’azienda che è subentrata nelle lavorazioni di Redox Group Srl e che aveva proposto loro condizioni di passaggio inaccettabili, che si configuravano nell’assunzione col jobs act, il taglio degli stipendi e l’azzeramento dell’anzianità.

L’accordo siglato tra USB e VA Crane Italia Srl prevede l’assunzione di tutti questi lavoratori con la clausola di mantenimento dell’art.18, inoltre l’accordo garantisce l’anzianità di servizio e prevede il passaggio dei lavoratori allo stesse condizioni salariali di prima attraverso una serie di indennità fisse in paga oraria.

Il merito di questo accordo, va dato tutto a questi lavoratori che hanno sostenuto con convinzione per 30 giorni una protesta straordinaria, in una forma che a Trieste non si era mai vista.

La prima vertenza “vera” che ha visto impegnata USB Industria – Lavoro privato nella provincia di Trieste ha visto anche una prima grande vittoria, a dimostrazione come la struttura del comparto industriale di USB, nata a settembre 2017, stia già concretizzando l’affermazione ottenuta su tutto il territorio della provincia di Trieste in questi primi mesi di attività, che continua a vedere una crescita esponenziale in termini di adesione da parte delle lavoratrici e dei lavoratori ad USB e che ha visto il determinarne l’ingresso nelle principali aziende della provincia di Trieste (Wartsila, Flex, Sincrotrone, EBM, Insiel) con una sua rappresentanza eletta dai lavoratori.

La vittoria dei lavoratori Redox e di USB infine, è il chiaro segnale che il vento sta cambiando. Nei luoghi di lavoro c’è la richiesta di una rappresentanza che sia veramente dei lavoratori, che esca dalle logiche concertative che hanno visto in questi decenni ridurre il sindacato confederale tradizionale ad un soggetto privo di rappresentanza, autoreferenziale e suddito della classe politica liberista di questo paese.

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Iran - L’anno si chiude su piazze contrapposte

Manifestazioni contro in Iran. Partite dapprima in sordina giovedì nella conservatrice Mashhad, ma già ieri cresciute e debordate nei bazar di parecchie città e poi nelle strade fra la gente che protesta per gli aumenti dei prezzi e i giovani che gridano contro la propria disoccupazione, “calmierata” nei comunicati del governo Rohani, ma che secondo osservatori s’aggira ormai oltre il 40%. Colpa anche d’un embargo che di fatto prosegue poiché, nonostante i famosi accordi sul nucleare, tante aziende non riescono ad attivare investimenti per i blocchi tuttora esistenti in un sistema bancario internazionale che impedisce o rallenta le transazioni fra quel Paese e i mercati soprattutto occidentali. E’ il veleno che l’America, non solo trumpiana, riversa su un nemico storico, influenzando gli organismi finanziari mondiali. Così al centro delle ire delle piazze che rianimano rimostranze finisce il presidente Rohani, riconfermato nel maggio scorso con un ampio consenso di moderati e riformisti, più il voto della gioventù ribelle dei grandi centri, capitale in testa, capace di sostenerlo oltre il primo mandato, quello agitato col simbolo di una chiave: apertura alle riforme, all’Occidente, a un nuovo corso. Una chiave che scardinava diplomaticamente ciò che il clero iper tradizionalista non voleva attuare e con lui l’ala dura del partito dei Pasdaran. Una componente nient’affatto ridimensionata nel peso economico-politico che, comunque, ha giocoforza ceduto il passo nelle consultazioni di quest’anno.

Quindi il presidente uscente ha prevalso sui due cavalli di battaglia del fronte conservatore, inizialmente il laico Qalibaf e nel rush finale il chierico Raisi. Sconfitti entrambi grazie all’ennesimo compromesso fra i sostenitori dei mai dimenticati “apostoli delle riforme”: Moussavi, Karoubi e il presidente delle promesse. Però quest’ultimo sta incespicando sull’impossibilità di rilanciare l’economia, sul blocco del piano di diversificazione che ripropone alla nazione una dipendenza dal mercato degli idrocarburi, di per sé soggetto a tempeste geopolitiche, e si vede offuscata l’immagine interna, nonostante i buoni risultati in politica estera. Certo, ieri a sostegno del presidente e della Guida Suprema Khamenei, cui gli oppositori hanno gridato di andarsene, bruciandone addirittura le foto, sono intervenute centinaia di migliaia di persone. A Teheran c’è stata una gigantesca contromanifestazione che ricordava quella di otto anni addietro, quando dopo mesi di agitazioni dell’Onda Verde, con migliaia di conseguenti arresti, l’Iran khomeinista fedele alla Guida Suprema e al secondo mandato di Amadinejad, pur sotto l’accusa di brogli, occupò fisicamente le strade per controbilanciare lo spazio preso dai contestatori. Già all’epoca si parlò di ‘mano americana’ per mettere in difficoltà un regime incrinato da varie spaccature. Quelle interne al clero, anch’esso diviso fra conservatori e innovatori, quelle fra il gruppo di potere dei Pasdaran, che per un periodo con lo stesso Amadinejad pensava di potersi emancipare dal tutoraggio degli ayatollah.

E quelle di una parte della popolazione, prevalentemente giovane, la quale pur in osservanza alla fede sciita, vorrebbe mettere la parola fine al velayat-e faqih, creatura khomeinista contestata da altri sayyid. Cui s’aggiunge il modernismo dei diritti di My Stealthy freedom, attivo sui social network. A questo sfondo politico che persiste, s’aggiunge la realtà degli ultimi tempi che mostra un recrudescenza unilaterale dei rapporti fra Washington e Teheran per esplicito volere della Casa Bianca. Ora, sostenere che anche le proteste di questi giorni siano ‘pilotate’ può essere un retropensiero o un azzardo, di fatto certe mancate aspettative possono incendiare le delusioni. E al tempo stesso è normale che diversi nemici dell’attuale nazione iraniana – non dunque dell’attuale establishment come possono essere soggetti folkloristici tipo Pahlavi jr, piazzato nella capitale statunitense o la sedicente rivoluzionaria Rajavi, oppositrice dai boulevard parigini – osannino le contestazioni antigovernative. Infatti puntuale è giunto il cinguettìo speculatore, o peggio, del presidente statunitense che si rivolge a ‘un popolo sofferente’. Invece occorrerà capire se le due piazze sono frutto di lotte intestine, una riapertura dei cicli avviati con Khatami e i riformisti suoi successori o altro ancora. Oppure, come sottolineano commentatori vicini al governo, si tratta di mal di pancia legati al carovita, all’inflazione crescente, ai tagli di taluni sussidi che colpiscono i ceti più poveri. Però l’aria si scalda e appaiono i morti. Chi dice tre, chi sei per sparatorie delle Guardie della Rivoluzione nella località di Doraud.

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