Abbiamo scritto più volte che i fatti hanno la testa dura e che la realtà muove le cose più di mille ragionamenti.
L’impatto dell’emergenza pandemica del coronavirus sugli assetti europei (oltre che su quelli mondiali) sta riscrivendo furiosamente geografie politiche e regole economiche. Non tanto e non solo nell’affrontare adesso l’emergenza quanto nel disegnarne gli scenari futuri.
Tra questi ce n’è almeno uno sul quale le spinte oggettive e quelle soggettive devono rapidamente arrivare alla sintesi possibile, anzi, necessaria.
In questi anni abbiamo portato dentro il dibattito pubblico una tesi a nostro avviso credibile, anche se era apparsa difficilmente praticabile nell’immediato: la rottura con l’Unione Europea e la costruzione di una area alternativa euromediterranea.
Una tesi che partiva dalla più volte constata irriformabilità degli apparati istituzionali e di comando costruiti in questi ventotto anni sull’Europa e dalla necessità di un sganciamento da quella che abbiamo definito una gabbia per i popoli europei.
I fatti di queste settimane stanno dimostrando che questa tesi aveva ed ha una sua profonda ragione d’essere.
Non solo. Essa rappresenta la cornice generale per rimettere in campo una prospettiva di profondo cambiamento sul piano politico, economico, sociale, internazionale. Con una differenza rispetto anche a solo qualche mese fa: questa percezione oggi è immensamente più forte nel senso comune, sia nei settori popolari sia in alcuni ambiti di classe dirigente.
La polarizzazione di interessi tra il “core” dell’Unione Europea di oggi – la Germania e i paesi nordici – ed i paesi euromediterranei, è stata resa ancora più contundente di quanto lo fosse stata al tempo della sanguinosa austerity imposta alla Grecia, o dell’invenzione dell’acronimo “Pigs” per definire, in modo apertamente spregiativo, questi paesi (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna, ma anche qualcun altro).
La divaricazione ormai è evidente su tutto: dai vincoli di bilancio ai coronabond, dagli strumenti di stabilità (Mes) agli aiuti di Stato alle imprese. Per alcuni paesi le deroghe a questi vincoli sono temporanee e i costi da restituire, per altri si tratta di strappi tesi a ridefinire completamente il senso della convergenza tra vari paesi, sulla base delle nuove priorità imposte dall’emergenza pandemica e dalla pesantissima recessione economica.
Il premier Conte insiste sugli eurobond, di fatto come finanziamenti a fondo perduto, e la proposta viene sostenuta anche da paesi come Francia, Spagna e Portogallo, mentre Germania e Olanda hanno posto il veto.
È una spaccatura nitida, storica, strategica. Fondata su interessi materiali, non su ideologie “comunitarie” o “sovraniste”. Per i secondi è uno scenario inimmaginabile, per i primi una necessità impellente.
Ma anche sul piano delle priorità economiche, oggi – sia in basso sia in alto – nel senso comune si va affermando un diverso approccio: sulla centralità della sanità pubblica prima privatizzata e smantellata, sul ruolo dello Stato nell’economia, sui danni della deindustrializzazione e della subalternità alle filiere produttive internazionali.
Insomma gli argomenti opposti rispetto a quanto considerato “desiderabile” nel linguaggio ordoliberista e liberale degli ultimi trenta anni.
In secondo luogo, questa situazione dimostra due cose importanti: tutti i paesi hanno consapevolezza che da soli non possono farcela, ma molti si rendono ormai conto che i “compagni di strada” possono essere diversi da quelli avuti fino ad oggi. Soprattutto quando sono soliti abbandonarti nel momento del bisogno – o cogliere l’occasione per spremerti meglio – come la Germania o gli Stati Uniti.
È uno scenario che può mettere in campo nuove alleanze internazionali e che scuote i vecchi dogmi euroatlantici, strappando loro il velo che li faceva considerare un destino ineluttabile, immodificabile, addirittura “progressivo”. È la realtà della crisi a costringere persino alcune élite occidentali a pensare ad altre soluzioni...
È indubbio che il protagonismo della Cina giochi un ruolo decisivo. Prima con il progetto della Nuova Via della Seta, adesso con la capacità di essere riferimento mondiale su come si affronta l’emergenza pandemica, sia sul piano sanitario sia quello economico.
La Cina ha raggiunto e poi oscurato la primazìa statunitense sulle sorti dei propri partner storici. Non solo. L’arrivo di tempestivi aiuti dalla Russia, da Cuba, addirittura dall’Albania, ha messo tutti di fronte a bandiere e messaggi del tutto impossibili da immaginare fino ad un mese fa.
Ma ha messo anche a disposizione interlocuzioni economiche prima condizionate o contrastate dalla subalternità alle vecchie alleanze (sanzioni Usa e Ue, dazi, accordi obbligati ma svantaggiosi con il mondo euroatlantico etc.).
Dunque se l’ipotesi di un’area euromediterranea alternativa, sulla base di complicità col sistema dominante o per l’atavica subalternità politica della “sinistra”, prima è stata rimossa dal dibattito e dall’agenda politica, oggi se ne palesano tutte le condizioni per essere al centro del campo. Contribuisce a disegnare un orizzonte per il cambiamento possibile e va creando le condizioni per quello necessario – che a nostro avviso rimane il socialismo, anche nel XXI Secolo.
Solo “le condizioni”, ovviamente. L’arrivarci dipende da tutti noi.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
03/04/2020
I cinque pilastri dei diritti digitali nell’era del Covid-19
Sappiamo tutti che in tempo di crisi i governi sono da sempre tentati
di limitare le libertà fondamentali con azioni che aumentano la
sorveglianza e minacciano la privacy. Perciò dovremmo anche sapere che
al tempo del Coronavirus è importante seguire le direttive delle
autorità sanitarie senza che venga meno il rispetto dei diritti umani e
civili.
Di fronte alle molte proposte tecnologiche per contenere la pandemia, la Electronic Frontier Foundation ha realizzato una sorta di guida per la tutela dei dati basata su cinque parole chiave.
Proporzionalità: ogni limitazione della privacy deve essere necessaria e proporzionata. Qualsiasi programma che raccolga, in massa, informazioni identificabili sulle persone deve essere scientificamente giustificato e ritenuto necessario dagli esperti di sanità pubblica ai fini del contenimento del virus. Lo stesso vale per i Big Data.
Raccolta: deve essere fatta senza pregiudizi di nazionalità, etnia, religione, sulla base della reale possibilità di ognuno di contrarre il virus, come la storia dei suoi viaggi o la vicinanza con persone potenzialmente infette. E senza errori.
Scadenza: esiste il rischio che l’infrastruttura di sorveglianza dei dati che costruiamo per contenere Covid-19 possa sopravvivere a lungo alla crisi che si intendeva affrontare. Finita l’emergenza, vanno cancellati tutti i metodi invasivi creati per garantire la salute pubblica.
Trasparenza: qualsiasi uso governativo dei Big Data per tracciare la diffusione dei virus deve essere chiaramente e rapidamente spiegato al pubblico. Compresa la pubblicazione di informazioni dettagliate sui dati raccolti, il periodo di conservazione delle informazioni, gli strumenti utilizzati per elaborarli, i modi in cui questi strumenti guidano le decisioni sulla salute pubblica e se hanno avuto successo.
Contestazione: se il governo cerca di limitare i diritti di una persona in base a questa sorveglianza dei Big Data l’interessato deve avere l’opportunità di contestarli tempestivamente.
La paura oggi offre grandi opportunità a chi vuole ridurre garanzie e diritti proponendo la sorveglianza biometrica, il monitoraggio dei social media o delle app sul telefono che non servono né alla medicina né all’epidemiologia.
Ad esempio in California le scuole già usano la tecnologia per spiare gli studenti a casa, a scuola e sui social grazie a software per la scansione dei post sui social media, telecamere con riconoscimento facciale e altre funzionalità utili a rilevare «comportamenti inappropriati». Persino monitorare la cronologia del browser e i messaggi inviati. In Cina usano dei caschi speciali per misurare l’attenzione degli studenti.
Stessi rischi per chi lavora. La piattaforma per videoconferenze Zoom consente agli amministratori di visualizzare dati dettagliati su come, quando e dove gli utenti si collegano.
Zoom fornisce anche un sistema di classificazione degli utenti e gli amministratori possono accedere ai contenuti delle call registrate, inclusi file video, audio, chat e trascrizioni, nonché ottenere dati di condivisione, analisi e gestione del cloud.
Chi usa Slack per il lavoro d’ufficio sappia invece che l’azienda conserva i messaggi, che non possono essere eliminati automaticamente per tutto il tempo in cui l’area di lavoro esiste. Gli utenti gratuiti dell’area di lavoro hanno la possibilità di cercare tra i messaggi più recenti ma Slack, forze dell’ordine ed eventuali hacker possono vederli tutti.
Perciò, quale che sia lo scopo della raccolta e del trattamento, tutti i dati generati vanno protetti e tutelati da abusi. A beneficio di tutti.
Fonte
Di fronte alle molte proposte tecnologiche per contenere la pandemia, la Electronic Frontier Foundation ha realizzato una sorta di guida per la tutela dei dati basata su cinque parole chiave.
Proporzionalità: ogni limitazione della privacy deve essere necessaria e proporzionata. Qualsiasi programma che raccolga, in massa, informazioni identificabili sulle persone deve essere scientificamente giustificato e ritenuto necessario dagli esperti di sanità pubblica ai fini del contenimento del virus. Lo stesso vale per i Big Data.
Raccolta: deve essere fatta senza pregiudizi di nazionalità, etnia, religione, sulla base della reale possibilità di ognuno di contrarre il virus, come la storia dei suoi viaggi o la vicinanza con persone potenzialmente infette. E senza errori.
Scadenza: esiste il rischio che l’infrastruttura di sorveglianza dei dati che costruiamo per contenere Covid-19 possa sopravvivere a lungo alla crisi che si intendeva affrontare. Finita l’emergenza, vanno cancellati tutti i metodi invasivi creati per garantire la salute pubblica.
Trasparenza: qualsiasi uso governativo dei Big Data per tracciare la diffusione dei virus deve essere chiaramente e rapidamente spiegato al pubblico. Compresa la pubblicazione di informazioni dettagliate sui dati raccolti, il periodo di conservazione delle informazioni, gli strumenti utilizzati per elaborarli, i modi in cui questi strumenti guidano le decisioni sulla salute pubblica e se hanno avuto successo.
Contestazione: se il governo cerca di limitare i diritti di una persona in base a questa sorveglianza dei Big Data l’interessato deve avere l’opportunità di contestarli tempestivamente.
La paura oggi offre grandi opportunità a chi vuole ridurre garanzie e diritti proponendo la sorveglianza biometrica, il monitoraggio dei social media o delle app sul telefono che non servono né alla medicina né all’epidemiologia.
Ad esempio in California le scuole già usano la tecnologia per spiare gli studenti a casa, a scuola e sui social grazie a software per la scansione dei post sui social media, telecamere con riconoscimento facciale e altre funzionalità utili a rilevare «comportamenti inappropriati». Persino monitorare la cronologia del browser e i messaggi inviati. In Cina usano dei caschi speciali per misurare l’attenzione degli studenti.
Stessi rischi per chi lavora. La piattaforma per videoconferenze Zoom consente agli amministratori di visualizzare dati dettagliati su come, quando e dove gli utenti si collegano.
Zoom fornisce anche un sistema di classificazione degli utenti e gli amministratori possono accedere ai contenuti delle call registrate, inclusi file video, audio, chat e trascrizioni, nonché ottenere dati di condivisione, analisi e gestione del cloud.
Chi usa Slack per il lavoro d’ufficio sappia invece che l’azienda conserva i messaggi, che non possono essere eliminati automaticamente per tutto il tempo in cui l’area di lavoro esiste. Gli utenti gratuiti dell’area di lavoro hanno la possibilità di cercare tra i messaggi più recenti ma Slack, forze dell’ordine ed eventuali hacker possono vederli tutti.
Perciò, quale che sia lo scopo della raccolta e del trattamento, tutti i dati generati vanno protetti e tutelati da abusi. A beneficio di tutti.
Fonte
Draghi come deterrente per l’Italexit
Ѐ qualche giorno ormai che – dopo l’intervento di Mario Draghi sul Financial Times – i media rimbalzano l’ipotesi di un prossimo governo a sua guida, che ci trascini fuori dalle pastoie a emergenza conclusa.
Dico “i media” perché Draghi non si è mai candidato, limitandosi invece a esporre la sua ricetta per l’Europa nel suo complesso. Addirittura il telegiornale di Mentana ha diffuso un sondaggio, per indagare l’indice di gradimento popolare di un possibile esecutivo siffatto che includerebbe tutto l’arco parlamentare.
I rappresentanti dei vari partiti, intervistati, hanno espresso opinioni variegate, ma in generale non tali da escludere un loro appoggio; e poi si sa che le opinioni dei leader di oggi sembrano tanto salde, quanto sono volubili e rovesciabili nel loro contrario al momento opportuno.
Se cercare di capire chi materialmente abbia introdotto per primo questa ipotesi è molto difficile – per quanto interessante – sarebbe più proficuo provare a capirne le motivazioni, che non ci paiono così ovvie. Siamo infatti in una condizione di grave emergenza sanitaria, aggravata da una economica, a sua volta aggravata da una possibile crisi finanziaria, che ci auguriamo non si verifichi.
A complicare il tutto, si devono risolvere le suddette questioni (specialmente le ultime due) tramite una difficoltosa trattativa europea, quale non si era forse mai vista, che potenzialmente potrebbe aprire scenari del tutto nuovi rispetto all’Unione e alla nostra permanenza (o meno) in essa. Il presidente del Consiglio ha avuto ben dire, nell’affermare alla tv tedesca Ard, che siamo di fronte a una svolta storica dell’Europa, e che la posizione italiana e quella tedesca su come prenderla sono divergenti. Niente di più vero. Ѐ tutto da vedere però che al professor Conte sia consentito di condurre questa svolta, e che non sarà invece presto rimpiazzato.
Bisogna sottolineare inoltre che, non solo il momento per proporre un’alternativa di governo non è ortodosso per la situazione di emergenza (c’è da ricordare quella dello scorso Ferragosto, in cui si criticò il segretario della Lega per aver scatenato la crisi, in prossimità dell’immensamente minore emergenza delle clausole di salvaguardia da sterilizzare); ma non lo è anche perché l’attuale esecutivo e il suo presidente godono – secondo i sondaggi – di un elevatissimo gradimento popolare.
Si potrebbe obiettare che la proposta di un governo Draghi non sia venuta dalla politica, ma dalla stampa. Senz’altro questo è sempre stato il modo migliore per preparare l’opinione pubblica, mitridatizzandola in vista di un grande cambiamento da digerire. E se il pasto da digerire consisterà nell’ennesimo governo tecnico, e bipartisan, bisogna chiedersi in funzione di cosa.
In un articolo su Huffington Post (29/03/20), Andrea Del Monaco fa notare che l’emissione di titoli di debito comuni vorrebbe dire la fine dello spread Btp-Bund. La presenza di divari così grandi tra le varie economie dell’Eurozona, fa sì che Germania, Austria e Olanda possano finanziarsi a tassi zero, a differenza dei rendimenti molto più alti dei titoli italiani e spagnoli, condizione che si aggrava ancor più in momenti di crisi. Ѐ chiaro che la perdita di questo eccezionale vantaggio priverebbe la Germania di buona parte della sua competitività.
Se aggiungiamo questo dato all’atavica paura dei summenzionati paesi di vedere messo in crisi il dogma della stabilità dei prezzi, che assicura il vantaggio commerciale dato da una moneta svalutata rispetto all’economia nazionali, capiamo bene come l’egemonia tedesca in Europa sia l’alta posta in gioco di questa partita. Ѐ comprensibile come – in quest’ottica – i paesi della nuova Lega anseatica preferiscano tenere a bada la competitività dell’Italia precludendole “troppo facili” vie di finanziamento, e magari in cambio ammorbidendo l’accesso ai fondi del Mes. Proprio oggi infatti, Klaus Regling – numero uno del fondo – ha aperto alla possibilità di chiedere solo un vincolo alleggerito in cambio dei finanziamenti, ovverosia l’assicurazione che i fondi vengono utilizzati esclusivamente per far fronte all’emergenza sanitaria ed economica.
Non può essere nell’interesse di Germania e satelliti, quello di vedere l’Italia fare la fine della Grecia. Se non altro perché un secondo partito stavolta sembra delinearsi sul serio, dato che la Francia e la Spagna sostengono la posizione italiana. In più c’è l’intervento di Draghi, che già in Germania era stato osteggiato all’epoca del Quantitative Easing, il quale interviene dicendo che d’ora in poi dovremo abituarci alla lievitazione dei debiti pubblici e dei bilanci degli Stati, cui spetta il ruolo di assorbire i debiti privati in momenti di crisi.
Ciò che era dogma ora non lo è più. Infatti è vero che l’ex presidente della BCE parla di far fronte a un’emergenza, ma è altrettanto vero che sostiene il ricorso a più alti livelli di debito e di spesa come futura “caratteristica permanente” delle economie nazionali. Sulla figura di Draghi non c’è tempo di dilungarsi qui (si rimanda al bell’articolo di Lidia Undiemi sull’Antidiplomatico del 30/03/20), ma già poco prima che lasciasse la Banca Centrale avevano fatto scalpore le sue dichiarazioni di apertura verso nuovi approcci teorici di stampo keynesiano, come la Teoria Monetaria Moderna.
Per riassumere, gli orientamenti generali che emergono sono due: un allentamento dei vincoli in fase emergenziale e con alcune condizioni, per poi tornare allo status quo ante; oppure un ripensamento generalizzato e a lungo termine, che implicherebbe almeno una mitigazione dell’egemonia tedesca. Su questa ambiguità anche il nostro premier gioca, avendo parlato giusto poco fa al quotidiano olandese De Telegraaf di misure soltanto “eccezionali”.
Perché allora Draghi presidente del Consiglio, in questo intricato quadro?
Potrebbe essere solo un bluff per sponsorizzare quella linea di pensiero, e coadiuvare il governo nelle trattative con la Grande Germania. Tuttavia potrebbe anche essere qualcosa in più, una sorta di piano B nel caso in cui le cose dovessero mettersi male. Non è affatto scontato, se non poco probabile, che Conte e Gualtieri la spuntino sui coronabond, e anche dovessero riuscirvi i nodi rimangono altri, come quello del ruolo della BCE, senza i cui acquisti illimitati poco potrebbero i titoli di debito europei.
Se allora l’Italia dovesse trovarsi a fronteggiare una recessione senza strumenti adeguati, magari dovendo accettare pochi spiccioli in cambio di riforme e vincoli – anche di modesta entità – il governo perderebbe di certo la sua discreta fama. Tornerebbe a popolare la penisola il fantasma della Italexit, e allora i gruppi di interesse che finora avevano ventilato il deciso cambio di passo, potrebbero scegliere per un governo autorevole, di unità nazionale, possibilmente tecnico, che mantenga l’Italia nell’Eurozona anche a costi elevati.
Fonte
Dico “i media” perché Draghi non si è mai candidato, limitandosi invece a esporre la sua ricetta per l’Europa nel suo complesso. Addirittura il telegiornale di Mentana ha diffuso un sondaggio, per indagare l’indice di gradimento popolare di un possibile esecutivo siffatto che includerebbe tutto l’arco parlamentare.
I rappresentanti dei vari partiti, intervistati, hanno espresso opinioni variegate, ma in generale non tali da escludere un loro appoggio; e poi si sa che le opinioni dei leader di oggi sembrano tanto salde, quanto sono volubili e rovesciabili nel loro contrario al momento opportuno.
Se cercare di capire chi materialmente abbia introdotto per primo questa ipotesi è molto difficile – per quanto interessante – sarebbe più proficuo provare a capirne le motivazioni, che non ci paiono così ovvie. Siamo infatti in una condizione di grave emergenza sanitaria, aggravata da una economica, a sua volta aggravata da una possibile crisi finanziaria, che ci auguriamo non si verifichi.
A complicare il tutto, si devono risolvere le suddette questioni (specialmente le ultime due) tramite una difficoltosa trattativa europea, quale non si era forse mai vista, che potenzialmente potrebbe aprire scenari del tutto nuovi rispetto all’Unione e alla nostra permanenza (o meno) in essa. Il presidente del Consiglio ha avuto ben dire, nell’affermare alla tv tedesca Ard, che siamo di fronte a una svolta storica dell’Europa, e che la posizione italiana e quella tedesca su come prenderla sono divergenti. Niente di più vero. Ѐ tutto da vedere però che al professor Conte sia consentito di condurre questa svolta, e che non sarà invece presto rimpiazzato.
Bisogna sottolineare inoltre che, non solo il momento per proporre un’alternativa di governo non è ortodosso per la situazione di emergenza (c’è da ricordare quella dello scorso Ferragosto, in cui si criticò il segretario della Lega per aver scatenato la crisi, in prossimità dell’immensamente minore emergenza delle clausole di salvaguardia da sterilizzare); ma non lo è anche perché l’attuale esecutivo e il suo presidente godono – secondo i sondaggi – di un elevatissimo gradimento popolare.
Si potrebbe obiettare che la proposta di un governo Draghi non sia venuta dalla politica, ma dalla stampa. Senz’altro questo è sempre stato il modo migliore per preparare l’opinione pubblica, mitridatizzandola in vista di un grande cambiamento da digerire. E se il pasto da digerire consisterà nell’ennesimo governo tecnico, e bipartisan, bisogna chiedersi in funzione di cosa.
In un articolo su Huffington Post (29/03/20), Andrea Del Monaco fa notare che l’emissione di titoli di debito comuni vorrebbe dire la fine dello spread Btp-Bund. La presenza di divari così grandi tra le varie economie dell’Eurozona, fa sì che Germania, Austria e Olanda possano finanziarsi a tassi zero, a differenza dei rendimenti molto più alti dei titoli italiani e spagnoli, condizione che si aggrava ancor più in momenti di crisi. Ѐ chiaro che la perdita di questo eccezionale vantaggio priverebbe la Germania di buona parte della sua competitività.
Se aggiungiamo questo dato all’atavica paura dei summenzionati paesi di vedere messo in crisi il dogma della stabilità dei prezzi, che assicura il vantaggio commerciale dato da una moneta svalutata rispetto all’economia nazionali, capiamo bene come l’egemonia tedesca in Europa sia l’alta posta in gioco di questa partita. Ѐ comprensibile come – in quest’ottica – i paesi della nuova Lega anseatica preferiscano tenere a bada la competitività dell’Italia precludendole “troppo facili” vie di finanziamento, e magari in cambio ammorbidendo l’accesso ai fondi del Mes. Proprio oggi infatti, Klaus Regling – numero uno del fondo – ha aperto alla possibilità di chiedere solo un vincolo alleggerito in cambio dei finanziamenti, ovverosia l’assicurazione che i fondi vengono utilizzati esclusivamente per far fronte all’emergenza sanitaria ed economica.
Non può essere nell’interesse di Germania e satelliti, quello di vedere l’Italia fare la fine della Grecia. Se non altro perché un secondo partito stavolta sembra delinearsi sul serio, dato che la Francia e la Spagna sostengono la posizione italiana. In più c’è l’intervento di Draghi, che già in Germania era stato osteggiato all’epoca del Quantitative Easing, il quale interviene dicendo che d’ora in poi dovremo abituarci alla lievitazione dei debiti pubblici e dei bilanci degli Stati, cui spetta il ruolo di assorbire i debiti privati in momenti di crisi.
Ciò che era dogma ora non lo è più. Infatti è vero che l’ex presidente della BCE parla di far fronte a un’emergenza, ma è altrettanto vero che sostiene il ricorso a più alti livelli di debito e di spesa come futura “caratteristica permanente” delle economie nazionali. Sulla figura di Draghi non c’è tempo di dilungarsi qui (si rimanda al bell’articolo di Lidia Undiemi sull’Antidiplomatico del 30/03/20), ma già poco prima che lasciasse la Banca Centrale avevano fatto scalpore le sue dichiarazioni di apertura verso nuovi approcci teorici di stampo keynesiano, come la Teoria Monetaria Moderna.
Per riassumere, gli orientamenti generali che emergono sono due: un allentamento dei vincoli in fase emergenziale e con alcune condizioni, per poi tornare allo status quo ante; oppure un ripensamento generalizzato e a lungo termine, che implicherebbe almeno una mitigazione dell’egemonia tedesca. Su questa ambiguità anche il nostro premier gioca, avendo parlato giusto poco fa al quotidiano olandese De Telegraaf di misure soltanto “eccezionali”.
Perché allora Draghi presidente del Consiglio, in questo intricato quadro?
Potrebbe essere solo un bluff per sponsorizzare quella linea di pensiero, e coadiuvare il governo nelle trattative con la Grande Germania. Tuttavia potrebbe anche essere qualcosa in più, una sorta di piano B nel caso in cui le cose dovessero mettersi male. Non è affatto scontato, se non poco probabile, che Conte e Gualtieri la spuntino sui coronabond, e anche dovessero riuscirvi i nodi rimangono altri, come quello del ruolo della BCE, senza i cui acquisti illimitati poco potrebbero i titoli di debito europei.
Se allora l’Italia dovesse trovarsi a fronteggiare una recessione senza strumenti adeguati, magari dovendo accettare pochi spiccioli in cambio di riforme e vincoli – anche di modesta entità – il governo perderebbe di certo la sua discreta fama. Tornerebbe a popolare la penisola il fantasma della Italexit, e allora i gruppi di interesse che finora avevano ventilato il deciso cambio di passo, potrebbero scegliere per un governo autorevole, di unità nazionale, possibilmente tecnico, che mantenga l’Italia nell’Eurozona anche a costi elevati.
Fonte
02/04/2020
Coronavirus - I soli dati reali sono quelli ignorati dalle autorità
Secondo l’Istituto Cattaneo i morti reali per COVIDー19 in Italia sarebbero il doppio di quelli ufficiali, cioè oltre 26.000.
Lo stesso ISTAT conferma questa ipotesi con i suoi dati sull’enorme incremento della mortalità nel paese già nei primi tempi dell’epidemia.
Per medici e virologi oramai è un dato di fatto che i contagiati reali siano MILIONI e non i numeri quotidianamente illustrati dalla Protezione Civile.
In sintesi dunque:
1) Tutti i dati ufficiali sono FASULLI.
2) L’Italia è il PRIMO paese al mondo per morti e colpiti dall’epidemia.
Perché le autorità pubbliche, centrali e regionali ignorano questa realtà e basano tutte le loro valutazioni e decisioni su dati che non rispondono al vero?
Perché non spiegano questo enorme fallimento del nostro sistema nel conoscere la realtà dell’epidemia e quindi nel controllarla?
Ed è scandaloso che i mass media, mentre disquisiscono sulla eventuale sottostima dei colpiti dal virus in Cina, tacciano su quella colossale in atto sotto i loro occhi, in Italia.
Così come denunciano il collasso del sistema sanitario in Spagna, vero, ma non usano questa parola per quello pure più grave in atto in Lombardia ed in Italia.
Insomma i soli dati ignorati sono quelli reali; la colpevole e totale impreparazione del Sistema Italia di fronte all’epidemia si mostra anche sul fronte dei numeri.
Andrà tutto bene per decreto del presidente del consiglio.
Fonte
Scuse finte e disastri veri. La recita di Von der Leyen non incanta nessuno
Che rapporto c’è tra le “scuse” porte da Ursula Von der Leyen all’Italia, le trattative frenetiche intorno alle proposte di intervento “comune” per attutire l’impatto del coronavirus sulle economie europee e lo stato dei grandi istituti finanziari europei?
Se si vuol capire qualcosa, diciamo spesso, non bisogna mai seguire le parole dei vertici dell’establishment continentale (o statunitense), ma seguire il denaro (follow the money, dicono gli anglosassoni).
Quei disinformatori professionali di Repubblica o del Corriere hanno presentato la lettera della presidente della Commissione Europea (il “governo” Ue) quasi come un atto di contrizione, giocato su classici e facili luoghi comuni, per quanto concretissimi (le sofferenze, le vittime, ecc.), che dovrebbe far ben sperare per un atteggiamento più “morbido” della Germania e dunque della Ue sul dossier “condivisione” dei costi della crisi.
«Oggi l’Europa si sta mobilitando al fianco dell’Italia», anche se «purtroppo non è stato sempre così». Anzi, «bisogna riconoscere che nei primi giorni della crisi, di fronte al bisogno di una risposta comune europea, in troppi hanno pensato solo ai problemi di casa propria».
Ma quando si passa dalle frasi di circostanza alle misure concrete il discorso cambia. Drasticamente, ma sempre con parole di miele.
«L’Europa (la Ue, ndr) vuole dare una mano stanziando nuove risorse per finanziare la cassa integrazione. 100 miliardi di euro in favore dei Paesi colpiti più duramente, a partire dall’Italia, per compensare la riduzione degli stipendi di chi lavora con un orario ridotto. Questo sarà possibile grazie a prestiti garantiti da tutti gli Stati membri, dimostrando così vera solidarietà europea».
Con quale meccanismo? Domanda normale, in una comunità economica affollata di trattati vincolanti che non si vuole rimettere in discussione.
Si chiama “Sure”, ed era stato presentato dalla stessa Von der Leyen via video. Fin dal primo sguardo, però, si capisce che questo strumento si limiterà a consentire ad ogni Stato di finanziare la cassa integrazione per le aziende in crisi nel proprio Paese, salvando temporaneamente il posto di lavoro e parzialmente il reddito dei loro dipendenti, nulla di più.
Se infatti si tratta di un fondo finanziato pro quota da tutti i singoli Stati, in una situazione in cui tutti i Paesi si trovano grosso modo nelle stesse condizioni (chi più, chi meno, ma con tempistiche differenti che vanno tendenzialmente a convergere verso effetti pressoché uguali per tutti), è matematico che ognuno semplicemente riprenda i soldi che vi ha messo. Spicciolo più, spicciolo meno.
Dov’è allora questa “concreta solidarietà europea”? Assente, come sempre...
Idem per la questione irritante del possibile utilizzo del Mes (Meccanismo europeo di stabilità) che ormai perfino Conte e Gualtieri definiscono inadatto a risolvere uno “shock simmetrico” (uguale per tutti), in quanto pensato per affrontare quelli “asimmetrici”, che riguardano un singolo paese in condizioni “normali”. L’esempio è la Grecia del 2015, e quindi...
Però diversi leader tedeschi, economisti e anche i Verdi di Germania cominciano a dire chiaramente che se affondano tutti i partner europei – a cominciare dai firmatari della lettera che chiede l’istituzione di “coronabond” comunitari condivisi – e soprattutto Paesi “pesanti” come Italia, Spagna, Francia... Berlino non ha speranze di poter evitare la catastrofe. E non solo perché buona parte dell’export tedesco è infra-europeo.
Con più precisione, Francesco Ninfole su Milano Finanza – citando tra gli altri alcuni dati del Cer – fa notare che il sistema bancario tedesco, da anni in gravi difficoltà, stavolta rischia di fare il botto: Banche, il tallone d’Achille della Germania nella crisi.
I conti sono presto fatti. “Gli istituti in Germania mostravano già nel terzo trimestre 2019 una redditività del capitale pari a zero, inferiore anche a quello delle banche greche (3,2%, mentre è al 6,6% la media europea). I 20 maggiori gruppi tedeschi hanno anche un altro primato negativo, quello del rapporto tra costi e ricavi, vicino all’84%: un dato più alto di quelli francesi (72%), italiani (64%) e spagnoli (53%)”.
Traducendo: per colpa di un modo di far banca rimasto quasi “antico” (molti sportelli, tanti dipendenti, ecc.), le banche tedesche guadagnano meno delle altre. In più, hanno avuto negli ultimi 30 anni un profilo speculativo molto più azzardato, al limite dell’incoscienza.
“Le banche in Germania hanno il problema dei titoli illiquidi”. Ossia titoli che non si vendono perché nessuno li vuole più e dunque non valgono nulla anche se risultano tra gli “attivi” al prezzo con cui sono stati comprati; è come pensare di esser ricchi perché si possiede una villa rasa al suolo da un terremoto.
“Solo il 19% degli asset al fair value è liquido” (ossia ha un accettabile valore di mercato), “contro una media Ue del 30% (le italiane sono al 64%, le francesi al 27%). Difficile immaginare che questi valori non diminuiscano quest’anno”.
La più grande di queste banche è ovviamente Deutsche Bank, autentico zombie che da anni è sul punto di schiantare ed è ancora in vita solo perché “troppo grande per fallire”.
E cosa possono fare, lassù, per tamponare questo tsunami che si aggiungerebbe a quello da coronavirus?
“C’è chi pensa ora che la Germania, magari approfittando della sospensione delle regole Ue sugli aiuti di Stato, possa intervenire ancora (dopo I 250 miliardi iniettati prima del 2013 e il recente salvataggio di NordLb) per rafforzare alcune banche. Probabilmente senza il burden sharing imposto in passato agli istituti italiani”.
A “regole europee” vigenti, infatti, le banche si possono “salvare” solo tramite il bail in (fottendo azionsti, obbligazionisti e correntisti sopra i 100.000 euro); oppure tramite il più vecchio e meno drastico burden sharing (qualsiasi aiuto pubblico a una banca deve innanzitutto essere esaminato ed approvato dalla Commissione Europea, ma soprattutto deve essere erogato solamente in seguito alla riduzione del valore nominale delle azioni e delle obbligazioni subordinate, o la conversione in capitale di queste ultime).
Ci perdonerete i tecnicismi, ma erano necessari per comprendere che le “regole europee” non discendono dalle tavole della legge della “scienza economica” (che peraltro “prevede il passato” e non indica alcuna strada nei tempi “eccezionali”), ma dai concreti interessi dei “sistemi Paese”.
A conti fatti, insomma, una delle ragioni per cui Germania e Olanda (e altri paesi del fronte “austero”) non sono disponibili a “condividere” il rischio finanziario con altri Paesi non sta tanto nella pallida eventualità che questi facciano “le cicale” invece di combattere l’epidemia e poi far ripartire l’economia. Ma nello stato comatoso di una sistema bancario “allegro”, che ha speculato sui prodotti derivati e sul capitale fittizio di Wall Street rimettendoci anche le mutande.
E per quanto “surplus” abbia accumulato lo Stato tedesco in questi ultimi 20 anni, giocando sui meccanismi differenziali dell’”austerità” a scapito dei partner più deboli, resta pur sempre una goccia nell’oceano di “titoli illiquidi” che ha allagato quelle banche.
E che probabilmente trascinerebbe nel gorgo anche un sistema industriale fondato ancora sull’automobile...
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Se si vuol capire qualcosa, diciamo spesso, non bisogna mai seguire le parole dei vertici dell’establishment continentale (o statunitense), ma seguire il denaro (follow the money, dicono gli anglosassoni).
Quei disinformatori professionali di Repubblica o del Corriere hanno presentato la lettera della presidente della Commissione Europea (il “governo” Ue) quasi come un atto di contrizione, giocato su classici e facili luoghi comuni, per quanto concretissimi (le sofferenze, le vittime, ecc.), che dovrebbe far ben sperare per un atteggiamento più “morbido” della Germania e dunque della Ue sul dossier “condivisione” dei costi della crisi.
«Oggi l’Europa si sta mobilitando al fianco dell’Italia», anche se «purtroppo non è stato sempre così». Anzi, «bisogna riconoscere che nei primi giorni della crisi, di fronte al bisogno di una risposta comune europea, in troppi hanno pensato solo ai problemi di casa propria».
Ma quando si passa dalle frasi di circostanza alle misure concrete il discorso cambia. Drasticamente, ma sempre con parole di miele.
«L’Europa (la Ue, ndr) vuole dare una mano stanziando nuove risorse per finanziare la cassa integrazione. 100 miliardi di euro in favore dei Paesi colpiti più duramente, a partire dall’Italia, per compensare la riduzione degli stipendi di chi lavora con un orario ridotto. Questo sarà possibile grazie a prestiti garantiti da tutti gli Stati membri, dimostrando così vera solidarietà europea».
Con quale meccanismo? Domanda normale, in una comunità economica affollata di trattati vincolanti che non si vuole rimettere in discussione.
Si chiama “Sure”, ed era stato presentato dalla stessa Von der Leyen via video. Fin dal primo sguardo, però, si capisce che questo strumento si limiterà a consentire ad ogni Stato di finanziare la cassa integrazione per le aziende in crisi nel proprio Paese, salvando temporaneamente il posto di lavoro e parzialmente il reddito dei loro dipendenti, nulla di più.
Se infatti si tratta di un fondo finanziato pro quota da tutti i singoli Stati, in una situazione in cui tutti i Paesi si trovano grosso modo nelle stesse condizioni (chi più, chi meno, ma con tempistiche differenti che vanno tendenzialmente a convergere verso effetti pressoché uguali per tutti), è matematico che ognuno semplicemente riprenda i soldi che vi ha messo. Spicciolo più, spicciolo meno.
Dov’è allora questa “concreta solidarietà europea”? Assente, come sempre...
Idem per la questione irritante del possibile utilizzo del Mes (Meccanismo europeo di stabilità) che ormai perfino Conte e Gualtieri definiscono inadatto a risolvere uno “shock simmetrico” (uguale per tutti), in quanto pensato per affrontare quelli “asimmetrici”, che riguardano un singolo paese in condizioni “normali”. L’esempio è la Grecia del 2015, e quindi...
Però diversi leader tedeschi, economisti e anche i Verdi di Germania cominciano a dire chiaramente che se affondano tutti i partner europei – a cominciare dai firmatari della lettera che chiede l’istituzione di “coronabond” comunitari condivisi – e soprattutto Paesi “pesanti” come Italia, Spagna, Francia... Berlino non ha speranze di poter evitare la catastrofe. E non solo perché buona parte dell’export tedesco è infra-europeo.
Con più precisione, Francesco Ninfole su Milano Finanza – citando tra gli altri alcuni dati del Cer – fa notare che il sistema bancario tedesco, da anni in gravi difficoltà, stavolta rischia di fare il botto: Banche, il tallone d’Achille della Germania nella crisi.
I conti sono presto fatti. “Gli istituti in Germania mostravano già nel terzo trimestre 2019 una redditività del capitale pari a zero, inferiore anche a quello delle banche greche (3,2%, mentre è al 6,6% la media europea). I 20 maggiori gruppi tedeschi hanno anche un altro primato negativo, quello del rapporto tra costi e ricavi, vicino all’84%: un dato più alto di quelli francesi (72%), italiani (64%) e spagnoli (53%)”.
Traducendo: per colpa di un modo di far banca rimasto quasi “antico” (molti sportelli, tanti dipendenti, ecc.), le banche tedesche guadagnano meno delle altre. In più, hanno avuto negli ultimi 30 anni un profilo speculativo molto più azzardato, al limite dell’incoscienza.
“Le banche in Germania hanno il problema dei titoli illiquidi”. Ossia titoli che non si vendono perché nessuno li vuole più e dunque non valgono nulla anche se risultano tra gli “attivi” al prezzo con cui sono stati comprati; è come pensare di esser ricchi perché si possiede una villa rasa al suolo da un terremoto.
“Solo il 19% degli asset al fair value è liquido” (ossia ha un accettabile valore di mercato), “contro una media Ue del 30% (le italiane sono al 64%, le francesi al 27%). Difficile immaginare che questi valori non diminuiscano quest’anno”.
La più grande di queste banche è ovviamente Deutsche Bank, autentico zombie che da anni è sul punto di schiantare ed è ancora in vita solo perché “troppo grande per fallire”.
E cosa possono fare, lassù, per tamponare questo tsunami che si aggiungerebbe a quello da coronavirus?
“C’è chi pensa ora che la Germania, magari approfittando della sospensione delle regole Ue sugli aiuti di Stato, possa intervenire ancora (dopo I 250 miliardi iniettati prima del 2013 e il recente salvataggio di NordLb) per rafforzare alcune banche. Probabilmente senza il burden sharing imposto in passato agli istituti italiani”.
A “regole europee” vigenti, infatti, le banche si possono “salvare” solo tramite il bail in (fottendo azionsti, obbligazionisti e correntisti sopra i 100.000 euro); oppure tramite il più vecchio e meno drastico burden sharing (qualsiasi aiuto pubblico a una banca deve innanzitutto essere esaminato ed approvato dalla Commissione Europea, ma soprattutto deve essere erogato solamente in seguito alla riduzione del valore nominale delle azioni e delle obbligazioni subordinate, o la conversione in capitale di queste ultime).
Ci perdonerete i tecnicismi, ma erano necessari per comprendere che le “regole europee” non discendono dalle tavole della legge della “scienza economica” (che peraltro “prevede il passato” e non indica alcuna strada nei tempi “eccezionali”), ma dai concreti interessi dei “sistemi Paese”.
A conti fatti, insomma, una delle ragioni per cui Germania e Olanda (e altri paesi del fronte “austero”) non sono disponibili a “condividere” il rischio finanziario con altri Paesi non sta tanto nella pallida eventualità che questi facciano “le cicale” invece di combattere l’epidemia e poi far ripartire l’economia. Ma nello stato comatoso di una sistema bancario “allegro”, che ha speculato sui prodotti derivati e sul capitale fittizio di Wall Street rimettendoci anche le mutande.
E per quanto “surplus” abbia accumulato lo Stato tedesco in questi ultimi 20 anni, giocando sui meccanismi differenziali dell’”austerità” a scapito dei partner più deboli, resta pur sempre una goccia nell’oceano di “titoli illiquidi” che ha allagato quelle banche.
E che probabilmente trascinerebbe nel gorgo anche un sistema industriale fondato ancora sull’automobile...
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Cura Italia: poche risorse, tante lacune
Gli effetti economici
della pandemia stanno assumendo sempre più un posto di rilievo nel
dibattito politico mentre siamo ancora nel bel mezzo della crisi. Mentre
si susseguono le stime sulla drammatica caduta del PIL italiano che
potrebbe seguirne e le istituzioni europee mostrano continuamente un atteggiamento ottuso e mendace,
milioni di lavoratori soffrono una condizione di difficoltà e
incertezza che si aggiunge a decenni di riforme fatte sulla loro pelle.
Per porre un argine a questa situazione servirebbe un intervento imponente dello Stato
e della finanza pubblica. Quello che proveremo a fare in questo
articolo è capire se il decreto “Cura Italia”, la prima misura messa in
campo dal governo per contrastare gli effetti economici della Covid-19,
abbia questa portata, e quali implicazioni possa avere per la classe
lavoratrice. Nella drammaticità della situazione, infatti e come al
solito, la barca non è la stessa per tutti. Il rallentamento
dell’attività produttiva e le fosche nubi sul futuro prima, il decreto
del 23 marzo poi, che limitava l’attività produttiva ai soli settori
essenziali, hanno lasciato a casa milioni di lavoratori appartenenti
alle categorie contrattuali più disparate che necessitano di tutele economiche.
La legittima e necessaria scelta di limitare l’attività produttiva alle
sole produzioni essenziali al fine di tutelare la salute pubblica e dei
lavoratori, seppure limitata dall’ostruzionismo interessato e ipocrita di Confindustria,
impone uno sforzo politico ed economico a sostegno dei lavoratori
coinvolti in questa fase, i quali rischiano di scontare sulla loro pelle
anche gli effetti nefasti che la nostra economia si troverà ad
affrontare.
Le misure che limitano la produzione avranno conseguenze forti sul settore privato che, di riflesso, si riverseranno sull’intera economia. Le imprese vedranno ridotto pesantemente il loro giro d’affari e le perdite, secondo le previsioni pessimistiche del Cerved, potrebbero attestarsi attorno ai 470 miliardi per il solo 2020. Molto probabilmente, a causa della piaga della Covid-19, ci sarà una profonda recessione economica: le stime che si susseguono, tutt’altro che confortanti, parlano di una contrazione del PIL che potrà arrivare anche al 10-15%. Se si pensa che tra il 2007 e il 2009 la recessione ha causato una caduta del reddito nazionale pari al 6,6%, si ha l’idea dell’ordine di grandezza del quale si sta parlando e di come si aggraverebbe la già precaria situazione economica e sociale del nostro paese. L’emergenza Coronavirus, inoltre, ci è piombata addosso in un contesto tutt’altro che roseo: il terzo trimestre del 2019 aveva registrato un calo del PIL pari allo 0,3%, le stime sulla crescita si aggiravano attorno allo 0% e la disoccupazione stagnava ai suoi cronici livelli prossimi al 10%. Già prima del decreto del 21 marzo, secondo Confindustria l’attività delle imprese italiane era rallentata del 20%. Ora più che mai, dunque, sarebbe opportuno abbandonare il vicolo cieco dell’austerità e investire con decisione per evitare che il Paese veda la distruzione della sua già stremata struttura produttiva, l’esplodere della disoccupazione e l’aggravamento della situazione sociale.
Per porre un freno al precipitare degli eventi, Il 17 marzo è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto legge (DL) “Cura Italia” dopo che il governo ha ottenuto, non senza sforzi, l’autorizzazione dall’Unione Europa per poter fare interventi di spesa pubblica straordinaria – non prevista nel Documento di Economia e Finanza (DEF) di riferimento – vista la drammaticità della situazione attuale. Una manovra definita “poderosa” dal presidente del consiglio Conte che però, come lui ha ammesso, non sarà sufficiente. Si tratta di un intervento di circa 20 miliardi, poco più dell’1% del PIL, a cui dovrebbe far seguito una nuova manovra ad aprile, più o meno dello stesso importo che ci porterebbe verso il 3,3/4,3% del rapporto deficit/PIL per il 2020. Una manovra difficile a cui si stanno, in queste ore, già aggiungendo provvedimenti tampone e dettagli tralasciati in precedenza.
L’entità del “Cura Italia”, se paragonata a quella delle altre grandi economie europee, ci dà l’idea dell’ostile contesto istituzionale nel quale ci muoviamo. Il parlamento tedesco, ad esempio, ha autorizzato il congelamento del pareggio di bilancio approvando una manovra da 156 miliardi di debito in più, pari al 5% del PIL. Una differenza impressionante ma non casuale, che riflette la natura perversa della configurazione istituzionale europea. In un contesto in cui la BCE non garantisce l’acquisto di titoli del debito pubblico italiano, nella misura appropriata a contrastare la speculazione finanziaria ed evitare l’esplosione dello spread, il governo italiano fa una misura dall’ammontare ‘prudente’, se si vuole usare un eufemismo, o più direttamente insufficiente, proprio ora in cui è impellente la necessità di scardinare l’austerità. Austerità che, come abbiamo detto e come questi dati confermano, non si presta a lasciare l’Europa e le cui nubi ancora si addensano sulle vite di cittadini e lavoratori.
Se l’entità della spesa è insufficiente, la sua composizione non è da meno. Per quanto riguarda la spesa in sanità, la differenza con la Germania si fa abissale se si pensa che a fronte dei 3 miliardi presenti nel Cura Italia, ben un terzo del nuovo debito tedesco andrà a rimpinguare un sistema sanitario che di per sé, già non ha subito i poderosi tagli sperimentati da quello italiano. Una somma irrisoria rispetto allo sforzo in termini di strutture e personale che il nostro Sistema Sanitario sta affrontando in queste settimane.
Come orgogliosamente rivendicato dalla Ministra del lavoro, il decreto stanzia 10 miliardi “a favore dei lavoratori”. Di questi, 5 miliardi, rappresentano interventi sulla Cassa Integrazione (CIG). Oggetto di modifica tanto da parte della riforma Fornero che da parte del Jobs Act, che ne hanno limitato le casistiche e la durata, la CIG è un ammortizzatore sociale in costanza di rapporto. Ciò significa che il lavoratore che vi accede resta formalmente un dipendente dell’impresa. La ratio legis della Cassa Integrazione è quella di sostituire l’INPS alle imprese che versino in una situazione momentanea di difficoltà, nel versamento dei compensi ai lavoratori (per un ammontare pari a circa l’80% dello stipendio). Essa, tuttavia, rappresenta un potente strumento di tutela dei lavoratori, uno di quei presidi conquistati con le lotte operaie spesso liquidate come retaggi del ‘900 dalla classe padronale e dai suoi sodali. Da un lato, infatti, il lavoratore formalmente non verrebbe abbandonato nel mare della disoccupazione ma resterebbe titolare, assieme ai suoi colleghi, del suo posto di lavoro: ciò rappresenta un ostacolo alla rottura dell’unità dei lavoratori e alla disintegrazione degli interessi di classe. Dall’altro lato, proprio la costanza del rapporto di lavoro, rende difficile alle imprese, soprattutto dopo la diffusione dei contratti di lavoro precari, attuare una ristrutturazione industriale al solo scopo di sostituire i vecchi lavoratori con nuovi lavoratori pagati meno. Pur quindi non gravando sulle spalle dei padroni, la CIG impediva loro di disporre liberamente della forza lavoro occupata e il suo ridimensionamento entrava a pieno titolo nel progetto di deregolamentazione del mercato del lavoro. Ora tuttavia, con l’epidemia che dilaga e i suoi effetti si estendono dal piano sanitario a quello economico, minacciando i profitti anche delle imprese che non avrebbero avuto necessità di accedere a questo strumento, ecco che l’intervento dello Stato viene invocato dai padroni, senza pudore e senza alcuna vergogna di mostrare la propria ipocrisia. Il “Cura Italia”, dunque, ha disposto circa 1,35 miliardi per la Cassa Integrazione ordinaria; 0,34 miliardi per rimpinguare i soldi già stanziati per la Cassa Integrazione straordinaria; e circa 3,3 miliardi per estendere la platea e la durata della Cassa Integrazione in deroga a cui possono accedere anche le imprese fino a un dipendente.
Dei restanti 5 miliardi per i lavoratori, circa 2,86 miliardi sono destinati all’indennità una tantum di 600 euro per il mese di marzo destinata ai professionisti e ai lavoratori autonomi, ai co-co-co, ai lavoratori stagionali e quelli del turismo. Un mondo variegato di lavoratori in cui si mischiano situazioni di precarietà e sfruttamento, contratti in scadenza non rinnovati, professionisti con partita IVA da decine di migliaia di euro e lavoratori dipendenti camuffati da partita IVA senza alcuna garanzia. Un mondo così variegato da far sì che con questo contributo una tantum (c’è ancora da vedere se e in che modalità verrà confermato nell’annunciata manovra di aprile) il governo abbia fatto “parti uguali tra disuguali”. Inoltre, anche in questo caso il confronto internazionale ci sembra utile per valutare l’entità della misura: in Francia, ad esempio, sono stati previsti trasferimenti pari a 1.500 euro per lavoratori autonomi che abbiano visto cadere fino al 70% del proprio fatturato, cifra che può aumentare nel caso in cui le perdite siano ancora maggiori. Non solo, questo provvedimento lascia fuori gran parte dei lavoratori agricoli, i lavoratori domestici e tutto il mondo del sommerso il che, specialmente al sud, rischia di lasciare milioni di persone senza alcuna entrata. Una situazione che ha fatto emergere le preoccupazioni del Ministro per il sud circa la tenuta istituzionale del Paese il che fa cadere il velo, se mai ce ne fosse stato bisogno, sulla drammatica situazione di povertà che affligge milioni di lavoratori e di famiglie in Italia. Nei limiti stringenti imposti dall’austerità europea, il governo non ha saputo prendere delle misure chiaramente a tutela delle fasce più deboli della popolazione e sta intervenendo con misure tampone e confuse come i 400 milioni per i bonus spesa, la cui gestione è s lasciata ai servizi sociali e che ha fatto insorgere i Comuni per la pochezza della somma stanziata.
Ma, oltre al danno, ci sono molti lavoratori che stanno anche sperimentando la beffa: è il caso del “premio” riconosciuto a chi, nonostante la piena emergenza pandemica, è costretto a recarsi nel luogo di lavoro. Il “Cura Italia” ha infatti previsto per i lavoratori dipendenti con un reddito da lavoro inferiore ai 40.000 euro (si fa riferimento all’anno precedente), un “premio” di 100 euro “da rapportare al numero di giorni di lavoro svolti nella propria sede di lavoro nel predetto mese”, ossia marzo. Dunque, considerando che le giornate lavorative sono 22, stiamo parlando di meno di 5 euro al giorno per uscire di casa e recarsi a lavoro, mettendo a repentaglio la propria salute e quella della famiglia.
In conclusione, sebbene sia già stata anticipata una nuova manovra nel mese di aprile, il decreto Cura Italia si dimostra insufficiente nell’entità, iniquo e confuso nella composizione. Mentre da diverse parti si levano voci per una nuova stagione di protagonismo pubblico nell’economia, necessità resa evidente dai drammatici fatti di queste settimane, il Governo italiano, stretto nella morsa dell’austerità e delle contorte regole europee, arranca. Come al solito, chi più pagherà lo scotto di queste difficoltà, è la classe lavoratrice.
Fonte
Le misure che limitano la produzione avranno conseguenze forti sul settore privato che, di riflesso, si riverseranno sull’intera economia. Le imprese vedranno ridotto pesantemente il loro giro d’affari e le perdite, secondo le previsioni pessimistiche del Cerved, potrebbero attestarsi attorno ai 470 miliardi per il solo 2020. Molto probabilmente, a causa della piaga della Covid-19, ci sarà una profonda recessione economica: le stime che si susseguono, tutt’altro che confortanti, parlano di una contrazione del PIL che potrà arrivare anche al 10-15%. Se si pensa che tra il 2007 e il 2009 la recessione ha causato una caduta del reddito nazionale pari al 6,6%, si ha l’idea dell’ordine di grandezza del quale si sta parlando e di come si aggraverebbe la già precaria situazione economica e sociale del nostro paese. L’emergenza Coronavirus, inoltre, ci è piombata addosso in un contesto tutt’altro che roseo: il terzo trimestre del 2019 aveva registrato un calo del PIL pari allo 0,3%, le stime sulla crescita si aggiravano attorno allo 0% e la disoccupazione stagnava ai suoi cronici livelli prossimi al 10%. Già prima del decreto del 21 marzo, secondo Confindustria l’attività delle imprese italiane era rallentata del 20%. Ora più che mai, dunque, sarebbe opportuno abbandonare il vicolo cieco dell’austerità e investire con decisione per evitare che il Paese veda la distruzione della sua già stremata struttura produttiva, l’esplodere della disoccupazione e l’aggravamento della situazione sociale.
Per porre un freno al precipitare degli eventi, Il 17 marzo è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto legge (DL) “Cura Italia” dopo che il governo ha ottenuto, non senza sforzi, l’autorizzazione dall’Unione Europa per poter fare interventi di spesa pubblica straordinaria – non prevista nel Documento di Economia e Finanza (DEF) di riferimento – vista la drammaticità della situazione attuale. Una manovra definita “poderosa” dal presidente del consiglio Conte che però, come lui ha ammesso, non sarà sufficiente. Si tratta di un intervento di circa 20 miliardi, poco più dell’1% del PIL, a cui dovrebbe far seguito una nuova manovra ad aprile, più o meno dello stesso importo che ci porterebbe verso il 3,3/4,3% del rapporto deficit/PIL per il 2020. Una manovra difficile a cui si stanno, in queste ore, già aggiungendo provvedimenti tampone e dettagli tralasciati in precedenza.
L’entità del “Cura Italia”, se paragonata a quella delle altre grandi economie europee, ci dà l’idea dell’ostile contesto istituzionale nel quale ci muoviamo. Il parlamento tedesco, ad esempio, ha autorizzato il congelamento del pareggio di bilancio approvando una manovra da 156 miliardi di debito in più, pari al 5% del PIL. Una differenza impressionante ma non casuale, che riflette la natura perversa della configurazione istituzionale europea. In un contesto in cui la BCE non garantisce l’acquisto di titoli del debito pubblico italiano, nella misura appropriata a contrastare la speculazione finanziaria ed evitare l’esplosione dello spread, il governo italiano fa una misura dall’ammontare ‘prudente’, se si vuole usare un eufemismo, o più direttamente insufficiente, proprio ora in cui è impellente la necessità di scardinare l’austerità. Austerità che, come abbiamo detto e come questi dati confermano, non si presta a lasciare l’Europa e le cui nubi ancora si addensano sulle vite di cittadini e lavoratori.
Se l’entità della spesa è insufficiente, la sua composizione non è da meno. Per quanto riguarda la spesa in sanità, la differenza con la Germania si fa abissale se si pensa che a fronte dei 3 miliardi presenti nel Cura Italia, ben un terzo del nuovo debito tedesco andrà a rimpinguare un sistema sanitario che di per sé, già non ha subito i poderosi tagli sperimentati da quello italiano. Una somma irrisoria rispetto allo sforzo in termini di strutture e personale che il nostro Sistema Sanitario sta affrontando in queste settimane.
Come orgogliosamente rivendicato dalla Ministra del lavoro, il decreto stanzia 10 miliardi “a favore dei lavoratori”. Di questi, 5 miliardi, rappresentano interventi sulla Cassa Integrazione (CIG). Oggetto di modifica tanto da parte della riforma Fornero che da parte del Jobs Act, che ne hanno limitato le casistiche e la durata, la CIG è un ammortizzatore sociale in costanza di rapporto. Ciò significa che il lavoratore che vi accede resta formalmente un dipendente dell’impresa. La ratio legis della Cassa Integrazione è quella di sostituire l’INPS alle imprese che versino in una situazione momentanea di difficoltà, nel versamento dei compensi ai lavoratori (per un ammontare pari a circa l’80% dello stipendio). Essa, tuttavia, rappresenta un potente strumento di tutela dei lavoratori, uno di quei presidi conquistati con le lotte operaie spesso liquidate come retaggi del ‘900 dalla classe padronale e dai suoi sodali. Da un lato, infatti, il lavoratore formalmente non verrebbe abbandonato nel mare della disoccupazione ma resterebbe titolare, assieme ai suoi colleghi, del suo posto di lavoro: ciò rappresenta un ostacolo alla rottura dell’unità dei lavoratori e alla disintegrazione degli interessi di classe. Dall’altro lato, proprio la costanza del rapporto di lavoro, rende difficile alle imprese, soprattutto dopo la diffusione dei contratti di lavoro precari, attuare una ristrutturazione industriale al solo scopo di sostituire i vecchi lavoratori con nuovi lavoratori pagati meno. Pur quindi non gravando sulle spalle dei padroni, la CIG impediva loro di disporre liberamente della forza lavoro occupata e il suo ridimensionamento entrava a pieno titolo nel progetto di deregolamentazione del mercato del lavoro. Ora tuttavia, con l’epidemia che dilaga e i suoi effetti si estendono dal piano sanitario a quello economico, minacciando i profitti anche delle imprese che non avrebbero avuto necessità di accedere a questo strumento, ecco che l’intervento dello Stato viene invocato dai padroni, senza pudore e senza alcuna vergogna di mostrare la propria ipocrisia. Il “Cura Italia”, dunque, ha disposto circa 1,35 miliardi per la Cassa Integrazione ordinaria; 0,34 miliardi per rimpinguare i soldi già stanziati per la Cassa Integrazione straordinaria; e circa 3,3 miliardi per estendere la platea e la durata della Cassa Integrazione in deroga a cui possono accedere anche le imprese fino a un dipendente.
Dei restanti 5 miliardi per i lavoratori, circa 2,86 miliardi sono destinati all’indennità una tantum di 600 euro per il mese di marzo destinata ai professionisti e ai lavoratori autonomi, ai co-co-co, ai lavoratori stagionali e quelli del turismo. Un mondo variegato di lavoratori in cui si mischiano situazioni di precarietà e sfruttamento, contratti in scadenza non rinnovati, professionisti con partita IVA da decine di migliaia di euro e lavoratori dipendenti camuffati da partita IVA senza alcuna garanzia. Un mondo così variegato da far sì che con questo contributo una tantum (c’è ancora da vedere se e in che modalità verrà confermato nell’annunciata manovra di aprile) il governo abbia fatto “parti uguali tra disuguali”. Inoltre, anche in questo caso il confronto internazionale ci sembra utile per valutare l’entità della misura: in Francia, ad esempio, sono stati previsti trasferimenti pari a 1.500 euro per lavoratori autonomi che abbiano visto cadere fino al 70% del proprio fatturato, cifra che può aumentare nel caso in cui le perdite siano ancora maggiori. Non solo, questo provvedimento lascia fuori gran parte dei lavoratori agricoli, i lavoratori domestici e tutto il mondo del sommerso il che, specialmente al sud, rischia di lasciare milioni di persone senza alcuna entrata. Una situazione che ha fatto emergere le preoccupazioni del Ministro per il sud circa la tenuta istituzionale del Paese il che fa cadere il velo, se mai ce ne fosse stato bisogno, sulla drammatica situazione di povertà che affligge milioni di lavoratori e di famiglie in Italia. Nei limiti stringenti imposti dall’austerità europea, il governo non ha saputo prendere delle misure chiaramente a tutela delle fasce più deboli della popolazione e sta intervenendo con misure tampone e confuse come i 400 milioni per i bonus spesa, la cui gestione è s lasciata ai servizi sociali e che ha fatto insorgere i Comuni per la pochezza della somma stanziata.
Ma, oltre al danno, ci sono molti lavoratori che stanno anche sperimentando la beffa: è il caso del “premio” riconosciuto a chi, nonostante la piena emergenza pandemica, è costretto a recarsi nel luogo di lavoro. Il “Cura Italia” ha infatti previsto per i lavoratori dipendenti con un reddito da lavoro inferiore ai 40.000 euro (si fa riferimento all’anno precedente), un “premio” di 100 euro “da rapportare al numero di giorni di lavoro svolti nella propria sede di lavoro nel predetto mese”, ossia marzo. Dunque, considerando che le giornate lavorative sono 22, stiamo parlando di meno di 5 euro al giorno per uscire di casa e recarsi a lavoro, mettendo a repentaglio la propria salute e quella della famiglia.
In conclusione, sebbene sia già stata anticipata una nuova manovra nel mese di aprile, il decreto Cura Italia si dimostra insufficiente nell’entità, iniquo e confuso nella composizione. Mentre da diverse parti si levano voci per una nuova stagione di protagonismo pubblico nell’economia, necessità resa evidente dai drammatici fatti di queste settimane, il Governo italiano, stretto nella morsa dell’austerità e delle contorte regole europee, arranca. Come al solito, chi più pagherà lo scotto di queste difficoltà, è la classe lavoratrice.
Fonte
Europeisti de noantri, voltagabbana per mestiere
Trent’anni in trenta giorni, o se volete, in trenta righe. Se Carlo Verdone fosse un collaboratore di Contropiano probabilmente intitolerebbe così questo articolo, in memoria della fortunata commedia “Sette chili in sette giorni”, o forse metterebbe in immagini la carrellata dei rivolgimenti occorsi nell’ultimo mese nelle parole della classe dirigente del nostro paese.
Giravolte a 180 gradi sono un classico nel “tempo storico della politica”, quando si tratta di cogliere al volo l’occasione o si è obbligati a cambiare radicalmente indirizzo ai processi politici, sociali ed economici di uno Stato.
L’ultima in ordine di tempo è l’intervista rilasciata dal ministro dell’economia Roberto Gualtieri (Pd) sulle pagine de Il Fatto Quotidiano e pubblicata nell’edizione cartacea del primo aprile. Senza scherzi, tuttavia.
Il tema è il “decreto aprile”, l’atteso maxi-provvedimento che sta elaborando il governo per provare a tappare le falle che rischiano di affondare il sistema paese, schiaffeggiato dalle onde provocate dalla pandemia, che – fuori di metafora – tante perdite, sofferenze e incertezza sta provocando nella popolazione.
Il decreto, annuncia il ministro, metterà al centro della proposta la liquidità necessaria alle imprese per affrontare l’emergenza nel sistema produttivo. Uno studio della Confindustria misura nell’ordine del 6% il calo del Pil a fine anno, quindi anche comprensivo dell’eventuale ripresa nella seconda parte; stima definita «realistica» dallo stesso ministro.
Il governo, per rispondere, dopo i soli 25 miliardi messi in campo nel mese di marzo, stima allora di poter mobilitare nell’economia reale circa 500 miliardi di euro, soprattutto sotto forma di prestiti anche alle grandi imprese con “mega-garanzie” per i rientri, mentre dalla parte del lavoro si prospetta un’estensione della cassa integrazione (che secondo Il Sole 24 Ore a oggi interessa circa 10 milioni di lavoratori e lavoratrici) e il «rafforzamento» dell’indennità dei lavoratori autonomi.
Queste previsioni confermano che il virus del “non ci sono i soldi” – questo per davvero – è stato messo subito in quarantena, anche dai vari Draghi e dai Cottarelli, non appena si è manifestato il Covid-19, ben più pericoloso per gli interessi che da anni si occupano di proteggere. Il primo, solo ideologico, si occupava solamente di mantenere inamovibili i rapporti sociali necessari alle caratteristiche del ciclo di accumulazione (ossia, al “modo” di fare profitto) dell’attuale tempo storico.
Che la logica di fondo sia ancora tutta di tipo neoliberale lo conferma d’altronde il ministro stesso. Alla domanda sulla proposta del reddito di cittadinanza universale, Gualtieri risponde che questo «esiste già, si chiama reddito di cittadinanza. Pur essendo stato istituito dal governo precedente e pensando che debba essere migliorato sul lato delle politiche dell’occupazione, l’ho sempre difeso e continuerò a farlo».
Ma non è tutto, anzi, continua il ministro, «io penso che il cardine della nostra società debba essere il lavoro e che la via maestra sia la piena occupazione, buoni salari e progressività delle imposte attraverso cui si finanzia il welfare universale e gratuito».
Quindi, ministro Gualtieri, lei, il suo partito – e in generale chiunque si sia alternato al governo nell’ultimo trentennio, garantendosi di diritto uno scranno nel “Partito trasversale del Pil”, dal Pd alla Lega a quelli di Berlusconi e della Meloni (che sostenne Monti nel 2011, per esempio) – quando ci avete massacrato a suon di austerità, tagli al salario sociale e sacrifici (economici secondo voi, umani per noi), perché lo facevate? Se volevate “piena occupazione, buoni salari e progressività delle imposte“, perché avete fatto costantemente l’opposto?
La risposta la conosciamo fin troppo bene, ed è tutta dentro la piccolezza di una classe dirigente che, di fronte alle sfide che l’evoluzione del modo di produzione capitalistico imponeva, ha scelto la subordinazione al progetto a guida “europea”, più tedesca che francese, scegliendo di dare acqua allo stagno dei profitti togliendola al rubinetto del lavoratori.
Classe politica indecente dunque, specchio accurato di quella imprenditoriale, incapace di vedere – oltre il proprio blue book – il tonfo collettivo inevitabile di un modello sociale “economicista”, basato sulla deflazione salariale e sul disinvestimento nei settori strategici della produzione. Il plusvalore assoluto (lo sfruttamento del lavoro basato sull’aumento dell’intensità lavorativa o dell’orario di lavoro) ha le gambe corte, ma non richiede “il coraggio imprenditoriale della sfida in mercato aperto”. O almeno così ci sembra chiamiate la tendenza al monopolio in cui vi spinge la mano “pesante” di Adam Smith.
«Borghesia stracciona», scriverebbe allora a buon conto Luciano Vasapollo, la quale intuendo la distruzione di capitale in eccesso attualmente in corso causata dalla pandemia, prova a “diventare grande” e cogliere il tempo storico di una ripartenza del ciclo di accumulazione.
Tanto che il sindaco di “Milano-non-si-ferma” Giuseppe Sala (sempre Pd) dalle pagine de La Stampa chiama a una “nuova Costituente”, come nel Secondo dopoguerra... e non è forse questa crisi, nella bocca di tutti, una guerra?
“Prova a diventare grande” abbiamo scritto, perché alla domanda decisiva sulla provenienza di questi soldi emerge, crediamo, il pensiero che muove le parole del ministro.
Parlando del Mes, Gualtieri dice che «con Conte stiamo conducendo insieme, passo dopo passo, questo difficile negoziato, come d’altronde è ovvio. Abbiamo sempre detto (purtroppo anche le bugie hanno le gambe corte, ndr) che tutte le risorse disponibili devono essere immediatamente messe a disposizione senza alcuna condizionale [...]. Il Mes è stato concepito per affrontare choc asimmetrici, mentre questa è una crisi simmetrica che riguarda tutti [...]. Servono soluzioni nuove che garantiscano parità di condizioni [...], (come) uno sforzo comune di politica fiscale, come quello messo in campo dagli Stati Uniti».
Il riferimento agli States non è casuale, il ministro è chiaro nel riferimento: l’Unione europea, se vuole “passare la nottata”, deve riequilibrare i pesi interni, federare l’“Europa” e consolidare obiettivi e strumenti comuni. Niente più spread che garantisce lo scambio diseguale di valore tra le aree economiche dell’Eurozona, niente più competizione fiscale interna, che alla fine grava sulla domanda aggregata.
«La Bce sta acquistando centinaia di miliardi di titoli di Stato e fornendo liquidità pressoché illimitata al sistema finanziario», dice ancora Gualtieri, ma forse sta anche pensando “facciamo come gli Stati Uniti, rendiamo competitivo l’Euro e scarichiamo la crisi fuori dai confini dell’Eurozona, o magari dell’Ue, uniamoci in questo nuovo ciclo di accumulazione e giochiamo alla competizione interimperialistica” (su questo punto Macron, col Franco-Cfa, sarebbe d’accordo).
Ma neanche quest’ultima, qualora potesse essere realizzata, sarebbe “un pranzo di gala”. E se è difficile perdere sette chili in sette giorni, figuriamoci diventare degli “statisti” in appena trenta. Senza contare che, da una parte, nel Bundestag per ora non se ne parla proprio (per Olaf Scholz «non c’è necessità di trovare nuovi strumenti»); dall’altra, le ultime due volte in cui si è cercato di spegnere le velleità imperiali della Germania, si è rovinati velocemente nella tragedia di una guerra.
Qui in realtà i conti non sarebbero da fare tanto con la Germania stessa, alle prese con non pochi problemi, ma con la fedeltà a quell’Alleanza Atlantica che sarà pure morente, ma il cui leader indiscusso conta pur sempre 5 “grandi basi militari”, circa 13.000 soldati e un’enorme quantità di testate atomiche sul nostro territorio.
Come dire, non basta uno stimolo fiscale a mettere in pari la bilancia globale.
E tuttavia: «naturalmente, come la nottola di Minerva di Hegel, che spicca il volo quando il sole è già tramontato, l’ideologia spesso segue la realtà e quindi molti libri di economia dovranno essere riscritti sulla base di quanto sta accadendo».
Naturalmente. Solo dal 2008, si possono sommare 5 miliardi di ore lavorate perse (base anno 2018), Pil annuale a mala pena pareggiato dopo ben dieci anni, ma con distribuzione della ricchezza ancora più diseguale, 17.000 morti sul lavoro (2009-2019), continuo “snellimento” dello stato sociale, di cui nel comparto sanità vediamo in questi i giorni gli effetti del “resto dell’iceberg”.
Ma “naturalmente”, basterà riscrivere un compendio di macroeconomia, cui magari seguirà quello dei libri di storia, con una Sua prefazione.
Almeno fino a quando continuerà a essere insegnata.
Fonte
Giravolte a 180 gradi sono un classico nel “tempo storico della politica”, quando si tratta di cogliere al volo l’occasione o si è obbligati a cambiare radicalmente indirizzo ai processi politici, sociali ed economici di uno Stato.
L’ultima in ordine di tempo è l’intervista rilasciata dal ministro dell’economia Roberto Gualtieri (Pd) sulle pagine de Il Fatto Quotidiano e pubblicata nell’edizione cartacea del primo aprile. Senza scherzi, tuttavia.
Il tema è il “decreto aprile”, l’atteso maxi-provvedimento che sta elaborando il governo per provare a tappare le falle che rischiano di affondare il sistema paese, schiaffeggiato dalle onde provocate dalla pandemia, che – fuori di metafora – tante perdite, sofferenze e incertezza sta provocando nella popolazione.
Il decreto, annuncia il ministro, metterà al centro della proposta la liquidità necessaria alle imprese per affrontare l’emergenza nel sistema produttivo. Uno studio della Confindustria misura nell’ordine del 6% il calo del Pil a fine anno, quindi anche comprensivo dell’eventuale ripresa nella seconda parte; stima definita «realistica» dallo stesso ministro.
Il governo, per rispondere, dopo i soli 25 miliardi messi in campo nel mese di marzo, stima allora di poter mobilitare nell’economia reale circa 500 miliardi di euro, soprattutto sotto forma di prestiti anche alle grandi imprese con “mega-garanzie” per i rientri, mentre dalla parte del lavoro si prospetta un’estensione della cassa integrazione (che secondo Il Sole 24 Ore a oggi interessa circa 10 milioni di lavoratori e lavoratrici) e il «rafforzamento» dell’indennità dei lavoratori autonomi.
Queste previsioni confermano che il virus del “non ci sono i soldi” – questo per davvero – è stato messo subito in quarantena, anche dai vari Draghi e dai Cottarelli, non appena si è manifestato il Covid-19, ben più pericoloso per gli interessi che da anni si occupano di proteggere. Il primo, solo ideologico, si occupava solamente di mantenere inamovibili i rapporti sociali necessari alle caratteristiche del ciclo di accumulazione (ossia, al “modo” di fare profitto) dell’attuale tempo storico.
Che la logica di fondo sia ancora tutta di tipo neoliberale lo conferma d’altronde il ministro stesso. Alla domanda sulla proposta del reddito di cittadinanza universale, Gualtieri risponde che questo «esiste già, si chiama reddito di cittadinanza. Pur essendo stato istituito dal governo precedente e pensando che debba essere migliorato sul lato delle politiche dell’occupazione, l’ho sempre difeso e continuerò a farlo».
Ma non è tutto, anzi, continua il ministro, «io penso che il cardine della nostra società debba essere il lavoro e che la via maestra sia la piena occupazione, buoni salari e progressività delle imposte attraverso cui si finanzia il welfare universale e gratuito».
Quindi, ministro Gualtieri, lei, il suo partito – e in generale chiunque si sia alternato al governo nell’ultimo trentennio, garantendosi di diritto uno scranno nel “Partito trasversale del Pil”, dal Pd alla Lega a quelli di Berlusconi e della Meloni (che sostenne Monti nel 2011, per esempio) – quando ci avete massacrato a suon di austerità, tagli al salario sociale e sacrifici (economici secondo voi, umani per noi), perché lo facevate? Se volevate “piena occupazione, buoni salari e progressività delle imposte“, perché avete fatto costantemente l’opposto?
La risposta la conosciamo fin troppo bene, ed è tutta dentro la piccolezza di una classe dirigente che, di fronte alle sfide che l’evoluzione del modo di produzione capitalistico imponeva, ha scelto la subordinazione al progetto a guida “europea”, più tedesca che francese, scegliendo di dare acqua allo stagno dei profitti togliendola al rubinetto del lavoratori.
Classe politica indecente dunque, specchio accurato di quella imprenditoriale, incapace di vedere – oltre il proprio blue book – il tonfo collettivo inevitabile di un modello sociale “economicista”, basato sulla deflazione salariale e sul disinvestimento nei settori strategici della produzione. Il plusvalore assoluto (lo sfruttamento del lavoro basato sull’aumento dell’intensità lavorativa o dell’orario di lavoro) ha le gambe corte, ma non richiede “il coraggio imprenditoriale della sfida in mercato aperto”. O almeno così ci sembra chiamiate la tendenza al monopolio in cui vi spinge la mano “pesante” di Adam Smith.
«Borghesia stracciona», scriverebbe allora a buon conto Luciano Vasapollo, la quale intuendo la distruzione di capitale in eccesso attualmente in corso causata dalla pandemia, prova a “diventare grande” e cogliere il tempo storico di una ripartenza del ciclo di accumulazione.
Tanto che il sindaco di “Milano-non-si-ferma” Giuseppe Sala (sempre Pd) dalle pagine de La Stampa chiama a una “nuova Costituente”, come nel Secondo dopoguerra... e non è forse questa crisi, nella bocca di tutti, una guerra?
“Prova a diventare grande” abbiamo scritto, perché alla domanda decisiva sulla provenienza di questi soldi emerge, crediamo, il pensiero che muove le parole del ministro.
Parlando del Mes, Gualtieri dice che «con Conte stiamo conducendo insieme, passo dopo passo, questo difficile negoziato, come d’altronde è ovvio. Abbiamo sempre detto (purtroppo anche le bugie hanno le gambe corte, ndr) che tutte le risorse disponibili devono essere immediatamente messe a disposizione senza alcuna condizionale [...]. Il Mes è stato concepito per affrontare choc asimmetrici, mentre questa è una crisi simmetrica che riguarda tutti [...]. Servono soluzioni nuove che garantiscano parità di condizioni [...], (come) uno sforzo comune di politica fiscale, come quello messo in campo dagli Stati Uniti».
Il riferimento agli States non è casuale, il ministro è chiaro nel riferimento: l’Unione europea, se vuole “passare la nottata”, deve riequilibrare i pesi interni, federare l’“Europa” e consolidare obiettivi e strumenti comuni. Niente più spread che garantisce lo scambio diseguale di valore tra le aree economiche dell’Eurozona, niente più competizione fiscale interna, che alla fine grava sulla domanda aggregata.
«La Bce sta acquistando centinaia di miliardi di titoli di Stato e fornendo liquidità pressoché illimitata al sistema finanziario», dice ancora Gualtieri, ma forse sta anche pensando “facciamo come gli Stati Uniti, rendiamo competitivo l’Euro e scarichiamo la crisi fuori dai confini dell’Eurozona, o magari dell’Ue, uniamoci in questo nuovo ciclo di accumulazione e giochiamo alla competizione interimperialistica” (su questo punto Macron, col Franco-Cfa, sarebbe d’accordo).
Ma neanche quest’ultima, qualora potesse essere realizzata, sarebbe “un pranzo di gala”. E se è difficile perdere sette chili in sette giorni, figuriamoci diventare degli “statisti” in appena trenta. Senza contare che, da una parte, nel Bundestag per ora non se ne parla proprio (per Olaf Scholz «non c’è necessità di trovare nuovi strumenti»); dall’altra, le ultime due volte in cui si è cercato di spegnere le velleità imperiali della Germania, si è rovinati velocemente nella tragedia di una guerra.
Qui in realtà i conti non sarebbero da fare tanto con la Germania stessa, alle prese con non pochi problemi, ma con la fedeltà a quell’Alleanza Atlantica che sarà pure morente, ma il cui leader indiscusso conta pur sempre 5 “grandi basi militari”, circa 13.000 soldati e un’enorme quantità di testate atomiche sul nostro territorio.
Come dire, non basta uno stimolo fiscale a mettere in pari la bilancia globale.
E tuttavia: «naturalmente, come la nottola di Minerva di Hegel, che spicca il volo quando il sole è già tramontato, l’ideologia spesso segue la realtà e quindi molti libri di economia dovranno essere riscritti sulla base di quanto sta accadendo».
Naturalmente. Solo dal 2008, si possono sommare 5 miliardi di ore lavorate perse (base anno 2018), Pil annuale a mala pena pareggiato dopo ben dieci anni, ma con distribuzione della ricchezza ancora più diseguale, 17.000 morti sul lavoro (2009-2019), continuo “snellimento” dello stato sociale, di cui nel comparto sanità vediamo in questi i giorni gli effetti del “resto dell’iceberg”.
Ma “naturalmente”, basterà riscrivere un compendio di macroeconomia, cui magari seguirà quello dei libri di storia, con una Sua prefazione.
Almeno fino a quando continuerà a essere insegnata.
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Lo sciacallaggio sui prezzi agricoli
Nell’ultimo mese la quotazione del grano è salita del 6%, la soia del 2% e solo nell’ultima settimana il mais in borsa è aumentato dello 0,7%. Il rischio, secondo la FAO, è quello di un imminente crisi alimentare che si potrebbe verificare a causa della rottura del sistema di produzione-distribuzione globalizzato e per niente resiliente. “Non è ancora un problema di approvvigionamento”, ha commentato il capo economista della FAO, ma “di come governi e imprese reagiranno ai più elevati ritmi di consumo”.
L’Italia, secondo i dati ISMEA, l’Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare, è un Paese in cui l’agricoltura è sempre più votata alla produzione di alimenti di nicchia per l’export, come olio e vino (la cui vendita è aumentata del 5% l’anno scorso) e sempre meno per il mercato interno, basti pensare che in condizioni normali, il 70% della produzione agricola italiana finisce in Francia, Germania, Regno Unito e USA.
Le restrizioni che stiamo vivendo in questi giorni, preannunciano grosse difficoltà per il settore agricolo, e l’Unione Europea non sta prendendo provvedimenti adeguati a sostenere un settore completamente destrutturato dalle PAC degli ultimi 20 anni, ne tantomeno ci si sta preoccupando delle conseguenze che il coronavirus avrà su un mercato globalizzato che si basa sul trasporto di derrate alimentari nelle zone di guerra, o dove la carestia è una condizione quasi ordinaria.
Ma anche alla luce di una totale mancanza di autosufficienza alimentare, secondo la Coldiretti le scorte alimentari attualmente disponibili sul territorio nazionale sarebbero sufficienti per più di due terzi delle materie prime nazionali. Non si capisce quindi perché nell’ultimo mese si stiano verificando situazioni di mero sciacallaggio sul fronte dei beni alimentari.
I dati Codacons registrano infatti un rincaro vertiginoso dei beni alimentari, per alcuni ortaggi anche del +233%. Dal 1 marzo, carote, broccoli e zucchine, ma anche alcuni tipi di frutta hanno subito rincari dal 50 all’80% e l’inflazione, solo in parte legata all’effetto “assalto al supermercato” che ha destabilizzato il sistema di distribuzione, è in molti casi totalmente ingiustificata.
In Cina, ad esempio, i rincari registrati si aggirano al 20%, non certo ai livelli che registriamo nel nostro Paese. Nonostante l’agricoltura nel nostro Paese sia per la stragrande maggioranza dedicata all’export, i 3 milioni di lavoratori impiegati nella filiera alimentare, tra la grande distribuzione e le piccole aziende che hanno continuato a cercare di fornire un servizio a domicilio, riescono a garantire il sistema di distribuzione nei territori.
Non è quindi un problema di disponibilità di beni alimentari, ma in molti casi di sciacallaggio e deregolamentazione sui beni essenziali. La speculazione sulla filiera alimentare, e il rincaro ingiustificato dei prezzi si sta facendo sentire silenziosa nelle tasche di tutti, ma soprattutto di molte famiglie che già prima della crisi faticavano ad arrivare alla fine del mese, dei disoccupati di allora e dei disoccupati di oggi, delle migliaia di precari a cui il decreto Cura Italia ha promesso un sostegno.
Dopo il periodo degli assalti ai supermercati, ora la spesa sta diventando un problema per molti e sono diverse le iniziative di solidarietà di agricoltori, piccoli commercianti e associazioni di vario tipo che si stanno organizzando per distribuire e talvolta offrire la spesa a chi sta pagando un prezzo salatissimo per questa crisi sanitaria. In molte zone è stato attivato il Banco alimentare, i comuni iniziano ad emettere i buoni spesa, cercando di tamponare la mancanza dell’unica azione politica che servirebbe davvero come sostegno alle famiglie: il reddito di emergenza esteso a tutti.
Fonte
L’Italia, secondo i dati ISMEA, l’Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare, è un Paese in cui l’agricoltura è sempre più votata alla produzione di alimenti di nicchia per l’export, come olio e vino (la cui vendita è aumentata del 5% l’anno scorso) e sempre meno per il mercato interno, basti pensare che in condizioni normali, il 70% della produzione agricola italiana finisce in Francia, Germania, Regno Unito e USA.
Le restrizioni che stiamo vivendo in questi giorni, preannunciano grosse difficoltà per il settore agricolo, e l’Unione Europea non sta prendendo provvedimenti adeguati a sostenere un settore completamente destrutturato dalle PAC degli ultimi 20 anni, ne tantomeno ci si sta preoccupando delle conseguenze che il coronavirus avrà su un mercato globalizzato che si basa sul trasporto di derrate alimentari nelle zone di guerra, o dove la carestia è una condizione quasi ordinaria.
Ma anche alla luce di una totale mancanza di autosufficienza alimentare, secondo la Coldiretti le scorte alimentari attualmente disponibili sul territorio nazionale sarebbero sufficienti per più di due terzi delle materie prime nazionali. Non si capisce quindi perché nell’ultimo mese si stiano verificando situazioni di mero sciacallaggio sul fronte dei beni alimentari.
I dati Codacons registrano infatti un rincaro vertiginoso dei beni alimentari, per alcuni ortaggi anche del +233%. Dal 1 marzo, carote, broccoli e zucchine, ma anche alcuni tipi di frutta hanno subito rincari dal 50 all’80% e l’inflazione, solo in parte legata all’effetto “assalto al supermercato” che ha destabilizzato il sistema di distribuzione, è in molti casi totalmente ingiustificata.
In Cina, ad esempio, i rincari registrati si aggirano al 20%, non certo ai livelli che registriamo nel nostro Paese. Nonostante l’agricoltura nel nostro Paese sia per la stragrande maggioranza dedicata all’export, i 3 milioni di lavoratori impiegati nella filiera alimentare, tra la grande distribuzione e le piccole aziende che hanno continuato a cercare di fornire un servizio a domicilio, riescono a garantire il sistema di distribuzione nei territori.
Non è quindi un problema di disponibilità di beni alimentari, ma in molti casi di sciacallaggio e deregolamentazione sui beni essenziali. La speculazione sulla filiera alimentare, e il rincaro ingiustificato dei prezzi si sta facendo sentire silenziosa nelle tasche di tutti, ma soprattutto di molte famiglie che già prima della crisi faticavano ad arrivare alla fine del mese, dei disoccupati di allora e dei disoccupati di oggi, delle migliaia di precari a cui il decreto Cura Italia ha promesso un sostegno.
Dopo il periodo degli assalti ai supermercati, ora la spesa sta diventando un problema per molti e sono diverse le iniziative di solidarietà di agricoltori, piccoli commercianti e associazioni di vario tipo che si stanno organizzando per distribuire e talvolta offrire la spesa a chi sta pagando un prezzo salatissimo per questa crisi sanitaria. In molte zone è stato attivato il Banco alimentare, i comuni iniziano ad emettere i buoni spesa, cercando di tamponare la mancanza dell’unica azione politica che servirebbe davvero come sostegno alle famiglie: il reddito di emergenza esteso a tutti.
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