Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

01/05/2021

1° maggio 2021 a Genova - Ci volete precari, ci avrete rivoluzionari!


Questa mattina, rispondendo alla chiamata degli studenti e delle studentesse che da giorni occupano il DisFor a Genova, un nutrito corteo si è snodato per le vie del centro per la giornata del Primo Maggio. Un corteo contro lo sfruttamento, contro il precariato, contro le repressione delle lotte. Un corteo per rilanciare l’unità tra i lavoratori e gli sfruttati. È la lotta di classe l’unica nostra possibilità. È il socialismo ciò che dobbiamo costruire.

Collettivo Comunista Genova City Strike

Fonte e foto del corteo

Pure Hell - 1978 - Noise Addiction (Ristampa 2021)

Ok, i Death saranno anche stati i primi, ma i black punx più tosti di sempre rimangono loro. Anche solo perché non si capisce da dove diavolo siano spuntati fuori. I tre fratellini di "Politicians In My Eyes" germogliarono nella città della Motown e degli Stooges: fare 1+1 era a portata di mano. Come una band così devastante possa essere esalata da Philadelphia (luogo dalle risibili credenziali punk e dalla scena "nera" decisamente addomesticata) rimane invece un mistero.

Altrettanto misteriose le ragioni di una parabola tanto sfigata, come anche di una celebrazione postuma tutto sommato modesta. Eppure le carte in regola c'erano tutte: un mentore come Curtis Knight, amicizie con gente che conta (dai padri putativi New York Dolls a Sid Vicious), un look che non te lo scordi facilmente, abilità tecniche a dir poco sopra la media. Forse il problema stava proprio nella musica che suonavano: troppo veloce e violenta anche per i pelosi palati della "scena". Nel 1974 ancora non si parlava di punk e loro già ragionavano di hardcore: chi diamine vuoi che ti capisca, anche dopo che ti sei trasferito a New York? Sarà un caso che, come altri spiriti affini (Testors, Crime, Screamers), non siano mai riusciti a concretizzare un album intero?

In attività, i Pure Hell diedero alle stampe un unico 7'', quel "These Boots Are Made For Walking/No Rules" che nel 1978 passò praticamente inosservato ma tramortì i pochi che ne entrarono in possesso. Tre anni prima avevano già inciso l'altrettanto torrido "Wild One/Courageous Cat", che però rimase a riposo tra i solchi di un acetato. Stesso destino per "Noise Addiction", uno dei grandi Lp maledetti della storia del punk, anch'esso incastonato in quel fatidico '78: metà scaletta era già pronta quando la band se ne scappò a Londra per registrare il resto con un insospettabile Tony McPhee, Knight se la prese a morte e pose il veto sulla pubblicazione. La verità, verrebbe da pensare, è che non se la sentì di mettere la faccia su un lavoro così estremo. Tanto bastò a mandare in frantumi lo scalmanato quartetto, prima che la ristampa Warfare del 2006, la reunion live nel 2012 e i buoni offici di Henry Rollins nel 2016 ne risollevassero le quotazioni, seppur marginalmente. A parte qualche fugace intervista qua e là, nessuno ha ancora impacchettato la vicenda in un documentario con tutti i crismi: paura, appunto.

Tra gli addetti ai lavori, in ogni caso, la scia radioattiva di quella cometa ha marchiato a fuoco i cieli dell'immaginario. Che si tratti di connazionali a prova di ghetto come Bad Brains e Cult Heroes o di africani dalla spilla facile come National Wake e Wild Youth, il loro strepitare piroclastico è arrivato dove doveva arrivare. Negli anni in cui l'urlo afroamericano è tornato a incendiare le piazze, mai ristampa fu più opportuna. Quanto a noi, bando alle ciance: piantiamola di farci intimorire da quel nome, quel titolo e quella copertina, affondiamo senza remore la puntina e lasciamoci defibrillare dall'assalto idrofobo dei Pure Hell, the world's first original all-black punk rock band.

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Afghanistan - Il piano Usa di una nuova catastrofe

di Manlio Dinucci

da il manifesto, 27 aprile 2021

Il generale Scott Miller, comandante delle forze Usa e alleate in Afghanistan, ha annunciato il 25 aprile l’inizio del ritiro delle truppe straniere che, secondo quanto deciso dal presidente Biden, dovrebbe essere ultimato entro l’11 settembre. Gli Usa terminano così la guerra condotta per quasi vent’anni? Per capirlo, occorre anzitutto fare un bilancio dei risultati della guerra.

Il bilancio in vite umane è in gran parte inquantificabile: le «morti dirette» tra i militari Usa ammonterebbero a circa 2.500, e i feriti gravi a oltre 20.000. I contractor (i mercenari degli Usa) uccisi sarebbero circa 4.000, più un numero imprecisato di feriti. Le perdite tra i militari afghani ammonterebbero a circa 60.000. Le morti di civili sono di fatto incalcolabili: secondo le Nazioni Unite, sarebbero state circa 100.000 in soli dieci anni. Impossibile determinare le «morti indirette» per povertà e malattie, provocate dalle conseguenze sociali ed economiche della guerra.

Il bilancio economico è relativamente quantificabile. Per la guerra – documenta il New York Times in base ai dati elaborati dalla Brown University – gli Usa hanno speso oltre 2.000 miliardi di dollari, a cui se ne aggiungono oltre 500 per l’assistenza medica ai veterani. Le operazioni belliche sono costate 1.500 miliardi di dollari, ma l’ammontare esatto resta «opaco». L’addestramento e armamento delle forze governative afghane (oltre 300 mila uomini), sono costati 87 miliardi.

Per «l’aiuto economico e la ricostruzione» sono stati spesi 54 miliardi di dollari, in gran parte sprecati a causa di corruzione e inefficienza, per «costruire ospedali che non hanno curato nessun paziente e scuole che non hanno istruito nessun studente, e che talvolta neppure esistevano». Per la lotta alla droga sono stati spesi 10 miliardi di dollari, col seguente risultato: la superficie coltivata ad oppio è quadruplicata, tanto che è divenuta la principale attività economica dell’Afghanistan, il quale fornisce oggi l’80% dell’oppio prodotto illegalmente nel mondo.

Per finanziare la guerra in Afghanistan, gli Stati Uniti si sono pesantemente indebitati: hanno dovuto quindi pagare finora, sempre con denaro pubblico, 500 miliardi di dollari, che nel 2023 saliranno a oltre 600. Inoltre, per i militari Usa che hanno riportato gravi ferite e disabilità nelle guerre in Afghanistan e Iraq, sono stati spesi finora 350 miliardi, che saliranno nei prossimi decenni a 1.000 miliardi, di cui oltre la metà per le conseguenze della guerra in Afghanistan.

Il bilancio politico-militare di questa guerra, che ha versato fiumi di sangue e bruciato enormi risorse, è catastrofico per gli Usa, salvo che per il complesso militare-industriale che ha realizzato con essa enormi profitti. «I talebani, divenuti sempre più forti, controllano o contendono gran parte del paese», scrive il New York Times.

A questo punto, il segretario di Stato Blinken e altri propongono che gli Stati Uniti riconoscano ufficialmente e finanzino i talebani, poiché in tal modo «dopo aver preso il potere, parzialmente o pienamente, essi potrebbero governare meno duramente per ottenere il riconoscimento e il sostegno finanziario delle potenze mondiali».

Allo stesso tempo, riporta il New York Times, «il Pentagono, le agenzie spionistiche americane, e gli Alleati Occidentali stanno mettendo a punto piani per dispiegare nella regione una forza meno visibile ma ancora potente, comprendente droni, bombardieri a lungo raggio e reti spionistiche». Secondo l’ordine di Biden, riporta sempre il New York Times, gli Usa stanno ritirando i loro 2.500 soldati, «ma il Pentagono ha attualmente in Afghanistan circa 1.000 militari in più di quelli pubblicamente riconosciuti, appartenenti a forze speciali agli ordini sia del Pentagono che della Cia», cui si aggiungono oltre 16.000 contractor Usa che potrebbero essere usati per addestrare le forze governative afghane.

Scopo ufficiale del nuovo piano strategico è «impedire che l’Afghanistan riemerga quale base terroristica per minacciare gli Stati Uniti». Scopo reale resta quello di vent’anni fa: avere una forte presenza militare in quest’area al crocevia tra Medio Oriente, Asia centrale, meridionale e orientale, di primaria importanza strategica soprattutto nei confronti di Russia e Cina.

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USA - Biden e l’ombra del New Deal

Il discorso del presidente Biden al Congresso nella serata di mercoledì ha segnato il traguardo dei primi 100 giorni alla Casa Bianca con una serie di promesse che in molti hanno salutato come il lancio di una nuova era progressista negli Stati Uniti. Le evocazioni del “New Deal” rooseveltiano o della “Great Society” di Lyndon Johnson si sono sprecate soprattutto sui media liberal, ma le somiglianze con questi storici programmi sociali, già di per sé tutt’altro che rivoluzionari, appaiono decisamente fuori luogo, anche nell’improbabile eventualità che tutte le promesse di Biden venissero mantenute.

Buona parte dell’intervento di Biden è servito a presentare un nuovo pacchetto di provvedimenti di spesa da 1.800 miliardi di dollari che dovrebbe integrare quello da 2.250 miliardi già in attesa di essere discusso al Congresso e che riguarda in particolare l’ammodernamento e la costruzione di infrastrutture nel paese. Questa nuova tranche tocca invece molti capitoli di spesa in ambito sociale trascurati o ridotti all’osso negli ultimi decenni, come l’educazione pubblica, gli ammortizzatori sociali per i lavoratori, l’assistenza e i servizi dedicati ai minori.

Il provvedimento è stato ribattezzato retoricamente “American Families Plan” e si divide tra 1.000 miliardi di nuove spese e 800 miliardi di deduzioni o tagli fiscali. Uno degli obiettivi più ambiziosi è quello di rendere gratuiti i corsi nei cosiddetti “community college”, che offrono una formazione biennale post-diploma, e l’iscrizione alle scuole dell’infanzia per i bambini di tre e quattro anni senza distinzione di reddito. Biden intende introdurre anche un periodo di congedo parentale retribuito fino a 12 settimane, da finanziare con 225 miliardi di dollari in dieci anni. 45 miliardi dovrebbero essere destinati invece a combattere la “insicurezza alimentare” minorile, con la messa a disposizione in particolare di pasti gratuiti nelle scuole.

Sul fronte sanitario restano esclusi gli interventi per promuovere nuovi programmi di assistenza pubblici. Al centro resta sempre la struttura creata dallo “Obamacare” ormai quasi un decennio fa e il piano Biden prospetta per lo più un aumento dei sussidi federali per l’acquisto di polizze private nel quadro del sistema esistente.

L’altra gamba del pacchetto proposto da Biden riguarda il fisco. Le risorse per pagare l’aumento della spesa ipotizzato dovrebbero arrivare in buona parte da un modesto ritocco verso l’alto (dal 37% al 39,6%) dell’aliquota più alta, quella applicata all’1% degli americani più ricchi. In aggiunta dovrebbe esserci un incremento dell’imposta sui “capital gains” e sui dividendi azionari, nonché la cancellazione di norme che consentono la riduzione delle tasse di successione. Alcune detrazioni temporanee per i redditi medio-bassi, implementate con il recente pacchetto di stimolo anti-coronavirus da 1.900 miliardi, verrebbero infine prolungate.

Nel suo discorso al Congresso, Biden ha cercato in generale di ostentare un certo ottimismo dopo i mesi bui della pandemia e i quattro anni della presidenza Trump. I dati indicano tuttavia una situazione ancora tutt’altro che rosea, nonostante una certa ripresa dell’economia e il numero relativamente alto di vaccini somministrati. Soprattutto, la retorica del presidente democratico e l’illusione, alimentata dalla stampa allineata al suo partito, di un’imminente “rigenerazione” del paese si scontrano con una realtà ben diversa.

Anche solo il contorno dell’intervento di Biden ha mostrato la situazione di crisi che attraversano gli Stati Uniti. Al Congresso erano solo circa 200 i presenti per via delle restrizioni dovute alla pandemia, mentre all’esterno del Campidoglio il massiccio dispiegamento di polizia e uomini della Guardia Nazionale, per evitare un altro assalto simile a quello del 6 gennaio scorso, ha ricordato la precarietà di quell’ordine “democratico” che Biden vorrebbe rilanciare.

Uno dei fattori più importanti che sta alla base dello sforzo legislativo di questi primi mesi dell’amministrazione Biden, e toccato dal discorso di mercoledì, è la minaccia rappresentata dalla Cina. La valanga di investimenti, per il momento in buona parte ancora sulla carta, che il governo federale intende promuovere punta cioè a ridurre la distanza tra la crescita e la competitività cinese e quelle americane. A questo aspetto cruciale per la classe dirigente e il capitalismo USA in crisi ha fatto riferimento apertamente Biden davanti al Congresso, sottolineando come Washington debba “sviluppare e dominare le tecnologie del futuro”.

Biden ha anche insistito sulla necessità di dimostrare che “la democrazia USA funziona”, soprattutto dopo i fatti del 6 gennaio scorso e i ripetuti atti di violenza commessi dalle forze di polizia. In questo senso, l’adozione di misure dirette ad alleviare le colossali disuguaglianze sociali servono a contenere tensioni esplosive che si stanno manifestando sempre più frequentemente.

Che poi il sistema americano in profonda crisi abbia le capacità e le risorse per invertire la rotta degli ultimi decenni è tutto da dimostrare. Gli Stati Uniti sono dominati da un’oligarchia che si arricchisce grazie al dirottamento di tutte le risorse disponibili dalle classi medio-basse al vertice della piramide sociale e gli interventi radicali volti a ridistribuire la ricchezza prodotta sono puntualmente stroncati sul nascere.

Le resistenze, ad esempio, all’aumento anche minimo delle tasse per i più ricchi sono formidabili e hanno già trovato una prima espressione nella risposta del Partito Repubblicano, pronto a tacciare di “socialismo” le proposte di Biden e dei democratici. Non solo, lo stesso partito del presidente, anche se detentore della maggioranza sia alla Camera sia al Senato, manifesta al proprio interno più di una perplessità per iniziative che minacciano gli equilibri ultra-classisti attuali.

Condizione imprescindibile per l’approvazione delle leggi che qualcuno accosta impropriamente al “New Deal” è dunque la compattezza del Partito Democratico. L’ala “moderata” del partito continua tuttavia a manifestare riserve e preferirebbe un atteggiamento più prudente o uno spirito maggiormente bipartisan.

Tutti questi fattori fanno così intravedere una versione finale dei piani promossi da Biden che, tutt’al più, risulterà decisamente ridimensionata e di certo non in grado di cambiare in modo significativo la traiettoria del sistema economico e sociale degli Stati Uniti.

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Draghi: una questione di austerità

Dopo mesi di agonia e di manovre che hanno portato tecnici ed esperti alla guida del paese, il Governo Draghi ha ultimato il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Si tratta del programma di investimenti che l’Italia dovrà presentare alla Commissione europea nell’ambito del Next Generation EU, lo strumento messo in campo dall’Europa per rispondere alla crisi da Covid-19. Come abbiamo avuto modo di verificare, il Piano si compone di pochi soldi e tante richieste di riforme: una nuova stagione di attacco al mercato del lavoro, alle pensioni e ai servizi pubblici è alle porte.

Tuttavia, vi è una parte del PNRR, quella in cui ci si interroga circa gli impatti macroeconomici del piano di investimenti che saranno finanziati dal Next Generation EU, che ci permette di mettere a fuoco il legame tra il paradigma teorico entro cui si muove il Governo e la dimensione politica di queste misure.

Proponendo delle proiezioni basate su simulazioni circa l’impatto del Piano sul prodotto interno lordo (PIL) italiano per il periodo 2021-2026, nel PNRR viene mostrata una stima dei moltiplicatori fiscali del piano di investimento, affermando testualmente: “Al termine dell’orizzonte di simulazione il moltiplicatore cumulato risulta pari a 0,7 nello scenario basso, a 0,9 in quello medio a e a 1,2 in quello alto.

Cosa ci mostra il moltiplicatore (fiscale)? Il moltiplicatore è uno strumento utilizzato dagli economisti per valutare gli impatti di una manovra fiscale sull’economia. Esso ci mostra quanto aumenta o diminuisce il PIL a seguito di un aumento di 1 euro di spesa pubblica. Dato che il moltiplicatore non è una grandezza osservabile, gli economisti hanno stimato il suo valore attraverso l’utilizzo di metodi statistici. Le stime del moltiplicatore hanno acceso un’ampia discussione negli ambienti accademici circa l’efficacia o meno della spesa pubblica nello stimolare la crescita economica. 

Cosa ci dicono gli studi sui moltiplicatori? Agli inizi degli anni ’90, quando in casa Bocconi, alla corte di Giavazzi e company, fu coniata la “teoria dell’austerità espansiva”, molti economisti liberisti credevano che il moltiplicatore fiscale fosse addirittura negativo. Ciò implicava che aumenti della spesa pubblica portassero a diminuzioni del PIL, soprattutto attraverso il cosiddetto “effetto di spiazzamento”. In sostanza, si riteneva che un aumento della spesa pubblica aumentasse i tassi dell’interesse sul debito pubblico, diminuendo (spiazzando) così i consumi e gli investimenti privati. Si credeva, dunque, di essere riusciti a trovare una giustificazione teorica per la riduzione della spesa pubblica e, dunque, per limitare l’intervento dello Stato nell’economia.

Tale tesi, particolarmente estrema anche per la teoria economica più ortodossa, è andata via via affievolendosi tanto che, a partire dagli anni successivi alla crisi economica del 2008, si è assistito a un mea culpa generalizzato sia da parte delle istituzioni internazionali come il Fondo monetario internazionale (FMI), sia di molti economisti liberisti – fatta eccezione, come al solito, per i bocconiani, che ancora nel 2019 hanno rilanciato il tema dell’austerità pubblicando un libro dal titolo “Austerità. Quando funziona e quando no”. A partire dal 2013, Olivier Blanchard – ex capo economista del FMI – e molti altri hanno mostrato come i moltiplicatori fiscali fossero positivi e tendenzialmente maggiori di 1. In parole povere, ciò significa che gli aumenti di spesa pubblica comportano incrementi più che proporzionali del PIL.

Riferendoci alla letteratura relativa alle stime dei moltiplicatori in Italia, l’articolo che impressiona di più, non tanto per i risultati quanto per la firma, è quello del professor Roberto Perotti (altro bocconiano doc), che in un saggio del 2007 stima un moltiplicatore fiscale per l’Italia maggiore di 2, arrivando ad effetti massimi vicino a 2,5. Nonostante questi risultati, e in barba alle sue stesse ricerche scientifiche, l’autore (e i suoi sodali) non si è mai speso per sostenere la necessità di implementare politiche fiscali espansive al fine di risolvere la crisi economica. È un fatto, questo, che mostra in maniera lampante il portato politico e ideologico delle misure economiche che vengono adottate dai governi e acclamate dall’accademia ortodossa.

Ancora più interessanti sono gli studi sui moltiplicatori degli investimenti e dei consumi pubblici. Per l’analisi del PNRR, questo è forse il punto più importante dato che le proiezioni fatte nel documento programmatico da sottoporre alla Commissione europea riguardano appunto gli effetti degli investimenti sul PIL. La parte più consistente della letteratura sul tema ritiene che gli investimenti pubblici abbiano un impatto sul PIL maggiore rispetto ai consumi pubblici, e diversi contributi recenti mostrano che il moltiplicatore degli investimenti pubblici assume valori maggiori di 4, ossia valori 4 volte superiori rispetto a quanto riportato dal PNRR che assume un moltiplicatore degli investimenti compreso tra 0,7 e 1,2. Di conseguenza, nonostante la letteratura accademica ammetta che i moltiplicatori fiscali siano generalmente maggiori di 1 e che per gli investimenti pubblici assumano moltiplicatori vicino a 4, il Governo italiano si è mostrato più realista del re.

È lecito e doveroso dunque chiedersi cosa implicherebbe ammettere che i moltiplicatori fiscali siano elevati. Proviamo a elencare qualche considerazione in merito.

  • La presenza di moltiplicatori fiscali elevati e maggiori di 1 fornirebbe la prova che le politiche di austerità portate avanti dai vari Governi dal 2008 a oggi, tanto appoggiate e volute dalle istituzioni europee e dagli economisti che ora sono al Governo o che ne influenzano l’operato (due tra tutti, Mario Draghi e Francesco Giavazzi), fossero sbagliate. Come se ciò non bastasse, riconoscere l’efficacia delle politiche fiscali espansive sulla crescita economica rappresenterebbe un duro colpo alla legittimazione dell’austerità legata alle condizionalità previste nel Recovery Fund. A farne le spese, dunque, sarebbe l’intero impianto istituzionale dell’Unione Europea, che ha imposto e impone duri tagli alla spesa pubblica per rientrare nei parametri dei Trattati comunitari.

  • Inoltre, bisognerebbe ammettere che le politiche fiscali espansive, specialmente quelle trainate dagli investimenti pubblici, porterebbero ad aumenti di PIL e, di conseguenza, a ricadute positive sull’occupazione. Significherebbe ammettere, in un Paese che attualmente sperimenta un tasso di disoccupazione vicino al 10% e un tasso di disoccupazione giovanile di circa il 30%, la strada per aumentare l’occupazione c’è, esiste, e non è quella della precarietà e della compressione salariale che è stata seguita finora.

  • Ammettere che i moltiplicatori fiscali siano elevati equivale, inoltre, ad ammettere che gli aumenti del PIL dovuti ai processi moltiplicativi garantirebbero che le manovre fiscali si ripaghino da sole. Infatti, per una data aliquota fiscale, un aumento del PIL porterebbe ad aumenti del gettito fiscale pari all’iniziale investimento da parte dello Stato. Facciamo un semplice esempio numerico. Supponiamo che l’aliquota fiscale media dell’Italia sia pari al 38%, che il moltiplicatore sia pari a 3 e che oggi il Governo decida di spendere 1 euro in investimenti pubblici. Il processo moltiplicativo, che di solito non si verifica in un solo anno ma che ha bisogno di più anni per espletarsi (si veda, ad esempio, pagina 300 del PNRR, dove nella tavola 4.3 si analizza l’impatto degli investimenti pubblici sul PIL su un arco temporale che va dal 2021 al 2026), porterebbe ad un livello di PIL di 3 euro più elevato. Applicando a questi 3 euro un’aliquota del 38%, si generano entrate fiscali pari a 1.14 euro, addirittura maggiori rispetti alla spesa iniziale fatta dal governo. Ciò implica, che 1 euro di spesa per investimenti messa in campo oggi farebbe tornare nelle casse dello Stato un ammontare di tasse pari a 1.14 euro da qui al 2026.

  • Una conseguenza importante riguarderebbe un altro spauracchio delle politiche economiche europee: il debito pubblico e in particolare il rapporto debito/PIL. Infatti, se i moltiplicatori fossero elevati, un aumento iniziale del debito di 1 euro per finanziare la spesa iniziale per investimenti porterebbe ad un aumento del PIL più che proporzionale, diminuendo così il rapporto debito/PIL. Questo processo, che potrebbe in prima istanza apparire paradossale, è stato riscontrato anche in diversi lavori condotti da economisti mainstream, i quali hanno mostrato che le politiche di austerità o di “consolidamento fiscale”, solitamente basate sui tagli della spesa pubblica, hanno prodotto aumenti del rapporto debito/PIL piuttosto che diminuzioni. In Europa questa evidenza è sotto gli occhi di tutti. In tutti i paesi periferici, quelli dove i morsi della crisi sono stati più vigorosi, il rapporto debito/PIL è aumentato a seguito delle politiche "lacrime e sangue": tra il 2010 e il 2014, è salito dal 147% al 180% in Grecia, dal 60% al 100% in Spagna e dal 119% al 135% in Italia. Inoltre, l’evidenza empirica mostra che aumenti della spesa pubblica hanno un maggiore effetto di riduzione del rapporto debito/PIL quando quest’ultimo parte da valori elevati, come nel caso dell’Italia. Quand’anche ridurre il rapporto debito/PIL rappresentasse un obiettivo ragguardevole, e abbiamo più volte mostrato come non sia cosìle politiche di austerità non sono efficaci nel raggiungerlo.

Che implicazioni ha dunque per l’attualità politica il discorso che abbiamo sviscerato fin qui? Da un lato, conti alla mano, il PNRR rappresenta un pannicello caldo, un diversivo, rispetto alla quantità di spesa pubblica necessaria per risolvere la crisi. Dall’altro, per contrappasso, stimare gli effetti dell’intervento pubblico utilizzando valori più elevati dei moltiplicatori fiscali avrebbe palesato gli effetti nefasti dei tagli e della macelleria sociale a cui assistiamo da anni e che tornerà a fare danni nel futuro immediato, non appena il Patto di Stabilità tornerà a mordere in ossequio ai dettami europei: quell’austerità, pesantissima, che non ci ha mai abbandonato, che ci accompagnerà domani e contro la quale è necessario indirizzare tutte le nostre forze.

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I salari dei lavoratori italiani sono più tassati della media Ocse

L’Ocse – l’organizzazione dei paesi capitalisti più sviluppati – ha pubblicato il suo Rapporto Tax Wages 2021 che analizza la tassazione sui salari.

Dal rapporto emerge che in Italia il salario medio lordo è di poco più di 37 mila euro (37.178 euro), al di sotto di quello medio Ocse pari a 39.188 euro. Ma i salari lordi dei lavoratori italiani sono tassati del 29% contro il 24,9% della media Ocse (29.430 “puliti”). Il netto medio – quello che effettivamente si riceve a fine mese e che si può spendere – è dunque ancora più basso (26.396,38)...

Nel 2020, il costo del lavoro in Italia si è attestato a 48.919 euro l’anno nel caso di un lavoratore single senza figli, considerando le tasse sul reddito e i contributi delle imprese e dei lavoratori. Si tratta del diciannovesimo costo del lavoro più alto tra i 34 paesi dell’area Ocse.

La tassazione sul lavoro ha visto diminuire il cosiddetto cuneo fiscale. Tra il 2019 e il 2020, il cuneo fiscale è diminuito dal 47,9% al 46%, che è di 11,4 punti sopra la media Ocse, fissata al 34,6% (dal 35% del 2019). Si tratta del quarto cuneo fiscale più alto tra i 34 paesi dell’area Ocse, ma è anche vero che viene dopo Belgio (51,5%), Germania (49%) Austria (47,3%), ed è pari a quello della Francia, anch’esso al 46%.

Secondo l’Ocse, nel 2020 il cuneo fiscale sul salario medio di un lavoratore o lavoratrici single, si è attestato al 34,6%, in calo di 0,39 punti rispetto all’anno precedente. Questa diminuzione, sebbene significativa, è però inferiore a quella osservata durante la crisi finanziaria globale del 2007-2009, vale a dire 0,48 punti nel 2008 e 0,52 punti nel 2009. Il cuneo fiscale è aumentato in sette dei 37 paesi OCSE durante il periodo del 2019/20, mentre è diminuito negli altri 29 paesi, principalmente a causa delle minori imposte sul reddito.

Il calo del cuneo fiscale è stato ancora più pronunciato per le famiglie con bambini, poiché le aliquote fiscali su questa categoria di famiglie hanno raggiunto nuovi minimi. Nel 2020 il cuneo fiscale medio per le coppie con figli e un lavoratore single retribuiti con salario medio si è attestato al 24,4%, in calo di 1,1 punti rispetto al 2019.

In Italia la ripartizione delle quote di contributi fiscali che determinano il costo del lavoro vede ancora i contributi versati dalle imprese che rappresentano il 24% del totale, mentre i contributi dei lavoratori pesano per il 7,2% e la tassazione sul reddito per il 14,8%.

Resta come un macigno il problema che i salari dei lavoratori italiani sono sostanzialmente fermi da anni. Per i lavoratori italiani il salario lordo medio si colloca a livelli ben inferiori rispetto alla media degli altri Paesi dell’Eurozona e risulta di poco superiore solo a quello spagnolo.

Non solo. L’Italia ha un alto numero medio di ore lavorate all’anno per dipendente e allo stesso tempo la minor quota salari in percentuale del Pil. Insomma, in Italia si lavora di più – a causa della scarsa capacità tecnologica e ai bassi investimenti in innovazione del nostro sistema economico – ma si viene retribuiti molto meno.

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Concertone del 1° Maggio sponsorizzato dall’Eni. A questo siamo?


Il giorno nel quale la multinazionle italiana ENI ha fatto sapere che distribuirà utili d’oro ai suoi azionisti, in rete è circolata la foto del palco del concertone del 1° Maggio organizzato da CgilCislUil, all’Auditorium invece che in piazza San Giovanni.

Sul palco troneggia la sponsorizzazione dell’Eni che così, oltre che il gas e petrolio in vari paesi, è riuscita a prendere possesso anche del concertone del 1° Maggio dei sindacati più complici che questo paese ha mai avuto dalla caduta del fascismo.

A onor del vero, anche se non visibili come l’ENI, tra i grandi sponsor dell’evento oltre alla nota multinazionale ci sono anche due banche: Banca Intesa e Unipolsai. Non solo. L’ENI è stato lo sponsor anche del concertone del 1° Maggio 2019, ma la sua presenza visiva era stata decisamente meno ingombrante. Nel 2021 sembra proprio che i freni inibitori dei pasdaran della supremazia dei profitti privati siano diminuiti sfacciatamente.

La coincidenza ha voluto che proprio mentre la foto del palco diventava virale sulla rete suscitando commenti non certo amorevoli, l’ENI rendeva noto ai suoi azionisti che l’utile operativo è stato di 1,32 miliardi, in crescita rispetto al quarto trimestre 2020 (+171%) mentre l’incremento sullo stesso periodo del 2020 è dell’1 per cento. L’ utile netto è di 270 milioni pari a quasi cinque volte quello conseguito nel primo trimestre 2020, e qui verrebbe da dire: alla faccia della pandemia che ha messo ginocchio l’economia del paese!

Alla luce di questa performance economica, è chiaro che l’ENI due spicci per sponsorizzare anche il palco di Cgil Cisl Uil il 1° Maggio li ha trovati di sicuro.

La cosa non sembra aver creato alcun imbarazzo alla società che organizza il concertone del 1° Maggio e ai suoi promotori “sindacali”.

Chissà perché resiste l’idea che l’Eni sia ancora una azienda pubblica, magari ancora ispirata alla “mission” di Enrico Mattei sull’autosufficienza energetica del paese. In realtà si tratta ormai di una azienda in gran parte privatizzata negli anni Novanta e che ha assunto tutto i connotati di una multinazionale del tutto simile a tutte le altre, nel merito e nel metodo.

Era solo il 2019 quando associazioni molto, ma molto, collaterali a CgilCislUil definivano l’ENI una nemica del clima o ne denunciavano le malefatte in Libia e stampavano dossier per denunciare le azioni delle multinazionale. Altri dossier ne documentano le “negligenze” in Nigeria.

Difficile dire oggi se faccia più schifo la multinazionale ENI o Cgil Cisl Uil.

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Per la Lagarde la politica monetaria espansiva della BCE è solo temporanea

Nella Conferenza stampa dell’11 marzo, Christine Lagarde presenta la politica della BCE nel prossimo futuro insieme alle previsioni economiche su cui si basa. Prevede che ci sarà un rimbalzo del PIL nel 2021 e una leggera ripresa dell’inflazione.

Il PIL, che nei paesi dell’UE è diminuito del 6,6% nel 2020, diminuirà ancora nel primo trimestre del 2021, ma crescerà del 4% in tutto l’anno. Poi crescerà del 4,1% nel 2022 e del 2,1% nel 2023. L’inflazione annuale è aumentata dello 0,9% a gennaio e febbraio 2021, mentre era dello 0,3% a dicembre 2020. È prevista all’1,5% nel 2021 e all’1,4% nel 2023.

Stando così le cose, è facile prevedere la politica monetaria. Sarà piuttosto espansiva, sia per contrastare gli effetti depressivi della pandemia sia perché l’inflazione è ancora al di sotto del target del 2% e promette di restarci a lungo.

E sarà espansiva anche perché è in corso una tendenza al rialzo dei tassi d’interesse di mercato, cosa che potrebbe far aumentare il livello di rischio delle condizioni finanziarie delle banche. La politica monetaria espansiva mira a ridurre l’incertezza finanziaria e ad alimentare la fiducia.

Perciò il Consiglio Direttivo della BCE ha deciso di:

1) Continuare a fare acquisti massicci di attività in forza del Pandemic Emergency Purchase Programme (PEPP) fino alla fine di marzo 2020.

2) Continuare a fare massicci acquisti di attività in forza dell’Asset Purchase Programme (APP) fino a quando la BCE deciderà un aumento dei suoi tassi d’interesse.

3) Mantenere inalterati i tassi d’interesse fino a che non si intravede una robusta convergenza del tasso d’inflazione verso il target del 2%.

4) Continuare a fornire abbondante liquidità alle banche con le Targeted Longer-Term Refinancing Operations (TLTRO III)

Attualmente, nonostante il sostegno delle politiche fiscali dei vari Stati, consumi, investimenti e occupazione sono in regresso. Ci sono però aspettative di un rimbalzo nel prossimo futuro, e queste aspettative devono essere sostenute nel medio termine da politiche fiscali espansive e condizioni finanziarie favorevoli.

Perciò la BCE continuerà ad alimentare una forte crescita della moneta. Darà così sostegno alle politiche fiscali espansive, le quali però devono rimanere temporanee.

La Lagarde valuta positivamente la decisione della Commissione e del Consiglio di allentare lo Stability and Growth Pact in risposta alla crisi fino a quando le economie europee non saranno tornate alle condizioni pre-crisi.

In sostanza intende portare avanti una politica monetaria fortemente espansiva per fronteggiare la crisi. Però mette in chiaro che l’impulso espansivo sarà temporaneo, e che dovrà essere abbandonato dopo il superamento della crisi e dopo che l’inflazione si sarà avvicinata al 2%. Non chiarisce cosa farà se, come è probabile, il PIL riprenderà a crescere ma l’inflazione resterà bassa.

Rispetto al discorso della Schnabel, quello della Lagarde è molto più terra terra e molto più tradizionale. La tedesca dava l’impressione di voler imprimere una svolta epocale alla politica monetaria, sostenendo che le politiche fiscali devono sostenere la crescita e la stabilità reale nel lungo periodo e perciò devono essere espansive non solo nella crisi da coronavirus.

Nella sua visione c’era un implicito richiamo a un’impostazione keynesiana, un richiamo molto velato, ma c’era. La francese invece vola basso.

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