di Guido Salerno Aletta
Tutto è convulso, assai complesso da decifrare, in questa fase delle relazioni internazionali innescate dalla invasione della Ucraina da parte dell'esercito russo.
Non è questa la sede per fare previsioni di come andrà a finire: se sarà la Ucraina a cedere di schianto, se ci sarà una interminabile guerra civile, ovvero se sarà invece un Regime Change a Mosca che determinerà rivolgimenti politici inimmaginabili.
Ci sono due aspetti concreti, invece, da valutare fin d'ora: le sanzioni economiche e finanziarie decise nei confronti della Russia e le contromisure che saranno assunte da Mosca.
Le prime sono già note: c'è stato prima il blocco dei beni personali di una serie di oligarchi e poi il divieto di utilizzare per i pagamenti da e verso la Russia il sistema di transazione interbancario Swift. Niente invece, per il momento, che riguardi i pochi asset delle imprese russe all'estero. L'impossibilità di usare il sistema Swift per regolare le transazioni commerciali da e verso la Russia mette in discussione innanzitutto il pagamento da parte russa dei debiti attraverso il sistema delle banche occidentali che hanno filiali in Russia, ivi comprese quelle italiane: in teoria, sarebbero inesigibili. Per le Banche, che ne rispondono verso le aziende, sarebbero perdite di bilancio colossali, per decine di miliardi di euro.
C'è dell'altro: ci sarebbe la possibilità di effettuare i pagamenti in questione usando canali diversi da Swift. Da tempo, infatti, la Cina si è attrezzata realizzando una piattaforma alternativa: si tratta del Cross-Border International Payment System (CIPS). Anche l'Europa aveva ipotizzato una soluzione del genere per consentire all'Iran di poter mantenere la correntezza dei pagamenti internazionali nonostante la inibizione dell'utilizzo dello Swift da parte degli Usa che si erano ritirati unilateralmente dal Trattato JCPOA accusando Teheran di non rispettare i limiti di arricchimento dell'uranio. Non se ne fece nulla, per timore delle sanzioni statunitensi.
Stavolta, la situazione è diversa: è ben vero che le sanzioni commerciali decise dalla Ue nei confronti della Russia escludono i combustibili, e dunque le forniture di gas russo all'Europa, ma se i venditori di altri prodotti alla Russia vogliono ricevere i pagamenti, ci sono già piattaforme di pagamento alternative.
C'è stata un'altra sanzione: è stato deciso di congelare le riserve in valuta depositate dalla Banca Centrale Russa presso le altre Banche centrali. Questo serve a ridurre la sua capacità di sostenere il corso del Rublo e di effettuare operazioni di rifinanziamento interno garantite da asset in portafoglio. È una misura assai dolorosa, visto che quasi la metà delle riserve in valuta straniera delle Banca Centrale Russa, dollari ed euro, è detenuta presso Banche Centrali straniere.
C'è stata pure una caduta del cambio estero del Rublo e ci sono file di cittadini di fronte ai bancomat per il ritiro di contanti. La Banca Centrale Russa ha portato il tasso ufficiale di sconto al 20%: evidentemente vuole stroncare una corrente speculativa. Qualcuno infatti potrebbe pensare che indebitarsi oggi in rubli sia conveniente, pensando alla prospettiva di una inflazione galoppante: si compra merce al prezzo corrente, si aspetta che questo prezzo salga, e quindi si vende al prezzo maggiorato. Con il profitto derivante dalla differenza di prezzo si pagano ampiamente gli interessi sul prestito contratto.
Potrebbe accadere invece esattamente il contrario: da parte di Russia e Cina c'è una sorta di de-dollarizzazione in corso.
La Russia ha già azzerato i suoi investimenti ufficiali in titoli del Tesoro Usa: mentre nell'ottobre 2017 ammontavano a 102 miliardi di dollari, nel dicembre 2018 erano già scesi a 13,2 miliardi, per poi scomparire. La Cina ha fatto pressappoco lo stesso: dal record di 1.316 miliardi di dollari del novembre 2013 è scesa a 1.072 nel dicembre 2020.
Ci potrebbe essere dunque un'altra e ben diversa motivazione alla base della decisione della Banca centrale Russia di alzare il tasso di sconto al 20%: qualcuno potrebbe speculare sull'aumento del tasso di cambio del rublo.
È già stato imposto agli esportatori di convertire in rubli l'80% degli incassi ricevuti in valuta straniera, e questo rafforza il rublo. Un ulteriore passo potrebbe essere quello di accettare solo pagamenti in rubli, anche per le forniture di combustibili: non è poca cosa, visto che già l'accordo fatto con la Cina ha previsto il regolamento in euro. La Cina pagherà così il gas fornito dalla Russia, usando una parte degli euro incassati vendendo merci all'Europa.
La Cina sta già sperimentando lo Yuan digitale: gli operatori commerciali, esportatori ed importatori, potrebbero gradualmente essere obbligati a comprare ed a farsi pagare con questa moneta. Una moneta su cui non si può speculare, perché è gestita direttamente dalla PBOC, che detiene i conti su cui operare accrediti ed addebiti. Nessuna altra banca esterna avrebbe la possibilità di riceverne depositi da remunerare e da amministrare per erogare prestiti.
Mentre la crisi economica europea metterebbe sotto pressione l'euro, anche la fuga verso il dollaro sarebbe poco utile nel momento in cui la Cina cominciasse a pretendere di essere pagata in Yuan e non in dollari.
Se Cina e Russia si facessero pagare l'export solo in Yuan e Rubli
Oltre il Dollaro: Next Monetary War
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
02/03/2022
Il nuovo disordine mondiale /2: Tamburi di guerra
di Jack Orlando
Il primo proiettile sparato da un tank di Mosca, non ha colpito il suolo d’Ucraina, o un suo soldato, ma è andato a impattare dritto contro la supponente quanto ingenua arroganza dell’Occidente nel credersi il padrone del mondo.
Ha mandato in frantumi quella certezza della NATO che nessuno, al di fuori di essa, può permettersi il lusso di invadere un paese sovrano e ridisegnarne gli scopi. La fine di quella certezza ha lasciato posto prima al panico, subito dopo al livore e ha messo in moto un ingranaggio pericoloso, alimentato a piombo e mania di onnipotenza.
Un intero mondo di musi gialli, di sporchi arabi, di dannati negri sta guardando il terribile sovrano occidentale schiaffeggiato sulla soglia di casa. Il rischio che i tremori europei si propaghino oltre il Vecchio Continente, decretando la fine definitiva del sistema-mondo a egemonia atlantica e dando il via a nuovi tentativi di disgregare l’ordine, è un rischio reale e gli amministratori della potenza occidentale non possono in alcun modo permetterlo.
Una vittoria della Russia, non sarebbe solo una sconfitta in Ucraina, sarebbe la fine di un primato di potenza e l’inizio di un mondo che sfugge dalle mani occidentali.
È per questo che si continua a ripetere ossessivamente “Putin deve fallire”. È una questione di vita o di morte o, quanto meno, di irreversibile declino.
E non è diverso per il capo del Cremlino, ora che ha imboccato una via a senso unico contendendo alla NATO il monopolio dell’espansione imperialista: le alternative sono tra una vittoria militare con un conseguente (quanto difficoltoso ad oggi) cambio di status del paese invaso o di un compromesso vincente, oppure di un tragico tracollo per la Russia, ridimensionata definitivamente nel suo ruolo di potenza e relegata, bene che vada, ad un ruolo di subordine nello schema globale.
Gli attriti in moto da ormai lungo tempo sono arrivati ad un punto di frizione drammatico e l’unico punto che si può dare per assodato è l’aprirsi di una fase di instabilità profonda dagli esiti difficilmente prevedibili.
I colloqui di pace appena iniziati[1] sembrano aprirsi sotto pessimi auspici, tra due forze che cercano di mostrarsi in posizione di supremazia ma entrambe infelicemente fragili.
Gli ucraini cercano di far valere l’inaspettata resistenza messa in atto e il supporto dei partner occidentali ma con una condizione sul campo assai difficile dove le possibilità di conflitto si riducono alla battaglia urbana casa per casa con un costo umano e materiale enorme; i russi si fanno forza di una potenza di fuoco decisamente superiore per quanto non ancora schiacciante, ma iniziano a dissimulare con difficoltà il pericoloso isolamento in cui versano.
Una impasse in cui NATO e UE si sono inseriti aggravando la situazione e rischiando di far deflagrare del tutto la situazione.
Nelle scorse settimane era stato il presidente Biden a tenere alta la tensione alimentando una isteria mediatica sull’invasione russa, cui però non faceva effettivamente eco una Unione Europea molto più prudente nel mettere a rischio sé stessa. Una mossa che ben oltre la deterrenza verso la Russia puntava a stringere di nuovo e con più forza a sé i vassalli europei e freddarne le spinte verso una politica comune e indipendente da quella americana, costringendoli in sostanza a inseguire le accelerazioni imposte al dibattito dalla Casa Bianca.
È sulla spinta di Biden che l’UE si è decisa sulle sanzioni, escludendo però sulle prime una risposta più massiccia e sempre sulla spinta di Biden si è superata quella soglia e ci si è spinti a sanzioni più drastiche fino all’esclusione dal sistema SWIFT e all’accettazione passiva delle ricadute economiche sugli stessi paesi europei. Ancora nel segno americano ci si è spinti alla chiusura dello spazio aereo, allo spostamento di truppe ad est, all’erogazione di un fiume di capitali al governo ucraino per finanziarne la difesa e ci si è impegnati nel fornire armi, munizioni e perfino aerei da combattimento (verrebbe qui da chiedersi, a questo punto, se questi caccia opereranno da aereoporti ucraini, i pochi rimasti agibili o non in mano ai russi, oppure da un paese terzo, e se alla guida ci sarà un pilota ucraino o meno).
Putin deve fallire. Questo è il motto su cui si sono serrati i ranghi, e lo si continua ad abbaiare con la bava alla bocca a favore di ogni telecamera.
Fintanto che pareva una guerra lampo, destinata a consumarsi in una manciata di ore con un imbarazzante ma tutto sommato accettabile nuovo assetto geopolitico del continente, si era restii ad andare oltre la minaccia; ora che i carri russi hanno rallentato la loro avanzata, impantanandosi nel fuoco e nel fango, l’Occidente riprende coraggio e si spinge in avanti.
Così avanti da dare luogo a scivoloni rischiosi, dalla Von Der Leyen che dichiara “L’ucraina fa parte dell’Europa e la vogliamo con noi” al cancelliere Scholz che alza vertiginosamente e di colpo la spesa militare del suo paese, alla rottura di storiche neutralità nazionali, fino al sostanziale accoglimento della chiamata alle armi di Zelensky che punta alla costruzione di una legione di combattenti internazionali.
Lettonia, Danimarca e Gran Bretagna sono le prime ad aderire, non saranno le ultime, mentre già emergono voci circa un gruppo di veterani tedeschi e inglesi preparati in Polonia da militari americani, pronti per combattere sotto bandiera gialloblu.
La guerra si sta già allargando. E nelle parole dei capi di Stato, la Pax Europaea è già bella che morta, forse addirittura solo una pia illusione del passato. La spinta in avanti ha luogo su un terreno scosceso e instabile, meno di una settimana fa si tentennava sulle sanzioni, oggi si mettono in campo armi e combattenti irregolari e si richiamano in patria i connazionali sul suolo russo.
Putin deve fallire. Ma non lascerà il campo con la coda tra le gambe, lo dimostra l’azzardo sulla messa in allerta del sistema di deterrenza nucleare, mossa che non rimarrà senza risposta.
L’ingranaggio della guerra imperialista si è messo in moto ed è improbabile che si fermi, perché nessun pretendente può più abbandonare il tavolo, a costo di restarci secco lui e tutti gli altri.
Noi, ancora una volta, siamo in ritardo sul nostro tempo. E questo è forse il dato più scontato e drammatico di tutti, che segna l’assenza totale dell’unica forza in grado di sabotare l’ingranaggio bellico: la forza del conflitto sociale organizzato. L’incapacità, o peggio il disinteresse, trascinatisi per anni, verso la costruzione di una strategia e una organizzazione delle possibili avanguardie antagoniste in grado di fronteggiare i dispositivi politici del capitale, ci mette in condizione oggi di subire passivamente questo nuovo fatale passaggio di fase.
Dal primo giorno delle ostilità si è osservato il fiorire delle mobilitazioni per la pace un po’ ovunque, un sussulto della ormai sopita società civile. Ma, a tagliare con l’accetta, sono due le tensioni che si esprimono in modo forte nelle piazze e che vengono contemporaneamente alimentate e rimbalzate dai media: nazionalismo e umanitarismo. Entrambe vanno sovvertite.
Sul nazionalismo c’è poco da discutere: tutto l’arsenale retorico diffuso a piene mani a mezzo stampa sulla difesa della civiltà europea, sulla resistenza all’invasore, la Patria in pericolo e della Fortezza Europa, nonché della mitopoiesi in atto rispetto alla resistenza ucraina (sì, animata anche da cittadini di ogni tipo e da un genuino slancio di coraggio, ma politicamente e militarmente egemonizzata da formazioni fascisteggianti e spesso apertamente naziste); va in direzione di una richiesta esplicita di un intervento NATO e/o di una adesione alla missione bellica con un largo coinvolgimento di possibili volontari per la chiamata alle armi di cui sopra; l’evergreen dello scontro di civiltà sembra aver perso il suo connotato etnico/religioso per adattarsi al profilo caucasico. È una tendenza che porterà ad un rinnovamento delle posizioni e strutture della destra, ad un compattamento collettivo attorno alla ragion di Stato e che costituirà un ovvio e potente carburante per le prossime spinte belliciste; un nemico di cui occorrerà tenere conto.
Sull’umanitarismo invece è necessario soffermarsi un momento in più: perché è una trappola in cui molto serenamente si spingono anche non pochi presunti rivoluzionari, perché è la posizione della borghesia progressista che ha le leve del comando, perché è in grado di legarsi tanto a un nerbo nazionalista quanto a un melenso democraticismo dei diritti umani.
È necessario ricordare, specialmente a quegli imbecilli che dicono “è tornata la guerra”, che la difesa dei diritti umani e della democrazia è stato il grido di battaglia con cui l’Occidente ha bombardato, bruciato, ucciso, torturato e umiliato milioni di persone, non cento anni fa, ma praticamente ogni giorno degli ultimi ottant’anni.
Ogni volta in difesa della vita umana, si è corsi a mettere a ferro e fuoco case di civili e rovesciare governi, passando come cavallette e lasciando distruzione e morte. Lo si chieda in giro a Belgrado, a Tripoli, Kabul, a Baghdad o a Damasco, tanto per restare a un tiro di schioppo da casa e non sfogliare troppo l’album dei ricordi.
E ogni volta il popolo della sinistra, i cui rappresentanti benedicevano la crociata di turno, tirava fuori la bandiera della pace e si dichiarava contro la guerra, ma con una certa attenzione a sottolineare anche la propria distanza dal mostro, dal tiranno di turno da cui comunque bisognava salvare il malaugurato popolo finito nel mirino della democrazia.
Una equidistanza ipocrita e criminale che lava la coscienza delle anime democratiche e lascia che siano gli altri a contarsi i morti; che si compiace, in fondo, di aver portato un po’ di civiltà moderna ai popoli arcaici e poco importa se nessuno di quegli zotici provasse un qualche minimo interesse verso la nostra democrazia.
Oggi la difesa della vita umana e della civiltà democratica è ancora in mano alla NATO. Ed è su questo liso copione che si sta preparando la prossima guerra. Con la differenza, che a finire con le bombe sulla testa, potrebbero esserci gli stessi europei per primi.
Le attuali manifestazioni per la pace che attraversano l’Europa tutta, o si riescono ad articolare contro i mandanti di questa pace e di queste guerre, contro il modo di produzione che le sottende ed alimenta, oppure finiranno per esserne complici.
Condannare la guerra di Putin nelle piazze russe significa attaccare quella forma del potere e i suoi diretti mandanti, significa essere contro la guerra e il sistema che la genera, offrire a sé stessi uno spazio di ribaltamento. Condannarla da noi e limitarsi allo sventolare la bandiera della pace non solo non salva alcuna vita, ma significa accodarsi alle nostre borghesie criminali, per la quale anche le cosiddette misure economiche hanno un sapore esplicitamente offensivo e perverso: umiliare la Russia-paese bandendola da ogni piattaforma, evento o manifestazione culturale per annichilirla, sanzionarne selvaggiamente l’economia per metterla in ginocchio, per portarne la popolazione alla fame. Violenza estrema si, ma politically correct.
Vogliamo essere più chiari: ogni umanitarismo adesso è un surrogato dell’atlantismo, ergo una complicità nella preparazione della guerra ventura; un crimine che non ci si può permettere. Si parte ancora una volta da una posizione di debolezza, ma non si può deflettere da questo punto.
Quello su cui è inderogabile concentrare l’attenzione è ancora una volta l’opposizione alla NATO, in quanto strumento di comando statunitense sulla agenda politica dei nostri paesi e in quanto generatore di sciagure molto più che di sicurezze. Specialmente l’Italia, all’interno dello schema atlantico finisce per essere poco più che una colonia e poco meno che uno scudo dell’interesse americano.
Non a caso, oggi la classe dirigente italiana ha anteposto una sconquassata agenda bellica al suo stesso interesse nazionale e domani chiederà a noi di pagarne il conto, con un tributo di lacrime e sangue sul terreno dell’economia e magari anche su quello di battaglia; e non fanno alcuna eccezione gli altri paesi europei, tirati per la giacca in questa spirale.
La critica oggi dobbiamo basarla sulle ricadute, immediate e di medio termine, di questa politica kamikaze. Opporsi alle misure delle sanzioni e della proliferazione delle armi che, lungi dallo stemperare il conflitto, hanno portato a paventare un olocausto nucleare.
Iniziare da questo, individuando ed evidenziando i nostri nemici diretti, e prepararsi ad affrontare lo scontro interno, quando le ricadute arriveranno sul serio con ulteriori aumenti delle materie prime e delle risorse energetiche, traducibili con l’inasprimento ulteriore del carovita, coi fallimenti delle imprese e i licenziamenti, con l’acuirsi di una condizione invivibile. Opporsi alla guerra vuol dire, immediatamente, opporsi agli interessi del capitale nella loro dimensione local-nazionale.
E questo andrà fatto tenendo conto della dimensione continentale del fenomeno: mai come ora è stato necessario e fertile stabilire una connessione con i movimenti dei paesi vicini, articolare una strategia anticapitalista ed antimilitarista transnazionale è il presupposto non solo per avere una possibilità di influire sugli eventi attuali ma, in prospettiva, per arrivare alla possibilità di deviarne il corso.
Al cementarsi dei blocchi imperialisti va contrapposta la costruzione di un blocco sociale antagonista e internazionale, alla loro tensione alla guerra va risposto con una ritrovata conflittualità sociale.
Quali che siano i rivolgimenti sul terreno ucraino nei prossimi giorni, anche scampando al rischio di una nuova guerra mondiale, è certo l’aprirsi di una stagione di instabilità sistemica ad ogni livello; quasi esattamente due anni fa, al sorgere della pandemia, da queste stesse pagine (qui) scrivevamo che la regola del momento è saper abitare la catastrofe per coglierne il campo delle possibilità. Oggi sentiamo forte l’urgenza di confermarlo.
(2 – continua)
Note
1) È bene specificare, dato il rapido evolversi delle cose, che queste righe sono state scritte a un paio d’ore dall’inizio dei negoziati tra Ucraina e Russia in quel del confine con la Bielorussia.
Fonte
Il primo proiettile sparato da un tank di Mosca, non ha colpito il suolo d’Ucraina, o un suo soldato, ma è andato a impattare dritto contro la supponente quanto ingenua arroganza dell’Occidente nel credersi il padrone del mondo.
Ha mandato in frantumi quella certezza della NATO che nessuno, al di fuori di essa, può permettersi il lusso di invadere un paese sovrano e ridisegnarne gli scopi. La fine di quella certezza ha lasciato posto prima al panico, subito dopo al livore e ha messo in moto un ingranaggio pericoloso, alimentato a piombo e mania di onnipotenza.
Un intero mondo di musi gialli, di sporchi arabi, di dannati negri sta guardando il terribile sovrano occidentale schiaffeggiato sulla soglia di casa. Il rischio che i tremori europei si propaghino oltre il Vecchio Continente, decretando la fine definitiva del sistema-mondo a egemonia atlantica e dando il via a nuovi tentativi di disgregare l’ordine, è un rischio reale e gli amministratori della potenza occidentale non possono in alcun modo permetterlo.
Una vittoria della Russia, non sarebbe solo una sconfitta in Ucraina, sarebbe la fine di un primato di potenza e l’inizio di un mondo che sfugge dalle mani occidentali.
È per questo che si continua a ripetere ossessivamente “Putin deve fallire”. È una questione di vita o di morte o, quanto meno, di irreversibile declino.
E non è diverso per il capo del Cremlino, ora che ha imboccato una via a senso unico contendendo alla NATO il monopolio dell’espansione imperialista: le alternative sono tra una vittoria militare con un conseguente (quanto difficoltoso ad oggi) cambio di status del paese invaso o di un compromesso vincente, oppure di un tragico tracollo per la Russia, ridimensionata definitivamente nel suo ruolo di potenza e relegata, bene che vada, ad un ruolo di subordine nello schema globale.
Gli attriti in moto da ormai lungo tempo sono arrivati ad un punto di frizione drammatico e l’unico punto che si può dare per assodato è l’aprirsi di una fase di instabilità profonda dagli esiti difficilmente prevedibili.
I colloqui di pace appena iniziati[1] sembrano aprirsi sotto pessimi auspici, tra due forze che cercano di mostrarsi in posizione di supremazia ma entrambe infelicemente fragili.
Gli ucraini cercano di far valere l’inaspettata resistenza messa in atto e il supporto dei partner occidentali ma con una condizione sul campo assai difficile dove le possibilità di conflitto si riducono alla battaglia urbana casa per casa con un costo umano e materiale enorme; i russi si fanno forza di una potenza di fuoco decisamente superiore per quanto non ancora schiacciante, ma iniziano a dissimulare con difficoltà il pericoloso isolamento in cui versano.
Una impasse in cui NATO e UE si sono inseriti aggravando la situazione e rischiando di far deflagrare del tutto la situazione.
Nelle scorse settimane era stato il presidente Biden a tenere alta la tensione alimentando una isteria mediatica sull’invasione russa, cui però non faceva effettivamente eco una Unione Europea molto più prudente nel mettere a rischio sé stessa. Una mossa che ben oltre la deterrenza verso la Russia puntava a stringere di nuovo e con più forza a sé i vassalli europei e freddarne le spinte verso una politica comune e indipendente da quella americana, costringendoli in sostanza a inseguire le accelerazioni imposte al dibattito dalla Casa Bianca.
È sulla spinta di Biden che l’UE si è decisa sulle sanzioni, escludendo però sulle prime una risposta più massiccia e sempre sulla spinta di Biden si è superata quella soglia e ci si è spinti a sanzioni più drastiche fino all’esclusione dal sistema SWIFT e all’accettazione passiva delle ricadute economiche sugli stessi paesi europei. Ancora nel segno americano ci si è spinti alla chiusura dello spazio aereo, allo spostamento di truppe ad est, all’erogazione di un fiume di capitali al governo ucraino per finanziarne la difesa e ci si è impegnati nel fornire armi, munizioni e perfino aerei da combattimento (verrebbe qui da chiedersi, a questo punto, se questi caccia opereranno da aereoporti ucraini, i pochi rimasti agibili o non in mano ai russi, oppure da un paese terzo, e se alla guida ci sarà un pilota ucraino o meno).
Putin deve fallire. Questo è il motto su cui si sono serrati i ranghi, e lo si continua ad abbaiare con la bava alla bocca a favore di ogni telecamera.
Fintanto che pareva una guerra lampo, destinata a consumarsi in una manciata di ore con un imbarazzante ma tutto sommato accettabile nuovo assetto geopolitico del continente, si era restii ad andare oltre la minaccia; ora che i carri russi hanno rallentato la loro avanzata, impantanandosi nel fuoco e nel fango, l’Occidente riprende coraggio e si spinge in avanti.
Così avanti da dare luogo a scivoloni rischiosi, dalla Von Der Leyen che dichiara “L’ucraina fa parte dell’Europa e la vogliamo con noi” al cancelliere Scholz che alza vertiginosamente e di colpo la spesa militare del suo paese, alla rottura di storiche neutralità nazionali, fino al sostanziale accoglimento della chiamata alle armi di Zelensky che punta alla costruzione di una legione di combattenti internazionali.
Lettonia, Danimarca e Gran Bretagna sono le prime ad aderire, non saranno le ultime, mentre già emergono voci circa un gruppo di veterani tedeschi e inglesi preparati in Polonia da militari americani, pronti per combattere sotto bandiera gialloblu.
La guerra si sta già allargando. E nelle parole dei capi di Stato, la Pax Europaea è già bella che morta, forse addirittura solo una pia illusione del passato. La spinta in avanti ha luogo su un terreno scosceso e instabile, meno di una settimana fa si tentennava sulle sanzioni, oggi si mettono in campo armi e combattenti irregolari e si richiamano in patria i connazionali sul suolo russo.
Putin deve fallire. Ma non lascerà il campo con la coda tra le gambe, lo dimostra l’azzardo sulla messa in allerta del sistema di deterrenza nucleare, mossa che non rimarrà senza risposta.
L’ingranaggio della guerra imperialista si è messo in moto ed è improbabile che si fermi, perché nessun pretendente può più abbandonare il tavolo, a costo di restarci secco lui e tutti gli altri.
Noi, ancora una volta, siamo in ritardo sul nostro tempo. E questo è forse il dato più scontato e drammatico di tutti, che segna l’assenza totale dell’unica forza in grado di sabotare l’ingranaggio bellico: la forza del conflitto sociale organizzato. L’incapacità, o peggio il disinteresse, trascinatisi per anni, verso la costruzione di una strategia e una organizzazione delle possibili avanguardie antagoniste in grado di fronteggiare i dispositivi politici del capitale, ci mette in condizione oggi di subire passivamente questo nuovo fatale passaggio di fase.
Dal primo giorno delle ostilità si è osservato il fiorire delle mobilitazioni per la pace un po’ ovunque, un sussulto della ormai sopita società civile. Ma, a tagliare con l’accetta, sono due le tensioni che si esprimono in modo forte nelle piazze e che vengono contemporaneamente alimentate e rimbalzate dai media: nazionalismo e umanitarismo. Entrambe vanno sovvertite.
Sul nazionalismo c’è poco da discutere: tutto l’arsenale retorico diffuso a piene mani a mezzo stampa sulla difesa della civiltà europea, sulla resistenza all’invasore, la Patria in pericolo e della Fortezza Europa, nonché della mitopoiesi in atto rispetto alla resistenza ucraina (sì, animata anche da cittadini di ogni tipo e da un genuino slancio di coraggio, ma politicamente e militarmente egemonizzata da formazioni fascisteggianti e spesso apertamente naziste); va in direzione di una richiesta esplicita di un intervento NATO e/o di una adesione alla missione bellica con un largo coinvolgimento di possibili volontari per la chiamata alle armi di cui sopra; l’evergreen dello scontro di civiltà sembra aver perso il suo connotato etnico/religioso per adattarsi al profilo caucasico. È una tendenza che porterà ad un rinnovamento delle posizioni e strutture della destra, ad un compattamento collettivo attorno alla ragion di Stato e che costituirà un ovvio e potente carburante per le prossime spinte belliciste; un nemico di cui occorrerà tenere conto.
Sull’umanitarismo invece è necessario soffermarsi un momento in più: perché è una trappola in cui molto serenamente si spingono anche non pochi presunti rivoluzionari, perché è la posizione della borghesia progressista che ha le leve del comando, perché è in grado di legarsi tanto a un nerbo nazionalista quanto a un melenso democraticismo dei diritti umani.
È necessario ricordare, specialmente a quegli imbecilli che dicono “è tornata la guerra”, che la difesa dei diritti umani e della democrazia è stato il grido di battaglia con cui l’Occidente ha bombardato, bruciato, ucciso, torturato e umiliato milioni di persone, non cento anni fa, ma praticamente ogni giorno degli ultimi ottant’anni.
Ogni volta in difesa della vita umana, si è corsi a mettere a ferro e fuoco case di civili e rovesciare governi, passando come cavallette e lasciando distruzione e morte. Lo si chieda in giro a Belgrado, a Tripoli, Kabul, a Baghdad o a Damasco, tanto per restare a un tiro di schioppo da casa e non sfogliare troppo l’album dei ricordi.
E ogni volta il popolo della sinistra, i cui rappresentanti benedicevano la crociata di turno, tirava fuori la bandiera della pace e si dichiarava contro la guerra, ma con una certa attenzione a sottolineare anche la propria distanza dal mostro, dal tiranno di turno da cui comunque bisognava salvare il malaugurato popolo finito nel mirino della democrazia.
Una equidistanza ipocrita e criminale che lava la coscienza delle anime democratiche e lascia che siano gli altri a contarsi i morti; che si compiace, in fondo, di aver portato un po’ di civiltà moderna ai popoli arcaici e poco importa se nessuno di quegli zotici provasse un qualche minimo interesse verso la nostra democrazia.
Oggi la difesa della vita umana e della civiltà democratica è ancora in mano alla NATO. Ed è su questo liso copione che si sta preparando la prossima guerra. Con la differenza, che a finire con le bombe sulla testa, potrebbero esserci gli stessi europei per primi.
Le attuali manifestazioni per la pace che attraversano l’Europa tutta, o si riescono ad articolare contro i mandanti di questa pace e di queste guerre, contro il modo di produzione che le sottende ed alimenta, oppure finiranno per esserne complici.
Condannare la guerra di Putin nelle piazze russe significa attaccare quella forma del potere e i suoi diretti mandanti, significa essere contro la guerra e il sistema che la genera, offrire a sé stessi uno spazio di ribaltamento. Condannarla da noi e limitarsi allo sventolare la bandiera della pace non solo non salva alcuna vita, ma significa accodarsi alle nostre borghesie criminali, per la quale anche le cosiddette misure economiche hanno un sapore esplicitamente offensivo e perverso: umiliare la Russia-paese bandendola da ogni piattaforma, evento o manifestazione culturale per annichilirla, sanzionarne selvaggiamente l’economia per metterla in ginocchio, per portarne la popolazione alla fame. Violenza estrema si, ma politically correct.
Vogliamo essere più chiari: ogni umanitarismo adesso è un surrogato dell’atlantismo, ergo una complicità nella preparazione della guerra ventura; un crimine che non ci si può permettere. Si parte ancora una volta da una posizione di debolezza, ma non si può deflettere da questo punto.
Quello su cui è inderogabile concentrare l’attenzione è ancora una volta l’opposizione alla NATO, in quanto strumento di comando statunitense sulla agenda politica dei nostri paesi e in quanto generatore di sciagure molto più che di sicurezze. Specialmente l’Italia, all’interno dello schema atlantico finisce per essere poco più che una colonia e poco meno che uno scudo dell’interesse americano.
Non a caso, oggi la classe dirigente italiana ha anteposto una sconquassata agenda bellica al suo stesso interesse nazionale e domani chiederà a noi di pagarne il conto, con un tributo di lacrime e sangue sul terreno dell’economia e magari anche su quello di battaglia; e non fanno alcuna eccezione gli altri paesi europei, tirati per la giacca in questa spirale.
La critica oggi dobbiamo basarla sulle ricadute, immediate e di medio termine, di questa politica kamikaze. Opporsi alle misure delle sanzioni e della proliferazione delle armi che, lungi dallo stemperare il conflitto, hanno portato a paventare un olocausto nucleare.
Iniziare da questo, individuando ed evidenziando i nostri nemici diretti, e prepararsi ad affrontare lo scontro interno, quando le ricadute arriveranno sul serio con ulteriori aumenti delle materie prime e delle risorse energetiche, traducibili con l’inasprimento ulteriore del carovita, coi fallimenti delle imprese e i licenziamenti, con l’acuirsi di una condizione invivibile. Opporsi alla guerra vuol dire, immediatamente, opporsi agli interessi del capitale nella loro dimensione local-nazionale.
E questo andrà fatto tenendo conto della dimensione continentale del fenomeno: mai come ora è stato necessario e fertile stabilire una connessione con i movimenti dei paesi vicini, articolare una strategia anticapitalista ed antimilitarista transnazionale è il presupposto non solo per avere una possibilità di influire sugli eventi attuali ma, in prospettiva, per arrivare alla possibilità di deviarne il corso.
Al cementarsi dei blocchi imperialisti va contrapposta la costruzione di un blocco sociale antagonista e internazionale, alla loro tensione alla guerra va risposto con una ritrovata conflittualità sociale.
Quali che siano i rivolgimenti sul terreno ucraino nei prossimi giorni, anche scampando al rischio di una nuova guerra mondiale, è certo l’aprirsi di una stagione di instabilità sistemica ad ogni livello; quasi esattamente due anni fa, al sorgere della pandemia, da queste stesse pagine (qui) scrivevamo che la regola del momento è saper abitare la catastrofe per coglierne il campo delle possibilità. Oggi sentiamo forte l’urgenza di confermarlo.
(2 – continua)
Note
1) È bene specificare, dato il rapido evolversi delle cose, che queste righe sono state scritte a un paio d’ore dall’inizio dei negoziati tra Ucraina e Russia in quel del confine con la Bielorussia.
Fonte
Ricattare Mosca anche sul gas? Un po’ complicato...
Sanzioni, sanzioni, sanzioni... L’Occidente neoliberista è alla ricerca della massima efficacia nella risposta all’occupazione russa dell’Ucraina, evitando però con cura – per ora – tutte le mosse che potrebbero significare una dichiarazione di guerra a Mosca.
C’è da dire che molti esaltati pro-Nato hanno superato di gran lunga l’animosità verbale della casa-madre. Quanti, per esempio, chiedono l’approvazione immediata della domanda di ammissione all’Unione Europea (firmata solo ieri da Zelenskij, pare), sembrano non rendersi conto che ammettere ora Kiev nella Ue significherebbe di fatto entrare in guerra direttamente.
Proprio noi, abituati da decenni ad immaginare che la guerra sia osservare i bombardamenti Usa e Nato, col culo al caldo e davanti alla tv.
Una “Unione”, infatti, non potrebbe evitare di proteggere anche militarmente una “propria parte”.
Esaltati a parte, comunque, qualcosa di molto rilevante sta accadendo.
Sul piano puramente finanziario “mettere sanzioni” è relativamente facile a dirsi e anche a farsi (sono programmi informatici da modificare in pochi passaggi). Più complicato è tener presente le conseguenze di una sanzione finanziaria anti-russa sulla propria struttura economica.
Per esempio: impedire alle banche russe di operare in Occidente e viceversa a quelle occidentali di operare laggiù è una mossa che destabilizza buona parte del sistema bancario occidentale. Un paio di numeri: Unicredit, l’istituto italiano più “esposto” verso Mosca, ha perso in borsa oltre il 10% lunedì ed ha proseguito la caduta anche ieri. Idem o quasi per IntesaSanPaolo, appena leggermente meno negativa.
Ma sono giorni neri per tutte le banche europee, visto che il clima di guerra non rassicura certo sulla possibilità di fa rientrare rientrare i prestiti concessi non solo in Russia e Bielorussia, ma anche e soprattutto ad aziende europee impegnate nell’import-export con quei paesi (e che col disaccoppiamento in atto, e soprattutto quello prevedibile, finiranno per pagare un prezzo molto pesante alla crisi).
Quando dalla finanza si passa alle materie prime il discorso si fa ancora più complicato, per i paesi europei.
Il gas, di fatto, viene escluso da ogni ipotesi di sanzione, almeno nell’immediato. E si capisce facilmente, visto che Germania e Italia dipendono almeno per il 40% dal gas russo. E anche altri paesi stanno su livelli appena minori.
Ma è difficile immaginare che su questa e altre materie prime fondamentali – a cominciare da quelle energetiche – possa andare avanti il business as usual mentre su tutti gli altri piani si tiene un atteggiamento reciprocamente “bellicoso”.
Ed in ogni caso non si può neanche pensare che “dall’altra parte” si resti disponibili in eterno a rifornire di energia un blocco di paesi che si contrappone in termini economici, politici, finanziari, con il dichiarato intento di fare guerra anche con questi mezzi.
Non a caso l’agenzia Agi – di proprietà dell’Eni, quindi bene informata in materia – si concentra con un lungo articolo sul gasdotto russo-cinese, proprio nelle stesse ore in cui Luigi Di Maio – ahinoi ministro degli esteri italiano – firmava ad Algeri nuovi contratti per aumentare la fornitura da quel paese, esplicitando che la “diversificazione” degli approvvigionamenti è chiaramente in funzione anti-russa.
Questo gigantesco gasdotto è stato inaugurato il 2 dicembre del 2019 dal presidente Vladimir Putin e da quello cinese Xi Jinping. “Power of Siberia” è lungo 4.000 km e porta il gas russo dagli enormi giacimenti siberiani di Kovyktinskoye e Chayandinskoye sino a Blagoveshchensk, la città russa sul fiume Amur che segna il confine fra Federazione Russa e Repubblica Popolare Cinese.
Del resto – spiega l’Agi – è la rotta a cui la Russia lavora da anni per “emanciparsi” dai clienti europei, che da altrettanto tempo sostenevano l’espansione della Nato ad Est. Perché è vero che l’Europa dipende dal gas russo ma è altrettanto valido il discorso contrario. E quindi lo “sganciamento” avviene da entrambi i lati, e non può essere immaginato come un “nostro dispetto” a Putin, ma senza conseguenze di rilievo.
Nel 2021 Power of Siberia ha esportato 16,5 miliardi di metri cubi di gas verso la Cina. Entro il 2025, l’export dovrebbe salire a 38 miliardi di metri cubi l’anno. Il contratto tra Gazprom e China National Petroleum Corporation ha una durata 30ennale e l’infrastruttura ha un valore di 400 miliardi di dollari.
Le attuali esportazioni di gas alla Cina attraverso il gasdotto Power of Siberia 1 sono alimentate da giacimenti di gas della Siberia orientale e la rotta dell’Estremo Oriente recentemente concordata (via Sakhalin) è separata dalla rete europea del gas.
Come accaduto per il gasdotto europeo Nord Stream con la pipeline gemella (Nord Stream 2), anche per il gasdotto sino-russo è stato realizzato un progetto speculare inaugurato a inizio febbraio di quest’anno.
In occasione dell’inizio delle Olimpiadi invernali in Cina, Putin e Xi hanno siglato un altro accordo per un nuovo gasdotto (Power of Siberia 2) che rifornirà la Cina con altri 10 miliardi mc di gas. I primi flussi dovrebbero attraversare la pipeline nel 2026.
L’accordo potrebbe garantire alla Russia circa 37,5 miliardi di dollari in 25 anni considerando un prezzo medio di 150 dollari per 1.000 mc di gas che viene applicato tra i due paesi. A regime, secondo alcune stime, la vendita di gas potrebbe garantire a Mosca circa 100 miliardi di euro.
Al di là della situazione che si è creata in Ucraina, è da tempo che Putin guarda ai mercati dell’est asiatico. Le prospettive limitate di crescita a lungo termine del consumo di gas in un’Europa – che aveva almeno propagandisticamente puntato sul decarbonizzazione, fonti green e allentamento della dipendenza energetica dalla Russia – hanno spinto Mosca a considerare rotte di esportazione alternative all’Ue.
L’interscambio commerciale tra Cina e Russia ha così raggiunto il volume record di 146,88 miliardi di dollari nel 2021, un +35,8% annuo, secondo i dati pubblicati dalle dogane cinesi. Per il 2024 l’obiettivo è arrivare a 200 miliardi. Sempre lo scorso anno la Cina ha rappresentato circa il 18% del fatturato commerciale complessivo della Russia. Al contrario, la quota russa del fatturato commerciale cinese è stata poco più del 2%.
Tuttavia oggi l’Europa rappresenta ancora il maggior cliente della Russia per quanto riguarda il gas, con l’83% delle forniture totale. Ci si aspetta che il mercato globale del gas rimanga sostenuto fino al 2024, ma non oltre. Nel 2025 dovrebbe aggiungersi, a livello globale, una grande fornitura supplementare di Gnl proveniente da un mega giacimento in Qatar. Le ingenti quantità di gas di Doha allenteranno inevitabilmente il mercato mondiale, diminuendo il potere negoziale di Mosca.
La Russia continua a essere il primo esportatore di gas naturale al mondo, con oltre 247 miliardi di metri cubi di gas esportati (anno 2018), 200 dei quali diretti verso i mercati europei, fra cui anche l’Italia, che si attesta come il terzo importatore, dopo Germania e Turchia, con circa 22 miliardi di metri cubi.
L’export di risorse naturali, primi fra tutti petrolio e gas, è una componente fondamentale del bilancio statale russo. Nel bimestre agosto-settembre 2019 l’export di idrocarburi è stato pari al 65,38% dell’intero volume di esportazioni della Federazione e nel 2018 l’intero settore rappresentava oltre il 40% delle entrate di bilancio.
La Cina rappresenta invece il principale mercato in espansione del gas naturale complice il progressivo abbandono del carbone del Paese. L’Agenzia Internazionale per l’Energia (Aie) stima che fra il 2018 e il 2024 Pechino conterà per circa il 40% dell’intera crescita globale nel consumo di gas naturale.
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C’è da dire che molti esaltati pro-Nato hanno superato di gran lunga l’animosità verbale della casa-madre. Quanti, per esempio, chiedono l’approvazione immediata della domanda di ammissione all’Unione Europea (firmata solo ieri da Zelenskij, pare), sembrano non rendersi conto che ammettere ora Kiev nella Ue significherebbe di fatto entrare in guerra direttamente.
Proprio noi, abituati da decenni ad immaginare che la guerra sia osservare i bombardamenti Usa e Nato, col culo al caldo e davanti alla tv.
Una “Unione”, infatti, non potrebbe evitare di proteggere anche militarmente una “propria parte”.
Esaltati a parte, comunque, qualcosa di molto rilevante sta accadendo.
Sul piano puramente finanziario “mettere sanzioni” è relativamente facile a dirsi e anche a farsi (sono programmi informatici da modificare in pochi passaggi). Più complicato è tener presente le conseguenze di una sanzione finanziaria anti-russa sulla propria struttura economica.
Per esempio: impedire alle banche russe di operare in Occidente e viceversa a quelle occidentali di operare laggiù è una mossa che destabilizza buona parte del sistema bancario occidentale. Un paio di numeri: Unicredit, l’istituto italiano più “esposto” verso Mosca, ha perso in borsa oltre il 10% lunedì ed ha proseguito la caduta anche ieri. Idem o quasi per IntesaSanPaolo, appena leggermente meno negativa.
Ma sono giorni neri per tutte le banche europee, visto che il clima di guerra non rassicura certo sulla possibilità di fa rientrare rientrare i prestiti concessi non solo in Russia e Bielorussia, ma anche e soprattutto ad aziende europee impegnate nell’import-export con quei paesi (e che col disaccoppiamento in atto, e soprattutto quello prevedibile, finiranno per pagare un prezzo molto pesante alla crisi).
Quando dalla finanza si passa alle materie prime il discorso si fa ancora più complicato, per i paesi europei.
Il gas, di fatto, viene escluso da ogni ipotesi di sanzione, almeno nell’immediato. E si capisce facilmente, visto che Germania e Italia dipendono almeno per il 40% dal gas russo. E anche altri paesi stanno su livelli appena minori.
Ma è difficile immaginare che su questa e altre materie prime fondamentali – a cominciare da quelle energetiche – possa andare avanti il business as usual mentre su tutti gli altri piani si tiene un atteggiamento reciprocamente “bellicoso”.
Ed in ogni caso non si può neanche pensare che “dall’altra parte” si resti disponibili in eterno a rifornire di energia un blocco di paesi che si contrappone in termini economici, politici, finanziari, con il dichiarato intento di fare guerra anche con questi mezzi.
Non a caso l’agenzia Agi – di proprietà dell’Eni, quindi bene informata in materia – si concentra con un lungo articolo sul gasdotto russo-cinese, proprio nelle stesse ore in cui Luigi Di Maio – ahinoi ministro degli esteri italiano – firmava ad Algeri nuovi contratti per aumentare la fornitura da quel paese, esplicitando che la “diversificazione” degli approvvigionamenti è chiaramente in funzione anti-russa.
Questo gigantesco gasdotto è stato inaugurato il 2 dicembre del 2019 dal presidente Vladimir Putin e da quello cinese Xi Jinping. “Power of Siberia” è lungo 4.000 km e porta il gas russo dagli enormi giacimenti siberiani di Kovyktinskoye e Chayandinskoye sino a Blagoveshchensk, la città russa sul fiume Amur che segna il confine fra Federazione Russa e Repubblica Popolare Cinese.
Del resto – spiega l’Agi – è la rotta a cui la Russia lavora da anni per “emanciparsi” dai clienti europei, che da altrettanto tempo sostenevano l’espansione della Nato ad Est. Perché è vero che l’Europa dipende dal gas russo ma è altrettanto valido il discorso contrario. E quindi lo “sganciamento” avviene da entrambi i lati, e non può essere immaginato come un “nostro dispetto” a Putin, ma senza conseguenze di rilievo.
Nel 2021 Power of Siberia ha esportato 16,5 miliardi di metri cubi di gas verso la Cina. Entro il 2025, l’export dovrebbe salire a 38 miliardi di metri cubi l’anno. Il contratto tra Gazprom e China National Petroleum Corporation ha una durata 30ennale e l’infrastruttura ha un valore di 400 miliardi di dollari.
Le attuali esportazioni di gas alla Cina attraverso il gasdotto Power of Siberia 1 sono alimentate da giacimenti di gas della Siberia orientale e la rotta dell’Estremo Oriente recentemente concordata (via Sakhalin) è separata dalla rete europea del gas.
Come accaduto per il gasdotto europeo Nord Stream con la pipeline gemella (Nord Stream 2), anche per il gasdotto sino-russo è stato realizzato un progetto speculare inaugurato a inizio febbraio di quest’anno.
In occasione dell’inizio delle Olimpiadi invernali in Cina, Putin e Xi hanno siglato un altro accordo per un nuovo gasdotto (Power of Siberia 2) che rifornirà la Cina con altri 10 miliardi mc di gas. I primi flussi dovrebbero attraversare la pipeline nel 2026.
L’accordo potrebbe garantire alla Russia circa 37,5 miliardi di dollari in 25 anni considerando un prezzo medio di 150 dollari per 1.000 mc di gas che viene applicato tra i due paesi. A regime, secondo alcune stime, la vendita di gas potrebbe garantire a Mosca circa 100 miliardi di euro.
Al di là della situazione che si è creata in Ucraina, è da tempo che Putin guarda ai mercati dell’est asiatico. Le prospettive limitate di crescita a lungo termine del consumo di gas in un’Europa – che aveva almeno propagandisticamente puntato sul decarbonizzazione, fonti green e allentamento della dipendenza energetica dalla Russia – hanno spinto Mosca a considerare rotte di esportazione alternative all’Ue.
L’interscambio commerciale tra Cina e Russia ha così raggiunto il volume record di 146,88 miliardi di dollari nel 2021, un +35,8% annuo, secondo i dati pubblicati dalle dogane cinesi. Per il 2024 l’obiettivo è arrivare a 200 miliardi. Sempre lo scorso anno la Cina ha rappresentato circa il 18% del fatturato commerciale complessivo della Russia. Al contrario, la quota russa del fatturato commerciale cinese è stata poco più del 2%.
Tuttavia oggi l’Europa rappresenta ancora il maggior cliente della Russia per quanto riguarda il gas, con l’83% delle forniture totale. Ci si aspetta che il mercato globale del gas rimanga sostenuto fino al 2024, ma non oltre. Nel 2025 dovrebbe aggiungersi, a livello globale, una grande fornitura supplementare di Gnl proveniente da un mega giacimento in Qatar. Le ingenti quantità di gas di Doha allenteranno inevitabilmente il mercato mondiale, diminuendo il potere negoziale di Mosca.
La Russia continua a essere il primo esportatore di gas naturale al mondo, con oltre 247 miliardi di metri cubi di gas esportati (anno 2018), 200 dei quali diretti verso i mercati europei, fra cui anche l’Italia, che si attesta come il terzo importatore, dopo Germania e Turchia, con circa 22 miliardi di metri cubi.
L’export di risorse naturali, primi fra tutti petrolio e gas, è una componente fondamentale del bilancio statale russo. Nel bimestre agosto-settembre 2019 l’export di idrocarburi è stato pari al 65,38% dell’intero volume di esportazioni della Federazione e nel 2018 l’intero settore rappresentava oltre il 40% delle entrate di bilancio.
La Cina rappresenta invece il principale mercato in espansione del gas naturale complice il progressivo abbandono del carbone del Paese. L’Agenzia Internazionale per l’Energia (Aie) stima che fra il 2018 e il 2024 Pechino conterà per circa il 40% dell’intera crescita globale nel consumo di gas naturale.
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I servizi segreti italiani preoccupati dai movimenti “ambientalisti”
A leggere la relazione annuale dei servizi di sicurezza al Parlamento, pare che le loro maggiori preoccupazioni nell’ambito della “sinistra alternativa” siano quelle sui movimenti sociali che hanno al centro l’ecologia e l'emergenza ambientale.
Certo nella relazione non mancano le solite tre pagine dedicate agli anarchici insurrezionalisti ritenuti, come nell’Ottocento, la minaccia eversiva principale per lo Stato. Per il resto rimane la categorizzazione di “circuiti marxisti-leninisti” e “movimento antagonista” per classificare i settori che vengono ritenuti sovversivi e una minaccia alla sicurezza.
Quasi ovvio sottolineare che anche quest’anno ai fascisti viene dedicata appena una paginetta striminzita. Evidentemente i fascisti, per i “nostri servizi”, non sono mai una minaccia.
Occorre ammettere che ci sono però delle novità: quest’anno la preoccupazione maggiore dell’intelligence oscilla tra le manifestazioni contro il green pass e i movimenti sulle tematiche ambientali. Non mancano i “monitoraggi” sulle manifestazioni di solidarietà con il popolo palestinese e quello curdo o le iniziative antimilitariste in Sardegna.
Ma dalle attenzioni dei servizi di intelligence si rileva il segno che il conflitto di classe, segnalato con molta maggiore enfasi negli anni scorsi, morde ancora poco nonostante una crisi economica, sociale e politica ormai crescente.
Pubblichiamo qui di seguito le sezioni e i capitoli della Relazione dei servizi segreti dedicati ai movimenti. In fondo c’è anche la scheda specifica che l’intelligence ha voluto dedicare proprio ai movimenti sociali sulla emergenza ambientale.
Certo nella relazione non mancano le solite tre pagine dedicate agli anarchici insurrezionalisti ritenuti, come nell’Ottocento, la minaccia eversiva principale per lo Stato. Per il resto rimane la categorizzazione di “circuiti marxisti-leninisti” e “movimento antagonista” per classificare i settori che vengono ritenuti sovversivi e una minaccia alla sicurezza.
Quasi ovvio sottolineare che anche quest’anno ai fascisti viene dedicata appena una paginetta striminzita. Evidentemente i fascisti, per i “nostri servizi”, non sono mai una minaccia.
Occorre ammettere che ci sono però delle novità: quest’anno la preoccupazione maggiore dell’intelligence oscilla tra le manifestazioni contro il green pass e i movimenti sulle tematiche ambientali. Non mancano i “monitoraggi” sulle manifestazioni di solidarietà con il popolo palestinese e quello curdo o le iniziative antimilitariste in Sardegna.
Ma dalle attenzioni dei servizi di intelligence si rileva il segno che il conflitto di classe, segnalato con molta maggiore enfasi negli anni scorsi, morde ancora poco nonostante una crisi economica, sociale e politica ormai crescente.
Pubblichiamo qui di seguito le sezioni e i capitoli della Relazione dei servizi segreti dedicati ai movimenti. In fondo c’è anche la scheda specifica che l’intelligence ha voluto dedicare proprio ai movimenti sociali sulla emergenza ambientale.
Nell’ambito della minaccia endogena relativa a eversione ed estremismi, l’intelligence si è impegnata a cogliere segnali e trend della conflittualità sociale in relazione sia al consueto attivismo dell’oltranzismo politico di diversa matrice, sia a quelle peculiari e composite espressioni del dissenso che, germinate essenzialmente sul web, hanno infiammato, all’insegna dell’opposizione alle misure governative di contenimento dei contagi, diverse piazze italiane.A quanto pare per l’intelligence italiana i movimenti ambientalisti sono da tenere “sott’occhio”. A questi è dedicata una scheda specifica.
A questo riguardo, si è assistito, al pari di altri Paesi europei, all’evolversi di una spirale mobilitativa che ha trovato linfa vitale in un ingente flusso virtuale di fake news e teorie cospirative sull’emergenza pandemica.
L’azione di intelligence, in stretto raccordo informativo con le Forze di polizia, ha continuato a evidenziare, nello scenario eversivo interno, la particolare pericolosità delle componenti anarco-insurrezionaliste.
Si è, infatti, nuovamente rilevata la propensione di tali realtà a mobilitarsi su un doppio livello, che prevede un attivismo tanto di caratura “movimentista” inteso a infiltrare le manifestazioni per promuovere più veementi pratiche di protesta, quanto di più marcata valenza terroristica con il compimento della tipica “azione diretta distruttiva” contro diversi target, correlati ad altrettante varie campagne di lotta.
Sul versante dell’estremismo di matrice marxista-leninista, si è mantenuta alta l’attenzione dell’intelligence soprattutto verso i consueti tentativi di rilancio dell’opzione rivoluzionaria, apparsi ancora tarati essenzialmente su un’opera di studio e divulgazione, non priva di richiami apologetici alla passata stagione della “lotta armata” da parte di storici militanti.
Per quanto attiene al movimento antagonista, pur mantenendo una presenza in parte marginale nelle proteste di piazza contro le misure governative di contenimento dei contagi, si è evidenziato un attivismo volto in via prioritaria a rivitalizzare i vari ambiti abituali di mobilitazione, a partire dall’ecologismo militante che si è confermato tra i principali cavalli di battaglia delle diverse componenti anti-sistema.
I circuiti marxisti-leninisti
Sul versante dell’estremismo di matrice marxista-leninista, si è mantenuta alta l’attenzione dell’intelligence soprattutto verso i consueti tentativi di rilancio dell’opzione rivoluzionaria, apparsi ancora tarati essenzialmente su un’opera di studio e divulgazione, non priva, tuttavia, di richiami apologetici alla passata stagione della “lotta armata” da parte di storici militanti.
La propaganda di settore ha stigmatizzato la gestione governativa dell’emergenza sanitaria, specie in merito all’introduzione della certificazione verde nei luoghi di lavoro, considerata, nell’ottica d’area, un ennesimo strumento divisivo e di “repressione” dei lavoratori.
D’altronde, il mondo del lavoro si è nuovamente evidenziato come il principale campo d’azione di tali circuiti, che, nell’ambito delle più sensibili vertenze occupazionali in atto sul territorio, hanno continuato a tentare, con esiti vani, di fomentare le tensioni secondo logiche conflittuali e “di classe”.
È proseguito l’impegno sul tema del “carcerario”, non solo con la tradizionale campagna contro l’applicazione del regime detentivo del 41 bis a ex brigatisti, ma anche mediante mirate iniziative tese a strumentalizzare le ricadute della pandemia sulle condizioni di vita all’interno degli istituti di pena.
Di rilievo, poi, l’attivismo marxista-leninista su altre tematiche di più ampio respiro, tra cui l’“antifascismo” e, soprattutto, il binomio “antimilitarismo/anti-imperialismo”.
A quest’ultimo riguardo, a seguito del riacuirsi, in maggio, del conflitto israelo-palestinese, si è registrata una significativa ripresa delle attività a sostegno della “resistenza palestinese”, con la partecipazione, accanto ad altre realtà dell’antagonismo di sinistra, a una mobilitazione “antisionista” che ha riguardato diverse città italiane.
Le componenti d’area, oltre a supportare omologhe realtà estere in iniziative di solidarietà ai “prigionieri politici” reclusi in altri Paesi, hanno, inoltre, seguitato a guardare con interesse a quei contesti di “prassi rivoluzionaria” emersi sullo scenario estero, come, a esempio, la “lotta del popolo curdo” nel Rojava e la “rivolta dei contadini” in India.
Il movimento antagonista
Il movimento antagonista, pur mantenendo una presenza in parte marginale nelle proteste di piazza contro le misure governative di contenimento dei contagi, in continua ricerca di spunti aggregativi non ha mancato di considerare come la sensibile congiuntura abbia aperto favorevoli spazi di “ricomposizione politica” all’eterogenee e tradizionalmente frammentate componenti del dissenso.
Sul piano informativo, si è infatti evidenziato un attivismo volto in via prioritaria a rivitalizzare i vari ambiti abituali di mobilitazione antagonista, a partire dall’“ecologismo militante” (vedi scheda più sotto, ndr), che, sostenuto da una propaganda tesa a riproporre l’idea della pandemia come danno collaterale del progresso tecnologico e dell’emergenza climatica e ambientale, si è confermato tra i principali cavalli di battaglia delle diverse componenti antisistema.
Rinnovata centralità nell’agenda antagonista ha mostrato anche la campagna a sostegno dei migranti, con iniziative in aree transfrontaliere e nei pressi di Centri di Permanenza per il Rimpatrio, nonché con cortei in alcuni centri cittadini, a cui hanno partecipato pure militanti stranieri. Sono emersi, tra l’altro, tentativi di coinvolgimento nella mobilitazione della stessa componente immigrata.
Il tradizionale impegno “contro la guerra” ha, intanto, continuato a rappresentare una tematica dall’elevata valenza aggregante per diversificati ambienti dell’antagonismo, come testimoniato dalla composita adesione alle citate manifestazioni di maggio contro l’“entità sionista” e dalla divulgazione trasversale di critiche all’industria degli armamenti e alla destinazione di denaro pubblico alla difesa.
Sul medesimo versante dell’“antimilitarismo”, si è assistito, in Sardegna, a una riattivazione della storica lotta contro l’asserita “occupazione militare dell’isola”, concretizzatasi in presidi presso le infrastrutture militari, in taluni casi culminati con il taglio delle recinzioni e con tentativi di accesso alle zone interdette.
Nelle principali aree metropolitane, specifici approfondimenti hanno riguardato l’esteso panorama dell’“emergenze sociali” relative alla casa, al reddito, alla sanità, all’istruzione e alla precarietà lavorativa. Ambiti, questi, che hanno fatto registrare i primi segnali d’interesse antagonista verso la gestione governativa dei fondi afferenti al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza
Attivismo antagonista sul tema dell’ambienteFonte
Accanto all’epidemia da Covid-19, il dossier ambientalista è stato uno degli argomenti che, nel corso del 2021, ha caratterizzato il dibattito pubblico e politico, soprattutto in relazione agli sviluppi delle politiche di transizione ecologica.
È in tale contesto che il movimento antagonista, in un’ottica di proselitismo, ha rinnovato il suo interesse sul tema, fortemente trasversale e attrattivo nei confronti di un uditorio prevalentemente giovanile.
Nel senso, si è rilevata un significativo incremento dell’attivismo propagandistico e mobilitativo, che ha visto come principali obiettivi della protesta le multinazionali del comparto energetico, in particolare di quello estrattivo, principali responsabili, secondo la narrativa d’area, della “devastazione ecologica” del pianeta, e quali temi maggiormente all’attenzione il nucleare, la presunta privatizzazione del settore idrico e i cambiamenti climatici.
Compagini antagoniste hanno partecipato ai cortei di protesta che hanno scandito, in diverse città italiane, le riunioni del G20 e gli incontri preparatori alla COP26 tenutasi a Glasgow in novembre. Contestazioni che, al pari di analoghe mobilitazioni internazionali, in alcuni casi hanno fatto registrare momenti di tensione.
Nel solco dell’“ambientalismo militante” si pone anche il fronte di opposizione alle cd. “grandi opere”, in cui confluiscono varie realtà, da comitati cittadini ai segmenti più ideologizzati dell’antagonismo, negli ultimi anni espressione di lotte dal forte carattere simbolico e dal peculiare radicamento sul territorio, come, a esempio, la campagna No TAV, che ancora una volta ha dato prova delle sue potenzialità offensive con diversi episodi di assalti ai cantieri e di scontri con le Forze dell’ordine.
In Parlamento non solo i guerrafondai. Voci e immagini rompono l’isteria bellicista
Oggi nel dibattito parlamentare alla Camera e al Senato sulle gravissime dichiarazioni con cui Draghi sta di fatto trascinando l’Italia in guerra e nell’economia di guerra, non c’è stato solo l’unanimismo guerrafondaio di tutti i partiti – dal PD ai fascisti di Fratelli d’Italia – ma anche i parlamentari di “Manifesta” e di “L’Alternativa” che hanno preso parola mettendosi di traverso all’isteria bellicista. Ma non solo con le parole.
A un certo punto sui banchi del Parlamento sono comparse due bandiere della pace, in questo caso a proposito e non a copertura del crescente avventurismo militarista che sta attraversando la politica e i mass media.
“Le dichiarazioni di Draghi alla Camera sono pesanti e allarmanti. Ha dipinto uno scenario di guerra a cui dobbiamo abituarci a vivere, perché anziché alimentare il dialogo alimentiamo la guerra armando fino ai denti l’Ucraina” – ha dichiarato la deputata Simona Surianni di Manifesta.
“Non è armando un paese che porremo fine alla follia collettiva. Non possiamo permetterlo. Apriamo i confini a chi fugge dalla guerra e facciamoci promotori di tavoli di pace”.
Simona Surianni ha poi sottolineato: “Non è servita a niente la lezione dell’Afghanistan? Eppure solo qualche mese fa accusavamo la Nato e gli Stati Uniti della assurda corsa a “democratizzare” il mondo. E come è finita? Pensiamo veramente di fermare Putin? A rimetterci sono sempre e solo i cittadini!”.
“Cosa sta facendo concretamente questo Governo per la pace? Inviate armi all’Ucraina obbedendo solamente ai diktat europei: vi state comportando in maniera illegale e illegittima” – ha detto in aula Raphael Raduzzi deputato di Alternativa.
“L’Italia merita di meglio: dovremmo giocare un ruolo nella diplomazia. Invece con la testa china inviate armi all’Ucraina, violando la Costituzione. Noi a questo diciamo assolutamente no!”
La durissima battaglia per fermare la guerra è cominciata, a tutto campo.
Fonte
A un certo punto sui banchi del Parlamento sono comparse due bandiere della pace, in questo caso a proposito e non a copertura del crescente avventurismo militarista che sta attraversando la politica e i mass media.
“Le dichiarazioni di Draghi alla Camera sono pesanti e allarmanti. Ha dipinto uno scenario di guerra a cui dobbiamo abituarci a vivere, perché anziché alimentare il dialogo alimentiamo la guerra armando fino ai denti l’Ucraina” – ha dichiarato la deputata Simona Surianni di Manifesta.
“Non è armando un paese che porremo fine alla follia collettiva. Non possiamo permetterlo. Apriamo i confini a chi fugge dalla guerra e facciamoci promotori di tavoli di pace”.
Simona Surianni ha poi sottolineato: “Non è servita a niente la lezione dell’Afghanistan? Eppure solo qualche mese fa accusavamo la Nato e gli Stati Uniti della assurda corsa a “democratizzare” il mondo. E come è finita? Pensiamo veramente di fermare Putin? A rimetterci sono sempre e solo i cittadini!”.
“Cosa sta facendo concretamente questo Governo per la pace? Inviate armi all’Ucraina obbedendo solamente ai diktat europei: vi state comportando in maniera illegale e illegittima” – ha detto in aula Raphael Raduzzi deputato di Alternativa.
“L’Italia merita di meglio: dovremmo giocare un ruolo nella diplomazia. Invece con la testa china inviate armi all’Ucraina, violando la Costituzione. Noi a questo diciamo assolutamente no!”
La durissima battaglia per fermare la guerra è cominciata, a tutto campo.
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Il “doppio standard” nella propaganda bellica occidentale
È largamente strumentale ed ipocrita l’uso che si sta facendo del tema della democrazia e della libertà in Russia mentre, a dispetto dei tanti appelli al dialogo ed alla pace, i paesi europei stanno inviando massicciamente armi all’Ucraina e truppe a ridosso del teatro di guerra, mentre fervono le manovre di guerra nelle basi NATO ed in quelle statunitensi, di cui è piena l’Europa ed il nostro stesso paese.
Sui grandi mezzi di comunicazione mainstream, in queste ore, sta andando in onda – 24 ore su 24 – una narrazione ossessiva e martellante su Putin e sulla sua “democratura”, come se la Russia fosse rimasto l’unico paese della terra con quel genere di problemi.
Che la Russia sia un paese con un grosso problema di democrazia, libertà, diritti civili e che venga gestito dai suoi governanti in modo autoritario, con metodi spicci e spesso brutali, è fuori discussione. E tuttavia mi pare che questo argomento venga ora tirato fuori soltanto per ragioni di pura propaganda bellica.
Ma quanta parte hanno avuto gli USA ed i paesi dell’Unione Europea nello sviluppo degli eventi successivi al crollo, anzi, più precisamente, alla sconfitta dell’Unione Sovietica?
I millennials non possono ricordare, di certo, in che stato di prostrazione aveva ridotto la Russia post-sovietica quel tizio scorbutico ed ubriacone, a libro paga CIA e con conti miliardari all’estero, che rispondeva al nome di Boris Eltsin.
E, a ben vedere, l’ascesa al potere di Putin iniziò proprio in concomitanza con il bombardamento della ex Jugoslavia.
Ma quando Vladimir Putin salì al Cremlino, nel 2000, guardava ancora ad ovest e voleva essere trattato alla pari degli USA fino a chiedere che la Russia entrasse nella Nato. Una richiesta che incontrò la netta contrarietà di Washington. Ma intanto entrava nel G8, quello di Genova 2001...
Dopo quel rifiuto, il consolidamento del suo personale sistema di potere divenne inarrestabile, simmetrico e speculare all’altrettanto successiva ed inarrestabile manovra di accerchiamento da parte occidentale del territorio della Federazione Russa, ovvero, all’espansione delle strutture militari della NATO verso est.
Ma ciò non ha impedito che gli oligarchi russi facessero le loro vite da miliardari in Occidente o che gas e petrolio russo andassero a coprire una quota enorme del fabbisogno energetico dei paesi europei, in primis, Germania ed Italia.
D’altronde, risulta che in questi otto anni post-golpe di Euromaidan, la stessa Ucraina non sia stata, esattamente, una culla di democrazia, libertà e diritti civili ed umani.
Da quel che ne sappiamo, il regime che lì domina incontrastato, dal 2014, ed al quale il popolare comico Zelensky ha recentemente prestato la sua faccia, si è continuamente macchiato di vari crimini contro l’umanità.
I suoi oppositori finiscono sistematicamente in carceri durissime ove vengono sottoposti a terribili torture dopo processi sommari. Oppure vengano bastonati e fatti sparire dalle bande neonaziste che godono di totale complicità e copertura da parte delle autorità del paese.
Basti pensare che l’assassino del nostro concittadino Andrea Rocchelli ha ricevuto un prestigioso incarico dal governo ucraino dopo il processo svoltosi in Italia (conclusosi con un’incredibile assoluzione).
Ma torniamo alla Russia. Proprio stamane, Rainews24 ha trasmesso un’intervista ad un direttore d’orchestra moscovita che ha espresso la sua forte contrarietà all’intervento russo in Ucraina ed ha lanciato un appello ai suoi colleghi perché facciano altrettanto.
Ebbene, in Turchia, per molto meno, ti danno l’ergastolo, in Egitto ti fanno desaparecido ed in Arabia Saudita di tagliano a pezzi o ti decapitano sulla pubblica piazza.
Per di più, la Turchia bombarda i territori curdi da tempi immemorabili e l’Arabia Saudita, affiancata da una coalizione internazionale di cui fanno parte USA, Francia e pure l’Egitto del democraticissimo Al Sisi, da sette anni, bombarda la popolazione civile dello Yemen nell’indifferenza della cosiddetta comunità mondiale causando la più grave catastrofe umanitaria della Terra.
Ma questi sono solidi alleati dell’Occidente neoliberista, stanno nella Nato o ai suoi bordi, dunque al massimo si storce un po’ il naso, nulla di più...
La stessa indifferenza, da molti decenni, viene mostrata nei confronti dei crimini di Israele contro la popolazione di Gaza. Ed avrete notato, poi, che nessun TG o grande quotidiano nazionale mette mai nei titoli di apertura e/o in prima pagina qualcosa circa i periodici bombardamenti che Israele compie su Damasco, in Siria (l’ultimo proprio in contemporanea con l’attacco russo all’Ucraina).
Anzi, per la verità, non ne parlano proprio.
Quanto agli Stati Uniti è davvero tragicomico che un paese con quella storia alle spalle continui a dare lezioni di “rispetto della sovranità ed integrità territoriale degli Stati”, visto il lungo elenco di aggressioni militari a paesi sovrani che ha perpetrato negli ultimi 60 anni.
Per non parlare dei colpi di stato pilotati a suon di milioni dollari; di operazioni coperte contro governi legittimi democraticamente eletti; di guerre a bassa intensità; di uccisioni di capi di Stato scomodi e di altre nefandezze del genere, di cui, francamente, ho perso il conto.
Fonte
Sui grandi mezzi di comunicazione mainstream, in queste ore, sta andando in onda – 24 ore su 24 – una narrazione ossessiva e martellante su Putin e sulla sua “democratura”, come se la Russia fosse rimasto l’unico paese della terra con quel genere di problemi.
Che la Russia sia un paese con un grosso problema di democrazia, libertà, diritti civili e che venga gestito dai suoi governanti in modo autoritario, con metodi spicci e spesso brutali, è fuori discussione. E tuttavia mi pare che questo argomento venga ora tirato fuori soltanto per ragioni di pura propaganda bellica.
Ma quanta parte hanno avuto gli USA ed i paesi dell’Unione Europea nello sviluppo degli eventi successivi al crollo, anzi, più precisamente, alla sconfitta dell’Unione Sovietica?
I millennials non possono ricordare, di certo, in che stato di prostrazione aveva ridotto la Russia post-sovietica quel tizio scorbutico ed ubriacone, a libro paga CIA e con conti miliardari all’estero, che rispondeva al nome di Boris Eltsin.
E, a ben vedere, l’ascesa al potere di Putin iniziò proprio in concomitanza con il bombardamento della ex Jugoslavia.
Ma quando Vladimir Putin salì al Cremlino, nel 2000, guardava ancora ad ovest e voleva essere trattato alla pari degli USA fino a chiedere che la Russia entrasse nella Nato. Una richiesta che incontrò la netta contrarietà di Washington. Ma intanto entrava nel G8, quello di Genova 2001...
Dopo quel rifiuto, il consolidamento del suo personale sistema di potere divenne inarrestabile, simmetrico e speculare all’altrettanto successiva ed inarrestabile manovra di accerchiamento da parte occidentale del territorio della Federazione Russa, ovvero, all’espansione delle strutture militari della NATO verso est.
Ma ciò non ha impedito che gli oligarchi russi facessero le loro vite da miliardari in Occidente o che gas e petrolio russo andassero a coprire una quota enorme del fabbisogno energetico dei paesi europei, in primis, Germania ed Italia.
D’altronde, risulta che in questi otto anni post-golpe di Euromaidan, la stessa Ucraina non sia stata, esattamente, una culla di democrazia, libertà e diritti civili ed umani.
Da quel che ne sappiamo, il regime che lì domina incontrastato, dal 2014, ed al quale il popolare comico Zelensky ha recentemente prestato la sua faccia, si è continuamente macchiato di vari crimini contro l’umanità.
I suoi oppositori finiscono sistematicamente in carceri durissime ove vengono sottoposti a terribili torture dopo processi sommari. Oppure vengano bastonati e fatti sparire dalle bande neonaziste che godono di totale complicità e copertura da parte delle autorità del paese.
Basti pensare che l’assassino del nostro concittadino Andrea Rocchelli ha ricevuto un prestigioso incarico dal governo ucraino dopo il processo svoltosi in Italia (conclusosi con un’incredibile assoluzione).
Ma torniamo alla Russia. Proprio stamane, Rainews24 ha trasmesso un’intervista ad un direttore d’orchestra moscovita che ha espresso la sua forte contrarietà all’intervento russo in Ucraina ed ha lanciato un appello ai suoi colleghi perché facciano altrettanto.
Ebbene, in Turchia, per molto meno, ti danno l’ergastolo, in Egitto ti fanno desaparecido ed in Arabia Saudita di tagliano a pezzi o ti decapitano sulla pubblica piazza.
Per di più, la Turchia bombarda i territori curdi da tempi immemorabili e l’Arabia Saudita, affiancata da una coalizione internazionale di cui fanno parte USA, Francia e pure l’Egitto del democraticissimo Al Sisi, da sette anni, bombarda la popolazione civile dello Yemen nell’indifferenza della cosiddetta comunità mondiale causando la più grave catastrofe umanitaria della Terra.
Ma questi sono solidi alleati dell’Occidente neoliberista, stanno nella Nato o ai suoi bordi, dunque al massimo si storce un po’ il naso, nulla di più...
La stessa indifferenza, da molti decenni, viene mostrata nei confronti dei crimini di Israele contro la popolazione di Gaza. Ed avrete notato, poi, che nessun TG o grande quotidiano nazionale mette mai nei titoli di apertura e/o in prima pagina qualcosa circa i periodici bombardamenti che Israele compie su Damasco, in Siria (l’ultimo proprio in contemporanea con l’attacco russo all’Ucraina).
Anzi, per la verità, non ne parlano proprio.
Quanto agli Stati Uniti è davvero tragicomico che un paese con quella storia alle spalle continui a dare lezioni di “rispetto della sovranità ed integrità territoriale degli Stati”, visto il lungo elenco di aggressioni militari a paesi sovrani che ha perpetrato negli ultimi 60 anni.
Per non parlare dei colpi di stato pilotati a suon di milioni dollari; di operazioni coperte contro governi legittimi democraticamente eletti; di guerre a bassa intensità; di uccisioni di capi di Stato scomodi e di altre nefandezze del genere, di cui, francamente, ho perso il conto.
Fonte
01/03/2022
Ucraina-Russia. I negoziati proseguono, ma sul campo si combatte
La novità, per ora, è stato l’incontro di cinque ore tra le delegazioni russa e ucraina in una località dell’area di Gomel, in Bielorussia, messa a disposizione dal presidente bielorusso Aleksandr Lukašenko, il quale non ha sinora cessato di mantenere i contatti, oltre che con Mosca, anche col presidente della giunta golpista ucraina Vladimir Zelenskij.
Al termine dei colloqui, le parti si sono accordate per riunirsi di nuovo a distanza di pochi giorni.
Secondo Gazeta.ru, il consigliere presidenziale ucraino Mikhail Podoljak avrebbe dichiarato che «le parti hanno fissato una serie di temi prioritari, su cui sono state delineate determinate decisioni. Affinché queste decisioni abbiano una qualche possibilità di essere implementate su deliberazioni logistiche, le parti sono ripartite verso le rispettive capitali per consultazioni».
L’assistente presidenziale russo, Vladimir Medinskij, che guidava la delegazione russa, ha detto che il prossimo round di colloqui si svolgerà in prossimità della frontiera polacco-bielorussa.
Il presidente del Comitato affari internazionali della Duma, Leonid Slutskij, membro della delegazione russa, ha dichiarato che il principale aspetto dei colloqui di ieri è stato che le parti si sono reciprocamente ascoltate, che la delegazione ucraina si è mostrata disponibile ad ascoltare i rappresentanti russi e a prendere parte attiva alla discussione: «un qualche progresso può essere raggiunto nei prossimi giorni».
Mentre continuano e si intensificano le smanie belliciste dei paesi UE, come incoraggiati dalla relativa circospezione USA a presentarsi come i veri protagonisti della contesa mondiale ((in ogni caso, già da alcuni mesi, Joe Biden aveva detto che non avrebbe inviato soldati Usa a combattere in Ucraina), la giornata del 28 febbraio è stata caratterizzata ancora dalla lenta ma continua avanzata dei reparti russi rispetto alle infrastrutture militari ucraine.
Secondo fonti russe, anche le milizie delle Repubbliche Popolari sono avanzate di alcuni chilometri, liberando diversi centri del Donbass, ancora in mano a Kiev.
Il leader ceceno Ramzan Kadyrov ha annunciato che reparti della Guardia nazionale cecena operativa nel contingente russo, hanno conquistato senza perdite un obiettivo (la Tass non specifica quale) in mano alla Guardia nazionale ucraina.
Purtroppo, anche ieri si sono registrate perdite tra la popolazione civile del Donbass: a Gorlovka, dove nei giorni scorsi due insegnanti erano rimaste uccise sotto le macerie di una scuola colpita dalle forze ucraine, ieri sono morte altre quattro persone e dieci sono rimaste ferite, all’interno di un convitto bersagliato dalle truppe di Kiev.
Non di poco conto anche la dichiarazione del Ministro della difesa russo, Sergej Šojgu, secondo cui è stato completato l’assetto di combattimento accresciuto della cosiddetta “triade nucleare” russa che, in base all’attuale composizione, comprende forze strategiche missilistiche, navali ed aeree.
Nel frattempo, Mosca ha limitato i voli delle compagnie aeree di 36 paesi, tra cui Germania, Spagna, Italia, Francia; l’Aeroflot ha annullato i voli per USA, Messico e Rep. Domenicana a partire dal 2 marzo. In serata, poi, l’annuncio di Rosaviatsija, sulle misure di risposta russe, che prevedono la chiusura dello spazio aereo russo ai velivoli di 36 paesi.
Intanto a Mosca, Vladimir Putin ha firmato il decreto per speciali misure economiche contro gli USA e i loro alleati; in particolare, si parla di controllo sulla vendita di proventi in valuta da parte degli esportatori e di divieto al credito in valuta a non residenti.
A smentire diverse voci dei media occidentali, a proposito di presunte deficienze tra i reparti russi che stanno operando in Ucraina, la Tass scrive che il Ministero della difesa russo ha dichiarato che alle operazioni prendono parte solamente ufficiali e militari professionisti, escludendo quindi la partecipazione di militari di leva.
Ancora la Tass enumera i nomi di personaggi altolocati russi (in gran parte ai primi posti delle annuali classifiche Forbes) che sono inclusi nella cosiddetta “lista nera” UE; tra questi, Sečin, Tokarev, Usmanov, Aven, Fridman, Krasovskij, Prilepin, Skabeeva, Mordašov, Timčenko. Sanzioni sarebbero state emesse anche contro il portavoce presidenziale Dmitri Peskov.
In una dichiarazione del Ministero degli esteri russo è detto che la decisione UE di iniziare a rifornire Kiev di armamento letale rappresenta un autosmascheramento di Bruxelles.
Decidendo la fornitura di armamento letale, si afferma nella dichiarazione russa, l’Unione Europea si è messa definitivamente dalla parte del regime di Kiev, che ha scatenato una politica di genocidio contro una parte della propria popolazione. Coloro che sono coinvolti in tali forniture alle forze armate ucraine, porteranno la responsabilità delle conseguenze di queste azioni.
Per quando riguarda l’economia russa, l’Unione Europea non riuscirà a rovinarla e anzi le sue mosse non rimarranno senza dura risposta. La Russia, è detto nella dichiarazione del Ministero degli esteri, continuerà anche in futuro a realizzare i propri interessi nazionali, senza curarsi delle sanzioni e delle minacce dell’Occidente.
Il Primo ministro Mikhail Mišustin ha dichiarato che le sanzioni occidentali non giungono inattese, così che il piano per attutirne gli effetti era stato messo a punto da tempo.
Da notare come negli ultimi giorni si siano intensificati gli attacchi elettronici a vari istituti russi. Il quotidiano economico Kommersant rileva che il volume di attacchi hacker a società russe, agenzie governative, banche e mezzi di comunicazione, tra il 24 e il 28 febbraio è stato di almeno tre volte superiore al numero di attacchi verificatisi nel febbraio dello scorso anno. La capacità di alcuni attacchi ha superato i 750 Gbps.
Ultime notizie:
dalla Tass
In una dichiarazione video, il presidente ucraino Vladimir Zelenskij ha affermato che, nei colloqui con Mosca, Kiev non ha ancora ottenuto il risultato sperato e le autorità ucraine decideranno sul passaggio al secondo round di negoziati dopo il rientro della delegazione e l’analisi del processo negoziale.
«La Russia ha esposto le proprie posizioni», ha detto Zelenskij; «da parte nostra si è risposto con altri punti, per porre fine alla guerra. Alcuni segnali li abbiamo ricevuti. Quando la delegazione rientrerà a Kiev, analizzeremo ciò che abbiamo ascoltato e decideremo come procedere al secondo round di negoziati». Nel video, Zelenskij si è rivolto nuovamente ai paesi occidentali, perché introducano severe sanzioni contro Mosca.
da RT
La UE condurrà una guerra economica e finanziaria totale contro la Russia, ha dichiarato il Ministro delle finanze francese Bruno Le Maire. Contro l’istituto di stato “Sberbank”, la più grande banca generale di Russia e dell’Europa dell’est, la Gran Bretagna ha introdotto sanzioni che prevedono il divieto di conti di corrispondenza e operazioni di compensazione in sterline.
E, a proposito di Gran Bretagna, in un ampio e documentato servizio la russa RT scrive che, nel corso di quattro anni, Londra ha speso oltre 60 milioni di sterline nell’addestramento di militari ucraini. Questo è quanto riportato in documenti della UK Intelligence Community Foundation
da Gazeta.ru
Nelle Repubbliche popolari del Donbass, anche oggi Gorlovka continua a essere bersagliata; le artiglierie ucraine martellano i villaggi di Bajrak e Russkij Kraj. Il QG della difesa territoriale della DNR informa della liberazione di 29 villaggi, finora sotto controllo ucraino.
Nella serata di ieri, l’ufficio di rappresentanza della Repubblica popolare di Donetsk presso il Centro congiunto per il controllo e il coordinamento, aveva riferito che tutti i 43 veicoli della Missione di monitoraggio OSCE stavano lasciando il territorio della repubblica.
Oggi, scrive la Tass, sempre dalla DNR affermano che bande neonaziste, nell’area di Kramatorsk, si sarebbero impossessate di una ventina di quelle auto: ignota la sorte dei funzionari OSCE. Supponiamo, ha detto il portavoce delle milizie della DNR, Eduard Basurin, che «servendosi di quelle auto, essi intendano organizzare qualche provocazione».
Basurin ha anche detto che nella giornata di oggi Mariupol sarà completamente accerchiata; milizie popolari e reparti russi organizzeranno due corridoi umanitari per consentire ai civili di lasciare la città entro il 2 marzo, lungo i percorsi Mariupol-Manguš e Mariupol-Bezymennoe.
Il leader della DNR, Denis Pušilin, ha dichiarato che il ritmo delle operazioni militari in Donbass è «in anticipo sui tempi» previsti, mentre i militari ucraini che hanno deposto le armi «a oggi si contano a centinaia».
Al di fuori del teatro di azioni belliche propriamente detto, alcuni giorni fa le agenzie avevano dato notizia della decisione turca di chiudere lo stretto dei Dardanelli alle navi russe e ucraine, in base all’art. 19 della Convenzione di Montreux, secondo cui, durante un conflitto, se la Turchia non è paese belligerante, le navi da guerra dei belligeranti non possono passare attraverso lo stretto.
La Bielorussia avrebbe messo in assetto di guerra i propri sistemi di difesa contraerea; ma «l’esercito bielorusso non ha preso e non prenderà parte ad alcuna azione di guerra e possiamo dimostrarlo a chiunque», ha dichiarato il presidente Aleksandr Lukašenko.
Fonte
Al termine dei colloqui, le parti si sono accordate per riunirsi di nuovo a distanza di pochi giorni.
Secondo Gazeta.ru, il consigliere presidenziale ucraino Mikhail Podoljak avrebbe dichiarato che «le parti hanno fissato una serie di temi prioritari, su cui sono state delineate determinate decisioni. Affinché queste decisioni abbiano una qualche possibilità di essere implementate su deliberazioni logistiche, le parti sono ripartite verso le rispettive capitali per consultazioni».
L’assistente presidenziale russo, Vladimir Medinskij, che guidava la delegazione russa, ha detto che il prossimo round di colloqui si svolgerà in prossimità della frontiera polacco-bielorussa.
Il presidente del Comitato affari internazionali della Duma, Leonid Slutskij, membro della delegazione russa, ha dichiarato che il principale aspetto dei colloqui di ieri è stato che le parti si sono reciprocamente ascoltate, che la delegazione ucraina si è mostrata disponibile ad ascoltare i rappresentanti russi e a prendere parte attiva alla discussione: «un qualche progresso può essere raggiunto nei prossimi giorni».
Mentre continuano e si intensificano le smanie belliciste dei paesi UE, come incoraggiati dalla relativa circospezione USA a presentarsi come i veri protagonisti della contesa mondiale ((in ogni caso, già da alcuni mesi, Joe Biden aveva detto che non avrebbe inviato soldati Usa a combattere in Ucraina), la giornata del 28 febbraio è stata caratterizzata ancora dalla lenta ma continua avanzata dei reparti russi rispetto alle infrastrutture militari ucraine.
Secondo fonti russe, anche le milizie delle Repubbliche Popolari sono avanzate di alcuni chilometri, liberando diversi centri del Donbass, ancora in mano a Kiev.
Il leader ceceno Ramzan Kadyrov ha annunciato che reparti della Guardia nazionale cecena operativa nel contingente russo, hanno conquistato senza perdite un obiettivo (la Tass non specifica quale) in mano alla Guardia nazionale ucraina.
Purtroppo, anche ieri si sono registrate perdite tra la popolazione civile del Donbass: a Gorlovka, dove nei giorni scorsi due insegnanti erano rimaste uccise sotto le macerie di una scuola colpita dalle forze ucraine, ieri sono morte altre quattro persone e dieci sono rimaste ferite, all’interno di un convitto bersagliato dalle truppe di Kiev.
Non di poco conto anche la dichiarazione del Ministro della difesa russo, Sergej Šojgu, secondo cui è stato completato l’assetto di combattimento accresciuto della cosiddetta “triade nucleare” russa che, in base all’attuale composizione, comprende forze strategiche missilistiche, navali ed aeree.
Nel frattempo, Mosca ha limitato i voli delle compagnie aeree di 36 paesi, tra cui Germania, Spagna, Italia, Francia; l’Aeroflot ha annullato i voli per USA, Messico e Rep. Domenicana a partire dal 2 marzo. In serata, poi, l’annuncio di Rosaviatsija, sulle misure di risposta russe, che prevedono la chiusura dello spazio aereo russo ai velivoli di 36 paesi.
Intanto a Mosca, Vladimir Putin ha firmato il decreto per speciali misure economiche contro gli USA e i loro alleati; in particolare, si parla di controllo sulla vendita di proventi in valuta da parte degli esportatori e di divieto al credito in valuta a non residenti.
A smentire diverse voci dei media occidentali, a proposito di presunte deficienze tra i reparti russi che stanno operando in Ucraina, la Tass scrive che il Ministero della difesa russo ha dichiarato che alle operazioni prendono parte solamente ufficiali e militari professionisti, escludendo quindi la partecipazione di militari di leva.
Ancora la Tass enumera i nomi di personaggi altolocati russi (in gran parte ai primi posti delle annuali classifiche Forbes) che sono inclusi nella cosiddetta “lista nera” UE; tra questi, Sečin, Tokarev, Usmanov, Aven, Fridman, Krasovskij, Prilepin, Skabeeva, Mordašov, Timčenko. Sanzioni sarebbero state emesse anche contro il portavoce presidenziale Dmitri Peskov.
In una dichiarazione del Ministero degli esteri russo è detto che la decisione UE di iniziare a rifornire Kiev di armamento letale rappresenta un autosmascheramento di Bruxelles.
Decidendo la fornitura di armamento letale, si afferma nella dichiarazione russa, l’Unione Europea si è messa definitivamente dalla parte del regime di Kiev, che ha scatenato una politica di genocidio contro una parte della propria popolazione. Coloro che sono coinvolti in tali forniture alle forze armate ucraine, porteranno la responsabilità delle conseguenze di queste azioni.
Per quando riguarda l’economia russa, l’Unione Europea non riuscirà a rovinarla e anzi le sue mosse non rimarranno senza dura risposta. La Russia, è detto nella dichiarazione del Ministero degli esteri, continuerà anche in futuro a realizzare i propri interessi nazionali, senza curarsi delle sanzioni e delle minacce dell’Occidente.
Il Primo ministro Mikhail Mišustin ha dichiarato che le sanzioni occidentali non giungono inattese, così che il piano per attutirne gli effetti era stato messo a punto da tempo.
Da notare come negli ultimi giorni si siano intensificati gli attacchi elettronici a vari istituti russi. Il quotidiano economico Kommersant rileva che il volume di attacchi hacker a società russe, agenzie governative, banche e mezzi di comunicazione, tra il 24 e il 28 febbraio è stato di almeno tre volte superiore al numero di attacchi verificatisi nel febbraio dello scorso anno. La capacità di alcuni attacchi ha superato i 750 Gbps.
Ultime notizie:
dalla Tass
In una dichiarazione video, il presidente ucraino Vladimir Zelenskij ha affermato che, nei colloqui con Mosca, Kiev non ha ancora ottenuto il risultato sperato e le autorità ucraine decideranno sul passaggio al secondo round di negoziati dopo il rientro della delegazione e l’analisi del processo negoziale.
«La Russia ha esposto le proprie posizioni», ha detto Zelenskij; «da parte nostra si è risposto con altri punti, per porre fine alla guerra. Alcuni segnali li abbiamo ricevuti. Quando la delegazione rientrerà a Kiev, analizzeremo ciò che abbiamo ascoltato e decideremo come procedere al secondo round di negoziati». Nel video, Zelenskij si è rivolto nuovamente ai paesi occidentali, perché introducano severe sanzioni contro Mosca.
da RT
La UE condurrà una guerra economica e finanziaria totale contro la Russia, ha dichiarato il Ministro delle finanze francese Bruno Le Maire. Contro l’istituto di stato “Sberbank”, la più grande banca generale di Russia e dell’Europa dell’est, la Gran Bretagna ha introdotto sanzioni che prevedono il divieto di conti di corrispondenza e operazioni di compensazione in sterline.
E, a proposito di Gran Bretagna, in un ampio e documentato servizio la russa RT scrive che, nel corso di quattro anni, Londra ha speso oltre 60 milioni di sterline nell’addestramento di militari ucraini. Questo è quanto riportato in documenti della UK Intelligence Community Foundation
da Gazeta.ru
Nelle Repubbliche popolari del Donbass, anche oggi Gorlovka continua a essere bersagliata; le artiglierie ucraine martellano i villaggi di Bajrak e Russkij Kraj. Il QG della difesa territoriale della DNR informa della liberazione di 29 villaggi, finora sotto controllo ucraino.
Nella serata di ieri, l’ufficio di rappresentanza della Repubblica popolare di Donetsk presso il Centro congiunto per il controllo e il coordinamento, aveva riferito che tutti i 43 veicoli della Missione di monitoraggio OSCE stavano lasciando il territorio della repubblica.
Oggi, scrive la Tass, sempre dalla DNR affermano che bande neonaziste, nell’area di Kramatorsk, si sarebbero impossessate di una ventina di quelle auto: ignota la sorte dei funzionari OSCE. Supponiamo, ha detto il portavoce delle milizie della DNR, Eduard Basurin, che «servendosi di quelle auto, essi intendano organizzare qualche provocazione».
Basurin ha anche detto che nella giornata di oggi Mariupol sarà completamente accerchiata; milizie popolari e reparti russi organizzeranno due corridoi umanitari per consentire ai civili di lasciare la città entro il 2 marzo, lungo i percorsi Mariupol-Manguš e Mariupol-Bezymennoe.
Il leader della DNR, Denis Pušilin, ha dichiarato che il ritmo delle operazioni militari in Donbass è «in anticipo sui tempi» previsti, mentre i militari ucraini che hanno deposto le armi «a oggi si contano a centinaia».
Al di fuori del teatro di azioni belliche propriamente detto, alcuni giorni fa le agenzie avevano dato notizia della decisione turca di chiudere lo stretto dei Dardanelli alle navi russe e ucraine, in base all’art. 19 della Convenzione di Montreux, secondo cui, durante un conflitto, se la Turchia non è paese belligerante, le navi da guerra dei belligeranti non possono passare attraverso lo stretto.
La Bielorussia avrebbe messo in assetto di guerra i propri sistemi di difesa contraerea; ma «l’esercito bielorusso non ha preso e non prenderà parte ad alcuna azione di guerra e possiamo dimostrarlo a chiunque», ha dichiarato il presidente Aleksandr Lukašenko.
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