Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

30/12/2020

“Chi non fa inchiesta non ha diritto di parola”

Il ragionamento che segue non fa una piega, ma necessità di una specifica, un "ma grande come una casa" come verbalmente si sente dire spesso.

Per farla breve, se oggi i cazzari tuttologi abbondano è anche (forse soprattutto?) merito di due situazioni concomitanti nel tempo:

1) l'istruzione ha impoverito a tal punto il livello di conoscenze veicolate in ogni specifica disciplina per cui, oggi, è già un miracolo trovare qualcuno che sia abile su questioni meramente meccaniche (sia a livello di prassi mentale, sia manuale);

2) negli ultimi 30 anni i "competenti" si sono dimostrati troppo spesso contraddittori e in definitiva discutibili rispetto alle proprio posizioni: dagli oncologi che sponsorizzavano le centrali nucleari agli economisti che ancora cianciano di austerità espansiva, la lista sarebbe sterminata.

Queste "derive" sono emanazione diretta del modo di produzione capitalista? Sì, ma vanno esplicitate e discusse, altrimenti si finisce per assumere una posizione da luminare rinchiuso nella propria torre d'avorio che incentiva la proliferazione dei cazzari tuttologi digitali.

*****

Succede ogni giorno, e ogni volta l’orrore allarga la sua presa su questa parte di mondo ormai incapace di capire. Dunque anche di reagire.

L’intervento che vi presentiamo – un post di un’avvocatessa su Facebook – avrebbe potuto essere scritto da un qualsiasi altro esperto di qualsiasi campo. Pone un problema che sta trasformando le relazioni sociali in una sola, gigantesca, palude di sabbie mobili entro cui tutto viene inghiottito.

Senza speranza di uscirne più.

Puoi aver studiato una materia o un problema per anni, averne fatto la tua professione o mestiere (da cui ricavi di che vivere, bene o male), conoscerne le pieghe e le trappole. Ma immancabile, maledetto come gli acari sulle piantine di fiori, arriva l’idiota che ritiene di poter dire su quella materia qualsiasi cosa, con pari diritto di parola.

Millenni o secoli di conoscenza dettagliata, articolata, persino suddivisa in sottodiscipline per meglio approfondire aspetti che hanno assunto dimensioni troppo ampie per un cervello solo, spariscono al cospetto di quell’idiota che spara sentenze che iniziano immancabilmente con un “secondo me...”.

Manteniamo l’esempio dell’avvocatessa. Si sa – si dovrebbe sapere – che il diritto (la legge, i codici, ecc.) è un campo sterminato. Che richiede specializzazione. Un processo penale è parecchio diverso da uno civile. Un divorzio richiede “competenze” diverse da un incidente stradale, e molto distanti da un fallimento societario.

Un avvocato serio, cui si possa affidare la propria speranza di vedersi riconosciuto un diritto, dovrà per forza essersi specializzato in quel ramo che corrisponde al tuo bisogno. Un ramo come un fiume pieno di curve, precedenti, rovesciamenti, trappole. In cui è facile smarrirsi anche per il conducente più esperto.

Ma per l’idiota, col suo sorrisetto furbino, non c’è niente da sapere. “Secondo me...”

E viene da pensare che fino a non molti anni fa quello stesso idiota avrebbe messo bocca, con l’identica supponenza, soltanto in due campi: il calcio, ovviamente, da sempre palcoscenico privilegiato per personalità represse. Dove ognuno si sente in grado di fare l’allenatore (quasi mai il calciatore, perché sarebbe troppo facile chiedergli una dimostrazione pratica delle sue presunte abilità).

E poi la politica. Che è il luogo cui effettivamente chiunque deve poter accedere – la democrazia e il socialismo stimolano la partecipazione più larga possibile – ma in cui, altrettanto implacabilmente, “bisogna far gavetta”, imparare, fare esperienza, ascoltare, metabolizzare e poi – eventualmente – aprire bocca.

Non stiamo parlando dell’atto del votare, che è diritto individuale e non può essere condizionato dal grado delle conoscenze possedute.

Stiamo parlando dell’”intervenire”, interdire, tramare, cercare di formare maggioranza, frazioni, correnti, gruppetti. Dell’immaginare e indicare “soluzioni” a problemi di cui si ignorano persino i fondamentali. Che so: il bilancio dello Stato, la politica fiscale, i rapporti internazionali, quelli con l’Unione Europea, la gestione della pandemia, la riforma della scuola o dell’università, la struttura della pubblica amministrazione...

Un bla bla senza costrutto sdoganato, “a sinistra”, dalla follia nota come “ognuno dice la sua”. Specie se non hai niente di utile da dire...

Sappiamo bene che il potere e Confindustria hanno reso inutilizzabile la parola “competenza” (da loro svuotata a semplice “formazione professionale su una singola cosa”), ma tutto questo ciacolare a vuoto su ogni argomento fa tornare in mente quella massima di Mao che, a questo punto, diventa un faro di saggezza:

“Chi non ha fatto inchiesta – ossia non ha studiato il problema – non ha diritto di parola”.

*****

Facciamo un esempio pratico, magari funziona.

Un giorno avete un problema con la legge, e venite da me.

Facciamo finta che vi abbiano fermati ubriachi, il caso più semplice e diffuso.

Entrate nel mio studio, vi sedete.

Vi guardate intorno.

Libri, codici, fogli appesi al muro in cornice.

Da una parte la laurea, dall’altra la pergamena dell’iscrizione all’albo degli avvocati.

Per prendere la laurea ci ho messo un po’ più del previsto perché facevo anche dei lavoretti.

Per diventare avvocato ho toppato una volta lo scritto, e ho dovuto rifarlo un anno dopo.

Poi mi sono chiusa, letteralmente, in casa quattro mesi per superare l’orale.

Una specie di lockdown dove però si studiava dalle 8 alle 9 ore al giorno, festivi inclusi.

In totale quindi ci è voluto un bel po’ di tempo e di pazienza.

Insomma vi sedete sulla sedia di fronte a me, mi spiegate tutta la vicenda.

Alla fine del resoconto generalmente un avvocato vi spiega quali sono le vostri possibili sorti processuali, e come ci si può muovere.

Avete un problema e l’avvocato è lì per risolverlo, in qualche modo.

Ha studiato per questo.

Se avesse voluto darvi un taglio di capelli più gradevole avrebbe fatto la scuola per parrucchieri.

Invece no, ha studiato giurisprudenza.

Era indubbiamente più redditizio il parrucchiere ma ormai è andata così.

Mettiamo però a questo punto che voi siate particolarmente consci delle vostre capacità nascoste e non accettiate i miei pareri.

Mettiamo che a un certo punto mi contestiate che non si fa così, che avete visto una puntata di “Un giorno in pretura” dove un caso simile al vostro finiva in modo diverso.

Tesi, la vostra, confermata anche da un post dell’avvocato Billo Birillo sulla pagina facebook “l’avvocato per tutti”.

Mettiamo che io sia una persona particolarmente paziente (no, è un’ipotesi non illudetevi) e vi lasci raccontare tutta la vostra fantasiosa autodifesa.

Per fortuna nel processo penale non ci si può difendere da soli, altrimenti il dramma del sovraffollamento carcerario sarebbe immenso ed irreparabile. Un buon 85% della popolazione italiana starebbe dentro, e dal carcere hai voglia a dire “ma lo ha detto Santi Licheri a Forum”.

Cercherei di farvi capire questo, insomma.

Che se ho studiato per fare una cosa sono deputata a farla e quello che dico certo non è legge ma è il parere professionale di una persona che ha delle competenze in una certa materia.

Se io chiamo il tecnico della caldaia per la revisione gli faccio fare la revisione della caldaia, non me la faccio da sola solo perché sono appassionata di caldaie e seguo la pagina “caldaie di tutto il mondo” (che sembra una pagina hot ma giuro che non ero maliziosa).

Questo per dirvi cosa.

Che se nel 2020, nella parte del mondo in cui viviamo, molte malattie sono state debellate o grandemente arginate lo dobbiamo a persone che hanno studiato quella materia e che hanno trovato e prodotto un rimedio. Vaccino o medicina che sia.

Non lo dobbiamo a Gino il parrucchiere che un bel giorno è stato assunto alla Pfizer.

Con tutto il rispetto per i parrucchieri.

Perché se ho questo bel rosso acceso adesso lo devo a loro.

Se lo avessi fatto da sola adesso probabilmente sembrerei Arlecchino. O mi sarei procurata delle ustioni in testa.

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Venezuela - Sventato un tentativo di golpe organizzato a Washington

La ministra dell’Interno venezuelana, Carmen Teresa Meléndez, ha annunciato ieri durante una conferenza stampa lo smantellamento di un gruppo terrorista che stava pianificando atti violenti nel paese.

L’Operazione denominata “Boicot” era un piano organizzato dall’estrema destra venezuelana e internazionale (con base a Washington, Miami e Bogotà) per evitare l’insediamento della nuova Assemblea Nazionale, (AN), prevista per il 5 gennaio 2021.

Durante la conferenza stampa, la Ministra dell’Interno, della Giustizia e della Pace venezuelana ha fornito dettagli sul piano fallito che aveva tra i suoi organizzatori soggetti internazionali e nazionali. Il progetto aveva lo scopo di realizzare un complotto che impedisse l’insediamento dell’Assemblea Nazionale, eletta il 6 dicembre.

La Melendez ha affermato che l’attacco pianificato dall’estrema destra aveva lo scopo di destabilizzare socialmente e politicamente il paese sudamericano con azioni violente tra le quali un attentato ad un importante esponente del governo e la presa di alcune caserme dell’esercito.

Nel suo discorso, ha indicato che il latitante Leopoldo López si è incontrato in Colombia con diversi soggetti, tra cui attivisti del Partito di destra Voluntad Popular. Ha sottolineato inoltre che il lavoro di intelligence e controspionaggio ha permesso l’arresto di Ronald Enrique Rivero Flores alias “Fido Dido” “El Flaco” il 24 dicembre.

“Fido Dido” ha confessato di aver tenuto quell’incontro a Riohacha in Colombia il 21 dicembre assieme ad un gruppo di venezuelani e colombiani.

Grazie all’intelligence e al controspionaggio delle agenzie di sicurezza è stato inoltre catturato l’ex funzionario in pensione, Rigoberto Moreno Carmona.

Alcune ore prima della conferenza stampa della ministra il presidente del Venezuela Nicolas Maduro, in occasione di una cerimonia con le Forze Armate, aveva denunciato la realizzazione di attentati nel paese agli inizi del prossimo anno da parte di mercenari provenienti dalla Colombia e finanziati direttamente dal Presidente Ivan Duque.

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Argentina - L’aborto è diventato finalmente legale

In Argentina la legge sull’interruzione volontaria della gravidanza è stata finalmente approvata con 38 voti favorevoli, 29 contrari e 1 astensione.

La legge è stata approvata in una storica seduta dove l’iniziativa promossa dal governo e richiesta da imponenti manifestazioni d massa ha trasformato l’aborto clandestino in sicuro, legale e gratuito. La votazione si è svolta dopo un lungo dibattito seguito da migliaia di manifestanti in tutto il Paese. La marea verde che ha piegato la resistenza dal Congresso ha celebrato la sua approvazione con abbracci e grida di commozione.

La sessione al Senato era iniziata alle 16:08, con 67 senatori presenti, quando Cristina Fernández de Kirchner ha formalmente aperto la giornata dei lavori. Pochissimi di loro erano nell'emiciclo, a causa del protocollo sanitario che la Camera aveva fino a marzo per riunirsi in pandemia. In totale, 34 erano nella città di Buenos Aires per partecipare al dibattito; alcuni di loro lo hanno fatto dai propri uffici, situati all’interno del palazzo legislativo e degli annessi.

Alle 4:12 del mattino il Senato ha compiuto il passo storico: l’interruzione volontaria di gravidanza (IVE) ha ottenuto 38 voti favorevoli per diventare legge, contro i 29 contrari. La votazione ha inoltre registrato 1 astensione e 4 assenti.

“È approvato”, ha detto la presidente del Senato, Cristina Fernández de Kirchner, tra gli applausi, dopo una giornata vertiginosa, durante la quale il passare delle ore ha aumentato il divario tra coloro che hanno sostenuto il diritto delle donne di accedere all’IVE e quelli che hanno cercato di mantenere la pratica clandestina e rischiosa per le donne.

L’ampiezza del sostegno alla legge, che la Campagna per il diritto all’aborto rivendica da 15 anni, non era prevista dai calcoli più ottimistici all’inizio della sessione, ed è stata costruita nel corso delle ore, con le rivelazioni progressive dei voti di senatrici e senatori rimasti indecisi (Lucila Crexell, Oscar Castillo, Stella Olalla, Edgardo Kueider, Sergio Leavy) e che hanno finito per votare a favore del provvedimento.

Così come avvenuto venti giorni prima alla Camera dei Deputati, l’aria al Senato stava cambiando. La maggior parte dei voti positivi sono stati forniti da senatrici donne, in modo trasversale e provenienti da tutto lo spettro dei partiti.

L’Argentina diventa così il quarto Paese dell’America latina a legalizzare l’aborto. L’Uruguay ha depenalizzato l’aborto nel 2012, la Guyana nel 1995. A Cuba la pratica è legale dal 1965, mentre abortire non è reato a Città del Messico e nello stato messicano di Oaxaca.

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Finisce il 2020, “figlio legittimo” dei decenni passati

Come ogni fine dicembre, sui vari organi d’informazione abbondano i bilanci dell’anno che volge al termine.

Eravamo abituati ai mini-riassunti degli avvenimenti salienti, dei personaggi sportivi dell’anno, delle manovre politiche più rilevanti, e poi guerre (solo per i più sinceri), eroi di turno, foto segnanti, tragedie umanitarie di varia natura – il tutto come un’insalata mista senza spiegazione delle ragioni profonde che avevano portato a quegli accadimenti, che è assenza voluta del “tempo storico” dal dibattito pubblico.

Per questa fine dell’anno invece una novità si è imposta, ed è ovviamente la pandemia da Covid-19. A scanso di equivoci, il 2020 è stata un’annata sui generis, colpita da un virus maledetto che ha causato morti, sofferenze, disastri economici, incertezze, e un’occasione persa per lo “stupido di turno” di tenere la bocca chiusa su dittature sanitarie, negazionismi e riduzionismi vari.

Ciò che non è cambiato invece, almeno in “questa parte del mondo”, è l’assenza di spirito critico e di onestà intellettuale (e dunque politica) che avrebbe permesso si discernere se non le cause dirette, almeno quelle indirette che hanno permesso alla pandemia di colpire così duramente le popolazioni dei “paesi occidentali”.

Il lettore di questo giornale, oltre a perdonare la metafora da “famiglia cristiana dell’altro secolo” del titolo, è abituato alle nostre denunce sui tagli perpetrati negli ultimi decenni alla sanità, all’istruzione, alle infrastrutture e alle produzioni essenziali, alla salvaguardia del territorio, e via scorrendo.

Il ruolo di queste tendenze è stato tanto più palese quanto più era il momento di massimo bisogno, ossia quando sarebbero stati necessari avere a disposizione presidi sanitari territoriali, medici, mascherine, ventilatori, un dibattito pubblico serio che orientasse la popolazione e una classe politico-imprenditoriale decente che avesse servito, con le rispettive scelte, la vita e non il profitto.

Ma tutto ciò non c’è stato nel 2020, non c’era nel 2019 e con molte probabilità non ci sarà nel 2021, se non in una forma ancora inadeguata a cambiare la storia di questo paese.

Scorza e Porcari nei giorni scorso hanno già fornito alcune indicazioni di merito, su stato delle imprese, inquinamento, tassazione ecc., qui allora vogliamo aggiungere solo un dato al quadro generale, che è quello dei redditi individuali dei contribuenti dichiarati al dicembre del 2019.

Un tempo, come dire, insospettabile per un’eventuale accusa di orientamento premeditato nei confronti dell’operato della classe dominante italiana dell’ultimo anno, i cui frutti sono già l’aumento del livello di povertà e un grosso punto di domanda sulle capacità di ripartenza del nostro tessuto produttivo.

Lo facciamo per le 5 regioni dove nei prossimi mesi 13 milioni di residenti andranno al voto per eleggere i sindaci dei rispettivi capoluoghi di regione, e dove quindi la “cagnara politica e mediatica” sarà più forte nello “scarica barile” rispetto al disagio (disastro?) sociale, già attuale.

Le regioni sono ovviamente Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna, Lazio e Campania, per un totale di 20.967.690 contribuenti, la metà dell’intero territorio nazionale.

Dal grafico di seguito emerge subito come la gran parte dei contribuenti risieda in una soglia che oscilla tra la povertà e la sopravvivenza più o meno decente, dove il futuro non è programmabile, le spese impreviste possono essere un problema, l’istruzione per gli eventuali figli un carico duro da sostenere, di sanità privata meglio non parlarne proprio...


Il 40% infatti, 8.487.691 di persone, dichiara un reddito inferiore a 15.000€ annui, la maggior parte di loro non arriva a 7.500€ (22% per totale, il 55% della fascia 0-15mila), mentre il grosso della popolazione (16.074.981 di contribuenti, il 76,6%) non supera i 29.000€ annui di reddito dichiarato.

È interessante notare che di questi quasi 21 milioni, il 54,5% pari a 11.425.871 sono lavoratori dipendenti, mentre il 34,3%, ossia 7.200.061, sono invece pensionati, per un totale di 18.625.932 persone. Tra i lavoratori, 652.194 dichiarano un reddito annuo superiore ai 55.000€, tra i pensionati sono invece 350.587, per un totale di 1.002.781 contribuenti (4,7% della popolazione selezionata).

Ciò significa che tra lavoratori e pensionati, 17.623.151€ guadagnano meno di 55.000€ all’anno, e 13.965.473 fino a 29.000€, di cui 3.093.133 non superano i 7.500€ annui di reddito.

I redditi da capitale invece sono dichiarati da 80.075 contribuenti, di cui il 50%, pari a 40.012 teste, si attesta nella soglia superiore ai 55.000€.

Si potrebbe andare avanti con ulteriori disaggregazioni e dettagli, ma crediamo che il senso sia già abbastanza chiaro da queste breve serie di numeri incasellati fin qui (che non sono diversi per il resto delle regioni).

In breve, prima della pandemia, le diseguaglianze in termini di ricchezza individuale erano già molto profonde, e questo è dovuto in maniera preponderante alla stagnazione salariale più-che-decennale e al parallelo quanto aggravante taglio dello stato sociale (o salario sociale di classe), il quale “appesantisce” la poca liquidità a disposizione della popolazione – se guadagno poco e il manuale universitario costa 40€ è diverso dal se guadagno poco ma il libro è gratuito.

Su questo, chi non vede il ruolo giocato dall’austerità imposta dall’Unione europea o è ignorante (e si può rimediare) o è in malafede (più problematico), tanto più ora che il ricatto del debito pubblico è passato oltreoceano dall’essere considerato il “male del mondo” a “condizione necessaria per il sostegno all’economia” (vedi il secondo articolo consigliato alla fine del presente articolo).

Insomma, questo 2020 sta lentamente passando, ma le storture di una società fondata sulle diseguaglianze non saranno curate col vaccino per il Covid-19.

Per queste, oltre alla lotta di classe, non conosciamo altre “cure”.

Leggi anche:

Perché la “Billionaire Tax” è meglio della patrimoniale

“Contrordine, neoliberisti! Abbiamo perso la guerra...”

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Russia - Strage di lavoratori del mare

La notizia, chi l’ha data, l’ha presentata come l’ennesimo tragico incidente; una disgrazia costata la vita a 17 lavoratori; una sciagura dovuta alla fatalità, alla natura, alle circostanze; uno sfortunato concatenarsi di circostanze.

La mattina del 28 dicembre, nelle acque in burrasca del mar di Barents, nel bacino dell’arcipelago di Novaja Zemlja il peschereccio “Onega”, appartenente al “kolkhoz” (il nome “kolkhoz” è virgolettato e va detto il perché: più avanti) di ittiocoltura “Kalinin”, si è rovesciato e i 19 membri dell’equipaggio sono finiti in acqua.

Il vascello “Vojkovo”, accorso per primo al segnale di soccorso, ha potuto raccogliere solo due sopravvissuti: forse, gli unici che avevano avuto il tempo di indossare i giubbetti di salvataggio e, soprattutto, le mute speciali per quelle temperature; un terzo, sembra, già privo di vita, all’ultimo momento sarebbe stato inghiottito dalle onde alte quattro metri.

Per il resto dei pescatori, le condizioni del mare, la temperatura dell’acqua (il mar di Barents, grazie alla Corrente del golfo, non gela, ma può scendere fino a +4°) e soprattutto quella dell’aria (-20°), fin da subito non hanno lasciato speranze.

Dunque: una sciagura; una tragedia del mare. Certo; ma, soprattutto, l’ennesima tragedia di lavoro. Certamente, come sottolineano gli esperti, la temperatura dell’aria, che faceva immediatamente congelare le bordate d’acqua attorno allo scafo, al sartiame, allo strascico coi palamiti, aveva fatto perdere di stabilità al peschereccio.

Certamente, il sopraggiungere di un’onda più alta, mentre i pescatori stavano riavvolgendo lo strascico congelato, aveva portato al ribaltamento del vascello. Certamente, i marinai non riuscivano a eliminare il ghiaccio dallo scafo, con palanchini e piccozze, che quello tornava a formarsi di nuovo.

Poi, una prima grossa onda faceva sbandare il vascello, tanto che il comandante aveva già lanciato l’SOS. Evidentemente, una seconda onda, ancora più alta, è stata fatale. Certamente, tutto questo; e così: la “fatalità”, la “disgrazia”.

Solo che, la “fatalità” non spiega come mai quei 19 lavoratori avessero dovuto uscire ugualmente, pur con il mare in condizioni proibitive. La “fatalità” non spiega come mai un kolkhoz (formalmente, una sorta di cooperativa; un termine che rimanda immediatamente all’epoca sovietica e alla collettivizzazione delle campagne, con l’eliminazione della proprietà privata dei terreni in mano ai kulaki) sia praticamente “proprietà privata” – se non di nome, quantomeno di fatto – di un singolo “imprenditore”.

Le “tragiche circostanze” non spiegano come mai quei 19 pescatori dovessero affrontare il mare anche quel giorno, pena il rimanere senza salario, dato che quest’ultimo, come ricordano ora alcuni loro familiari, dipendeva dal pescato.

La “sventura”, il “destino”, non spiegano come mai un vascello di oltre quarant’anni (nemmeno in buone condizioni: sempre a detta di altri familiari) dovesse affrontare il mare, anche in condizioni meteo pessime...

La moglie di uno dei pescatori inghiottiti dal mare, ha raccontato di aver parlato col marito la sera del 27 dicembre, e questi le aveva detto delle cattive condizioni del peschereccio e di come tutte le strutture esterne fossero congelate, anche con il vascello in banchina.

I morti sul lavoro; le “disgrazie” sul lavoro non sono mai una “fatalità”.

Ora, il Dipartimento investigativo di Arkhangelsk per i trasporti ha avviato un procedimento penale, ipotizzando un reato previsto dall’art. 263 del CP (“violazione delle norme di sicurezza di traffico e funzionamento del trasporto ferroviario, aereo, marittimo, delle acque interne e della metropolitana, che comportino, per negligenza, la morte di due o più persone”) che prevede fino a 7 anni di reclusione. Chissà se qualcuno verrà chiamato a rispondere per la morte dei 17 pescatori.

Il Partito comunista unito (OKP) di Russia ricorda che a capo del “kolkhoz” – formalmente, armatore del “Onega” – c’è tale Andrej Zaika, che è anche presidente dell’Unione dei kolkhozi ittici della regione di Arkhangelsk.

Dunque, scrive il OKP, Zaika, “come s’addice a un rappresentante della borghesia russa in occasione delle ferie di Capodanno, era in vacanza all’estero con la famiglia. Il signor Zaika è stato costretto a interrompere le ferie e rientrare a Murmansk. Ma il presidente del kolkhoz torna in patria senza paura: nella Russia borghese non è minacciato da alcuna responsabilità per la morte di lavoratori”; tanto più che ha in tasca “la tessera del partito governativo Russia Unita”.

Ora, a scanso di accuse di “parzialità”, ricordiamo che anche a capo di un’altra di tali aziende dal nome formalmente sovietico, il sovkhoz moscovita “Lenin”, c’è un altro biznessmen della nuova Russia post-sovietica, l’ex candidato alle elezioni presidenziali per il KPRF, Pavel Grudinin.

Il sovkhoz “Lenin”, tanto per dire, a dispetto del nome, non sarebbe altro che una grossa società per azioni dell’agrobusiness, il cui capitale sarebbe in mano a una quarantina di azionisti, con poco meno del 50% controllato da Grudinin e figlio.

Dunque, nella Russia post-sovietica, kolkhoz o sovkhoz non sono che nomi apparentemente diversi per lo stesso obiettivo: il capitale; per qualcuno di quei nuovi biznessmeny post-sovietici: più volgarmente, per far soldi. E le tragedie provocate dalle tempeste del mar di Barents, che trasformano pescherecci in “fosse comuni” di lavoratori, non sono affatto delle “fatalità” della natura: sono il prodotto “naturale” di un sistema che, a ogni latitudine, allorché imperversa, costringe i lavoratori a rischiare la vita per riscuotere il salario.

Anche nella Russia capitalistica dei kolkhozy e sovkhozy post-sovietici.

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L’Italia ha consegnato una nave militare all’Egitto. Già svanita indignazione per Regeni


Hanno atteso il clima distratto della vigilia di Natale, hanno lasciato scemare l’indignazione per il brutale omicidio di Regeni ma infine lo scorso 23 dicembre la Fincantieri ha consegnato la fregata militare multiruolo classe Fremm agli ufficiali della Marina Militare dell’Egitto. La cerimonia presso i cantieri del Muggiano a La Spezia non è stata pubblicizzata, come avviene di solito e con tanto di fanfare. L’imbarazzo deve essere stato pesante ma, come vediamo, superato con estremo cinismo.

Da quanto risulta nessun rappresentante del governo ha partecipato alla cerimonia, né pare rintracciabile alcun comunicato ufficiale da parte dei vari Ministeri in qualche modo coinvolti (Ministero della Difesa, degli Affari Esteri e dello Sviluppo Economico) o sul sito della Fincantieri.

La fregata multiruolo Fremm Spartaco Schergat, verrà ora ribattezzata dai militari egiziani “al-Galala”. Ma è solo la prima di due navi militari vendute all’Egitto. C’è infatti anche la fregata Emilio Bianchi.

Le due navi originariamente erano destinate (e quasi prossime alla consegna) alla Marina Militare italiana, ma poi sono state invece vedute all’Egitto senza alcuna comunicazione ufficiale al Parlamento, che negli anni scorsi aveva approvato lo stanziamento dei fondi per la loro produzione e fornitura alla Marina Militare nell’ambito del programma pluriennale di co-produzione con la Francia gestito dal consorzio internazionale OCCAR.

La Rete italiana Pace e Disarmo rammenta che lo scorso 16 dicembre il Parlamento Europeo ha approvato una specifica Risoluzione che denuncia l’aumento delle esecuzioni in Egitto, il ricorso alla pena capitale e le sistematiche violazioni alle libertà di espressione e dei diritti di difesa. Nella risoluzione, si esortano gli Stati membri dell’Unione Europea a sospendere la vendita di armi all’Egitto chiedendo “una revisione profonda e completa delle relazioni dell’Ue con l’Egitto”, ivi compresa la possibilità di misure restrittive nei confronti di alti dirigenti responsabili di violazioni dei diritti umani.

Eppure risulta che l’Italia si appresta a vendere alle forze armate egiziane altre quattro fregate, 20 pattugliatori, unitamente a 24 caccia multiruolo Eurofighter e 20 aerei addestratori M346 ed altro materiale militare del valore tra i 9 e gli 11 miliardi di euro.

È amaro constatare come l’indignazione non costi niente, così come poco o nulla valgono le vite sottoposte o uccise dalla brutalità di alcuni regimi piuttosto che di altri. Quando c’è di mezzo il business e soprattutto quello degli armamenti cala una coltre di silenzio e consenso bipartisan che mette i brividi, anzi mette rabbia.

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Per Ichino ogni motivo è buono per licenziare i lavoratori

Il vaccino che non c’è, è la nuova arma di Ichino & Co. contro i dipendenti pubblici

Stiamo assistendo a una discussione assolutamente priva di senso sull’ipotesi di obbligo vaccinale per i dipendenti pubblici. È una discussione priva di senso semplicemente perché affronta quello che, a oggi, è un problema inesistente.

Non essendo infatti ancora partita la campagna vaccinale, non esistono dati sui quali ragionare a proposito della necessità di imporre o meno la vaccinazione.

Al di là delle caratteristiche dei vaccini (immunità sterilizzante o meno) che ancora non conosciamo nel dettaglio, seppure l’Aifa si sia pronunciata in tal senso, il vaccino è un fondamentale strumento di prevenzione e sanità pubblica, e vaccinarsi è un atto di responsabilità, prima che verso se stessi, verso la collettività e i soggetti più fragili che non possono farlo. Il numero dei decessi e le limitazioni della libertà individuale e collettiva che stiamo soffrendo in questi giorni sono sufficientemente esplicativi del concetto.

Dopo tale necessaria premessa, va detto che in molti contesti si sono ottenuti ottimi risultati di adesione volontaria ai vaccini grazie a campagne di sensibilizzazione di cui da noi non c’è ancora traccia. Così come non è dato sapere quale sarà il piano di vaccinazione italiano, mentre in altri Paesi è già noto un calendario vaccinale nel quale i cittadini possono riconoscersi.

Ritardi davvero poco comprensibili e, questi sì, che rappresentano un elemento di preoccupazione rispetto alla realizzazione di una campagna di vaccinazione efficace e condotta in tempi adeguati.

Di questo si dovrebbe discutere e non di una ipotesi assolutamente priva di fondamento e dal carattere larvatamente strumentale assunto in virtù di alcuni volti noti che la stanno animando.

Per esempio il professor Ichino, le cui affermazioni hanno la caratteristica comune di essere prive di base scientifica. Facendo nostro il suo stesso metro di generalizzazione, ci sarebbe da aprire una seria discussione sulla qualità dei nostri docenti universitari.

Detto ciò, vogliamo invece ribaltare il piano della discussione e porre un quesito diverso all’attenzione del dibattito politico. Se i dipendenti pubblici sono finalmente riconosciuti come fondamentali, tanto da dover valutare la possibilità di sottoporli a vaccinazione obbligatoria, tale centralità dovrebbe essere per conseguenza riconosciuta contrattualmente, dal punto di vista salariale, delle condizioni di lavoro e in tema di diritti.

Parliamo di questo. Parliamo della funzione e del ruolo dei lavoratori pubblici nel nostro modello sociale. Parliamo del peso del settore pubblico e della centralità dello Stato emersi in modo così drammatico con la pandemia.

Altrimenti, cari professor Ichino & Co, è meglio tacere.

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29/12/2020

Brexit, compromesso degli sconfitti

Di analisi circostanziate sull'accorto Gran Bretagna-UE relativo alla Brexit ne circolano ancora poche. Di seguito proponiamo l'unica che al momento ha qualcosa da dire, al netto del taglio editoriale della fonte da sempre scettico verso questo "divorzio".

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Iniziata con cattiveria e proseguita con tristezza, la Brexit si è conclusa con un compromesso al ribasso. Dall’accordo siglato la settimana scorsa fra Londra e Bruxelles nessuno esce vincitore: l’unico obiettivo dell’intesa è limitare i danni di una decisione che, sotto il profilo economico, non ha veramente alcun senso. A ben vedere, infatti, non ci guadagna nessuno. Di sicuro non gli inglesi, che nei prossimi anni affronteranno difficoltà ben superiori a quelle sperimentate finora.

L’accordo di divorzio è stato raggiunto solo perché il premier britannico, Boris Johnson, si è reso conto che l’alternativa era ben peggiore. Il nuovo ceppo di Covid-19 ha dato un assaggio di quello che sarebbe accaduto con una hard Brexit: chilometri di camion in fila alle frontiere e banconi dei supermercati vuoti. Pur di evitare la catastrofe, Londra ha ceduto su molti punti che per mesi aveva definito irrinunciabili. In un attacco di teatralità, Johnson ha poi esultato davanti ai suoi connazionali, cercando di presentare il risultato come una vittoria britannica. L’ultima recita di un copione pieno d’inganni.

Per avere la misura di quanto insensata sia la Brexit, basta analizzare il capitolo più folle della trattativa: la pesca. I negoziati sono rimasti incagliati a lungo su questo punto e in Gran Bretagna se n’è parlato fino alla nausea. Il motivo? Semplice: la “sovranità sulle acque” è da sempre uno dei principali argomenti della propaganda pro-Brexit, perché – al contrario dei ragionamenti su commercio e finanza – è facile da vendere e ha presa sulle masse rurali (quelle che nel 2016 determinarono la vittoria del Leave). In termini economici, tuttavia, l’irrilevanza dell’argomento è davvero spettacolare, visto che la pesca vale appena lo 0,1% del Pil britannico.

Peraltro, anche a voler ammettere che le capesante siano cruciali per il destino della Corona, la resa britannica su questo fronte è stata pressoché totale. Dal primo gennaio inizierà un periodo di transizione di ben 5 anni e mezzo, durante i quali i pescatori europei potranno operare in acque britanniche riconsegnando solo il 25% del pescato. Fino a pochi giorni fa, Johnson chiedeva almeno l’80%.

Senza la pretesa di analizzare in modo esaustivo un documento di 1.200 pagine, veniamo ora alle faccende più serie. Il principale successo di Londra riguarda l’immigrazione. Dall’anno prossimo, non si potrà più andare nel Regno Unito per cercare lavoro: al contrario, per poter emigrare bisognerà già avere in mano un contratto da almeno 28mila euro l’anno di stipendio. In questo modo, l’ingresso sarà consentito soltanto alla manodopera specializzata, mentre gli aspiranti camerieri saranno costretti a scegliere altre destinazioni. La Brexit segna così la fine della libertà di movimento dei cittadini (fatta eccezione per i turisti, che però dovranno munirsi di passaporto).

Discorso diverso per le merci: Londra esce dal mercato unico europeo, ma l’accordo non prevede l’introduzione di dazi e tariffe (che invece sarebbero scattati automaticamente con il no-deal). La notizia è molto buona per l’Italia, che ha una bilancia commerciale ampiamente positiva con il Regno Unito (+15 miliardi l’anno). I britannici si salvano da un disastro che avrebbe reso difficili gli approvvigionamenti alimentari, ma non ne escono indenni. Il loro Paese dovrà infatti compilare ogni anno decine di milioni di dichiarazioni doganali, una per ogni bene spedito in Ue. Serviranno oltre 10mila nuovi doganieri e il rischio di creare comunque le file alle frontiere è altissimo.

Per quanto riguarda i servizi finanziari – che rappresentano l’80% dell’economia britannica – l’Ue non ha ancora garantito “l’equivalenza” completa: se ne riparlerà nelle prossime settimane. “Non è proprio quello che volevamo”, ha commentato Johnson.

Infine, l’Irlanda. Per non richiudere la frontiera fra la Repubblica e il Nord – una follia che distruggerebbe l’economia dell’isola e riaccenderebbe la guerra civile – si è deciso che la parte dell’Irlanda controllata da Londra rimarrà nell’unione doganale Ue per almeno quattro anni. È chiaro quindi che l’UK dovrà controllare il transito di merci e cittadini fra Irlanda del Nord e Gran Bretagna per non rendere una barzelletta il resto dell’accordo sulla Brexit. Questo significa due cose. Innanzitutto, che il regno di Sua Maestà istituirà una frontiera interna (secondo alcuni analisti, il primo passo verso una futura unificazione dell’Irlanda). E poi che, nonostante la Brexit, in Gran Bretagna rimarrà comunque un po’ d’Europa.

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