di Francesco Dall'Aglio
Dopo che già da alcuni giorni fonti ucraine davano il ritorno della Wagner al fronte per imminente o già avvenuto (qui ad esempio) ieri Putin ha ricevuto Andrey Trošev (nome in codice "sedoj", "capelli grigi"), uno dei "direttori esecutivi" della Wagner, e gli ha affidato il compito di formare "unità di volontari", compito che, ha concluso Putin, Trošev può svolgere benissimo avendolo fatto per più di un anno in Ucraina.
Che Trošev fosse il comandante che Putin voleva a capo della Wagner era già chiaro dall'incontro del 29 giugno con i comandanti della Wagner, all'indomani dell'incauta ribellione di Prigožin, quando alla Wagner era stata offerta l'opportunità di continuare a combattere sotto la guida di chi, secondo Putin, era stato "il loro vero comandante per tutto questo tempo", cioè appunto Trošev (vedi l'articolo di Kommersant qui e di RTVI qui).
Prigožin, a quanto pare, avrebbe preferito un altro comandante, Anton Elizarov ("Lotus"), che però non si è mosso dall'Africa. È probabile che a Trošev verrà dunque affidata la gestione delle operazioni in Europa, mentre Elizarov rimarrà in Africa.
Trošev ha grande esperienza militare: ha servito in Afghanistan con l'Armata Rossa, in Cecenia con l'esercito russo e in Siria con la Wagner, guadagnandosi la decorazione di "Eroe della Federazione russa" per la prima riconquista di Palmira nel 2016 (e un bel po' di sanzioni da parte dell'Unione Europea e qui quelle specifiche della Francia). Dopo la ribellione di Prigožin è subito rientrato nei ranghi e l'investitura di Putin conferma che gode della fiducia del Cremlino.
Ovviamente, qualsiasi forma la Wagner assumerà sul campo di battaglia sarà alle dipendenze dirette del Ministero della Difesa e non più come unità autonoma, anche se certamente godrà di un certo margine di autonomia e di meccanismi di reclutamento diversi, ai quali appunto Trošev dovrà sovraintendere.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
30/09/2023
L’assurda vicenda giudiziaria di Giulio Petrilli, morto ieri notte
Giulio Petrilli ci ha lasciato prematuramente questo notte a causa di una embolia polmonare. Ricoverato d’urgenza non ce l’ha fatta. Corpo possente da vero rugbista lo ricordiamo per la sua incredibile umanità, per la generosità debordante.
Nonostante l’assoluzione finale, i sei anni di detenzione, trascorsi nelle carceri speciali con l’accusa di partecipazione a banda armata, l’avevano segnato.
In prigione, nel 1984, era stato anche duramente picchiato dalla polizia penitenziaria dopo una fermata all’aria di protesta fatta con si suoi compagni per denunciare le condizioni di detenzione.
Una volta uscito aveva speso tutte le sue energie nelle battaglie contro il carcere, la detenzione politica e per l’amnistia, contro la cultura politica giustizialista che imperversava e imperversa in quel po’ che resta della sinistra, contro il populismo penale, pagando anche di persona, affrontando polemiche velenose e attacchi personali.
Si è battuto fino all’ultimo contro il 41 bis, restando vicino e conducendo visite ispettive all’interno di queste sezioni speciali. Viveva come un tormento personale la reclusione di questi militanti, le loro condizioni di isolamento.
Partendo dalla sua esperienza personale raccontata nell’articolo qui sotto, scritto il 3 ottobre del 2012, Giulio aveva avviato una lotta senza quartiere contro l’ingiusta detenzione. Nonostante l’assoluzione i giudici avevano rifiutato di risarcirgli i sei anni trascorsi nelle carceri speciali perché – avevano spiegato – il loro errore iniziale era stato indotto dalla sue “pessime frequentazioni”.
Vicenda kafkiana che aveva acceso in lui un fuoco inesauribile che lo spingeva a battersi contro ogni forma di reclusione, di internamento, contro l’esilio, ma che al tempo stesso lo bruciava consumandolo.
Ho conosciuto Giulio sulle strade intorno a L’Aquila quando mi recavo in Abruzzo durante i miei primi permessi. Ricordo la volta, poco dopo il terremoto, in cui mi portò nella zona rossa per farmi conoscere le ferite terribili inferte a quella città. E poi le tante telefonate, le discussioni, la sua voglia continua di riaprire battaglie come quella sull’amnistia.
Giulio non si arrendeva mai. Ciao Giulio!
Paolo Persichetti
Nonostante l’assoluzione finale, i sei anni di detenzione, trascorsi nelle carceri speciali con l’accusa di partecipazione a banda armata, l’avevano segnato.
In prigione, nel 1984, era stato anche duramente picchiato dalla polizia penitenziaria dopo una fermata all’aria di protesta fatta con si suoi compagni per denunciare le condizioni di detenzione.
Una volta uscito aveva speso tutte le sue energie nelle battaglie contro il carcere, la detenzione politica e per l’amnistia, contro la cultura politica giustizialista che imperversava e imperversa in quel po’ che resta della sinistra, contro il populismo penale, pagando anche di persona, affrontando polemiche velenose e attacchi personali.
Si è battuto fino all’ultimo contro il 41 bis, restando vicino e conducendo visite ispettive all’interno di queste sezioni speciali. Viveva come un tormento personale la reclusione di questi militanti, le loro condizioni di isolamento.
Partendo dalla sua esperienza personale raccontata nell’articolo qui sotto, scritto il 3 ottobre del 2012, Giulio aveva avviato una lotta senza quartiere contro l’ingiusta detenzione. Nonostante l’assoluzione i giudici avevano rifiutato di risarcirgli i sei anni trascorsi nelle carceri speciali perché – avevano spiegato – il loro errore iniziale era stato indotto dalla sue “pessime frequentazioni”.
Vicenda kafkiana che aveva acceso in lui un fuoco inesauribile che lo spingeva a battersi contro ogni forma di reclusione, di internamento, contro l’esilio, ma che al tempo stesso lo bruciava consumandolo.
Ho conosciuto Giulio sulle strade intorno a L’Aquila quando mi recavo in Abruzzo durante i miei primi permessi. Ricordo la volta, poco dopo il terremoto, in cui mi portò nella zona rossa per farmi conoscere le ferite terribili inferte a quella città. E poi le tante telefonate, le discussioni, la sua voglia continua di riaprire battaglie come quella sull’amnistia.
Giulio non si arrendeva mai. Ciao Giulio!
Paolo Persichetti
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Dalla filosofia del diritto alla teologia giudiziaria. L’istituto del risarcimento per ingiusta detenzione è disatteso nella gran parte dei casi da una magistratura aggrappata al dogma della propria infallibilità
3 ottobre 2012
Soltanto un terzo delle richieste di risarcimento per ingiusta detenzione trovano soddisfazione. È quanto emerge dagli ultimi dati forniti dall’Eurispes e dall’Unione delle camere penali italiane.
Su una media di 2.500 domande annuali (nel 2011 ne sono state presentate 2.369) appena 800 vengono accolte.
Il motivo è semplice e al tempo stesso sconcertante: l’Italia è l’unico paese in Europa dove l’istituto della riparazione per ingiusta detenzione è regolato da una clausola, inserita nel comma 1 dell’articolo 314 cpp, che esclude il risarcimento nei casi in cui il ricorrente «abbia dato o concorso a darvi causa per dolo o colpa grave».
Secondo la norma per avere diritto al risarcimento non è sufficiente avere dalla propria parte una sentenza d’assoluzione irrevocabile, secondo una delle formule previste dal codice: “il fatto non sussiste”, oppure “non è stato commesso” o “non costituisce reato” o “non è previsto dalla legge come tale”.
Non basta nemmeno che la giustizia abbia riconosciuto l’illegittimità della misura cautelare.
Chi ha ingiustamente subito il carcere deve “dimostrare” di non aver tenuto un comportamento tale da aver tratto in inganno i magistrati con atteggiamenti omissivi o perché non si è avvalso delle funzioni difensive, che pure restano un diritto fondamentale della persona sottoposta a indagini o imputata, ma anche sotto il profilo delle proprie frequentazioni.
Ciò vuol dire che le sentenze assolutorie non sono valutate come tali, ma sottoposte ad un nuovo processo che conduce ad esaminare e giudicare sotto il profilo ‘morale’ la personalità di chi è stato assolto, introducendo un criterio discriminatorio che inanella una serie impressionante di violazioni: dal ne bis in idem, all’invenzione di una sorta di ‘quarto grado’ di giudizio capace di resuscitare la colpa anche al di là di ogni assoluzione fino all’inversione dell’onere della prova.
Nel giugno scorso, la quinta sezione penale della corte d’appello di Milano ha rigettato l’istanza di risarcimento per ingiusta detenzione di una persona assolta in via definitiva dopo aver trascorso 6 anni nelle carceri speciali, sostenendo che «nessun diritto alla riparazione spetta a chi, frequentando terroristi, o comunque soggetti appartenenti all’antagonismo politico illegale, abbia colposamente creato l’apparenza di una situazione che non poteva procurare l’intervento dell’Autorità giudiziaria.
Poco importa, ai fini che qui interessano, l’esito del giudizio penale. Occorre distinguere – prosegue il collegio – l’operazione logica compiuta dal giudice del processo penale da quella, diversa, del giudice della riparazione.
La reciproca autonomia dei due giudizi comporta che una medesima condotta possa essere considerata, dal giudice della riparazione come contributo idoneo ad integrare la causa ostativa del riconoscimento del diritto alla riparazione e, dal giudice del processo penale, elemento non sufficiente ad affermare la responsabilità penale».
I magistrati hanno teorizzato e messo in atto un doppio criterio di giudizio: il primo sottoposto alle vigenti leggi processuali; il secondo che riabilita la colpa tipologica è non si cura degli effetti legali dell’assoluzione, che seppure elimina la colpa mantiene il sospetto e soprattutto conserva la responsabilità.
Siamo di fronte ad un perenne “diritto del nemico” che trasforma in un accessorio a geometria variabile la presunzione d’innocenza recepita dall’art. 27 della Costituzione.
Chi viene assolto per reati avvenuti in luoghi dove è presente la criminalità organizzata, diventa responsabile del fatto di aver frequentato contesti che brulicano di pregiudicati; chi è assolto da reati di eversione, se ha frequentato luoghi di conflitto, recepito culture antagoniste, anticonformiste e irregolari secondo la norma politico-morale dominante, è ritenuto responsabile di una ‘corrività ambientale’ che ha indotto la coscienza del giudice a sbagliare.
È una colpa di natura etico-morale quella che qui viene scovata e sanzionata con il mancato risarcimento.
Non sfugge che attraverso questo dogma dell’infallibilità assoluta del giudice, come fu per il concilio Vaticano I° che nel 1870 introdusse l’infallibilità ex cathedra del pontefice, si opera il passaggio dalla filosofia del diritto alla teologia giudiziaria.
Un’arrogante pretesa che spiega l’errore ricorrendo all’alibi della “colpa apparente”, giustificata non da una cattiva valutazione degli elementi probatori a carico o discarico ma dalla ‘doppiezza’ e dall’ambiguità della persona sottoposta a indagine o giudizio, alla stregua del maligno che con le sue arti malefiche confonde e trae il mondo in inganno.
Sarebbe tempo di riportare la giustizia dalle sfere della santità celeste ad una più terrestre dimensione profana.
da Insorgenze.net
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Morto Petrilli, vittima dell’antiterrorismo e non risarcito
Morto Petrilli, vittima dell’antiterrorismo e non risarcito
È morto Giulio Petrilli protagonista di una incredibile vicenda giudiziaria relativa alla storia degli anni ‘70 e del “terrorismo”, quindi non la sola, ma molto significativa.
Arrestato nel 1980 con l’accusa di aver partecipato a Prima Linea, il pm Armando Spataro chiese per lui 11 anni di reclusione, fu condannato a 8 anni. In appello arrivò l’assoluzione poi confermata dalla Cassazione.
Ma dentro questa vicenda resta “esemplare” la motivazione con cui i giudici rifiutarono il risarcimento per ingiusta detenzione. L’errore contenuto nella sentenza di primo grado era stato indotto dalle sue “pessime frequentazioni”.
Furono parole pesantissime che portarono Petrilli a combattere fino al termine dei suoi giorni per un’amnistia e nella battaglia contro il 41bis, figlio del famigerato articolo 90 che lui aveva provato sulla sua pelle.
Ma andiamo con ordine. Lasciamo la parola allo stesso Petrilli in uno scritto del primo dicembre del 2014.
“Ho letto che il nuovo procuratore di Torino è l’ex pm di Milano Armando Spataro Famoso magistrato di cui si parla sempre in positivo, ma nessuno sa che ha commesso anche gravi errori giudiziari. Lo dico avendolo vissuto sulla mia pelle.
Spataro emise un mandato di cattura nei miei confronti il 23 dicembre 1980 dove mi accusò di partecipazione a banda armata con funzioni organizzative, Prima Linea – racconta Petrilli – In primo grado Spataro chiese 11 anni di carcere. La corte di assise mi condannò a 8 anni. Dopo 5 anni e 8 mesi la corte di Appello mi assolse e poi la Cassazione confermò”.
Petrilli scontò ingiustamente sei anni di carcere. “E non mi hanno risarcito perché secondo i giudici preposti a stabilire se dovevo avere il risarcimento io avevo avuto cattive frequentazioni. I magistrati come Spataro che commettono errori clamorosi vengono promossi, le persone che subiscono gravi errori giudiziari manco vengono risarcite – conclude.
È giustizia o sopraffazione? Avevo fatto anche a luglio richiesta al capo del governo chiedendo danni per dieci milioni di euro per sei anni di ingiusta detenzione. Chiedevo la responsabilità civile del magistrato, non ho avuto risposta”.
”Giulio Petrilli ci ha lasciato prematuramente a causa di una embolia polmonare. Ricoverato d’urgenza non ce l’ha fatta – dice Paolo Persichetti – Corpo possente da vero rugbista lo ricordiamo per la sua incredibile umanità per la generosità debordante.
Nel 1984 era stato anche picchiato duramente dalla polizia penitenziaria dopo una fermata all’aria di protesta fatta con i suoi compagni per denunciare le condizioni di detenzione. Si è battuto fino all’ultimo contro il 41bis”.
La vicenda del mancato e negato risarcimento aveva acceso dentro di lui un fuoco inesauribile, ricorda ancora Persichetti secondo il quale soltanto un terzo delle richieste di ristoro per il carcere ingiusto vengono accolte.
Infatti non basta la sentenza di assoluzione e non basta nemmeno che la giustizia abbia riconosciuto l’illegittimità della misura cautelare.
Chi è stato in carcere ingiustamente deve dimostrare di non aver tenuto un comportamento tale da aver tratto in inganno i magistrati con atteggiamenti omissivi o perché si è avvalso delle funzioni difensive che restano un diritto fondamentale dell’imputato anche sotto il profilo delle frequentazioni.
In sostanza le sentenze di assoluzione valgono fino a un certo punto perché poi vengono sottoposte a un nuovo processo dove la personalità di chi è stato assolto viene giudicata a livello morale. Insomma una sorta di quarto grado di giudizio per resuscitare la colpa con tanti saluti all’assoluzione fino all’inversione dell’onore della prova.
Chi viene assolto per reati avvenuti in posti dove c’è la criminalità organizzata diventa responsabile del fatto di frequentare contesti pieni di pregiudicati.
Chi viene assolto da accuse di eversione, se ha frequentato luoghi di conflitto recepito culture antagoniste e irregolari secondo la norma politico morale dominante viene ritenuto responsabile di una sorta di concorso ambientale. In questo modo si arriva alla teologia giudiziaria.
È una giustizia che sta nell’alto dei cieli che processa dopo il processo penale la presunta doppiezza o ambiguità dell’imputato assolto.
È il meccanismo che ha stritolato Giulio Petrilli in un’epoca in cui il populismo penale dilaga sempre di più e continua a colpire ormai mezzo secolo di distanza quel periodo degli anni ‘70 con il quale la politica cominciare dalla sinistra rifiuta di fare i conti.
Frank Cimini – da Giustiziami
Fonte
L’ombra del “governo tecnico” aleggia di nuovo
In Italia, da quasi venti anni, un governo claudicante ha sul capo una minaccia pronta a calare in qualsiasi momento: “i tecnici”.
Non importa quanto sia grande la maggioranza raccolta alle elezioni – cui partecipa ormai quasi una minoranza degli aventi diritto – quando i problemi si rivelano irrisolvibili ecco che quella minaccia diventa concreta.
Non c’è una tempistica esatta, ma in genere da quando “l’ipotesi” viene nominata a quando il fatto si verifica passano alcuni mesi.
Giocando come al solito a fare dei suoi handicap dei punti di forza, Giorgia Meloni ha osato nominare per prima pubblicamente quel mormorio che da qualche mese gira per il “palazzo”, senza troppo distinguere – al suo interno – tra maggioranza e opposizione.
“È una cosa che non ci preoccupa, l’Italia e solida e cresce di più della media europea. E poi un Governo tecnico da chi dovrebbe essere sostenuto, da quelli del superbonus? Quello sì sarebbe un problema per i conti. So leggere la politica e so leggere la realtà: la sinistra continui a fare la lista dei ministri del governo tecnico, che noi intanto governiamo“.
I giornali della sua area si concentrano sui dettagli, chiamando in causa come “padrini della sinistra”, vere menti del “pensato golpe”, nientepopodimeno che gli “Agnelli che soffiano sullo spread” (Il giornale), o “il barchino dei tecnici” (Libero). E via complottando per le spicce...
Lo schema, in effetti, appare sempre lo stesso. Un governo apertamente di destra (e questo è il più a destra della storia recente, praticamente fascioleghista) va in difficoltà sull’economia e il debito pubblico, si comincia a scontrare con “l’Europa” (soprattutto con Francia e Germania, che vi detengono la golden share) e vede salire lo spread rispetto ai titoli di stato di quei paesi. Segno certo che “i mercati”, prima neutrali, cominciano a diffidare della sua tenuta e così facendo ne accelerano la caduta.
L’evento più noto è sempre il 2011, con la lettera scritta da Jean-Claude Trichet e Mario Draghi (presidenti uscente ed entrante della Bce) per indicare dettagliatamente le “riforme” che l’Italia avrebbe dovuto rapidamente fare, le contorsioni dell’esecutivo Berlusconi per far finta di obbedire facendo diversamente, fino a quando – a dicembre – il Caimano rassegnò le dimissioni stretto nella tenaglia dello spread a 575 punti e soprattutto del crollo delle azioni Mediaset del 12% in poche ore. Subentrò Monti, com’è noto...
La situazione oggi è piuttosto diversa: tutta l'Europa è ancora in crisi economica, anche a causa del supporto all’Ucraina, attraversata da flussi migratori imponenti (soprattutto di ucraini in fuga dalle bombe e dal servizio militare, però), il picco dello spread è arrivato appena l’altro giorno a 200 punti, l’Italia è uno dei servi più fedeli degli Usa sul piano militare, nessuno dei partner europei è in condizioni tali da poter dettare legge come allora (meno di tutti Berlino, vero bersaglio della strategia Usa).
Com’è possibile che ci sia la tentazione di un replay del 2011 e che sia anche credibile?
Se i “capi della sinistra” sono individuati nella famiglia Agnelli-Elkann si capisce che la devastazione mentale è arrivata a un punto da ictus. E buona parte delle ragioni che stanno portando all’harakiri della classe politica sono le stesse che hanno prodotto la maggioranza che sostiene il governo Meloni e stanno ora preparando la sua dissoluzione.
Si chiamano crisi ambientale, economica, demografica, guerra, e anche flussi migratori di crescente ampiezza. Problemi “sistemici” che vengono affrontati con un impasto maleodorante di ignoranza, furbizia, incompetenza, improvvisazione, fame di potere e cecità strategica.
Che il governo Meloni abbia fatto degli sbarchi e delle navi ong il “cuore” della polemica con la Germania è quasi una dimostrazione di quelle “doti” appena elencate.
Si può certamente nascondere al “popolo bue” che le navi ong raccolgono appena il 5% dei migranti in mare (una cifra che certo non può fare di loro “la causa” dei maggiori arrivi). Si può altresì nascondere che, tra tutte le navi ong battenti bandiera tedesca, solo una – la Sos Humanity – abbia ricevuti fondi dal governo di Berlino (una sgrammaticatura, certo, ma non una strategia, quindi risibile come casus belli).
Si possono accusare i “poteri forti” di essere “di sinistra” e volere un altro governo, ma solo un gruppo di dementi può seriamente pensare (che sia vero e) che gli eventuali vantaggi elettorali di questa sequela di fesserie possano valere di più di una tranquilla mediazione – il compromesso è la regola nei rapporti interstatuali fissati nei trattati – su argomenti decisamente secondari (l’accoglienza dei migranti raccolti in mare).
Il quadro reale in cui agisce qualsiasi governo continentale è noto, e non è cambiato se non per un dettaglio decisamente importante: l’autonomia strategica dell’Unione Europea è stata fortemente ridimensionata dalla scelta Usa di far esplodere la guerra nel Vecchio Continente.
Un evento che ha fortemente “perturbato” la governance europea, già stressata da due anni di pandemia, costringendola a contrattare regole un po’ differenti da quelle definite da Maastricht in poi.
Ma sempre in quel quadro un qualsiasi governo deve muoversi. L’aveva sperimentato duramente la Grecia nel 2015, con tutt’altro governo (e il fatto che un broker statunitense di Goldman Sachs sia diventato ora il nuovo segretario di Syriza dimostra quanto profonda sia stata la “militarizzazione subordinata” della classe politica ellenica).
L’aveva sperimentato anche il governo “giallo-verde” tra grillini e leghisti, durato appena un anno e subito “tecnicizzato” grazie a un gigantesco errore di calcolo di Salvini (i sondaggi sono una droga pesante...). Molto simile a quello che sta facendo ora Meloni.
È infatti l’idea che sulle questioni fondamentali (economia, bilancio degli Stati, privatizzazioni, cessione di asset strategici, ecc.) sia possibile stabilire politiche nazionali differenti da quelle comunitarie.
Diciamolo meglio: se hai la potenza economica di Germania e Francia (molto meno la seconda), puoi giocarti meglio le carte dell’”interesse nazionale”, mediando poco o nulla o appena quanto basta. Se non hai quella forza, non hai molto spazio di manovra.
Ed è ovvio che quella “forza” non è una forza solo “nazionale” nel senso del passaporto, ma sostanziata da gruppi multinazionali – finanziari, industriali, tecnologici – che hanno l’Europa come teatro principale del proprio business e se ne servono (o tentano di farlo) per accrescere la propria “competitività” nel mondo.
Potenze che si misurano in migliaia di miliardi da muovere sui “mercati” determinandone le dinamiche, spesso in modo anche per loro incontrollabile. E a cui non puoi certamente opporre il “peso” di miserabili interessi privatistici di imprenditori di quinta fila, “balneari”, commercianti, evasori fiscali, immobiliaristi e costruttori del “quartierino”. Ossia gli interessi della vera “base sociale” di questo governo.
Questo quadro condiziona ovviamente anche qualsiasi ipotesi – un sogno, nelle condizioni odierne – di una vera “sinistra alternativa” in grado di raccogliere nuovamente i consensi popolari e proporsi a sua volta come governo del paese.
Si troverebbe – ci troveremmo – nella stessa identica posizione della Meloni: condizionati, spuntati nelle decisioni fondamentali, circondati e infine rovesciati (chiedete a Tsipras e Varoufakis, per conferma).
Ne deriva che un qualsiasi programma di cambiamento sociale – seppur diverso ed opposto ai pasticci inverecondi della destra fascioleghista – diventa possibile solo fuori da questo sistema costrittivo di alleanze internazionali (Unione Europea e Nato).
Il che significa, contemporaneamente, stringere accordi quantomeno commerciali e industriali con altre alleanze, meno invasive (il mondo dei Brics si va allargando proprio per questo).
Ce li vedete voi una Meloni e un Salvini – la loro vera “base sociale” – rompere con le filiere tedesche e la Nato per muoversi in sinergia con Cina, India, Brasile, ecc.?
No, ovvio.
Le loro attuali preoccupazioni “internazionali” vanno dal tentativo di essere accettati nella “destra moderata europea” (Meloni) a quello di costruire un blocco neofascista vero e proprio (Salvini) con Le Pen, l’AfD tedesca, estremisti vari dell’Est europeo.
Due “strategie” differenti che terremotano i rapporti all’interno della maggioranza, ma che si risolverebbero o nella “continuità totale” con gli esecutivi precedenti o con la “balcanizzazione” delle istituzioni continentali, per inseguire semmai una più ferrea subordinazione agli Usa.
E dunque la ghigliottina pendente del “governo tecnico” comincia inevitabilmente a scendere. Per tagliare le stupide illusioni che basti “picchiare i pugni sul tavolo” per raccogliere qualche risultato.
Fonte
Non importa quanto sia grande la maggioranza raccolta alle elezioni – cui partecipa ormai quasi una minoranza degli aventi diritto – quando i problemi si rivelano irrisolvibili ecco che quella minaccia diventa concreta.
Non c’è una tempistica esatta, ma in genere da quando “l’ipotesi” viene nominata a quando il fatto si verifica passano alcuni mesi.
Giocando come al solito a fare dei suoi handicap dei punti di forza, Giorgia Meloni ha osato nominare per prima pubblicamente quel mormorio che da qualche mese gira per il “palazzo”, senza troppo distinguere – al suo interno – tra maggioranza e opposizione.
“È una cosa che non ci preoccupa, l’Italia e solida e cresce di più della media europea. E poi un Governo tecnico da chi dovrebbe essere sostenuto, da quelli del superbonus? Quello sì sarebbe un problema per i conti. So leggere la politica e so leggere la realtà: la sinistra continui a fare la lista dei ministri del governo tecnico, che noi intanto governiamo“.
I giornali della sua area si concentrano sui dettagli, chiamando in causa come “padrini della sinistra”, vere menti del “pensato golpe”, nientepopodimeno che gli “Agnelli che soffiano sullo spread” (Il giornale), o “il barchino dei tecnici” (Libero). E via complottando per le spicce...
Lo schema, in effetti, appare sempre lo stesso. Un governo apertamente di destra (e questo è il più a destra della storia recente, praticamente fascioleghista) va in difficoltà sull’economia e il debito pubblico, si comincia a scontrare con “l’Europa” (soprattutto con Francia e Germania, che vi detengono la golden share) e vede salire lo spread rispetto ai titoli di stato di quei paesi. Segno certo che “i mercati”, prima neutrali, cominciano a diffidare della sua tenuta e così facendo ne accelerano la caduta.
L’evento più noto è sempre il 2011, con la lettera scritta da Jean-Claude Trichet e Mario Draghi (presidenti uscente ed entrante della Bce) per indicare dettagliatamente le “riforme” che l’Italia avrebbe dovuto rapidamente fare, le contorsioni dell’esecutivo Berlusconi per far finta di obbedire facendo diversamente, fino a quando – a dicembre – il Caimano rassegnò le dimissioni stretto nella tenaglia dello spread a 575 punti e soprattutto del crollo delle azioni Mediaset del 12% in poche ore. Subentrò Monti, com’è noto...
La situazione oggi è piuttosto diversa: tutta l'Europa è ancora in crisi economica, anche a causa del supporto all’Ucraina, attraversata da flussi migratori imponenti (soprattutto di ucraini in fuga dalle bombe e dal servizio militare, però), il picco dello spread è arrivato appena l’altro giorno a 200 punti, l’Italia è uno dei servi più fedeli degli Usa sul piano militare, nessuno dei partner europei è in condizioni tali da poter dettare legge come allora (meno di tutti Berlino, vero bersaglio della strategia Usa).
Com’è possibile che ci sia la tentazione di un replay del 2011 e che sia anche credibile?
Se i “capi della sinistra” sono individuati nella famiglia Agnelli-Elkann si capisce che la devastazione mentale è arrivata a un punto da ictus. E buona parte delle ragioni che stanno portando all’harakiri della classe politica sono le stesse che hanno prodotto la maggioranza che sostiene il governo Meloni e stanno ora preparando la sua dissoluzione.
Si chiamano crisi ambientale, economica, demografica, guerra, e anche flussi migratori di crescente ampiezza. Problemi “sistemici” che vengono affrontati con un impasto maleodorante di ignoranza, furbizia, incompetenza, improvvisazione, fame di potere e cecità strategica.
Che il governo Meloni abbia fatto degli sbarchi e delle navi ong il “cuore” della polemica con la Germania è quasi una dimostrazione di quelle “doti” appena elencate.
Si può certamente nascondere al “popolo bue” che le navi ong raccolgono appena il 5% dei migranti in mare (una cifra che certo non può fare di loro “la causa” dei maggiori arrivi). Si può altresì nascondere che, tra tutte le navi ong battenti bandiera tedesca, solo una – la Sos Humanity – abbia ricevuti fondi dal governo di Berlino (una sgrammaticatura, certo, ma non una strategia, quindi risibile come casus belli).
Si possono accusare i “poteri forti” di essere “di sinistra” e volere un altro governo, ma solo un gruppo di dementi può seriamente pensare (che sia vero e) che gli eventuali vantaggi elettorali di questa sequela di fesserie possano valere di più di una tranquilla mediazione – il compromesso è la regola nei rapporti interstatuali fissati nei trattati – su argomenti decisamente secondari (l’accoglienza dei migranti raccolti in mare).
Il quadro reale in cui agisce qualsiasi governo continentale è noto, e non è cambiato se non per un dettaglio decisamente importante: l’autonomia strategica dell’Unione Europea è stata fortemente ridimensionata dalla scelta Usa di far esplodere la guerra nel Vecchio Continente.
Un evento che ha fortemente “perturbato” la governance europea, già stressata da due anni di pandemia, costringendola a contrattare regole un po’ differenti da quelle definite da Maastricht in poi.
Ma sempre in quel quadro un qualsiasi governo deve muoversi. L’aveva sperimentato duramente la Grecia nel 2015, con tutt’altro governo (e il fatto che un broker statunitense di Goldman Sachs sia diventato ora il nuovo segretario di Syriza dimostra quanto profonda sia stata la “militarizzazione subordinata” della classe politica ellenica).
L’aveva sperimentato anche il governo “giallo-verde” tra grillini e leghisti, durato appena un anno e subito “tecnicizzato” grazie a un gigantesco errore di calcolo di Salvini (i sondaggi sono una droga pesante...). Molto simile a quello che sta facendo ora Meloni.
È infatti l’idea che sulle questioni fondamentali (economia, bilancio degli Stati, privatizzazioni, cessione di asset strategici, ecc.) sia possibile stabilire politiche nazionali differenti da quelle comunitarie.
Diciamolo meglio: se hai la potenza economica di Germania e Francia (molto meno la seconda), puoi giocarti meglio le carte dell’”interesse nazionale”, mediando poco o nulla o appena quanto basta. Se non hai quella forza, non hai molto spazio di manovra.
Ed è ovvio che quella “forza” non è una forza solo “nazionale” nel senso del passaporto, ma sostanziata da gruppi multinazionali – finanziari, industriali, tecnologici – che hanno l’Europa come teatro principale del proprio business e se ne servono (o tentano di farlo) per accrescere la propria “competitività” nel mondo.
Potenze che si misurano in migliaia di miliardi da muovere sui “mercati” determinandone le dinamiche, spesso in modo anche per loro incontrollabile. E a cui non puoi certamente opporre il “peso” di miserabili interessi privatistici di imprenditori di quinta fila, “balneari”, commercianti, evasori fiscali, immobiliaristi e costruttori del “quartierino”. Ossia gli interessi della vera “base sociale” di questo governo.
Questo quadro condiziona ovviamente anche qualsiasi ipotesi – un sogno, nelle condizioni odierne – di una vera “sinistra alternativa” in grado di raccogliere nuovamente i consensi popolari e proporsi a sua volta come governo del paese.
Si troverebbe – ci troveremmo – nella stessa identica posizione della Meloni: condizionati, spuntati nelle decisioni fondamentali, circondati e infine rovesciati (chiedete a Tsipras e Varoufakis, per conferma).
Ne deriva che un qualsiasi programma di cambiamento sociale – seppur diverso ed opposto ai pasticci inverecondi della destra fascioleghista – diventa possibile solo fuori da questo sistema costrittivo di alleanze internazionali (Unione Europea e Nato).
Il che significa, contemporaneamente, stringere accordi quantomeno commerciali e industriali con altre alleanze, meno invasive (il mondo dei Brics si va allargando proprio per questo).
Ce li vedete voi una Meloni e un Salvini – la loro vera “base sociale” – rompere con le filiere tedesche e la Nato per muoversi in sinergia con Cina, India, Brasile, ecc.?
No, ovvio.
Le loro attuali preoccupazioni “internazionali” vanno dal tentativo di essere accettati nella “destra moderata europea” (Meloni) a quello di costruire un blocco neofascista vero e proprio (Salvini) con Le Pen, l’AfD tedesca, estremisti vari dell’Est europeo.
Due “strategie” differenti che terremotano i rapporti all’interno della maggioranza, ma che si risolverebbero o nella “continuità totale” con gli esecutivi precedenti o con la “balcanizzazione” delle istituzioni continentali, per inseguire semmai una più ferrea subordinazione agli Usa.
E dunque la ghigliottina pendente del “governo tecnico” comincia inevitabilmente a scendere. Per tagliare le stupide illusioni che basti “picchiare i pugni sul tavolo” per raccogliere qualche risultato.
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Smascherare le reti neofasciste ucraine
Il quotidiano tedesco Junge Welt e la rivista culturale Melodie & Rhythmus hanno organizzato a Berlino una conferenza “Fascismo ucraino – Storia, funzione, reti”.
La guerra in Ucraina può essere classificata correttamente solo da chi comprende il ruolo del fascismo ucraino nel passato e nel presente. Per questo motivo, il quotidiano Junge Welt e la rivista culturale Melodie & Rhythmus hanno chiamato una conferenza con esperti internazionali, anche statunitensi, per domenica 29 ottobre 2023 a Berlino presso la ND-Haus (Münzenbergsaal). La prevendita dei biglietti è già iniziata. L’evento potrà essere seguito anche attraverso un livestream in tedesco e inglese.
L’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN), in particolare la sua ala Bandera, e i suoi eredi politici percepiscono l’aria storica del mattino. Sembra che abbiano fatto il loro tempo dopo la Seconda Guerra Mondiale, ma sono di nuovo necessari nella guerra per procura della NATO contro la Russia. Come fanatici guerrieri d’élite e fustigatori della popolazione ucraina per la lotta fino all’ultima goccia di sangue e contro un’intesa pacifica con il vecchio e nuovo nemico mortale.
Per giustificare ideologicamente questa alleanza con i fascisti, vengono infranti i tabù della politica del passato.
Mentre gli storici di ultradestra a Kiev annunciano con orgoglio il completamento della “banderizzazione dell’Ucraina”, la propaganda della NATO lavora a pieno ritmo per nascondere i crimini e l’odiosa visione del mondo dell’OUN, di Azov e di altri, che si intreccia con il nazismo tedesco. Nella terra dei perpetratori, la linea di relativizzazione dell’Olocausto è stata superata da quando le élite funzionali dell’imperialismo tedesco e i revanscisti marroni sono di nuovo spinti dalla “voglia di Est”.
Secondo il Junge Welt e Melodie & Rithmus queste sono ragioni sufficienti per tracciare e ripercorrere la scia di sangue che l’OUN e i suoi alleati stanno tracciando nella storia e nel presente. Allo stesso modo, devono essere scoperte le reti dei fascisti e delle loro potenti lobby nei partiti, nei think tank, nei servizi di intelligence e nelle forze armate in Ucraina e nel mondo occidentale.
A questo scopo, le due testate giornalistiche hanno invitato ricercatori indipendenti. Tra questi l pubblicista Moss Robeson di New York, con una relazione dal titolo “Tridente, svastica, aquila”, dell’OUN come collaboratore dei nazisti nell’assassinio degli ebrei e nella guerra di sterminio, nonché delle origini storiche della Lobby Bandera negli Stati Uniti; un’altra conferenza si concentrerà sull’influenza dei banderisti sul conflitto ucraino che imperversa dal 2014.
C’è poi Russ Bellant, autore di Detroit il cui libro “Old Nazis, the New Right and the Republican Party” ha fatto scalpore con rivelazioni imbarazzanti durante la campagna presidenziale di George Bush nel 1988, farà luce sulle continuità storiche e ricorderà il ruolo dei Banderisti nella Guerra Fredda contro l’URSS.
Jürgen Lloyd della Fondazione Marx Engels analizzerà la funzione del fascismo per il capitale monopolistico nell’attuale guerra in Ucraina e il fallimento dell’antifascismo tedesco, basandosi sul lavoro teorico del politologo Reinhard Opitz.
In una tavola rotonda conclusiva, il caporedattore di Junge Welt, Stefan Huth, discuterà la questione “Fascisti ucraini e lobby Bandera: Agitatori per la Terza Guerra Mondiale?” insieme ad altri noti pubblicisti come Jörg Kronauer (German-Foreign-Policy, JW, tra gli altri) e parlerà anche del revisionismo storico associato, della sincronizzazione dei media e dell’opinione pubblica e di altri pericolosi effetti collaterali.
Per ulteriori informazioni (abstract, ritratti ecc.): vai qui.
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La guerra in Ucraina può essere classificata correttamente solo da chi comprende il ruolo del fascismo ucraino nel passato e nel presente. Per questo motivo, il quotidiano Junge Welt e la rivista culturale Melodie & Rhythmus hanno chiamato una conferenza con esperti internazionali, anche statunitensi, per domenica 29 ottobre 2023 a Berlino presso la ND-Haus (Münzenbergsaal). La prevendita dei biglietti è già iniziata. L’evento potrà essere seguito anche attraverso un livestream in tedesco e inglese.
L’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN), in particolare la sua ala Bandera, e i suoi eredi politici percepiscono l’aria storica del mattino. Sembra che abbiano fatto il loro tempo dopo la Seconda Guerra Mondiale, ma sono di nuovo necessari nella guerra per procura della NATO contro la Russia. Come fanatici guerrieri d’élite e fustigatori della popolazione ucraina per la lotta fino all’ultima goccia di sangue e contro un’intesa pacifica con il vecchio e nuovo nemico mortale.
Per giustificare ideologicamente questa alleanza con i fascisti, vengono infranti i tabù della politica del passato.
Mentre gli storici di ultradestra a Kiev annunciano con orgoglio il completamento della “banderizzazione dell’Ucraina”, la propaganda della NATO lavora a pieno ritmo per nascondere i crimini e l’odiosa visione del mondo dell’OUN, di Azov e di altri, che si intreccia con il nazismo tedesco. Nella terra dei perpetratori, la linea di relativizzazione dell’Olocausto è stata superata da quando le élite funzionali dell’imperialismo tedesco e i revanscisti marroni sono di nuovo spinti dalla “voglia di Est”.
Secondo il Junge Welt e Melodie & Rithmus queste sono ragioni sufficienti per tracciare e ripercorrere la scia di sangue che l’OUN e i suoi alleati stanno tracciando nella storia e nel presente. Allo stesso modo, devono essere scoperte le reti dei fascisti e delle loro potenti lobby nei partiti, nei think tank, nei servizi di intelligence e nelle forze armate in Ucraina e nel mondo occidentale.
A questo scopo, le due testate giornalistiche hanno invitato ricercatori indipendenti. Tra questi l pubblicista Moss Robeson di New York, con una relazione dal titolo “Tridente, svastica, aquila”, dell’OUN come collaboratore dei nazisti nell’assassinio degli ebrei e nella guerra di sterminio, nonché delle origini storiche della Lobby Bandera negli Stati Uniti; un’altra conferenza si concentrerà sull’influenza dei banderisti sul conflitto ucraino che imperversa dal 2014.
C’è poi Russ Bellant, autore di Detroit il cui libro “Old Nazis, the New Right and the Republican Party” ha fatto scalpore con rivelazioni imbarazzanti durante la campagna presidenziale di George Bush nel 1988, farà luce sulle continuità storiche e ricorderà il ruolo dei Banderisti nella Guerra Fredda contro l’URSS.
Jürgen Lloyd della Fondazione Marx Engels analizzerà la funzione del fascismo per il capitale monopolistico nell’attuale guerra in Ucraina e il fallimento dell’antifascismo tedesco, basandosi sul lavoro teorico del politologo Reinhard Opitz.
In una tavola rotonda conclusiva, il caporedattore di Junge Welt, Stefan Huth, discuterà la questione “Fascisti ucraini e lobby Bandera: Agitatori per la Terza Guerra Mondiale?” insieme ad altri noti pubblicisti come Jörg Kronauer (German-Foreign-Policy, JW, tra gli altri) e parlerà anche del revisionismo storico associato, della sincronizzazione dei media e dell’opinione pubblica e di altri pericolosi effetti collaterali.
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Il commercio dell’anima
Da qualche settimana è in atto un’appassionata discussione sulla nuova pubblicità di Esselunga, intitolata “La Pesca”, che rappresenta una famiglia con due genitori separati.
Al centro della scenetta ambientata nel supermercato vi è una bambina, la quale prima chiede alla mamma di comprare una pesca e poi la porta al papà dicendogli: «Te la manda la mamma». È chiaramente un tentativo di far riavvicinare i genitori, da cui traspare il carico di sofferenza che grava sulla bimba a causa della loro separazione.
La scenetta è tratta dalla vita quotidiana, ma fornisce una rappresentazione diversa (e quindi sorprendente) rispetto a quella, oleografica ed eutimica, della classica famiglia sorridente unita attorno ad un tavolo, che è il ‘leitmotiv’ di tanti altri messaggi pubblicitari.
Così, catalizzata da questo tipo divergente di pubblicità, si è accesa, nel mondo della comunicazione sociale e dell’opinione pubblica, una ‘querelle’ che divide, da un lato, coloro che giudicano inappropriata e fonte di sofferenza per le famiglie separate la scenetta in questione e, dall’altro, coloro che invece ne hanno apprezzato il messaggio (laddove fra questi ultimi vi sono i maggiori esponenti dell’attuale governo).
Sennonché per situare nella giusta prospettiva il significato di quel messaggio pubblicitario e della reazione che ha suscitato, è bene tener presente che lo scopo che caratterizza (anche se in modo indubbiamente originale) la produzione, la circolazione e il consumo di quel messaggio è il perseguimento del massimo profitto da parte di una importante azienda della grande distribuzione organizzata.
Parimenti, per quanto riguarda la reazione di massa al suddetto messaggio va considerata l’enorme quantità di stimoli pubblicitari di natura ripetitiva e subliminale, molti dei quali legati alla ingluvie [il ‘deposito temporaneo del cibo in eccesso’, in insetti e uccelli, ndr], alla competizione, al narcisismo o al sesso, che, irradiata nei molteplici canali dei ‘mass media’, inonda e intride la nostra vita sociale penetrando in ogni anfratto della stessa vita domestica.
Orbene, di fronte a questa valanga ininterrotta di ‘distrazioni’, illusioni e deviazioni con cui il potere dominante si assicura un consenso di massa, costituisce una misura minima di igiene mentale riflettere sul fatto che oggi il controllo della sfera pubblica passa innanzitutto attraverso il controllo e il dominio della sfera privata e del fòro interiore delle persone, ridotte a monadi capaci di comunicare e di interagire fra di loro, a livello sia psicologico sia etico, soltanto attraverso lo scambio mercantile.
È in tal modo che l’individuo viene ridotto a merce, avendo interiorizzato a livello profondo, subliminale, il messaggio dominante.
La razionalità strumentale, con la correlativa esclusione degli scopi (che sono obbligatori e indiscutibili) e l’enfasi sui mezzi (che sono molteplici, opzionali e disponibili), è la sola ammessa, e questa pervade, nelle società del capitalismo monopolistico contemporaneo, ogni piega della vita umana: dal contesto lavorativo a quello sociale, relazionale, affettivo e sessuale.
Per questo oggi è lecito parlare di una forma di dominio sociale che ha la necessità di controllare non solo ogni spazio dell’agire umano, ma l’essere umano stesso: è l’essere umano stesso che deve diventare merce e deve interiorizzare il fatto di essere esso stesso merce.
Ecco, quindi, come la ‘forma merce’, il “feticismo delle merci” analizzato da Marx nel “Capitale”, raggiunge nella fase storica attuale il suo apice. Il controllo e il dominio della sfera privata, del fòro interiore delle persone, è oggi più importante e determinante del controllo della sfera pubblica.
Fino a un secolo o due secoli fa non era così, perché nel momento in cui una persona passava tra le dieci e le dodici ore in una fabbrica davanti ad una macchina di cui era sostanzialmente un’appendice, il controllo sociale era già in atto e non vi era la necessità di penetrare e controllare la sua psiche.
Oggi, da tempo, la situazione è mutata, poiché, come aveva ben compreso e dimostrato Herbert Marcuse nel suo classico saggio “L’uomo a una dimensione” (1964), la costruzione e la produzione del consenso al potere dominante passa innanzitutto attraverso il controllo e la manipolazione della sfera psichica delle persone.
Pertanto, in attesa che, come ha suggerito argutamente Leonardo Pieraccioni, la Coop – che è la maggiore concorrente di Esselunga nel campo della grande distribuzione – metta a punto “un contro-spot” ancora più tenero di quello in discussione, vi è da augurarsi che lo sfruttamento dei buoni sentimenti nel campo della pubblicità commerciale trovi il suo limite nella consapevolezza critica che, se è vero, come una volta si usava dire per giustificarla, che la pubblicità è l’anima del commercio, oggi è ancor più vero che il commercio dell’anima, autentica essenza del messaggio qui discusso, non può giustificare nulla di etico e di sociale tanto agli occhi dei favorevoli quanto a quelli dei contrari, tranne la legge del profitto per cui quel messaggio è stato concepito, prodotto e diffuso.
Fonte
Al centro della scenetta ambientata nel supermercato vi è una bambina, la quale prima chiede alla mamma di comprare una pesca e poi la porta al papà dicendogli: «Te la manda la mamma». È chiaramente un tentativo di far riavvicinare i genitori, da cui traspare il carico di sofferenza che grava sulla bimba a causa della loro separazione.
La scenetta è tratta dalla vita quotidiana, ma fornisce una rappresentazione diversa (e quindi sorprendente) rispetto a quella, oleografica ed eutimica, della classica famiglia sorridente unita attorno ad un tavolo, che è il ‘leitmotiv’ di tanti altri messaggi pubblicitari.
Così, catalizzata da questo tipo divergente di pubblicità, si è accesa, nel mondo della comunicazione sociale e dell’opinione pubblica, una ‘querelle’ che divide, da un lato, coloro che giudicano inappropriata e fonte di sofferenza per le famiglie separate la scenetta in questione e, dall’altro, coloro che invece ne hanno apprezzato il messaggio (laddove fra questi ultimi vi sono i maggiori esponenti dell’attuale governo).
Sennonché per situare nella giusta prospettiva il significato di quel messaggio pubblicitario e della reazione che ha suscitato, è bene tener presente che lo scopo che caratterizza (anche se in modo indubbiamente originale) la produzione, la circolazione e il consumo di quel messaggio è il perseguimento del massimo profitto da parte di una importante azienda della grande distribuzione organizzata.
Parimenti, per quanto riguarda la reazione di massa al suddetto messaggio va considerata l’enorme quantità di stimoli pubblicitari di natura ripetitiva e subliminale, molti dei quali legati alla ingluvie [il ‘deposito temporaneo del cibo in eccesso’, in insetti e uccelli, ndr], alla competizione, al narcisismo o al sesso, che, irradiata nei molteplici canali dei ‘mass media’, inonda e intride la nostra vita sociale penetrando in ogni anfratto della stessa vita domestica.
Orbene, di fronte a questa valanga ininterrotta di ‘distrazioni’, illusioni e deviazioni con cui il potere dominante si assicura un consenso di massa, costituisce una misura minima di igiene mentale riflettere sul fatto che oggi il controllo della sfera pubblica passa innanzitutto attraverso il controllo e il dominio della sfera privata e del fòro interiore delle persone, ridotte a monadi capaci di comunicare e di interagire fra di loro, a livello sia psicologico sia etico, soltanto attraverso lo scambio mercantile.
È in tal modo che l’individuo viene ridotto a merce, avendo interiorizzato a livello profondo, subliminale, il messaggio dominante.
La razionalità strumentale, con la correlativa esclusione degli scopi (che sono obbligatori e indiscutibili) e l’enfasi sui mezzi (che sono molteplici, opzionali e disponibili), è la sola ammessa, e questa pervade, nelle società del capitalismo monopolistico contemporaneo, ogni piega della vita umana: dal contesto lavorativo a quello sociale, relazionale, affettivo e sessuale.
Per questo oggi è lecito parlare di una forma di dominio sociale che ha la necessità di controllare non solo ogni spazio dell’agire umano, ma l’essere umano stesso: è l’essere umano stesso che deve diventare merce e deve interiorizzare il fatto di essere esso stesso merce.
Ecco, quindi, come la ‘forma merce’, il “feticismo delle merci” analizzato da Marx nel “Capitale”, raggiunge nella fase storica attuale il suo apice. Il controllo e il dominio della sfera privata, del fòro interiore delle persone, è oggi più importante e determinante del controllo della sfera pubblica.
Fino a un secolo o due secoli fa non era così, perché nel momento in cui una persona passava tra le dieci e le dodici ore in una fabbrica davanti ad una macchina di cui era sostanzialmente un’appendice, il controllo sociale era già in atto e non vi era la necessità di penetrare e controllare la sua psiche.
Oggi, da tempo, la situazione è mutata, poiché, come aveva ben compreso e dimostrato Herbert Marcuse nel suo classico saggio “L’uomo a una dimensione” (1964), la costruzione e la produzione del consenso al potere dominante passa innanzitutto attraverso il controllo e la manipolazione della sfera psichica delle persone.
Pertanto, in attesa che, come ha suggerito argutamente Leonardo Pieraccioni, la Coop – che è la maggiore concorrente di Esselunga nel campo della grande distribuzione – metta a punto “un contro-spot” ancora più tenero di quello in discussione, vi è da augurarsi che lo sfruttamento dei buoni sentimenti nel campo della pubblicità commerciale trovi il suo limite nella consapevolezza critica che, se è vero, come una volta si usava dire per giustificarla, che la pubblicità è l’anima del commercio, oggi è ancor più vero che il commercio dell’anima, autentica essenza del messaggio qui discusso, non può giustificare nulla di etico e di sociale tanto agli occhi dei favorevoli quanto a quelli dei contrari, tranne la legge del profitto per cui quel messaggio è stato concepito, prodotto e diffuso.
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Una Nadef per la propaganda, mentre volano di nuovo le bollette
Discutere della Nadef, in questo momento, è piuttosto difficile. Nessuno – a parte il piccolo gruppo di ministri e sottosegretari direttamente interessati – l’ha potuta ancora leggere. L’unico testo in circolazione è un banale elenco di titoli dei 31 “collegati” (altrettanto ignoti nel merito) che copre praticamente tutto l’arco dei problemi che la finanziaria dovrebbe affrontare.
Per caprci sulla vaghezza: un “collegato” riguarda certamente “la realizzazione delle infrastrutture di preminente interesse nazionale e di altri interventi strategici in materia di lavori pubblici nonché per il potenziamento del trasporto e della logistica”.
Ma da nessuna parte si nomina “il Ponte” per antonomasia, quello sullo stretto di Messina, che Salvini fortemente dice di volere. Anzi, di essere sicuro sull’ormai prossima “apertura dei cantieri”.
I maligni, nei corridoi, sussurrano che qualche “posta” finalizzata al Ponte potrebbe anche esserci, per farlo contento. Ma, viste le ristrettezze dei margini di manovra (che aumentano ogni giorno con il crescere dello spread e quindi degli interessi da pagare sul debito), al massimo si tratterà degli spiccioli sufficienti a recintare un pezzo di terreno, metterci un cartello con su scritto “lavori per il Ponte” e qualche camion che entra ed esce a favor di telecamere.
Un po’ come i fondali di cartone cui ricorreva il fascismo quando doveva far sembrare”grandiosa” la capitale visitata da capi di stato stranieri.
Per il resto le uniche certezze riguardano i “paletti numerici” per definirne l’ampiezza.
E dunque: la crescita del Pil è stimata allo 0,8% nel 2023, all’1,2% nel 2024 e, rispettivamente, all’1,4% e all’1 per cento nel 2025 e nel 2026. Le previsioni internazionali per il prossimo anno sono in realtà assai peggiori, qualcuno si spinge a dire addirittura “terribili”. Ma sono previsioni da rivedere a scadenza fissa, quindi per ora non troppo obbliganti.
Riguardo agli obiettivi di indebitamento netto in rapporto al Pil, invece, il documento indica un deficit tendenziale del 5,2% nel 2023, del 3,6% nel 2024, del 3,4 nel 2025 e del 3,1% nel 2026. Ben sopra i livelli indicati dall’Unione Europea (3%), e che chiamano in causa la necessità di “contrattare” con la Commissione proprio mentre sulla questione migranti il governo Meloni sta facendo a cornate con l’asse franco-tedesco.
Il rapporto debito pubblico/Pil per il 2024 è previsto al 140,1 per cento (al momento è stimato al 142,9%, da erodere quindi con tagli di spesa o aumento delle entrate fiscale).
Il tasso di disoccupazione è previsto in riduzione al 7,3% nel 2024 (dal 7,6% previsto per il 2023), ma appare difficile immaginare un aumento dell’occupazione se il Pil è praticamente fermo.
Tirando le somme, in conclusione, si tratta di una “manovra” da circa 30 miliardi, di cui 14 in deficit finalizzati all’altro tema propagandistico di questo governo: il “taglio del cuneo fiscale”. Che viene spacciato per un “mettere più soldi in tasca ai lavoratori”, mentendo spudoratamente.
Come abbiamo spiegato infinite volte, il “taglio” si limita a rendere disponibili immediatamente parte dei soldi che sono già dei lavoratori sotto forma di contributi previdenziali, ecc., ma non si vedono come “netto in busta paga”. Ed è ovvio che si tratta di un “uovo oggi” che verrà duramente pagato al momento della pensione (con un assegno più basso) e tutti i giorni con minori servizi (sanità, trasporti locali, asili, scuola, ecc.).
Si tratta insomma di una vera e propria truffa propagandistica finalizzata a far “risparmiare” alle imprese un aumento degli stipendi, visto che sono aumentati sia i profitti che i prezzi.
Ma intanto l’Arera – l’ente pubblico che “sorveglia” le tariffe – annuncia che le bollette della luce del prossimo trimestre saranno più alte del 18,6%.
Ecco, questo è il tipo di “attenzione ai bisogni dei più poveri” che il governo Meloni mette effettivamente in campo.
Fonte
Per caprci sulla vaghezza: un “collegato” riguarda certamente “la realizzazione delle infrastrutture di preminente interesse nazionale e di altri interventi strategici in materia di lavori pubblici nonché per il potenziamento del trasporto e della logistica”.
Ma da nessuna parte si nomina “il Ponte” per antonomasia, quello sullo stretto di Messina, che Salvini fortemente dice di volere. Anzi, di essere sicuro sull’ormai prossima “apertura dei cantieri”.
I maligni, nei corridoi, sussurrano che qualche “posta” finalizzata al Ponte potrebbe anche esserci, per farlo contento. Ma, viste le ristrettezze dei margini di manovra (che aumentano ogni giorno con il crescere dello spread e quindi degli interessi da pagare sul debito), al massimo si tratterà degli spiccioli sufficienti a recintare un pezzo di terreno, metterci un cartello con su scritto “lavori per il Ponte” e qualche camion che entra ed esce a favor di telecamere.
Un po’ come i fondali di cartone cui ricorreva il fascismo quando doveva far sembrare”grandiosa” la capitale visitata da capi di stato stranieri.
Per il resto le uniche certezze riguardano i “paletti numerici” per definirne l’ampiezza.
E dunque: la crescita del Pil è stimata allo 0,8% nel 2023, all’1,2% nel 2024 e, rispettivamente, all’1,4% e all’1 per cento nel 2025 e nel 2026. Le previsioni internazionali per il prossimo anno sono in realtà assai peggiori, qualcuno si spinge a dire addirittura “terribili”. Ma sono previsioni da rivedere a scadenza fissa, quindi per ora non troppo obbliganti.
Riguardo agli obiettivi di indebitamento netto in rapporto al Pil, invece, il documento indica un deficit tendenziale del 5,2% nel 2023, del 3,6% nel 2024, del 3,4 nel 2025 e del 3,1% nel 2026. Ben sopra i livelli indicati dall’Unione Europea (3%), e che chiamano in causa la necessità di “contrattare” con la Commissione proprio mentre sulla questione migranti il governo Meloni sta facendo a cornate con l’asse franco-tedesco.
Il rapporto debito pubblico/Pil per il 2024 è previsto al 140,1 per cento (al momento è stimato al 142,9%, da erodere quindi con tagli di spesa o aumento delle entrate fiscale).
Il tasso di disoccupazione è previsto in riduzione al 7,3% nel 2024 (dal 7,6% previsto per il 2023), ma appare difficile immaginare un aumento dell’occupazione se il Pil è praticamente fermo.
Tirando le somme, in conclusione, si tratta di una “manovra” da circa 30 miliardi, di cui 14 in deficit finalizzati all’altro tema propagandistico di questo governo: il “taglio del cuneo fiscale”. Che viene spacciato per un “mettere più soldi in tasca ai lavoratori”, mentendo spudoratamente.
Come abbiamo spiegato infinite volte, il “taglio” si limita a rendere disponibili immediatamente parte dei soldi che sono già dei lavoratori sotto forma di contributi previdenziali, ecc., ma non si vedono come “netto in busta paga”. Ed è ovvio che si tratta di un “uovo oggi” che verrà duramente pagato al momento della pensione (con un assegno più basso) e tutti i giorni con minori servizi (sanità, trasporti locali, asili, scuola, ecc.).
Si tratta insomma di una vera e propria truffa propagandistica finalizzata a far “risparmiare” alle imprese un aumento degli stipendi, visto che sono aumentati sia i profitti che i prezzi.
Ma intanto l’Arera – l’ente pubblico che “sorveglia” le tariffe – annuncia che le bollette della luce del prossimo trimestre saranno più alte del 18,6%.
Ecco, questo è il tipo di “attenzione ai bisogni dei più poveri” che il governo Meloni mette effettivamente in campo.
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29/09/2023
È ancora presto per dare il benservito a Zelenskij?
La procura polacca ha definitivamente stabilito che i resti del missile che lo scorso novembre erano finiti sul villaggio polacco di Przewodów, un centinaio di km a sudovest dell’ucraina Lutsk, uccidendo due contadini, erano ucraini, nonostante Kiev, senza peraltro presentare alcuna documentazione, continui tutt’oggi a sostenere che si trattasse di un razzo russo.
Secondo l’ufficiale Rzeczpospolita, e un po’ tutta la stampa polacca, questa sarebbe una delle ragioni per cui Varsavia rifiuta oggi di continuare a fornire a Kiev nuove armi e anche a consentire il transito del frumento ucraino.
Ora, la decisione polacca sul grano ucraino, è stata in gran parte motivata da ragioni elettorali, col partito governativo PiS che intende assicurarsi il voto dei contadini polacchi, messi in difficoltà dal dumping ucraino ed è difficile credere che anche la scelta sull’invio di nuove armi discenda esclusivamente dalla vicenda del missile.
Come che sia, effettivamente, la scorsa settimana il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki ha detto chiaro e tondo che Varsavia non intende «mettere a rischio la sicurezza ucraina, dunque il nostro hub a Rzeszow, secondo gli accordi con gli americani e con la NATO, continua e continuerà a funzionare. Tuttavia, non forniremo più alcun armamento all’Ucraina, dal momento che ora dobbiamo armarci noi stessi coi più moderni armamenti».
Ma, anche così, secondo Ukraine Support Tracker, Varsavia ha già fornito a Kiev armi per 3 miliardi di euro, cioè il 0,5% del PIL polacco, piazzandosi al sesto posto tra i fornitori della junta golpista.
Secondo l’americana Responsible Statecraft, lo scontro ucraino-polacco è molto indicativo per tutto l’Occidente: anche in quei paesi che maggiormente appoggiano Kiev, tale sostegno raggiungerà una soglia, oltre la quale ciò comporterà gravi e sensibili privazioni per i cittadini.
Da non credere! E noi che pensavamo...
Insomma, è così che si infittiscono le voci sulla generale frenata occidentale del sostegno a Kiev e, in particolare, a Vladimir Zelenskij.
Secondo il capo-delegazione russo ai colloqui di Vienna sulla sicurezza, Konstantin Gavrilov, vari accenni ufficiosi indicano che l’Occidente cerca di imporre al nazigolpista-capo l’indizione di elezioni presidenziali, anche a guerra in corso, proprio per cercare un sostituto: la sua immagine essendo ormai screditata tra le élite liberali e gli affari con Mosca essendo caduti a livelli troppo bassi per i profitti del capitale.
Ma c’è anche chi ipotizza il ricorso all’usuale “spirito pratico” yankee per sostituire un personaggio divenuto scomodo e ritornare quanto prima a fare affari con la Russia.
Su Komsomol’skaja Pravda, Dmitrij Ol’ščanskij mette in fila qualche dato – il NYT ammette che il missile su Konstantinovka fosse ucraino, WSJ decanta la competenza bellica russa, i polacchi accusano Kiev per il missile di novembre, in Slovacchia è in predicato di andare al governo un agguerrito anti-ucraino e filo-russo come Robert Fico – e afferma che, pur odiando la cospirologia, sente odore di prossimo assassinio a Kiev e la mano, pur mascherata da “malvagità putiniana”, sarà quella di chi a suo tempo ha innalzato Zelenskij fino alla sue odierne manie napoleoniche.
La pensa così anche il pubblicista ucraino Anatolij Ursida, il quale, sebbene pronostichi tempi un po’ più lunghi per la manovra yankee, afferma che, di per sé, gli ucraini già due volte hanno messo la croce su Zelenskij – la prima volta nell’autunno del 2021, quando il livello di odio nei suoi confronti aveva raggiunto il massimo, e oggi, per il fallimento della “controffensiva” – ma per gli anglosassoni è ancora presto per “crocifiggerlo” e preferiscono attendere qualche esito più catastrofico della sua “reggenza”.
Per questo lo riforniscono di armi, ma in quantità limitata e di seconda scelta: quel tanto per arrivare alla primavera prossima e a quel punto portare il colpo finale.
Su Ukraina.ru, Rostislav Iščenko nota che dopo le promesse di aiuto rinnovategli a Washington, Vladimir Zelenskij ha fatto appena in tempo a rientrare a Kiev che subito gli è stato recapitato un “telex” con un aut-aut: o le riforme o niente aiuti.
Quali riforme “consigliano” a Kiev da oltreoceano? Quella dei Servizi di sicurezza, già “riformati” più di una volta dagli americani stessi.
Secondo Iščenko, così facendo gli yankee intendono «privare Zelenskij del suo unico punto di forza affidabile, col quale egli attua di fatto la politica interna, tramite un esteso apparato, prigioni segrete, esecuzioni extragiudiziali e un vasto arsenale di intimidazione». Senza tutto questo apparato, Zelenskij sarà ridotto a uno scolaretto impotente.
Gli si “consiglia” inoltre di estendere ulteriormente i poteri dell’Ufficio nazionale anticorruzione – sotto controllo americano – della Procura anticorruzione, dell’Ufficio per la sicurezza economica e della Suprema Corte anticorruzione, oltre al ripristino dell’obbligo della dichiarazione patrimoniale per giudici e funzionari statali, abrogato da Zelenskij.
Non finisce qui: Kiev dovrà metter mano anche al Ministero della difesa, al Servizio doganale e di frontiera e alla polizia. Tutti canali, scrive Išcenko attraverso cui passano i flussi di denaro sporco, che gli «americani vogliono controllare (ovviamente, non solo controllarle, ma reindirizzare nella giusta direzione: nelle proprie tasche)».
Non è ancora finita: per la “gioia” dei residui abitanti dell’Ucraina (secondo il Ministero delle finanze di Kiev, il numero di abitanti è sceso dai 41 milioni di inizio 2022 ai 29 milioni del maggio 2023, con un esodo di profughi balzato dai 27mila del 2021 ai 5,7 milioni del 2022) si esige ancora una nuova “liberalizzazione” dei prezzi di gas e elettricità e, allo scopo si dovranno ampliare i poteri di controllo su “Ukrenergo”, “Naftogaz” e “Ukroronexport”, su cui sarà Washington a selezionare le candidature.
Insomma: gli USA rafforzano il controllo sulle imprese statali ucraine ancora in attivo e, attraverso il «controllo del settore energetico, stabiliranno un controllo quasi completo non solo sui resti dell’economia, ma anche sui servizi municipali e, dunque, sulla sfera sociale».
Anche questi fatti dicono che a ovest anche i guerrafondai più accaniti sentono “il fiato sul collo” di chi intende arrivare a un accordo con Mosca, pur a condizioni accettabili per il business USA. Quello che Washington imputa a Zelenskij ora è da anni la norma in Ucraina, anche col predecessore Petro Porošenko.
Finora però le cose filavano abbastanza lisce; ma adesso è la stessa amministrazione yankee a scontrarsi con difficoltà interne, anche nello stesso campo “democratico”. In questo modo, la Casa Bianca, “consigliando” riforme a Kiev, cerca non solo di mostrarsi integra nei confronti di uno Zelenskij corrotto, ma intende anche far cassa, prendendo il controllo su tutto ciò che in Ucraina risulti ancora redditizio.
Išcenko ricorda l’esempio del barone Kolčàk: allorché, dopo la disfatta delle sue truppe da parte dell’Esercito Rosso, nella guerra civile, i cecoslovacchi (gli ex prigionieri di guerra cecoslovacchi, in Siberia, che furono praticamente i primi a iniziare la rivolta contro la Russia sovietica e a sostenere Kolčàk) lo consegnarono ai bolscevichi, gli sottrassero anche le riserve auree dell’ex impero zarista, che vennero però confiscate dai giapponesi i quali, dopo il 1945, furono a loro volta derubati dagli americani. Dunque: nulla di nuovo.
In ogni caso, Joe Biden si trova stretto all’angolo: se Zelenskij ignora il “telex” yankee, l’opposizione interna americana chiederà conto a Biden per la perdita di controllo sui “figli adottivi” di Kiev; oppure i falchi yankee più russofobi armeranno i propri ascari ucraini per un golpe che piazzi un regime “amico” a Kiev, togliendo così a Biden il controllo sugli ulteriori sviluppi ucraini.
E lo stesso Zelenskij, privato dai controllori USA delle proprie fonti corruttive, perderà ogni interesse per la sua stessa squadra, dalla quale potrebbe spuntare la mano decisiva.
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Secondo l’ufficiale Rzeczpospolita, e un po’ tutta la stampa polacca, questa sarebbe una delle ragioni per cui Varsavia rifiuta oggi di continuare a fornire a Kiev nuove armi e anche a consentire il transito del frumento ucraino.
Ora, la decisione polacca sul grano ucraino, è stata in gran parte motivata da ragioni elettorali, col partito governativo PiS che intende assicurarsi il voto dei contadini polacchi, messi in difficoltà dal dumping ucraino ed è difficile credere che anche la scelta sull’invio di nuove armi discenda esclusivamente dalla vicenda del missile.
Come che sia, effettivamente, la scorsa settimana il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki ha detto chiaro e tondo che Varsavia non intende «mettere a rischio la sicurezza ucraina, dunque il nostro hub a Rzeszow, secondo gli accordi con gli americani e con la NATO, continua e continuerà a funzionare. Tuttavia, non forniremo più alcun armamento all’Ucraina, dal momento che ora dobbiamo armarci noi stessi coi più moderni armamenti».
Ma, anche così, secondo Ukraine Support Tracker, Varsavia ha già fornito a Kiev armi per 3 miliardi di euro, cioè il 0,5% del PIL polacco, piazzandosi al sesto posto tra i fornitori della junta golpista.
Secondo l’americana Responsible Statecraft, lo scontro ucraino-polacco è molto indicativo per tutto l’Occidente: anche in quei paesi che maggiormente appoggiano Kiev, tale sostegno raggiungerà una soglia, oltre la quale ciò comporterà gravi e sensibili privazioni per i cittadini.
Da non credere! E noi che pensavamo...
Insomma, è così che si infittiscono le voci sulla generale frenata occidentale del sostegno a Kiev e, in particolare, a Vladimir Zelenskij.
Secondo il capo-delegazione russo ai colloqui di Vienna sulla sicurezza, Konstantin Gavrilov, vari accenni ufficiosi indicano che l’Occidente cerca di imporre al nazigolpista-capo l’indizione di elezioni presidenziali, anche a guerra in corso, proprio per cercare un sostituto: la sua immagine essendo ormai screditata tra le élite liberali e gli affari con Mosca essendo caduti a livelli troppo bassi per i profitti del capitale.
Ma c’è anche chi ipotizza il ricorso all’usuale “spirito pratico” yankee per sostituire un personaggio divenuto scomodo e ritornare quanto prima a fare affari con la Russia.
Su Komsomol’skaja Pravda, Dmitrij Ol’ščanskij mette in fila qualche dato – il NYT ammette che il missile su Konstantinovka fosse ucraino, WSJ decanta la competenza bellica russa, i polacchi accusano Kiev per il missile di novembre, in Slovacchia è in predicato di andare al governo un agguerrito anti-ucraino e filo-russo come Robert Fico – e afferma che, pur odiando la cospirologia, sente odore di prossimo assassinio a Kiev e la mano, pur mascherata da “malvagità putiniana”, sarà quella di chi a suo tempo ha innalzato Zelenskij fino alla sue odierne manie napoleoniche.
La pensa così anche il pubblicista ucraino Anatolij Ursida, il quale, sebbene pronostichi tempi un po’ più lunghi per la manovra yankee, afferma che, di per sé, gli ucraini già due volte hanno messo la croce su Zelenskij – la prima volta nell’autunno del 2021, quando il livello di odio nei suoi confronti aveva raggiunto il massimo, e oggi, per il fallimento della “controffensiva” – ma per gli anglosassoni è ancora presto per “crocifiggerlo” e preferiscono attendere qualche esito più catastrofico della sua “reggenza”.
Per questo lo riforniscono di armi, ma in quantità limitata e di seconda scelta: quel tanto per arrivare alla primavera prossima e a quel punto portare il colpo finale.
Su Ukraina.ru, Rostislav Iščenko nota che dopo le promesse di aiuto rinnovategli a Washington, Vladimir Zelenskij ha fatto appena in tempo a rientrare a Kiev che subito gli è stato recapitato un “telex” con un aut-aut: o le riforme o niente aiuti.
Quali riforme “consigliano” a Kiev da oltreoceano? Quella dei Servizi di sicurezza, già “riformati” più di una volta dagli americani stessi.
Secondo Iščenko, così facendo gli yankee intendono «privare Zelenskij del suo unico punto di forza affidabile, col quale egli attua di fatto la politica interna, tramite un esteso apparato, prigioni segrete, esecuzioni extragiudiziali e un vasto arsenale di intimidazione». Senza tutto questo apparato, Zelenskij sarà ridotto a uno scolaretto impotente.
Gli si “consiglia” inoltre di estendere ulteriormente i poteri dell’Ufficio nazionale anticorruzione – sotto controllo americano – della Procura anticorruzione, dell’Ufficio per la sicurezza economica e della Suprema Corte anticorruzione, oltre al ripristino dell’obbligo della dichiarazione patrimoniale per giudici e funzionari statali, abrogato da Zelenskij.
Non finisce qui: Kiev dovrà metter mano anche al Ministero della difesa, al Servizio doganale e di frontiera e alla polizia. Tutti canali, scrive Išcenko attraverso cui passano i flussi di denaro sporco, che gli «americani vogliono controllare (ovviamente, non solo controllarle, ma reindirizzare nella giusta direzione: nelle proprie tasche)».
Non è ancora finita: per la “gioia” dei residui abitanti dell’Ucraina (secondo il Ministero delle finanze di Kiev, il numero di abitanti è sceso dai 41 milioni di inizio 2022 ai 29 milioni del maggio 2023, con un esodo di profughi balzato dai 27mila del 2021 ai 5,7 milioni del 2022) si esige ancora una nuova “liberalizzazione” dei prezzi di gas e elettricità e, allo scopo si dovranno ampliare i poteri di controllo su “Ukrenergo”, “Naftogaz” e “Ukroronexport”, su cui sarà Washington a selezionare le candidature.
Insomma: gli USA rafforzano il controllo sulle imprese statali ucraine ancora in attivo e, attraverso il «controllo del settore energetico, stabiliranno un controllo quasi completo non solo sui resti dell’economia, ma anche sui servizi municipali e, dunque, sulla sfera sociale».
Anche questi fatti dicono che a ovest anche i guerrafondai più accaniti sentono “il fiato sul collo” di chi intende arrivare a un accordo con Mosca, pur a condizioni accettabili per il business USA. Quello che Washington imputa a Zelenskij ora è da anni la norma in Ucraina, anche col predecessore Petro Porošenko.
Finora però le cose filavano abbastanza lisce; ma adesso è la stessa amministrazione yankee a scontrarsi con difficoltà interne, anche nello stesso campo “democratico”. In questo modo, la Casa Bianca, “consigliando” riforme a Kiev, cerca non solo di mostrarsi integra nei confronti di uno Zelenskij corrotto, ma intende anche far cassa, prendendo il controllo su tutto ciò che in Ucraina risulti ancora redditizio.
Išcenko ricorda l’esempio del barone Kolčàk: allorché, dopo la disfatta delle sue truppe da parte dell’Esercito Rosso, nella guerra civile, i cecoslovacchi (gli ex prigionieri di guerra cecoslovacchi, in Siberia, che furono praticamente i primi a iniziare la rivolta contro la Russia sovietica e a sostenere Kolčàk) lo consegnarono ai bolscevichi, gli sottrassero anche le riserve auree dell’ex impero zarista, che vennero però confiscate dai giapponesi i quali, dopo il 1945, furono a loro volta derubati dagli americani. Dunque: nulla di nuovo.
In ogni caso, Joe Biden si trova stretto all’angolo: se Zelenskij ignora il “telex” yankee, l’opposizione interna americana chiederà conto a Biden per la perdita di controllo sui “figli adottivi” di Kiev; oppure i falchi yankee più russofobi armeranno i propri ascari ucraini per un golpe che piazzi un regime “amico” a Kiev, togliendo così a Biden il controllo sugli ulteriori sviluppi ucraini.
E lo stesso Zelenskij, privato dai controllori USA delle proprie fonti corruttive, perderà ogni interesse per la sua stessa squadra, dalla quale potrebbe spuntare la mano decisiva.
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