Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

27/02/2026

Dopo Glovo, anche Deliveroo commissariata per caporalato. Il 28 rider in piazza

L’inchiesta della Procura di Milano ha squarciato il velo sull’ipocrisia del food delivery: dopo il provvedimento contro Glovo, anche Deliveroo Italy è stata posta sotto amministrazione giudiziaria per caporalato.

Le indagini confermano ciò che l’USB denuncia da anni: migliaia di lavoratori sono stati sistematicamente sfruttati con paghe da fame – in molti casi inferiori del 90% rispetto alla soglia di povertà – e costretti a turni massacranti fino a 12 ore al giorno sotto il ricatto di un algoritmo-padrone.

Il 28 febbraio sarà la nostra risposta. La giornata nazionale di agitazione dei rider non è più solo una protesta, ma un atto di liberazione da un modello economico criminale che usa la tecnologia per mascherare il caporalato digitale. Non accetteremo più che il profitto di multinazionali miliardarie venga estratto dal sangue e dai diritti di lavoratori trattati come ingranaggi sostituibili di un software.

Rivendichiamo con forza il passaggio immediato a un lavoro vero con un contratto vero. Non servono accordi al ribasso, bonus o elemosine: la magistratura ha certificato che la nostra è subordinazione, dunque esigiamo l’assunzione diretta e l’applicazione integrale del CCNL Logistica, Trasporto Merci e Spedizione.

Solo questo contratto garantisce la fine del cottimo, il diritto a ferie e malattia, e una paga oraria dignitosa.

La sicurezza non deve essere un costo a carico del rider: chiediamo che le aziende paghino integralmente i DPI, forniscano e manutengano i mezzi. Basta con algoritmi oscuri che penalizzano chi si ferma per stanchezza o necessità; esigiamo trasparenza totale sui criteri di assegnazione del lavoro.

Davanti alla gravità di quanto emerso a Milano, il governo e le istituzioni locali non possono più girarsi dall’altra parte. USB sostiene l’urgenza assoluta di aprire in ogni città, presso le Prefetture, dei tavoli permanenti di monitoraggio del caporalato.

È necessario un presidio costante del territorio per fermare lo sfruttamento e garantire che la regolarizzazione disposta dai giudici diventi realtà per ogni rider d’Italia.

Invitiamo tutti i rider di Glovo, Deliveroo e di ogni altra piattaforma a partecipare alle iniziative di mobilitazione di USB il 28 febbraio.

REAL JOB, REAL CONTRACT – SCHIAVI MAI! TUTTI IN PIAZZA IL 28 FEBBRAIO!

Le piazze della mobilitazione:

Torino – ore 08.00, Glovo Market, via Issiglio 76/A; ore 11.30, Burger king, via Sant’ Ottavio.

Rimini – ore 14.30, P.zza Cavour;

Bologna – ore 15.00, P.zza Nettuno;

Nola – ore 19.00, P.zza Duomo;

Milano – ore 19.00, stazione centrale (p.zza Duca d’Aosta)

Livorno – ore 19.30, P.zza Grande;

Palermo – ore 14.30, via Emerico Amari;

Padova – ore 19:00 McDonald’s, Piazzale della stazione.

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Il Messico invia altre navi con aiuti per Cuba. Il blocco USA va forzato

Il 24 febbraio, secondo quanto riporta Prensa Latina, il Governo del Messico ha inviato una nuova spedizione con un totale di 1.193 tonnellate di aiuti umanitari a Cuba, in un contesto segnato dall’inasprimento del blocco economico imposto dagli Stati Uniti.

Attraverso una dichiarazione, il Ministero degli Affari Esteri ha dichiarato che martedì le navi Papaloapan e Huasteco, della Marina, sono salpate dal porto di Veracruz, in conformità con le istruzioni della Presidente Claudia Sheinbaum.

Secondo il ministro, tra i beni di prima necessità trasportati dalla nave ARM Papaloapan ci sono fagioli e latte in polvere, per un totale di 1.078 tonnellate, mentre il carico dell’ARM Huasteco è composto da 92 tonnellate di fagioli più 23 tonnellate di vari alimenti.

Il Ministero degli Esteri ha specificato che queste 23 tonnellate di aiuti umanitari sono state consegnate da diverse organizzazioni sociali con il supporto del Governo di Città del Messico presso il centro di raccolta installato nel Centro Storico e corrispondono a una prima consegna.

Secondo quanto riportato, per il trasferimento via mare, il tempo di viaggio stimato è di quattro giorni.

Questa è la seconda spedizione di aiuti materiali dal Messico all’isola, dopo l’arrivo all’Avana il 12 febbraio, di circa 814 tonnellate di alimenti e articoli igienici di base.

“Il popolo messicano mantiene viva la sua tradizione di solidarietà con i popoli dell’America Latina e in particolare con il popolo cubano. Il nostro paese ha sempre fornito aiuto ai popoli fratelli che ne hanno bisogno”, ha detto il ministero degli Esteri di Cuba.

Già la scorsa settimana altre navi messicane erano arrivate a Cuba. Il governo cubano ha spiegato che gli aiuti umanitari inviati dal Messico saranno destinati a settori prioritari della popolazione come bambini, anziani e donne in gravidanza.

Secondo le informazioni del Ministero del Commercio Interno cubano, le 814 tonnellate di prodotti inviate dal governo messicano della presidente Sheinbaum, arrivate a L’Avana giovedì scorso, saranno distribuite nelle province di Artemisa, L’Avana, Mayabeque e nel comune speciale di Isla de la Juventud.

Giovedì della scorsa settimana, le navi messicane Papaloapan e Isla Holbox sono arrivate nella capitale del paese caraibico, con un carico di circa 536 tonnellate di cibo e articoli per l’igiene personale, nella prima; e 277 tonnellate di latte in polvere la seconda.

A tal proposito, questo martedì, il governo rivoluzionario – al comando del presidente Miguel Díaz-Canel – ha riferito che questo aiuto di solidarietà inviato dal “governo fratello del Messico” consiste in prodotti alimentari e igienici.

Con questo aiuto “le persone delle province di Artemisa, L’Avana, Mayabeque e il comune speciale di Isla de la Juventud ne beneficeranno, con priorità per i bambini dai 0 ai 13 anni, persone sopra i 65 anni, donne in gravidanza e bambini con basso peso e altezza; così come gruppi vulnerabili a L’Avana e Mayabeque”

Il Ministero del Commercio Interno cubano ha dichiarato che l’operazione per ricevere e distribuire i prodotti “si sta svolgendo con la massima rapidità”, quindi arriveranno gradualmente nei territori indicati.

È opportuno rammentare che le spedizioni avvengono in mezzo alla minaccia degli Stati Uniti di imporre misure coercitive ai paesi che forniscono petrolio greggio a Cuba, un altro aspetto dell’accanimento del blocco imposto da Washington a Cuba per oltre 60 anni.

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Solo un “piano” ci può salvare. Su Libercomunismo di Emiliano Brancaccio

L’ultima fatica di Emiliano Brancaccio intitolata Libercomunismo. Scienza dell’utopia si pone come un intervento necessario nel dibattito contemporaneo, operando una sintesi rigorosa tra la critica dell’economia politica e la ricerca di una nuova razionalità. Il saggio mette a critica la dicotomia convenzionale tra pianificazione economica e libertà individuali, proponendo quella che l’autore definisce scienza dell’utopia.

Non si tratta di una speculazione astratta, ma di un’indagine fondata sulle tendenze oggettive del modo di produzione capitalistico, con particolare riguardo verso la tendenza storica alla centralizzazione dei capitali, per tentare di scardinare quel realismo capitalista divenuto tanto celebre dopo la formulazione di Mark Fisher.

Tuttavia, questa formula sebbene efficace nel descrivere il senso di paralisi contemporaneo finisce per restare intrappolata in una fenomenologia dello spirito del tempo che malgrado le intenzioni del compianto autore inglese non riesce a smarcarsi da una sensibilità squisitamente postmoderna. Limitandosi a mappare l’impotenza riflessiva e mancando di individuare nella centralizzazione dei capitali quella base oggettiva che è fondo materiale all’ideologia dell’eterno presente.

È fondamentale precisare che la necessità della pianificazione economica volta al superamento del mercato, centrale nel lavoro di Brancaccio, non coincide affatto con l’idea di una razionalità cosciente intrinseca al sistema capitalistico, smentendo la vecchia tesi operaista del cosiddetto “piano del capitale” che attribuiva al comando capitalistico una capacità di coordinamento intenzionale e tendenzialmente onnicomprensivo.

Al contrario, la realtà descritta da Brancaccio rivela un sistema dominato da un’anarchia di fondo dove la centralizzazione non è il frutto di un disegno preordinato ma l’esito cieco e violento della dinamica di accumulazione. Proprio in questa assenza di un piano razionale capitalista si inserisce l’ostacolo ideologico del postmoderno, che può essere interpretato come l’approdo contemporaneo di quella distruzione della ragione analizzata, a suo tempo, da Lukács.

L’irrazionalismo postmoderno, esaltando il frammento e il contingente, agisce come una barriera che impedisce di cogliere la totalità sociale, giustificando l’esistente attraverso la negazione di ogni grande narrazione e rendendo la realtà apparentemente incomprensibile. Ed è in questo senso perfettamente compatibile con la teoria della conoscenza di Hayek, fortemente intrisa di pensiero negativo e volta a negare ogni possibile controllo pubblico cosciente sulle dinamiche economico-sociali.

L’interesse analitico del testo risiede nella capacità di documentare empiricamente come la centralizzazione capitalistica globale abbia raggiunto livelli tali da svuotare il concetto di concorrenza, trasformando il mercato in un meccanismo che alimenta forme inedite di autoritarismo definite dall’autore oltrefascismo.

Questa deriva investe direttamente la tenuta delle democrazie liberali, che si ritrovano subordinate alle dinamiche di accumulazione di una frazione infinitesimale di “controllori” di capitale che non ne detengono più, marxianamente, la proprietà, distribuita tra una miriade di piccoli azionisti.

In questa prospettiva, la proposta del testo emerge come una necessità dialettica: l’integrazione di strumenti di pianificazione pubblica e controllo sociale diventa l’unica condizione possibile per salvaguardare le libertà civili che il mercato tende oggi a sopprimere.

Un altro passaggio fondamentale del testo riguarda il ruolo della conoscenza all’interno di questo sistema. Qui il ragionamento di Brancaccio trova un punto di contatto con l’ethos di Robert K. Merton e il suo principio del comunismo della scienza, inteso come condivisione collettiva dei risultati della ricerca.

Il capitalismo odierno agisce in direzione opposta, recintando il sapere attraverso brevetti e monopoli tecnologici che Brancaccio inquadra nell’ambito della scienza del capitale alla quale deve essere contrapposta (come volevano Levins e Lewontin) una scienza per il popolo, per contrastare la collusione tra monopoli e ricerca scientifica che ha minato le stesse basi della credibilità della scienza presso le classi popolari, aprendo alle tante forme d’irrazionalismo contemporaneo e al ritorno del pensiero magico come reazione idealistica alla scienza del capitale.

La mercificazione della scoperta scientifica ne limita il potenziale emancipativo, trasformandola in uno strumento di esclusione. Il richiamo a una dimensione libercomunista diventa quindi anche un appello alla liberazione della conoscenza dalle catene del profitto, restituendo alla ricerca la sua funzione di bene comune (o per meglio dire: comunista) universale.

Questo approccio si estende necessariamente alla questione ecologica, dove la pianificazione non deve essere intesa come mera gestione burocratica, ma come l’unico strumento capace di ricomporre, per dirla con Bellamy-Foster, la frattura metabolica tra produzione e natura.

L’integrazione di una prospettiva ecosocialista, evidente in tutto il testo, permette di focalizzare come la centralizzazione del capitale sia intrinsecamente legata alla devastazione ambientale: il mercato, guidato dalla necessità di accumulazione illimitata, ignora i limiti fisici del Pianeta e i tempi di rigenerazione degli ecosistemi.

Una programmazione ecologica consapevole, che metta al centro il valore d’uso e la riproduzione sociale e naturale, anziché il profitto, appare dunque come il pilastro fondamentale di una transizione al socialismo che sia al contempo sociale ed ecologica.

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L’origine non è Trump: è nei geni statunitensi

“Il continente ci è stato assegnato dalla Divina Provvidenza per lo sviluppo del grande esperimento di libertà e autogoverno”. No, non l’ha detto il dittatore Donald Trump; lo espresse e lasciò scritto John Cotton, leader della setta puritana, una delle due che iniziarono a popolare con anglosassoni quelli che più tardi sarebbero diventati gli Stati Uniti.

Per “mandato divino”, quegli invasori si appropriarono delle terre dei popoli nativi.

Ricordiamo che tanto la setta puritana quanto quella pellegrina seminarono la cornice ideologica messianica di quella nazione, come vedremo in alcuni esempi.

“L’America per gli americani” è una frase che, nelle ultime settimane, si ripete nei bar e nelle riunioni, principalmente in America Latina. Nemmeno questa è stata pronunciata dal dittatore Trump. Essa sintetizza il celebre discorso del presidente James Monroe del 2 dicembre 1823, pronunciato davanti al Congresso e noto come “Dottrina Monroe”.

Con essa, il governo statunitense si attribuiva la proprietà del continente e assumeva il ruolo di protettore, un guardiano che nessuno aveva richiesto, ma che gli servì come giustificazione per numerosi interventi regionali durante i secoli XIX e XX. Ed è stata questa dottrina che Trump ha deciso di far rivivere.

“Tutto il continente ci è stato assegnato dalla Divina Provvidenza per lo sviluppo del grande esperimento di libertà e autogoverno. È un diritto simile a quello di un albero di ottenere l’aria e la terra necessarie per il pieno sviluppo delle sue capacità e per raggiungere la crescita che gli è stata destinata. Non è un’opzione per gli americani, ma un destino a cui non possono rinunciare, poiché farlo implicherebbe rifiutare la volontà di Dio. Gli americani hanno una missione da compiere: estendere la libertà e la democrazia, e aiutare le razze inferiori. Poi devono portare la luce del progresso nel resto del mondo e garantire la loro leadership, dato che sono l’unica nazione libera sulla Terra”

“Il carbone è un dono della Provvidenza, custodito dal Creatore di tutte le cose nelle viscere del Giappone per il beneficio della famiglia umana. La quantità di carbone che possiede quel paese è così abbondante che il suo governo non ha alcun argomento valido per non fornirci quella risorsa a un prezzo ragionevole”. Cioè, quasi regalato.

Forse Trump ha copiato l’idea per riferirsi al petrolio di Venezuela, Iraq, Afghanistan o Siria... ma la verità è che queste parole furono pronunciate dal Segretario di Stato Daniel Webster il 10 giugno 1851, durante la presidenza di Millard Fillmore.

Questa dichiarazione non solo illustra la logica interventista e invasiva degli Stati Uniti fin dal XIX secolo, ma ha anche stabilito un precedente per legittimare il saccheggio delle risorse di altri popoli. Sotto questa prospettiva, la sovranità altrui si trasformava in un ostacolo illegittimo, poiché le risorse erano considerate proprie, sebbene “depositate” fuori dai loro confini.

“Siamo i padroni delle Filippine. Siamo stati scelti da Dio per portare la civiltà in queste isole. Il nostro compito è imperiale. Non c’è altro destino per noi. [...] La bandiera del nostro paese deve essere la bandiera della libertà, e deve sventolare in tutti gli angoli del mondo. Non rinunceremo alla nostra parte nella missione della nostra razza, fiduciaria, sotto Dio, della civiltà del mondo”.

Nemmeno queste parole furono pronunciate dal dittatore Trump. Appartengono al senatore Albert Beveridge, in un discorso al Senato il 9 febbraio 1900.

“Se una nazione dimostra di saper agire con efficacia ragionevole e con senso delle convenienze in materia sociale e politica, se mantiene l’ordine e rispetta i suoi obblighi, non ha motivo di temere un intervento degli Stati Uniti. Ma l’ingiustizia cronica o l’inettitudine che risulti da un rilassamento generale delle norme di una società civilizzata può esigere, di conseguenza, che – in America o fuori di essa – una nazione civilizzata intervenga. Nell’emisfero occidentale, l’adesione degli Stati Uniti alla Dottrina Monroe può obbligarli, sebbene contro i loro desideri, in casi flagranti di ingiustizia o di impotenza, a esercitare un potere di polizia internazionale”

No, l’origine di queste terribili frasi non è il dittatore Trump, sebbene gli piaccia appropriarsene. Le pronunciò il presidente Theodore Roosevelt nel suo messaggio al Congresso il 6 dicembre 1904, in quello che poi sarebbe stato conosciuto come il “Corollario alla Dottrina Monroe”, o “Corollario Roosevelt”.

“Non è lontano il giorno in cui tre bandiere a stelle e strisce segneranno in tre siti equidistanti l’estensione del nostro territorio: una al Polo Nord, un’altra al Canale di Panama e la terza al Polo Sud. Tutto l’emisfero sarà nostro, come di fatto, in virtù della nostra superiorità razziale, lo è già moralmente”

Sebbene quel sentimento lo porti nella pelle, il dittatore Trump non ha abbastanza intelligenza nemmeno per formulare una frase del genere. La espresse il presidente William Howard Taft nel 1912, in mezzo alle interventi militari che allora le truppe statunitensi realizzavano in America Latina.

Così parlarono e così fecero. Così continuano ad essere. La colpa, naturalmente, è della Divina Provvidenza, che li ha condannati a quel ‘destino manifesto’ di imporre civiltà e democrazia a forza di ricatto delle armi. Trump, come i suoi predecessori, non ha avuto altra scelta.

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26/02/2026

L'agente segreto (2025) di Kleber Mendonça Filho - Gennaio 2026

Mattarella firma il decreto Sicurezza. Modificato, ma non meno pericoloso

Sono passati 19 giorni dal licenziamento nel Consiglio dei Ministri al via libera dal capo dello Stato, ma ora Sergio Mattarella ha firmato il nuovo decreto Sicurezza che ha fatto molto discutere per l’evidente torsione autoritaria che porta con sé. Da molti media viene presentato come leggermente annacquato rispetto alle prime ipotesi, ma i problemi di fondo rimangono.

Le quasi tre settimane impiegate dal Presidente della Repubblica per dare l’ok al provvedimento (e Mattarella non è mai stato parco di firme) fanno ben capire la gravità delle misure introdotte nella – pur di facciata – “democrazia liberale”. Sicuramente, l’emersione della verità sui fatti dell’esecuzione di Abderrahim Mansour da parte di un poliziotto che lo taglieggiava ha reso più complicato far accettare le novità del decreto (e ha dato una spallata anche alla propaganda sul prossimo referendum sulla riforma della giustizia).

Ad ogni modo, il testo delle nuove disposizioni arriva in Senato per la discussione parlamentare. Al suo interno, rimangono le misure che rappresentano il “cuore politico” del provvedimento, come è stato chiamato in un servizio di SkyTg24, ovvero il fermo preventivo in caso di manifestazioni pubbliche e lo “scudo penale”, ripensato più come “filtro penale”, che però non attenua l’opportunità di impunità per gli agenti che calcano un po’ troppo la mano... 

Partiamo dal fermo preventivo. Rimane, così come rimangono le 12 ore massime entro cui trattenere il “sospetto”. Quello che cambia sono le motivazioni: non più “circostanze di fatto” che arbitrariamente lasciavano in capo alle forze dell’ordine la decisione se procedere al fermo, ma un “attuale pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica”.

Ciò potrà essere desunto anche in relazione alla “rilevanza di precedenti penali o di segnalazioni di polizia per reati commessi con violenza alle persone o sulle cose in occasione di pubbliche manifestazioni nel corso degli ultimi cinque anni”. Insomma, certamente c’è stato un restringimento della casistica che legittima il fermo preventivo, ma la natura di fondo non è affatto cambiata.

Il “pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica”, se può essere associato a una sorta di “stigma penale” che ci si porta dietro per cinque anni, è una formulazione abbastanza larga da permettere una limitazione concreta del diritto a manifestare.

Rimane poi il nodo dei tempi: il fermo dovrà pur essere comunicato al magistrato, che può disporre il rilascio immediato se ne mancano i presupposti. Ma anche con la burocrazia più veloce del mondo, ci potrebbero volere ore per verificare tutti i documenti e decretare l’illegittimità del fermo. Al fermato, dunque, sarebbe comunque impedito di manifestare.

Lo “scudo” penale, si legge su molte ricostruzioni, diventa un “filtro”. Il pubblico ministero, in presenza di una “causa di giustificazione” (come può essere la legittima difesa o l’uso legittimo delle armi in servizio), effettuerà una “annotazione preliminare” per la persona coinvolta nel fatto, senza iscriverla direttamente nel registro degli indagati.

Le tutele rimangono le stesse (tutela legale, accesso agli atti, e così via), ma si evita l’avvio immediato di procedimenti disciplinari o sospensioni professionali. L’annotazione preliminare ha una durata massima di 150 giorni, dopodiché il pubblico ministero dovrà decidere se archiviare o procedere con l’iscrizione formale tra gli indagati.

Si allungano i tempi per gli accertamenti, ma il fatto che per le forze dell’ordine che usano violenza venga prevista una sorta di “riserva protetta”, alternativa ai percorsi che rispondono al principio che “la legge è uguale per tutti”, rimane. Inoltre, abbiamo sentito questi giorni di casi di “testimoni brutalizzati” e altre oscenità, che mostrano come, con tale “filtro”, sarà più complesso far emergere elementi che spingano verso delle vere e proprie indagini.

Come avevamo scritto tre settimane fa, inoltre, il problema “di modello” rimane: “si costruisce un’idea di legittimità preventiva dell’uso della forza, un’anticipazione di fiducia verso chi reagisce, verso chi “si difende”, verso chi afferma di aver agito in un contesto percepito come minaccioso”. Il rafforzamento delle tutele per gli agenti e misure preventive di detenzione dal sapore fascista blindano il potere e imprimono una svolta verso lo “stato di polizia”.

Nel decreto Sicurezza, poi, rimangono altre misure critiche. Zone rosse, multe esorbitanti per mancato preavviso o deviazione del percorso di una manifestazione. La strategia di colpire “l’indipendenza economica” dei manifestanti, delle organizzazioni e delle associazioni che promuovono mobilitazione è una scelta che mette a serio rischio l’agibilità politica nel paese.

C’è infine un’ultima modifica rispetto al testo originario, cioè il dietrofront sull’obbligo per i commercianti di registrare l’identità di chiunque acquistasse un coltello con lama superiore ai 15 centimetri. La norma avrebbe costretto coltellerie, ferramenta, supermercati e persino catene di arredamento a conservare i dati degli acquirenti (anche di semplici coltelli da cucina) per ben 25 anni.

Si trattava evidentemente della messa in capo a una serie di piccole e grandi attività di una schedatura di massa, con dati sensibili elargiti senza tanti contrappesi o motivazioni concrete di pericolo per la sicurezza. Era anche un impegno sostanzioso per le stesse attività commerciali, che si è preferito eliminare.

Per mantenere però tutto il valore simbolico di questa misura (perché questo era il suo senso fin dall’inizio), rimane il divieto di vendita ai minori con sanzioni amministrative per i genitori. Mettendo in capo a questi ultimi una responsabilità economica indiretta, si vuole percorrere la strada dell’allarmismo sul fenomeno delle “baby gang”. Resta inoltre il rischio di arresto in flagranza per chi viene sorpreso a portare fuori casa strumenti da taglio senza giustificato motivo.

Ovviamente, quello che è stato davvero “ridotto” nel testo arrivato in Senato è l’esborso economico. Vengono stanziati 19 milioni per la videosorveglianza comunale nel biennio 2025/2026, ma spariscono i fondi per gli anni successivi e anche il piano da 50 milioni per la sicurezza ferroviaria.

Non che ce ne sia da rammaricarsi: è evidente che la ragione del provvedimento è tutta beceramente securitaria, nel senso di spingere l’acceleratore sull’idea di un paese nel caos, per cui serva un controllo costante. L’Italia è già uno dei paesi più videosorvegliati in Europa, e di altre migliaia di telecamere non c’è bisogno.

Ma il tema è proprio che la “sicurezza”, per la classe dirigente, va intesa dentro la cornice dell’austerità di bilancio. In un paese segnato da profonde disuguaglianze, salari da fame, sanità e servizi sociali smantellati, crisi abitativa, la sicurezza reale, ovvero quella che si esprime nella piena garanzia di diritti sociali, viene trasformata in un problema di ordine pubblico, a cui rispondere con l’inasprimento di misure repressive. Ovviamente, quanto più a costo zero possibile.

Il vero obiettivo di questo tipo di provvedimenti, com’è chiaro, sono le varie forme di espressione del dissenso, e dunque qualsiasi tipo di opposizione reale agli indirizzi politici di guerra, interna ed esterna, che sono stati adottati dai governi europei per fare fronte alla propria crisi economica e strategica.

E nel frattempo, una sana democrazia, di cui la vera cartina tornasole è lo spazio effettivo di una dialettica politica che passi anche attraverso un inevitabile conflitto sociale, viene seppellita sotto i tratti di una “democratura” che si fonda sulla possibilità di mettere una X su una scheda ogni tanto, ma senza poter davvero poter intervenire sulle scelte politiche di fondo.

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Il Giornale Unico della Propaganda: l’Ucraina ha vinto, l’Europa trionfa!

Giù all’inferno, il povero Joseph Goebbels si starà mettendo le mani nei capelli. Gli attuali epigoni devono aver preso un po’ troppo alla lettera la famosa sua prima lezione del buon propagandista: ripetere la menzogna all’infinito finché non sia creduta vera. A scorrere le testate del giornale unico atlantista, sembra infatti che il quarto anniversario dell’attacco russo all’Ucraina corrisponda alla celebrazione dell’invincibile potenza dell’Europa e del suo beniamino Zelensky.

Va’ a spiegare, alle testate subatomiche, che il gerarca nazista aveva però l’intelligenza di capire che le balle trovano prima o poi un limite nella verità fattuale (tanto che, ricordiamolo per inciso, dopo la sconfitta di Stalingrado all’inizio del 1943, corse a ideare una nuova parola d’ordine, la “guerra totale”, proprio perché non poteva negare l’evidenza).

I mini-Goebbels da imitazione continuano invece imperterriti, nell’officiare la loro mansione di ribaltare la realtà come niente fosse. Se il maestro era un personaggio tragico, i maestrini di oggi sono solo comici.

Tre esempi basteranno. Corriere della Sera, intervista a tutta pagina ad Anne Applebaum, prezzemolina dell’immarcescibile pensiero neocon americano e, incidentalmente, moglie di Radosław Sikorski, ministro degli esteri polacco.

Proclama la premio Pulitzer (sui premi intrisi di lobbismo e ideologia, vedi il Nobel alla Machado, bisognerebbe aprire un discorso a parte): «L’Ucraina è un Paese che non sono riusciti a sconfiggere dopo 4 anni. E questa è una lezione per chiunque creda che un Paese più grande vinca automaticamente».

Certamente, mrs Applebaum: prego chiedere lumi agli afghani, che sono riusciti a umiliare la più potente coalizione militare del mondo senza poter contare, diversamente dal governo di Kiev, su santi in paradiso pronti a sborsare miliardi in aiuti economici e militari (194 per essere esatti, quelli erogati finora dall’Ue).

Il Foglio, avamposto del bellicismo con l’elmetto di latta Nell’edizione del Quadriennale della Resistenza Occidentalista, tre pezzi che crepitano come mortai. Editoriale del direttore, Claudio Cerasa: «L’Ucraina, da quattro anni, è lì che difende i confini non solo di uno Stato sovrano ma delle nostre società, della nostra Europa, della nostra idea di Occidente».

L’idea in questione, che essendo liberale e democratica dovrebbe fare della tolleranza per le opinioni altrui il proprio solido fondamento, è la stessa in base alla quale, non più tardi di qualche mese fa, la nostrissima Europa, intesa come Unione, ha fatto partire una raffica di sanzioni finanziarie ad personam contro analisti, giornalisti e accademici rei del crimine, testé inventato, di «propaganda putiniana».

Cittadini di Stati europei trattati come quinte colonne nemiche di una guerra peraltro mai dichiarata, e privati della facoltà, essenziale alla sopravvivenza, di usare i propri soldi in banca. Democraticissimo modo per reprimere le voci non allineate non avendo nemmeno la decenza di chiamarla censura.

Dalla Jugoslavia all’allargamento della Nato

Poi, due frizzanti interviste. Parla Pina Picierno, piddina vicepresidente dell’Europarlamento, già tre volte in visita in Ucraina (immaginiamo ogni volta gli scongiuri da parte della popolazione locale, alla vista dell’amazzone guerriera): «L’alternativa alla destra è il contrasto all’ideologia delle potenze fondate sull’aggressione militare».

Una a caso potrebbero essere gli Stati Uniti, che non hanno mai smesso di aggredire nazioni straniere da fine Ottocento in avanti. Ma sempre, va da sé, per il loro bene. Il bene degli aggrediti, si capisce.

O potremmo aggiungere anche la stessa formidabile e gioiosa macchina da guerra di Bruxelles. Così formidabile e gioiosa che quando la guerra insanguinò il continente, nell’ex Jugoslavia degli anni Novanta, fu così incisiva che la Nato bombardò Belgrado e lasciò premeditatamente il Kosovo come una bomba etnica a orologeria bypassando bellamente quel nano politico che era ed è l’Unione Europea.

Intervista ad Arianna Meloni, sorella di Giorgia: «Se l’obiettivo di Mosca era dividere il continente europeo, oggi abbiamo invece un continente più coeso e determinato nel difendere il popolo ucraino per una pace giusta e con le adeguate garanzie di sicurezza per Kyiv».

Determinato, senza dubbio. Coeso non tanto, dal momento che, in assenza di un esercito unico che non si farà mai, Francia e Germania hanno voluto affiancargli, ripescando la Gran Bretagna extra-Ue, l’alleanza dei cosiddetti “volenterosi”. Il trionfo della volontà, avrebbe detto Leni Riefenstahl, sempre per stare a Terzo Reich e dintorni.

Come terzo e ultimo scampolo, non possiamo far mancare al lettore la citazione della rivista che tutte le sinistre del globo ci invidiano: Micromega. Abstract-strillone sui social, articolo di Andriy Movchan: «L’invasione dell’Ucraina non ha nulla a che vedere con l’allargamento della Nato. Come spiega Putin stesso, la guerra è motivata da un’ideologia “primordialista” di ricongiungimento».

Movchan, autodefinito blogger e giornalista ucraino a Barcellona, ragiona compitamente sul fatto che, in seguito all’adesione alla Nato di Finlandia e Svezia, Putin avrebbe dovuto irrompere con le sue truppe anche lì. Mettiamoci d’accordo, caro Movchan: questo Putin va esecrato quando invade, ma è esecrabile anche quando non invade? Non sfiora la testolina dei micromeghisti che l’ampliamento della Nato costituiva una minaccia particolare riguardo l’Ucraina, data la sua importanza, non solo storico-culturale ma anche energetica e mineraria, di valore strategico per i russi? Perché allora, già che ci siamo, non tirare fuori anche la mancata occupazione dei Paesi Baltici? Ma sì, abbondiamo, abbondandis in abbondandum!

Consigliamo vivamente agli agit prop dell’Europa ultimo baluardo di civiltà di studiarsi meglio non tanto Herr Doktor, come il Führer chiamava il suo Propagandaminister (denominato proprio così, sfacciatamente, con una torva onestà: Ministro della Propaganda), ma il vero teorico del ramo: un ebreo austriaco naturalizzato statunitense, Edward Bernays, nipote di Freud e artefice delle prime gloriose malefatte comunicative in nome del modello occidentale, da esportare a forza di colpi di Stato, blitz militari e, soprattutto, ben orchestrate campagne di marketing politico, incentrate su manipolazione delle notizie e dissonanza cognitiva indotta.

Magari imparerebbero almeno a smerciare la loro retorica riuscendo pure a convincere qualcuno, anziché farlo per l’unico motivo per cui lo fanno: timbrare il cartellino del bravo euro-atlantista, garantendosi così la pagnotta, e alimentare la guerra interna contro chi dissente. E da TeleKiev, per oggi è tutto.

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Francia - Némésis organizza agguati con i suoi alleati neonazisti

Dalla morte di Quentin Deranque, le attiviste di Némésis non hanno smesso di andare da una trasmissione all’altra per diffondere bugie spudorate e imporre una narrazione vittimistica: il loro amico “pacifista” sarebbe caduto in un’imboscata tesa dagli antifascisti. È letteralmente accaduto l’opposto. Il giornale l’Humanité fa definitivamente a pezzi la narrativa dell’estrema destra.

Il giornalista Thomas Lemahieu rivela oggi che le attiviste di Némésis e il loro cosiddetto servizio d’ordine organizzano azioni di volantinaggio o di affissione di adesivi come esca, al fine di tendere imboscate agli antifascisti.

Questi elementi confermano ciò che diciamo dall’inizio e corroborano le numerose testimonianze che abbiamo potuto raccogliere: il 12 febbraio i camerati neonazisti di Némésis non erano lì per “proteggere” le attiviste identitarie, ma per picchiare a sorpresa militanti di sinistra.

Il giornale spiega di aver avuto accesso a una conversazione sulla messaggeria criptata Telegram, tra i dirigenti del collettivo femonazionalista e membri del gruppo “Nazionalista-Rivoluzionario” Audace Lione, nuovo nome del gruppo Lione Popolare, sciolto nel 2025. Quest’ultimo si addestrava al combattimento per la “razza bianca”, e Quentin Deranque ne faceva parte. Tra gli aggressori del 12 febbraio, eravamo anche riusciti a identificare dalle immagini della rissa, in prima linea, Pol-Oscar Legris, uno dei leader del gruppuscolo.

Una conversazione avvenuta il 14 ottobre 2025, tra una dirigente di Némésis e Calixte Guy, dirigente di Audace Lione, svela il modo operativo criminale. Lei lo avverte di un’azione pubblica di Némésis. I due discutono sulla posizione più strategica per questa azione e Calixte Guy le risponde che “metterà su una squadra per acchiappare i gauchisti” (sinistroidi).

Più avanti nella conversazione, Némésis propone addirittura di fungere da esca durante un’altra azione: “Ma possiamo essere in due, tre ragazze a volantinare dove volete acchiapparli. Un po’ per fare da esca, e non rivendicheremo Némésis...”. Calixte Guy risponde che avrebbe passato in rassegna le sue truppe per trovare “tra 8 e 10 ragazzi” tra i membri di Audace Lione e della Section Karcher, un altro gruppo violento di estrema destra.

La somiglianza con il modo operativo del 12 febbraio è impressionante. Némésis crea disordini, ad esempio le provocazioni davanti alla conferenza di Rima Hassan, con lo scopo di tendere trappole per distruggere persone di sinistra. Le immagini lo mostrano, è proprio il gruppo di Quentin Deranque ad essere incappucciato e armato, mentre quello degli antifascisti è a volto scoperto, reagisce senz’armi, colto di sorpresa.

Poi, i responsabili di queste imboscate sono invitate nei media di Bolloré per vittimizzarsi. Un procedimento machiavellico, che ha portato alla morte di Quentin Deranque.

L’Humanité rivela anche che Calixte Guy è stato identificato dalla polizia come facente parte dei 25 squadristi che hanno organizzato un’irruzione a febbraio 2025 a Parigi, contro la proiezione di un film di Costa Gavras da parte dell’associazione curda Young Struggle.

Secondo gli inquirenti, avrebbe “sferrato colpi alla testa della vittima caduta a terra”. Colpi alla testa da terra che possono uccidere, i media lo hanno ripetuto molto in questi ultimi giorni. Durante quella serata, un militante antifascista e un sindacalista erano stati aggrediti con calci alla testa, colpi di casco da moto e cocci di bottiglia ed erano finiti gravemente feriti. Eppure ci ripetono in loop nelle trasmissioni tv che è l’estrema sinistra ad essere violenta mentre i nazisti sarebbero degli agnellini.

Nell’articolo, si apprende anche che sono state effettuate perquisizioni al domicilio del capo di Audace Lione. Nel suo appartamento, gli inquirenti hanno potuto mettere le mani su un arsenale di “13 coltelli, un’accetta, bombe lacrimogene, una mazza telescopica, una replica di pistola per l’airsoft”.

Inoltre, Calixte Guy è ancora in contatto con altre grandi figure dell’estrema destra violenta, come il neonazista Marc Cacqueray-Valmenier, leader degli Zouaves Paris e lacchè di Bolloré, così come Axel Lousteau, ex del GUD ed eletto del Rassemblement National, nonostante il controllo giudiziario impedisca loro di vedersi. Hanno in particolare scambiato “battute” antisemite.

Su uno Snapchat attraverso il quale alcuni degli indagati continuano a comunicare nonostante il divieto legato al loro stato in “controllo giudiziario”, alcuni parlano così del caso definendola la “loro Shoah”. Prima di scoppiare a ridere immaginandosi di tatuare i loro numeri di procedimento giudiziario sugli avambracci...

Infine, bisogna sapere che il clan Guy gode di una grande reputazione all’interno dell’estrema destra lionese. StreetPress ha pubblicato un articolo su questa sinistra famiglia nel 2024: la madre, Blandine Guy Mathon, era nella lista del RN per le comunali di Lione nel 2020. Il fratello Victor ha partecipato alla campagna di Tiffany Joncour per le legislative del 2024.

È questa stessa Tiffany, deputata del Rassemblement National, che ha chiesto di classificare gli antifascisti come organizzazione terroristica all’Assemblea Nazionale la settimana scorsa. Tiffany Joncour è sposata con Maxime Gaucher, un altro militante neonazista e hooligan ultra violento.

I metodi di Némésis e dei gruppi nazisti erano noti a tutti. Organizzano in totale impunità da anni linciaggi e imboscate contro le minoranze e le persone presumibilmente di sinistra, sotto l’occhio benevolo delle autorità. La vernice sta screpolandosi. L’Humanité ha appena dato un nuovo calcio al formicaio e ha abbattuto il discorso vittimistico dell’estrema destra.

Alla luce di queste rivelazioni esplosive, è tempo di porre fine a questa oscena buffonata. Némésis è responsabile della morte di Quentin Deranque. Gli antifascisti lionesi caduti nella trappola e attaccati, che sono attualmente incarcerati a seguito di questa montatura, devono essere immediatamente liberati.

Némésis e i loro amici violenti, colpevoli di associazione a delinquere, di riunione finalizzata a commettere violenze e di tentato omicidio in banda organizzata e con armi, devono essere perseguiti. I media e i politici che hanno diffuso la narrativa dell’estrema destra devono rispondere delle loro azioni.

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