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mercoledì 15 febbraio 2017

Emirati Arabi Uniti: introdurre l'iva per garantire la stabilità

di Francesca La Bella

La notizia è della scorsa estate, ma in questi giorni sono giunte le conferme: a partire da gennaio 2018 gli Emirati Arabi Uniti (Eau) e il Consiglio di Cooperazione del Golfo (Ccg) introdurranno l’Imposta sul Valore Aggiunto (Iva) al 5% sulla vendita della maggioranza dei beni all’interno dei loro Paesi. L’accordo, pur concedendo un anno per la transizione per far fronte alle numerose problematiche connesse all’introduzione della tassa, prevede l’applicazione perlopiù simultanea ed omogenea nei diversi Paesi del Ccg per evitare fenomeni lesivi della competitività tra i membri. Alcune eccezioni sono, però previste. Per quanto riguarda gli Eau, ad esempio, l’implementazione della norma non dovrebbe riguardare una lista, non ancora diffusa, di 150 beni di prima necessità e alcuni settori sensibili come educazione, sanità, energie rinnovabili, acqua, trasporti e tecnologia. Nonostante questo, secondo quanto dichiarato dal sotto-segretario alle Finanze Younis al-Khouri, si prevede un flusso nelle casse statali di circa 12 miliardi di dirham (3,3 miliardi di dollari) già nel primo anno di applicazione e di 20 miliardi di dirham (5,4 mld di dollari) nel secondo.

Gli analisti ritengono che la scelta di introdurre l’Iva sia da considerare diretta conseguenza delle problematiche connesse con l’instabilità del prezzo del petrolio e la necessità di differenziazione dell’economia interna dei Paesi del Ccg. Questa analisi trova conferma nelle parole dello stesso Ministro dell’economia Sultan Al Mansouri che, secondo quanto riportato da The National, quotidiano statale di Abu Dhabi, avrebbe dichiarato che la nuova tassa potrebbe consentire di mantenere gli investimenti nei settori sociali anche senza i proventi petroliferi del passato. In questo senso è molto interessante leggere le interconnessioni tra fenomeni apparentemente distanti ed indipendenti. La trattativa per la firma dell’accordo di blocco dell’estrazione petrolifera si è, infatti, mossa di pari passo con il tentativo dell’Arabia Saudita di rafforzare la cooperazione all’interno della Penisola Arabica attraverso la nascita di una Unione del Golfo, progetto decaduto a dicembre durante la 37esima riunione Ccg proprio a causa dell’opposizione di Oman e Uae.

Nonostante l’accordo per la stabilizzazione del prezzo del petrolio a livello mondiale, il processo di strutturazione di un’alleanza che permettesse agli attori coinvolti di mitigare gli effetti negativi del ristagno dell’economia e dei sommovimenti interni sembra, dunque, non essere andata a buon fine e i singoli Paesi potrebbero cercare di perseguire questo stesso obiettivo percorrendo strade diverse. A livello internazionale, la politica di allargamento della sfera di influenza di Abu Dhabi passa sia per la partecipazione diretta nei conflitti dell’area, come nel caso dello Yemen dove, secondo quanto riportato dalle agenzie di stampa nazionali, a fine gennaio, l’aviazione emiratina avrebbe abbattuto un drone di fabbricazione iraniana, sia per la costruzione di nuove basi militari nell’area come nel caso del Somaliland. La costruzione della base, futuro punto di partenza per gli attacchi aerei da parte della coalizione araba contro i ribelli sciiti Houthi nello Yemen, ha ricevuto l’approvazione del Governo locale in quanto fonte di investimenti e di opportunità lavorative, suggellando una nuova alleanza a cavallo del Golfo di Aden. Il progetto rischia, però, di avere anche un risvolto negativo: percepito dai vicini d’area del Somaliland come un’inopportuna ingerenza negli affari africani, potrebbe incrinare i rapporti tra Uae ed alcuni Paesi del Corno d’Africa come Gibuti ed Etiopia. 

A livello interno, invece, il filo conduttore delle scelte del Governo sembra essere il tentativo di mantenere ad ogni costo la pace sociale. In questa prospettiva risultano nuovamente illuminanti le parole del Ministro dell’Economia che nella lunga intervista a The National dichiara che “un recente studio dimostra che le politiche di austerità possono fare più male che bene. Il consenso tra gli economisti di tutto il mondo è che le politiche di austerità aumentano l’instabilità e minano la crescita”. L’introduzione dell’Iva, l’accordo petrolifero, la differenziazione economica e gli investimenti infrastrutturali trovano, così, una cornice di lettura coerente: a fronte di una destabilizzazione generale dell’area, la ricerca della solidità economica interna, mira al mantenimento della pax sociale in modo che non venga messo in discussione lo status quo nazionale e regionale.

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