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14/06/2014

Iraq - Obama pensa ai droni, i curdi a prendersi Kirkuk

Civili si arruolano volontari per il governo di Baghdad (Foto: Reuters)

Cen­ti­naia di morti in ese­cu­zioni som­ma­rie, migliaia di feriti e mezzo milione di pro­fu­ghi, secondo i dati di un allar­mato Alto Com­mis­sa­riato per i Diritti Umani dell’Onu: è il bilan­cio di cin­que giorni di caos ira­cheno. Da lunedì il paese è sull’orlo di una spac­ca­tura dif­fi­cile da sanare. Una frat­tura ter­ri­to­riale, poli­tica, etnica: a nord i curdi, a ovest i jiha­di­sti, a est e sud - per ora - il governo sciita di Baghdad.

La rea­zione della Casa Bianca potrebbe essere più vicina del pre­vi­sto: «Vista la gra­vità della situa­zione - ha avver­tito ieri il segre­ta­rio di Stato, John Kerry - il pre­si­dente potrebbe pren­dere deci­sioni tem­pe­stive». Ovvero entro le pros­sime 24 ore. In mat­ti­nata Obama aveva par­lato di prov­ve­di­menti imme­diati e minacciato lo Stato Isla­mico in Iraq e in Siria (Isil) di raid aerei. Di truppe di terra non se ne parla ancora, per adesso Washing­ton dovrebbe optare per attac­chi mirati dei droni, sullo stile degli inter­venti con­tro Al Qaeda in Yemen.

Ma se Obama e Kerry pun­tano il dito con­tro i jiha­di­sti di stanza sia in Iraq che in Siria, stessa sorte – il bom­bar­da­mento – non toc­cherà ai mili­ziani al di là del con­fine, attivi in ter­ri­to­rio siriano. Sep­pur si tratti esat­ta­mente dello stesso gruppo, che con estrema faci­lità si fa beffe di Bagh­dad e Damasco e fa pas­sare armi e uomini da una parte all’altra della fron­tiera, gli Usa pun­tano un unico tar­get. Anzi, due: l’Isil in Iraq e il governo sciita di Maliki, posto sulla pol­trona di pre­mier da Washing­ton e oggi rin­ne­gato: «Il governo ira­cheno dovrebbe sve­gliarsi», ha detto Obama allu­dendo alle politiche di esclu­sione con­tro la comu­nità sun­nita, ter­reno fer­tile alle sirene qae­di­ste per­ché gra­ve­mente mar­gi­na­liz­zata dal potere centrale.

Intanto sul ter­reno gli isla­mi­sti – già padroni di parte della pro­vin­cia di Anbar, di Baniji e Salah-a-Din, di Mosul e della pro­vin­cia di Ninawa – hanno assunto ieri il con­trollo di altre due città, Saa­diyah e Jala­wla, nella pro­vin­cia di Diyala, a nord est di Bagh­dad. Da qui potrebbe pren­dere il via la mar­cia verso la capitale, minac­ciata ieri e faci­li­tata dal radi­ca­mento isla­mi­sta nelle comu­nità intorno alle mon­ta­gne Him­reen. La presa di Diyala non si è dimo­strata com­plessa per l’abbandono delle posta­zioni da parte delle forze di sicu­rezza. Baghdad ha però bom­bar­dato la zona, costrin­gendo parte della popo­la­zione a ripa­rare al nord. A sud della capi­tale, la città sciita di Samarra è stata cir­con­data dall’Isil, ma l’esercito rego­lare ne man­tiene ancora il con­trollo. A spa­ven­tare sono, però, le «prove di calif­fato» dell’Isil: in alcune zone occu­pate, i qae­di­sti hanno reso pub­bli­che le regole che la popo­la­zione dovrà rispet­tare. Non bere alcol, non usare dro­ghe, non fumare siga­rette e – per le donne – coprirsi total­mente il corpo.

Dove il governo non rie­sce ad arri­vare, appe­san­tito da un eser­cito in fuga, ad orga­niz­zarsi sono le mili­zie sciite: ieri una delle più impor­tanti figure reli­giose del paese, l’Ayatollah Ali Sistani, ha emesso una fatwa con cui intende mobi­li­tare la mag­gio­ranza sciita: «La respon­sa­bi­lità di lot­tare è di tutti, non di una setta o di un par­tito. Chi è in grado di pren­dere un arma e com­bat­tere i ter­ro­ri­sti deve arruo­larsi volon­ta­ria­mente nelle forze di sicurezza». Una chia­mata alle armi che potrebbe ulte­rior­mente infiam­mare un con­flitto già set­ta­rio e che ha pro­dotto i primi effetti nella pro­vin­cia di Diyala, ieri tea­tro di scon­tri tra mili­zie sciite e qae­di­sti. E dopo l’appello del premier Maliki sareb­bero migliaia i civili in fila nel cen­tro di reclu­ta­mento di Baghdad.

«Resi­ste» il Kur­di­stan ira­cheno, che man­tiene le posi­zioni gra­zie all’intervento dei pesh­merga, e si allarga abbon­dan­te­mente verso sud. Ieri ha fer­mato l’offensiva isla­mi­sta e assunto il con­trollo di Kir­kuk, zona petro­li­fera tra le più ric­che del paese. La regione auto­noma del Kur­di­stan appro­fitta apertamente dello sbando dello Stato ira­cheno, nel ten­ta­tivo di annettere zone da tempo con­tese con Bagh­dad e otte­nere sul campo l’indipendenza a cui aspira da decenni. Così sareb­bero in ballo accordi sottobanco tra curdi e isla­mi­sti per una divi­sione del ter­ri­to­rio. «In molte aree, noi non li distur­biamo e loro non ci distur­bano», è stato il com­mento del gene­rale pesh­merga Zibari.

Prova ne sarebbe sia l’ambiguo disin­te­resse dell’Isil verso le regioni nord del paese (con i pozzi di petro­lio più pro­dut­tivi), sia la ven­dita realiz­zata dai curdi ira­cheni di un cargo di greg­gio alla com­pa­gnia russa Rosneft. Un accordo che cal­pe­sta il divieto di Bagh­dad al Kur­di­stan ira­cheno, non auto­riz­zato a ven­dere greg­gio nono­stante la strana alleanza stretta a fine mag­gio con Ankara (che men­tre fa accordi con Irbil, reprime le spinte auto­no­mi­ste dei curdi tur­chi) per l’esportazione di greg­gio curdo via Tur­chia. Per Erdo­gan, l’amicizia con il Kur­di­stan ira­cheno è fonte di gua­da­gno eco­no­mico e anche di sicu­rezza alla fron­tiera: una zona cusci­netto che protegga Ankara dal caos iracheno.

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