Michele Marsonet, da studioso, non usa molti giri di parole. «Nel grande disastro irakeno che rivela il completo fallimento della politica estera americana e occidentale in genere, vale la pena di rammentare anche il prezzo che la Turchia sta pagando grazie alla strategia folle di Recep Erdogan».
Partito con l’intento di restituire al suo Paese un ruolo di grande potenza regionale (che peraltro in parte già aveva), il premier turco si è poi messo a coltivare il sogno di rifondare un’entità che assomigliasse al vecchio impero ottomano. Naturalmente i confini non possono essere quelli di un tempo così lontano, e allora la spinta espansiva si è rivolta alle repubbliche turcofone ex sovietiche del Caucaso e dell’Asia centrale come Azerbaijan e Turkmenistan, con una politica di penetrazione culturale assai intensa. In Azerbaijan, per esempio, il russo viene progressivamente sostituito dall’azero che è una lingua molto simile al turco.
| Combattente ‘peshmerga’ curdo in Iraq |
Tutto insomma andava bene pur di abbattere il governo di Damasco, e i rifornimenti ai ribelli che passano attraverso il confine tra Siria e Turchia sono diventati col tempo sempre più copiosi. La gravissima tensione interna non ha affatto frenato Erdogan, facilitato dal fatto che l’esercito, per decenni custode degli ideali laici di Ataturk, è stato ridotto all’impotenza e obbedisce adesso al nuovo padrone.
Ad Ankara hanno però sottovalutato alcuni eventi recenti, e in particolare la formazione di un’entità – che potrebbe presto diventare uno Stato – di ispirazione qaedista. I rapporti con l’Isis sono stati finora piuttosto buoni ma, si sa, i fondamentalisti non agiscono su basi razionali. Dopo aver conquistato il Nord irakeno e una fetta consistente della Siria, i miliziani dell’Isis, arrivati a Mossul, hanno assaltato il consolato turco sequestrando il console stesso e un numero imprecisato di impiegati della sede diplomatica.
Erdogan e il suo ministro degli esteri ne hanno subito preteso la liberazione immediata, minacciando un’azione militare in caso contrario. Difficile tuttavia portarla a termine in una zona che i fondamentalisti (tra l’altro sunniti proprio come i turchi) dominano interamente. L’esercito regolare iraqeno addestrato dagli USA si è squagliato come neve al sole, abbandonando sulle strade armi e mezzi militari in gran numero. Gli americani hanno promesso un invio massiccio di droni, ma non si vede davvero come possano risultare utili senza avere sul terreno truppe efficienti che contrastino l’avanzata delle forze dell’Isis.
| Combattenti Peshmerga curdi sparano con un lanciarazzi |
A nessuno sfugge la stranezza della situazione. La guerriglia curda è stata per decenni una vera e propria spina nel fianco del governo di Ankara e, se continua così, andrà a finire che i turchi dovranno affidarsi proprio ai curdi irakeni per salvare i loro connazionali. Un’indubbia lezione per Erdogan, anche se, conoscendo il personaggio, dubito che sappia trarne le dovute conseguenze.
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