A poco sembra essere valsa la nomina del nuovo premier yemenita,
Khaled Bahah, inviato Onu e ex ministro del Petrolio. L’incarico a
formare il nuovo governo pareva aver aperto uno spiraglio nella dura
crisi politica del paese, perché scelto tra una rosa di nomi proposta
dalla minoranza sciita Houthi, che il mese scorso ha occupato la
capitale Sana’a chiedendo un nuovo esecutivo.
Ieri il movimento ha preso il controllo del porto di
Hodeidah, sul mar Rosso, il secondo del paese, dispiegato checkpoint per
le strade, occupato l’aeroporto della città e alcune basi militari e
razziato il quartier generale del partito islamista sunnita Islah.
Secondo quanto riportato dai residenti, gli Houthi hanno preso il
controllo di tutti gli ingressi alla città senza trovarsi di fronte
resistenza da parte delle forze di sicurezza governative. Una mossa che
segue alla presa della capitale e l’imposizione di un controllo formale
su tutti gli uffici governativi e ministeriali.
Nelle stesse ore, il nuovo premier Bahah tentava di riportare
l’ordine, promettendo la nomina del governo entro poche settimane. La
nomina di Bahah era giunta dopo il rifiuto Houthi a quella di Ahmed Awad
bin Mubarak (visto dalla minoranza sciita come un’imposizione
statunitense e saudita). Ora il neo premier ha 30 giorni di
tempo per scegliere i suoi ministri e porre fine così alla lunga
transizione politica yemenita, cominciata nel 2012 con la deposizione
del presidente Ali Abdullah Saleh dopo 33 anni di potere indiscusso.
A monte la mediazione Onu che sembrava aver calmato le acque e
fermato il colpo di Stato a nord del paese (la zona più ricca di risorse
naturali), con la promessa di un nuovo esecutivo e la reintroduzione
dei sussidi sul carburante. Dietro, le condizioni economiche in
cui versa lo Yemen: il 50% della popolazione vive sotto la soglia di
povertà e l’economia si fonda quasi esclusivamente sul greggio, i cui
proventi non sono distribuiti secondo politiche egualitarie.
Una situazione caotica che facilita i movimenti di rottura e di
protesta, come quello Houthi. Che ieri ha segnato un altro punto con la
presa di Hodeidha.
La città sul mar Rosso dà ai ribelli il controllo di una zona
strategica, permettendogli di aprirsi verso l’esterno, dopo la presa –
oltre che della capitale – anche delle province settentrionali di Saada e
Omran e quella meridionale di Damar. Conquiste arrivate senza
combattere: l’esercito yemenita si è fatto da parte, sia perché incapace
di fronteggiare gli Houthi sia per la collaborazione stretta dal
movimento sciita con alcune forze fedeli all’ex presidente Saleh. Non
sono poche le voci che danno la caduta di Sana’a frutto del sostegno di
alcune unità militari che avrebbero stretto un patto di non aggressione
con i ribelli, nel tentativo di minare il processo di riconciliazione a favore del vecchio potere.
Non mancano ovviamente le influenze regionali: la confinante
Arabia Saudita – convinta che dietro gli Houthi ci sia il nemico Iran –
teme l’espansione sciita nel paese, cortile di casa di Riyadh, e non è
improbabile che prima o poi muova i fili di gruppi anti-sciiti per
fermarne l’avanzata. L’occupazione di Hodeida preoccupa in
particolar modo la famiglia dei Saud: gran parte delle esportazioni di
petrolio verso l’Europa passano per Bab al-Mandab, ingresso sul mar
Rosso, a pochissima distanza dal porto preso dagli Houthi.
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