Il 6 novembre Bruxelles ha visto la manifestazione più grande da decenni. Come raccontano le cronache, tra
gli oltre 150.000 manifestanti molti indossavano tute arancioni da
lavoro dei portuali di Anversa – uno dei principali porti dell’UE
– e, tra questi, diverse centinaia si sono scontrati per ore con la
polizia. La presenza di simpatizzanti di estrema destra tra i portuali e
durante gli scontri è stata segnalata da più parti; tuttavia, limitarsi
a questa lettura contrapponendo i casseurs ai manifestanti
pacifici rischia di non far vedere i motivi della rabbia espressa dai
portuali e di ricacciare nell’ombra ciò che accade dentro e intorno ai
porti. Vale dunque la pena fare alcune considerazioni sulla loro
presenza in piazza e sul loro reiterato protagonismo. Stiamo infatti
parlando del cuore dei commerci europei: dai porti passa il 90% del
traffico commerciale tra l’UE e il resto del mondo, e il 40% del
traffico intra-UE. Il porto di Anversa è in un rapporto di diretta
competizione con Rotterdam e Amburgo e in questi porti sbarcano
centinaia di migliaia di container provenienti dall’Asia, Cina in
particolare, che servono le catene produttive che, dalla Francia
all’Europa centrale, includendo la «locomotiva tedesca», arrivano sin
nelle zone di nuova industrializzazione dell’Est Europa, Polonia in primis. Questi porti sono i connettori tra l’Europa e il resto del mondo nell’epoca della globalizzazione. Non è un caso che l’area compresa tra questi porti e l’entroterra sia la zona europea a più alta intensità logistica.
Anversa e l’Europa nella logistica globale
Solo per rendere l’idea del rapporto tra
i volumi movimentati in questi porti e gli attuali equilibri globali
della produzione, va segnalato come Rotterdam, il principale porto
Europeo in termini di container, è solo decimo nella classifica mondiale
dei porti, dopo nove porti asiatici e Dubai. Di questi, due (Shangai e
Singapore) movimentano quasi il triplo dei volumi di Rotterdam e altri
due (Shenzen e Hong Kong) quasi il doppio. Dopo Rotterdam, dobbiamo
arrivare al quindicesimo posto per trovare Amburgo e Anversa, seppur a
minor distanza, mentre Los Angeles, principale porto americano, è al
diciannovesimo posto. A livello globale, Cina e Stati Uniti sono i maggiori esportatori di container, ma la Cina ne esporta il triplo.
Cina e Stati Uniti sono anche i maggiori importatori, ma questa volta
gli Stati Uniti sono in vantaggio, seppur di solo un terzo rispetto alla
Cina. Questi dati restituiscono una visione solo parziale rispetto ai
traffici marittimi, perché riguardano esclusivamente il traffico
container e dunque non considerano i movimenti di materie prime e
combustibili che viaggiano su navi e supporti diversi. Tuttavia,
permettono di inquadrare alcune delle principali direttrici della
produzione globale. I container stipati sulle banchine di questi porti
contengono infatti di tutto: tanto merci finite, quanto semilavorati o
componenti che costituiscono oggi la maggior parte dei traffici
commerciali mondiali. I porti e le catene logistiche ai quali sono
collegati vanno cioè intesi come parte integrante del processo
produttivo complessivo e non, come spesso accade, come qualcosa di
esterno, che viene dopo la fine della produzione. Per inquadrare il
lavoro svolto dai portuali di Anversa, osserviamo che il porto movimenta
volumi complessivi per circa il 54% composti da container e per circa
il 37% da materiali trasportati in navi bulk (come liquidi, gas
o altri combustibili o composti chimici, o solidi, come carbone, ghiaia
o altri materiali). Il restante 9% è composto di trasporti generici non
stipati in container e mezzi su ruota.
Un’indagine tra gli operatori
logistici europei condotta dal colosso della logistica globale Prologis
nel 2013 ha indicato il nodo di Anversa-Bruxelles come il secondo più
favorevole per investire in logistica, dopo la zona di Venlo in Olanda, vicina al confine con la Germania. La classifica funziona come una sorta di rating
per un settore che risponde sempre di più a logiche di tipo finanziario
e si basa su quattro indicatori: prossimità a clienti e fornitori;
lavoro e governo; mercato immobiliare; infrastrutture. È interessante
vedere come si strutturino gli indici di gradimento dei diversi siti: se
per la zona del Reno-Ruhr (quarta) a farla da padrone è la prossimità
ai clienti e alle supply chain, per Venlo «lavoro e governo»
sono l’elemento più attrattivo. «Lavoro e governo» sono invece un punto
debole per Rotterdam, mentre il nodo Anversa-Bruxelles si colloca a metà
strada. Venlo vanta anche il punteggio più alto per quanto riguarda le
infrastrutture, seguito poco sotto da Rotterdam. Anversa-Bruxelles e il
Reno-Ruhr sono rispettivamente terza e quarta. Anche in questo caso,
stiamo parlando delle regioni europee in cui per prime si sono
realizzate reti di comunicazione multimodali, che comprendono ferrovie
ad alta capacità per il trasporto merci (TAV) e una rete autostradale
efficiente, collegate a parchi logistici all’avanguardia. Notiamo come
la previsione di Prologis per il 2018 sostanzialmente confermi le prime
quattro posizioni, mentre al quinto posto fa il suo ingresso la Romania
Pan-Regionale, un’area identificata nel triangolo tra Timisoara,
Bucarest e Brasov.
| Mappa delle più appetibili destinazioni logistiche in Europa. Fonte: Prologis |
Per capire l’agitazione dei portuali belgi bisogna tuttavia guardare
soprattutto alle differenze competitive dei diversi porti dell’UE
rispetto a «lavoro e governo». Il criterio si basa su quattro
indicatori: disponibilità di lavoro e flessibilità; salari e benefit;
regolamenti; incentivi. Il costo del lavoro è un problema che, per il
momento, è bilanciato da altri fattori, inclusi i regolamenti e gli
incentivi. Ciò su cui vogliamo porre l’accento è come le aree
prese in considerazione, pur servendo lo stesso mercato unico, siano
oggi caratterizzate, non solo nel settore logistico, da
un’organizzazione del lavoro, condizioni di lavoro e salariali,
regolamenti e incentivi tra loro molto differenti.
In questa situazione, pur condividendo con gli altri settori lavorativi
il deterioramento delle capacità contrattuali degli ultimi anni, nei
porti leader come Anversa continuano a persistere capacità di
organizzazione collettiva e di resistenza da parte degli operai.
Il lavoro nei porti e l’Europa a due velocità
Nei porti europei lavorano oggi più di
500mila operai, ma le statistiche divergono, oscillando tra l’1.5
milioni di lavoratori che comprendono l’indotto delle aree portuali più
immediate ai circa 110 mila portuali in senso stretto. Ciò dipende non
soltanto dalla loro classificazione, ma anche dall’elevato tasso di
precarizzazione e oscillazione degli impiegati nei servizi portuali.
Numeri in ogni caso ridotti rispetto ad altri siti produttivi e
soprattutto rispetto alla rilevanza della funzione che essi hanno nella
catena produttiva, dovuti alla massiccia automazione e all’ingresso del
container, che ha portato negli ultimi decenni al predominio delle navi
giganti lungo le rotte principali. Oggi le squadre di camalli sono in
gran parte sostituite da operai più o meno specializzati, che lavorano a
contatto con macchinari di grandi dimensioni e sotto stretto controllo
di procedure sempre più standardizzate. I grandi porti appaiono come
enormi spazi dove i movimenti sono lenti ed è difficile scorgere gli
operai al lavoro. Viste le troppe retoriche in circolazione sulla fine
del lavoro di fabbrica, tuttavia, è necessario sottolineare ancora una
volta che l’automazione nei porti, e l’utilizzo massiccio di
tecnologie digitali nella loro gestione ed organizzazione, non indicano
affatto l’irrilevanza del lavoro manifatturiero. Al contrario:
essi esprimono un aspetto della riorganizzazione produttiva su scala
globale che deve tener conto del fatto che ciò che circola nelle grandi
navi, inclusi i container e le stesse navi, da qualche parte deve essere
prodotto. E sempre più spesso ciò avviene in siti produttivi che
riproducono il gigantismo navale: per limitarci a un esempio ormai noto,
basti pensare alla Foxconn, gigante mondiale dell’elettronica, la cui
fabbrica principale di Longhua impiega oltre 250 mila operai e operaie e
comprende un ospedale, dormitori e campi sportivi, una vera e propria
città-fabbrica dalle dimensioni mastodontiche. Che vi sia oggi ancora
chi utilizza strumenti che sono prodotti in posti come questi per
dichiarare l’irrilevanza progressiva del lavoro di fabbrica è un fatto
spiegabile solo con la rimozione della dimensione globale della
produzione contemporanea.
Questi numeri segnalano dunque come dai porti passi buona parte degli
scambi che permettono all’UE di essere un attore tra i principali sulla
scena della globalizzazione. Il protagonismo di alcune centinaia di operai portuali visto a Bruxelles va letto tenendo conto di questa cornice.
Il loro nemico principale, oltre alle politiche del governo belga, è il
tentativo dell’UE di liberalizzare la politica portuale a livello
continentale, per superare l’attuale organizzazione su scala nazionale.
Già oggi diverse riforme hanno portato a una generale riconfigurazione
dei porti, che sono passati da un sistema di porti-servizio, considerati
infrastrutture di proprietà pubblica, a porti proprietari, con la
partecipazione di operatori privati. Inoltre, come mostra il caso del
Pireo, gestito ormai in gran parte dall’operatore cinese COSCO, le
politiche nazionali non sono di grande aiuto ai lavoratori portuali
quando si tratta di paesi nei quali la crisi economica e politica ha
permesso all’UE, insieme ai governi nazionali, di portare le politiche
neoliberali promosse attraverso il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità,
più noto come Fondo salva-Stati) a livelli di sperimentazione più
avanzati. Il vecchio mito dei camalli persiste, ma già oggi
assume la forma di sacche di resistenza assediate da movimenti globali
che si impongono con la forza della competizione. È tuttavia
evidente come una liberalizzazione imposta su scala continentale si
abbatterebbe anche su quei porti dove oggi il potere contrattuale degli
operai è maggiore. Non si tratta di una novità, ma di un tassello che
segnerebbe un passo in avanti nella radicalizzazione delle politiche
neoliberali dell’UE. Sino a oggi, per mantenere il consenso interno i
governi nazionali hanno cercato di limitare o mascherare le politiche
promosse su scala continentale. Appare così come la vera Europa a due
velocità sia quella tra le tendenze neoliberali e la necessità di
mantenere il controllo sociale e un minimo di consenso da parte di paesi
che hanno beneficiato degli sbilanci commerciali e dell’apertura dei
mercati ad Est, in particolare la Germania. La manifestazione di
Bruxelles mostra un Belgio posto oggi dal governo di fronte all’evidenza
di politiche che inevitabilmente rompono gli esili argini nazionali. Anche
se movimenti e sindacati europei stentano a capirlo, l’Europa è un
mercato unico posizionato nel mercato globale e ciò che accade da una
parte ha conseguenze sull’altra. Le politiche di austerity a
lungo imposte ai PIIGS secondo la retorica del «fare i compiti a casa»
hanno e avranno conseguenze anche per i paesi i cui cittadini non
sentivano di far parte degli studenti mandati dietro la lavagna.
Bruxelles è la capitale d’Europa, ma di quale Europa stiamo parlando? Il
protagonismo degli operai portuali all’interno della mobilitazione
belga anti-austerity, ci dice qualcosa. In primo luogo, indica come vi siano almeno due livelli nella lotta complessiva su scala europea,
uno più visibile, che mobilita opinioni e parziali dibattiti, anche se
ancora frammentato lungo la dimensione nazionale, e uno meno visibile,
strutturale, accettato quasi come evento naturale, sul quale occorrerà
prima o poi puntare i riflettori. Se il primo interessa direttamente le
politiche governative e comunitarie, il secondo ha a che fare con una
ristrutturazione a livello della produzione, che delle politiche
governative e comunitarie sfrutta la cacofonia e i diversi registri.
Organizzarsi nella nuova logistica europea
Mentre sindacati e movimenti protestano a
livello nazionale o, quando va bene, genericamente contro l’austerity e
l’Europa della Troika, le imprese valutano le differenze regionali e nazionali sulla base di diversi requisiti, che rispondono però ad una stessa logica. Mentre sentiamo dire ai sindacati che parlare di salario minimo, welfare e reddito europei
è un problema per le grandi differenze che esistono, le imprese
analizzano queste differenze per costruire percorsi che le attraversano e
le mettono in comunicazione. Così facendo, concorrono a produrle.
Imprese e governi non sono però soli: devono fare i conti con le
proteste operaie e la crescente mobilità che, soprattutto nell’Est
Europa, si oppone alle loro pretese. Oggi queste proteste e
questa mobilità hanno i tratti di un movimento reale, che tuttavia non è
compreso né considerato nel suo insieme dai movimenti, che scelgono spesso di agire sul piano immediatamente simbolico dell’antagonismo politico, e sindacati,
intenti spesso a difendersi come strutture più che ad organizzare una
reazione collettiva al dominio del comando capitalistico. L’irruzione
dei portuali protagonisti in piazza a Bruxelles potrebbe funzionare come
una sveglia per entrambi. Essa segnala infatti che forse, oggi, bisognerebbe
invece saper guardare alle condizioni particolari di certi settori non
per sottolinearne la specificità o l’unicità, ma per cogliere le
condizioni generali che essi illuminano. Allo stesso tempo,
bisognerebbe comprendere come, in una realtà già di fatto segnata da
rapporti lavorativi che si fondano sull’orizzonte della precarizzazione,
piuttosto che inseguire chimere di universalità dei diritti, o fare
generici appelli all’unità delle lotte, sarebbe il caso di scardinare
queste fondamenta. Anche quando si tratta di difendere le pensioni o
l’indicizzazione dei salari, di cui pure milioni di lavoratori e
lavoratrici in giro per l’Europa non hanno probabilmente mai sentito
parlare. È necessario inoltre che i movimenti capiscano che allo spazio
nazionale, che molti dicono di voler superare anche se lo mantengono
come orizzonte organizzativo e di immaginazione primario, non si è
sostituito un generico spazio europeo, e nemmeno una generica dimensione
transnazionale globale. Al contrario, tanto lo spazio europeo quanto
quello globale sono solcati da direttrici particolari, che disegnano una
nuova mappa del potere di comando che il capitale esercita sul lavoro.
| The ‘blue banana’: un modello geografico dell’economia europea sviluppato per la prima volta nel 1989, alla vigilia del crollo del Muro di Berlino |
La logistica è un settore
certamente decisivo e, in molti casi, in espansione in modo quasi
proporzionale alla mobilità della produzione. Dove non serve più logistica per la produzione, ad esempio, diventa centrale la logistica per il consumo.
La logistica ha però anche una propria forza attraverso la quale
imporre nuove geografie della produzione e del consumo, nuovi modelli di
organizzazione della vita sociale e del consenso. Ridurre tutto ciò alla circolazione delle merci è un errore che non possiamo permetterci.
Al tempo stesso, pensare che oggi il potere sia nelle mani degli operai
della logistica è una valutazione che pecca d’ingenuità. Questi operai
rischiano ovunque di essere politicamente spazzati via, come già
successo ai trasportatori statunitensi e ai portuali newyorkesi, se non
si fa uno sforzo di capire il loro posizionamento all’interno di catene
che coinvolgono anche i siti dove sono prodotti i colli che trasportano,
e se non si colloca la logistica in relazione con ciò che vi accade
intorno, comprese le condizioni specifiche che insistono sugli impiegati
del settore, come la loro condizione di cittadini o migranti e il loro
essere donne o uomini. Che in alcune situazioni, come ad esempio
l’Italia, esistano ancora ampi margini di miglioramento delle condizioni
lavorative in un settore cresciuto selvaggiamente, è un conto. Questo
non può però portarci a pensare che un settore che risponde a logiche
globali possa essere sconvolto da percorsi di lotta che, negli studi che
indirizzano gli investimenti e le decisioni, sono considerati allo
stesso modo di altre interruzioni della catena come le alluvioni o gli
attacchi terroristici. Ciò significa che hanno ragione loro, e che
queste lotte sono irrilevanti? Tutt’altro: esse spingono alla
riorganizzazione di un ciclo produttivo che fa della capacità di
mantenersi in equilibrio nelle contingenze e nel costante spostamento in
avanti dei propri orizzonti il proprio punto di forza. Gli stessi
indici di rischio elaborati dalle grandi compagnie assicurative mostrano
inoltre quanto la retorica della resilienza delle catene produttive
globali sia in realtà sensibile al protagonismo operaio proprio su scala
globale. L’indicazione forse maggiore che viene dalla logistica e dalla
presenza degli operai portuali nelle piazze di Bruxelles, allora, è che
mentre si organizzano le lotte cercando di riportare al centro la
questione dell’organizzazione del lavoro, dei rapporti di forza e del governo della mobilità, e si tenta di immaginare una scala quantomeno europea, è decisivo organizzarsi tenendo presente la geoeconomia europea e le sue diverse mappe.
È infatti dentro quelle mappe, che oggi muovono investimenti e
influiscono sulle decisioni dei governi, che sarà necessario far
riecheggiare parole d’ordine e rivendicazioni che permettano di
riconoscersi anche oltre le condizioni specifiche o la provenienza, e
che l’organizzazione politica del lavoro dovrà assumere la forma
di una comunicazione capace di passare di mano in mano come uno
strumento di lotta, usando la mobilità come una forza per disegnare
nuove mappe contro il comando capitalistico.
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