di Michele Giorgio – il Manifesto
Il Tunnel di A.B.
Yehoshua non è un romanzo a sfondo politico, o almeno non lo è nella sua
finalità originaria. Il protagonista, Zvi Luria, è un ingegnere che fa i
conti con il declino delle sue facoltà mentali e che deve trovare un
compromesso con la sua malattia.
Il racconto, con tratti autobiografici, di Yehoshua tuttavia include due episodi con un significato politico.
Nel primo Luria va al kibbutz Sde Boker a visitare la tomba di David
Ben-Gurion, uno dei principali leader sionisti e padre fondatore di
Israele.
Nel secondo, trovandosi di fronte a una famiglia palestinese che vive
sul percorso della strada che sta costruendo nel deserto del Negev,
pensa che non vada espulsa e di dover costruire un tunnel sotto
quell’abitazione.
La visita di Zvi Luria alla tomba di Ben Gurion è un omaggio o
un addio al Sionismo classico che l’83enne Yehoshua ha abbracciato per
quasi tutta la sua vita? Il tunnel alternativo all’espulsione
della famiglia palestinese è il segnale di una strada diversa che lo
scrittore propone per il rapporto con i palestinesi in Israele e nei
Territori occupati?
Yehoshua non risponde direttamente a questi
interrogativi durante la conversazione telefonica che abbiamo avuto con
lui sul tema dell’annessione unilaterale a Israele di una larga porzione
di Cisgiordania palestinese al centro del programma del nuovo governo
Netanyahu atteso oggi al giuramento.
«Spero che Netanyahu non muova questo passo (l’annessione),
finirebbe per rafforzare l’apartheid che già esiste in Cisgiordania», ci
dice lo scrittore, uno degli autori israeliani più conosciuti e tradotti all’estero.
«Ci sono Bantustan palestinesi» prosegue «non so come altro potrei
definirli. In Cisgiordania nello spazio di un chilometro trovi gli
abitanti di una colonia (israeliana) che godono di pieni diritti e
quelli di un villaggio palestinese che diritti invece non ne hanno. E
questo non è accettabile».
Apartheid, Bantustan, termini che Yehoshua usa sempre più
spesso da qualche tempo a questa parte. Una netta frattura rispetto al
passato recente in cui lo scrittore è stato un accanito sostenitore
della «separazione» tra ebrei e arabi e che inizialmente vide nel Muro
fatto costruire da Ariel Sharon in Cisgiordania parte della soluzione
dei problemi.
Oggi pensa che la soluzione invece sia uno Stato unico,
binazionale, per ebrei e palestinesi su tutta la Palestina storica,
unica possibilità per evitare l’apartheid. «Israele di fatto è
già uno Stato binazionale» spiega «due milioni di palestinesi sono
cittadini di Israele, lavorano negli ospedali come medici e infermieri,
svolgono tutte le attività professionali, sono ovunque pur soffrendo
delle discriminazioni. E 72 anni dopo (dalla nascita di Israele, oggi è
l’anniversario, ndr), sulla base di questa lunga esperienza,
dico che come i palestinesi in Israele anche quelli della Cisgiordania
possono e devono ottenere residenza e cittadinanza. Possiamo vivere
insieme in un unico Stato, senza annullare le nostre rispettive
identità».
Yehoshua peraltro non esclude che nello Stato unico che ha in mente
un palestinese possa diventare premier di Israele: «Perché no?» ci dice.
Lo Stato per ebrei e arabi di Yehoshua non è uguale a quello
che è oltre il Sionismo, il nazionalismo, il colonialismo che teorizzano
l’accademico Ilan Pappè e altri intellettuali, studiosi e attivisti
ebrei e palestinesi. Ma senza dubbio è una voce autorevole fuori dal
coro del sostegno acritico a qualsiasi politica di Israele nei confronti
del territorio e dei palestinesi. E contro il mantra della soluzione a
Due Stati, Israele e Palestina.
«Quell’idea è morta – conclude lo scrittore – l’hanno uccisa le tante
colonie (israeliane) che sono state costruite negli ultimi decenni con
l’approvazione degli Stati Uniti. L’Europa protesta eppure sino ad oggi
non ha fatto nulla di concreto, proprio nulla, per fermare la
colonizzazione israeliana».
Parole che avrebbero dovuto ascoltare i ministri degli esteri dell’Ue
che ieri pomeriggio si sono riuniti per discutere delle intenzioni di
Netanyahu.
Nei giorni scorsi giravano indiscrezioni su sanzioni richieste da
alcuni paesi dell’Ue, tra cui la Francia, da esplicitare subito per
scoraggiare il governo israeliano dal compiere passi unilaterali, non
negoziati, nella Cisgiordania palestinese sotto occupazione militare.
Tra queste il congelamento del programma Horizon Europe 2021-2027,
che garantisce ingenti risorse a Israele, e la sospensione dell’accordo
che dà a Tel Aviv accesso libero ai mercati europei.
L’Alto rappresentante dell’Ue, Josep Borrell, butta acqua sul fuoco: «Siamo
molto lontani dal parlare di sanzioni, comunque è importante sapere
quale sia la posizione degli Stati membri sul mancato rispetto della
legge internazionale (da parte di Israele)».
Da Washington al contrario arrivano solo approvazioni e regali per il premier israeliano. L’idea
dell’annessione è stata partorita proprio dall’Amministrazione Trump
che l’ha poi confezionata nel piano conosciuto come “Accordo del
Secolo”.
Qualche giorno fa Netanyahu ne ha discusso a Gerusalemme per
tre ore con Mike Pompeo. Non è chiaro se abbia ottenuto dagli Usa luce
verde all’annessione, come vorrebbe, già dal prossimo 1 luglio.
Gli americani forse hanno meno fretta del primo ministro israeliano.
Sembra suggerirlo il segretario di stato parlando della necessità di
fare altri «progressi» sull’attuazione del piano di pace americano.
Contro i progetti di Trump e Netanyahu il presidente
palestinese Abu Mazen ha formato una task force incaricata di mobilitare
i governi, specie quelli europei, e l’opinione pubblica internazionale.
Sulle speranze palestinesi gravano però le posizioni morbide di Cina e
Russia che mantengono ancora una posizione di basso profilo.
Invoca provocatoriamente l’annessione il noto giornalista
israeliano Gideon Levi che da anni racconta al mondo le forme
dell’oppressione dei palestinesi.
«Sarà la fine del mondo? No, perché i Territori palestinesi occupati
sono già stati annessi a Israele più di 52 anni fa» spiega Levi in un
podcast postato online dal suo giornale, Haaretz, «questo passo
mette fine alla vecchia bugia che l’occupazione sarebbe stata
temporanea. L’occupazione non è mai stata intesa come temporanea». Levi avverte che l’annessione sarà un altro passo verso «la costruzione dell’apartheid».
L’eco di questo dibattito arriva a stento nella Valle del Giordano,
il primo territorio destinato ad essere incluso in quella che Netanyahu
descrive come «l’estensione della sovranità israeliana» sulla biblica
Eretz Israel.
«Ci aspettiamo un netto peggioramento della nostra condizione
quando sarà realizzata l’annessione» ci dice Rashid Khudiri, attivista
dei diritti della popolazione palestinese nella Valle del Giordano
«Israele assorbirà il territorio senza garantirci diritti e accesso
alle risorse naturali». Con ogni probabilità, prevede, «avremo maggiori
difficoltà a spostarci e subiremo un incremento delle demolizioni di
case, delle strutture per i nostri animali e delle misure repressive. Il
mondo deve intervenire per fermare Trump, il piano americano è contro
la legge internazionale».
Lo sceriffo che occupa la Casa Bianca conosce solo la legge del Far West.
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