Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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09/12/2024

USA: dissenso pseudo-conservatore e mito dell’allegro possidente terriero

di Gioacchino Toni

A proposito della raccolta di saggi di Richard Hofstadter, La repubblica dei fucili. L’America come cultura delle armi e altri saggi (Luiss University Press, 2024), di cui ci si è occupati relativamente alla diffusione della violenza e delle armi negli Stati Uniti su “Carmilla”, vale la pena soffermarsi anche sui testi più datati presenti nel volume. Per quanto le riflessioni espresse dallo storico americano contenute in La rivolta pseudo-conservatrice vadano contestualizzate al momento in cui le scrive, a metà degli anni Cinquanta del secolo scorso, non mancano di essere di una qualche utilità ancora oggi al fine di comprendere meglio le radici che hanno condotto ad un immaginario politico americano in cui l’universo liberal sembra aver totalmente perso la sua spinta al cambiamento.

Se negli anni Trenta «la forza dinamica della politica americana era il dissenso liberal», che si proponeva di «riformare le ingiustizie del nostro sistema sociale ed economico e cambiare il modo di fare le cose», negli anni Cinquanta «la vita politica non trae più il suo dinamismo dai liberal [...] che hanno inconsapevolmente assunto la psicologia di chi li ha preceduti»; molti dei soggetti marginali a cui si rivolgeva il New Deal hanno nel frattempo trovato una collocazione stabile nella società tanto da indurli ad un certo “conservatorismo”. «I vecchi liberal», negli anni Cinquanta, scrive Hofstadter, «non auspicano certo qualche nuovo ambizioso programma, ma si limitano a difendere quanto possibile i traguardi già raggiunti e la libertà di espressione» (p. 62).

Secondo lo storico, le nuove forme di dissenso non solo non possono dirsi radicali, ma nemmeno del tutto conservatrici: a differenza del passato, queste presentano una richiesta continua di conformismo, tanto che si potrebbe parlare di «pseudo-conservatorismo». A palesarsi è infatti una forma di evidente «insoddisfazione per la vita americana, le sue tradizioni e le sue istituzioni»; sono lontane dal moderatismo incline al compromesso del conservatorismo classico esprimendo infatti «un odio profondo, seppure inconsapevole, per la nostra società e le sue dinamiche» (p. 63).

«Lo pseudo-conservatore», scrive Hofstadter, «crede di vivere in un mondo dove qualcuno lo spia, sta tramando contro di lui, lo sta tradendo e lo porterà alla rovina, crede che le sue libertà siano state invase in modo arbitrario e intollerabile. È contrario a quasi tutte le novità degli ultimi vent’anni di politica americana» (p. 65). Questa figura non sopporta la burocrazia così come la partecipazione del proprio Paese ad organismi sovranazionali, come l’Onu, detesta avere a che fare con altre nazioni e soprattutto rifiuta di doverle aiutare economicamente e militarmente, percepisce la debolezza degli Stati Uniti, che vede in balia di azioni eversive provenienti da ogni dove, ed imputa ogni fallimento internazionale ad un tradimento. «L’ostilità latente e diffusa verso le istituzioni americane prende la forma di una valanga di proposte per stravolgere i corpus delle nostre leggi fondamentali» (p. 66).

Secondo lo storico si è di fronte a qualcosa di profondamente diverso dal vecchio ultra-conservatorismo isolazionista; questo fenomeno di pseudo-conservatorismo deriverebbe direttamente dalla «vita americana, eterogenea e senza radici, e soprattutto [dal] modo caratteristico con il quale gli americani da sempre ambiscono a uno status e a un’identità stabile» (p. 71). Un universo, quello americano, che negli anni Sessanta fa sempre più fatica a rapportarsi con quel melting pot celebrato dallo storytelling ufficiale, che non vede più funzionare la mobilità sociale e occupazionale, ormai ridotte a ricordi del passato.

Oltre ad essere un’arena in cui si confrontano interessi materiali contrastanti dei diversi gruppi sociali, la politica è anche luogo in cui vengono proiettate «le aspirazioni e le frustrazioni relative allo status; luogo in cui si intersecano temi politici, di interessi, e problemi individuali, di status, in cui questi ultimi tendono ad avere la meglio. Se nei momenti di depressione e malcontento economico il dissenso tende ad incanalarsi in richieste di riforme concrete, nei momenti di maggior prosperità, quando sono le questioni di status ad avere il sopravvento, il dissenso assume la forma della lamentela priva di proposta concreta, di rivalsa, rancore e ricerca di capri espiatori. «Le preoccupazioni di status accomunano paradossalmente due tipi di persone che giungono da direzioni opposte. Il primo tipo è quello degli anglosassoni di antica tradizione, protestanti, il secondo quello delle famiglie d’immigrati, soprattutto di discendenza tedesca e irlandese, spesso cattoliche» (pp. 74-75). I primi guardano allo pseudo-conservatorismo nel momento in cui sentono di perdere privilegi di casta, i secondi quando li guadagnano. Se molti liberal tendono a vedere nel dissenso pseudo-conservatore una minaccia alle libertà in direzione totalitaria, Hofstadter si dice restio a bollarlo come puramente fascista o totalitario.

Con Pseudo-conservatorismo revisited. Un post-scriptum dei primi anni Sessanta, lo storico americano torna su quanto scritto a metà del decennio precedente soprattutto per apportare alcune modifiche a proposito del concetto di politica di status.

Alla metà degli anni Cinquanta appartiene lo scritto Il mito dell’allegro possidente dedicato alla trasformazione del piccolo agricoltore proprietario della terra che lavora in imprenditore. Hofstadter ricostruisce le discrepanze tra la figura del reale piccolo proprietario terriero al lavoro nei campi e la narrazione che di esso è stata a lungo fatta negli Stati Uniti, che ha continuato a presentarlo come esempio di lavoratore industrioso, indipendente, autosufficiente e dotato di spirito egalitario anche quando, ormai, questo si era trasformato in imprenditore commerciale. Paradossalmente, spiega lo studioso, più lo yeoman si allontanava da un’attività incline all’autosufficienza in favore di un’agricoltura imprenditoriale, più cresceva una narrazione incline alla nostalgia per il passato rurale, probabilmente in ossequio alla presunta innocenza delle origini.

Lo yeoman, proprietario di una piccola fattoria a conduzione famigliare, incarnava la «persona semplice, onesta, sana, indipendente e felice [che] viveva in comunione con una natura benevola» (p. 99), vera e propria base di una società virtuosa, figura secolare e al tempo stesso religiosa, in quanto espressione del lavoro della terra creata da Dio. Un mito, quello agreste, nato non in seno al popolo, bensì come concetto letterario ideato dalle classi più agiate che lo avevano derivato dalla cultura inglese dalla seconda metà del Settecento, che a partire dal secolo successivo si sarebbe diffuso nell’immaginario popolare statunitense. La Rivoluzione americana avrebbe poi contribuito a fare dello yeoman una sorta di simbolo della nuova nazione. Nel guardare alla città, questa figura vi scorgeva una sorta di alieno ed ostile «coacervo di strozzini, dandy, damerini e aristocratici pieni di idee europee» (p. 105) che lo trattava da bifolco.

Se nel corso del periodo coloniale, fino all’Ottocento inoltrato, ancora era ravvisabile una certa corrispondenza tra lo yeoman reale e la narrazione che di esso veniva fatta, con lo spostamento verso le praterie e la possibilità di introdurre macchinari nel lavoro nei campi, il contadino inizia ad abbandonare forme di autosufficienza per occuparsi della “coltura da reddito” modificando non solo la vita quotidiana ma anche l’immaginario.

Si sviluppò così una società agricola che a differenza di quella dello yeoman non si sentiva legata alla terra, ma al valore della terra. Il vero frutto della società rurale americana, sviluppatasi su praterie e pianure, non era lo yeoman o il tranquillo abitante del villaggio, ma uno stressato piccolo affarista di campagna che lavorava sodo, si trasferiva fin troppo spesso, giocava d’azzardo con la propria terra, e si faceva strada con le sue forze. [...] Divenne un uomo d’affari molto prima di cominciare a considerarsi tale (p. 111).

Con la fine dell’Ottocento questa figura, per quanto ancora attiva direttamente sui suoi possedimenti terrieri, iniziò a guardare ai propri dipendenti, aumentati decisamente di numero, con il medesimo sospetto con cui guardava ai lavoratori di città, soprattutto se sindacalizzati, come un tempo guardava ai “damerini e aristocratici”. A spazzare definitivamente via il vecchio yeoman saranno però soprattutto i mezzi di comunicazione novecenteschi – dai trasporti ai mass media radiofonici, cinematografici e televisivi – con il loro affievolire sempre più le differenze tra il mondo rurale e quello cittadino.

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27/11/2022

Allarme rosso

di Giorgio Bona

Jay Roach, regista conosciuto per il film indipendente Zoo Radio del 1990 che doveva essere il successore comico di Animal House del 1978 e di Porky’s del 1981, ma anche più per Mystery, Alaska, 1999, e soprattutto per pellicole di genere comedy come Ti presento i miei, 2000, e Mi presenti i tuoi, 2004, compie un’inversione di rotta nella sua produzione quando, nel 2015, vara L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo, dal libro omonimo di Bruce Cook, 1977 (in Italia per Rizzoli, 2016) ambientato nell’America alla fine degli anni Quaranta con l’avvento del maccartismo. L’isterica caccia ai simpatizzanti comunisti voluta dal senatore Joseph McCarthy, a capo della principale commissione per la repressione delle attività antiamericane, si concretizza come noto in attacchi personali nei confronti di funzionari governativi, uomini di spettacolo e di cultura: un periodo chiamato caccia alle streghe (metaforicamente, ma con emblematico riferimento al caso di Salem attraverso il dramma Il crogiuolo di Arthur Miller, scritto in quel contesto) per l’infondatezza fanatica di sospetti e imputazioni. La Red Scare (paura rossa) vede emergere sgomitando il controllo di sicurezza interno, una sorta di polizia politica che svolge indagini e raccoglie informazioni.

Il maccartismo rappresenta uno dei momenti più bui della storia di quel paese che si autoproclama roccaforte ed esempio di democrazia. Come nel tanto vituperato nemico stalinista i presupposti ideologici e l’uso infame dello strumento della delazione sono sufficienti per la sospensione di fatto dello stato di diritto: una semplice denuncia di deriva comunista basta a far scattare l’arresto e le vittime perdono il lavoro e conoscono la barbarie di un carcere federale (o peggio, si pensi al caso Rosenberg, 1950-51). Il risultato è il momento di più esasperato anticomunismo del secondo dopoguerra, con una serie di purghe politiche a ogni livello e in ogni campo. Ma a venir colpito è in modo particolare il mondo della cultura, da quella scientifica – finiscono sotto sorveglianza scienziati come Einstein e Linus Pauling, cui viene ritirato il passaporto (poi restituitogli solo dopo l’assegnazione del premio Nobel per la chimica) – all’ambiente di Hollywood, dove al tempo lavorano molti europei simpatizzanti per le sinistre costretti a emigrare dopo l’avvento dei fascismi.

Ed è appunto a Hollywood che Jay Roach ambienta L’ultima parola, raccontando la vita dello sceneggiatore Dalton Trumbo (1905-1976), autore di parecchi classici film hollywoodiani, nell’interpretazione straordinaria e partecipata di Bryan Cranston che  entra alla perfezione nella parte del personaggio.

Dalton Trumbo viene arrestato con l’accusa di essere un simpatizzante comunista e, soprattutto per un aspetto che dà allora molto fastidio al perbenismo borghese della società americana, ovvero la partecipazione attiva ai sindacati e alle associazioni che si occupano del riconoscimento dei diritti civili. Una fede, una dignità che lo porta a non rispondere alle domande formulate durante il processo: come quella posta a bruciapelo da J. Parnell Thomas, senatore e presidente della Commissione per le attività antiamericane “lei è mai stato membro del partito comunista?”. Trumbo non risponde; alle sue spalle si trovano Humphrey Bogart, Lauren Bacall, Gene Kelly, John Garfield e John Huston.

Siamo nel 1947: centinaia di scrittori, registi e attori sono chiamati a deporre. Soltanto dieci di loro, quelli poi definiti gli Hollywood Ten, saranno inquisiti e imprigionati per essersi rifiutati di parlare o di tradire gli amici e i compagni. Ricordiamone i nomi: Alvah Bessie, sceneggiatore; Herbert Biberman, sceneggiatore e regista; Lester Cole, sceneggiatore; Edward Dmytryk, regista; Ring Lardner Jr., sceneggiatore; John Howard Lawson, sceneggiatore; Albert Maltz, sceneggiatore; Samuel Ornitz, sceneggiatore; Adrian Scott, produttore e sceneggiatore; e appunto Dalton Trumbo, sceneggiatore.

È vietato al congresso di fare alcuna legge per il riconoscimento di qualsiasi religione o di proibirne il libero culto; per limitare la libertà di parola, o di stampa, o il diritto del popolo a riunirsi in forma pacifica e a presentare petizioni al governo per rettifica dei torti subiti.

Per questo motivo la domanda è anticostituzionale

(Dalton Trumbo alla Commissione per le attività antiamericane).

Questo è l’inizio di un campo di concentramento americano.

Devo consultare un medico per sapere se è possibile fare un intervento per asportare la coscienza.

Per tredici anni tutte le più importanti produzioni di Hollywood si rifiuteranno di affidare incarichi a Dalton Trumbo per paura di essere associate alle sue convinzioni politiche. E mentre in Russia si intraprende la strada della clandestinità letteraria con la samizdat ovvero la produzione che arriva in incognito in occidente per la pubblicazione, ecco l’aspetto paradossalmente parallelo del maccartismo che va di pari passo con lo stalinismo.

Dalton Trumbo viene costretto a vendere la sua casa per salvare la propria famiglia e si inventa uno pseudonimo per scrivere in incognito sceneggiature retribuite miseramente. Tuttavia non cederà le armi e non smetterà di combattere; e dopo tredici anni di persecuzioni l’attore Kirk Douglas e il regista Otto Preminger otterranno di inserire il nome di Dalton Trumbo nei loro successi Spartacus ed Exodus, entrambi 1960, chiudendo così di fatto il periodo della caccia alla streghe e delle liste nere.

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18/02/2020

I treni della felicità: quando i comunisti salvarono i bambini

C’è una pagina di storia che il paese non conosce. È una pagina gloriosa e importante, scritta dai comunisti italiani negli anni successivi alla guerra e ha per protagonisti i bambini di famiglie poverissime. La storia inizia nel 1947, tra le macerie dei bombardamenti che hanno martoriato Roma e Napoli e raso al suolo Cassino; prosegue fino al 1952, quando la guerra è terminata da molti anni, ma i conflitti di classe rendono la vita durissima ai braccianti pugliesi.

In quell’Italia, che non sa come mettere insieme pane e companatico, cresce una generazione di bambini e bambine meridionali nel cui futuro ci sono fame, malattia, prostituzione. Il Pci capisce il problema e cambia il destino di 80 mila di quei disperati che avevano dai cinque ai dieci anni. Li prende in consegna, li carica sui “treni della felicità” e li fa accogliere ad altrettante famiglie dell’Emilia-Romagna, del Mantovano e – nei primi anni Cinquanta – di Ancona.

È un esodo colossale, all’insegna della solidarietà, promosso e diretto da Teresa Noce che poi ha finito per contagiare centinaia, migliaia di sezioni comuniste. Con il passaparola le informazioni giungevano alle famiglie che, con uno slancio straordinario, si mettevano a disposizione per ospitare da sei mesi a due anni quell’infanzia altrimenti dimenticata.

Quella pagina riscuote oggi un tardivo interesse sulla scia di un bel romanzo di Viola Ardone (Il treno dei bambini, Einaudi) che attraverso il personaggio di Amerigo dà voce agli 80 mila che affrontarono il lungo viaggio. Ma altri pregevoli lavori editoriali, tra il 2009 e il 2011, analizzarono il fenomeno: I treni della felicità (Cartabianca editore), un saggio di Giovanni Rinaldi con prefazione di Miriam Mafai e il film documentario Pasta nera di Alessandro Piva, con rari filmati d’epoca e tante testimonianze. Il tutto mette sufficientemente a fuoco cosa avvenne sulla direttrice Napoli-Bologna e come fu possibile che famiglie di contadini, di artigiani, di operai dell’”Alta Italia” abbiano aderito ad un progetto apparentemente pazzo e utopico che il Pci (soprattutto le sue donne), l’Udi, l’Anpi, le Camere del lavoro fecero diventare una perfetta macchina dell’accoglienza.

I primi treni partirono da Napoli e Roma in un clima di estrema diffidenza. Le istituzioni e le prefetture erano in piena emergenza e lasciarono fare, le Ferrovie offrirono collaborazione, ma la Chiesa si mise di traverso in ogni modo. Preti, suore, attivisti cattolici avvicinavano le famiglie povere mettendole in guardia del pericolo comunista, le madri soprattutto vennero bombardate dalle fake news dell’epoca: i comunisti mangiano i bambini, i comunisti li mandano in Siberia a lavorare, i comunisti ne fanno saponette, i comunisti gli tagliano le dita.

Carla Belletti è figlia di una coppia di contadini di Sala di Cesenatico che ospitò un bambino di Cassino quando lei non era ancora nata. I suoi le hanno trasmesso un ricordo vivo di quella esperienza che ha raccontato qualche settimana fa alla Coop di Rimini in occasione della proiezione proprio di Pasta nera: “Era un bambino di 7 o 8 anni taciturno che teneva sempre le mani in tasca o chiuse a pugno. All’inizio non mangiava, poi prendeva velocemente il cibo e nascondeva le mani. I miei intuirono che alle mani c’era qualche problema e riuscirono a farselo raccontare piano piano, quando conquistarono la fiducia del bambino: una suora gli aveva detto che i comunisti gli avrebbero tagliato le dita. Mia mamma, che era sì comunista ma andava in chiesa, lo portò alla messa tutte le domeniche. Superato quello scoglio il bambino si ambientò e il suo soggiorno trascorse sereno nella numerosa famiglia dei miei. Non erano ricchi i miei, ma non gli fecero mancare nulla. Lo pulirono, lo vestirono, lo curarono come fosse un figlio, lo mandarono a scuola. La spinta che li mosse era certo politica ma più ancora credo umanitaria e compassionevole secondo la logica che in una famiglia di 10-15 persone il posto e il cibo per uno in più a tavola si trovano sempre”.

Il romanzo di Viola Ardone (che nel pomeriggio di domenica 16 febbraio sarà proprio in Romagna, nella villa Torlonia di San Mauro Pascoli) riassume bene come avvenne quella staffetta umanitaria: le preparazioni a Napoli, i sabotaggi della Chiesa, il lungo viaggio di Amerigo in treno, l’arrivo a Bologna e il trasferimento in Corriera a Modena, la scoperta della musica, il ritorno a Napoli e la fuga ancora verso l’Alta Italia per acchiappare tramite la famiglia affidataria le note di un violino e farsi strada nel mondo della musica...

Di taglio scientifico il lavoro del libro I treni della felicità e del film Pasta nera (la pasta nera veniva fuori dalla farina sporca che si otteneva spigolando i chicchi di grano dopo la mietitura). Entrambi ci fanno conoscere anche uno spaccato di Puglia drammatico: a San Severo (Foggia), “paese di braccianti affamati e disperati, senza terra e senza lavoro, come tanti altri paesi della zona, da Minervino a Gravina da Andria ad Altamura" – scrive Miriam Mafai nella prefazione del libro di Rinaldi – il 23 marzo 1950 i braccianti scioperarono e la repressione poliziesca fu feroce: in 180 vennero arrestati e tenuti nel carcere di Lucera per due anni con l’accusa di “Insurrezione armata contro i poteri dello Stato”. Il processo li assolse tutti il 5 aprile 1952, ma nel frattempo i loro figli si ritrovarono soli e di quella solitudine si occuparono le donne comuniste di Ancona guidate da Derna Scandali. Derna è anche il nome che Viola Ardone ha dato, credo non casualmente, alla “mamma” affidataria di Amerigo, il protagonista del suo romanzo.

Proprio da San Severo ad Ancona, sulla linea Adriatica, i treni fecero gli ultimi viaggi solidali inventati da Teresa Noce, quando il Pci e il popolo degli ultimi erano la stessa cosa.

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13/01/2019

Italia - Crolla la produzione industriale a novembre

La crisi economica non si ferma

Il premier Conte: “Mi attendevo e temevo un dato negativo come in Europa”. L’indice è diminuito in termini tendenziali del 2,6%. Crolla il settore auto che sfiora una discesa del 20%. Moderata crescita tendenziale solo per i beni di consumo (+0,7%); in calo beni intermedi (-5,3%) ed energia (-4,2%)

Di Maio: “Siamo alle soglie di un nuovo boom economico”

Intervenendo agli Stati generali dei Consulenti del lavoro, Di Maio ha parlato di un nuovo boom grazie al digitale.

Le due notizie sono di ieri e dimostrano la distanza che ai vertici del governo si situa tra la drammatica concretezza della situazione in atto e la fantasia improvvisatrice di chi addirittura evoca il boom economico.

Una dimostrazione lampante della difficoltà che incontra la politica italiana ormai immersa in una sorta di delirio mediatico attraverso il quale si sono sparse promesse, si è fatto lievitare un consenso fondato su di un gigantesco voto di scambio, si sono aperti conflitti a tutti i livelli che sarà difficile comporre in futuro.

Come si combina poi l’idea del boom economico con la “decrescita felice” che apparentemente stava alla base della filosofia alternativa espressa dal M5S, rimane tutto da dimostrare.

Evocare il boom economico poi non è affare da poco e quindi vale la pena rinfrescare la memoria riassumendo, molto sommariamente, come si svolse la fase che tra la fine degli anni’50 e primi anni’60 del XX secolo segnò un salto negli indici di sviluppo dell’Italia mutando anche profondamente la vita quotidiana di una parte importante del Paese.

Non erano tutte rose e fiori: quest’affermazione va posta in premesse e ricordata bene; si verificarono squilibri enormi sul piano sociale e dell’uso del territorio tra le diverse parti dell’Italia e si verificarono avvenimenti di grande importanza anche sul piano politico.

Una sintetica ricostruzione della fase del “miracolo economico”

L’Italia, in passato, è stata protagonista propri nella fase di ricostruzione dalla tragedia bellica di una particolare forma di economia mista che aveva già caratterizzato il fascismo (dal quale del resto la giovane Repubblica aveva ereditato strumenti d’iniziativa e gestione economica come l’IRI e l’ENI).

Nel corso degli anni, a partire dalla seconda metà del ‘900, si verificarono veri e propri spostamenti d’asse sul piano globale al riguardo dei riferimenti relativi all’economia, alla produzione industriale, alla distribuzione del reddito, alla diffusione del welfare state e della democrazia.

In questo quadro però l’economia italiana mantenne comunque limiti strutturali sui quali vale la pena indagare anche dal punto di vista della ricostruzione storica.

Limiti strutturali che poi ebbero un peso nel corso dei tumultuosi processi innestatisi nel corso degli anni’90 del XX secolo a causa dell’esplosione di Tangentopoli e delle esigenze di riallineamento dovute alla stipula dei trattati europei (specificatamente quello di Maastricht, datato 1992) e successivamente all’ingresso nell’area della moneta unica.

Limiti già apparsi evidenti fin dalla fase della seconda ricostruzione post-bellica, preparatoria a quel “miracolo economico” che il nostro Paese visse a cavallo tra la fine degli anni’50 e i primissimi anni del decennio successivo.

Una fase, quella 58 – 63 indicata come effettivamente contraddistinta dal “miracolo economico” e coincidente con fenomeni politici di grande rilevanza sia sul piano internazionale sia sul piano interno: dal cosiddetto “disgelo” tra i due grandi blocchi militari allora esistenti sul piano planetario, all’incubazione e formazione – in Italia – della formula del centrosinistra, con l’ingresso del PSI nell’area di governo a fianco della DC.

Ricostruire quella fase, allora, può risultare un esercizio utile anche per capire alcuni fondamentali tratti della situazione attuale.

Tratti che forse sfuggono a chi pensa di poter parlare di “miracolo economico” imminente.

A partire dal 1951 i successivi dodici anni furono caratterizzati da un veloce sviluppo e da una profonda trasformazione strutturale.

Gli aspetti fondamentali di questa evoluzione furono essenzialmente i seguenti:

a) Il forte sviluppo dell’industria manifatturiera, che trasformò il Paese facendolo passare da un’economia prevalentemente agricola a un’economia prevalentemente industrializzata. Questo tipo di trasformazione risultò particolarmente accentuato nella zona del triangolo industriale Milano – Torino – Genova dove le novità manifatturiere arrivarono a contribuire per il 40% del PIL e per quasi il 45% al totale del prodotto del settore privato;

b) Il passaggio da una struttura chiusa agli scambi con l’estero a una struttura fortemente caratterizzata da un processo di integrazione con gli altri paesi industrializzati;

c) La conseguente trasformazione nella struttura degli insediamenti, nella direzione di una concentrazione sempre più elevata nelle grandi città con oltre 100.000 abitanti che nel 1955 raccoglievano il 21,6% della popolazione: nel 1968 ne raccoglievano già oltre il 28%.

Oltre a questi aspetti, del resto comuni a ogni frangente di pronunciato sviluppo industriale, il “caso italiano” ha presentato, in quel periodo, alcune caratteristiche giudicate peculiari (formative, infatti, della dizione “caso italiano” fin troppo frequentemente usata nel tempo, anche a sproposito).

Queste caratteristiche peculiari potevano essere così descritte:

1) Un progressivo “dualismo” della struttura produttiva, che nel contempo registrava la nascita e la crescita di imprese tecnologicamente avanzate al livello delle industrie più progredite nei paesi europei e il permanere di piccole strutture arretrate, caratterizzate da bassa produttività e inefficienza;

2) La cosiddetta “distorsione del consumismo” consistente nel fatto che, mentre alcuni consumi privati anche di genere non necessario (motorizzazione privata, elettrodomestici, televisori) si erano andati sviluppando molto velocemente, altrettanto non era avvenuto nel settore dei consumi pubblici, anche nei casi che avrebbero dovuto essere riconosciuti come assolutamente prioritari: istruzione, sanità, casa;

3) Si allargava, intanto, una distanza profonda fra il grado di sviluppo delle regioni settentrionali e quello delle regioni meridionali, nonostante il flusso della spesa pubblica fosse orientato prevalentemente verso il Sud.

Questi tre aspetti, appena elencati, potevano da subito essere individuati come elementi negativi eliminandoli attraverso una corretta impostazione della politica economica.

Attorno a questi elementi si sviluppò all’epoca un importante dibattito politico che, alla fine, sortì però un esito sostanzialmente negativo: la politica di pianificazione che il PSI avrebbe voluto portare all’interno della formazione del centrosinistra fu sconfitta nell’arenarsi dello stesso centro sinistra a mera formula di governo; il dibattito nel partito comunista (sviluppatosi nel periodo a cavallo della morte di Togliatti, tra il convegno del Gramsci sulle tendenze del capitalismo italiano del 1962 e l’XI congresso del 1966) si attestò alla fine su di un punto di mediazione di tipo politicista sboccando alla fine in una proposta quella del “compromesso storico” che poneva il tema del governo con la DC tutta intera quale prospettiva decisiva per l’avvenire della sinistra e del movimento operaio.

Rimase senza seguito anche la celebre “Nota aggiuntiva alla relazione della situazione economica del Paese”, redatta da Ugo La Malfa nel 1962, in cui si riconobbe che l’imponente trasferimento di popolazione e di forza lavoro si risolveva in un “depauperamento di un ambiente economico, sociale e umano incapace di trovare un nuovo equilibrio sulla base di condizioni più moderne di produzione e di produttività”.


Si segnò così un evidente “dualismo” nella realtà produttiva: da un lato un settore comprendente industria meccanica, chimica e in un momento successivo anche l’abbigliamento e le calzature caratterizzato da livelli di produttività assai elevati e dall’adozione di tecnologie molto avanzate e dall’altro settori definiti “stagnanti” comprendete le industrie tessili e alimentari, l’industria delle costruzioni e il commercio al dettaglio.

Un dualismo mantenuto anche dal tipo di intervento pubblico in economia sostenuto dalla presenza dell’IRI e dalla mancata realizzazione di un progetto di uscita dalla sudditanza dalla politica energetica incentrata sul petrolio governato dalla “sette sorelle” attraverso l’ENI, mutilato a quel punto dall’ancora misteriosa scomparsa di Enrico Mattei.

Fin dagli ultimi anni del miracolo economico, quando l’espansione era ancora in atto, emerse già la consapevolezza che il veloce sviluppo del decennio precedente, se pure aveva risolto alcuni tra i più impellenti problemi del paese (elettrificazione, infrastrutture, case popolari, istruzione di base, aggressione alle più evidenti sacche di povertà), altri ne aveva lasciati totalmente insoluti, se non addirittura aggravati e che si trovano ancora alla base dai limiti di fondo dell’economia italiana, pur nel mutato quadro tecnologico e di riferimenti di “vincolo esterno” come realizzatosi nei decenni successivi:

a) Dualismo della struttura industriale che ha portato al soccombere della parte a quel tempo più dinamica (siderurgia, chimica, elettronica);

b) Distorsione nei consumi;

c) Distacco tra Nord e Sud;

d) Inefficienza crescente della spesa pubblica.

Il quadro dello sviluppo economico italiano di quel periodo non sarebbe completo se non si tentasse un minimo di approfondimento su di un punto debole che, oggi come oggi, si trova proprio al centro del dibattito: l’inefficienza progressiva della spesa pubblica.

L’espansione del pubblico impiego è stato uno dei modi che, di fatto, sono stati impiegati per alleviare la disoccupazione, specie meridionale, rappresentando una sorta di attività sostitutiva dell’investimento diretto.

Eguale esito di complessiva inefficienza ebbero le politiche riguardanti l’assetto urbano e le abitazioni.

Una delle caratteristiche comuni di tutte le Regioni italiane a partire dal periodo preso in esame da questo lavoro, sia al Nord sia al Sud, fu rappresentato dall’accrescimento delle concentrazioni urbane.

La crescita tumultuosa degli insediamenti urbani recava con sé una domanda crescente di case di abitazione.

Il tema dello sviluppo edilizio richiederebbe un capitolo a parte che allungherebbe troppo questo testo. Si rimanda quindi a una successiva ricostruzione non senza ricordare quanto abbia pesato e stia pesando il disordine urbanistico e il degrado dell’assetto del territorio sui fattori fondamentali della crescita economica.

Nella sostanza da quella fase risultò favorita l’industria delle costruzioni, assistita anche da una politica creditizia particolarmente generosa e che poteva contare su profitti cospicui e sicuri e l’industria automobilistica, ma ne dovettero subire gli intralci tutte le altre attività produttive.

Emerge da questo quadro, allora, l’insieme dei limiti profondi già presenti nell’economia italiana fin dagli anni dello sviluppo più forte: dualismo tra i diversi settori, distacco tra Nord e Sud, bassi salari e distorsione nel consumo, disordine urbano, inefficienza della spesa pubblica.

Si aprì, in questo modo, la stagione delle svendite: le grandi PPSS del dopoguerra, l’IRI, l’Intersind, la Grande ENI di Mattei, il piano siderurgico di Sinigaglia, la nazionalizzazione dell’energia elettrica, la STET (che Agnelli si portò a casa pagando lo 0,6% del capitale), la privatizzazione delle Banche Credito e Comit finirono dentro i giochi della borghesia dei “salotti buoni”.

Tutto è cambiato attorno a noi, sul piano della tecnologia, dei riferimenti internazionali, del quadro possibile di sviluppo economico e tutto è cambiato nella struttura produttiva italiana, in particolare per responsabilità delle privatizzazioni compiute negli anni’90 fino alla dismissione dell’IRI, ma quegli elementi di sofferenza del sistema sono ancora presenti e ci fanno affermare come, anche per il futuro, rappresentino elementi di grande difficoltà che soltanto un diverso approccio sul piano politico potrà affrontare seriamente.

Le drammatiche vicende legate al progressivo processo di ulteriore de-industrializzazione, di degrado del tessuto infrastrutturale e nell’uso del territorio, di smantellamento dello stato sociale e di improvvisa crescita di una visione politica di tipo populista e sovranista che sta assumendo addirittura tratti egemonici, in atto nel nostro Paese in parallelo con la crisi dell’Unione Europea, chiamano a una riflessione attorno alla possibilità di avanzamento di una proposta di politica economica.

Il concetto di fondo che sarebbe necessario portare avanti e rilanciare rimane quello della programmazione economica, combattendo a fondo l’idea che si tratti di uno strumento superato, buono soltanto – al massimo – a coordinare sfere private fondamentalmente irriducibili.

Una riflessione in questo senso potrebbe rappresentare la base per un avvio di programma d’alternativa all’esistente, anche se bussano alle porte nuovamente i temi della limitazione della democrazia e di manomissione della Costituzione Repubblicana.

Quello redatto in questo testo rimane un appunto schematico e lacunoso tirato giù tanto per ricordare qualche passaggio allo scopo di indicare contraddizioni e difficoltà che pure s’incontrarono e si svilupparono nel tempo, ricordando ancora come non sia mai vissuta una presunta “età dell’oro” ma una stagione di grandi lotte sociali e politiche in un quadro di grandi contraddizioni.

Tutto ciò che si ottenne a livello di miglioramento complessivo delle condizioni di vita, che in effetti si verificò, fu frutto di enormi sacrifici di gran parte delle popolazione pagando il prezzo di una distorsione storica che ancora agisce sul presente e sulla quale fanno leva le operazioni in corso da tempo tese a provocare un vero a proprio “arretramento” economico, politico, sociale, culturale.

Fonte