Dopo l’assassinio di un loro dirigente, i curdi di Siria chiamano alla mobilitazione generale contro le milizie islamiste legate ad Al Qaeda.
I Comitati di protezione del popolo curdo (Ypg), milizia popolare espressione del Partito dell’unione democratica (Pyd) – forza politica siriana vicina al Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) che opera in Turchia – hanno lanciato oggi un appello alla mobilitazione generale contro i gruppi armati islamisti dopo l’assassinio di un dirigente curdo nel nord-est della Siria.
A riferirlo è l’Osservatorio siriano dei diritti umani (basato a Londra, vicino ai ribelli), secondo cui l’Ypg ha chiesto a “tutti coloro che possono portare armi” di unirsi ai loro combattenti per proteggere le regioni che controllano dagli attacchi del gruppo “Stato islamico d’Iraq e del Levante”, un’organizzazione nata di recente dalla fusione tra lo Stato islamico d’Iraq (Isi), che raggruppa gli insorti sunniti affiliati ad al Qaida e i miliziani islamisti del Fronte al Nusra.
I Comitati si sono detti pronti a respingere qualsiasi attacco a poche ore dall’assassinio, nella località di Qamichli, di Isa Huso, dirigente del Pyd. Un omicidio che giunge mentre da almeno due settimane le milizie curde sono impegnate sul terreno a combattere, con successo, gli islamisti per il controllo di diverse località curde nel nord-est della Siria al confine con la Turchia, paese che ospita e appoggia le milizie sunnite estremiste.
Riferisce l’agenzia di stampa Firat che Huso, esponente del Consiglio supremo curdo che riunisce diverse organizzazioni, stava salendo a bordo della sua automobile per recarsi al lavoro quando un ordigno piazzato sul veicolo è esploso. “L’uccisione di Isa Huso è un messaggio di odio diretto ai nemici dei curdi e del Kurdistan… è un attacco immondo contro il Rojava (il territorio curdo in Siria)” ha affermato il Congresso nazionale curdo (Knk), che riunisce gli esuli in Europa.
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Noi a sta gente (gli "insorti" siriani) stiamo passando lauti sostegni, è sempre bene ricordarlo.
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
01/08/2013
Obama: diritto al ritorno dei rifugiati. Ma non in Israele
Si riprende tra due settimane in Palestina: ieri i team di negoziatori
israeliani e palestinesi sono giunti a due primi "accordi", entrambi
temporali. Tra quindici giorni si torna al tavolo dei negoziati
sponsorizzato dagli Stati Uniti e entro nove mesi si firmano le basi per
la pace: uno Stato palestinese indipendente entro i confini del 1967
accanto a Israele, Stato ebraico.
Come una gravidanza: nove mesi durante i quali le due parti dovrebbero risolvere questioni pendenti da decenni. Difficile essere ottimisti come lo è il segretario di stato John Kerry, entusiasta dell'impegno dimostrato nei negoziati: "Capisco lo scetticismo, ma non lo condivido. Non credo abbiamo tempo per questo. Tutte le questioni, compreso il contenzioso sullo status dei Territori e di Gerusalemme sono sul tavolo con un fine semplice: un modo per porre fine al conflitto".
"Sappiamo che non sarà facile - ha commentato il capo negoziatore israeliano, Tzipi Livni - Sarà difficile, con alti e bassi. Ma posso assicurare che in questi negoziati non è nostra intenzione discutere del passato, ma solo creare soluzioni per il futuro". Guardare al futuro, magari ricordando però questioni chiave del passato: rifugiati palestinesi e colonie, su tutte. Ieri il presidente Obama ha consegnato una lettera ai negoziatori nella quale individua i due punti nodali: discutere dei confini precedenti al 1967 prevedendo scambi di terre e ritorno dei rifugiati. Non in Israele, Stato ebraico, ma nella futura Palestina.
Ieri Kerry e i negoziatori si sono detti d'accordo: il dialogo proseguirà almeno fino ad aprile 2014. Probabilmente non si troverà un accordo di pace, pensa Washington, ma se ne getteranno le basi. E per i più pessimisti, Kerry annuncia: dopo la liberazione (graduale) dei 104 prigionieri palestinesi, Tel Aviv avrebbe in mente altre misure per migliorare le condizioni di vita a Gaza e in Cisgiordania. Alla buona volontà israeliana, si aggiungerebbero quattro miliardi di dollari di investimenti privati americani verso Ramallah.
Un bel gruzzolo e tante promesse con cui costringere il presidente Abbas a restare al tavolo dei negoziati per nove mesi e, probabilmente, a cedere di nuovo sulle questioni fondamentali della causa palestinese. Abbas si è ulteriormente inimicato le fazioni politiche opposte, da Hamas al Fronte Popolare. Ieri è stata la rete delle organizzazioni non governative palestinesi a condannare il ritorno al tavolo dei negoziati con l'occupante.
La Palestinian NGO Network, rete che comprende 133 organizzazioni, ha rilasciato una dichiarazione con la quale sottolinea la gravità di una simile decisione, presa senza che Israele si impegnasse verso richieste anche basilari, come la fine della colonizzazione e i confini pre-1967. Condannata anche l'ANP, colpevole secondo il network, di aver rinunciato alla possibilità di trascinare Israele di fronte alla Corte Penale Internazionale in cambio di negoziati privi di senso e senza prospettive.
Fonte
Come una gravidanza: nove mesi durante i quali le due parti dovrebbero risolvere questioni pendenti da decenni. Difficile essere ottimisti come lo è il segretario di stato John Kerry, entusiasta dell'impegno dimostrato nei negoziati: "Capisco lo scetticismo, ma non lo condivido. Non credo abbiamo tempo per questo. Tutte le questioni, compreso il contenzioso sullo status dei Territori e di Gerusalemme sono sul tavolo con un fine semplice: un modo per porre fine al conflitto".
"Sappiamo che non sarà facile - ha commentato il capo negoziatore israeliano, Tzipi Livni - Sarà difficile, con alti e bassi. Ma posso assicurare che in questi negoziati non è nostra intenzione discutere del passato, ma solo creare soluzioni per il futuro". Guardare al futuro, magari ricordando però questioni chiave del passato: rifugiati palestinesi e colonie, su tutte. Ieri il presidente Obama ha consegnato una lettera ai negoziatori nella quale individua i due punti nodali: discutere dei confini precedenti al 1967 prevedendo scambi di terre e ritorno dei rifugiati. Non in Israele, Stato ebraico, ma nella futura Palestina.
Ieri Kerry e i negoziatori si sono detti d'accordo: il dialogo proseguirà almeno fino ad aprile 2014. Probabilmente non si troverà un accordo di pace, pensa Washington, ma se ne getteranno le basi. E per i più pessimisti, Kerry annuncia: dopo la liberazione (graduale) dei 104 prigionieri palestinesi, Tel Aviv avrebbe in mente altre misure per migliorare le condizioni di vita a Gaza e in Cisgiordania. Alla buona volontà israeliana, si aggiungerebbero quattro miliardi di dollari di investimenti privati americani verso Ramallah.
Un bel gruzzolo e tante promesse con cui costringere il presidente Abbas a restare al tavolo dei negoziati per nove mesi e, probabilmente, a cedere di nuovo sulle questioni fondamentali della causa palestinese. Abbas si è ulteriormente inimicato le fazioni politiche opposte, da Hamas al Fronte Popolare. Ieri è stata la rete delle organizzazioni non governative palestinesi a condannare il ritorno al tavolo dei negoziati con l'occupante.
La Palestinian NGO Network, rete che comprende 133 organizzazioni, ha rilasciato una dichiarazione con la quale sottolinea la gravità di una simile decisione, presa senza che Israele si impegnasse verso richieste anche basilari, come la fine della colonizzazione e i confini pre-1967. Condannata anche l'ANP, colpevole secondo il network, di aver rinunciato alla possibilità di trascinare Israele di fronte alla Corte Penale Internazionale in cambio di negoziati privi di senso e senza prospettive.
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Palermo: 2 euro l’ora per lavorare
Non c’è bisogno di andare in Tunisia, o in Turchia, o in Grecia. La periferia dell’Unione Europea, quella dove i capitalisti sperimentano forme semischiavistiche di lavoro, ce l’abbiamo in casa.
La Guardia di Finanza di Palermo, insieme a personale dell'ispettorato provinciale del lavoro, dell'Inps e dell'Inail, ha scoperto un call center, che opera nel settore delle vendite di depuratori d'acqua, in cui venivano impiegati 37 lavoratori, tra i 19 e 50 anni, completamente ''in nero'', il cui lavoro subordinato era stato mascherato con un fittizio contratto a progetto, basato sulla vendita di un quantitativo minimo di prodotti che ciascun operatore telefonico avrebbe dovuto garantire all'azienda ogni bimestre. Ogni lavoratore percepiva una retribuzione ridicola, compresa tra i 2 e i 3 euro per ogni ora trascorsa davanti ad un computer, con cuffie collegate ad una postazione telefonica.
Al momento dell’irruzione le Fiamme Gialle hanno trovato ventidue lavoratori, poi la Finanza è risalita ad altri 15 operatori telefonici che attualmente non sono più in attività all’interno dell’azienda ma che vi avevano lavorato, anche loro completamente in nero nel 2012. Il titolare del call center - che aveva iniziato l'attività il 3 maggio 2012 - utilizzava un escamotage per pagare i dipendenti: a ciascuno, dopo ''l'assunzione'', veniva data o veniva richiesto di procurarsi una carta di debito prepagata del tipo postepay sulla quale poi, mensilmente, venivano fatti confluire i salari ''in nero''. Salari per modo di dire, visto che mediamente i dipendenti utilizzati in condizioni di semi schiavitù percepivano circa 350 euro al mese.
Gli accertamenti dice la Gdf ''hanno permesso di ricostruire l'erogazione di somme verso i lavoratori per un ammontare superiore agli 80 mila euro in soli sei mesi. A fronte di questo, i lavoratori non hanno mai ricevuto una lettera di assunzione, né sottoscritto un contratto di lavoro o firmato quietanze di pagamento''. Il sistema - sostengono gli inquirenti - ha consentito all'imprenditore sia di aggirare i contratti nazionali di settore risparmiando, in soli termini di contrattualizzazione nazionale minima, oltre 40 mila euro, sia di ottenere illeciti risparmi in termini di contribuzione assistenziale e previdenziale. Per le 2.400 giornate lavorative ricostruite dai finanzieri per tutti i lavoratori individuati nell'arco di un semestre, il titolare del call center avrebbe dovuto versare contributi pari a 20 mila euro. Le Fiamme Gialle stanno ora esaminando nei dettagli la contabilità dell'azienda, per contestare le sanzioni amministrative previste che vanno da un minimo di 72.725 ad un massimo di 644.330, e per la ricostruzione dei ricavi sottratti al fisco, dai quali sono state tratte le provviste per pagare in nero i dipendenti.
Già alla fine dell’anno scorso, sempre a Palermo, la Guardia di Finanza aveva scoperto un altro call center che impiegava 20 lavoratori in nero.
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La Guardia di Finanza di Palermo, insieme a personale dell'ispettorato provinciale del lavoro, dell'Inps e dell'Inail, ha scoperto un call center, che opera nel settore delle vendite di depuratori d'acqua, in cui venivano impiegati 37 lavoratori, tra i 19 e 50 anni, completamente ''in nero'', il cui lavoro subordinato era stato mascherato con un fittizio contratto a progetto, basato sulla vendita di un quantitativo minimo di prodotti che ciascun operatore telefonico avrebbe dovuto garantire all'azienda ogni bimestre. Ogni lavoratore percepiva una retribuzione ridicola, compresa tra i 2 e i 3 euro per ogni ora trascorsa davanti ad un computer, con cuffie collegate ad una postazione telefonica.
Al momento dell’irruzione le Fiamme Gialle hanno trovato ventidue lavoratori, poi la Finanza è risalita ad altri 15 operatori telefonici che attualmente non sono più in attività all’interno dell’azienda ma che vi avevano lavorato, anche loro completamente in nero nel 2012. Il titolare del call center - che aveva iniziato l'attività il 3 maggio 2012 - utilizzava un escamotage per pagare i dipendenti: a ciascuno, dopo ''l'assunzione'', veniva data o veniva richiesto di procurarsi una carta di debito prepagata del tipo postepay sulla quale poi, mensilmente, venivano fatti confluire i salari ''in nero''. Salari per modo di dire, visto che mediamente i dipendenti utilizzati in condizioni di semi schiavitù percepivano circa 350 euro al mese.
Gli accertamenti dice la Gdf ''hanno permesso di ricostruire l'erogazione di somme verso i lavoratori per un ammontare superiore agli 80 mila euro in soli sei mesi. A fronte di questo, i lavoratori non hanno mai ricevuto una lettera di assunzione, né sottoscritto un contratto di lavoro o firmato quietanze di pagamento''. Il sistema - sostengono gli inquirenti - ha consentito all'imprenditore sia di aggirare i contratti nazionali di settore risparmiando, in soli termini di contrattualizzazione nazionale minima, oltre 40 mila euro, sia di ottenere illeciti risparmi in termini di contribuzione assistenziale e previdenziale. Per le 2.400 giornate lavorative ricostruite dai finanzieri per tutti i lavoratori individuati nell'arco di un semestre, il titolare del call center avrebbe dovuto versare contributi pari a 20 mila euro. Le Fiamme Gialle stanno ora esaminando nei dettagli la contabilità dell'azienda, per contestare le sanzioni amministrative previste che vanno da un minimo di 72.725 ad un massimo di 644.330, e per la ricostruzione dei ricavi sottratti al fisco, dai quali sono state tratte le provviste per pagare in nero i dipendenti.
Già alla fine dell’anno scorso, sempre a Palermo, la Guardia di Finanza aveva scoperto un altro call center che impiegava 20 lavoratori in nero.
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Processo Mediaset: Tartuffe a Corte
Nel Paese di Tartuffe, che con buona pace di Molière non è la Francia ma l’Italia, si attende con ansia spasmodica la sentenza della Cassazione sul caso Mediaset per sapere finalmente se B. è un delinquente matricolato o un innocente perseguitato per fini politici.
Pare infatti, ma si tratta soltanto di voci di corridoio, che parte del Pd avrebbe qualche difficoltà a convivere ancora al governo con il partito guidato, anzi posseduto da un condannato per frode fiscale. E, per capire se B. sia un giglio di campo o un criminale incallito, attendono la sentenza Mediaset in Cassazione. Tutte le precedenti è come se non fossero mai state pronunciate, solo perché non erano condanne definitive. Poco importa se lo dichiaravano responsabile di reati gravissimi, come la falsa testimonianza sulla P2 (amnistiata), le tangenti a Craxi (cadute in prescrizione), svariati falsi in bilancio (reato depenalizzato da lui), la corruzione giudiziaria (prescritta sia per lo scippo della Mondadori a De Benedetti sia per le mazzette a Mills). Per non parlare delle sentenze sulle tangenti alla Guardia di Finanza (i suoi manager pagavano i militari con soldi suoi perché non mettessero il becco nei libri contabili delle sue aziende, ma a sua insaputa). E su Dell’Utri e sui mafiosi stragisti, che dipingono B. come un vecchio amico dei boss.
Bastava leggere uno dei tanti verdetti che in questi vent’anni l’hanno riguardato per farsi un’idea del personaggio: conoscerlo per evitarlo.
Invece, dopo vent’anni di malavita al potere, siamo qui appesi a una sentenza di Cassazione sul reato forse meno grave – al confronto degli altri – commesso dal Caimano: la frode fiscale. Più che un delitto, un’abitudine. Una specialità della casa. In fondo andò così anche per Al Capone: era il capo della mafia americana, ma riuscirono a incastrarlo solo per evasione fiscale. Solo che in America l’evasione è galera sicura, dunque non occorse altro per togliere il boss dalla circolazione. Da noi un evasore che tentasse di entrare in galera verrebbe respinto dalle leggi, che sono inflessibili. Per finire in carcere, sottrarre milioni all’erario non basta: bisogna rubare almeno un limone.
Pare infatti, ma si tratta soltanto di voci di corridoio, che parte del Pd avrebbe qualche difficoltà a convivere ancora al governo con il partito guidato, anzi posseduto da un condannato per frode fiscale. E, per capire se B. sia un giglio di campo o un criminale incallito, attendono la sentenza Mediaset in Cassazione. Tutte le precedenti è come se non fossero mai state pronunciate, solo perché non erano condanne definitive. Poco importa se lo dichiaravano responsabile di reati gravissimi, come la falsa testimonianza sulla P2 (amnistiata), le tangenti a Craxi (cadute in prescrizione), svariati falsi in bilancio (reato depenalizzato da lui), la corruzione giudiziaria (prescritta sia per lo scippo della Mondadori a De Benedetti sia per le mazzette a Mills). Per non parlare delle sentenze sulle tangenti alla Guardia di Finanza (i suoi manager pagavano i militari con soldi suoi perché non mettessero il becco nei libri contabili delle sue aziende, ma a sua insaputa). E su Dell’Utri e sui mafiosi stragisti, che dipingono B. come un vecchio amico dei boss.
Bastava leggere uno dei tanti verdetti che in questi vent’anni l’hanno riguardato per farsi un’idea del personaggio: conoscerlo per evitarlo.
Invece, dopo vent’anni di malavita al potere, siamo qui appesi a una sentenza di Cassazione sul reato forse meno grave – al confronto degli altri – commesso dal Caimano: la frode fiscale. Più che un delitto, un’abitudine. Una specialità della casa. In fondo andò così anche per Al Capone: era il capo della mafia americana, ma riuscirono a incastrarlo solo per evasione fiscale. Solo che in America l’evasione è galera sicura, dunque non occorse altro per togliere il boss dalla circolazione. Da noi un evasore che tentasse di entrare in galera verrebbe respinto dalle leggi, che sono inflessibili. Per finire in carcere, sottrarre milioni all’erario non basta: bisogna rubare almeno un limone.
Eccoli dunque lì, i politici di destra, centro e sinistra, che con Al Tappone han fatto affari, inciuci, libri, comparsate tv, bicamerali, riforme bipartisan, alleanze più o meno mascherate, e i giornalisti e gl’intellettuali al seguito, tutti tremanti sotto la Cassazione. Paradossalmente, il meno preoccupato è proprio lui: B. lo sa chi è B. e non ne ha mai fatto mistero. E ha costruito un sistema politico-mediatico perfetto: se lo assolvono, sarà la prova che era un innocente perseguitato; se lo condannano, sarà la prova che è un innocente perseguitato. A tremare sono tutti gli altri: gli ipocriti che lo circondano da vent’anni, fingendo di non vedere e tacendo anziché parlare. Infatti del merito del processo Mediaset, delle prove schiaccianti sul ruolo centrale di B. nella costruzione di una macchina perfetta di decine di società offshore per frodare il fisco e portare fondi neri all’estero da usare per corrompere politici, giudici, forze dell’ordine e funzionari pubblici, non parla nessuno.
È il trionfo di Tartuffe: tutti aspettano che i giudici della Cassazione dicano ciò che tutti sanno benissimo, anche se nessuno osa dire nulla. Oppure delirano, come Letta e Boldrini, che escludono conseguenze sul governo in caso di condanna: come se il pericolo fosse che B. molli il Pd, e non che il Pd resti avvinghiato a un evasore pregiudicato. Viene in mente la storiella raccontata da Montanelli per sbertucciare un’altra ipocrisia italiota, quella dell’intellighenzia “de sinistra” che negli anni 70 negava il terrorismo rosso: “Un gentiluomo austriaco, roso dal sospetto che la moglie lo tradisse, la seguì di nascosto in albergo, la vide dal buco della serratura spogliarsi e coricarsi insieme a un giovanotto. Ma, rimasto al buio perché i due a questo punto spensero la luce, gemette a bassa voce: ‘Non riuscirò dunque mai a liberarmi da questa tormentosa incertezza?’”.
Fonte
Al solito Travaglio sulla cronaca giudiziaria è più preciso di un orologio svizzero, anche il commento politico qui non fa una piega. Si poteva giusto evitare il solito incensamento del borghesissimo Montanelli...
Venezuela: avanti con le espropriazioni dei latifondi improduttivi
Il governo del presidente Nicolás Maduro continuerà a portare avanti la politica di espropriazione delle terre coltivabili appartenenti a latifondi improduttivi e conta di nazionalizzare prossimamente fino a 265.000 ettari: a riferirlo è stato il presidente dell’Istituto nazionale delle terre (Inti), William Gudiño, ricordando che sotto il governo del defunto Hugo Chávez (1999-2013) sono stati ben 3,6 milioni gli ettari di lotti espropriati.
La priorità dell’Inti, ha detto Gudiño all’emittente Vtv, resta comunque quella di far tornare produttive le terre nazionalizzate, “e – ha detto – ciò richiede uno sforzo enorme”. Ha ammesso che questa politica è stata rallentata da problemi relativi al finanziamento dei programmi, a prolungate stagioni delle piogge, ma anche a dispute per il possesso della terra che hanno coinvolto le comunità indigene. “È necessario integrare il lavoro dell’Inti con la banca sociale agraria, perché alcuni hanno titoli di proprietà ma non abbastanza crediti” ha aggiunto l’alto funzionario.
In occasione della Giornata internazionale dei popoli indigeni del 2012, l’allora vice-presidente e attuale ministro degli Esteri Elías Jaua ha riferito che dal 2004 sono stati distribuiti fra i 51 popoli originari del Venezuela titoli di proprietà su 1,81 milioni di terre coltivabili. La cifra equivale a circa il 6% dei 30 milioni di lotti adatti all’agricoltura, all’allevamento e allo sfruttamento forestale che conta il paese e alla metà di quelli espropriati dallo stesso 2004. Secondo l’ultimo censimento nazionale del 2011, dei 28,9 milioni di abitanti, 725.128 si definiscono indigeni.
I settori imprenditoriali hanno accusato il governo di aver affossato l’apparato produttivo nazionale con la politica delle nazionalizzazioni sostenendo che i risultati in termini di aumento della produzione agro-zootecnica sono stati scarsi.
Fonte
Sarebbe interessante una bella statistica giusto per capire se questi espropri migliorino effettivamente la produzione agricola nazionale e le condizioni dei contadini o siano solo sparate propagandistiche.
La priorità dell’Inti, ha detto Gudiño all’emittente Vtv, resta comunque quella di far tornare produttive le terre nazionalizzate, “e – ha detto – ciò richiede uno sforzo enorme”. Ha ammesso che questa politica è stata rallentata da problemi relativi al finanziamento dei programmi, a prolungate stagioni delle piogge, ma anche a dispute per il possesso della terra che hanno coinvolto le comunità indigene. “È necessario integrare il lavoro dell’Inti con la banca sociale agraria, perché alcuni hanno titoli di proprietà ma non abbastanza crediti” ha aggiunto l’alto funzionario.
In occasione della Giornata internazionale dei popoli indigeni del 2012, l’allora vice-presidente e attuale ministro degli Esteri Elías Jaua ha riferito che dal 2004 sono stati distribuiti fra i 51 popoli originari del Venezuela titoli di proprietà su 1,81 milioni di terre coltivabili. La cifra equivale a circa il 6% dei 30 milioni di lotti adatti all’agricoltura, all’allevamento e allo sfruttamento forestale che conta il paese e alla metà di quelli espropriati dallo stesso 2004. Secondo l’ultimo censimento nazionale del 2011, dei 28,9 milioni di abitanti, 725.128 si definiscono indigeni.
I settori imprenditoriali hanno accusato il governo di aver affossato l’apparato produttivo nazionale con la politica delle nazionalizzazioni sostenendo che i risultati in termini di aumento della produzione agro-zootecnica sono stati scarsi.
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Sarebbe interessante una bella statistica giusto per capire se questi espropri migliorino effettivamente la produzione agricola nazionale e le condizioni dei contadini o siano solo sparate propagandistiche.
Giancarlo "Erdogan" Caselli
Non c'è nulla di più triste di
un vecchio tormentato dalla coazione a ripetere. Chi in questi giorni
frequenta una spiaggia può rendersene conto con facilità. A ogni angolo
anziani “conquistadores” in posa, con gli occhiali scuri, lo sguardo
malandrino o finto disinteressato, in attesa di una donna – di qualsiasi
età, il casanova anziano sa di doversi accontentare -. In riva al mare,
con la pelle un po' flaccida sotto quelli che una volta erano i
pettorali da richiamo e le cosce svuotate dei quadricipiti, esibiscono
un rituale consaputo per cui non hanno più il fisico. La concorrenza più
giovane li guarda, li salta, inventa altri rituali per l'identica
religione. Un filo d'odio scorre dall'angolo dell'occhio dell'anziano
assiso, invano proteso a cavar fuori dalla cascata di rughe la postura
del “ghepardo di una volta”.
Accade anche in magistratura. Accade a Torino, dove una Procura d'altri tempi persegue reati immaginari dando loro i nomi di altri tempi, travisando il presente secondo “fattispecie” oggi irrintracciabili.
Prendiamo per un attimo sul serio l'accusa di “attentato per finalità terroristiche o di eversione dell’ordine democratico”, ai sensi dell’art. 280 codice penale, elevata contro alcuni attivisti No Tav. Si tratta di un'aggravante specifica che punisce con pene fino a venti anni di carcere chi “attenta alla vita od alla incolumità di una persona”.
Va da sé che per “attentare alla vita” bisogna disporre di mezzi d'offesa adeguati e organizzazione che preveda esplicitamente tra i propri obiettivi l'uccisione dei nemici; ovvero armi e organizzazione clandestina. Due caratteristiche completamente assenti nel movimento No Tav, i cui esponenti sono usi a intervenire pubblicamente e le cui “dotazioni militari” non vanno oltre – in singoli casi – i sassi e le maschere antigas (notoriamente strumento di difesa contro eserciti criminali che fanno uso di armi chimiche che la Convenzione di Ginevra condannerebbe anche in zona di guerra).
Resta quindi la domanda: perché la Procura di Torino ha preso questa strada così assurda da un punto di vista giuridico e reazionaria su quello politico?
Per provare a rispondere bisogna prima ricordare qual'è la “cultura giuridica” del Procuratore capo del capoluogo piemontese e subito dopo mettere in evidenza le conseguenze politiche di questa azione abnorme, nella prospettiva di un autunno che s'annuncia pieno di conflitto.
Come hanno notato osservatori insospettabili – persino il Corriere della Sera! - l'accusa “terroristica” è un “salto di qualità” nella strategia giudiziaria del pool guidato da Giancarlo Caselli, una “prima volta” nel lungo confronto tra movimenti di protesta sociali e potere repressivo dello Stato. Una “prima volta”, evidentemente, che riguarda le pratiche messe in atto.
In tutto e per tutto, le azioni del movimento No Tav fanno parte della normale strumentazione della protesta di piazza, per quanto sui terreni impervi tipici di una valle alpina. E mai era accaduto che simili pratiche venissero indicate come “terroristiche”. Per il buon motivo – anche giuridico – che mancava l'uso di “armi” (se non quelle messe in mostra con dubbia generosità dalle cosiddette “forze dell'ordine”) e quindi qualsiasi possibile intenzione di “attentare alla vita od alla incolumità di una persona”.
E questo senza nemmeno scomodare un'altra e più giustificata visione storica dei conflitti che non classifica come “terrorismo” neanche le guerriglie, ma soltanto l'uso di mezzi di distruzione di massa contro popolazioni civili. Ovvero quello che, tra gli altri, ha messo in atto lo Stato italiano nei confronti del proprio popolo dagli anni '60 in poi (la stranota “strategia della tensione”).
In questa decisione della Procura torinese pesa una visione dello strumento giudiziario come “arma di guerra”, senza nessun rapporto con la “legalità” e tanto meno con la “giustizia”. L'estensione dell'accusa di “terrorismo” alla normale protesta di massa, anche “robusta”, implica che nella testa di quei magistrati l'azione penale sia uno strumento “flessibile” da usare secondo una logica di guerra. Il magistrato inquirente cessa di perseguire un insieme codificato di “fattispecie” per adottare invece quelle accuse che meglio rispondono alla “necessità” di perseguire alcuni oppositori politici.
È come se per impedire che un semplice ladro di merendine possa “tornare a delinquere” in seguito alla scarcerazione – perché la “pena” è necessariamente breve – lo si accusasse di “rapina all'interno di un disegno criminoso” di più largo respiro. È come se una singola protesta contro un singolo progetto considerato letale per un territorio specifico venisse inquadrata giuridicamente come un “attentato ai poteri dello Stato”. Ai poteri, non alla sovranità, che ormai non esiste più nei fatti.
Per la Procura di Torino, insomma, va elevata l'accusa che fa più male agli accusati, non quella che il codice penale in certi casi prescriverebbe. In questo modo si torce il diritto in rovescio giuridico, si trasforma il contenzioso processuale in guerra. Contro una popolazione civile e la sua parte necessariamente più attiva: i giovani e chi ha più “visione” della protesta in atto. Non magistrati dunque, ma fabbri ferrai della repressione, “immaginifici” dell'accusa, “combattenti” di un potere insofferente di ogni manifestazione d'opposizione.
Sarebbe facile a questo punto definire “fascista” questa cultura. Ma sarebbe sbagliato. Qui non c'è alcun preteso “ordine valoriale superiore” da imporre con la forza. Non c'è alcuna “modernizzazione reazionaria” ostacolata strada facendo da interessi definiti sbrigativamente “arretrati”. La Tav Torino-Lione è un'opera inutile, che al momento non ha neppure la certezza di poter esser completata (la Francia ha rinviato la decisione sulla parte di lavori di sua competenza), portata avanti – tra le altre – anche da alcune imprese in odor di malavita. Non è insomma in gioco nulla di più che una marea di appalti finanziati con denaro pubblico per arricchire, mal che vada, un nucleo ristretto di sventratori di territorio.
Sul piano politico, la Procura caselliana indica la strumentazione adottabile nel conflitto sociale a venire, magari già in questo autunno. Dalla finanza al diritto “creativo” il passo è breve, ma verso gli inferi.
La provocazione ha una sua pericolosità. Punta infatti apertamente a “sollecitare” un analogo e suicida “salto di qualità” in alcune frange di movimento. Magari attivando alla bisogna quel manipolo di infiltrati che da molti anni lavora per portare attivisti e compagni inesperti tra le braccia poco amorevoli di questure e procure; e in qualche caso con “successo”. Per ora sono partite solo alcune lettere sconclusionate, ma l'agghiacciante subalternità dei media mainstream le ha traformate in “segnali politici”. Naturalmente a doppio senso.
Come a Gezi Park o in cento altri luoghi del presente capitalistico, un modo di produzione e riproduzione della vita, stretto nella morsa di una crisi da cui non sa più come uscire, reagisce nello stesso identico modo: dichiara “terrorista” la parte più intelligente, attiva, partecipe, lungimirante, della popolazione che dovrebbe in teoria rappresentare. Che a questa torsione reazionaria del capitalismo in crisi partecipi in prima fila l'ex gotha dell'ex Pci – al Quirinale come a Torino – non ci sorprende più di tanto. Ma in questa infima e stanca replica dello sciagurato “compromesso storico” non è più rintracciabile alcuna grandezza, per quanto fosca e gravida di lutti.
Solo una triste coazione a ripetere, tragicamente simile a quella dei vecchi “cucadores” con la testa imbiancata, affollata di ricordi di “grandi imprese” ormai impossibili.
Immobiliare, un mattone ci seppellirà. Per la gioia della criminalità organizzata
Il settore è nel pieno di una crisi nerissima. E non sarà certo aiutato dal fatto che la crescita esponenziale dei fallimenti delle imprese sta portando sul mercato, via aste giudiziarie, una marea di case e palazzi. Una "bolla" che rischia di scoppiare sulle fragili fondamenta del sistema bancario italiano, già alle prese con la restituzione dei prestiti ricevuti dalla Bce. Mentre chi ha bisogno di ripulire il denaro aspetta pazientemente il crollo
Per l’ex re del mattone, Salvatore Ligresti, l’inizio ufficiale della fine è partito da qui. Alla torre Velasca, ventisette piani in centro a Milano, simbolo del boom economico che non c’è più. Appartamenti in cima, uffici ai livelli più in basso. Per metà sono inutilizzati e sfitti, ammettono in portineria dopo un po’ di insistenza. La messa in vendita della torre, annunciata nell’estate del 2010, aveva certificato il malandato stato di salute del gruppo del costruttore siciliano che, con un ultimo colpo di coda prima della resa, aveva cercato di fare cassa mettendo sul mercato i gioielli di famiglia. A distanza di tre anni il fardello della proprietà, rimasta invenduta, è passato sul groppone della Unipol delle coop, che un anno fa ha rilevato dai costruttori siciliani oggi dietro le sbarre tutto il gruppo Fondiaria Sai. Mattone e debiti con le banche inclusi. E mentre le intercettazioni degli inquirenti portano a galla affermazioni inquietanti come quella dell’ex ad di FonSai, Fausto Marchionni, sul fatto che se dovesse venire a galla “tutta la storia della parte immobiliare e della corruzione viene fuori un casino”, il settore immobiliare, a Milano come in tutta Italia, è nel pieno di una crisi nerissima. E l’andamento non sarà certo aiutato dal fatto che la crescita esponenziale dei fallimenti delle imprese (3.500 le procedure avviate in Italia nel primo trimestre 2013 secondo il Cerved, con un aumento annuo del 12%) sta portando sul mercato, via aste giudiziarie, una marea di immobili. Che rischia di abbattersi come uno Tsunami sulle fragili fondamenta del sistema bancario italiano, sempre più vicino a un doloroso confronto con il crollo vertiginoso del valore delle garanzie immobiliari ricevute per i prestiti. Come ben sa la Banca d’Italia che sta da tempo passando al lentino il portafoglio di crediti degli istituti italiani. E mentre via Nazionale ispeziona, la criminalità organizzata aspetta pazientemente alla finestra.
IL MATTONE VA A PICCO. Soltanto a Milano nuovi maxi quartieri stanno nascendo come funghi in tutta la città. Il caso del capoluogo lombardo è un esempio piuttosto calzante di una tendenza che fa pensare, mentre la città per ora si limita a prendere atto del fatto che i padroni del mattone non sono più i costruttori di un tempo, ma le banche e le grandi assicurazioni che in passato li hanno finanziati a piene mani o più semplicemente affiancati. E che, con il loro tracollo, sono rimaste imbrigliate in progetti che oggi sembrano essere stati concepiti non pochi anni fa, ma ere geologiche lontane nel tempo, quando si pensava che il mattone fosse una pietra filosofale. Poco importa che il sogno si sia rivelato un incubo: tra un fallimento e l’altro, le gru continuano a sollevare i loro carichi di cemento.
Anche se a Milano e provincia ci sono già 12 milioni di metri quadri di uffici. E a fine 2012 ben 1,3 milioni, l’11 per cento, erano vuoti, come spiega uno studio di Urban Land Institute e Bnp Paribas Real Estate. E’ così nell’hinterland e in periferia, ma anche all’interno della Cerchia dei Bastioni. E pure in pieno centro, dove i metri quadri che il settore terziario non riesce più a utilizzare sono oltre 140mila. Interi piani vuoti, insomma, non solo nella torre Velasca. Non va meglio per il residenziale, con gli appartamenti che si vendono sempre meno complice la stretta sui mutui (-47% nel 2012 e -16,8% nel primo trimestre 2013 il dato nazionale secondo l’ultimo Osservatorio sul Credito al Dettaglio realizzato da Assofin, Crif e Prometeia). I numeri del rapporto realizzato dall’Agenzia della entrate in collaborazione con l’Associazione bancaria italiana (Abi), parlano chiaro: in Italia nel 2012 le compravendite di appartamenti sono state 448.364, il 25,7% in meno dell’anno precedente. Ancora più marcato, poi, il crollo degli incassi con il controvalore delle operazioni che si è fermato a quota 75,4 miliardi, il 26,4% in meno del 2011. A Milano la musica è la stessa: l’anno scorso le compravendite sono state 14.645, in calo del 23,7 per cento. E il primo squarcio del 2013 non fa pensare meglio, visto che il dato nazionale dell’Agenzia delle Entrate indica per tutto il comparto 212.215 unità immobiliari compravendute (-13,8%). Una frenata che si riduce al 4% per il solo residenziale milanese dove sono passati di mano 3.616 immobili e che sale al -21,5% per il resto della Provincia (5.159 unità).
EPPURE SI CONTINUA A COSTRUIRE. A scapito dell’andamento del business, però, nel capoluogo lombardo, sempre più aree vengono sacrificate al mattone. Centinaia di migliaia di metri quadri in più che nei prossimi anni verranno messi sul mercato attraverso investimenti complessivi che il Corriere della Sera a inizio luglio stimava in 9-10 miliardi di euro, per circa due terzi finanziati dalle banche. Gli esempio più noti spaziano da Santa Giulia a Citylife passando per Garibaldi-Porta Nuova-Isola e Porta Vittoria. Uffici e alloggi, da affittare e da vendere. Spesso appartamenti di target elevato, con prezzi che in certi casi superano i 10mila euro al metro quadrato cui andrà aggiunto tutto il cemento che l’Expo 2015 porterà con sè.
GRANDI OPERE A MILANO: COSTRUTTORI E FINANZIATORI (GUARDA LA SCHEDA)
Cantieri che, una volta conclusi, potranno portare altri problemi. “Alcuni dei grandi progetti che sono riusciti a sopravvivere alla crisi – ammette Stefano Boeri, ex assessore alla Cultura del comune e a lungo architetto di fiducia dei re decaduti del mattone milanese – rischiano oggi di creare un’offerta che non trova destinatari. Quindi il numero già importante di sfitto e invenduto rischia di essere incrementato ulteriormente”. Aggiunge Damiano Di Simine, presidente di Legambiente Lombardia: “Oggi l’unico vero bisogno di residenze è legato alle fasce deboli della popolazione”. Ada Lucia De Cesaris, vicesindaco di Milano con delega all’Urbanistica, conferma: oggi, più che di alloggi di target elevato, “c’è molta richiesta di acquisto per edilizia convenzionata e agevolata”. Inutile dire che però, per questa tipologia di domanda, l’offerta manca. La soluzione è recuperare e riconvertire gli spazi abbandonati e sfitti. La giunta due mesi fa ha approvato una delibera per favorire le imprese nei lavori di demolizione e ricostruzione, visto che le due operazioni non dovranno più essere contestuali, ma dalla prima alla seconda potranno passare fino a tre anni. Dopo l’estate, inoltre, arriverà in consiglio comunale il nuovo regolamento edilizio, che conterrà norme per stimolare gli operatori a recuperare le loro proprietà sfitte e abbandonate, prima di costruire nuovi edifici.
Restano da convincere i nuovi re del mattone impegnati nei lavori in corso. Intanto la giunta Pisapia ha già tagliato di 4 milioni di metri quadri la capacità edificatoria del faraonico Pgt dell’era Moratti, riducendola di metà. Ma i progetti dei nuovi maxi quartieri arrivano da lontano, quando nessuno ancora immaginava la crisi. Secondo De Cesaris i cantieri in corso “devono essere seguiti e chiusi per evitare che si crei abbandono sull’abbandono”. Perché una delle facce della crisi sono i lavori lasciati a metà e quelli mai partiti: Palazzo Marino quest’anno ha restituito oltre 20 milioni di euro di oneri di urbanizzazione. Un’altra è la fame di tempo delle banche creditrici alle quali conviene posticipare il più possibile la resa dei conti con il valore delle proprietà immobiliari.
LA ZAVORRA NEI CONTI DELLE BANCHE. Ma la minaccia del mattone che potrebbe mandarci a fondo è sempre lì, come ricorda l’economista Alberto Bagnai docente di Politica economica all’Università di Pescara. “La riduzione del reddito pro capite ai livelli del 1997, e l’aumento del carico fiscale sulla casa, stanno mettendo in seria difficoltà le famiglie. Molte non riescono più a rimborsare i mutui, o sono costrette a vendere seconde o prime case – ricordava poche settimane fa al Fatto Quotidiano -. Di conseguenza l’indice dei prezzi delle abitazioni (fonte Bce), stazionario dallo scoppio della crisi, è in caduta libera dall’autunno 2011 (sei trimestri)”. Un fenomeno che avrà ovvie conseguenze sull’attivo delle banche italiane, dove molti crediti sono appunto garantiti da immobili. “A valle della crisi immobiliare, seguirà quindi, inevitabile, una crisi bancaria, che metterà gli italiani di fronte alla necessità di ricapitalizzare gli istituti di credito”, sottolinea.
LA MINA DIETRO L’ANGOLO. La prima mina è già dietro l’angolo. Si chiama Basilea III, la direttiva comunitaria che, seppure in termini più morbidi rispetto alle previsioni iniziali, a partire dal 2014 porterà gradualmente in vigore i nuovi requisiti patrimoniali per gli istituti di credito. Inevitabile, quindi, il faro sui finanziamenti al settore immobiliare, un comparto trasversale che, nei bilanci delle banche, mette insieme i prestiti concessi ai palazzinari negli anni d’oro del mattone (fra il 2004 e il 2008) e i mutui alle famiglie. Due voci che, con le nuove regole europee, non potranno più pesare così tanto nei conti degli istituti di credito, chiamati dall’Autorità bancaria europea (Eba) al rispetto di paletti più stringenti nella contabilità, sulla scia di crescenti preoccupazioni circa la qualità degli asset e il peso dei Non performing loan. Ovvero i finanziamenti che non riescono più a ripagare il capitale e gli interessi dovuti e la cui riscossione è incerta sia rispetto alla scadenza, sia all’ammontare dell’esposizione.
RICICLATORI ALLA FINESTRA. E’ proprio al momento di criticità massima che guarda la criminalità organizzata che sta alla finestra in attesa del crollo per poter ripulire denaro sporco a bassissimo costo investendo in un business relativamente semplice. Almeno, è questa la sensazione di Gian Gaetano Bellavia, esperto di diritto penale dell’economia. “Quello che si vede oggi è un coacervo di situazioni, alcune certamente dovute alla follia del sistema bancario che ha finanziato gli speculatori immobiliari per centinaia di milioni di euro, e che si riassumono in un disastro totale di mercato, di burocrazia, di politica, eccetera e in qualche operazione che stanno facendo per convertire denaro in mattone, ma il bello deve ancora arrivare”, spiega al fattoquotidiano.it. Mille le variabili in gioco: l’acquirente non può/non vuole/non se la sente di comprare, la banca non può/non vuole finanziare, l’impresa non può/non vuole/non riesce a costruire. Oppure è costretta a costruire perché è in mezzo al guado e cerca di uscirne perché sa che l’acqua crescerà e rischia di affogare. “E’ in questo contesto estremamente complesso che si possono innestare delle situazioni che riguardano la criminalità organizzata – continua Bellavia precisando che al momento non è tutto così – Su 100 cantieri magari in 10 sono entrati i soldi della droga, ma 90 sono lì inchiodati in attesa di fallire. Certo, ci sono delle situazioni tali per cui chi ha del denaro definiamolo a costo zero e ha interesse a modificarne la natura trasformandolo da denaro a rischio di identificazione di provenienza illecita in denaro investito in attività lecite, ha tutto il vantaggio di fare delle operazioni immobiliari. La mia sensazione però è che questo intervento della criminalità organizzata non sia ancora massicciamente avvenuto. Dal loro punto di vista ancora non è il momento”. Quando sarà, allora? “Il momento arriverà probabilmente l’anno prossimo, a seconda di quello che succederà quest’estate o quando cadrà il governo o quando faranno il prelievo sui conti o se e quando usciremo dall’euro – continua – Allora, quando ci sarà un casino assolutamente ingovernabile, gli imprenditori normali saranno costretti a svendere e nel giro di pochi mesi si riverseranno sul mercato operazioni immobiliari a prezzi stracciati. Io credo che quando ci saranno questi grandi sconvolgimenti, allora sì che arriveranno i soldi della criminalità organizzata che si comprerà qualunque cosa da tenere lì e tramuterà il denaro in beni immobili”. Uno scenario inquietante, ma per ora sono solo sensazioni.
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Per l’ex re del mattone, Salvatore Ligresti, l’inizio ufficiale della fine è partito da qui. Alla torre Velasca, ventisette piani in centro a Milano, simbolo del boom economico che non c’è più. Appartamenti in cima, uffici ai livelli più in basso. Per metà sono inutilizzati e sfitti, ammettono in portineria dopo un po’ di insistenza. La messa in vendita della torre, annunciata nell’estate del 2010, aveva certificato il malandato stato di salute del gruppo del costruttore siciliano che, con un ultimo colpo di coda prima della resa, aveva cercato di fare cassa mettendo sul mercato i gioielli di famiglia. A distanza di tre anni il fardello della proprietà, rimasta invenduta, è passato sul groppone della Unipol delle coop, che un anno fa ha rilevato dai costruttori siciliani oggi dietro le sbarre tutto il gruppo Fondiaria Sai. Mattone e debiti con le banche inclusi. E mentre le intercettazioni degli inquirenti portano a galla affermazioni inquietanti come quella dell’ex ad di FonSai, Fausto Marchionni, sul fatto che se dovesse venire a galla “tutta la storia della parte immobiliare e della corruzione viene fuori un casino”, il settore immobiliare, a Milano come in tutta Italia, è nel pieno di una crisi nerissima. E l’andamento non sarà certo aiutato dal fatto che la crescita esponenziale dei fallimenti delle imprese (3.500 le procedure avviate in Italia nel primo trimestre 2013 secondo il Cerved, con un aumento annuo del 12%) sta portando sul mercato, via aste giudiziarie, una marea di immobili. Che rischia di abbattersi come uno Tsunami sulle fragili fondamenta del sistema bancario italiano, sempre più vicino a un doloroso confronto con il crollo vertiginoso del valore delle garanzie immobiliari ricevute per i prestiti. Come ben sa la Banca d’Italia che sta da tempo passando al lentino il portafoglio di crediti degli istituti italiani. E mentre via Nazionale ispeziona, la criminalità organizzata aspetta pazientemente alla finestra.
IL MATTONE VA A PICCO. Soltanto a Milano nuovi maxi quartieri stanno nascendo come funghi in tutta la città. Il caso del capoluogo lombardo è un esempio piuttosto calzante di una tendenza che fa pensare, mentre la città per ora si limita a prendere atto del fatto che i padroni del mattone non sono più i costruttori di un tempo, ma le banche e le grandi assicurazioni che in passato li hanno finanziati a piene mani o più semplicemente affiancati. E che, con il loro tracollo, sono rimaste imbrigliate in progetti che oggi sembrano essere stati concepiti non pochi anni fa, ma ere geologiche lontane nel tempo, quando si pensava che il mattone fosse una pietra filosofale. Poco importa che il sogno si sia rivelato un incubo: tra un fallimento e l’altro, le gru continuano a sollevare i loro carichi di cemento.
Anche se a Milano e provincia ci sono già 12 milioni di metri quadri di uffici. E a fine 2012 ben 1,3 milioni, l’11 per cento, erano vuoti, come spiega uno studio di Urban Land Institute e Bnp Paribas Real Estate. E’ così nell’hinterland e in periferia, ma anche all’interno della Cerchia dei Bastioni. E pure in pieno centro, dove i metri quadri che il settore terziario non riesce più a utilizzare sono oltre 140mila. Interi piani vuoti, insomma, non solo nella torre Velasca. Non va meglio per il residenziale, con gli appartamenti che si vendono sempre meno complice la stretta sui mutui (-47% nel 2012 e -16,8% nel primo trimestre 2013 il dato nazionale secondo l’ultimo Osservatorio sul Credito al Dettaglio realizzato da Assofin, Crif e Prometeia). I numeri del rapporto realizzato dall’Agenzia della entrate in collaborazione con l’Associazione bancaria italiana (Abi), parlano chiaro: in Italia nel 2012 le compravendite di appartamenti sono state 448.364, il 25,7% in meno dell’anno precedente. Ancora più marcato, poi, il crollo degli incassi con il controvalore delle operazioni che si è fermato a quota 75,4 miliardi, il 26,4% in meno del 2011. A Milano la musica è la stessa: l’anno scorso le compravendite sono state 14.645, in calo del 23,7 per cento. E il primo squarcio del 2013 non fa pensare meglio, visto che il dato nazionale dell’Agenzia delle Entrate indica per tutto il comparto 212.215 unità immobiliari compravendute (-13,8%). Una frenata che si riduce al 4% per il solo residenziale milanese dove sono passati di mano 3.616 immobili e che sale al -21,5% per il resto della Provincia (5.159 unità).
EPPURE SI CONTINUA A COSTRUIRE. A scapito dell’andamento del business, però, nel capoluogo lombardo, sempre più aree vengono sacrificate al mattone. Centinaia di migliaia di metri quadri in più che nei prossimi anni verranno messi sul mercato attraverso investimenti complessivi che il Corriere della Sera a inizio luglio stimava in 9-10 miliardi di euro, per circa due terzi finanziati dalle banche. Gli esempio più noti spaziano da Santa Giulia a Citylife passando per Garibaldi-Porta Nuova-Isola e Porta Vittoria. Uffici e alloggi, da affittare e da vendere. Spesso appartamenti di target elevato, con prezzi che in certi casi superano i 10mila euro al metro quadrato cui andrà aggiunto tutto il cemento che l’Expo 2015 porterà con sè.
GRANDI OPERE A MILANO: COSTRUTTORI E FINANZIATORI (GUARDA LA SCHEDA)
Cantieri che, una volta conclusi, potranno portare altri problemi. “Alcuni dei grandi progetti che sono riusciti a sopravvivere alla crisi – ammette Stefano Boeri, ex assessore alla Cultura del comune e a lungo architetto di fiducia dei re decaduti del mattone milanese – rischiano oggi di creare un’offerta che non trova destinatari. Quindi il numero già importante di sfitto e invenduto rischia di essere incrementato ulteriormente”. Aggiunge Damiano Di Simine, presidente di Legambiente Lombardia: “Oggi l’unico vero bisogno di residenze è legato alle fasce deboli della popolazione”. Ada Lucia De Cesaris, vicesindaco di Milano con delega all’Urbanistica, conferma: oggi, più che di alloggi di target elevato, “c’è molta richiesta di acquisto per edilizia convenzionata e agevolata”. Inutile dire che però, per questa tipologia di domanda, l’offerta manca. La soluzione è recuperare e riconvertire gli spazi abbandonati e sfitti. La giunta due mesi fa ha approvato una delibera per favorire le imprese nei lavori di demolizione e ricostruzione, visto che le due operazioni non dovranno più essere contestuali, ma dalla prima alla seconda potranno passare fino a tre anni. Dopo l’estate, inoltre, arriverà in consiglio comunale il nuovo regolamento edilizio, che conterrà norme per stimolare gli operatori a recuperare le loro proprietà sfitte e abbandonate, prima di costruire nuovi edifici.
Restano da convincere i nuovi re del mattone impegnati nei lavori in corso. Intanto la giunta Pisapia ha già tagliato di 4 milioni di metri quadri la capacità edificatoria del faraonico Pgt dell’era Moratti, riducendola di metà. Ma i progetti dei nuovi maxi quartieri arrivano da lontano, quando nessuno ancora immaginava la crisi. Secondo De Cesaris i cantieri in corso “devono essere seguiti e chiusi per evitare che si crei abbandono sull’abbandono”. Perché una delle facce della crisi sono i lavori lasciati a metà e quelli mai partiti: Palazzo Marino quest’anno ha restituito oltre 20 milioni di euro di oneri di urbanizzazione. Un’altra è la fame di tempo delle banche creditrici alle quali conviene posticipare il più possibile la resa dei conti con il valore delle proprietà immobiliari.
LA ZAVORRA NEI CONTI DELLE BANCHE. Ma la minaccia del mattone che potrebbe mandarci a fondo è sempre lì, come ricorda l’economista Alberto Bagnai docente di Politica economica all’Università di Pescara. “La riduzione del reddito pro capite ai livelli del 1997, e l’aumento del carico fiscale sulla casa, stanno mettendo in seria difficoltà le famiglie. Molte non riescono più a rimborsare i mutui, o sono costrette a vendere seconde o prime case – ricordava poche settimane fa al Fatto Quotidiano -. Di conseguenza l’indice dei prezzi delle abitazioni (fonte Bce), stazionario dallo scoppio della crisi, è in caduta libera dall’autunno 2011 (sei trimestri)”. Un fenomeno che avrà ovvie conseguenze sull’attivo delle banche italiane, dove molti crediti sono appunto garantiti da immobili. “A valle della crisi immobiliare, seguirà quindi, inevitabile, una crisi bancaria, che metterà gli italiani di fronte alla necessità di ricapitalizzare gli istituti di credito”, sottolinea.
LA MINA DIETRO L’ANGOLO. La prima mina è già dietro l’angolo. Si chiama Basilea III, la direttiva comunitaria che, seppure in termini più morbidi rispetto alle previsioni iniziali, a partire dal 2014 porterà gradualmente in vigore i nuovi requisiti patrimoniali per gli istituti di credito. Inevitabile, quindi, il faro sui finanziamenti al settore immobiliare, un comparto trasversale che, nei bilanci delle banche, mette insieme i prestiti concessi ai palazzinari negli anni d’oro del mattone (fra il 2004 e il 2008) e i mutui alle famiglie. Due voci che, con le nuove regole europee, non potranno più pesare così tanto nei conti degli istituti di credito, chiamati dall’Autorità bancaria europea (Eba) al rispetto di paletti più stringenti nella contabilità, sulla scia di crescenti preoccupazioni circa la qualità degli asset e il peso dei Non performing loan. Ovvero i finanziamenti che non riescono più a ripagare il capitale e gli interessi dovuti e la cui riscossione è incerta sia rispetto alla scadenza, sia all’ammontare dell’esposizione.
La
verifica per giunta avverrà in un contesto per le banche nostrane assai
complicato almeno per tre ragioni. La prima è una crescente
disoccupazione che si affianca ai fallimenti delle imprese e che ha un
impatto anche sui pagamenti delle rate dei mutui da parte di famiglie e
aziende. La seconda è la pesante flessione del mercato immobiliare che,
qualora il debitore sia moroso, non consente di rifarsi dalla vendita
dell’immobile a prezzi soddisfacenti, come ben testimoniano i casi che
transitano per i Tribunali Fallimentari. “Abbiamo
tanti casi in cui si arriva alla vendita a metà prezzo rispetto al
valore originario stimato dell’immobile”, ricorda per esempio Roberto Fontana, giudice del Tribunale fallimentare di Milano, metre secondo Carlo Bianco,
commercialista esperto in procedure fallimentari, nei loro bilanci le
banche dovrebbero “esporre il rischio del mancato realizzo di questi
beni, perché questi beni oggi non valgono”.
La terza e più importante ragione è che tra fine 2014 e inizio 2015 scadrà anche il prestito ponte da oltre mille miliardi (Ltro)
varato dalla Bce fra dicembre 2011 e febbraio 2012 al tasso dello 0,75
per cento. Una cifra enorme cui le banche italiane, seconde solo a
quelle spagnole nella corsa alle aste di liquidità europee, hanno
attinto conquistando ben 255 miliardi. Denaro che, finora, ha
controbilanciato nello stato patrimoniale degli istituti la grossa
presenza di finanziamenti e che, se dovesse essere restituito,
porterebbe necessariamente ad una verifica degli asset e delle perdite, tanto che il tema è annoverato tra le critiche di Bruxelles al piano di ristrutturazione del Monte dei Paschi di Siena.
“L’effetto congiunto dell’applicazione delle nuove regole di Basilea e
della fine dell’Ltro nel 2014 potrebbe essere letale per le banche
italiane – spiega un banchiere – Il sistema, già debole, non potrebbe
mai tenere ad uno scenario simile. A questo poi si aggiunga che la
questione della flessione dell’occupazione potrebbe generare nuovi
cattivi pagatori contro i quali le banche avrebbero la sola arma
dell’esecuzione sull’immobile che tuttavia verrebbe immesso sul mercato
via aste a prezzi ridicoli”.
RICICLATORI ALLA FINESTRA. E’ proprio al momento di criticità massima che guarda la criminalità organizzata che sta alla finestra in attesa del crollo per poter ripulire denaro sporco a bassissimo costo investendo in un business relativamente semplice. Almeno, è questa la sensazione di Gian Gaetano Bellavia, esperto di diritto penale dell’economia. “Quello che si vede oggi è un coacervo di situazioni, alcune certamente dovute alla follia del sistema bancario che ha finanziato gli speculatori immobiliari per centinaia di milioni di euro, e che si riassumono in un disastro totale di mercato, di burocrazia, di politica, eccetera e in qualche operazione che stanno facendo per convertire denaro in mattone, ma il bello deve ancora arrivare”, spiega al fattoquotidiano.it. Mille le variabili in gioco: l’acquirente non può/non vuole/non se la sente di comprare, la banca non può/non vuole finanziare, l’impresa non può/non vuole/non riesce a costruire. Oppure è costretta a costruire perché è in mezzo al guado e cerca di uscirne perché sa che l’acqua crescerà e rischia di affogare. “E’ in questo contesto estremamente complesso che si possono innestare delle situazioni che riguardano la criminalità organizzata – continua Bellavia precisando che al momento non è tutto così – Su 100 cantieri magari in 10 sono entrati i soldi della droga, ma 90 sono lì inchiodati in attesa di fallire. Certo, ci sono delle situazioni tali per cui chi ha del denaro definiamolo a costo zero e ha interesse a modificarne la natura trasformandolo da denaro a rischio di identificazione di provenienza illecita in denaro investito in attività lecite, ha tutto il vantaggio di fare delle operazioni immobiliari. La mia sensazione però è che questo intervento della criminalità organizzata non sia ancora massicciamente avvenuto. Dal loro punto di vista ancora non è il momento”. Quando sarà, allora? “Il momento arriverà probabilmente l’anno prossimo, a seconda di quello che succederà quest’estate o quando cadrà il governo o quando faranno il prelievo sui conti o se e quando usciremo dall’euro – continua – Allora, quando ci sarà un casino assolutamente ingovernabile, gli imprenditori normali saranno costretti a svendere e nel giro di pochi mesi si riverseranno sul mercato operazioni immobiliari a prezzi stracciati. Io credo che quando ci saranno questi grandi sconvolgimenti, allora sì che arriveranno i soldi della criminalità organizzata che si comprerà qualunque cosa da tenere lì e tramuterà il denaro in beni immobili”. Uno scenario inquietante, ma per ora sono solo sensazioni.
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Piombino, acciaierie in ginocchio: stabilimento (e 4mila posti) a rischio
Non basta il piano di ristrutturazione: l'altoforno potrebbe bloccarsi il 30 settembre, entro febbraio tutti gli altri impianti. Così si fermerebbe non solo il cuore di un'intera città, ma il secondo polo siderurgico italiano dopo l'Ilva. Tra le ipotesi di salvataggio la "vendita spezzatino" che però lascerebbe per strada almeno 800 posti di lavoro
Ancora due mesi per continuare a sperare. E poi un vero e proprio dramma sociale potrebbe investire Piombino e affossare l’economia della Val di Cornia, con conseguenze non solo per quella zona – all’estremo sud della provincia di Livorno - ma per l’intera Toscana. Lo storico stabilimento che produce acciaio da oltre cento anni – secondo a livello nazionale solo all’Ilva di Taranto –, infatti rischia seriamente di chiudere i battenti. E di lasciare quindi senza un lavoro circa 4mila persone (se si considera anche l’indotto). Il cuore dell’economia di un intero territorio sta per smettere di pulsare. E qui, in un centro di appena 35mila abitanti, lo scenario paventato per la città di Taranto diventerebbe certamente realtà: se chiude l’acciaieria, chiude Piombino.
Da sempre, come racconta realisticamente la scrittrice Silvia Avallone nel suo romanzo di successo Acciaio (in cui le vite dei personaggi descritti ruotano, volenti o nolenti, attorno al polo siderurgico di Piombino), quella fabbrica era considerata dai piombinesi (e non solo) la garanzia di un posto di lavoro stabile. “Finita la scuola andrò in fabbrica (…) è un lavoro sicuro”. Quella certezza però da alcuni anni è ormai svanita. La crisi finanziaria che ha colpito l’acciaieria di Piombino (un tempo, come l’Ilva, di proprietà dello Stato) già nel 2003, quando ancora era guidata dalla famiglia Lucchini, non è mai cessata. Anzi, nonostante il piano di ristrutturazione operato dall’allora commissario Enrico Bondi (sempre lui) e l’acquisizione da parte della Severstal, il colosso russo dell’acciaio di proprietà del magnate Aleksej Mordašov, si è perfino acuita. D’altronde un vero piano industriale per la sua Fabbrica, Piombino non lo vede da decenni. E anche la proprietà russa dopo pochi anni ha annunciato il proprio disimpegno, lasciando di fatto il controllo della ex Lucchini ad una cordata di banche (Mps, Intesa Sanpaolo, Bpm, Unicredit, Bnl-Bnp Paribas, CariFirenze, Credito bergamasco, Banco popolare e Natixis), affinché si trovasse al più presto un acquirente. Ma fino ad ora nessuno sembra essere seriamente interessato a rilevare l’altra Ilva.
Lo scorso dicembre il ministero dello Sviluppo Economico ha accolto la richiesta della proprietà e delle banche di essere ammessi all’amministrazione straordinaria. E a Piombino, per tentare di risanare l’azienda è arrivato, nelle vesti di commissario, Piero Nardi (già ad del gruppo Lucchini e direttore generale dell’Ilva). In 7 mesi poco e nulla però si è potuto fare: “L’azienda è giunta stremata all’amministrazione straordinaria e con limitate possibilità di intervento” , ha sottolineato il commissario nel corso dell’incontro, tenutosi al ministero, con i sindacati e il sindaco di Piombino Gianni Anselmi. I soldi sono terminati. Il patrimonio, stimato ad ottobre 2008 in 970 milioni di euro, è stato azzerato. Non si possono più nemmeno acquistare le materie prime per mandare avanti la produzione e neanche effettuare i lavori di manutenzione dell’altoforno. A questo punto, vista la mancanza di acquirenti dell’intero ciclo produttivo, una delle strade percorribili, per il commissario Nardi, sarebbe la vendita “spezzatino”. Qualcuno infatti ha manifestato l’interesse per singoli settori dell’azienda. Ma questa ipotesi decreterebbe la fine del polo. E comunque a perdere il lavoro sarebbero circa 800 persone. Ancor più drammatico sarebbe lo spegnimento dell’altoforno, che nessuno invece è disposto ad accollarsi. Il cuore dell’acciaieria, in cui viene fusa la ghisa (processo alla base delle produzione dell’acciaio), come ha fatto intendere Nardi, potrebbe fermarsi già il 30 settembre. Ed entro febbraio poi tutto lo stabilimento. Ergo tutti a casa.
“Un atto irresponsabile” per la Fiom. La soluzione, per cercare di prendere tempo in attesa di un compratore, disposto a prendere tutto il pacchetto, secondo le tute blu della Cgil, è una sola: sinergia con l’Ilva. I lavori di qualificazione, sotto l’aspetto ambientale, dell’area a caldo di Taranto comporteranno infatti inevitabilmente la riduzione della produzione. Ed è qui che entrerebbe in gioco Piombino, producendo bramme di acciaio per l’Ilva. Un’eventualità che il governo, come svelato dal sottosegretario allo Sviluppo Economico, Claudio De Vincenti, starebbe vagliando. Adesso urge però un intervento. Anche perché “difendere la Lucchini – sottolinea il vice presidente del Senato, Valeria Fedeli – vuol dire non solo difendere l’intera economia piombinese, ma anche un settore strategico per l’intero Paese”. Senza Piombino e con i noti problemi dell’Ilva, l’Italia potrebbe infatti perdere la produzione di acciaio.
Fonte
La soluzione paventata dalla Fiom è solo un tappabuchi, ciò che servirebbe a tutta la siderurgia italiana è la nazionalizzazione e seguente piano di rilancio a livello qualitativo del prodotto, cosa che, va da se, il privato ben si guarda dal mettere in atto visto che dovrebbe scucire denaro di tasca propria.
Ancora due mesi per continuare a sperare. E poi un vero e proprio dramma sociale potrebbe investire Piombino e affossare l’economia della Val di Cornia, con conseguenze non solo per quella zona – all’estremo sud della provincia di Livorno - ma per l’intera Toscana. Lo storico stabilimento che produce acciaio da oltre cento anni – secondo a livello nazionale solo all’Ilva di Taranto –, infatti rischia seriamente di chiudere i battenti. E di lasciare quindi senza un lavoro circa 4mila persone (se si considera anche l’indotto). Il cuore dell’economia di un intero territorio sta per smettere di pulsare. E qui, in un centro di appena 35mila abitanti, lo scenario paventato per la città di Taranto diventerebbe certamente realtà: se chiude l’acciaieria, chiude Piombino.
Da sempre, come racconta realisticamente la scrittrice Silvia Avallone nel suo romanzo di successo Acciaio (in cui le vite dei personaggi descritti ruotano, volenti o nolenti, attorno al polo siderurgico di Piombino), quella fabbrica era considerata dai piombinesi (e non solo) la garanzia di un posto di lavoro stabile. “Finita la scuola andrò in fabbrica (…) è un lavoro sicuro”. Quella certezza però da alcuni anni è ormai svanita. La crisi finanziaria che ha colpito l’acciaieria di Piombino (un tempo, come l’Ilva, di proprietà dello Stato) già nel 2003, quando ancora era guidata dalla famiglia Lucchini, non è mai cessata. Anzi, nonostante il piano di ristrutturazione operato dall’allora commissario Enrico Bondi (sempre lui) e l’acquisizione da parte della Severstal, il colosso russo dell’acciaio di proprietà del magnate Aleksej Mordašov, si è perfino acuita. D’altronde un vero piano industriale per la sua Fabbrica, Piombino non lo vede da decenni. E anche la proprietà russa dopo pochi anni ha annunciato il proprio disimpegno, lasciando di fatto il controllo della ex Lucchini ad una cordata di banche (Mps, Intesa Sanpaolo, Bpm, Unicredit, Bnl-Bnp Paribas, CariFirenze, Credito bergamasco, Banco popolare e Natixis), affinché si trovasse al più presto un acquirente. Ma fino ad ora nessuno sembra essere seriamente interessato a rilevare l’altra Ilva.
Lo scorso dicembre il ministero dello Sviluppo Economico ha accolto la richiesta della proprietà e delle banche di essere ammessi all’amministrazione straordinaria. E a Piombino, per tentare di risanare l’azienda è arrivato, nelle vesti di commissario, Piero Nardi (già ad del gruppo Lucchini e direttore generale dell’Ilva). In 7 mesi poco e nulla però si è potuto fare: “L’azienda è giunta stremata all’amministrazione straordinaria e con limitate possibilità di intervento” , ha sottolineato il commissario nel corso dell’incontro, tenutosi al ministero, con i sindacati e il sindaco di Piombino Gianni Anselmi. I soldi sono terminati. Il patrimonio, stimato ad ottobre 2008 in 970 milioni di euro, è stato azzerato. Non si possono più nemmeno acquistare le materie prime per mandare avanti la produzione e neanche effettuare i lavori di manutenzione dell’altoforno. A questo punto, vista la mancanza di acquirenti dell’intero ciclo produttivo, una delle strade percorribili, per il commissario Nardi, sarebbe la vendita “spezzatino”. Qualcuno infatti ha manifestato l’interesse per singoli settori dell’azienda. Ma questa ipotesi decreterebbe la fine del polo. E comunque a perdere il lavoro sarebbero circa 800 persone. Ancor più drammatico sarebbe lo spegnimento dell’altoforno, che nessuno invece è disposto ad accollarsi. Il cuore dell’acciaieria, in cui viene fusa la ghisa (processo alla base delle produzione dell’acciaio), come ha fatto intendere Nardi, potrebbe fermarsi già il 30 settembre. Ed entro febbraio poi tutto lo stabilimento. Ergo tutti a casa.
“Un atto irresponsabile” per la Fiom. La soluzione, per cercare di prendere tempo in attesa di un compratore, disposto a prendere tutto il pacchetto, secondo le tute blu della Cgil, è una sola: sinergia con l’Ilva. I lavori di qualificazione, sotto l’aspetto ambientale, dell’area a caldo di Taranto comporteranno infatti inevitabilmente la riduzione della produzione. Ed è qui che entrerebbe in gioco Piombino, producendo bramme di acciaio per l’Ilva. Un’eventualità che il governo, come svelato dal sottosegretario allo Sviluppo Economico, Claudio De Vincenti, starebbe vagliando. Adesso urge però un intervento. Anche perché “difendere la Lucchini – sottolinea il vice presidente del Senato, Valeria Fedeli – vuol dire non solo difendere l’intera economia piombinese, ma anche un settore strategico per l’intero Paese”. Senza Piombino e con i noti problemi dell’Ilva, l’Italia potrebbe infatti perdere la produzione di acciaio.
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La soluzione paventata dalla Fiom è solo un tappabuchi, ciò che servirebbe a tutta la siderurgia italiana è la nazionalizzazione e seguente piano di rilancio a livello qualitativo del prodotto, cosa che, va da se, il privato ben si guarda dal mettere in atto visto che dovrebbe scucire denaro di tasca propria.
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