Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

30/09/2014

Hong Kong - Chi protesta e perché nelle strade del “porto profumato”


I media mainstream di tutto il mondo stanno dando ampia copertura alle proteste di "Occupy Central e Scholarism" nell'ex colonia britannica, la versione adulta e quella giovanile di un movimento che si oppone ai criteri di elezione del governatore della regione amministrativa speciale cinese che si dovranno tenere non prima del 2017 e che prevedono la selezione preventiva dei candidati da parte del governo centrale di Pechino.
 
Che cosa significa questo? Che il suffragio diretto è previsto venga attuato, ma il governatore potrà essere eletto a suffragio diretto dagli elettori solo scegliendo tra una rosa di nomi preventivamente concordata con il governo centrale.
 
Questo perché? Come ha funzionato fino ad ora?
 
Strappata alla Cina dai britannici come trofeo della prima guerra dell'Oppio (1839-1842), per 150 anni, e anche dopo che la Gran Bretagna ebbe attuato il suffragio universale nel ventesimo secolo, a Hong Kong non vi è mai stata alcuna forma di democrazia. Il governatore veniva nominato direttamente da Londra. Punto. Ce ne sono stati 28 in 150 anni nel corso della storia dell'Impero Britannico finché la colonia è stata restituita alla Cina nel 1997. L'ultimo è stato Chris Patten.
 
Dal 1997 Hong Kong è retta da una Legge Fondamentale frutto dell'accordo tra Cina e Regno Unito per la restituzione della colonia. Secondo questa legge il Governatore o Capo dell'Esecutivo è eletto da un Concilio i cui membri (circa 800) devono avere l'approvazione di Pechino e questi a loro volta eleggono il Governatore. Così è come funziona attualmente (1997-2017). L'attuale governatore è Leung Chun Ying. Negli accordi era anche previsto che Hong Kong dovesse muoversi verso il suffragio universale e dunque nel 2017 la carica di Governatore verrà eletta non solo da un'oligarchia ristretta come adesso, ma da tutti i residenti con diritto di voto (circa 5 milioni di persone). Tuttavia è anche previsto come atto fondativo dell'attuale status di Hong Kong, che il governo centrale attuerà un controllo preventivo dei candidati, cosa che chi oggi scende in strada vuole mettere in discussione insieme alla Legge Fondamentale. Inoltre nel 2047 lo status di Hong Kong come "città capitalista" nell'ambito della formula "un paese, due sistemi" ideata da Deng Xiaoping cesserà di esistere e la città verrà completamente integrata nella Cina continentale e nel suo sistema politico-economico.
 
Il problema è che nel corso di questi 17 anni dal 1997 ad oggi, Hong Kong ha beneficiato di una grande libertà nella gestione degli affari locali mantenendo il suo sistema iperliberista sfrenato che è tra i più ingiusti al mondo e che è ulteriormente peggiorato. L'ineguaglianza ad Hong Kong è più alta che nella Cina continentale e Hong Kong è prima nell'indice stilato dall'Economist sui paesi "più capitalisti" al mondo. Non esistono pensioni pubbliche, il che crea incertezza per la vita degli anziani. Non esiste salario minimo, e solo nel 2010, sulla spinta della legge sul lavoro della Cina continentale, è stato istituito il salario minimo nonostante le forti resistenze dei capitalisti autoctoni, peraltro a soli 28 dollari di Hong Kong all'ora(circa 3.60 dollari americani).  Inoltre non esisteva fino ad allora nessuna forma di contrattazione collettiva, e attualmente quasi il 20 percento della forza lavoro vive sotto la soglia di povertà.  Negli anni '70 e '80 i salari crescevano e la prospettiva era quella del miglioramento delle proprie condizioni di vita. Ora crescere un figlio costa 700.000 dollari e comprare casa è praticamente impossibile in uno dei mercati immobiliari più cari al mondo, dove vivono stipati 7 milioni di persone e i prezzi sono schizzati alle stelle da quando sono arrivate richieste per acquisto di uffici per il business dalla Cina continentale. Quasi un terzo degli abitanti di Hong Kong vive attualmente in case popolari quando va bene e quando invece va male mette i suoi averi nelle famose "gabbie" di ferro o case portatili che sono diventate ormai l'icona dei nostri giorni nella città.
 
Come mai quest'inversione di tendenza e questa polarizzazione sociale? In breve è avvenuto che Hong Kong non è più un'isola industriale, commerciale e finanziaria circondata dalla campagna cinese come negli anni '60-'70-'80, e con la crescita della Cina continentale il suo ruolo è stato via via ridimensionato. Le industrie sono state sviluppate nell'entroterra del Guandong e di tutte le altre province costiere e alla città è rimasto più che altro il ruolo di centro finanziario (il che spiega la bolla immobiliare). Il proletariato industriale di un tempo oggi vede dunque il suo futuro fortemente a rischio così com'è la città ora, ipercapitalista e senza la necessaria rete di protezione sociale.
 
Il che spiega in ultima istanza le ragioni di tale protesta o comunque i settori sociali cui essa guarda e che fanno dell'ostilità a Pechino e al Partito Comunista cinese la loro bandiera. Tale è la ragione per cui si chiede l'elezione diretta, per eleggere un Governatore ostile a Pechino. Altrimenti si cercherebbe un accordo nell'ambito di una rosa di nomi bene o male graditi anche all'"opposizione".
 
Si tratta dunque di "proletariato decaduto" da uno status privilegiato (concesso grazie al liberismo della "polis" in una prima fase) che dunque identifica in Pechino la causa di tutti i suoi mali? Non si tratta solo di questo. In realtà sia Londra (apertamente) sia altre forze e gli Usa secondo Pechino, stanno utilizzando questi due movimenti per crearle un problema interferendo negli affari interni, aggiungiamo noi - nell'ambito della terza guerra mondiale non dichiarata e della lotta per l'egemonia mondiale in corso dell'Occidente contro Cina e Russia.
 
Inoltre nella stessa Hong Kong è in corso un forte braccio di ferro tra attivisti pro-democrazia  e pro-Pechino, sia in maniera indiretta, sia grazie ai propri bracci politici. Dopo che lo scorso giugno il governo centrale cinese ha pubblicato un libro bianco, che dopo 17 anni chiarisce lo status di Hong Kong affermando che la regione speciale non gode di una piena autonomia o di un governo decentralizzato, ma solo della libertà di condurre gli affari locali nei limiti stabiliti dal governo centrale. Nei mesi precedenti c'era stata anche una forte stretta sulla stampa a chiarire che i limiti di cui la regione aveva goduto in passato si stavano assottigliando. Gli attivisti pro democrazia hanno risposto addirittura convocando un referendum consultivo non riconosciuto dalle autorità per decidere tra tre proposte di elezione del governatore che tuttavia avevano come base comune l'elezione diretta senza filtri. Come se non avessero capito nulla di quanto sta avvenendo nel medio periodo in termini di integrazione con Pechino e di dove sta tirando il vento. In questi 17 anni troppi ad Hong Kong hanno sperato di mantenere lo stesso modello indefinitamente mentre Pechino ha dettato dei tempi molto chiari sull'integrazione da qui al 2047. Qualcuno pensava che nel frattempo la Cina sarebbe diventata come Hong Kong e avrebbe istituito una democrazia pluripartitica occidentale e restaurato il capitalismo eliminando le aziende pubbliche, di stato, cooperative, ecc. e che quindi il problema non si sarebbe posto. Ora è invece evidente che è Hong Kong che è destinata ad essere assorbita (vedi le leggi sul salario minimo) e che il capitalismo nella città ha raggiunto il suo limite, e sta fallendo nel creare ulteriore sviluppo ed evitare la polarizzazione sociale. Un ulteriore sviluppo della città non potrà che avvenire espandendo la rete sociale e integrandosi ulteriormente con Pechino e il suo sistema economico che è molto diverso da quello di Hong Kong. Ma questo la popolazione di Hong Kong, così come la sua classe dirigente, fino ad ora non l'ha capito o non lo ha messo in conto come uno dei possibili scenari.
 
Tuttavia, sul piano tattico, il fatto che in questi anni il Pcc abbia trovato un accordo con quel pugno di capitalisti che possiede un potere enorme nella città e che abbia concesso loro il "business as usual" in cambio dell'appoggio alle politiche del governo centrale, fa sì che paradossalmente la borghesia locale sia a favore di Pechino e osteggi il movimento pro democrazia, cosa che è garanzia nel lungo periodo del fatto che le elezioni si faranno e si faranno come ha deciso Pechino. Qualunque accelerazione verso il confronto diretto sul piano militare da parte di questo movimento in stile Tian An Men verrà stroncata dalla forze locali e se non fosse sufficiente direttamente dall'Esercito Popolare di Liberazione. Il fatto che la Cina abbia già detto all'Occidente di non immischiarsi è un chiaro avvertimento di quello che potrebbe succedere.
 
La fase due dell'integrazione di Hong Kong prosegue, dunque. In mandarino Hong Kong si pronuncia Xiang Gang, che vuol dire la stessa cosa, ovvero "porto profumato". Il nome con cui la conosciamo oggi è frutto di un'errata romanizzazione del termine cantonese "heung gong" che ha lo stesso significato. Come al solito nei sistemi capitalisti, in questo caso Hong Kong, dove regna l'anarchia della produzione, non si sa nemmeno cosa succederà domani. I cinesi invece hanno già pianificato tutto fino al 2047 e stanno semplicemente dispiegando il loro piano.
 
C'è un proverbio cinese secondo cui se il vecchio non se ne va il nuovo non può giungere.
 
Bisognerà capire se chi si oppone al cambiamento e all'integrazione è anche disposto a pagare un prezzo altissimo per ottenere alla fine solo una sconfitta o accetterà di buon grado un'integrazione maggiore che gradualmente risolverà gli attuali problemi e migliorerà la situazione sociale come sta avvenendo nel resto della Cina. Addio Hong Kong, benvenuta Xiang Gang.

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Articolo probabilmente troppo di parte per la maggioranza dei possibili lettori, ma sicuramente interessante per gettare un occhio su una porzione di mondo che, ai più è un mito che affonda le sue misere radici nei film con Van Damme.

USA: nuova guerra, vecchi errori

di Michele Paris

Mentre le forze aeree e navali degli Stati Uniti e dei loro alleati nella nuova avventura militare in Medio Oriente continuano a colpire obiettivi presumibilmente legati allo Stato Islamico (IS) in aree della Siria orientale e settentrionale, il governo americano si trova nel pieno di una campagna mediatica volta a preparare l’opinione pubblica occidentale per l’imminente ulteriore escalation bellica nel paese guidato dal regime di Bashar al-Assad.

In questa operazione di propaganda gioca un ruolo di spicco anche il presidente Obama, come ha confermato il minaccioso discorso della scorsa settimana alle Nazioni Unite. L’inquilino della Casa Bianca è apparso nuovamente in TV domenica, ammettendo che l’intelligence del suo paese ha commesso qualche errore nel valutare la pericolosità dell’ISIS.

Intervistato dalla CBS, Obama ha puntato in particolare il dito contro il direttore dell’Intelligence Nazionale, James Clapper, colpevole di avere “sottovalutato” gli eventi in corso da mesi in Siria e, al contrario, di avere “sopravvalutato” le capacità dell’esercito iracheno nel combattere gli estremisti sunniti.

Le critiche maggiori per la crisi in atto sono state riservate però all’ex primo ministro iracheno, Nouri al-Maliki, dal momento che il suo governo avrebbe pensato soprattutto al consolidamento del potere, basato sulla comunità sciita, emarginando invece la popolazione sunnita, tra cui è alla fine risultato diffuso il sostegno all’ISIS e ad altre milizie anti-governative.

Maliki, insomma, avrebbe “sprecato” il lavoro fatto a partire dall’invasione illegale del paese nel 2003 dagli americani, i quali, oltre alla totale devastazione di una società relativamente avanzata e centinaia di migliaia di morti, secondo Obama avrebbero lasciato in eredità “una democrazia intatta e un esercito ben equipaggiato”.

Le timide ammissioni di colpa di Obama sono però del tutto fuorvianti, non essendoci stato nessun errore da parte americana, poiché l’intelligence USA era perfettamente al corrente dei progressi dell’ISIS in Iraq. Infatti, non solo questa organizzazione fondamentalista è una creatura del programma di addestramento e finanziamento degli oppositori di Assad in Siria condotto dalla CIA, dalle monarchie assolute del Golfo Persico e dalla Turchia, ma le informazioni circa l’avanzata dei militanti in territorio iracheno, culminata con la presa della città di Mosul a giugno, erano state riferite ai vertici politici e militari di Washington da più fonti, se mai fosse stato necessario, tra cui i servizi segreti del governo autonomo del Kurdistan iracheno.

Obama, in ogni caso, ha previsto buone probabilità di successo dell’operazione USA in corso per quanto riguarda l’Iraq ma, in maniera significativa, ha delineato una situazione più difficoltosa per la Siria.

Quest’ultima previsione pessimistica, che sembra essere condivisa da praticamente tutto l’establishment politico e militare degli Stati Uniti e dei paesi a fianco di Washington nella campagna contro l’ISIS, ha il preciso scopo di dipingere il peggiore scenario possibile in Siria, in modo da giustificare una nuova inevitabile spirale di guerra che ha come obiettivo ultimo la rimozione di Assad.

L’esempio finora più clamoroso delle reali intenzioni degli Stati Uniti e delle manovre in corso per orientare l’opinione pubblica verso l’accettazione di un’accelerazione della nuova “guerra al terrorismo” è stato registrato venerdì durante una conferenza stampa al Pentagono.

Il segretario alla Difesa, Chuck Hagel, e il capo di Stato Maggiore, generale Martin Dempsey, in questa occasione hanno ammesso che allo studio ci sarebbe la possibilità di imporre una “no-fly zone” sopra i cieli della Siria, assieme alla creazione di un’area-cuscinetto al confine con la Turchia, dove un’ondata di profughi curdi sta transitando in questi giorni a causa degli attacchi dell’ISIS sulla città di Kobani.

Secondo Hagel, questi provvedimenti potrebbero essere presi in risposta alle richieste fatte recentemente dal presidente turco Erdogan e comporterebbero anche il dispiegamento di truppe di terra in territorio siriano.

Di fronte alle dichiarazioni di Hagel e Dempsey, nessuno dei media ufficiali ha ritenuto necessario interrogarsi circa il significato di una “no-fly zone” nell’ambito di una guerra contro un gruppo terrorista che non dispone di aerei o elicotteri da guerra.

Un’eventuale no-fly zone verrebbe giustificata, come accadde in Libia nel 2011 in seguito alla manipolazione di una risoluzione ONU, soltanto con la necessità di proteggere i civili dai bombardamenti aerei del regime di Damasco, rivelando perciò il vero obiettivo della guerra appena lanciata.

Come ricordano i precedenti, da ultimo proprio quello libico, l’imposizione di una “no-fly zone” comporta un numero altissimo di vittime e la distruzione dei mezzi aerei e delle strutture di difesa anti-aerea del paese colpito. Tutto questo avverrebbe nonostante a livello ufficiale l’amministrazione Obama continui a indicare l’ISIS come unico obiettivo del conflitto e a escludere un coinvolgimento diretto nella guerra civile siriana tra Assad e i suoi oppositori.

Allo stesso tempo, l’entourage di Obama continua a smentire un’altra ipotesi che è invece da considerarsi probabile in prospettiva futura, vale a dire l’invio di truppe americane di terra in Siria. Dopo che svariati analisti ed esperti nei giorni scorsi avevano avvertito che per estirpare la minaccia dell’ISIS sarebbero state appunto necessarie operazioni di terra, nel fine settimana anche lo speaker della Camera dei Rappresentanti di Washington, il repubblicano John Boehner, ha dato il proprio appoggio a questa ipotesi in un’intervista alla ABC.

Boehner ha avvertito che per sconfiggere l’ISIS servirà molto più dei bombardamenti aerei e se nessun paese dovesse farsi carico dell’invio di truppe di terra in Siria a farlo dovranno essere gli Stati Uniti. Inoltre, se Obama lo chiedesse, Boehner si è detto disponibile a richiamare a Washington i suoi colleghi deputati - liberi di fare campagna elettorale fino al voto di “medio termine” del 4 novembre - per approvare una risoluzione che autorizzi il presidente a lanciare un’offensiva di terra in Siria.

D’altra parte, come aveva sottolineato il generale Dempsey nella già citata conferenza stampa al Pentagono, gli USA stimano che per assestare un colpo mortale all’ISIS serviranno dai 12 ai 15 mila guerriglieri dell’opposizione anti-Assad. Su richiesta della Casa Bianca, però, il Congresso ha appena approvato un pacchetto da 500 milioni di dollari per addestrare appena 5 mila “ribelli”, così che la differenza dovrà essere compensata in qualche altro modo.

Nel frattempo, da Washington a Londra e da Parigi a Roma, la classe politica occidentale di ogni colore e schieramento, dopo avere dato il proprio appoggio alla nuova guerra criminale americana, continua ad alimentare la paura nella popolazione per possibili attentati terroristici “imminenti”.

Ciò serve a contrastare un’opposizione sempre più diffusa nei confronti di una nuova guerra in Medio Oriente, anche se non sembra essercene traccia a giudicare dai media più importanti. A questo stesso scopo, poi, gli USA, in collaborazione con la stampa “mainstream”, si sono letteralmente inventati un nuovo gruppo terroristico, definito subito più feroce e minaccioso anche dell’ISIS.

La nuova fantomatica formazione integralista risponderebbe al nome di Khorasan e sarebbe composta da non più di una ventina di affiliati ad al-Qaeda, intenti a progettare attentati in Occidente che, inizialmente, sembravano essere ormai sul punto di essere messi in atto ma che poi si è scoperto essere solo in fase di studio.

Secondo gli Stati Uniti, i membri di Khorasan sarebbero stati spazzati via già durante le prime ore delle operazioni in Siria, anche se, a ben vedere, non è per niente chiaro in questo caso quali obiettivi siano stati realmente colpiti, visto che dell’esistenza della nuova terribile creatura della “guerra al terrore”, partorita dall’apparato militare e dell’intelligence a stelle e strisce, non sembrano esserne a conoscenza nemmeno gli stessi militanti sunniti dell’opposizione anti-Assad operanti in territorio siriano.

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Turned out


Ucraina: a Kharkov è caccia al comunista, abbattuta la statua di Lenin


Mentre nel Donbass la tregua è messa a dura prova dalla recrudescenza dei combattimenti per il controllo dell’aeroporto di Donetsk e dai bombardamenti della città da parte dell’artiglieria governativa - che teoricamente avrebbe dovuto essere ritirata in nome dell'accordo raggiunto a Minsk pochi giorni fa - nelle ultime ore si assiste nel paese ad una impennata della tensione anche a Kharkov, grande città dell’est dell’Ucraina rimasta per ora fuori dai combattimenti che insanguinano gli oblast confinanti.


Durante la notte alcune centinaia di militanti delle formazioni ultranazionaliste e fasciste, molti dei quali arrivati dalla capitale e dalle roccaforti nere dell’Ucraina occidentale, hanno letteralmente preso d’assalto il monumento a Lenin godendo del sostegno di circa tremila manifestanti che poco prima avevano sfilato, sotto l’imprimatur della giunta golpista, a favore ‘dell’unità del paese’ e all'insegna dello slogan "Kharkov è ucraina".


C’è voluto parecchio tempo ma alla fine il monumento al rivoluzionario bolscevico, eretto nel 1963 e alto una ventina di metri, è stato buttato giù dal piedistallo su cui sorgeva nel centro di Kharkov, in Piazza della Libertà, per la gioia delle formazioni di estrema destra protagoniste di aggressioni e assalti a sedi di sinistra e comuniste che negli ultimi mesi si sono saldate con numerose morti e sparizioni di attivisti e dirigenti delle opposizioni.


Sono state loro le protagoniste della serata, tra saluti romani e sventolio delle bandiere neonaziste rosse e nere e di quelle azzurre della Nato. Tra gli assaltatori un ruolo attivo lo hanno avuto i nazisti del battaglione 'Azov', ripresi mentre con fiamme ossidriche e martelli pneumatici distruggono la base del monumento.
Secondo alcune testimonianze, un uomo, che ieri ha cercato di opporsi all'assalto dell'estrema destra, è stato picchiato a morte ed è deceduto mentre veniva trasportato in ospedale, mentre un altro è stato arrestato dopo aver sparato alcuni colpi di pistola contro i fascisti.
Una seconda statua di Lenin è stata distrutta sempre durante la notte a Dergacì, località a pochi chilometri dalla città presa d’assalto dai neonazisti di Pravyi Sektor, Svoboda e altre formazioni ancora più estremiste.
"Una vera festa", ha commentato su facebook Anton Gherashenko, consigliere del ministro dell'Interno ucraino che rivendica l’ennesima provocazione nei confronti della storia di quella parte della popolazione ucraina che si riconosce ancora nei valori di chi partecipò alla rivoluzione sovietica prima e alla ‘grande guerra patriottica’ contro l’invasione tedesca poi. Invasione attivamente sostenuta, lo ricordiamo, dalle forze neonaziste locali e dal loro leader Stephan Bandera al quale si richiama il vasto fronte protagonista di 'EuroMaidan'.
Dopo la rivolta violente sfociata nel colpo di stato di febbraio, sono state distrutte decine di statue legate alla storia russa e sovietica, in particolare i busti di Lenin, a partire da quello di Kiev. Ma della furia antirussa è rimasto vittima a Leopoli anche il monumento a Mikhail Kutuzov, il generale che sconfisse Napoleone (!).


Ma non sono solo i monumenti a cadere vittima della violenza dell’estrema destra ucraina. A farne le spese, per l’ennesima volta, sono stati i militanti e i dirigenti del Partito Comunista Ucraino e di altre organizzazioni della sinistra.
Per ordine di Igor Baluta, governatore della regione di Kharkov, sabato è stata vietata la prevista manifestazione indetta dalle sinistre contro la guerra del regime verso le popolazioni del Donbass. Il corteo è stato preso d’assalto e decine di militanti e dirigenti del PC ucraino sono stati arrestati dalla polizia. Il resto dei manifestanti sono stati prima dispersi dagli agenti in assetto antisommossa e con l’ausilio dei blindati e poi circa 700 persone sono state caricate sui cellulari e condotte nei commissariati per essere identificate e denunciate con l’accusa di “separatismo” e “incitamento al terrorismo”. In carcere è finita anche il primo segre­ta­rio pro­vin­ciale del PC, Alla Alek­san­dro­v­skaja, accu­sata dal Mini­stro degli Interni di Kiev Arsen Ava­kov di “aver vio­lato il divieto di que­sto mee­ting anti­u­craino”.

Anche a Zapo­ro­zie la manifestazione è stata proibita e impedita, mentre migliaia di persone hanno risposto all’appello delle forze antigolpista scendendo in piazza a Kiev, a Dne­pro­pe­tro­vsk, a Niko­laev e a Odessa, al grido di “No alla Nato”, “No agli Stati Uniti” e “Meglio una brutta pace che la guerra”. In contemporanea a Mosca circa 15 mila persone hanno manifestato la propria solidarietà alla popolazione del Donbass chiamati a raccolta dalle “Madri di Rus­sia” e dalla “Asso­cia­zione nazio­nale dei geni­tori”.

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Come li supportiamo noi i rivoluzionari democratici nessuno!

L'impressionante evasione fiscale di Apple dietro la genuflessione di Renzi e di Repubblica

Si ha un'idea di quanto paghi Apple al fisco italiano per i guadagni su ogni prodotto? Quanto incassa la fiscalità generale ogni Iphone, Ipad venduto? In passato ci sono state diverse stime in materia e non proprio incoraggianti. Ovvero la società di Cupertino paga, ad esempio, lo 0,47 per cento di tassazione (lasciamo qui da parte ogni categoria tecnica) per ogni Iphone venduto. Incomparabilmente meno di ogni prosciutto italiano, Grana Padano prodotti in Italia. Ci sono poi stime, provenienti da studi della Banca Centrale e della fiscalità generale, che parlano chiaramente: la società di Cupertino lascerebbe al fisco italiano 2 milioni di euro ogni anno. Quanto l'acquisto di un giovane terzino quindi niente in confronto ai profitti realmente fatti.

Come è possibile tutto questo? Grazie ad un gioco di fatturazioni che parte da Apple Ireland, filiale della multinazionale californiana con sede in un paese dove le condizioni fiscali per chi arriva dall'estero sono molto favorevoli, per arrivare a produrre un bassa tassazione in Italia. Ecco cosa c'è dietro la genuflessione di Renzi e di Repubblica, testimonial devoti di software proprietari e marketing aggressivo: la promozione e la legittimazione di una azienda che fa una impressionante evasione fiscale.

Chiacchiere? Non proprio, il Financial Times esce con la notizia che la Commissione Europea sta valutando la possibilità di multare per molti milioni di euro proprio Apple per questi giochetti. Siamo sicuri che sia Renzi sia Repubblica, beneficiari dell'hype su Apple, non si uniranno al coro. Quello che dovrebbe ricordare è che le più grosse sacche di evasione fiscale non stanno nello scontrino "dimenticato" dal panettiere, ma da queste potenti multinazionali. Soggetti che i Landini, sottomessi al sottomettibile, si dimenticano persino di citare quando parlano di evasione fiscale. Come se la guerra tra impoveriti dall'austerità finisse per generare, tassando qualche disperato un po' di più, chissà cosa.

Certo, questo è un paese dove trovi evasori totali, dove fior di professionisti pagano cifre ridicole. Ma quando Apple di tasse paga in Italia quanto un PMI c'è un bel problema negato. Che non si chiama solo Apple ma anche Google, Samsung etc. Tassandoli adeguatamente ci sarebbero le risorse per far ripartire un paese. Ricordiamocelo prima di concentrarci alla caccia allo scontrino o di parlare di tasse a livello nazionale come se si fosse negli anni '80. Una bella causa Italia vs. Apple ha un senso. Il resto è chiacchiera renziana. Il nulla, appunto.

Redazione - 29 settembre 2014

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I grassetti cazzo!

Siria - Le prime bombe della coalizione sui civili

A una settimana dal lancio delle operazioni belliche contro lo Stato islamico (ISIS), la coalizione internazionale capitanata dagli Stati Uniti raccoglie i primi successi, ma anche le prime vittime civili. Il bombardamento, avvenuto questa mattina, di tre raffinerie nel nord est della Siria sotto il controllo dell’ISIS potrebbe aver inferto un primo duro colpo all’organizzazione terroristica, che secondo gli analisti trae la maggior parte dei propri finanziamenti dal commercio del petrolio sul mercato nero: secondo le stime, prima che la coalizione internazionale lanciasse la sua campagna di bombardamenti, il “Califfato” guadagnava circa 3 milioni di dollari al giorno dalle riserve di oro nero conquistate nel nord della Siria e dell’Iraq.

Nonostante il Comando Centrale degli Stati Uniti abbia comunicato che gli attacchi, “dalle prime indicazioni, sembrano aver avuto successo”, l’Osservatorio siriano per i Diritti Umani ha ribattuto che quelle raffinerie erano detenute da civili e non da miliziani, aggiungendo che un civile era rimasto ucciso in un raid americano su una fabbrica di plastica vicino Raqqa poco tempo dopo. Nello stesso comunicato, l’Osservatorio siriano parla di diversi civili morti per il bombardamento Usa su un deposito di grano a Manbij, vicino Aleppo.

Secondo Human Rights Watch, invece, nove civili, tra cui cinque bambini, sarebbero rimasti uccisi in un raid dell’aviazione americana intorno al villaggio siriano di Kafr Deryan, nella zona di Idlib. Testimoni oculari hanno raccontato via skype che dopo aver colpito un deposito di armi di al-Nusra alla periferia del villaggio, i missili Usa hanno centrato due case nel centro abitato, uccidendo gli inquilini. L’organizzazione per i diritti umani ha esortato gli Stati Uniti a investigare sull’accaduto, parlando di “attacco illecito in base alle leggi della guerra”.
 
Intanto il presidente americano Barack Obama ha ammesso ieri ai microfoni della CBS che gli Stati Uniti avevano sottovalutato il fatto che una Siria al collasso avrebbe costituito un terreno fertile per la riorganizzazione e il ritorno degli ex-combattenti jihadisti cacciati dall’Iraq.”Penso che il nostro capo dell’intelligence, Jim Clapper – ha detto Obama – ha riconosciuto di aver sottovalutato ciò che stava avvenendo in Siria”, riferendosi a un’intervista rilasciata da Clapper al Washington Post il mese scorso in cui egli riconosceva anche di aver “sopravvalutato l’esercito iracheno da noi addestrato”.

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La retorica sugli "sbagli di valutazione" è vagamente farsesca...

29/09/2014

Renzi e i “poteri forti”.

A quanto pare, persino il diretto interessato si è accorto che i poteri forti vorrebbero sloggiarlo da Palazzo Chigi. Certo: ci sono voluti i ceffoni a scena aperta degli americani, le esternazioni confindustriali, il sistematico martellamento domenicale di Scalfari, le copertine dell’Espresso, le sfuriate di Della Valle, le ruvidezze merkeliane, la sparata senza precedenti di De Bortoli e persino gli aut aut della Conferenza episcopale, però, alla fine, l’Uomo ha capito di stare sulle scatole ad un bel po’ di gente che conta. Beninteso: non che stia facendo nulla di eversivo; il guaio è che non sta facendo nulla in assoluto. Si è perso dietro questa grottesca riforma istituzionale che non sa come concludere, non ha saputo condurre decentemente la partita delle nomine, si è trascinato per un mese la questione del Csm e non ha ancora risolto il problema dei due giudici costituzionali, sulle privatizzazioni e sulla spending review non dà segni concreti e fa cose incoerenti.

A livello internazionale l’immagine del paese è caduta sotto zero e quando Ranzi parla nelle assemblee internazionali la sala è vuota e la buvette è piena. Il governo, poi, è una corte dei miracoli rispetto alla quale l’assemblea dei nani e delle ballerine fa la figura di un elevato consesso di statisti e regine. E lorsignori sono seccati: non è questo quel che gli servirebbe. Per di più il ragazzo è proprio cafone: non solo si permette di non andare a Cernobbio, ma dice pure che è inutile, perché tanto i convenuti sono solo vecchi rimbambiti che non capiscono. E quella è gente che certi toni non li permette e non li sopporta.

Dunque, nessun dubbio sul fatto che il defenestramento del giullare fiorentino è all’ordine del giorno. Ma allora, come è che non cade? E’ perché gode ancora di un vasto consenso popolare? Lorsignori non si spaventano per così poco e l’umore popolare lo considerano solo in funzione del momento elettorale, ma poi, in tempi di “ordinaria amministrazione” il problema di quel che pensa “il popolo” non è cosa che li turbi. Il guaio è che non si sa bene cosa fare.

Le soluzioni possono essere tre: nuovo governo politico, oppure “tecnico”, o nuove elezioni. Stante l’attuale composizione del Parlamento, un governo politico non potrebbe essere che un governo Pd guidato da un Pd. Ma, sino a quando Renzi resta segretario non ci sono candidati alternativi a lui ed, anche in caso di crisi, il Pd riproporrebbe Renzi. Di rovesciare il fiorentino dalla sedia di segretario non è il caso di parlare, perché è protetto da uno statuto che lo blinda e poi gode di un vasto corteo di seguaci, portaborse, oche giulive e cortigiani vari. Si potrebbe provare spingendolo a spaccare il partito, facendo nascere un nuovo gruppo parlamentare (che poi è esattamente la direzione in cui Renzi sta andando a passo di corsa, anche se c’è da dubitare seriamente sul coraggio della minoranza Pd a fare passi così azzardosi). Ma, anche se fosse, poi che si fa? Con chi si mette insieme una maggioranza? Ncd e Casini non bastano, Forza Italia e Lega non ci starebbero e una coalizione fra sinistra Pd-M5s-Sel ecc. non è pensabile (una settimana fa, la sinistra Pd ha lasciato cadere una proposta del M5s a lavorare insieme per battere la riforma dell’art 18 e far cadere Renzi, figuriamoci se possano esserci le condizioni per una maggioranza insieme).

Quindi, numeri per una maggioranza diversa non ce ne sono, per un governo con la stessa formula politica bisogna prima smontare Renzi dalla poltrona di segretario, ma questo appare molto difficile in tempi brevi, soprattutto per ragioni statutarie.

Queste considerazioni valgono anche per un “governo tecnico” che, comunque dovrebbe mettere insieme una maggioranza e Renzi non farebbe regali. Per cui l’unica alternativa concreta sarebbero le elezioni (e proprio questo ha voluto dire Renzi dicendo “accomodatevi”: se cado si va al voto). Ma ci sino ottime probabilità che le elezioni possano risolversi con una nuova vittoria del tanghero fiorentino. A lor signori arriderebbe l’idea di una terza forza di centro (insomma, cose alla Alfano, Letta, Monti, Casini ecc.) che spinga ai margini sia l’aborrito Cavaliere che il detestato giullare, ma questa ipotesi, almeno per ora, sta nel libro dei sogni. Anche se all’attuale striminzito centro si aggiungesse una parte del Pd (gente come Letta e Fioroni) ed un’ala di Fi (magari Fitto), la questione non si risolverebbe, perché il “terzo polo” resterebbe largamente sotto quota e non competitivo con gli altri due.

La destra (ammesso che i poteri forti possano accettare una momentanea rappacificazione con il Cavaliere, cosa che non ci convince), almeno sin quando resta un feudo berlusconiano, non ha speranze di vittoria perché il Cavaliere è impresentabile e totalmente logorato.

Il M5S, ovviamente, nell’ottica dei poteri forti, è una alternativa ancor meno preferibile, al di là di ogni considerazione sulla sua base potenziale.

Insomma, il risultato più probabile sarebbe una nuova vittoria di Renzi che, per di più, ne approfitterebbe per epurare i gruppi parlamentari da tutti gli oppositori. E diverrebbe più forte di prima.

Pertanto, l’ipotesi concretamente praticabile, per ora, è un suo logoramento, magari cercando di far nascere una qualche alternativa, Certo, una tempesta dello spread, con conseguente “commissariamento” della troika sarebbe una bella soluzione (come Scalfari non perde occasione di ricordarci), ma anche qui le cose non sono semplicissime, sia perché una tempesta del genere non può essere suscitata dal nulla, ma deve cavalcare una qualche perturbazione in atto, mentre qui, l’operato della Fed e della Bce, va nel senso di spandere fiumi di camomilla per tenere la situazione sotto controllo e far durare ancora la bonaccia, almeno sinché il quadro politico internazionale non si rassereni un po’. Si può sempre provare con un “incendio locale controllato” ma non è detto che la cosa riesca.

Già meno rischiosa sarebbe l’ipotesi di uno scandalo che aggredisca personalmente il Presidente del Consiglio obbligandolo alle dimissioni. Ma, sia che si tratti di qualcosa di vero, sia che si tratti di una montatura su una cosa inventata, sono cose che bisogna preparare per tempo e – a meno che non ci sia già qualcosa in freezer – non è per la cena di stasera che possiamo portare in tavola un piatto così.

Insomma, continuo ad essere convinto che Renzi davanti a sé non abbia un futuro molto lungo, ma neppure brevissimo. La partita credo si giocherà nel prossimo anno. Per ora prepariamoci ad uno spettacolo a base di calci sotto il tavolo, pugnalate alla schiena, caffè al cianuro e via di questo passo.

Scommettiamo che nei prossimi mesi parleremo molto di Massoneria? Come per quella curiosa frase di De Bortoli sullo “stantio odore di massoneria”. Ma questo merita un discorso a sé che faremo in un prossimo pezzo.

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Bahrein - La piccola grande prigione del Medio Oriente

Manifestanti davanti la prigione di al-Wusta (fonte Wikipedia)
Con quasi tremila prigionieri politici (la maggior parte dei quali arrestata dopo il 2011) su una popolazione di 1.2 milioni di persone (di cui solo 570 mila con cittadinanza), il Bahrein si piazza al secondo posto per tasso di popolazione imprigionata tra le nazioni arabe, superato solo dagli Emirati: 175 su 100 mila a Manama, 238 a Dubai. Numeri che fanno rabbrividire se si pensa che il regno degli al-Khalifa, sparpagliato su 33 isole per un totale di 750 kmq, è il più piccolo tra gli stati arabi. Sul suo territorio sono presenti 20 penitenziari, con una popolazione carceraria letteralmente raddoppiata dal 2011, anno della rivoluzione intrapresa dai bahreiniti sulla scia delle “primavere arabe” e soffocata nel sangue dal regime con l’aiuto degli altri paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG). Ma che non sembra destinata a tacere.

In assenza di dati ufficiali rilasciati dalle autorità di Manama, i numeri della prigionia politica in Bahrein sono stati raccolti dal Centro internazionale per gli Studi sulle Prigioni (ICPS), una ong britannica, e pubblicati dal quotidiano libanese al-Akhbar, basandosi sui dati del Dipartimento di Stato americano e su quelli diffusi dalle varie ong e gruppi di attivisti. L’ICSP è riuscito a calcolare il tasso di popolazione imprigionata nell’isola e a decretare che esso sia “superiore alla media di tutti gli Stati arabi in Medio Oriente. ”

“In confronto ad altri stati arabi dell’Asia occidentale –  ha spiegato un funzionario dell’ICPS ad al-Akhbar – l’Arabia Saudita e l’Algeria sono secondi al Bahrein con un tasso di popolazione carceraria stimata a 162 su 100 mila abitanti, mentre l’Iraq segue con 139 e il Libano con 108. Il Bahrein è superato solo dagli Emirati, che hanno un tasso di popolazione carceraria di 238 su 100 mila. Se la categoria includesse anche gli stati non arabi, il Bahrein sarebbe superato dall’Iran (283), Israele (248) e Turchia (196). Nella classifica mondiale, il Bahrein si piazza all’82esimo posto su 222 nazioni, superando paesi come la Cina, la Francia, il Pakistan, la Nigeria e l’India”.

I dati raccolti mostrano che la popolazione carceraria in Bahrein è letteralmente raddoppiata dopo la rivolta del 2011 contro la dinastia al-Khalifa, come era successo negli anni 1993-1997 durante la “Sollevazione della Dignità” scoppiata per chiedere riforme democratiche e culminata nell’adozione di una parvenza di Costituzione con il referendum del 1999. “Nel 1993 – riporta al-Akhbar – la popolazione carceraria era di 305 persone, mentre nel 1997, al culmine di quella rivolta, ha raggiunto quota 911 persone. Sarebbe scesa a 437 nel 2003, per poi salire a 522 nel 2006 e raggiungere quota 1.100 nel 2010″. Un chiaro modo di mettere a tacere il dissenso, dal momento che oggi come allora le autorità bahreinite non parlavano di prigionieri politici, ma di “criminali che cospirano per rovesciare il regime al potere e comunicano con le entità straniere”.

Come ha evidenziato perfino la Commissione di Inchiesta indipendente per il Bahrein (BICI), nominata dal governo stesso e guidata dall’avvocato di origine egiziana Sherif Bassiouni, il regno degli al-Khalifa è anche il regno degli abusi e delle torture in carcere. “Almeno cinque persone sono morte a causa della tortura – si legge nella relazione della BICI – tra cui figurano  tecniche come la forzatura a stare in piedi, gravi percosse, l’uso dell’elettroshock e delle bruciature di sigarette, la privazione del sonno, le minacce di stupro, l’abuso sessuale, l’isolamento, le impiccagioni per gli arti e l’esposizione a temperature estreme”.

Tra i destinatari di queste tecniche ci sono anche i minori, che ammonterebbero a circa 200 e che, secondo Nedal al-Salman, funzionaria del dipartimento dei diritti delle donne e dei bambini del Bahrein Center for Human Rights, sono costretti a stare insieme agli adulti e subiscono continuamente torture e abusi sessuali. ”Alcuni dei bambini – spiega al-Salman –  scontano pene fino a 15 anni in base alla legge antiterrorismo, creata per mettere a tacere la rivolta”. E’ poi eclatante il caso dei minori di 13 anni, arrestati perché “partecipavano alle manifestazioni” e condannati per terrorismo “senza uno straccio di prova – aggiunge al-Salman – e nonostante il fatto che la legge del Bahrein non contempli la prigione per i bambini al di sotto dei 15 anni nel caso di una condanna penale”.
 
Tutta questa repressione non sarebbe possibile, secondo al-Salman, senza la connivenza e la cooperazione dell’Arabia Saudita e delle potenze occidentali le quali, mentre con una mano accantonavano i dittatori scomodi di alcune rivoluzioni scelte, con l’altra coprivano gli occhi del mondo sulla sollevazione della maggioranza sciita nel piccolo paese alleato. La prova la evidenzia un articolo del quotidiano The Economist, che ricorda quando Maryam Khawaja, la più prominente attivista bahreinita – arrestata per l’ultima volta il 30 agosto scorso mentre andava a trovare il padre in sciopero della fame, ndr – è stata fermata a Copenhagen mentre si imbarcava su un volo della British Airways diretto a Manama, così come ricorda che l’attivista Nabeel Rajab è stato trattenuto lo scorso maggio appena arrivato a Heathrow e “trattato come un criminale”.

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