Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
31/03/2023
In Usa si sogna “l’Unione polacco-ucraina” del Trecento...
I think tank occidentali, però, sono finanziati e gestiti proprio per razionalizzare scientificamente questi interessi, trovando similitudini storiche o ipotizzando scenari fuori dalle semplificazioni della propaganda spicciola per dare un senso o prefigurare i possibili punti di approdo di questa turbolenta fase storica.
E non sono assolutamente “esercizi mentali”, ma idee per costruire progetti dell’Amministrazione Usa, vista l’interscambio sempre notevoli tra questi “centri pensanti” e i posti di governo.
La rivista Foreign Policy è certamente un crocevia di primaria importanza per la “produzione teorica” migliore – o considerata “stimolante” – che esce da questi pensatoi.
E qui è apparso in questi giorni l’articolo che vi proponiamo, scritto da uno degli specialisti dell’American Enterprise Institute che si autodefinisce “un think tank di politica pubblica dedicato alla difesa della dignità umana, all’espansione del potenziale umano e alla costruzione di un mondo più libero e sicuro.
Il lavoro dei nostri studiosi e del nostro staff porta avanti idee radicate nella nostra fede nella democrazia, nella libera impresa, nella forza americana e nella leadership globale, nella solidarietà con coloro che sono alla periferia della nostra società e in una cultura pluralistica e imprenditoriale”.
Insomma, una punta di lancia intellettuale dell’imperialismo Usa.
L’articolo, a nostro avviso, va letto in abbinamento ad un’altra notizia degli scorsi mesi, ripresa dal nostro giornale, perché insieme costituiscono due scenari non troppo alternativi sulla fine della guerra. La differenza tra i due sta nell’esito della guerra in corso – “vittoria totale” Usa per quello vecchio, “mezza vittoria” per quello qui riportato.
Perché va sempre ricordato che la guerra, nella sua brutalità, è costituente il nuovo equilibrio che si stabilisce dopo la sua conclusione.
I lettori più attento potranno vedere in controluce una serie di follie caratteristiche dell’imperialismo euro-atlantico (in generale: l’illusione di poter disporre del mondo intero come una propria colonia, semmai da ridurre a miti consigli).
Non manca, naturalmente, il disprezzo strategico totale verso l’alleato più suicida (l’Unione Europea e tutti i suoi stati membri), considerata alla stregua di minus habens costitutivamente incapaci di assumere un profilo globale (Francia e Germania in primo luogo).
Fino all’idiozia epistemologica che porta da un lato a scrivere
“La leadership politica consiste nel rispondere in modo creativo alle sfide del proprio tempo, non nel cercare di applicare una vecchia cassetta degli attrezzi (in questo caso, un approccio agli allargamenti dell’UE e della NATO in stile anni ’90) a una nuova situazione.”
... e dall’altra immaginare uno scenario che ha il suo “fondamento spirituale”... in un matrimonio regale del 1386! Ossia nella “preistoria”, rispetto alla modernità...
Buona lettura.
È tempo di riportare in vita l’Unione polacco-lituana
Dalibor Rohac *, senior fellow dell’American Enterprise Institute
Nel 1386, l’ultimo sovrano pagano della Lituania, Jogaila, sposò la regina bambina della Polonia, Jadwiga, allora appena adolescente. Il matrimonio creò un’unione politica tra la Polonia e il Granducato di Lituania, che comprendeva gran parte delle attuali Bielorussia e Ucraina.
In questo modo si risolse un duplice problema. Da un lato, ha contribuito a portare i vasti territori dell’Europa orientale, comprese le terre dell’ex Rus’ di Kyiv, all’interno della cristianità occidentale. In secondo luogo, l’unione affrontò l’immediata preoccupazione per la sicurezza di polacchi e lituani: la minaccia dei Cavalieri Teutonici.
L’Unione polacco-lituano sarebbe diventata uno dei Paesi più grandi d’Europa e un affascinante laboratorio di governance politica, studiato in dettaglio dai padri fondatori degli Stati Uniti, in particolare nei Federalist Papers.
Dopo la fine della dinastia jagellonica, l’Unione si trasformò in una monarchia elettorale, simile alle città-stato italiane ma operante su una scala molto più ampia. La legislatura dell’Unione e le diete locali seguivano il principio dell’unanimità, non diversamente da quanto fa oggi il Consiglio europeo su molte questioni. L’atmosfera di tolleranza religiosa e di libertà di cui godeva la nobiltà dell’Unione costituiva un netto contrasto con le monarchie assolutiste dell’Europa occidentale, per non parlare della tragica storia che seguì la fine dell’Unione nel 1795.
E se una soluzione politica simile fosse disponibile per i problemi che l’Ucraina e la Polonia devono affrontare oggi?
L’argomentazione a favore di un’esplicita unione politica tra i due Paesi non si basa sulla nostalgia, ma su interessi comuni. A dire il vero, grazie a quattro secoli di storia comune all’interno del Unione polacco-lituano, gran parte dell’Ucraina odierna (e della Bielorussia) condivide molto più del suo passato con la Polonia che con la Russia, nonostante le affermazioni dei propagandisti russi che affermano il contrario e nonostante il fatto che la relazione sia stata spesso molto complicata, come dimostrano gli eventi del Diluvio del XVII secolo, in particolare la rivolta di Khmelnytsky e le sue interpretazioni contrastanti da parte di polacchi e ucraini.
Tuttavia, il presente e il futuro prossimo sono ancora in corso. Entrambi i Paesi stanno affrontando la minaccia della Russia. Oggi la Polonia è un membro regolare dell’UE e della NATO, mentre l’Ucraina è desiderosa di aderire a entrambe le organizzazioni, non diversamente dal Granducato di un tempo, desideroso di entrare a far parte dell’Europa tradizionale e cristianizzata.
Anche se la guerra dell’Ucraina contro la Russia dovesse concludersi con una decisiva vittoria ucraina, che caccerebbe dal Paese le degradate forze russe, Kiev dovrebbe affrontare una lotta potenzialmente lunga decenni per entrare nell’UE, per non parlare dell’ottenimento di credibili garanzie di sicurezza da parte degli Stati Uniti.
I Paesi dei Balcani occidentali, mal governati e instabili, soggetti all’interferenza russa e cinese, sono un monito per capire dove potrebbe portare un prolungato “status di candidato” e l’indecisione europea. Una nazione ucraina militarizzata, amareggiata nei confronti dell’UE per la sua inazione, e forse offesa da una conclusione insoddisfacente della guerra con la Russia, potrebbe facilmente diventare un peso per l’Occidente.
Immaginiamo invece che, alla fine della guerra, la Polonia e l’Ucraina formino uno Stato federale o confederale comune, fondendo le loro politiche estere e di difesa e portando l’Ucraina nell’UE e nella NATO quasi istantaneamente.
L’Unione polacco-ucraina diventerebbe il secondo Paese più grande dell’UE e probabilmente la sua maggiore potenza militare, fornendo un contrappeso più che adeguato al tandem franco-tedesco, cosa che manca all’UE dopo la Brexit.
Per gli Stati Uniti e l’Europa occidentale, l’unione sarebbe un modo permanente per proteggere il fianco orientale dell’Europa dall’aggressione russa. Invece di un paese sconclusionato e un po’ caotico di 43 milioni di abitanti che indugia nella terra di nessuno, l’Europa occidentale sarebbe protetta dalla Russia da un paese formidabile con una comprensione molto chiara della minaccia russa.
“Senza un’Ucraina indipendente, non ci può essere una Polonia indipendente“, sosteneva notoriamente il leader polacco del periodo tra le due guerre, Jozef Pilsudski, sostenendo la necessità di una federazione dell’Europa orientale a guida polacca che comprendesse Lituania, Bielorussia e Ucraina, in pratica una ricreazione del Unione medievale.
Non è un discorso di fantasia. All’inizio della guerra, la Polonia ha approvato una legge che consentiva ai rifugiati ucraini di ottenere un numero di identificazione polacco, dando loro così accesso a una serie di benefici sociali e sanitari normalmente riservati ai cittadini polacchi.
Il governo ucraino ha promesso di ricambiare, estendendo ai polacchi in Ucraina uno status giuridico speciale non disponibile per gli altri stranieri. Con oltre 3 milioni di ucraini che vivono in Polonia – compresa una consistente popolazione prebellica – i legami culturali, sociali e personali tra le due nazioni si rafforzano ogni giorno di più.
C’è anche un ovvio precedente di unione politica che ha significativamente alterato l’equilibrio di potere nell’UE e ha superato molti degli ostacoli che una potenziale unione polacco-ucraina dovrebbe affrontare: la riunificazione tedesca.
Dopo le prime elezioni libere in Germania Est nel marzo 1990, il nuovo governo cristiano-democratico negoziò rapidamente un trattato che stabiliva un’unione monetaria, economica e sociale tra la Germania Est e la Germania Ovest, a partire dal 1° luglio dello stesso anno. Non solo il marco tedesco divenne moneta a corso legale nella Germania dell’Est, ma la Germania dell’Est adottò anche la legislazione della Germania dell’Ovest che regolava l’attività economica – dall’antitrust, al lavoro, alla regolamentazione ambientale, alla protezione dei consumatori – e procedette allo smantellamento di ogni residuo del dominio comunista.
Questo fu solo il primo passo verso l’unificazione politica. Seguì l’adesione della Germania Est alla Costituzione tedesca, la Legge fondamentale, proprio come fece il Saarland quando si unì alla Germania Ovest nel 1956.
Un complesso trattato di unificazione regolava nei minimi dettagli quali parti della legge della ex Germania Est sarebbero rimaste in vigore e quali sarebbero state sostituite dalla legge della Germania Ovest, con quali modalità e tempi.
Contemporaneamente, nell’estate del 1990, un accordo tra il cancelliere Helmut Kohl e il leader sovietico Mikhail Gorbaciov spianò la strada verso l’adesione alla NATO e alla Comunità economica europea (CEE) per la Germania unificata. Nell’ambito della CEE, l’unificazione tedesca ha provocato una revisione del trattato, che ha portato infine all’abbandono da parte della Germania del suo amato marco tedesco a favore dell’euro.
Non si può sminuire la complessità dell’unificazione, in particolare dei suoi aspetti legali e normativi, ulteriormente complicati dagli impegni europei della Germania. Tuttavia, l’esempio tedesco dimostra che un simile esercizio è possibile quando esiste una sufficiente volontà politica. A meno di 11 mesi dalla caduta del Muro di Berlino, il 3 ottobre 1990 i tedeschi dell’Est sono diventati cittadini della Repubblica federale a tutti gli effetti.
Ci sono alcune ovvie differenze tra la situazione polacco-ucraina di oggi e quella tedesca dei primi anni Novanta. Per prima cosa, nonostante la cultura, la storia e i legami linguistici comuni – e la presenza di un’ampia popolazione ucraina in Polonia – l’idea di “assorbire” l’Ucraina nella Polonia è un’idea ovviamente non praticabile.
A differenza del 1990, quando i tedeschi dell’Est dovettero accettare la Legge fondamentale della Germania occidentale e, di fatto, l’intero sistema giuridico e politico dei loro cugini democratici più sviluppati, un’unione polacco-ucraina richiederebbe la stesura di un nuovo documento costituzionale e la costruzione di istituzioni federali o confederali condivise, oltre a quello che sarebbe un complesso trattato di unificazione.
La sussidiarietà dovrebbe essere il principio guida di tali sforzi, soprattutto perché lo scopo dell’unione non sarebbe quello di cancellare l’identità o la statualità ucraina, al contrario. Le aree in cui il diritto polacco dovrebbe essere introdotto nel sistema giuridico ucraino, non appena possibile, sono quelle necessarie per l’effettivo funzionamento dell’Ucraina all’interno dell’UE e del suo mercato unico.
Ci sono altre aree, tuttavia, in cui tale armonizzazione non è necessaria – o perché si trovano completamente al di fuori delle competenze dell’UE o perché gli ucraini potrebbero trovare il modo di conformarsi al diritto dell’UE alle loro condizioni entro tempi predefiniti.
Probabilmente, la sfida più grande della riunificazione tedesca ha riguardato il divario economico tra le due parti costituenti. Dal 1990, si stima che più di 2.000 miliardi di dollari siano stati trasferiti dall’Ovest all’Est, ovvero circa la metà del PIL annuale della Germania, in gran parte sotto forma di trasferimenti attraverso il sistema di welfare.
In termini reali, i redditi della Germania Est erano circa un terzo di quelli dell’Ovest, una differenza simile a quella tra Ucraina e Polonia prima della guerra. La differenza principale, ovviamente, è la dimensione relativa dei due Paesi: mentre la popolazione della Germania Est era solo un quarto di quella della Germania Ovest, quella dell’Ucraina è più grande di quella della Polonia.
Non è ragionevole aspettarsi che il sistema di welfare polacco diventi un importante veicolo di ridistribuzione verso l’Est; in realtà, i contribuenti polacchi non dovrebbero affatto pagare il conto della ricostruzione dell’Ucraina e della sua crescita di recupero. Oltre ai beni russi – in particolare i 300 miliardi di dollari detenuti dalla sua banca centrale e attualmente congelati nelle capitali finanziarie occidentali – l’UE e i suoi ricchi Stati membri dell’Europa occidentale dovranno farsi avanti.
Ma questa non è una novità, indipendentemente dalla natura dell’accordo politico del dopoguerra. La novità dell’idea di un’Unione polacco-ucraina è che la sua nascita creerebbe un ambiente politico e legale in cui il denaro speso non sarebbe diretto a un Paese che indugia nella sala d’attesa dell’UE, ma a uno Stato membro, con tutto il rigore e il controllo che ne derivano.
Ci sono molte potenziali obiezioni. La principale è il realismo dell’idea. Perché i polacchi dovrebbero intraprendere un’impresa radicale di tali proporzioni? E perché le nazioni dell’Europa occidentale dovrebbero accettare (e in gran parte pagare) l’ascesa di una nuova potenza europea che sposterebbe irrevocabilmente il centro di gravità dell’UE verso est?
La risposta alla prima domanda è semplice: l‘aggressione della Russia e il suo fallimento aprono nuove opportunità per la costruzione di uno Stato.
La leadership politica consiste nel rispondere in modo creativo alle sfide del proprio tempo, non nel cercare di applicare una vecchia cassetta degli attrezzi (in questo caso, un approccio agli allargamenti dell’UE e della NATO in stile anni ’90) a una nuova situazione.
Un’Unione polacco-ucraina potrebbe essere il modo più semplice per trasformare l’Ucraina del dopoguerra in un Paese stabile, prospero e forte, in grado di tenere a bada la Russia, cosa che è nell’interesse di Varsavia.
Per quanto riguarda la seconda domanda, si noti che Bruxelles, Berlino e Parigi si sono già impegnati ad allargare l’UE concedendo all’Ucraina lo status di candidato, con tutto ciò che questo comporterebbe.
Un’unione politica esplicita tra la Polonia e l’Ucraina renderebbe impossibile prendere tempo e sottrarsi a tale impegno, come si può prevedere che faranno. Opporsi a tale unione, inoltre, significherebbe opporsi a uno degli attributi fondamentali dell’autodeterminazione nazionale dell’Ucraina, che i leader europei hanno giurato più volte di proteggere.
È qui che entra in gioco la leadership degli Stati Uniti. Considerati gli investimenti già effettuati per il successo dell’Ucraina sul campo di battaglia, che superano di gran lunga i contributi dell’Europa occidentale, gli americani hanno un forte interesse a trasformare l’Ucraina in una storia di successo, soprattutto quando la guerra stessa si allontana dallo specchietto retrovisore.
Data la cronica incostanza della vecchia Europa, illustrata dalle disavventure dell’UE nei Balcani, il futuro dell’Ucraina è troppo importante per essere lasciato nelle mani di Bruxelles, Parigi e Berlino. Se Varsavia e Kiev fossero disposte a farsi avanti e a risolvere il problema dell’Europa orientale una volta per tutte, l’amministrazione statunitense dovrebbe sostenere la Polonia e l’Ucraina.
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Brasile - Bolsonaro ritorna nel Paese
Jair Bolsonaro è tornato in Brasile ieri (30/03) dopo aver trascorso tre mesi negli Stati Uniti. L’ex presidente ha lasciato il suo paese d’origine il 30 dicembre, due giorni prima della fine del suo mandato, rifiutandosi di seguire la tradizione di consegnare la fascia presidenziale al suo successore, Luis Inácio Lula da Silva, la cui vittoria Bolsonaro non ha mai riconosciuto pubblicamente. Ora dovrà affrontare almeno 20 indagini in corso contro di lui ed è già stato citato a testimoniare in uno dei casi. Allo stesso tempo, viene accolto nel suo partito come il principale nome dell’opposizione al governo attuale e un importante sostegno per la destra e l’estrema destra nelle elezioni comunali del 2024.
Bolsonaro ha più volte rimandato il suo ritorno in Brasile, in un soggiorno prolungato che alcuni esponenti dell’opposizione, internauti e giornalisti hanno considerato una sorta di fuga. Come riportato da CNN Brasil, i piani dell’ex presidente, al suo arrivo, prevedevano un corteo per le strade di Brasília e un discorso ai suoi sostenitori già in aeroporto, ma il forte schema di sicurezza messo in atto dalla Polizia Federale non lo hanno permesso. Né sono stati consentiti manifestazioni e accampamenti come quelli visti tra dicembre e gennaio di quest’anno. La piazza Três Poderes – scenario di violente manifestazioni golpiste l’8 gennaio – ha avuto la sicurezza rafforzata.
L’accoglienza dell’esponente dell’estrema destra è stata tutt’altro rispetto a quanto i gruppi bolsonaristi su Telegram e Whatsapp avevano promesso: “la terra avrebbe tremato” al suo ritorno, dicevano. Al contrario, poco più di 100 persone lo stavano aspettando nell’area arrivi dell’aeroporto di Brasilia, dove il suo volo commerciale è arrivato prima delle 7 del mattino. Tuttavia, l’ex presidente ha utilizzato un’altra uscita e si è recato nella sede del Partito Liberale (PL), dove ha incontrato l’ex first lady, Michelle Bolsonaro, il presidente del PL, Valdemar Costa Neto, diversi membri del suo passato governo e sostenitori.
Ora, Costa Neto intenderebbe utilizzare l’immagine dell’ex presidente e di sua moglie Michelle durante le elezioni comunali del 2024, in particolare per aprire spazio nelle grandi città come Rio de Janeiro e São Paulo e nella regione nord-est, dove il forte elettorato di Lula tende ad essere decisivo nelle elezioni presidenziali. Alcuni esperti sottolineano inoltre che la coppia potrebbe sostenere il PL nel diffondere ulteriormente il bolsonarismo tra il pubblico evangelico e le donne. Durante il ricevimento presso la sede del partito, Bolsonaro ha affermato il suo obiettivo di fare sì che il PL e i suoi alleati conquistino, insieme, il 60% delle amministrazioni comunali in tutto il paese nel 2024.
In un video ottenuto dalla CNN Brasil, Costa Neto definisce Bolsonaro il “leader di un movimento che è qui per restare” – non a caso Bolsonaro ha affittato una casa a Brasilia e ha già una squadra di guardie di sicurezza, autisti e auto ufficiali, normalmente destinate per gli ex presidenti. Tra pochi giorni Bolsonaro assumerà anche la carica di presidente onorario del partito, con uno stipendio di 40mila reais (circa 7mila euro).
Nonostante lo abbia negato negli ultimi giorni, il ritorno di Bolsonaro in Brasile rappresenta, per la destra e l’estrema destra, la più grande opera di opposizione nel cammino del governo Lula, che deve affrontare sfide importanti in ambito sociale ed economico. L’attuale presidente, per mettere in opera le sue promesse elettorali, ha bisogno del sostegno di un parlamento che finora si è dimostrato ostile e turbolento, con tendenze conservatrici e sedute segnate da offese, dissapori e fake news. Attualmente, il presidente della Camera dei Deputati Arthur Lira è in contenzioso con il Senato e il governo per approvare misure economiche, fiscali e sociali che interessano il Planalto. Un altro scontro politico difficile per Lula in questo momento è con la Banca Centrale, che il presidente critica costantemente a causa degli alti tassi di interesse, fattore che incide direttamente sulla crescita del paese.
Resa dei conti con la Giustizia
Mentre si trovava a Orlando, Bolsonaro passava il tempo a criticare il governo Lula e a difendersi dalle accuse a lui rivolte, in particolare il suo ruolo nella crisi umanitaria che ha decimato parte della popolazione indigena Yanomami e la crisi dei gioielli ricevuti da Bolsonaro – e non dichiarati – durante la sua visita in Arabia Saudita mentre era il capo dello Stato.
Il 5 aprile Bolsonaro dovrà testimoniare sul caso e spiegare alla polizia federale perché ha cercato di tenere per se armi, collane, orologi e altri oggetti ricoperti di diamanti, per un valore di 17 milioni di reais (3 milioni di euro), ricevuti in dono dal regno dell’Arabia Saudita nel 2021. Secondo una determinazione del 2016, i regali ricevuti dai capi dello Stato brasiliano in viaggio devono essere incorporati nel patrimonio pubblico, a meno che non si tratti di oggetti di carattere personale.
Gli articoli di lusso sono stati sequestrati dal Fisco dopo che un consigliere di Bolsonaro, il colonnello Mauro Cid, ha tentato di entrare in Brasile senza dichiararne l’ingresso. Per mesi il governo Bolsonaro ha cercato di recuperare i gioielli, muovendosi attraverso tre ministeri, militari di alto rango e facendo pressioni anche sul capo dell’agenzia delle entrate, ma senza successo.
Bolsonaro è anche oggetto di sei inchieste presso il Supremo Tribunale Federale in casi come la sua condotta negazionista e la diffusione di notizie false durante la pandemia di Covid-19, l’esistenza di milizie digitali antidemocratiche e il ruolo dell’ex presidente nell’organizzazione degli atti golpisti a Brasilia l’8 gennaio.
Nell’ambito della Giustizia Elettorale, Bolsonaro è oggetto di indagine in 16 procedimenti, il più emblematico e recente dei quali è stato l’incontro tenutosi con gli ambasciatori brasiliani, nel luglio 2022, durante il quale Bolsonaro ha ripetuto disinformazione sul sistema elettorale del paese e ha diffuso dubbi sulla sicurezza del sistema di voto elettronico. Altre richieste di indagine in analisi includono anche l’omissione dello Stato nel caso degli Yanomami e l’uso della struttura presidenziale per articolare campagne di disinformazione. Queste e altre procedure potrebbero, come minimo, rendere Bolsonaro inammissibile alla presidenza nel 2026.
Le indagini devono ancora andare in primo grado e un’eventuale condanna definitiva di Bolsonaro per i suoi crimini richiederebbe anni. Finora, i giuristi stimano che Bolsonaro sia riuscito a proteggersi da accuse formali facendo nominare nel 2019 un suo alleato come procuratore generale della repubblica, Ricardo Aras. L’anno scorso, Aras ha archiviato più di 100 richieste di indagine contro il presidente. Nel 2021, l’ONG Transparência Internacional ha denunciato “l’allineamento sistematico della Procura Generale della Repubblica con il governo Bolsonaro” come uno dei fattori di rischio per la democrazia brasiliana. Il mandato di Aras dura fino a settembre di quest’anno.
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USA - Fiato sospeso per l’arresto di Trump
Il Time riferisce che i funzionari dell’intelligence hanno registrato un aumento della retorica violenta dopo che la notizia del possibile atto d’accusa si è diffusa il 18 marzo, con la maggior parte delle minacce rivolte alle forze dell’ordine, ai giudici e ai funzionari governativi di New York.
Diverse agenzie della sicurezza hanno discusso potenziali piani di sicurezza per le vicinanze del tribunale penale di Manhattan. Il dipartimento di polizia di New York ha comunicato ai suoi 36.000 agenti di essere mobilitati e pronti a rispondere a qualsiasi potenziale protesta o disordini
Trump è il primo presidente o ex presidente della storia americana a essere incriminato. Nei suoi confronti pendono oltre trenta capi di accusa per frode aziendale. L’ufficio del procuratore ha contattato i legali di Trump per la consegna dell’ex presidente, che dovrà presentarsi in tribunale a Manhattan, presumibilmente all’inizio della prossima settimana, affinché un giudice gli comunichi l’accusa, e sarà posto agli arresti per un breve periodo, per sottoporsi a procedure quali la foto segnaletica e la rilevazione delle impronte digitali. Dovrà quindi dichiararsi colpevole o non colpevole.
Ma l’ex presidente Usa, non intende arrendersi e ha mobilitato sia gli alleati chiave al Congresso, che i suoi sostenitori nell’America profonda alla ricerca di sostegno.
Trump avrebbe già parlato con alcuni leader del partito alla Camera e con i membri della commissione che intende mettere sotto inchiesta il procuratore distrettuale Alvin Bragg, ovvero il titolare dell’indagine che ha portato all’incriminazione di Trump.
Il governatore della Florida, Ron De Santis, ritenuto il principale competitore repubblicano di Donald Trump nella corsa alla Casa Bianca, stavolta si è subito schierato a sostegno del suo rivale, annunciando che non concederà l’estradizione per trasferirlo a New York: “La Florida non risponderà alla richiesta di estradizione”. “La strumentalizzazione del sistema giudiziario per far avanzare un’agenda politica – ha commentato De Santis su Twitter – capovolge lo stato di diritto ed è anti-americana“.
Dal canto suo Trump sta mobilitando anche la sua base sociale attraverso un appello diffuso via mail. “Il deep state – scrive Trump nella email – userà qualsiasi cosa avrà a disposizione per chiudere il movimento che tu hai messo al primo posto“. “Noi – si legge ancora nel messaggio di Trump – stiamo vivendo il capitolo più buio della storia americana. Da quando ho cominciato a correre per la carica di presidente da completo outsider politico, la corrotta classe al potere ha cercato di chiudere il movimento America First”.
Dentro il Partito Repubblicano crescono le prese di posizione che a sostegno dell’ex presidente. Il senatore Lindsey Graham, uno dei leader del Partito Repubblicano, ha duramente contestato le accuse contro Trump. “Questo – ha dichiarato in un’intervista a Fox News – è letteralmente un vodoo legale. Questa è una persecuzione politica, questa è la combinazione di odio politico e persecuzione selettiva”. Un’analoga reazione arriva anche dall’ex vice presidente degli Stati Uniti e probabile candidato alla nomination repubblicana per le elezioni presidenziali del 2024, Mike Pence, che ha definito l’incriminazione dell’ex presidente, Donald Trump, una “persecuzione politica”. “Penso che la stragrande maggioranza del popolo americano la vedrà in questo modo”, ha aggiunto l’ex vice di Trump in un’intervista alla Cnn.
“Arrivando in un momento di profonde divisioni politiche, è probabile che le accuse rafforzino piuttosto che rimodellare le prospettive di scontro tra coloro che ritengono che la resa dei conti giudiziaria fosse attesa da tempo e coloro che ritengono che Trump sia preso di mira per scopi politici da un procuratore democratico” scrive l’Associated Press.
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In Medio Oriente tutto è in movimento
Martedì sera era stato il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden a dichiarare di essere preoccupato per i recenti eventi in Israele aggiungendo che ”come molti sostenitori di Israele sono molto preoccupati. Che lo capiscano bene... non possono continuare su questa strada”.
La replica, piuttosto dura, è arrivata direttamente nella notte tra martedì e mercoledì dal premier israeliano Netanyahu, il quale ha risposto seccato che “Israele è un Paese sovrano che non prende decisioni sulla base di pressioni provenienti dall’estero, anche quelle dei migliori amici”.
In seguito anche il vicepresidente della Knesset Nissim Vaturi, anch’egli membro del Likud, ha replicato alla Casa Bianca incolpando addirittura gli Stati Uniti dell’amministrazione Obama per la morte di alcuni soldati israeliani durante i bombardamenti del 2014 nella Striscia di Gaza.
L’agenzia israeliana Ynet news ha riportato le dichiarazioni dell’alto esponente del Likud secondo cui “Gli Stati Uniti non possono interferire negli affari interni di Israele. Questa è una democrazia e non si azzardino a dettarci ordini”, ha dichiarato Vaturi all’emittente Radio 103. Vaturi si è spinto ad accusare l’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama per la morte di soldati durante l’operazione Protective Edge a Gaza. “Durante l’operazione Protective Edge, gli Stati Uniti hanno deciso un embargo sulle armi per i missili Hellfire per gli elicotteri Apache e Israele. I soldati sono stati uccisi, a mio parere, anche grazie al sostegno, tra virgolette, americano”. Un linguaggio decisamente inusuale.
Il giornale israeliano Times of Israel prova a gettare acqua sul fuoco delle tensioni tra Israele e Stati Uniti. Riporta infatti che la Casa Bianca mercoledì avrebbe elogiato i commenti di Netanyahu in risposta alle preoccupazioni del Presidente degli Stati Uniti Joe Biden in merito alla revisione giudiziaria avanzata dal governo israeliano.
Secondo il Times of Israel le osservazioni del portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale della Casa Bianca, John Kirby, sono apparse come un tentativo dell’amministrazione Biden di abbassare la temperatura dopo che le tensioni tra Stati Uniti e Israele si erano accese il giorno prima. “C’è molto da apprezzare. Ha parlato di ricerca del compromesso. Ha parlato di lavorare per costruire un consenso rispetto a queste potenziali riforme giudiziarie. Ha parlato di quanto sia incrollabile il rapporto tra Stati Uniti e Israele. E ha parlato del suo grande rispetto per il presidente Biden, un rispetto che anche il presidente Biden condivide”, aveva detto Kirby in un briefing con la stampa.
Kirby ha sottolineato però solo le parti della dichiarazione che gli Stati Uniti hanno apprezzato. Un funzionario statunitense ha dichiarato martedì al Times of Israel che la risposta di Netanyahu aveva fatto infuriare alcuni funzionari dell’amministrazione Biden.
Occorre ricordare che anche in passato ci stati momenti di “incomprensione” tra Stati Uniti e Israele. L’avvio del processo che portò agli accordi di Oslo tra Tel Aviv e l’Olp fu in qualche modo imposto dall’allora amministrazione di Bush senior. Israele poi ha fatto in modo che quegli accordi diventassero inservibili per la nascita dello Stato Palestinese, ma i mesi a cavallo tra il 1992 e il 1993 non furono proprio idilliaci nelle relazioni tra Washington e Tel Aviv. Ma anche durante l’amministrazione Obama, come rivelato dal tono delle dichiarazioni di Vaturi, i rapporti avevano vissuto momenti di alta tensione.
Adesso, mentre gli Accordi di Abramo tra Israele e alcuni, pochi, paesi arabi sembrano già una formalità sul calendario, la sincronia tra Usa e Israele in Medio Oriente è investita come un turbine sia dalle divergenze sulle forzature del governo fondamentalista di Netanyahu sul piano interno, sia dalle ripercussioni dei raid israeliani in Siria e contro l’Iran di cui Washington vorrebbe concordare tempi e modalità, mentre Israele si muove troppo spesso in modo autonomo in una regione in cui le alleanze a geometria variabile stanno modificando complessivamente rapporti e relazioni che sembravano inamovibili.
Infine, dagli Usa si segnala una iniziativa fino ad oggi inusuale. Alcuni congressisti statunitensi – guidati da Jamaal Bowman e Bernie Sanders – stanno guidando quello che molti definiscono uno sforzo senza precedenti per chiedere all’amministrazione Biden di indagare se Israele stia usando armi americane per commettere violazioni dei diritti umani contro i palestinesi
In una lettera diretta al segretario di Stato Antony Blinken e al presidente Joe Biden, i due legislatori hanno esortato l’amministrazione a garantire che il denaro dei contribuenti statunitensi non venga utilizzato per sostenere progetti negli insediamenti israeliani illegali.
Più di qualcuno avverte del rischio che Israele, alle prese con una crisi interna di consenso fortissima, possa giocare sulla carta dell’escalation militare verso l’esterno (Libano, Iran, Territori Palestinesi) per ricompattare una società e una classe dirigente che si sono duramente divaricate in questi mesi di contrapposizione contro le torsioni autoritarie e fondamentaliste del governo Netanyahu.
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Guerra in Ucraina - La “strana” guerra dell’aviazione russa.
Di aerei, bombe guidate e altri modi ingegnosi di uccidere la gente a distanza (rischiando poco e se possibile risparmiando).
Uno dei miti più tenaci riguardo alla tecnica sovietica, e per estensione russa, sia civile che militare è che è rozza, costruita al risparmio e utilizzando materiali quasi di fortuna e tecnologia primitiva.
Come tutti i miti è sostanzialmente falso: basterebbe pensare alle armi ipersoniche, o, andando un po’ più indietro nel tempo, all’ekranoplano, al Buran (che solo in apparenza somigliava allo Space Shuttle, ma aveva soluzioni tecniche molto diverse, oltre che un propellente meno prono alle esplosioni) o al T-34.
Come tutti i miti ha qualcosa di vero: nella fattispecie, il fatto che le FFAA russe non possono contare su un budget infinito come i colleghi del Pentagono, e che a volte un po’ di creatività e filo di ferro è necessaria per superare alcuni problemi che, con una o due vagonate di dollari in più, non si presenterebbero (che poi l’F-35 continui a ribaltarsi da solo anche se ogni esemplare costa il suo peso in diamanti è un altro discorso che qui non affronteremo).
Questa cosa è particolarmente vera sull’aviazione. Non è sfuggito a nessuno, io credo, che l’impiego dell’aviazione da parte russa sia stato in questo conflitto molto meno incisivo di quanto ci si aspettasse, non solo se paragonato all’impiego dell’aviazione statunitense o NATO nei conflitti recenti, ma anche all’impiego della stessa aviazione russa in Siria.
Questa minore efficacia dipende da una serie di fattori che hanno poco a che vedere con la qualità dell’aviazione russa, che è piuttosto alta con punte di eccellenza, ma che si trova a dovere affrontare alcuni problemi di difficile soluzione dovuti al teatro, alle modalità di impiego e all’armamento a disposizione.
La questione del teatro è stata già discussa varie volte: in un conflitto con un peer o near-peer, cioè con un avversario di livello tecnologico e capacità belliche pari o solo di poco inferiore, ci possiamo scordare sia le cavalcate di mezzi corazzati sia campagne aeree tipo Desert Storm: l’ambiente è saturo di difese antiaeree sia portatili che fisse, oltre che dell’aviazione nemica, e l’Ucraina riceve intelligence in tempo reale sui movimenti dell’aviazione russa da parte dei satelliti e degli AWACS NATO, per cui è necessario esercitare parecchia cautela per non ritrovarsi a fare rapidamente i conti con perdite umane e materiali che non è possibile rimpiazzare.
In sintesi: è facile bombardare i pastorelli sui monti afghani, un po’ meno la rete di bunker di Avdiivka.
A questo va aggiunto che la dottrina strategica sovietica e poi russa non ha mai posto particolare enfasi sul ruolo dell’aviazione (a differenza di quella USA) se non come supporto alle operazioni militari di terra.
Gli aerei russi sono sostanzialmente piattaforme per il lancio di missili, che sono precisi e letali ma hanno due gravi svantaggi: costano molto più delle bombe e, soprattutto, hanno un payload molto limitato. Trasportano relativamente poco esplosivo perché, per ovvi motivi pratici, il loro peso non può eccedere determinati parametri. Questo, spesso, è un problema.
Certo, la Russia dispone di un gran quantitativo di vecchie bombe a caduta libera: ma sono poco precise e, soprattutto, vanno depositate sul bersaglio, o in prossimità dello stesso, con tutti i rischi di cui sopra. Per farla breve, l’aviazione russa dispone della superiorità tattica e operativa, ma non strategica: non può colpire bersagli in profondità nel territorio ucraino se non con i missili e il payload degli stessi non è sufficiente per fare grossi danni, il che spiega come mai le capacità logistiche dell’esercito ucraino siano sostanzialmente intatte (perlomeno quelle lontane dalla linea del fronte), perché i ponti sul Dnepr siano ancora in piedi, eccetera.
Le bombe a caduta libera hanno anche un altro svantaggio, oltre a quelli riportati sopra: l’angolo d’impatto. Per distruggere un obiettivo non basta scaricarci sopra qualche tonnellata di esplosivo: bisogna che l’esplosivo colpisca con un angolo di impatto che massimizzi la portata dell’esplosione, altrimenti è come scaricare secchiate d’acqua su un ombrello. Molto rumore e molta scena, ma pochi risultati pratici: e l’angolo di impatto delle bombe a caduta libera non è dei migliori.
Ci vorrebbero le bombe guidate, del tipo che utilizza l’aviazione USA, ad esempio le LGB, Laser-Guided Bombs, o al limite le JDAM, Joint Direct Attack Munition, che trasformano le bombe a caduta libera in bombe guidate.
In questo settore la Russia è molto indietro. Secondo stime russe, durante la prima guerra cecena solo il 3% delle munizioni aeree erano guidate; la percentuale si riduce ancora di più per la seconda guerra cecena (1,5%) e per la guerra del 2008 con la Georgia (0,5). Il 70% delle munizioni aeree NATO in Iraq invece era guidata, e la percentuale è salita al 100% durante la guerra in Libia.
È questa, pare, la direzione in cui l’aviazione russa si sta muovendo – ed è qui che entra in gioco il filo di ferro (metaforico). Il kit JDAM è molto semplice ed economico: delle alette per stabilizzare la bomba, un timone per guidarla, un sistema GPS per dirigerla e tutta la potenza esplosiva di una bomba da 500 chilogrammi (tipo la FAB-500 della foto in apertura) che hai già pagato trent’anni fa può essere diretta con precisione, e angolo di impatto migliore, contro il bersaglio designato, con risultati molto più distruttivi e maggior sicurezza per chi la lancia essendo la gittata di un centinaio di km e anche di più a seconda delle necessità.
Yuriy Ignat, portavoce dell’areonautica ucraina, nei giorni scorsi ha dichiarato che la Russia ha cominciato a usare bombe di questo tipo, solo che al posto del GPS usano il GLONASS, l’equivalente russo. E non usano nessun kit, che costa comunque i suoi 20.000 dollari (quello USA almeno), modificano le bombe negli hangar in maniera, come vuole il mito, cruda ma efficace.
Nella foto 2, una delle bombe in questione con l’accrocco JDAM-equivalente montato sotto il corpo; nella foto 3 i resti di uno di questi accrocchi trovato nella regione di Sumy, dove dal 24 marzo le linee ucraine, i depositi e le caserme sono sotto attacco di questi ingegni.
Vedremo quale sarà l’impatto sul conflitto, e se anche l’aviazione russa produrrà un kit standardizzato. Ad ogni modo, come sempre, è solo in una guerra (possibilmente una guerra vera, non contro i pastorelli in montagna) che ti rendi conto delle tue magagne.
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Brasile e Cina si accordano per commerciare senza usare il dollaro
La firma di una ventina di accordi tra i due paesi era stata sospesa solo qualche giorno fa a causa dell’indisponibilità del presidente brasiliano Lula per una polmonite bilaterale. Le nuove collaborazioni avrebbero riguardato l’agroalimentare, la scienza e la tecnologia, l’istruzione e la cultura, e anche un’eventuale adesione del Brasile alla Belt and Road Initiative.
Anche senza Lula, il forum commerciale tra i due paesi si è comunque svolto, portando a compimento anche questo accordo sugli scambi, già abbozzato in maniera preliminare lo scorso gennaio. A questo incontro hanno partecipato anche quasi 250 uomini d’affari cinesi, e altrettanti brasiliani.
Nel comunicato dell’Agenzia brasiliana per la promozione delle esportazioni si legge che lo scopo è quello di “ridurre i costi” e di “promuovere ulteriormente il commercio bilaterale, facilitando al contempo gli investimenti”. Già oggi la più grande economia del Sud America vede nel Dragone il suo principale partner commerciale.
Oltre ai 150 miliardi di scambi bilaterali del 2022, la Camera di Commercio Brasile-Cina ha calcolato che il 48% degli investimenti cinesi in America Latina tra il 2007 e il 2020 sono finiti proprio in Brasile. Un ulteriore rafforzamento del legame tra i due paesi potrebbe avvenire attraverso il via libera alle banche brasiliane a partecipare al mercato finanziario cinese.
La Banca Nazionale per lo Sviluppo Economico e Sociale (BNDES) sarebbe al centro dell’intesa che permetterebbe a questo istituto di accedere ai crediti sottoposti al controllo di Pechino, per finanziare progetti infrastrutturali ed energetici. Anche se la pubblicità di questo patto è stata rimandata, sembra che ormai esso sia vicino alla fase finale.
Intanto, anche altro si muove nel panorama mondiale. Dilma Rousseff, la presidente del Brasile dal 2011 al 2016, è stata da poco indicata al vertice della National Development Bank, la banca di sviluppo dei BRICS. Nell’istituto finanziario è stato inoltre appena accolto l’Egitto, che secondo le stime della Banca Mondiale dovrà avviare nei prossimi anni un piano di investimenti di 230 miliardi di dollari.
Attraverso i BRICS, e non solo, sta prendendo piede un nuovo sistema di pagamenti e vettori di investimento internazionali. La Cina ha già stretto accordi valutari simili a quello di cui abbiamo parlato con altri paesi, tra cui Russia, Pakistan, Cile, Argentina. A breve anche le banche brasiliane entreranno a pieno titolo nel CIPS, il circuito di compensazione bancaria cinese che si oppone allo SWIFT statunitense.
Tutte queste azioni si inseriscono all’interno di una progressiva de-dollarizzazione del mercato mondiale, guidata dalla Cina con l’obiettivo di ridurre la principale leva internazionale di Washington. Significa mettere in crisi uno dei due principali strumenti (l’altro è il Pentagono) con cui la Casa Bianca ha tenuto in pugno il mondo negli ultimi decenni.
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Delega fiscale: Meloni fa pagare solo i lavoratori (prima parte)
È stata presentata nei giorni scorsi, dopo diversi annunci, la delega fiscale predisposta dal Governo Meloni. Si tratta di una proposta di legge, che dovrà essere approvata dal Parlamento, che delega il Governo ad adottare una serie di atti (decreti legislativi) sulla riforma del sistema fiscale. La legge delega si limita, come noto, a stabilire i principi e i criteri ai quali i decreti legislativi, che avranno il valore di vere e proprie leggi, dovranno attenersi. Molti dettagli, dunque, sono ancora incompleti, mentre ben chiara è, come vedremo, la direzione di marcia.
È un documento importante, non solo perché interviene a 360 gradi sul fisco, ma anche perché è forse il primo atto di politica economica interamente addebitabile a questo Governo, che finora era soprattutto intervenuto (ovviamente sempre in modo peggiorativo) in modalità parziale su singoli istituti (i casi più evidenti sono state le pensioni e il reddito di cittadinanza).
I primi articoli sono dedicati alla riforma dell’IRPEF e in generale della tassazione delle persone fisiche, e questa è la parte che forse meglio di tutte chiarisce la profonda iniquità di questa riforma.
Accompagnata dalla promessa della “flat tax per tutti”, la delega si traduce immediatamente in un enorme colpo a quel poco di progressività che residuava nel nostro sistema, con vantaggi evidenti per i redditi più alti.
Da subito (cioè, probabilmente, già dal prossimo anno), avremo una prima riduzione degli scaglioni, passando dagli attuali 4 (erano 5 solo 2 anni fa) a soli 3, “nella transizione del sistema verso l’aliquota unica”, come recita la proposta di legge. Per capire cosa significa, ricordiamo che gli scaglioni di reddito sono lo strumento con cui l’IRPEF pensata originariamente assicurava la progressività del sistema, sottoponendo il reddito ad aliquote di imposizione via via più elevate a mano che il reddito complessivo aumentava. Per avere un’idea della perdita di progressività, è utile ricordare che al momento della sua introduzione negli anni ’70 l’IRPEF prevedeva ben 32 aliquote, partendo da un livello molto basso (il 10%) fino ad arrivare a prelievi consistenti (fino al 72%) sui redditi più alti. Un sistema, quindi, che da un lato, soprattutto sui redditi bassi, prevedeva numerosi scaglioni di importo modesto in mondo da evitare che piccoli aumenti di reddito fossero neutralizzati da aumenti consistenti del prelievo fiscale, dall’altro, con aliquote elevate sui redditi più alti, era capace di garantire un’effettiva capacità redistributiva del sistema fiscale. Dall’anno prossimo, invece, avremo probabilmente solo 3 aliquote, dal 23% per i redditi più bassi al 43% per quelli più alti; rispetto ad oggi, si accorperanno le due aliquote centrali (per il livello preciso occorrerà aspettare ancora qualche mese, ma si parla di un’aliquota compresa fra il 27% e il 33%). Ogni volta che si riduce il numero delle aliquote (anche quando questo avviene accorpando quelle centrali) la perdita di progressività è dovuta al fatto che anche i redditi più alti beneficiano di tale “sconto”, mentre niente cambierà per i redditi più bassi.
Ma questa è solo una gamba dell’attacco alla progressività. L’altra è rappresentata dalle profonde mutazioni che hanno interessato l’IRPEF. Quest’ultima, infatti, all’epoca della sua istituzione, doveva essere un’imposta omnicomprensiva, sotto cui sottoporre a tassazione tutti i redditi personali, qualunque fosse la loro origine. Nel tempo, invece, si è trasformata in un’imposta quasi esclusivamente sul reddito da lavoro dipendente (e da pensione), mentre quasi tutti gli altri tipi di reddito (sia gli altri redditi da lavoro, come i redditi dei professionisti o delle imprese individuali, che i redditi da impiego di capitale, compresi i redditi da fabbricati, in primis gli affitti) sono stati sottoposti a regimi separati. E, rispetto a questo, cosa fa la delega? In maniera spudorata, con l’obiettivo edulcorato di “passare a un sistema compiutamente dualistico”, sottrae ulteriori forme di reddito alla tassazione progressiva, per sottoporli a forme di tassazione separata, ovviamente ad aliquote ben più basse di quelle previste dall’IRPEF.
Clamorosa in questo senso è l’estensione del regime della “cedolare secca” anche per gli affitti dei locali commerciali. Ricordiamo che la cedolare secca è un regime fiscale facoltativo, che permette ai padroni di casa di non pagare l’Irpef sul reddito che percepiscono sotto forma di affitto, ma una più conveniente imposta sostitutiva dell’Irpef e delle addizionali (10% nelle grandi città per gli affitti a “canone concordato”, 21% negli altri casi). In più, optando per tale regime viene meno l’obbligo di pagare tutta una serie di imposte catastali. Ebbene, se nel caso dei contratti di locazione abitative la cedolare secca può essere giustificata con la “scusa” di aiutare a far emergere il nero, nel caso delle attività commerciali la ragione di questo regime di favore viene meno, giacché nessuna attività commerciale ha interesse ad occultare i propri costi.
Con questa delega, quindi, è pienamente compiuta la separazione fra redditi da lavoro dipendente (quelli da lavoro autonomo già erano stati messi al riparo con l’estensione del regime forfettario) e tutti gli altri redditi, una separazione così netta che ha il solo pregio di restituire plasticamente la natura classista di questi interventi: da una parte chi vive di lavoro dipendente, dall’altra il resto del mondo, cui assicurare un trattamento fiscale sempre più benevolo.
Infine, si prevede anche per il lavoro dipendente il meccanismo della “flat tax incrementale”, cioè una tassazione minore (pari al 15%) su eventuale reddito “extra” conseguito in un anno rispetto agli anni precedenti; un ulteriore strumento di iniquità e divisione anche all’interno del mondo del lavoro dipendente, in quanto si tratta di un meccanismo probabilmente applicabile solamente alle mansioni più qualificate e ai redditi più elevati. Per i redditi bassi e medi, infatti, non ci sono, in genere, sensibili aumenti di reddito da un anno all’altro, data la minore dinamicità delle carriere di chi percepisce redditi di minore entità.
Per chiudere con la parte dedicata alle persone fisiche, la delega sembra accantonare per un momento il sempiterno cuneo fiscale; è probabilmente solamente un’apparenza, perché il tema tornerà di attualità in occasione di emanazione dei decreti delegati attraverso cui la delega fiscale prenderà forma, in particolare quando insieme alla revisione degli scaglioni necessariamente occorrerà ritoccare anche il sistema delle detrazioni (in particolare quelle da lavoro dipendente e da pensione) e, sicuramente, occorrerà ripensare anche il mini-taglio contributivo operato dal Governo Draghi e confermato poi da quello Meloni, ma sempre in modalità transitoria e quindi che “scade” (in mancanza di altri interventi) a fine anno.
Sui limiti della riduzione del cuneo fiscale per difendere i salari abbiamo scritto più volte. Qui vogliamo solo sottolineare come un intervento di quel tipo è perfettamente compatibile con la logica di una delega come questa, tutta improntata, come visto, ad una perdita di progressività e che facilmente troverà il modo di riproporre il tema del cuneo argomentando che “le tasse si abbasseranno per tutti, due spiccioli li troveremo pure per voi...”. Contestare la delega sul fronte della sua “timidezza” verso la riduzione del cuneo è quindi ingenuo e fuorviante, specie in periodi come questi di alta inflazione quando, per difendere i salari, dal Governo andrebbero pretesi scala mobile e salario minimo. Non certo un provvedimento che, lungi dall’essere una soluzione, è una parte del problema.