Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
03/11/2024
Le contro-sanzioni cinesi colpiscono un produttore Usa di droni che rifornisce anche l’Ucraina
Ma chi si sente forte lo dimentica sempre...
Skydio, il più grande produttore di droni degli Stati Uniti, nonché primo fornitore delle forze armate ucraine in questo campo, si trova ad affrontare una crisi nella catena di approvvigionamento dopo che Pechino ha imposto sanzioni che vietano a gruppi cinesi di fornirgli componenti critici.
Ohibò, come si permettono questi orientali comunisti...
L’azienda è ora alla ricerca di fornitori alternativi, poiché la mossa cinese blocca anche le forniture di batterie dal suo unico fornitore.
Il produttore di droni – come ogni “libera impresa Usa” quando le cose si mettono male – ha subito chiesto aiuto all’amministrazione Biden. La scorsa settimana, l’amministratore delegato Adam Bry ha incontrato il vice segretario di Stato, Kurt Campbell, e ha tenuto discussioni con alti funzionari della Casa Bianca.
I funzionari americani sono preoccupati per il rischio che la Cina possa interrompere le catene di approvvigionamento statunitensi e impedire quindi all’Ucraina di ricevere droni usati per la raccolta di informazioni.
“Questo è un momento chiarificatore per l’industria dei droni”, ha scritto Bry in una nota ai clienti ottenuta dal Financial Times. “Se c’era qualche dubbio, questa azione chiarisce che il governo cinese utilizzerà le catene di approvvigionamento come arma per avanzare i propri interessi rispetto ai nostri”.
“Questo è un tentativo di eliminare la principale azienda americana di droni e aumentare la dipendenza mondiale dai fornitori di droni cinesi”, ha aggiunto.
C’è da dire che ai cinesi, comunque, l’idea delle sanzioni sui droni non è venuta come contributo indiretto allo sforzo militare russo, ma per “merito” degli stessi americani.
Le sanzioni, imposte l’11 ottobre, hanno colpito infatti diverse aziende statunitensi, tra cui Skydio, come ritorsione per l’approvazione da parte di Washington della vendita di droni d’attacco a Taiwan. E Skydio aveva recentemente ottenuto un contratto con un‘agenzia di Taiwan.
E se gli Usa vogliono “incentivare” l’uso dei droni nella “provincia ribelle”, naturalmente si dovevano aspettare una misura di ritorsione simmetrica.
Una fonte a conoscenza della situazione ha detto che le autorità cinesi hanno visitato i fornitori locali della statunitense Skydio, tra cui Dongguan Poweramp – una filiale della giapponese TDK che produce batterie per droni – e hanno ordinato loro di interrompere i rapporti. Semplice, no? Proprio come sanzionare le petroliere che trasportano greggio a Cuba, di fatto...
Ma con qualche complicazione in più. Mercoledì, Skydio ha comunicato ai propri clienti che stava razionando il numero di batterie fornite con i droni a causa della decisione cinese e che non prevedeva di avere nuovi fornitori fino alla primavera.
Sul piano politico, John Moolenaar, presidente repubblicano del comitato per la Cina della Camera, ha dichiarato che il controllo cinese delle catene di approvvigionamento per droni, farmaci e altri settori rappresenta una “minaccia” per l’economia degli Stati Uniti.
“L’amministrazione e il Congresso devono lavorare insieme all’industria per stabilire guardrail che proteggano le nostre aziende dalla coercizione economica del PCC e proteggano il popolo americano dal nostro principale avversario che utilizza queste dipendenze come arma contro di noi”.
Bastava non mettere sanzioni ai cinesi e il problema non si sarebbe manifestato... ma vaglielo a spiegare.
Skydio ha dichiarato che il suo ultimo modello, l’X10, è stato il primo drone statunitense a superare i test di guerra elettronica ucraini, dimostrando di essere difficile da disturbare, al punto che Kiev ne ha richieste migliaia di unità.
Con sede a San Mateo, Skydio vende a clienti aziendali e governativi, inclusi i militari statunitensi. Il danno commerciale si traduce quindi immediatamente in un problema militare, che investe anche i “clienti” del complesso militare-industriale Usa.
La crisi di Skydio sottolinea i rischi per le aziende statunitensi che dipendono dalla Cina, in un momento in cui cresce la preoccupazione tra le aziende straniere per l’uso delle leggi sulla sicurezza da parte di Pechino per arrestare dipendenti locali e condurre perquisizioni aziendali nel paese.
L’azione cinese arriva mentre il Congresso degli Stati Uniti sta considerando una legge che vieterebbe agli americani di utilizzare droni prodotti da DJI, azienda con sede a Shenzhen che domina il mercato globale dei droni commerciali.
“Riteniamo che Skydio sia stata presa di mira da Pechino perché probabilmente vista come un concorrente di DJI–, ha detto un funzionario statunitense. “Se c’è un lato positivo, è che possiamo usare questo episodio per accelerare il nostro lavoro di diversificazione delle catene di approvvigionamento di droni lontano dalla Cina”.
In pratica un altro passo verso il disaccoppiamento tra le due economie, che solo qualche anno fa sembravano connesse secondo un criterio di mutua soddisfazione (merci cinesi a basso costo per una popolazione Usa sempre più povera e con bassi salari, tecnologia Usa pretesa da Pechino in cambio).
Ma a lungo andare la tecnologia cinese, inizialmente sviluppata “copiando”, si sta rivelando migliore, più efficiente, meno costosa e soprattutto basata su materia prime che gli USA (e l’intera catena occidentale) non hanno nella stessa quantità.
Il problema sorge quando non sei più in grado di esercitare la tua egemonia nei termini classici ma ti rifiuti di prenderne atto e cambiare le tue prassi. Metti le sanzioni e te le ritrovi mentre ti cadono sui piedi (già Mao, del resto, ce lo aveva insegnato...).
Fonte
Firmato il partenariato nella difesa tra UE e Giappone
Assieme al suo omologo giapponese Takeshi Iwaya, Borrell ha saluto questo passo definendolo come “storico e tempestivo”: storico per il motivo appena accennato, tempestivo per l’evidente orizzonte di minacciare sempre più da vicino la Cina. Dopo i dazi, lo scontro col Dragone prende sempre più le forme della guerra guerreggiata.
Il patto entrerà in vigore col nuovo anno, ma non se ne conoscono ancora tutti gli aspetti. I media locali hanno riportato che il contenuto riguarda soprattutto un aumento delle esercitazioni militari congiunte, una maggiore cooperazione nel settore della difesa e l’instaurazione di un dialogo ad alto livello sui temi collegati.
Non si è fatta attendere, ovviamente, la risposta di Pechino. Lin Jian, portavoce del ministero degli Esteri cinese, ha sottolineato come questo tipo di accordi dovrebbero servire a “promuovere la pace e la stabilità regionali e non a prendere di mira terze parti o a danneggiare gli interessi di sicurezza di altri paesi”.
Ha poi espresso due moniti molto duri. A Tokyo ha detto di “imparare le lezioni dalla storia, a rispettare le preoccupazioni dei suoi vicini asiatici e ad agire con prudenza in materia militare”, con evidente riferimento alla Seconda guerra mondiale, mentre ha “invitato l’Ue a evitare di intervenire nelle controversie territoriali regionali”, pensando all’affare Taiwan.
Durante la visita, Borrell ha incontrato anche il ministro della Difesa del Giappone, il generale Nakatami. I due, condannando anche il recente test di lancio di un missile balistico da parte della Corea del Nord, hanno ribadito la volontà di migliorare la cooperazione anche per ciò che riguarda l’ambito marittimo, informatico e aerospazionale.
Per il futuro viene prevista anche la possibilità di condividere informazioni delle relative intelligence e quelle riguardanti l’industria della difesa. Bisogna ricordare che il Giappone, insieme a Regno Unito e Italia, sta sviluppando il caccia di sesta generazione Tempest, che rappresenta il primo impegno militare dell’arcipelago senza la partecipazione degli Stati Uniti.
Borrell farà tappa anche in Corea del Sud, altro teatro strategico nella rete di alleanze che la filiera euroatlantica sta rinnovando, in contrapposizione alla Cina. Iwaya, prima di incontrare l’Alto rappresentante europeo, aveva dichiarato che la sicurezza dell’Indo-Pacifico è “inseparabile da quella dell’Europa e dell’Atlantico”.
Tokyo stessa, che dal 2022 ha ridiscusso la propria strategia di difesa nazionale e sta aumentando le spese militari, evidenzia la creazione di un fronte occidentale bellicista e bellicoso. Il Giappone è parte del QUAD, un dialogo sulla sicurezza che comprende anche India, Australia e Stati Uniti.
A completare lo scenario del Pacifico c’è l’Aukus, che unisce in un altro patto di sicurezza di nuovo Australia e Stati Uniti col Regno Unito. Con l’accordo appena firmato dal paese del Sol Levante con la UE, le tensioni non possono che aumentare.
Fonte
Eurostat: chi nasce povero in Italia (e in Bulgaria e Romania) resta povero a vita
Il fenomeno viene chiamato “trasmissione inter-generazionale degli svantaggi”, ed è molto utile per analizzare il grado di mobilità sociale in un paese.
I risultati hanno mostrato che un europeo su cinque tra i 25 e i 59 anni, se proveniente da una famiglia che viveva tra le ristrettezze economiche, continua a sperimentare le stesse difficoltà da adulto.
Ma l’Italia, al solito, registra record negativi e lo fa anche in questa occasione, salendo sul podio dei paesi in cui l’ascensore sociale è fermo.
Chi, a meno di 14 anni, viveva in condizioni vicine alla o direttamente di povertà continua tutt’ora a trovarsi in questa situazione, soprattutto in Bulgaria (48,1%), in Romania (42,1%) e, infine, nel Bel Paese (34%). In Italia solo il 14,4% registra una buona situazione finanziaria una volta cresciuto.
In particolare, il fenomeno è peggiorato con la pandemia, a ribadire come le classi dirigenti del paese non siano state in grado di affrontare adeguatamente la crisi sanitaria.
Prima del COVID-19 i dati italiani si fermavano rispettivamente al 30,7% e al 15,9%: pur sempre sotto la media europea, ma decisamente migliori.
Uno dei fattori che gioca un ruolo fondamentale è l’istruzione. L’istituto europeo sottolinea che “il tasso di rischio di povertà per le persone di età compresa tra 25 e 59 anni era inferiore di 10,6 punti percentuali per coloro i cui genitori avevano un livello di istruzione superiore (8,5 per cento) rispetto a coloro i cui genitori avevano un livello di istruzione inferiore (19,1 per cento)”.
È da vedere quanto ancora questo elemento sarà così dirimente, vista la precarietà dilagante anche tra i laureati e la crescente mancanza di opportunità nel paese, che spinge migliaia di giovani a emigrare. L’Istat ha calcolato che tra il 2013 e il 2022 se ne sono andate dall’Italia 352 mila persone nella fascia d’età tra i 25 e i 34 anni, e 132 mila avevano un titolo di laurea in tasca.
A volte viene definita ‘iperqualificazione’, quando in realtà significa che non c’è un tessuto produttivo capace di assorbire l’alta formazione del paese. E non parliamo nemmeno di numeri imponenti: nella stessa fascia d’età, nel 2023 i laureati erano il 30,6%, quasi 13 punti sotto la media europea.
Questo è il quadro prodotto dal ‘combinato disposto’ tra la crisi che non ha mai sostanzialmente lasciato l’Occidente dal 2008 a oggi, e la riorganizzazione produttiva continentale spinta dai trattati europei. E di certo la realtà italiana è stata una di quelle maggiormente colpite da questi processi.
Fonte
Loving gun smoke
“Proprio come delle mostruose alghe mutanti invadono la laguna di Venezia, i nostri schermi televisivi sono popolati, saturati da immagini e da opinioni degenerate. Sul piano dell’ecologia sociale ci sono uomini come Donald Trump cui viene permesso di proliferare liberamente, come una specie di alga, fino a impadronirsi di interi distretti di New York e di Atlantic city; questo individuo ristruttura aumentando gli affitti, cacciando fuori decine di migliaia di famiglie povere, molto delle quali sono costrette a divenire senza casa, simili ai pesci morti dell’ecologia ambientale” (Felix Guattari, Le tre ecologie).In queste righe scritte quando Trump stava emergendo sulla scena (1989), Guattari prevede quel che oggi è chiaro come il sole: la deregulation neoliberista permette alle alghe mostruose di inquinare le acque.
È successo puntualmente, e il mare surriscaldato scatena tempeste spaventose che uccidono centinaia di persone sulla costa spagnola. Inoltre la deregulation permette la proliferazione di fonti di enunciazione che sono destinate a inquinare la Mediasfera e di conseguenza la Psicosfera. È successo puntualmente: folle psico-dipendenti votano per un manigoldo che promette la più grande deportazione della storia.
In quelle poche righe guattariane è descritta la genesi di un ambiente velenoso che genera violenza, sopraffazione, guerra di tutti contro tutti, e genera le condizioni di una tirannia cinica, barocca, distruttiva.
Ripensiamo alle lontane premesse di quella che chiamiamo deregulation. In principio c’è la creazione tecnologica del paradigma rizomatico. Grazie alla commercializzazione delle tecnologie elettroniche fra gli anni ’60 e ’70 fu possibile la diffusione democratica di fonti autonome di informazione. In Italia e in Francia creammo centinaia di radio libere dopo aver condotto una battaglia culturale contro il monopolio di stato sull’informazione. Poi la creazione del world wide web rese possibile il proliferare di innumerevoli nuclei di net-cultura in tutto il mondo.
Ma nella breccia aperta dalla creatività diffusa si inserirono grandi gruppi economici e mafiosi (Berlusconi in Italia, Trump negli Usa, e gente simile in ogni paese del mondo) che avevano come scopo non certo la creazione, la cultura o l’informazione, ma l’accumulazione di capitale e l’acquisizione di potere politico illimitato sulle menti di una società psichicamente soggiogata.
Zed is dead, baby
Ho visto The Apprentice, il film di Ali Abbasi dedicato all’apprendistato del candidato repubblicano alle elezioni americane. Il titolo è tratto astutamente dalla trasmissione televisiva in cui, qualche decennio fa, Donald Trump sottoponeva a umiliazione candidati che si presentavano davanti a lui per essere insultati, ridicolizzati, interrogati, e alla fine licenziati (you’re fired).
C’era la fila per poter essere sbeffeggiati pubblicamente da quell’individuo dal ciuffo biondo. Perché? L’enigma Trump dimostra che gli strumenti dell’analisi politica non servono praticamente più a nulla. Per capire una simile mostruosità etica, psichica e politica occorre infatti parlare di umiliazione, tristezza epidemica, disprezzo di sé – occorre parlare di libertà illimitata per gli schiavisti, i tiranni psicotici e i fabbricanti di armi.
Il film di Abbasi riesce a farlo, in qualche misura; il suo forse non è un grande film, ma è utile a capire qualcosa del retroterra psichico, esistenziale, e mafioso in cui cresce Trump. È utile per capire quali sono gli strumenti del suo dominio sulla psiche di un popolo miserabile e immensamente ignorante.
Il film non parla della trasmissione The Apprentice, da cui opportunamente trae il titolo. Parla piuttosto dell’apprendistato di Trump stesso. Come ha fatto a diventare quello che é?
Per rispondere a questa domanda la psicoanalisi può esser più utile che la teoria politica.
La nipote dell’uomo arancione, Mary Trump, psicologa di formazione, ha scritto un libro dal titolo Too Much and Never Enough: How My Family Created the World’s Most Dangerous Man in cui si cerca di comprendere lo zio dal punto di vista psicoanalitico.
La prima impressione che ho provato leggendo il libro: la vita di quell’individuo è stata (ed è) immensamente triste. Il padre di quell’individuo era, secondo Mary, una persona sociopatica ma efficiente.
Anche il il film di Abbasi riesce a mostrare come il rapporto col padre sia stato decisivo. Donald ha vissuto infanzia e adolescenza nella paura dell’umiliazione cui il padre lo sottoponeva sistematicamente, ricavandone ferite psichiche profonde. “La convinzione fondamentale di Fred (il padre sociopatico) consiste in questo, nella vita c’è sempre un solo vincitore e tutti gli altri sono perdenti, e la gentilezza significa soltanto debolezza”. “O sei un perdente o sei un killer”, dice il papà al piccolo Donald.
Partendo da premesse di questo genere diviene impossibile godere del rapporto con gli altri, perché questo rapporto può soltanto essere di competizione, aggressione, o di sottomissione.
Ma purtroppo non è questo forse un tratto decisivo della personalità collettiva degli abitanti di quel paese che non sarebbe esistito senza genocidio degli indigeni e senza deportazione e schiavismo?
Le tre regole che Donald apprende da un avvocato mafioso e razzista (Roy Cohn) sono le seguenti: “Uno: attacca attacca attacca. Due: menti sempre. Tre: dichiara sempre vittoria e non ammettere mai la sconfitta”. Come osserva un personaggio del film, giornalista del Times, questi tre principi descrivono benissimo la politica estera statunitense degli ultimi trent’anni. Io direi che definiscono lo spirito pubblico degli Stati Uniti d’America, dall’inizio alla fine.
L’inconscio collettivo dei bianchi americani è una cantina fetida dalla quale sbucano mostri come quello che Tarantino ha raccontato in Pulp fiction. Ricordate quando Bruce Willis libera da quella cantina Marcellus, che Zed, il torturatore, tiene là sotto incatenato per fargli il culo? Non c’è modo migliore per spiegarci gli anni Trump, anche se purtroppo mi pare che Zed sia vivo e vegeto, e si prepari a fare il culo a un sacco di poveracci.
Nomen est omen
All’inizio del 2021, poco dopo il farsesco assalto al Campidoglio da parte delle truppe del generale Trump, pubblicai un saggio dal titolo The American Abyss. Quattro anni dopo, quell’abisso è sempre più profondo, e appare sempre più evidente un pericolo: la disintegrazione della mente americana può provocare una reazione a catena che finirà per cancellare la vita umana sulla terra.
Mi capita talvolta di pensare al nome di questo individuo: to trump significa superare, surclassare, travolgere – ma il sostantivo trump significa anche scoreggia, peto puzzolente. Se mai la frase “nomen est omen” ha avuto conferma, il caso è questo. L’uomo arancione è una scorreggia puzzolente che si propone (riuscendoci) di appestare l’atmosfera psichica, umiliando e minacciando.
Se avessi la disgrazia di essere un cittadino statunitense non voterei per nessuno dei due candidati: la signora Harris, che ha promesso che l’esercito americano sarà sempre dotato del massimo di letalità, è più pericolosa di Trump dal punto di vista europeo, perché con Harris presidente la guerra ucraina dilagherebbe fino alla soglia atomica.
Il signor Trump, che rappresenta consapevolmente ed esplicitamente gli interessi della razza bianca, sarebbe una catastrofe per i palestinesi e più in generale per i migranti, ai quali Trump e Vance hanno promesso “la più grande deportazione della storia”.
Ma è difficile immaginare come Trump possa essere più spietato di quel che sono stati Biden e Obama, che durante le loro presidenze hanno deportato più migranti di quel che ha fatto l’uomo scoreggia. Ed è difficile immaginare come possa essere più spietato con i palestinesi di come è stato Biden, il quale non ha mai interrotto l’appoggio finanziario e l’invio di armi agli sterminatori israeliani. Forse sarebbe solo meno ipocrita.
Psicosi memetica
Il 6 gennaio 2021, mentre il nuovo presidente democratico si preparava a prendere posto alla Casa Bianca e il Congresso si riuniva per compiere i suoi riti, una folla variopinta rispose all’appello di Trump a salvare l’America, e qualche migliaio di squilibrati marciarono verso il Campidoglio. Non incontrando seria resistenza da parte della polizia gli squilibrati entrarono nelle sale del Campidoglio, ruppero i vetri delle finestre, schiamazzarono sventolando bandiere confederate e bandiere con la svastica. Donald Trump incitava i rivoltosi a riprendere il potere con la forza.
“Non vi riprenderete mai il vostro paese con la debolezza. Dovete esibire forza e dovete essere forti. […] Combattete. Combattiamo come dannati. E se non combatterete come dannati, per voi non vi sarà più un paese». Alla fine della giornata la folla se ne tornò a casa, come si fa dopo una bella scampagnata domenicale. Si contavano alcuni feriti, e una persona morta per un colpo sparato da un agente di polizia.
I commentatori democratici si scandalizzarono molto, come non capirli. Ma lo scandalo dei democratici per le falsità dette da Trump e credute dai suoi seguaci, fa ridere.
Dopo il 2008 i bianchi statunitensi, impantanati in due guerre dementi, umiliati dall’impoverimento seguito alla crisi finanziaria, terrorizzati dal crollo demografico, si sono aggrappati disperatamente alle loro armi, ai loro SUV, al diritto di mangiare carne di manzo, e di uccidere.
Quel che accadde a Washington il 6 gennaio del 2021 non fu un’insurrezione o un colpo di stato, ma un episodio insieme farsesco e criminale della guerra civile americana, che è l’intreccio di diversi conflitti: un conflitto tra nazionalismo bianco e globalismo liberale, uno tra popolazione bianca e popolazione nera latina e asiatica, un conflitto tra metropoli e aree rurali immiserite, un conflitto culturale tra laici e fanatici di qualche Geova sintetico, ma soprattutto una guerra civile psicotica di squilibrati armati che decidono di ammazzare il primo che capita a tiro.
Questo è l’abisso americano, non la diffusione di fake news.
Nel 2016 accadde l’impensabile: un nazista a colori vinse le elezioni. Da quel momento fu chiaro che la più grande potenza mondiale is running amok, è uscita di cervello, e possiede centoventi armi da fuoco per ogni cento abitanti. I democratici si lamentano perché i social media producono una valanga di falsità, ma solo un ingenuo può non aver capito che il falso non è estirpabile, perché l’America è il regno del falso.
Dal primo gennaio all’agosto del 2023 i morti per arma da fuoco erano ventotto mila duecento novantatré (saranno 42.385 a fine anno, ndr). Quelli uccisi in azioni di mass-shooting (come tradurre in italiano una parola così intimamente legata alla lingua dei pistoleri?) erano 474. Gli omicidi con arma da fuoco non intenzionali (insomma quelli ammazzati per sbaglio maneggiando una pistola) erano 1.070.
Un padre americano
Anche se consumano quattro volte più elettricità e molta più carne di ogni altro popolo della terra (o forse proprio per quello) i cittadini degli Stati Uniti conducono una vita miserabile.
La durata di vita media in Spagna è di 83,3 anni, in Svezia 83,1, in Italia 82,7, in Cina 77,1. Negli Stati Uniti, negli ultimi anni l’aspettativa di vita è di 76.1. Il 65 per cento degli abitanti non ha alcun risparmio, e se si ammalano hanno buone probabilità di finire su un marciapiede. Nel 2022 i morti per overdose da psicofarmaci oppiacei sono stati centomila. La più grande potenza militare del pianeta si sta disintegrando.
La parola “impensabile” ricorre nel discorso pubblico degli Stati Uniti negli ultimi anni.
We Need to Think the Unthinkable About Our Country è il titolo di un editoriale del New York Times del 13 gennaio 2022, firmato da Jonathan Stevenson e Steven Simon: “Le prossime elezioni saranno inevitabilmente contestate con cattiveria e forse in modo violento. È bene dire che la minaccia di destra agli Stati Uniti è politicamente esistenziale. Gli Stati Uniti come li abbiamo conosciuti potrebbero disgregarsi”.
The Unthinkable, inoltre, è il titolo di un libro di Jamie Raskin, uscito il 6 gennaio del 2022, nel primo anniversario dell’insurrezione psicotica. L’autore non è soltanto uno scrittore, ma un importante membro del Congresso, eletto nel Maryland nelle file del partito democratico. Inoltre Jamie Raskin è professore di Diritto Costituzionale, si auto definisce liberal, ed è padre di tre figli che hanno tra i venti e i trent’anni.
Uno di loro, Tommy, venticinquenne, attivista politico, sostenitore di cause progressiste, animalista, è morto la notte dell’ultimo giorno dell’anno 2020. Tommy ha scelto di morire, si è suicidato come si dice. Lo ha fatto dopo una lunga depressione, ma anche per effetto della lunga umiliazione morale che il trumpismo ha inflitto ai suoi sentimenti umanitari.
Per Jaimie Raskin la decisione finale di Tommy non è solo una catastrofe affettiva, ma l’avvio di una radicale riconsiderazione delle sue convinzioni. Leggendo questo libro ho condiviso il dolore di un padre e il tormento di un intellettuale, ma insieme mi si è rivelata la profondità della crisi che sta lacerando l’Occidente, e in particolare sta oscurando l’orizzonte culturale della democrazia liberale.
Il padre non ha più alcun mondo di valori da trasmettere al figlio.
Nel libro tre diverse storie si sviluppano contemporaneamente e si alimentano a vicenda: la prima è la storia del fascismo americano emergente. La seconda è la vita di Tommy, la sua formazione, i suoi ideali e la costante umiliazione della sua sensibilità etica. La terza è l’effetto del Covid19 sulla mente della generazione giovane che ha sofferto di più le regole del distanziamento.
Tommy ha sofferto di depressione, e nel suo ultimo messaggio ne parla: “Perdonatemi, la mia malattia ha vinto”. Jamie Raskin scrive: “Come molti giovani della sua generazione Tommy è stato trascinato dal Covid in una spirale maligna. Con la scuola chiusa la vita sociale ridotta a un fragile minimo con maschera, i viaggi un incubo. Le relazioni difficili, costretti in una intimità prematura e goffa, o piuttosto in un oblio virtuale.
Un sacco di giovani hanno sofferto la disoccupazione, la contrazione economica e incertezza profonda. Molti, come Tommy, sono stati costretti a tornare a casa dei loro genitori in una camera piena dei libri delle scuole superiori… Tommy si era dichiarato anti-natalista perché non poteva accettare la prospettiva di impegnare un altro essere umano a vivere una vita destinata a essere dominata dal dolore dalla tristezza e dalla sofferenza”.
E ancora: “Per quanto io e Sarah cercassimo di descrivergli la gioia dell’avere figli, Tommy non accettava di rinunciare alla sua determinazione perché nessuno ha il diritto di imporre l’inevitabile esperienza del dolore su un altro. Non mi consola molto sapere che un’enorme e crescente parte della generazione di Tommy pensa lo stesso sulla questione di non avere figli”.
L’anti-natalismo è probabilmente un effetto della depressione, come no, ma questo dimostra che la depressione può essere una condizione di saggezza, non solo una malattia. Diviene una malattia quando non riusciamo a comprenderne il messaggio, e cerchiamo disperatamente di conformarci alle norme dominanti di produttività, efficacia e dinamismo. Respingere il messaggio della depressione, riaffermare la forza della volontà contro il messaggio della depressione è un modo per cadere in una deriva suicida. Se siamo capaci di comprendere il significato e la saggezza della depressione ecco possibile un’evoluzione cosciente e condivisa della depressione.
Nel caso di Tommy questo è evidente: il suo de-natalismo è forse più saggio della decisione irresponsabile di mettere al mondo innocenti destinati a una vita quasi certamente infelice.
Dopo la morte di suo figlio la percezione di Raskin cambia: il suo ottimismo di costituzionalista è scosso dall’esplosione di forza brutale che tende a prevalere sulla forza della ragione, e le sue certezze democratiche vacillano di fronte al dilagare della depressione. “Improvvisamente il mio ottimismo costituzionale mi imbarazza come fosse una vergogna. Temo che il mio luminoso ottimismo politico, quello che molti miei amici hanno più apprezzato in me, sia divenuto una trappola di auto-inganno di massa, una debolezza che può essere sfruttata dai nostri nemici”.
L’ottimismo politico di questo generoso professore di legge è scosso dalla improvvisa comprensione che la democrazia liberale poggia su un fondamento fragile. Infatti scrive: “Sette dei nostri primi dieci presidenti erano proprietari di schiavi. Questi fatti non sono casuali ma nascono dall’architettura stessa delle nostre istituzioni politiche”.
Lo schiavismo fa parte del bagaglio psichico della nazione statunitense. Come può questa nazione pretendere di essere considerata come un esempio per qualcun altro? Come possiamo evitare di pensare che questa nazione è un pericolo per la sopravvivenza dell’umanità?
La legge del padre non ha più alcun potere sul caos
Oggi, primo giorno del novembre 2024, Trump rischia di diventare nuovamente presidente, mentre il mondo, per volontà americana, è entrato in un ciclo di guerra civile psicotica i cui esiti sono imprevedibili, anzi propriamente impensabili. Il padre non ha più un mondo di senso da consegnare al figlio. La legge del padre non ha più alcun potere sul caos.
Chiunque vinca queste elezioni drogate da miliardi di dollari, il caos è garantito.
Fonte
02/11/2024
Necrolost
di Alessandra Daniele
[Avvertenza:
il titolo non è spoiler, significa necrologio di Lost. La foto non è
spoiler, risale alla quarta stagione. Il mio nome non è spoiler, non
sono un incrocio fra le Rousseau. L’incipit non è spoiler, è generico.
L’articolo invece è spoiler. Almeno quello, e che cazzo]
Sette giorni fa, dopo una lunga e straziante agonia, s’è spento Lost.
Il metaforico ouroboros che si mordeva la coda, un morso alla volta è arrivato alla testa e s’è mangiato anche quella, sparendo con un rutto.
La fine di Lost lascia un vuoto di senso del tutto incolmabile.
Ne danno il triste annuncio milioni di fans per anni devoti, e oggi incazzati come dei metaforici cobra.
SEGUE SPOILER
La prima volta che me ne sono occupata su Carmilla, Lost era ancora una serie di fantascienza in possesso delle sue facoltà. Si notavano già momenti d’assenza, vuoti di logica, sbalzi di trama, ma quale serie non ne ha? Di solito si dà la colpa allo stress, o allo sciopero degli sceneggiatori.
Era appena terminata la quarta stagione, e tutto pareva finalmente avviato verso una soluzione immaginosa ma sensata: anomalie temporali, una ragnatela di crepe nel continuum. A sfidarsi per il controllo sull’epicentro del cronosisma i due volti del potere: quello economico-militare – Widmore – e quello basato sulla manipolazione delle informazioni e dell’immaginario – Ben – a quel punto uno dei migliori villain mai visti in tv.
Già dall’inizio della quinta stagione però, l’esplosione dei sintomi più devastanti: le sottili anomalie temporali di colpo degenerate in una sgangherata giostra di lampi e zompi, il continuum narrativo disarticolato, i due personaggi cardine distrutti.
La sorte migliore è toccata a Locke, strangolato da Ben nella scena che può essere considerata il canto del cigno di Lost. A Ben è toccata la sorte peggiore, metaforicamente eviscerato sull’altare d’una redenzione umiliante e assurda, svuotato dell’essenza stessa del suo personaggio, la conoscenza, mentre Michael Emerson veniva così punito per il suo talento con la retrocessione al ruolo di spalla.
La rovina definitiva, la demenza, è arrivata alla fine della quinta stagione, con l’improvvisa e ridicola materializzazione di Ottusangolo Jacob, e Fumo Cattivo, promosso da antifurto dell’isola a ”demoniaco” antagonista principale.
L’inizio della tragica involuzione da fantascienza a pessima religious fantasy, e d’un grottesco infinito regresso di Porcodeus Ex Machina incastrati a scapocchia nei buchi di trama che ha ridotto tutti i personaggi, vivi e morti, a patetiche marionette.
Per tutta la sesta stagione, Lost s’è trascinato in stato confusionale da una stronzata all’altra, in attesa della fine. Pochissimi i momenti salvabili, dovuti esclusivamente allo sforzo sovrumano compiuto da Michael Emerson e Terry O’Quinn per tirare fuori qualcosa di decente dallo squinternato copione toccatogli.
Il resto, solo un’avvilente brodazza di autoparodie involontarie, bave di telenovela, rigurgiti di peplum mitologico, ridicolo fantasy da Melevisione, deliri da telepredicatore cristianoide.
Fino all’implosione terminale, uno sbracata esaltazione della fede cieca e dell’obbedienza decerebrata, con Jack che s’immola a rificcare il Magico Butt-plug in culo all’isola, e ascende al Paradiso della Luce Smarmellata, lasciando i fans superstiti a dibattere inutilmente su quante delle cazzate inspiegabili viste in questi anni siano state solo una sua allucinazione pre-mortem. Entrambe le (presunte) realtà parallele, o solo la più idiota?
La versione ufficiale è la meno sensata. Questo finale a cazzo di cane sembra piuttosto accreditare la popolare teoria che tutto sia stato solo un sogno di Vincent, il labrador retriever.
In realtà, l’unico a svelarci l’autentica natura del mondo di Lost era stato Henry Gale: “This place is a joke”.
Ci serva di monito.
Qualsiasi serie che cerchi di fidelizzare l’audience accatastando misteri e domande senza risposta va considerata una truffa in larga scala sul modello dei famigerati investimenti piramidali, uno schema di Ponzi, e immediatamente respinta come tale. Nessuno avrà mai le risposte alle domande di Lost, semplicemente perché quelle risposte non sono mai esistite. Il costante accumulo di misteri insoluti e insolubili non era che un artificio narrativo per continuare a espandere la bolla speculativa, fino all’inevitabile, rovinosa bancarotta finale.
La decerebrata involuzione dei personaggi quest’anno ha poi smascherato come ennesima scusa truffaldina anche la tanto millantata dedizione al loro ”sviluppo”, e tutta la sgangherata architettura narrativa è così collassata in un desolante mucchio di macerie.
Ai fan attivi da anni su centinaia di forum resta solo la beffarda consapevolezza che ognuna delle loro teorie, anche la più demenziale, sarebbe stata in grado di fornire a Lost un finale migliore di questa patacca rifilatagli dalla ditta Lindelof & Cuse.
Allarmismi e tensioni crescenti in Medio Oriente. Chi attaccherà chi?
Gli Stati Uniti intanto hanno già annunciato il dispiegamento di nuove forze militari in Medio Oriente per affrontare la presunta minaccia dell’Iran a Israele. Lo ha comunicato il portavoce del Pentagono, il generale Pat Ryder. Tra questi ci sono i nuovi cacciatorpedinieri per la difesa contro i missili balistici, squadroni di caccia e aerei cisterna e diversi bombardieri a lungo raggio B-52. Queste forze inizieranno ad arrivare nei prossimi mesi, ha precisato il Dipartimento della Difesa USA. La Casa Bianca, intanto, ha riferito d'aver chiesto a Teheran di non rispondere alla rappresaglia israeliana.
A complicare la situazione c’è anche l’inconsistenza di ogni negoziato per un cessate il fuoco sia in Libano, sia a Gaza. Il mediatore Usa Amos Hochstein “è sparito nel nulla”, ha denunciato il presidente del Parlamento libanese Nabih Berri, sottolineando come l’iniziativa statunitense sul cessate il fuoco in Libano è fallita perché Israele ha rifiutato ogni road map proposta chiedendo comunque mano libera per i suoi attacchi militari sia in Libano che a Gaza.
L’intelligence israeliana da giorni sta diffondendo la notizia che l’Iran si stia preparando ad attaccare Israele dal territorio iracheno nei prossimi giorni, possibilmente prima delle elezioni presidenziali statunitensi in programma il 5 novembre. La pervicacia con cui i mass media filo-israeliani negli Usa come in Italia stanno ripetendo questa notizia, fa nascere il sospetto che possa trattarsi della preparazione del terreno per legittimare un eventuale “attacco preventivo” israeliano contro l’Iran.
A rafforzare questa tesi c’è anche la inusuale precisione e il bilancio di danni e feriti con cui vengono descritti gli obiettivi raggiunti dai razzi lanciati da Hezbollah in queste ore. Una precisione che non c’era mai stata nei mesi precedenti in cui sembrava che questi razzi venissero tutti intercettati o cadessero nel nulla. In questo modo invece si amplifica l’immagine di una Israele sotto attacco.
L’indiscrezione che l’Iran si appresterebbe ad attaccare Israele sarebbe stata riferita da due fonti israeliane al sito di informazione statunitense Axios, secondo le quali per l’intelligence israeliana l’attacco potrebbe essere condotto utilizzando un gran numero di droni e missili balistici lanciati però dal territorio iracheno e non dall’Iran.
“Quando Israele ha attaccato l’Iran ha violato lo spazio aereo iracheno e le norme internazionali, e gli Stati Uniti hanno collaborato con esso, nonostante i suoi accordi di sicurezza con l’Iraq”, ha detto Haider al-Lami, membro dell’ufficio politico della milizia irachena Hezbollah al-Nujaba, all’agenzia di stampa libanese Al-Akhbar. “L’Iran ha il diritto di attaccare Israele da qualsiasi punto dell’Iraq”, ha aggiunto il leader iracheno.
Se l’Iran dovesse affrontare una minaccia alla sua esistenza la dottrina nucleare di Teheran potrebbe cambiare, ha dichiarato all’emittente libanese Al Mayadeen Kamal Kharrazi, consigliere della guida suprema iraniana Ali Khamenei, aggiungendo che Teheran probabilmente aumenterà la gittata dei suoi missili balistici. Inoltre, Kharrazi ha spiegato che l’Iran risponderà all’attacco israeliano del 26 ottobre “al momento giusto, nel modo giusto”, il che vuole dire tutto e niente.
La notte del 26 ottobre scorso, Israele ha lanciato attacchi contro siti militari in Iran in risposta all’attacco missilistico di Teheran del primo ottobre, a sua volta una rappresaglia per l’uccisione dei leader di Hamas e Hezbollah, rispettivamente Ismail Haniyeh e Hassan Nasrallah, e del generale iraniano Abbas Nilforoushan.
Secondo indiscrezioni diffuse dal New York Times, la Guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, nei giorni scorsi aveva ordinato al Supremo consiglio per la sicurezza nazionale del Paese di prepararsi ad attaccare Israele. “I nemici, che si tratti del regime sionista o degli Stati Uniti d’America, riceveranno sicuramente una risposta schiacciante a ciò che stanno facendo all’Iran, alla nazione iraniana e al fronte della resistenza”, ha dichiarato Khamenei in un video pubblicato dai media statali iraniani.
Khamenei, scrive il giornale statunitense, ha preso la decisione dopo aver esaminato un rapporto dettagliato di comandanti militari sull’entità dei danni provocati dal raid israeliano della scorsa settimana alla capacità di produzione missilistica del Paese, ai sistemi di difesa aerea intorno a Teheran, alle infrastrutture energetiche critiche e a un porto situato nel sud.
Il conto alla rovescia sulle elezioni statunitensi – previste per martedì prossimo – riduce la forbice temporale per azioni che mettano la nuova amministrazione presidenziale Usa di fronte al fatto compiuto. Difficile che in questo strettissimo arco di tempo si giochino partite decisive. In tal senso gli allarmismi diffusi a piene mani in queste ore appaiono piuttosto strumentali. Ma la strategia del “cane pazzo” adottata da Israele ci ha bruscamente insegnato che non ci sono più limiti che questo stato-canaglia non possa superare. Glielo hanno consentito per troppi anni e senza mai pagarne le conseguenze.
Fonte
Quando l’ignoranza è al servizio dei potenti
Attribuire il recente disastro meteorologico in Spagna (o quello in Emilia) solo ai cambiamenti climatici è una ipotesi approssimativa. Non tiene conto di una regola semplice-semplice, che non serve essere molto “studiati” per capire: disastri naturali singoli del genere sono avvenuti anche in passato, magari anche peggiori, come gravità.
Quindi?
È invece vero che il rischio dovuto a questi eventi è aumentato a causa dei cambiamenti climatici. Il rischio è grossomodo il prodotto di due quantità: la frequenza con la quale accadono i disastri, e la loro gravità (i danni).
R = F * D
F si misura in disastri all’anno.
D si misura p.es. in morti per ogni disastro (o M€)
Moltiplicando, il Rischio allora sono morti all’anno. È la definizione tecnologica del Rischio, che dalla metà degli anni '60 ci permette di valutarlo.
Come gestire il rischio, in caso di eventi “naturali”?
La mitigazione: riduce le conseguenze dell’evento, quando esso capita. Abbassa quindi D. Qui possiamo intervenire localmente. Sia chiaro che la mitigazione efficace si fa prima – preparandosi ai disastri – e non “dopo”, soluzione preferita dai governanti, che “portano la solidarietà delle istituzioni alle vittime” e “studieranno soluzioni per porre rimedio”: rispetto al pensarci prima, questo porta molte più apparizioni sui media. Tanto, la “colpa” è sempre di quelli che c’erano prima.
La prevenzione: riduce la frequenza di questi disastri. Come? Mentre nel caso della sicurezza industriale occorre “rendere più robusto” il sistema, riducendo i guasti e anche progettandoli meglio, per i disastri “naturali” la ricetta è più semplice: occorre smettere di rovinare il clima terrestre, come stiamo continuando a fare. Se non la piantiamo e invertiamo la tendenza, la frequenza di questi disastri gravi aumenterà. La prevenzione quindi si fa a livello globale.
Tutto chiaro, no?
Bene. Questo comporta azioni concrete da parte dei governi, sia a livello locale che a livello globale. Azioni concrete, che hanno costi, sono delle vere scocciature per i governi (“democratici” e non), che odiano investire su azioni che hanno benefici DOPO che loro non saranno più in carica.
Perché una cosa è chiara: a costoro, ai nostri governanti, del clima, dei disastri, dei morti, dei danni, importa fino a un certo punto: i loro scrupoli morali, il loro reale interesse per il bene comune, sono generalmente delle verniciature assai sottili. A costoro, interessano in realtà due cose: accumulare denaro per sé e i propri clientes, ed avere una buona nomea in modo da essere rieletti, loro stessi o i loro tirapiedi, o alla peggio i loro compagni di partito.
Per gente che intende la politica e l’amministrare la cosa pubblica come una fonte di potere e privilegio cui accedere con ogni mezzo e mantenere ad ogni costo, apparecchiando mezze verità e menzogne che appaiano buone azioni, ma che debbono durare dieci anni al massimo, il clima non era un problema: protocollo di Kyoto, solenni impegni, entro il 2030-anzi2050-no2100, minimo sforzo e dar fastidio il meno possibile.
Però ora i disastri gravi sono già arrivati e potrebbero essere nocivi (per le prossime elezioni, che avevate capito?). Gli scienziati di regime – davanti a questi nuovi fatti – sono diventati parzialmente inadatti.
Da un lato, per l’attuale classe politica occorre trovare scuse più credibili per sprecare gran parte del plusvalore umano in armi e guerre. Impedire il più possibile che si formi un’opinione pubblica realmente informata, che rigetti mentalità nazionaliste e belliciste buone per il secolo scorso. Insomma, rallentare il più possibile il cambiamento: ovviamente, questo non è legato al progresso tecnico, ma all’uso sociale che del progresso scientifico viene fatto.
Questo compito è lasciato alla propaganda politica, cioè ai media, ai giornalisti, opinion maker, spin doctor. Un reale progresso, inteso come diffusione del sapere, conoscenza della situazione, comporterebbe mutamenti, pericolosi perché aumenterebbero le possibilità che i gruppi ristretti di personaggi oggi al potere – spesso inutili o dannosi – venissero sbalzati dall’amata sella. Sbalzati dalla cosiddetta “Storia”: prima che finisse venduta per la pubblicità dell’Enel, una canzone diceva più o meno “La storia siamo noi. Perché è la gente che fa la Storia, e la Storia mette i brividi, perché nessuno la può fermare”.
Bene: alla lunga è probabilmente vero, ma proprio la fine indegna che hanno fatto quelle frasi ci fa capire come la Storia non si può fermare, ma si può rallentare e intralciare. Incanalare verso percorsi in parte innocui e inutili. La stessa parola “Progresso” è stata utilizzata in maniere talmente distorte ed ipocrite, che – oggi – ha perso in gran parte la sua accezione reale e positiva: va usata virgolettandola.
La ricetta è quindi incanalare in parte la forza irrefrenabile che è la propensione umana alla conoscenza in piccoli rigagnoli inoffensivi.
Qui interviene in aiuto, trovando terreno ben preparato, l’ignoranza e l’incultura globale, diffusa da personaggi che – rasoio di Occam alla mano – non possono che essere al servizio dei potenti stessi, avendo obiettivi convergenti.
Tornando al problema dei disastri ambientali, prima ci sono stati i negazionisti del cambiamento climatico. Ci sono ancora, ma sono sempre meno ed antipatici, hanno perso credibilità col passare del tempo e dinanzi all’evidenza dei fatti.
Più utili sono i nìgazionisti: riconoscono il problema, ma asseriscono che va risolto con approccio riformista. Il discorso è lungo, ma crediamo sia chiaro, quando la soluzione del problema dei cambiamenti climatici viene affidata agli stessi che di questi cambiamenti sono i principali responsabili storici, e che grazie ai loro comportamenti basano il loro attuale benessere e privilegio. Qualcuno potrebbe restare perplesso, davanti alla strategia di chiedere all’oste se il vino è buono.
Allora, mandiamo avanti i complottisti. Quelli religiosi (Zeus ci manda il diluvio universale per punirci dei nostri peccati, in particolare la masturbazione) non funzionano più neppure quelli. L’umanità è ancora ignorante, ma non più così tanto da credere davvero alle religioni.
Meglio allora i complottisti 2.0: i potenti stanno facendo qualcosa di realmente criminale ed inescusabile, ma “non celo dicono“. Non stanno quindi agendo alla luce del sole per fregarci, no: lo fanno “in segreto“. Ed è questo segreto che va svelato, altro che perder tempo in mitigazione e prevenzione. Noi – “sacerdoti della verità vera” – indichiamo al popolo su cosa preoccuparsi e lottare. Tutto sarà così risolto.
Con ipotesi talmente assurde che, pur essendo credute da moltitudini di poveretti, risultano smontabili con una risata da parte di qualunque scienziatucolo al servizio dei potenti, per i quali questi sacerdoti alla Red Ronnie sono dei nemici molto più comodi di scienziati e climatologi seri e non servi del potere. Così comodi – questi nemici – da essere talvolta (come si scopre prima o poi) a libro paga delle agenzie che svolgono per i governi i lavoretti più sporchi.
Di chi parliamo, nel caso dei disastri ambientali? Ma dei Fafioché.
In dialetto piemontese, si definivano così i fanfaroni che promettevano ai contadini di far piovere. Dietro compenso, ovviamente.
Oggi, fafiochè si traduce con Cloud Seeding.
(L’articolo prosegue con cambio d’autore, uno scienziato molto più serio ed educato di me, Leonardo Nicolì che condivido al 100% e ringrazio scusandomi)
2. Maltempo, clima e cloud seeding (di Leonardo Nicolì)
Quando avvengono tragedie come quelle dell’Emilia o di Valencia, spesso la colpa viene attribuita ai tombini intasati o ai fiumi trascurati. Ma questo è solo un lato del problema. Siamo di fronte a eventi meteorologici estremi, più intensi e frequenti rispetto al passato, che sono una delle conseguenze tangibili del cambiamento climatico.
Non si tratta solo di “maltempo”. I cambiamenti climatici alterano gli equilibri naturali, aumentando l’intensità delle precipitazioni, prolungando periodi di siccità e rendendo sempre più difficile prevedere i fenomeni atmosferici.
C’è chi punta il dito sul “cloud seeding”, o inseminazione delle nuvole, pensando che possa essere una delle cause di questi eventi.
È importante fare chiarezza.
Il cloud seeding, quando applicato, ha un impatto molto limitato e locale, utilizzato solo in circostanze particolari per aumentare la probabilità di pioggia in zone precise e in piccole quantità.
I grandi eventi meteorologici e i disastri naturali che viviamo sono, invece, strettamente collegati al cambiamento climatico globale, causato dall’innalzamento delle temperature e dall’inquinamento atmosferico. Pensare che il cloud seeding sia responsabile di inondazioni o disastri è fuorviante.
Affrontare il cambiamento climatico significa non solo migliorare la manutenzione, ma anche ridurre le emissioni, rispettare l’ambiente e adottare strategie per proteggere le nostre comunità. Il clima cambia, e dobbiamo cambiare anche noi per non dover piangere più tragedie evitabili.
3. Conclusioni ed un parallelo amaro
Puntare il dito sul cloud seeding per attribuirgli i disastri ambientali ha la stessa fondatezza scientifica di attribuire le aurore boreali al riflesso del sole sulla pancia delle aringhe. Punto.
Ma non si tratta di fanfaroni tutto sommato innocui. Dal punto di vista morale, un simile atteggiamento merita disprezzo, perché è un metodo di distrazione di massa messo in atto proditoriamente (avrete capito dal tono che quest’ultimo capitolo è di nuovo mio): fa venire in mente la giusta opposizione alla sovraesposizione ai campi elettromagnetici dovuta all’esplosione del wireless e del 5G.
Un normale allarme, di fronte ad un Wild West di crescita incontrollata dell’esposizione, che fino a qualche anno fa sembrava – portando avanti obiezioni scientifiche serie basate sul principio di precauzione e sul progredire di evidenze e studi sulla pericolosità – poter ottenere che anche a questo fattore di rischio fosse posto un limite ragionevole, come è accaduto in passato a molti agenti inquinanti e/o genotossici. Cito questo esempio perché è uno dei miei argomenti di ricerca e insegnamento: la protezione dalle radiazioni, ionizzanti o non.
Sappiamo purtroppo come è andata a finire: tre anni fa sono arrivati quelli che ci hanno detto che nei vaccini erano contenute delle “nanoparticelle” che grazie ai campi magnetici del 5G ci avrebbero controllato come automi, ponendo anche delle “date di scadenza” di attivazione di questa immensa manovra che avrebbe comportato lo sterminio dell’umanità.
Certo, riviste adesso a distanza di soli pochissimi anni, queste solenni castronerie destano più che altro ilarità: ma hanno avuto come conseguenza il totale discredito scientifico e la giustificata – in parte – svalutazione a pseudoscienza di tutta la ricerca scientifica sull’argomento “5G” e per estensione sul rischio per la salute dell’esposizione prolungata ai campi elettromagnetici: una vera manna, alla fine della fiera, per chi è andato negli ultimi anni – facendo affari miliardari – verso l’elettromagnetizzazione selvaggia e indiscriminata dell’umanità.
Il “No 5G” è diventato argomento da byoblu. Missione compiuta.
di Massimo Zucchetti, professore ordinario dal 2000 presso il Politecnico di Torino, Dipartimento di Energia. Attualmente è docente di Radiation Protection, Tecnologie Nucleari, Storia dell’energia, Centrali nucleari. E’ entrato nella “cinquina” finale dei candidati al premio Nobel per la fisica nel 2015.
Fonte