Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

01/01/2026

Nomads (1986) di John McTiernan - Minirece

Perché Bitcoin e altre criptovalute sono crollate

Dei tanti comandamenti che regolano il mondo delle criptovalute, il più noto e importante è probabilmente quello che recita: buy the dip (“compra il calo”). Non è una vera e propria regola (che d’altra parte, in campo finanziario e speculativo, non esistono), ma è innegabile che chi – nel corso dei quasi due decenni di esistenza dei bitcoin – ha approfittato dei vari crolli che si sono susseguiti per acquistare la più antica delle criptovalute raramente ha sbagliato.

I numeri parlano chiaro: dopo lo scoppio della grande bolla dell’inverno 2017/18, il valore dei bitcoin precipitò da 19mila a 3.500 dollari. Chi avesse avuto il sangue freddo di acquistare i bitcoin al loro minimo e mentre la stampa ne celebrava per l’ennesima volta la “morte”, per poi attendere pazientemente la risalita, avrebbe potuto realizzare nel novembre 2021, poco più di due anni e mezzo più tardi, un guadagno del 1800% circa (i bitcoin toccarono infatti, quel mese, 67mila dollari).

Lo stesso si è ripetuto in altre occasioni, sia precedenti sia successive: ogni crollo del mercato delle criptovalute è stato seguito da una netta risalita, che nel caso dei bitcoin li ha portati a infrangere un record dopo l’altro, fino a raggiungere il massimo storico di 124mila dollari nell’ottobre del 2025 (dopo essere scesi fino a 16mila dollari del dicembre 2022).

È anche per questa ragione che quando si moltiplicano i titoli sull’ennesimo (e, dal punto di vista speculativo, inevitabile) crollo delle criptovalute, è anche il momento in cui i true believers, ovvero i più fedeli sostenitori del mondo cripto, approfittano di quelli che considerano “prezzi di saldo” per acquistare bitcoin o altre monete digitali e poi attendere la risalita.

Investimenti controcorrente

Per quanto queste regole – che sono in verità previsioni basate sul comportamento passato – potrebbero sempre venire smentite, va sottolineato che il concetto di “buy the dip” non riguarda soltanto le criptovalute, ma viene anzi applicato nel mondo finanziario da secoli. Due aneddoti sono ormai passati alla leggenda (ed è infatti impossibile stabilirne la veridicità storica): il primo risale addirittura ai primi del 1800, quando Nathan Mayer Rothschild approfittò del panico causato dalle Guerre Napoleoniche per acquistare i titoli di stato britannici di cui tutti volevano liberarsi e poi, dopo la vittoria del Regno Unito, si arricchì immensamente. Il modo di dire che gli viene attribuito riassume in poche parole il concetto: “Compra quando c’è il sangue per le strade” (in cui il “sangue” è preferibilmente da intendersi metaforicamente con il significato di “crollo del valore degli asset finanziari”).

Il secondo aneddoto ha invece come protagonista Joe Kennedy. La leggenda vuole che nel 1929, all’apice della frenesia dei mercati, il padre del futuro presidente degli Stati Uniti JFK si fermò in un vicolo di Wall Street per farsi lucidare le scarpe. Mentre svolgeva il lavoro, il lustrascarpe confidò a Kennedy quali fossero le azioni secondo lui più promettenti. Per l’investitore fu una sorta di epifania: comprese che, se perfino una persona priva di qualunque competenza finanziaria si stava dilettando con le azioni, era giunto il momento di vendere. In questo modo, Joe Kennedy riuscì a liberarsi delle sue azioni mentre ancora erano ai valori massimi. Il martedì successivo, il 29 ottobre del 1929, i mercati crollarono e iniziò la Grande Depressione.

Sono due aneddoti che riassumono il cosiddetto “investimento controcorrente” (compra quando tutti vendono e viceversa) e che, tornando al mondo delle criptovalute, potremmo aggiornare così: vendi quando perfino il TG1 parla del boom dei bitcoin e compra quando sui social tutti dicono che sono morti.

Perché sono crollate le criptovalute

Andrà così anche questa volta? Le ultime settimane sono state molto pesanti sotto il fronte delle criptovalute. E questo nonostante una parte consistente degli addetti ai lavori avesse vaticinato una nuova imponente ascesa proprio nel corso dell’inverno del 2025-26, seguendo così fedelmente quel ciclo quadriennale di crescita che segue il momento dell’halving (quando cioè viene dimezzata la ricompensa in bitcoin elargita ai “miner”).

E invece, dopo i massimi di ottobre e una fase di stagnazione, il mercato delle criptovalute è crollato sul finire del mese di novembre: i bitcoin sono scesi di oltre il 30% rispetto ai massimi di ottobre 2025 (da 124mila a 84mila dollari), mentre cali anche peggiori sono stati accusati da ether (-40%), XRP (-45%) e tutte le altre principali altcoin. Nel complesso, il mercato delle criptovalute ha perso oltre mille miliardi di dollari di valore, prima di tentare, nei primi giorni di dicembre, una timida ripresa.

Che cos’è successo? Perché un crollo così improvviso e imprevisto proprio nell’anno dell’elezione di Donald Trump, che in campagna elettorale aveva promesso di rendere gli Stati Uniti la prima “cripto-superpotenza” della storia? La teoria più diffusa, ripresa anche dal Wall Street Journal, vuole che questo crollo sia paradossalmente legato al successo delle criptovalute e alla loro diffusione tra i grandi investitori istituzionali, avvenuta soprattutto in seguito all’esplosione degli ETF. Gli exchange-traded fund sono strumenti finanziari quotati in Borsa, che replicano l’andamento di un asset – in questo caso i bitcoin o gli ether – e che consentono agli investitori di esporsi alle criptovalute senza possederle direttamente.

Dopo le prime approvazioni negli Stati Uniti, avvenute a inizio 2024, gli ETF che trattano bitcoin ed ether sono esplosi, venendo adottati da colossi come BlackRock, Fidelity, Invesco, Ark Invest e attirando decine di miliardi di dollari (che a loro volta hanno fatto crescere il valore del mercato cripto, che tra il 2024 e il 2025 è passato da 1.600 a 4.200 miliardi di dollari).

Come ha però sintetizzato, parlando con il WSJ, Cory Klippsten, CEO dell’exchange Swan Bitcoin, “una volta che le istituzioni sono coinvolte, le criptovalute iniziano a essere scambiate come un asset istituzionale”. In parole più semplici, i tempi in cui l’andamento dei bitcoin era scollegato dal mercato tradizionale (e in alcune occasioni andava addirittura in direzione inversa, perché i più avventurosi si rivolgevano alle criptovalute quando Wall Street non dava loro soddisfazione) sono passati. Oggi, proprio per via della loro adozione istituzionale, il mercato delle criptovalute tende a muoversi in maniera sempre più correlata agli indici finanziari tradizionali.

Stando a questa interpretazione, non è un caso che il crollo dei bitcoin sia avvenuto a novembre, mese segnato da grandi turbolenze finanziarie legate al timore di un imminente scoppio della bolla dell’intelligenza artificiale. Per quanto percentualmente più contenuto, il brusco calo del valore delle azioni di Nvidia o Meta si è verificato negli stessi giorni in cui sono crollate le criptovalute, confermando come il mercato dei bitcoin ormai segua l’andamento di quello tradizionale.

“Dal mese di ottobre, i bitcoin si sono comportati più come azioni tech ad alta crescita che come un bene rifugio non correlato”, si legge sul South China Morning Post, che cita un report della Deutsche Bank. Che la correlazione tra il mercato cripto e quello tradizionale stesse aumentando era evidente già da tempo, ma il fatto che questa dinamica si stia ulteriormente rafforzando potrebbe allontanare i cosiddetti investitori “retail” (i piccoli investitori comuni), che sono stati storicamente attratti dall’alta volatilità dei bitcoin e dai loro meccanismi peculiari.

Nel momento in cui il mercato delle criptovalute (soprattutto di quelle più consolidate) inizia a muoversi come il Nasdaq e a diventare sempre più istituzionale, i piccoli investitori potrebbero andare in cerca di nuovi e ancora sconosciuti modi per facili (ma rischiosi) guadagni, com’è stato in passato con i “marijuana stocks”, i meme stocks (celebre il caso GameStop) e più di recente con i memecoin (su cui torneremo tra poco).

A confermare questa teoria è ancora la Deutsche Bank, secondo cui l’adozione dei bitcoin e delle altre più diffuse criptovalute sarebbe scesa tra gli investitori retail dal 17% della scorsa estate al 15% attuale. Un calo ridotto ma significativo, visto che l’adozione in costante crescita (anche se solo a scopo di compravendita) è uno dei fattori fondamentali alla base delle previsioni al rialzo.

Un altro aspetto che probabilmente ha influenzato il crollo dei bitcoin è che, come nota la CNBC, i dati sull’occupazione negli Stati Uniti per il mese di settembre hanno mostrato una crescita dei posti di lavoro più forte del previsto (119mila nuovi impieghi contro i circa 50mila previsti). Numeri positivi ma che hanno ridotto la probabilità di un taglio dei tassi d’interesse da parte della Federal Reserve durante il mese di dicembre, mentre contestualmente anche la BCE ha mantenuto i tassi invariati. I tagli dei tassi sono generalmente considerati una buona notizia per il prezzo dei bitcoin, perché aumentano la liquidità nei mercati e quindi possono fare da volano ai mercati speculativi.

Il boom c’è già stato

E se invece le cose fossero molto più semplici di così? Come abbiamo accennato, almeno a partire dal 2013 i bitcoin si muovono a cicli quadriennali, con il massimo della crescita che avviene durante l’inverno. È uno schema che si ripete da 12 anni e che non ha mai tradito le aspettative. Ma è possibile che un meccanismo speculativo si ripeta identico ogni quattro anni? Ovviamente, no: se tutti sapessimo con certezza quando vendere e quando comprare non troveremmo nessuno disposto, viceversa, ad acquistare ciò che vogliamo vendere o a vendere quando vogliamo comprare.

Una variabilità nella dinamica del ciclo quadriennale è necessaria per evitare che il mercato si blocchi. E quindi, se il tanto atteso boom delle criptovalute ci fosse semplicemente già stato? Se fosse solo stato anticipato rispetto alle attese, e adesso stessimo assistendo all’inevitabile correzione che segue un’imponente crescita? Se l’ascesa – e anche il declino, se si arresterà sui valori attuali – fosse semplicemente stata inferiore alle attese?

In effetti, il primo grande picco storico nel valore dei bitcoin e delle altcoin (ether e tutte le altre criptovalute minori) fu raggiunto, come detto, nella metà del dicembre 2017. Avanti di quattro anni, nel 2021 il nuovo massimo dei bitcoin viene raggiunto nella prima metà di novembre, quindi circa con un mese in anticipo. Nel 2025, il massimo storico dei bitcoin è stato raggiunto a ottobre (tutti i dati sono presi da CoinMarketCap e CoinGecko).

È come se il picco di questo famigerato ciclo quadriennale venisse via via anticipato di un mese dagli investitori più avveduti, che così mandano il primo importante segnale ribassista al mercato. Allo stesso tempo, e in questo caso probabilmente a causa dell’istituzionalizzazione dei bitcoin, le impennate della più antica criptovaluta e del mercato nel suo complesso sono sempre meno brusche.

Dal massimo del 2013 a quello del 2017, il valore dei bitcoin aumentò di quasi 20 volte (da mille dollari a 19mila). Tra il 2017 e il 2021, la crescita fu “solo” del 230% (da 19mila a 67mila). Tra il 2021 e il 2025 è stata (a meno di improvvise sorprese) invece del 96% (da 67mila a 124mila). Se le cose stessero così, sarebbe un altro segnale della normalizzazione dei bitcoin e i suoi fratelli, il cui mercato continua a essere molto più volatile delle azioni tradizionali, ma lo è sempre meno.

C’è però un altro elemento che torna ogni quattro anni e che ha accompagnato le varie ascese dei bitcoin e delle altcoin: il fatto che ogni ciclo fosse anticipato e alimentato da un concomitante fenomeno ultraspeculativo sempre basato su blockchain e criptovalute. Nel 2017 fu la volta delle ICO (initial coin offering, una sorta di “quotazione in borsa” ufficiosa di alcune imprese basate su blockchain, che si finanziavano vendendo i loro token, acquistati nella speranza che aumentassero di valore). Nel 2021 fu invece il turno dei notissimi NFT (non-fungible token, una specie di firma elettronica basata su blockchain che certifica la proprietà di un bene digitale).

E nel 2025? Per quanto siano almeno in parte già stati dimenticati, l’anno che sta per concludersi (e anche quello precedente) è stato all’insegna dei “memecoin”: token creati su piattaforme blockchain come Ethereum o Solana, che spesso prendono il nome di influencer o celebrità (tra cui lo stesso Donald Trump), la cui vita finanziaria è di pochi giorni o settimane e che vengono creati senza nessuno scopo al di fuori della pura e spregiudicata speculazione.

Tutto ciò sembra confermare, insomma, che il ciclo non sia stato mancato, ma semplicemente sia stato meno robusto delle attese (o speranze) e leggermente anticipato: “La verità è che l’hangover era iniziato già da mesi”, ha spiegato Thomas Perfumo, economista dell’exchange Kraken. La sensazione che si sia giunti alla fine dell’attuale ciclo è confermata anche da Matthew Hogan, responsabile degli investimenti di Bitwise Asset Management: “Penso che si sia più vicini alla fine delle vendite che al loro inizio, ma i mercati sono in turbolenza e potrebbero esserci altri cali prima di vedere una risalita”.

Se così fosse, significherebbe che a una crescita ridotta segue una correzione di circa il 30/40%, molto inferiore rispetto ai crolli del passato, che superavano anche l’80%. Bisognerà però aspettare ancora a lungo per essere sicuri che la caduta si sia già fermata, e nel frattempo – ovviamente – tutto potrebbe ancora accadere e ogni previsione e interpretazione venire seccamente smentita.

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Quando il welfare è nelle mani delle aziende

Il 2026 doveva essere l’anno del PNRR, per raccogliere i frutti di quel Piano nazionale di ripresa e resilienza pensato per ridisegnare il Paese e non per restituirci la “normalità” che ci ha portato alla pandemia. Tra gli obiettivi iniziali del Piano (Missione 4, componente 1) c’era la creazione di 264.480 nuovi posti in asili nido e scuole per l’infanzia entro fine 2025, con 4,6 miliardi di euro a bilancio. Poi l’attuale governo ha tagliato la previsione a 150.480 posti e spostato la scadenza a giugno 2026, al fotofinish, riducendo le risorse a 3,24 miliardi. La copertura prevista a fine progetto passerebbe perciò da 46 a 39 posti ogni 100 bambini di 0-2 anni. Ma siamo nel campo della fantasia.

Per l’Ufficio parlamentare di bilancio già un anno fa erano evidenti le “incertezze sul conseguimento dell’obiettivo sia in termini quantitativi sia temporali”. Nel maggio 2025 l’Istat ci ha ricordato in quale Paese viviamo. Secondo l’ultimo “Report sui servizi educativi per l’infanzia in Italia” nell’anno educativo 2022/2023, le unità di offerta censite sul territorio nazionale hanno per la prima volta superato quota 14mila: anche se l’incremento dei posti complessivi (pubblici e privati) è del 4,5% rispetto all’anno prima, non riesce comunque a soddisfare la domanda che pure continua a crescere nonostante il tracollo delle nascite. Quasi sei strutture su dieci riportano di avere bambini in lista d’attesa, dato in aumento. “Le difficoltà a soddisfare tutte le richieste risultano più marcate nei servizi del settore pubblico – ricorda l’Istat –: il 68,9% dichiara di avere domande inevase, quota che sale al 73,3% per le unità di offerta pubbliche del Nord. Anche nel settore privato si registrano liste d’attesa, sebbene con minore frequenza: 54% per i servizi privati tout court e 53,7% per quelli convenzionati”.

L’accesso ai servizi educativi è fortemente diseguale. Alcune aree del Paese sono infatti ancora molto distanti dal Livello essenziale delle prestazioni (Lep) fissato al 33% (33 posti ogni 100 bambini) entro il 2027: Campania 13,2%, Sicilia 13,9%, Calabria 15,7%. Dati imbarazzanti se confrontati al recente obiettivo europeo del 45% di copertura entro il 2030. Incidono tantissimo le disuguaglianze sociali: “I bambini che vivono in famiglie a rischio di povertà ed esclusione sociale, con cittadinanza straniera o con la madre non lavoratrice, registrano livelli di frequenza significativamente inferiori rispetto ai coetanei”. Perché non è “solo” una questione di conciliare vita-lavoro ma di equità e promozione dei diritti dell’infanzia. Così come non è “solo” una questione di posti ma di personale educativo qualificato e ben retribuito. L’Istat infatti riporta che il pieno raggiungimento dell’obiettivo PNRR relativo ai posti autorizzati comporterebbe “un incremento stimato tra le 23.700 e le 24.900 unità di personale aggiuntivo a tempo pieno equivalente, da inserire in un comparto oggi costituito da circa 63.400-68.400 educatrici ed educatori”.

E mentre i bandi sugli asili nido del PNRR promossi dal ministero dell’Istruzione continuano a fermarsi al di sotto degli obiettivi, spuntano iniziative che dovrebbero far discutere di più.

È il caso della neonata Fondazione “Cresciamo il futuro”, iscritta al Registro unico nazionale del Terzo settore il primo dicembre 2025. L’hanno istituita nove giganti dell’economia italiana: A2A, Engineering, Eni, FiberCop, Fincantieri, Intesa Sanpaolo, Ita Airways, Leonardo, Open Fiber. “Un progetto innovativo e inclusivo per contrastare la denatalità e favorire il work life balance”, dicono i promotori, che punterebbe alla “creazione e sviluppo della più grande rete nazionale di asili nido diffusi a cui possono accedere tutte le lavoratrici e i lavoratori dipendenti delle aziende aderenti”. Dovrebbe occuparsi della “gestione diretta o indiretta di asili e scuole per l’infanzia”, della “creazione e il coordinamento di una rete di istituti per rendere quanto più fruibile il servizio”, della “gestione diretta e indiretta di una piattaforma digitale essenziale per lo scambio delle informazioni circa l’accesso alle strutture scolastiche e ricettive per l’infanzia”. L’ossessione è “l’abbandono del posto di lavoro a fronte della nascita dei figli”. È il welfare nelle mani delle aziende. Molto poco resiliente.

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Siria - Come è nata e cresciuta l'economia sommersa

Dalla caduta del governo dell’ex Presidente siriano Bashar al-Assad, Hayat Tahrir al-Sham (HTS) ha consolidato il controllo sui settori militare, della sicurezza, dell’istruzione e dell’economia siriani. Una facciata formale di civili, consigli, comitati e ministeri, maschera una cerchia molto più ristretta che dirige le leve del governo. In nessun luogo questo divario tra apparenza e realtà è più evidente che nella sfera economica.

L’autoproclamato Presidente siriano Ahmad al-Sharaa (precedentemente noto come Abu Muhammad al-Julani quando era un capo di Al-Qaeda) ha emanato decreti che istituiscono un nuovo reticolo di organismi economici sotto la sua diretta autorità o sotto la “Segreteria Generale della Presidenza”, guidata da suo fratello Maher al-Sharaa.

Tra questi figurano il Comitato Nazionale per l’Importazione e l’Esportazione, l’Autorità Generale per i Valichi di Frontiera e le Dogane, un fondo sovrano, il Fondo di Sviluppo e l’Autorità Generale per l’Aviazione Civile. Alcuni sono entità ricostituite, un tempo appartenenti ai Ministeri dei Trasporti, dell’Economia o delle Finanze; altri sono invenzioni del nuovo regime. Tutti ora trasferiscono potere verso l’alto nella struttura di comando della famiglia Sharaa.

Sulla carta, l’economia è supervisionata dal Ministro dell’Economia e dell’Industria Mohamed Nidal al-Shaar, dal Ministro delle Finanze Mohamed Yasar Barniyya e dal Governatore della Banca Centrale Abdel Qader al-Hasriyya.

Eppure, uomini d’affari, tecnocrati e addetti ai lavori descrivono un sistema in cui questi funzionari fungono in gran parte da facciata. Il processo decisionale si basa su un “deep state economico” gestito dai fratelli del Presidente e imposto da una figura inaspettata: Ibrahim Sukkarieh, noto all’interno del sistema come Abu Maryam al-Australi.

Il tutore

L’ascesa di Sukkarieh, o “Abu Maryam l’Australiano”, nato in Australia da padre libanese di Akkar e madre australiana, e cresciuto a Brisbane, è diventata una delle storie più rivelatrici della trasformazione della Siria post-Assad.

Arrivò in Siria nel 2013, in un momento di profonda agitazione e in circostanze che sarebbero diventate chiare solo in seguito. Lasciò l’Australia il giorno prima che suo fratello Ahmed compisse un attentato suicida con un’autobomba nella campagna di Damasco, un attentato che rese Ahmed il primo attentatore suicida australiano di cui si abbia notizia.

Un altro fratello, Omar, è stato condannato a quattro anni e mezzo in Australia nel 2016 per aver finanziato il precursore di HTS, il Fronte al-Nusra, ponendo la famiglia sotto il controllo dei servizi segreti in entrambe le parti del mondo.

A Idlib, Ibrahim si è inizialmente creato un profilo come commentatore di lingua inglese, apparendo su programmi Web e social media per discutere del governo della Regione. Usando nomi come “Ibrahim Massoud” e “Ibrahim bin Massoud”, si è presentato come ricercatore e analista, arrivando persino a definirsi scherzosamente su alcune piattaforme come “uomo d’affari, amante del cricket, amante dello shawarma” (una pietanza di carne mediorientale). Eppure, dietro questa immagine costruita ad arte, si nascondeva una storia diversa.

Secondo fonti siriane e molteplici rapporti interni, Sukkarieh ha ricoperto incarichi militari e organizzativi all’interno di HTS, ricoprendo il ruolo di emiro di settore prima del 2020. Nell’ottobre 2022, è entrato a far parte del “comitato di monitoraggio generale” del gruppo, guidato da Abd al-Rahim Attoun, l’ex mufti di HTS che ora dirige l'“ufficio di consultazione religiosa” della presidenza.

Accanto a questi ruoli, Sukkarieh ha gestito E-Clean, un’azienda di igiene strettamente legata al Governo di Salvezza di Idlib, posizionandosi all’intersezione tra l’amministrazione economica e il braccio operativo di HTS. In seguito, nell’ottobre 2023, ha assunto la responsabilità del dossier tecnologico e delle comunicazioni dell’autorità, succedendo ad Abu Talha al-Halabi ed espandendo la sua influenza all’interno delle reti burocratiche di HTS.

Nel corso di tutti questi anni, le autorità australiane lo hanno tenuto nella lista delle persone sanzionate per finanziamento del terrorismo, una designazione che Canberra continua a sostenere, anche se Sukkarieh è passato dai circuiti degli insorti a una sfera decisamente più importante: il palazzo.

Il comitato ombra e la nascita di un’economia parallela

Informazioni internazionali e informazioni trapelate hanno poi rivelato che, dopo il crollo del governo di Assad, Sukkarieh ha assunto un ruolo centrale all’interno del palazzo presidenziale, collaborando direttamente con il fratello maggiore del Presidente siriano, Hazem al-Sharaa, per ristrutturare l’economia siriana.

Indagini giornalistiche lo descrivono come il capo di un “Comitato Ombra” responsabile di orchestrare il sequestro di beni un tempo detenuti da imprenditori dell’era Assad. Secondo fonti a conoscenza delle sue attività, il Comitato ha preso il controllo di circa 1,6 miliardi di dollari (1.363 milioni di euro) in proprietà, portafogli di investimento e partecipazioni nel settore delle telecomunicazioni, inclusi circa 1,5 miliardi di dollari (1,278 miliardi di euro) legati a tre potenti imprenditori affiliati al precedente governo.

Secondo la pubblicazione francese Intelligence Online, Abu Maryam attualmente presiede il comitato presidenziale, in una politica descritta da alcune fonti come “perdono in cambio di denaro”.

Invece di procedure giudiziarie, il Comitato si affida a “accordi”, negoziati che lasciano all’imprenditore preso di mira una frazione dei suoi averi in cambio di pagamenti in denaro, lealtà politica o entrambi. Gran parte della ricchezza recuperata è stata trasferita a un fondo sovrano di recente istituzione, sotto la supervisione presidenziale.

Lo stesso rapporto francese rileva che in precedenza l’uomo ha ricoperto ruoli di supervisione economica all’interno di strutture HTS e che attualmente è coinvolto nella gestione di sistemi finanziari digitali come Sham Cash.

Accordi, sequestri e minacce

Secondo due uomini d’affari, ognuno dei quali ha comunicato personalmente con Abu Maryam al-Australi, la prima fonte, un noto uomo d’affari che ha lasciato Damasco dopo la caduta del governo, afferma: “Abu Maryam al-Australi mi ha chiamato e mi ha proposto un accordo in base al quale avrei rinunciato all’80% dei miei beni. Dopo il mio rifiuto, sono stato minacciato di sequestro di tutti i miei beni mobili e immobili. In seguito abbiamo raggiunto un accordo che mi imponeva di pagare per impedire il sequestro. Dopo aver pagato, mi hanno contattato di nuovo mesi dopo e mi hanno nuovamente estorto denaro. Quando mi sono rifiutato di pagare, i miei beni sono stati sequestrati”.

Conferma di aver contattato il Ministro delle Finanze Barniyya, un vecchio amico, ma il ministro gli ha detto: “Quello che sta accadendo non è legale” e che nessuna legge consente un simile sequestro, eppure non ha l’autorità di fermarlo. Spiega di aver parlato con Abu Maryam solo una volta. In seguito, qualcuno dell’ufficio di Abu Maryam si è occupato del resto. Il primo pagamento, afferma, è stato effettuato in contanti perché si sono rifiutati di accettare qualsiasi bonifico bancario che potesse in seguito fungere da prova.

Il secondo uomo d’affari conferma che, sotto incessanti pressioni e continue estorsioni, è stato costretto a cedere l’80% dei suoi beni, sottolineando che le pressioni provenivano direttamente da Abu Maryam in coordinamento con Hazem al-Sharaa.

Un’altra fonte riferisce che l’uomo d’affari siriano Samir Hassan è stato arrestato a settembre dai servizi di sicurezza del governo di transizione nonostante le promesse del governo di non arrestarlo in seguito al suo accordo con Abu Maryam e Hazem al-Sharaa e al pagamento della somma richiesta.

L’economista siriano Mohammed Olabi afferma che oggi l’economia siriana “è divisa in tre sistemi paralleli: l’economia statale, l’economia del Nord-ovest con sede a Idlib e l’economia dell’Eufrate Orientale”, spiegando che ognuna ha “le proprie strutture finanziarie, doganali e operative”, rendendo l’economia, come ha affermato, “priva di un centro unificato” e rendendo “qualsiasi politica nazionale ostaggio di zone di influenza parallele al di fuori dell’autorità di un singolo Stato”.

Per quanto riguarda i poteri ministeriali ed economici, Olabi ha affermato che l’attuale panorama “rende difficile affermare che i ministri possiedano una reale autorità decisionale”, osservando che “la maggior parte delle decisioni economiche vengono prese al di fuori del quadro ministeriale”, redatte “nella cerchia ristretta della presidenza o attraverso comitati economici non ufficiali che controllano i fascicoli di investimento, le banche, gli accordi e persino le decisioni in materia di import/export”.

Tre economie parallele

Olabi osserva che un ministro “non definisce le politiche quanto piuttosto le esegue” e che il suo ruolo è spesso “tecnico o mediatico piuttosto che decisionale”. Persino la Banca Centrale Siriana, che dovrebbe essere la più indipendente, “opera entro limiti stabiliti da centri di potere paralleli che supervisionano la politica monetaria e la gestione della liquidità”.

L’economista Younes Karim descrive una gerarchia a tre livelli: la Segreteria Presidenziale sotto la guida di Maher al-Sharaa; il Consiglio Economico Supremo sotto la guida di Hazem al-Sharaa; e le reti clerico-di sicurezza di figure di HTS la cui influenza è tollerata perché garantisce la lealtà.

Spiega che Maher al-Sharaa “è diventato un centro decisionale chiave e l’architetto della politica economica”, perché “ogni decisione amministrativa o economica rientra nelle sue competenze”. Il secondo centro di potere è il “Consiglio Supremo Economico” guidato da Hazem al-Sharaa, il cui ruolo è diventato “il sostituto della Camera di Commercio”, precedentemente gestita di fatto dalla moglie dell’ex Presidente Assad.

Karim afferma che il Segretariato è diventato “un gabinetto parallelo”, che emette decisioni con l’immediatezza un tempo associata a un primo ministro o persino a un vicepresidente. Descrive una dualità emergente: uno “Stato dei poveri”, rappresentato dai ministeri, e uno “Stato sovracostituzionale”, composto da organismi d’élite legati alla famiglia Sharaa.

All’interno di questo ordinamento, Sukkarieh dirige l’ala di attuazione economica, mentre Mustafa Kadeed, noto come Abu Abdel Rahman, gestisce i flussi finanziari. Descrive Hazem come l’incarnazione dell'“economia sommersa”, mentre Maher rappresenta l'“economia ufficiale”.

Karim mette in guardia dal “crollo del concetto di Stato”, dalla “cancellazione dell’identità istituzionale della Siria” e dall'“imminente scontro” tra centri di potere concorrenti. “La lotta è iniziata”, dice. “Ogni fazione sta definendo il proprio spazio. Lo scontro è alle porte”.

All’interno della nuova rete di potere

L’architettura dell’autorità in Siria oggi è costruita attorno a un’unica famiglia allargata e agli agenti che la servono.

A capo di essa siede Ahmad al-Sharaa, Presidente della repubblica, mentre suo fratello Maher, segretario generale della presidenza, funge da vero e proprio comando esecutivo. L’altro fratello, Hazem, presiede il Consiglio Economico Supremo e plasma l’economia sommersa che ora eclissa quella formale. Al loro fianco lavora Ibrahim Sukkarieh, o Abu Maryam al-Australi, l’agente nato all’estero che fa rispettare gli accordi, negozia i trasferimenti di beni e supervisiona il meccanismo della ristrutturazione economica coercitiva.

Altri parenti occupano posizioni strategiche: il nipote del Presidente, Owais al-Sharaa, il cui mandato preciso rimane oscuro; Ahmad al-Droubi, suo cognato che controlla la tesoreria della Banca Centrale Siriana; e Maher Marwan, un altro cognato nominato Governatore di Damasco. Persino il fratello del Presidente, Jamal al-Sharaa, un tempo parte di questa costellazione, è stato messo da parte dopo che il Presidente ha sigillato il suo ufficio a Damasco con ceralacca rossa e gli ha vietato i rapporti ufficiali.

Nel complesso, queste posizioni equivalgono a un consolidamento del potere senza precedenti persino sotto il governo di Assad: autorità economica, supervisione amministrativa, influenza sulla sicurezza e liquidità finanziaria concentrate in una sola famiglia e in un unico estraneo di fiducia che è diventato indispensabile per il suo governo.

Uno stato che esiste sulla carta e una rete che governa nella pratica

Invece di procedere verso una ricostruzione istituzionale dopo la guerra, la Siria è sprofondata sempre più in un sistema di governo interconnesso in cui gli organi ufficiali fungono principalmente da facciata. I ministeri emanano ancora decreti, ma l’autorità che li sostiene è scarsa; i comitati timbrano i documenti, ma le vere decisioni vengono prese altrove. Il potere ora si muove attraverso canali privati ​​e reti familiari, ancorate al Comitato Ombra guidato da Hazem al-Sharaa e Abu Maryam al-Australi.

Governi stranieri, investitori e gli stessi siriani si trovano di fronte a uno Stato i cui contorni rimangono intatti, ma il cui nucleo operativo è stato sostituito da una piccola rete interconnessa di familiari, lealisti e un agente di origine straniera, la cui traiettoria da commentatore legato ai militanti a personaggio interno al palazzo ora definisce la transizione.

La domanda irrisolta, sia per i siriani che per gli stranieri, è semplice: come può un Paese ricostruirsi quando le sue istituzioni sono vuote, la sua economia è gestita da reti private e il suo futuro dipende dalle decisioni di individui che operano al di sopra dello Stato piuttosto che al suo interno?

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Kiev, Gaza... e la cupola d’Occidente

di Vincenzo Morvillo

Dopo la sedicente “operazione antiterrorismo” portata a termine, in realtà, contro organizzazioni di solidarietà palestinesi in Italia, con l’alibi del finanziamento ad Hamas e su esplicita indicazione israeliana, siamo entrati ufficialmente in una nuova fase delle post-democrazie occidentali.

Non possiamo definirle neanche più “democrature”, prendendo a misura l’esautoramento dei parlamenti nazionali. Somigliano ormai alla realizzazione plastica di una vera e propria organizzazione di stampo mafioso, con ai vertici della Cupola occidentale istituzioni statuali e attori finanziari capaci di esercitare un racket violento, intimidatorio e corruttore nei confronti di governi, partiti, soggetti e personaggi politici: comprati, minacciati, intimiditi.

E soprattutto le cui Costituzioni diventano carta straccia per direttiva degli organismi sovranazionali. Quella Cupola cui accennavamo poc’anzi formata da banche, fondi di investimento, comitati d’affari, istituzioni finanziarie: Fondo Monetario, Banca Mondiale, Agenzie di Rating, ecc.

Ad ogni modo, a proposito degli arresti in Italia, andrebbe ricordato che Hamas ha vinto le elezioni nel 2006. Non si è più votato, dopo, tra un’offensiva israeliana e l’altra. Ma neanche a Kiev, dove il presidente è scaduto da un anno e mezzo e tutti i partiti di opposizione sono stati messi fuori legge. Usando i criteri occidentali, insomma, si potrebbe dire che c’è un partito legittimo e democraticamente eletto al governo di Gaza.

Oggi poi, è senza alcuna possibilità di smentita, il principale attore della legittima resistenza palestinese sul campo. Resistenza e lotta armata peraltro riconosciute dall’Onu quale diritto di tutti i popoli oppressi. Così come, secondo i principi del sistema liberale, le libere elezioni dovrebbero essere anche inviolabili. Ma sappiamo bene da sempre come non sia così.

Come scriveva Hobsbawm del resto: «Si potrà osservare – e questa idea è sempre presente nella teoria marxiana sullo Stato, sebbene quasi mai in posizione dominante – che nella società civile, la quale come tale comincia a svilupparsi con la borghesia, una delle funzioni dello Stato consiste nel regolare il conflitto tra l’interesse privato dei singoli borghesi e quello pubblico del sistema.
La repubblica parlamentare, da una parte ispirandosi idealmente alla sovranità popolare, offre alle classi oppresse la possibilità di dare rappresentanza politica alle proprie rivendicazioni sociali; tuttavia, compattando la borghesia soprattutto di fronte allo svilupparsi dei conflitti sociali, gli offre la possibilità di utilizzare – come denunciava Marx – il potere del proprio Stato senza riguardi e con ostentazione, come strumento pubblico di guerra del Capitale contro il Lavoro»
.

A suffragio di tale tesi, negli ultimi anni l’Occidente demo-liberale, nei fatti reazionario, ha preso l’abitudine di contestare e ribaltare sistematicamente quei governi democraticamente eletti (come sin dagli anni ’60 in mezzo mondo: Vietnam, Cuba, Cile, Argentina, Indonesia) che non si allineano ai propri diktat.

Inoltre sostiene e foraggia, viceversa, persino stati e organizzazioni dichiaratamente naziste o palesemente dittatoriali o tiranniche. Come l’Ucraina, il Sionismo israeliano, la monarchia Saudita ecc.

Accusando a propria discrezione e arbitrariamente di terrorismo chiunque non si lasci convincere ad adottare il nostro “magnifico” sistema di potere. Iniquo, classista, razzista, imperialista. E, appunto, simil-mafioso.

Fatte queste premesse, potremmo aspettarci ora gli arresti in Italia di tutti coloro che, con libertà di pensiero e di critica, non si lascino convincere che sostenere la cosiddetta resistenza ucro-nazista sia vitale per la nostra sicurezza.

E soprattutto che mandare 90 miliardi ad un corrotto cocainomane fascista sia necessario al punto da tagliare lo Stato Sociale e affamare le nostre popolazioni. Solo perché la Nato si possa espandere ancora ad Est e minacciare la Russia e poi chissà chi altro. Ma soprattutto per ristrutturare in senso militare un assetto economico-industriale europeo ampiamente fallito.

Chi non si renda conto, a questo punto, che tra il conflitto in Ucraina e il Genocidio a Gaza commesso dall’entità sionista c’è una relazione profonda, o è un cretino o è in malafede. Oppure è un “asset” di Netanyahu e Zelenskij. Tanto per parafrasare l’impagabile Calenda.

Una relazione profonda sviluppata sul piano geostrategico e degli interessi economici, commerciali e industriali a livello globale. Con un drastico cambio di rotta sistemico e virata a destra degli “Stati Nazionali” europei e dell’intero Occidente euroatlantico.

Peraltro in un passaggio epocale – come accennavamo in precedenza – in cui gli organi repressivi dello Stato vengono utilizzati alla stregua dei bravi di Don Rodrigo e dell’Inquisizione torquemadista.

Rileggersi a tal proposito Sorvegliare e Punire, o anche Microfisica del Potere di Foucault, non sarebbe male.

Ad ogni buon conto, noi non smetteremo certo di denunciare e combattere contro la torsione autoritaria in atto nel nostro Paese. A favore del diritto internazionale dei popoli oppressi, contro le manovre e le menzogne mafiose dell’Unione Europea e della Nato e svelando la manomissione culturale e la cancellazione del pensiero critico che i ceti dominanti vorrebbero portare a termine

Viva la Resistenza palestinese! Mohammad Hannoun libero! Viva il pensiero critico e divergente!

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Il problema è sostenere o meno il diritto alla resistenza dei palestinesi

di Roberto Prinzi

Seppur interessanti, trovo che coloro che rispondono all’arresto di Hannoun soffermandosi sul fatto che tali accuse si basano su quanto afferma Israele non centrino il punto dirimente della questione.

Che Israele detti la nostra politica intervenendo direttamente o meno anche su questioni interne non lo scopriamo oggi e non lo scopriamo tra l’altro con il governo attuale: basterebbe vedere il processo a quanto accadde all’Aquila contro i tre palestinesi. O cosa per decenni il Mossad ha fatto a casa nostra. O semplicemente come l’ago della nostra politica estera, soprattutto negli ultimi anni, segni sempre di più Washington e Tel Aviv.

Sia chiaro: è sempre giusto denunciare la nostra complicità e sudditanza. Ed è lodevole non stancarsi mai di farlo a costo di essere ripetitivi. Ma, purtroppo, non basta. Fermarsi qui, senza andare oltre nella nostra analisi, vuol dire non esporsi veramente e politicamente su quello che per me è il punto dei punti.

Quello che, per intenderci, fa saltare carriere, che produce denunce, arresti, registrazioni nell’autoproclamato Occidente che grida: “Je Suis Charlie Hebdo”. In poche parole: essere con la Resistenza dei popoli oppressi.

Resistenza che, come è giusto che sia, danneggia direttamente i “nostri” interessi (noi siamo oppressori) o ferisce i nostri “amici” o le marionette che mettiamo lì affinché facciano i nostri interessi. Resistenza ancora più “criminale” – pardon terroristica – perché usa addirittura le armi. L’oppresso, a meno che non siamo noi a cambiargli status perché si genuflette ai nostri (di Washington soprattutto) desiderata, non può usarle. Armi che però – e qui è appunto la cosa tragicomica – noi paghiamo profumatamente (impoverendoci sempre di più, mentre tutto lo stato sociale cade a picco) facendo anche i salamalecchi alle industrie belliche.

Sintetizzando: No alla “Resistenza” palestinese (sono “terroristi“), viva la “Resistenza” ucraina (sono “combattenti”, “eroi”). Da qui, il doppio standard: se i secondi fanno saltare con autobombe (sempre più nostre) civili in Russia, beh il loro atto non è un attacco terroristico, ma viene addirittura applaudito perché mostra le “debolezze” del nostro nemico, Vladimir Putin.

È spesso proprio quest’ultima categorie di persone – che, attenzione, abbraccia oltre alla destra la quasi totalità del centro sinistra – è politicamente ancora più rivoltante quando poi, dopo aver fatto appena una sostituzione di luoghi (esce Ucraina, entra Palestina,) fa la morale sul 7 ottobre che definisce “pogrom”, “atto terroristico”, tra l’altro fingendo (vergognosamente) di dimenticare l’intero contesto in cui sia avvenuto.

La vera questione su Hannoun è la seguente: essere o meno con la Resistenza dei nativi palestinesi.

Una presa di posizione che può nascere solo da uno sforzo di rilettura del passato e del presente attraverso la lotta degli oppressi: nelle sue differenze e modalità c’è un filo di continuità che unisce, giusto per fare qualche esempio, le rivolte anticoloniali pre e post periodo vittoriano, passando per il Sudafrica, Vietnam e Iraq alla Palestina: è l’insostenibile crudeltà del colonialismo (e con tutto ciò che esso comporta) a salire sul banco degli imputati. 

In questa ottica, cosa sia Hamas, cosa abbia fatto, cosa faccia a noi interessa poco in questa fase in cui perdura la più vecchia e brutale forma di colonialismo esistente al mondo. Chi in queste ore continua a investire del tempo se Hamas è organizzazione “terroristica” o meno non può essere un nostro fratello o sorella di lotta. Tanto meno, e soprattutto perché non siamo noi i protagonisti, dei palestinesi.

Dobbiamo cambiare modo di leggere gli eventi in un’ottica post coloniale, facendoci da parte. Non sovrapponendo la nostra voce a chi è vittima. Se vogliamo far del bene alla causa palestinese possiamo semplicemente essere dei ponti. Possiamo noi accettare, da bianchi privilegiati nati in una parte del mondo sporca di sangue e violenza (altro che Hamas...), che gli oppressi si ribellano?

Se no, di grazia, spiegate perchè se lo facevamo noi negli anni '40 ancora oggi ci celebriamo e se lo ha fatto un iracheno 20 anni fa o un palestinese era un terrorista?

Se sì, bene allora dobbiamo tenere conto che nel ribellarsi, soprattutto dopo che sei occupato e umiliato da oltre 100 anni, i popoli in lotta commettono anche errori e atrocità. E che l’atrocità è l’unico frutto che può sorgere nell’oppressione coloniale.

È questo il punto che va sottolineato. Non esistono atrocità di serie A e serie B: quando gli indiani massacravano nell’Ottocento anche i civili inglesi non lo facevano in modo meno brutale di quanto avvenuto nei kibbutz e ai giovani israeliani del rave. Eppure non dovevano sollevarsi contro quello spietato sfruttamento?

Eppure sono stati atti orribili contro civili esattamente con il 7 ottobre. Per le vittime civili israeliane di quel giorno provo un profondo dolore. Almeno dalla mia condizione di privilegiato posso permetterlo. Ci siamo detti sempre “Restiamo umani” e non possiamo venir meno a quella promessa perché è ciò che permette all’intero cielo di non cadere.

Anche se quelle vittime godevano dei privilegi del sistema coloniale. Anche se quelle vittime magari erano parte attiva di quel sistema coloniale. Anche se ballavano a pochi chilometri da un campo di concentramento. Quelle vittime le sento con dolore a maggior ragione perché credo che la Palestina sia “dal fiume al mare” e che la Palestina che spero sorga debba riconoscere e pianga anche quelle vittime. È un punto di partenza imprescindibile per qualunque riconciliazione: sentire l’altro, ma finalmente in un’ottica di uguaglianza senza muri e fili spinati.

I nostri media stanno offrendo in questi giorni una fotografia perfettamente chiara del loro degrado e prostituzione intellettuale. Così come imbarazzante è “l’opposizione”: quasi godono a fare a gara a mettere Hanoun sul patibolo. A prendere le distanze. Ma non è da meno colpevole, forse più ipocrita pur nel suo interessante giro di parole da intellettuale, chi critica aspramente Salvini invitandolo a “non delegittimare il movimento pro-Palestina” come fa Salis a Genova. Ma poi aggiunge che Hamas è un gruppo terroristico.

Ancora più schizofrenico chi magari aggiunge subito dopo: “viva la Resistenza palestinese!”. Ma come: Hamas, pur nelle sue tante ambiguità e nei suoi tornaconti politici, è la stessa che in misura maggiore è stata nelle strade ad annientare i cingolati dell’oppressore? O vogliamo negare la realtà? Sono le stesse forme di Resistenza palestinese che considerano Hamas tale.

E noi, qui a qualche migliaio di chilometri, vogliamo decidere cosa va bene o cosa no? Vogliamo continuare a parlare al posto degli oppressi? E se siamo con quest’ultimi, non eravamo con quei miliziani di Hamas – non solo loro ricordiamolo – che infliggevano colpi ai carri armati coloniali?

Ecco quindi che essere con Hanoun, essere con l’imam Shahin, deve essere senza se e senza ma. Soprattutto in queste ore. Nei distingui, venuti fuori anche da AVS, si vede tutta la pochezza di gruppi parlamentari che di sinistra non hanno nulla e che andrebbero abbandonati nelle tornate elettorali.

Non sei con i palestinesi oppressi se piangi per un bambino gazawi assassinato. Se con pietismo tratti i palestinesi solo in quanto vittime. Che poi chi se ne frega se siano liberi o meno e al massimo, sia chiaro, che siano liberi come vogliamo noi. Irrilevante se ti avvolgi in una kefya profumatissima e hai un bandierone della Palestina. Le Salis non riconosceranno mai la Resistenza. E se pure dovessero farlo, parleranno che “deve essere non violenta”. Il privilegiato che stabilisce le modalità di lotta dell’oppresso.

Il salto repressivo in Italia e nelle pseudo democrazie europee, Germania in testa, è pericoloso. Nei mesi scorsi hanno denunciato, arrestato e picchiato attivisti “pro-Pal”. Non si può non sottolineare il salto di qualità di queste ultime settimane. Non possiamo, ancora una volta, fingere di non capire come la Palestina ci riguarda ed è la cartina al tornasole delle nostre vite: racconta il nostro presente fornendoci una istantanea chiarissima di come sia ridicola la pseudo-opposizione parlamentare e quanto siano non democratiche le “nostre democrazie”.

Oggi Hannoun, domani sempre di più decine di attiviste e attivisti per qualunque altra causa. È un fenomeno che è già iniziato con la complicità della magistratura la cui azione repressiva avviene sempre con una perfetta tempistica.

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Mattarella cancella la Resistenza

Abbiamo ascoltato e poi riletto il discorso di fine anno del due volte presidente della Repubblica, per essere sicuri di non aver capito male.

Alla fine ci siamo dovuti arrendere: la Resistenza – come parola, patrimonio storico, esperienza collettiva di liberazione, impegno e sacrificio popolare, riscatto di dignità di un Paese distrutto dal fascismo e dalla guerra in cui si era infilato – proprio non c’è.

Non compare né come termine, né come fondamento storico della Repubblica, né – appare evidente tra le righe e le assenze – come diritto degli oppressi e dei popoli.

La Repubblica viene invece “fatta nascere” dal referendum del 2 giugno 1946. Una votazione decisiva, certamente, ma che non avrebbe potuto neanche essere immaginata senza gli anni di opposizione repressa, sofferenza, rivolta, guerra civile e insieme contro l’invasore nazista ex-alleato, lotta all’oppressione e rinato protagonismo sociale.

Come se le forme dei regimi politici o il contenuto delle Carte Costituzionali, nella Storia, fossero decisi mettendo una croce su una scheda invece che nei rapporti di forza politici e sociali che scaturiscono alla fine di un conflitto. Come se la sacrosanta certificazione anche elettorale di quel rapporto di forza sostituisse l’intero processo storico che ha portato – finalmente – a poter liberamente decidere con il voto forme, poteri e contenuti della nuova istituzione statuale che lo incarna.

Siamo all’opposto di quel 1946. Siamo nel pieno di un processo di smantellamento della democrazia liberale e parlamentare, di delegittimazione del dissenso e dei diritti – sociali o politici che siano. E Mattarella ci mette del suo, estirpando dalla storia repubblicana il suo fondamento popolare e conflittuale, invece di denunciare questo processo.

Il resto è retorica d’occasione.

In primo luogo sulla pace, ridotta a “modo di pensare” – ideologia, insomma – anziché risoluzione dei contrasti materiali sul lungo periodo. Su Gaza in special modo, di cui si piange la “devastazione” tacendo sulle responsabilità genocide di Israele.

Poi sulle donne, celebrate in quanto finalmente “elettrici” ammesse al voto attivo e passivo – una conquista, certamente, ma omettendo di ricordare com’era diventata possibile.

Sulla Repubblica, burocraticamente disegnata come rito elettorale, trattati, nuove alleanze internazionali (Unione Europea e Nato), registrazione amministrativa di conquiste sociali pagate a prezzo altissimo e sottaciuto (la sanità pubblica, di cui sperimentiamo ormai ogni giorno la demolizione scientificamente programmata).

Fino all’offesa finale sui “giovani”, che finge di voler incitare al protagonismo sociale – “Qualcuno ... vi descrive come diffidenti, distaccati, arrabbiati: non rassegnatevi. Siate esigenti, coraggiosi. Scegliete il vostro futuro. Sentitevi responsabili come la generazione che, ottanta anni fa, costruì l’Italia moderna” – proprio mentre la cappa della repressione cala ogni giorno contro quanti, in questa ultima generazione, si muovono per fermare guerra, genocidio, sfruttamento, costrizione ad emigrare per cercare un futuro.

Una cappa plumbea che non risparmia ormai neanche i minorenni, che cominciano ad essere “preventivamente incarcerati” per presunti “reati” che neanche venivano registrati come tali fino a qualche anno fa.

“Sentitevi responsabili”, insomma, ma statevene in casa, non rompete le scatole a noi del potere. L’esatto contrario di quel che fece “la generazione che, ottanta anni fa, costruì l’Italia moderna” salendo in montagna e combattendo il nazifascismo.

Ma già, la Resistenza non c’è mai stata, nel discorso di Mattarella... 

Per fortuna rinasce sempre, di generazione in generazione, perché “Quando l’ingiustizia diventa legge, la resistenza diventa dovere”. E chi è davvero “responsabile”, prima o poi, se ne rende conto.

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Esperti ONU esortano alla tutela dei prigionieri di Palestine Action in sciopero della fame

Riportiamo la traduzione del comunicato stampa rilasciato lo scorso 26 dicembre dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani. In esso vengono riportate le dichiarazioni di un gruppo di esperti ONU al riguardo dei fatti che si stanno consumando nel Regno Unito in relazione alla repressione del movimento di solidarietà col popolo palestinese, e in relazione allo sciopero della fame cominciato ormai quasi due mesi fa dagli attivisti di Palestine Action imprigionati con accuse di terrorismo.

È utile leggere queste poche righe perché, oltre a riassumere il pensiero di cinque relatori speciali dell’ONU e di un esperto indipendente, dunque di alcune delle voci più accreditate del sistema di governance internazionale, indica fuori da ogni dubbio il profilo di violazioni gravissime che stanno avvenendo in Gran Bretagna, e le inserisce dentro la cornice della repressione della solidarietà con la Palestina.

Difatti, vi sono alcuni elementi tipici delle “democrature” ormai diffuse in Occidente, che accomunano tutte le potenze imperialistiche in crisi, le quali stanno restringendo con violenza il perimetro della dialettica politica attraverso misure speciali, attacchi ai diritti politici e di parola, un uso arbitrario dell’armamentario giuridico antiterroristico.

La vittima prediletta è il movimento pro-Pal, un’enorme mobilitazione internazionale che ha messo in discussione non solo la propaganda “umanitaria” dell’Occidente ma, attraverso la complicità di quest’ultimo nel genocidio dei palestinesi, anche l’allineamento strategico con l’avamposto imperialista che è Israele: in sostanza, sulla base di un nodo squisitamente politico ha scosso alle fondamenta le basi di quello che è l’ordine imperialista, proprio nel momento in cui la sua presa egemonica è più debole che mai negli ultimi decenni.

Leggere le parole di esperti, pronunciate sulla base di quegli stessi principi su cui USA, UE e loro alleati hanno fondato la narrazione della propria superiorità politica e morale, palesa non solo il decadimento democratico dei nostri paesi, ma anche e soprattutto la necessità di un mondo nuovo, lontano da quello plasmato dalle cittadelle imperialiste. Buona lettura.

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Gli esperti delle Nazioni Unite hanno espresso oggi profonda preoccupazione per la vita e i diritti fondamentali di otto attivisti filo-palestinesi imprigionati nel Regno Unito, che sono in sciopero della fame a tempo indeterminato dal 2 novembre.

“Lo sciopero della fame è spesso l’ultima risorsa di chi ritiene che il proprio diritto a protestare e a una soluzione efficace sia stato esaurito”, hanno affermato gli esperti.

Mentre entrano nel secondo mese di sciopero, la salute dei detenuti filo-palestinesi sarebbe peggiorata in modo significativo, esponendoli a un rischio critico di gravi complicazioni, tra cui collasso degli organi, danni neurologici irreversibili, aritmie cardiache e morte.

“Il dovere di assistenza dello Stato nei confronti degli scioperanti della fame è accresciuto, non diminuito”, hanno affermato gli esperti. “Le autorità devono garantire un accesso tempestivo alle cure di emergenza e ospedaliere quando clinicamente indicato, e astenersi da azioni che possano costituire pressione o ritorsione e rispettare l’etica medica”.

Gli esperti hanno ricordato che il rispetto del diritto alla salute va applicato a tutti, comprese le persone private della libertà. Hanno sottolineato che gli Stati devono rispettare l’autonomia individuale, garantire un monitoraggio medico continuo e indipendente, fornire informazioni accurate sui rischi per la salute e adottare tutte le misure necessarie per proteggere la vita e prevenire danni irreversibili, senza ricorrere a misure coercitive o punitive.

Hanno inoltre espresso preoccupazione per il trattamento riservato agli scioperanti della fame, tra cui i ritardi segnalati nell’accesso alle cure mediche, l’uso eccessivo di misure di contenzione durante il ricovero ospedaliero, la negazione del contatto con i familiari e con l’assistenza legale e la mancanza di una supervisione medica indipendente e coerente, in particolare per i detenuti con gravi problemi di salute preesistenti.

“Questi rapporti sollevano seri interrogativi sul rispetto delle leggi e degli standard internazionali sui diritti umani, compresi gli obblighi di proteggere la vita e prevenire trattamenti crudeli, inumani o degradanti”, hanno affermato gli esperti.

In precedenza gli esperti hanno espresso preoccupazione al governo del Regno Unito in merito all’applicazione delle misure antiterrorismo e di sicurezza riguardanti atti di protesta politica che non sono autenticamente terroristici secondo gli standard internazionali, e hanno messo in guardia contro la criminalizzazione di condotte che rientrano nell’esercizio protetto dei diritti alla libertà di riunione, associazione ed espressione, e contro la soppressione del legittimo dissenso politico, compresa la difesa dei diritti in Palestina.

Gli esperti hanno inoltre espresso seria preoccupazione per l’eccessiva ampiezza della definizione di terrorismo secondo la legge del Regno Unito, per la proscrizione di Palestine Action ai sensi del Terrorism Act del 2000 e per i successivi arresti di massa e le accuse penali, compresi reati legati al terrorismo, mosse contro individui per il presunto sostegno a Palestine Action.

“Questi scioperi della fame devono essere intesi nel contesto più ampio delle restrizioni all’attivismo pro-palestinese nel Regno Unito”, hanno affermato gli esperti, sottolineando che i detenuti sono trattenuti in relazione ad attività legate alle proteste.

Hanno esortato il Regno Unito a garantire immediatamente un’assistenza sanitaria adeguata a tutti gli scioperanti della fame e ad avviare un dialogo e un’azione significativi per affrontare non solo le rivendicazioni dei manifestanti, ma anche le violazioni dei diritti fondamentali e porre fine alla repressione dell’attivismo palestinese.

“Le morti evitabili in custodia non sono mai accettabili. Lo Stato ha la piena responsabilità della vita e del benessere di coloro che detiene”, hanno affermato gli esperti. “È necessario intervenire con urgenza ora”.

Gli esperti sono pronti a collaborare in modo costruttivo con il governo del Regno Unito e continueranno a monitorare attentamente la situazione.

Gli esperti in questione sono:
– Gina Romero, Relatrice speciale sui diritti alla libertà di riunione pacifica e di associazione; 
– Tlaleng Mofokeng, Relatore speciale sul diritto di ogni individuo a godere del più alto standard raggiungibile di salute fisica e mentale;
– George Katrougalos, esperto indipendente per la promozione di un ordine internazionale democratico ed equo; 
– Ben Saul, Relatore speciale sulla promozione e la protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali nella lotta al terrorismo; 
– Irene Khan, Relatrice speciale sulla promozione e la protezione del diritto alla libertà di opinione e di espressione; 
– Francesca Albanese, Relatrice speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967.

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