Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

30/12/2016

Obama, il ruggito del coniglio

Vediamo che ancora oggi molti "sinistri" non riescono a orizzontarsi nella politica internazionale, ragionando su questo tema come se davvero quel che accade sia riconducibile a "problemi di civiltà" o "etica". E quindi "prendendo posizione" a favore o contro qualche parte in conflitto come se fossimo ancora nel mondo bipolare, quello diviso tra "socialismo reale" e imperialismo Usa.

Quel mondo è però finito da un pezzo: nel 1989.

Sembrava che fosse rimasto un solo protagonista, assoluto e senza avversari; quindi che si potesse ragionare ancora secondo il vecchio schema ("se gli americani sono da una parte, allora è giusto stare con chi gli va contro", come se questa contrapposizione fosse assimilabile all'antico "antimperialismo" da paesi non allineati), ritrovandosi spesso in assai brutta compagnia oppure allineati con l'imperialismo Usa (c'è sempre un "nuovo Hitler" scovato dalla propaganda di regime; cominciarono addirittura con una marionetta della Cia come Manuel Noriega, boss di Panama...).

Il mondo attuale, causa la crisi di egemonia statunitense e la crisi economica globale, sta rapidamente diventando multipolare. Conteso e contendibile da soggetti diversi, nessuno dei quali particolarmente raccomandabile su qualsiasi piano.

Questo cambiamento sembra colto meglio da alcuni analisti non comunisti, come per esempio il vicedirettore di Famiglia Cristiana, di cui qui ripubblichiamo il commento all'ultima sortita antirussa di Obama. Che sintetizza in piccolo quel che sarebbe probabilmente stata la direttrice di una presidenza Hillary...

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Più si avvicina il momento di lasciare la Casa Bianca, più Barack Obama tira fuori la grinta. È un fenomeno portentoso, perché rappresenta perfettamente la parabola di questo Amleto che ha fatto carriera grazie al bell’aspetto e la bella parola. Obama, infatti, è il Presidente che non ha saputo decidere mai. Che fare in Afghanistan? Boh! Chiudere Guantanamo? Chissà. Essere amici o nemici della Turchia di Erdogan? Parliamone. Bloccare le violenze della polizia sui neri? Ehhhhh... Frenare il libero commercio delle armi entro i confini degli Usa? Certo, però...

In compenso, quando ha provato a decidere ha generato soprattutto pasticci. Cameron e Sarkozy bombardano la Libia? Massì, pensa Obama, anche noi americani, ma solo un pochino. Ritirarsi o no dall’Iraq? Ecco pronto un bel ritiro che spalanca le porte all’Isis. C’è la guerra civile in Siria? Armiamo subito i ribelli anche se, ops, le armi finiscono poi ai jihadisti. Appoggiamo il colpo di Stato in Ucraina? Come no, peccato che poi scoppi una guerra.

Uno dei più disastrosi indecisi della politica internazionale di tutti i tempi, ora che ha già un piede fuori dalla Casa Bianca, si mostra invece decisissimo. Obama ha passato otto anni a sonnecchiare sul tema Israele-palestinesi e a farsi sbeffeggiare da Benjamin “Bibi” Netanyahu, che è quel che è ma ha più palle di Barack e Michelle messi insieme, e infatti non ha avuto alcun timore ad andare allo stesso Congresso Usa a sparlare del rivale. Adesso, però, Obama ha scoperto che il Governo di Israele va a caccia della terra e ha deciso che basta, è ora di finirla. Così ordina che gli Usa si astengano all’Onu e facciano passare la Risoluzione che condanna gli insediamenti israeliani. Adesso? Sono decenni che la strategia degli insediamenti è l’architrave della politica di Israele, e Obama si sveglia adesso.

Allo stesso modo, sempre col famoso piedino oltre la porta, Obama decide a destra e a manca. Sfrutta una oscura legge del 1953 per bloccare ogni nuova trivellazione petrolifera nell’Artico e in parte dell’Atlantico. Vara nuove sanzioni contro la Russia che, manovrando gli hacker, a suo dire ha fatto perdere a Hillary Clinton e al Partito democratico una presidenza che pareva sicura. Sempre in tema di sanzioni contro la Russia, ha provato a convincere gli europei a rinnovare le loro, senza riuscirci. Per la Siria, ordina di fornire ancora armi e quattrini ai famosi “ribelli moderati”, ben sapendo che poi sarà Al Nusra ad approfittarne. Insomma, Obama si dà da fare per lasciare in eredità a Donald Trump il maggio numero possibile di casini.

Umanamente, come non capirlo? Gli rode. In più, trasuda disprezzo per Trump. Politicamente, invece, è l’Obama di sempre: pieno di stile ma piccolo e inconcludente. Questa corsa a disseminare di trappole l’avvio presidenziale del successore non è solo piccina ma controproducente. Prendiamo le trivellazioni petrolifere. Gli Usa sono già il primo produttore di gas e di petrolio al mondo e lo sono diventati proprio sotto le presidenze Obama, sfruttando la tecnologia del fracking (o fratturazione idraulica) che molti ecologisti considerano poco meno pericolosa per l’ambiente delle trivellazioni in mare. È un dispettuccio quel divieto, che in pratica non farà danni a Trump ma gli offrirà il destro per polemizzare contro il predecessore, disposto a sacrificare il benessere degli americani per dar retta agli attivisti. Polemica che Trump ha usato per tutta la campagna elettorale, con i risultati che abbiamo visto.

Peggio ancora per le polemiche e le ritorsioni contro la Russia. Acuire, oggi, la crisi con il Cremlino non farà che riavvicinare Trump a Putin, domani. Dopo quanto è successo in Siria e in Iraq (riconquista di Aleppo e stallo della campagna per liberare Mosul), dopo il gelo calato nei rapporti tra Usa e Turchia e considerando la posizione ostile della nuova Casa Bianca all’accordo sul nucleare con l’Iran, Trump di tutto avrà bisogno tranne che di un confronto diretto con Mosca. E Putin ha già fatto sapere di essere più che disposto a trovare un’intesa.

Per non parlare di Israele. Avendo inghiottito tutto l’inghiottibile (e anche di più) per otto anni senza cavare un ragno dal buco per troppa mollezza, Obama con la sparatina finale all’Onu non otterrà altro risultato che favorire i rapporti tra Netanyahu e Trump. E forse riuscirà pure a disgustare un po’ degli ebrei americani che prima si era tanto sforzato di compiacere e che alle ultime presidenziali hanno votato al 70% e oltre in favore di Hillary Clinton, cioè del candidato democratico.

Michelle, Malia, Sasha... Voi che gli volete bene, ditegli di smettere. O dell’ex grande speranza americana resterà un solo ricordo: quello del Presidente che non sapeva vincere e non sapeva perdere.

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Dopo 8 anni di presidenza Bush jr. Obama è riuscito a dimostrare che al peggio, davvero non c'è mai fine e Trump sarà un degnissimo erede in questo senso. 

Sondaggio. Per cambiare le cose la rivoluzione è meglio delle riforme?

Il grande maestro Mario Monicelli ci regalerebbe un sorriso leggendo la notizia. Lui che in una intervista storica disse che affidarsi alla speranza è sbagliato e che in Italia le cose andavano male perché non c'era stata una rivoluzione, si sentirebbe meno solo e maggiormente compreso. Un sondaggio dell'istituto demoscopico di Trieste SWG, svolto tra il 15 e il 16 dicembre scorso, ha rilevato alcuni dati estremamente interessanti nelle risposte degli intervistati. La domanda posta era la seguente:
"Alcuni ritengono che per cambiare veramente le cose in Italia ci vorrebbe una rivoluzione, altri pensano che occorra andare sulla strada delle riforme. Quale delle due posizioni condivide maggiormente"?
Il 53% dei “ceti bassi” della popolazione e il 35% di quelli alti ritengono che “per cambiare veramente le cose in Italia ci vorrebbe una rivoluzione”. Che siano sufficienti le riforme sono invece convinti il 24% dei ceti bassi e il 55% dei ceti alti. Non si pronunciano rispettivamente il 23% e il 10%.

“Le emozioni che si provano più spesso in questo periodo” per i ceti bassi sono di gran lunga il “disgusto” e la “rabbia”.


Alla domanda “secondo lei il nostro Paese, in questi anni, si sta modernizzando o sta regredendo”, solo l'8% dei ceti bassi e il 24% dei ceti alti ha risposto che si sta modernizzando, mentre rispettivamente il 78% ha risposto che sta regredendo.


Alla domanda “quali sono i due principali nemici del benessere degli italiani” per i ceti bassi al primo posto sono “i poteri forti”, al secondo i “corruttori”, al terzo le “banche” e solo, distanziato, all'ultimo posto il “populismo”.

La cautela sui sondaggi è doverosa, ma i dati emersi hanno alle spalle i risultati del referendum del 4 dicembre avvenuto dieci giorni prima del sondaggio effettuato. La composizione sociale di chi ritiene che una rivoluzione sarebbe una soluzione più efficace delle riforme, corrisponde a quella rivelatasi decisiva per la sconfitta del Si e la vittoria del No, ossia i settori popolari. I dati del sondaggio confermano come con la disoccupazione che avanza, con l'arretramento dello stato sociale, con l'aumento delle disuguaglianze e con la forbice sempre più ampia tra la ricchezza di pochi e la povertà di tanti, spingono settori sociali verso una maggiore radicalità.

La convinzione della maggioranza di coloro che vivono più pesantemente di altri questa condizione (quelli che vengono definiti nel sondaggio come i “ceti bassi” e che ormai comprendono gran parte della popolazione italiana) è sempre più orientata verso soluzioni ben diverse da quelle prospettate dai partiti tradizionali o dalla vecchia ideologia dominante in Italia e in Europa. Del resto anche la Corte Costituzionale, in una sua recentissima sentenza, ha affermato che prima del pareggio di bilancio vengono i bisogni primari, che sono diritti costituzionali.

Si vanno determinando oggettivamente condizioni di enorme interesse per rimettere in campo progetti tesi ad un cambiamento radicale della situazione. Mettere mano alla soggettività politica capace di interpretarle e organizzarle sul piano di una rottura con segno progressista, è diventata una urgenza dalla quale non ci si può più sottrarre. E' in tale scenario che assume una importanza strategica l'assemblea nazionale di Eurostop già convocata a Roma per sabato 28 gennaio. Contenuti e forme di un soggetto politico adeguato verranno discussi nel merito per dare risposta ad una domanda semplice ma ormai ineludibile: se non ora, quando?

Per il sondaggio vedi: qui.




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29/12/2016

Si può licenziare, anche e solo in nome di maggiori profitti

Che il Jobs Act e l'abolizione dell'art.18 avrebbero partorito mostri non vi era dubbio. L'aver costituito un precedente legislativo, ne consente ogni interpretazione estensiva, soprattutto nelle motivazioni di un licenziamento. A prendere la palla al balzo per costituire un nuovo precedente giuridico in materia di licenziamento, è stata la Corte di Cassazione con la sentenza 25201 del 7 dicembre di quest'anno e di cui adesso si conoscono le motivazioni.

L'aumento dei profitti aziendali, secondo la sentenza, è una "giusta causa" per il licenziamento di un dipendente. Lo dichiara la sentenza della Corte di Cassazione. Si tratta, secondo il quotidiano economico Italia Oggi, di un ampliamento di campo del licenziamento per giustificato motivo oggettivo che potrà ricorrere, adesso, non solo nei casi «straordinari» come le situazioni economiche sfavorevoli, ma anche in quelli «ordinari» in cui l’azienda decide di sopprimere una funzione per aumentare la redditività e quindi, in ultima istanza, il profitto.

Con questa sentenza i giudici della Cassazione compiono una vera e propria rivoluzione copernicana, affermando per la prima volta e chiaramente, che un licenziamento non sarà più giustificato solo se si rende necessario a fronte di una crisi economica o una perdita di bilancio o un calo di fatturato che metta a rischio l’andamento, la tenuta o il futuro dell’azienda. Il licenziamento di un dipendente, secondo i giudici della Corte di Cassazione, potrà essere giustificato anche solo in vista della migliore e più efficiente organizzazione produttiva dell'impresa o dalla ricerca della maggiore redditività della stessa: cioè maggiori profitti.

In altri termini, il licenziamento per giustificato motivo oggettivo, per essere legittimo d’ora in avanti non dovrà più essere considerato come una extrema ratio, ma uno dei possibili sbocchi dell’autonomia organizzativa e decisionale dell’imprenditore sottratta al vaglio del giudice del lavoro (a cui spetterà unicamente di verificare in concreto l’esistenza della ragione dedotta dell’azienda e il nesso di causalità tra la ragione dedotta e il licenziamento di quel particolare dipendente).

L'art.18 voleva impedire proprio questo e consentire i licenziamenti solo per una giusta causa determinata da eventuali infrazioni del dipendente e non dagli umori aziendali. La sentenza della Cassazione non crea un nuovo precedente legislativo, sancisce l'imbarbarimento delle relazioni nel mondo del lavoro. La legalità formale diventa sempre più una contraddizione – e talvolta un ostacolo – per la giustizia sociale.

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Da LCTM a MPS, elementi di un buco nero che sta aspirando i servizi sociali in Italia

L'Italia è un paese che da più di 20 anni si fonda sulla scommessa sui fondi speculativi. Con pessimi risultati che si ripercuotono su welfare, diritti e servizi sociali

Non c’è bisogno di fare grandi astrazioni. Basta guardarsi attorno. L’analisi specialistica sanitaria che tarda mesi, le prestazioni pensionistiche congelate, i posti letto in ospedale scomparsi, la spesa e la qualità del servizio per educazione e istruzione compresse. Le infrastrutture decadenti, gli investimenti bloccati. Per non parlare dell’assenza di un reddito di cittadinanza di fronte alla disoccupazione tecnologica (tema che, comunque, ancora oggi viene considerato una favola) E infine: i comuni senza reali strumenti di indirizzo economico del territorio.
 
Stiamo parlando di un percorso cominciato negli anni ’90, con il crollo della lira del 1992 e le politiche dei tagli del governo Amato. Percorso che, oggi, tocca livelli di asfissia sociale e che è destinato, se le cose rimangono queste, a peggiorare. Ci sono molte cause, e molte discipline critiche con le quali avvicinarsi al problema. In una dimensione di futuro incerto dove il calo degli investimenti, nell’ultimo quinquennio, è palese. E questo specie quando i dati parlano chiaro: l’Italia, strutturalmente spende meno della media degli altri paesi Ue, per spesa sociale. In un contesto dove, nell’ultimo decennio, la percentuale di incidenza della spesa sociale rispetto al Pil è aumentata ma solo perchè il prodotto interno lordo è diminuito a causa della crisi. Non manca certo, come sempre in questi casi, il capro espiatorio: la spesa pensionistica. Indicata come troppo alta, iniqua, improduttiva. Andiamo invece a vedere, per spiegare la contrazione della spesa sociale e degli investimenti di questo paese, due elementi di un fenomeno dai contorni oscuri, un vero buco nero. Quello del peso dell’intreccio tra comportamenti bancari ed istituzionali. Perché si tratta di un buco nero lo capiremo presto: si tratta in un intreccio che tende, per natura, a non far capire la propria composizione, a incidere sul reale rimanendo oscuro. Quanto pesi, nella contrazione della spesa sociale e degli investimenti pubblici, lo vedremo, come dire, in automatico.

Cominciamo con una storia che, all’epoca, faceva anche sorridere. Dopo la secessione della Slovenia e della Croazia, alla Jugoslavia di Milosevic rimase un solo vero patrimonio. Si trattava della banca centrale jugoslava che, come narrano molte cronache dell’epoca, si trasformò in una sorta di grande hedge-fund in grado di speculare sul mercato dei cambi. Un po' grazie alla nascente globalizzazione, un po' grazie alla rete di informazione dei servizi, un po' grazie alla abilità del presidente della banca centrale. Così la Jugoslavia di Milosevic ottenne, almeno per un quadriennio, respiro finanziario dalle vere e proprie scommesse sul mercato del governatore della propria banca centrale. Sicuramente sono in molti nel nostro paese, dall’altra parte dell’Adriatico, a sorridere rispetto a una vicenda del genere che sa un po' di operetta: un ultraottantenne presidente della banca centrale costretto a speculare sui cambi per mantenere in piedi uno stato che, come gli altri dei Balcani, in mezzo ad un bagno di sangue trova il tempo di riesumare simboli e nomi degni di un remake della vedova allegra.

E’ ora invece di capire che anche l’Italia nello stesso periodo, si è comportata in modo simile. Il nostro paese ha infatti investito nell’hedge fund più spettacolare, e più clamorosamente fallito degli anni ’90: LCTM. Una vecchia storia, che in Italia nessuno si è mai preoccupato davvero di chiarire, che è molto utile anche per l’oggi. Specie quando l’opacità del comportamento avuto dalle istituzioni italiane su LCTM è la stessa che sta emergendo con MPS. Ma andiamo per gradi.
 
LCTM. Non si tratta di un nome qualsiasi. Ma della crisi finanziaria che ha anticipato, nelle modalità di contagio, il grande botto di Lehman Brothers. Il salvataggio di LCTM, in poche parole la sua chiusura per evitare danni all’intera finanza ed economia globali, fu coordinato dalla Federal Reserve, grazie ad un fondo dove parteciparono le più grandi entità finanziarie americane. La storia di LCTM è da film. Fondato nel 1994, dopo aver macinato utili record per un triennio, e prodotto un premio nobel per l’economia (Merton nel 1997), LCTM fu un fondo speculativo chiuso nel 1998. In gran fretta per impedire che la finanza globale facesse lo stesso botto che, alla fine, fece nel 2008. Insomma in soli quattro anni di vita LCTM stava per far fallire la finanza globale.

L’italianità di LCTM. Già la storia sembra tutta americana, da Gordon Gekko degli anni ’90. Eppure la vicenda di LCTM, e di un crack che sinistrò il pianeta, è anche molto italiana. Questo aspetto fu tenuto, dalle nostre parti, nella massima discrezione. Tanto che nella voce italiana di Wikipedia dedicata a LCTM, probabilmente per scarsa informazione, viene omesso il fatto che, invece c’è, nella corrispondente voce in inglese: ovvero che tra gli investitori in LCTM vi era la banca centrale italiana. Il governatore della banca centrale all’epoca era Fazio, poi celeberrimo ispiratore dei “furbetti del quartierino”, l’Italia entrò come investitore istituzionale in un hedge fund di primo piano, di quelli che rischiò di far sinistrare il pianeta, e di questa vicenda vi è veramente traccia solo su testi americani.

Qualche protagonista. LCTM contava anche su una diretta partecipazione dell’Ufficio Italiano Cambi che aveva affidato al fondo LTCM almeno 250 milioni di dollari a partire dal 1994. Il Sole 24 Ore del 2 ottobre 1998 aveva spiegato che l’italiano referente dell’Ufficio Italiano Cambi era lì come “uno dei più accreditati “Draghi boys” che formano il comitato di esperti al Ministero del Tesoro dall’inizio degli anni‘90”. Insomma, mentre la Jugoslavia di Milosevic speculava sui cambi per sopravvivere nei sottoscala della finanza globale, l’Italia era entrata, insieme all’ufficio cambi, direttamente nel club della grande speculazione globale. Con Fazio, allora governatore della banca d’Italia, Draghi, allora direttore generale del tesoro. Ma quanto costò quell’operazione? Inutile speculare su operazioni opache. Il costo di certe parcelle però è salato. Nel 2012 Monti pagò un future, contratto da Draghi all’epoca LCTM, oltre 3 miliardi di euro. Il costo, per gli italiani, del ripristino dell’IMU in un anno. O dei tagli, all’epoca alla sanità, a scelta.
 
– A questo punto una domanda è d’obbligo. Ma con uno stato che si fa hedge-fund quale è il livello di trasparenza delle operazioni pubbliche nel settore della finanza di rischio? E’ praticamente lo stesso delle piattaforme di borsa, private, nelle quali si opera senza sapere oscillazioni di prezzo, volumi di vendite ed acquisti. Ovvero qualcosa che, a livello di trasparenza, si avvicina allo zero. E, soprattutto, questa discrezione è una pratica che dagli anni ’90 arriva fino a noi. Nel quadriennio 2011-15, si stima che il governo abbia scommesso, è la parola tecnicamente giusta, circa 17 miliardi di euro in derivati. Nello stesso periodo prima il governo Renzi ha valutato di mettere il segreto di stato, come per le stragi, sulla vicenda di questi derivati. E si parla di prodotti finanziari ad alto rischio, soldi degli italiani scommessi nella finanza globale. Infine, il tuttora ministro Padoan non ha mai risposto, ad interrogazioni formali sui derivati, sullo stato che scommette con gli hedge-fund ripetendo questa formula, riportata da l’Espresso l’accesso agli atti dei derivati può essere negato senza invocare il segreto di Stato”. E così, dall’epoca del grande crack LCTM in poi, lo stato italiano si è disposto come hedge fund e come scommettitore a rischio. Ovvero come un soggetto che investe, come avviene nelle piattaforme borsistiche private (chiamate Dark Pool ed è tutto un dire) senza rendere conto che alla propria disponibilità di fondi per scommettere. Poche informazioni, nessuna precisazione, o documenti forniti di fronte ad una richiesta pubblica.

– Insomma, cominciando dal 1995, anno d’oro di LCTM a oggi, le istituzioni italiane avrebbero, il condizionale è d’obbligo, acceso derivati, titoli quindi a rischio, per circa 160 miliardi di euro. Il condizionale è d’obbligo in presenza di una reticenza che, al momento, non si riesce a scalfire. Ma è proprio quella reticenza, quel buco nero, che garantisce avventure finanziarie in grado di ingoiarsi ampie fette di stato sociale e di servizi. Le banche ovviamente non parlano, sono state zitte (“per rispetto del cliente”) Merryl Linch, Morgan Stanley, Deutsche Bank, JP Morgan (che ha incassato almeno un milione di euro di consulenza per far fallire Monte dei Paschi). Ma anche l’attuale successore di Draghi, direttore generale del tesoro, secondo la stampa si è trincerato, di fronte a precise richieste di parlamentari, dietro la seguente frase: un grado così elevato di trasparenza potrebbe farci perdere in termini di competitività”. Quindi nessuna informazione sullo stato che si fa hedge fund sostenendo che, questa dimensione, è quella dei contratti “tra due parti private”. Peccato che una di queste parti, sia pubblica e scommetta soldi di tutti. E così lo stato, lungo un ventennio si fa hedge-fund, fondo speculativo. Prendendo le stesse abitudini dei fondi speculativi: assoluta assenza di trasparenza.

– Se questo è il contesto di lungo periodo, cominciato con LCTM, andiamo al presente, ad alcune questioni che hanno un solo nome: Monte dei Paschi. Si guardi il titolo di finanza.com “Mps: Bce chiede 8,8 miliardi di aumento, vuole trattamento alla greca”. Ma come, si dirà, prima di Natale i fondi pubblici necessari, per la ricapitalizzazione di MPS, erano 5 e ora sono quasi nove?

E’ solo una parte del problema come è solo una parte del problema il fatto che questi soldi sono sottratti ai servizi, alla sanità e alla spesa sociale. Come è solo una parte del problema quanto ci rimetteranno i risparmiatori di MPS, gente come noi. Il problema più grosso, lo si capisce subito, è quel “alla greca”. Vediamo se dalle parole di Varoufakis si intuisce qualcosa. Ecco come il popolare economista commenta il complesso dell’operazione di salvataggio delle banche greche su eunews.it “malgrado le iniezioni di capitale [soldi dei greci, ndr] per circa 47 miliardi di euro (..) la quota del patrimonio netto dei contribuenti [il peso del settore pubblico nelle banche] è passata da oltre il 65 per cento a meno del 26 per cento,mentre gli hedge fund e gli investitori stranieri (ad esempio, John Paulson, Brookfield, Fairfax, Wellington e Highfields) si sono accaparrati il 74 per cento del patrimonio bancario [greco] investendo appena 5,1 miliardi di euro”.
 
Così si capisce cosa significa alla greca. Noi investiamo, in soldi altrimenti destinati a uno stato sociale che ne ha bisogno,la maggioranza dei soldi per salvare MPS (mangiata dal PD tra l’altro). Mentre i grandi investitori esteri, con la minoranza dei soldi, si beccano il controllo facendo il bello e il cattivo tempo nelle politiche bancarie. Avendo così peso, come in Grecia, per chiedere ulteriori privatizzazioni.

Insomma se l’Italia corre il rischio di favorire il passaggio di banche strategiche come MPS a fondi speculativi, come avvenuto in Grecia, con fondi pubblici (destinabili allo stato sociale e agli investimenti) è anche vero che le istituzioni italiane vestono l’abito dell’Hedge Fund da un ventennio. Ed è questo il buco nero, dai contorni indefiniti e caratterizzato da assenza di trasparenza, che sta aspirando ingenti risorse altrimenti destinate alla società. Via scuole, ospedali, assistenza, educazione, strade, investimenti in qualche speculazione persa con Merryll Lynch, Goldman Sachs (che ha avuto come consulenti Monti, Prodi e Draghi) o Deutsche Bank. Davvero, a partire dalla vicenda LCTM, la storia della politica italiana, la sua stessa centrale ragion d’essere, va riscritta. Lo stato ha cambiato natura: è attore della finanza di rischio nella rete delle borse globali e sui mercati, chiamiamoli, informali. Ed è questo lo stato che dovrebbe regolare il mercato.

Lo stato che si fa hegde fund, che intreccia la propria esistenza, ma soprattutto la propria natura, con quella dei fondi speculativi, è una novità della politica contemporanea. Certo, il fenomeno non riguarda solo l’Italia, e nemmeno la breve vita della Jugoslavia di Milosevic ma tocca non solo gli stati ma fino al livello delle banche centrali. Basta vedere quanto la Bce è esposta verso ordigni come Deutsche Bank per capire che chi rischia di esplodere trascina con se, nei propri comportamenti, anche chi dovrebbe fare da elemento regolatore.

Questo buco nero, che assume l’apparenza dello stato, è un qualcosa dai contorni indefiniti che pratica l’assenza di trasparenza, che assorbe le risorse dello stato sociale, e degli investimenti pubblici, si riproduce alimentando finanza di rischio. Anzi, come abbiamo visto nel caso LCTM addirittura alimentando i fattori di rischio della finanza. Queste sono le istituzioni, mutazione finanziaria della Repubblica del ’48, il resto è chiacchiera.

Per Senza Soste, nique la police
29 dicembre 2016

L’avvenire di Aleppo

Lo scorso 22 dicembre con l’evacuazione delle milizie dai quartieri orientali della città si è chiusa la Battaglia di Aleppo. Una battaglia durata ben 53 mesi. Un lettore mediamente attento, che avesse voluto comprendere le ragioni e gli attori di quella battaglia e più in generale le cause e le conseguenze del conflitto siriano, avrebbe però trovato non poche difficoltà a farsi un’idea leggendo o ascoltando i servizi dei media mainstream. E non per caso. La guerra, è quasi banale sottolinearlo, è sempre atroce, e lo è ancor di più quando è combattuta fra civili che spesso vengono utilizzati da una parte o dall’altra come strumento di pressione o come scudi umani. Ma in una guerra anche l’informazione, è qui forse è un po’ meno banale ricordarlo, si trasforma in un campo di battaglia. Un terreno strategico in cui si gioca una partita non meno importante di quella combattuta con le armi vere e proprie. Siamo convinti, come il Che, che essere capaci di sentire nel più profondo qualunque ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo sia una delle qualità più belle dei rivoluzionari. Se però si rimane esclusivamente nel campo delle emozioni, suscitate ad arte da chi oggi ne detiene il monopolio, il rischio che si corre è quello di restare eterne vittime di quel “terrorismo multimediale dell’indignazione” con cui l’opinione pubblica mondiale negli ultimi decenni è stata manipolata e piegata ad ogni avventura neocoloniale. Se davvero, come da più parti si dice, si vuole combattere la guerra e i suoi orrori, allora occorre sforzarsi di comprendere le cause dei conflitti, determinarne le ragioni materiali ed economiche e lavorare politicamente per abbatterle. La battaglia di Aleppo ha trasformato quella che era iniziata come una guerra per procura contro l’Iran in una “mini guerra globale”, per usare un’efficace definizione del Washington Post. Una guerra che ha finito per coinvolgere direttamente anche la Russia e l’Iran e che modificherà gli equilibri mediorientali in una direzione diversa da quella che veniva auspicata da Washington e dalla UE solo 5 anni fa. Le primavere arabe del 2011 erano state viste dalle cancellerie occidentali come un’opportunità da cogliere al volo per ridisegnare il Medioriente a proprio uso e consumo. Su questo progetto si erano inserite le ambizioni delle diverse potenze regionali (Turchia, Arabia Saudita, Qatar…) determinate a volgere a loro favore i nuovi equilibri di potenza che si andavano delineando. Facendo leva sulle mobilitazioni popolari si è così lavorato da più parti ad un massiccio “regime change” i cui effetti a catena non solo non si sono esauriti, ma si protrarranno per anni. Dopo il precedente libico era dunque inimmaginabile che la Russia rimanesse nuovamente alla finestra assistendo inerme alla perdita del suo unico punto d’appoggio navale nel Mediterraneo, ed era altrettanto inimmaginabile un’inazione da parte dell’Iran di fronte alla possibile caduta della cosiddetta mezzaluna sciita e al suo relativo isolamento. E’ difficile, se non impossibile, prevedere quale piega prenderanno adesso gli eventi. Dopo la definitiva liberazione di Aleppo dalle milizie jihadiste, la cosiddetta “Siria utile” è tornata sotto il controllo di Bashar al-Asad, ma se si procederà verso una partizione di fatto dello stato siriano, oppure verso un recupero totale, molto dipenderà dalle intenzioni della Russia. Mosca in questi anni ha riaffermato un ruolo da attore protagonista sullo scacchiere mediorientale, lo ha fatto grazie alla spregiudicatezza diplomatica dimostrata a fronte dell’impaccio statunitense, ma soprattutto lo ha fatto grazie ad uno sforzo bellico considerevole e si trova ora nella condizione di dover uscire rapidamente dal conflitto per rischiare di rimanervi impantanata. Il pericolo è che un intervento prolungato faccia emergere quella debolezza economica che finora è stata mascherata dai successi militari. Non è un caso quindi che mentre il governo siriano e l’Iran spingono per puntare verso Idlib, Mosca abbia assunto un atteggiamento più cauto su cui pesa, probabilmente, anche il nuovo rapporto con la Turchia di Erdogan. Questo è l’altro elemento che peserà nei mesi a venire. Secondo alcuni analisti la relativa indifferenza mostrata da Ankara rispetto alle sorti di Aleppo è infatti il frutto della distensione, se non della vera e propria convergenza, tra i due paesi dopo la crisi del novembre 2015. Tanto che sarebbero stati proprio i russi ad avvisare Erdogan del tentativo di colpo di stato dello scorso luglio. Agli osservatori più attenti non sarà sfuggito come l’affluenza massiccia di militanti di Al Nusra ad Aleppo durante l’estate sia stata tacitamente avallata da Stati Uniti, Arabia Saudita e Qatar ma non dalla Turchia. La contropartita per questo nuovo posizionamento potrebbe dunque essere l’aver dato il via libera alla realizzazione di un “Sunnistan”, anche in chiave anti curda, esteso da Idlib a Mosul e sotto la diretta influenza turca. La realizzazione in sedicesimi di quel progetto “neottomano” che cinque anni fa aveva spinto Erdogan ad abbandonare l’alleanza con Bashar al-Asad. In tal caso la cantonizzazione della Siria, così come quella dell’Iraq, potrebbe essere più che un’ipotesi remota. Veniamo però anche rapidamente (e tristemente) a noi. La Battaglia di Aleppo ha nuovamente mostrato tutti i limiti di una sinistra occidentale ormai priva di una propria chiave di lettura del mondo che non sia quella “umanitaria”. Una sinistra che non pensa più autonomamente e che inevitabilmente finisce per “farsi pensare” dalle classi dominanti. Forse qualcuno un giorno si prenderà la briga di indicarci finalmente chi sarebbero i fantomatici ribelli “laici e progressisti” di Aleppo che avremmo dovuto sostenere. A naso ci viene da pensare che in caso di sconfitta dell’esercito siriano non avremmo visto sfilare per le strade del centro una street parade per i diritti Lgbt con le bandiere arcobaleno, quanto piuttosto una teoria di toyota con le bandiere nere. A meno che quelle barbe lunghe che per mesi si sono fatte scudo dei civili non fossero salafiti ma hipster. E se queste sono le alternative in campo anche il nènèismo di alcuni compagni rischia di suonare un po’ pilatesco. Un concetto che le migliaia di cittadini di Aleppo scesi in piazza per festeggiare la liberazione hanno compreso molto bene, visto che lo hanno vissuto sulla propria pelle. Un concetto che perfino un quotidiano cattolico come L’Avvenire, non certo un covo di rossobruni filoputiniani, è stato in grado di cogliere e che stride con le accuse di genocidio che ancora oggi campeggiano sulle pagine social di diversi compagni: “nel quartiere cristiano armeno di Aleppo, Aziziya, è stato innalzato un albero di Natale, il più alto della Siria, il primo dal 2012. Un segno di speranza, in una città diventato simbolo della crudeltà di tutte le guerre. Nel video tratto dal profilo Facebook di Sos Chretien d’Orient, rilanciato da Asia News, si vede una banda composta da giovani armeno vestiti da Babbo Natale; la loro esibizione è avvenuta martedì sera. Asia News commenta felicemente questa notizia, spiegando che Aleppo si è liberata in questi giorni da jihadisti e ribelli, che nonostante tutti gli sforzi, non sono riusciti a «uccidere lo spirito di tolleranza e convivenza tra religioni ed etnie». In piazza, a festeggiare insieme la liberazione della città dai jihadisti e il Natale che si avvicina, c’erano musulmani e cristiani, in barba al proselitismo esercitato dai gruppi salafiti e jihadisti i quali per 4 anni «hanno cercato di imporre un islam takfiri e wahhabita». Le persone originarie di Aleppo ritornate in città dopo la liberazione sono circa un milione”. 

Per una trattazione più esaustiva delle cause endogene ed esogene del disordine mediorientale rimandiamo ad un nostro documento scritto ormai un anno fa.

Mors tua, vita mea. La guerra sotto le “regole” dell’Unione Europea

MontePaschi come prova conclamata di come funziona l'Unione Europea. La retorica brussellese straparla di regole contro lassismo, di formiche contro cicale, di virtù nordiche e fannullismo mediterraneo. Gli europeisti italici, neoliberisti senza se e senza ma quando si tratta di diritti del lavoro (ineguagliabile per infamia resta Pietro Ichino, ma la folla degli opinionisti da strapazzo è assai folta), rimangono senza parole di fronte al possibile fallimento della banca più massonica del paese (e ce ne vuole...), riscoprendo improvvisamente la giustezza dell'intervento dello Stato nell'economia. Purché, va da sé, sia temporaneo e limitato alle banche. Finito il salvataggio, e bruciati miliardi di soldi pubblici (tasse nostre, insomma), si tolga dai piedi e restituisca tutto ai privati. Che sono stati così bravi, ma così bravi, da prendere il primo responsabile del tracollo senese, l'ormai ex amministratore delegato di Mps, e nominarlo presidente dell'Abi, ovvero il migliore dei banchieri italiani...

Dei quotidiani mainstream, lo ripetiamo spesso, IlSole24re è l'unico che sia costretto a scrivere come stanno le cose quando le cose vanno male. Questione di proprietà e pubblico: organo di Confindustria, deve informare soprattutto gli investitori; dunque deve dare un quadro obbiettivo della situazione.

L'analisi che qui sotto riportiamo, però permette di illuminare non solo la miseria dell'imprenditoria bancaria nazionale, ma anche e soprattutto il ruolo delle sempre venerate “istituzioni europee”. La chiave di lettura proposta dai due estensori del pezzo è ovviamente critica ma dialogante: di fatto, gli interventi della Vigilanza della Bce nella gestione della vicenda Montepaschi hanno provocato più disastri del necessario.

Una lettura più attenta, però, fa intravedere nella Vigilanza uno strumento di guerra interna all'Unione Europea. Uno dei tanti, non certo l'unico.

Insomma, sotto il velo beneducato delle “regole da rispettare” si gioca una violentissima partita per decidere chi – nella pletora di banche, imprese, industrie, ecc – deve morire e chi deve sopravvivere.

Per esempio, vengono citati gli stress test cui vengono ciclicamente sottoposte le banche. In teoria un modo di prevedere la loro tenuta in casi di crisi estrema. Una buona cosa, insomma. Ma quali sono i criteri su cui si tengono? E chi li ha scelti?

E' risaputo che nella definizione dei criteri è stato deciso di attribuire un punteggio altamente negativo alle “sofferenze” – crediti erogati, la cui restituzione è difficile se non impossibile – mentre l'esposizione verso i prodotti finanziari derivati (quasi sempre trattati in modo semiclandestino, over the counter, ossia fuori dai mercati regolati) è tenuta in non cale. In questo modo le banche italiane (più “tradizionali”, ancorché gestite da cani, con erogazione facile di crediti miliardari verso i “soliti noti”) risultano sempre abbastanza fragili, mentre quelle tedesche – in primo luogo la più grande, Deutsche Bank, sempre al centro di scandali, manipolazioni di mercato, multe miliardarie, ecc. – figurano le prime della classe. Ultrasicure, in buona salute, un esempio di buona gestione.

Lo scarto tra i giudizi della Bce o dell'Eba e quelli del mercato finanziario non potrebbe essere più violento: la quotazione di Deutsche Bank, infatti, che aveva sfiorato i 40 euro a gennaio 2014, ora vale soltanto 17 euro (una perdita di quasi il 60%). Ma guardando il grafico si nota che nel luglio di quest'anno era addirittura arriva a 11 euro (-75%), in coincidenza del voto sulla Brexit. Solo negli ultimi mesi, in coincidenza con gli scossoni subiti dal sistema bancario italiano proprio a causa della vicenda MontePaschi, il titolo tedesco ha ripreso un po' di quota.

Le “regole”, insomma, sono una strumento di selezione politicamente mirata, per nulla asettiche e tantomeno “oggettive”. Sono state imposte grazie alla potenza economica altrui e all'incompetenza dei vertici politici “nostrani”. Ricorderemo sempre il Romano Prodi che presentava così il futuro con l'euro: “Con l’euro lavoreremo un giorno in meno e guadagneremo come se lavorassimo un giorno in più”. Mentre un economista liberista normale come Éric Toissent, qualche temo dopo, chiudeva così la questione: “Con l’euro è stato come mettere su di un ring un peso massimo come l’ex campione del mondo Cassius Clay contro un dilettante peso piuma”.

Chi ora si lamenta delle “stranezze” della Vigilanza europea, farebbe bene a chiarirsi le idee...

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Le colpe di Mps, la linea dura della Bce: così la crisi è diventata ingestibile

Marco Ferrando – Morya Longo

È passato poco più di un decennio da quando la Banca d’Italia di Antonio Fazio, in nome della stabilità, gestiva le crisi bancarie dietro le quinte mettendo troppo spesso la polvere sotto il tappeto. Eppure sembra trascorso un secolo. Oggi l’approccio calvinista della nuova Vigilanza, in capo alla divisione della Bce guidata da Danièle Nouy, è diametralmente opposto: da “flessibilità” e riservatezza, si è passati a rigidità e pubblicità. Senza preoccuparsi delle conseguenze. Il caso del Montepaschi lo dimostra: la banca senese ha mille problemi, nessuno lo nega, ma la Bce ha avuto un ruolo determinante nel rendere questi problemi ingestibili. E nel creare un effetto a catena in tutto il sistema bancario italiano

Lungi dal rimpiangere l’epoca di Fazio, ma i fatti parlano chiaro. In questi mesi Francoforte ha prima imposto una cura da cavallo al Montepaschi, sulla base solo di scenari avversi ipotizzati negli stress test. Poi ha indicato una data irremovibile, cioè il 31 dicembre 2016, per risolvere tutti i problemi. Poi ha negato qualunque proroga. Infine, una volta chiaro che l’intervento statale sarebbe stato necessario, ha deciso di cambiare tutti i parametri di calcolo e di accrescere l’aumento di capitale di Mps da 5 a 8,8 miliardi.

Nessuno critica queste decisioni, che partono da una situazione di Mps davvero degenerata. Ma qualche domanda bisogna porsela: è giusto che la Vigilanza imponga misure draconiane e scadenze irremovibili, senza pensare alle conseguenze che le sue decisioni hanno sull’intero sistema e prima ancora sulla salute del vigilato? È giusto che tutti i minimi dettagli siano resi pubblici, incluse le scadenze, creando gravi turbamenti sui mercati che alla fine rendono irrealizzabili i salvataggi chiesti dalla stessa Bce? Su Mps si poteva percorrere una strada diversa, per raggiungere gli stessi risultati senza soldi pubblici? Si poteva evitare l’effetto contagio e disorientamento sull’intero sistema bancario italiano?

Cronaca di una morte annunciata
Prima di rispondere bisogna percorrere le ultime tappe di questa crisi che ha costretto lo Stato a salvare Mps. Tutto inizia il 23 giugno 2016: alla luce degli stress test che vedono Mps uscire come la peggiore banca d’Europa in un’eventuale situazione di crisi estrema, la Vigilanza della Bce (il Supervisory board guidato da Danièle Nouy) richiede alla banca senese un piano ben preciso di riduzione dei crediti deteriorati. Mps in effetti ha una quantità esorbitante di prestiti avariati, pari al 21,7% del totale crediti a fine 2015: il loro smaltimento è – giustamente – considerato fondamentale dalla Vigilanza. La Bce fissa dei limiti temporali per questo smaltimento: tre anni, dal 2016 al 2018.

Si badi: Mps non è insolvente in quel momento, ma anzi ha un patrimonio netto positivo. E non è neppure in perdita, dato che chiude il semestre con un utile di 302 milioni. Ma la riduzione dei crediti deteriorati dal bilancio è considerata dalla Bce – ripetiamo, giustamente – una priorità. Mps non solo incassa, ma rilancia: propone di eliminare non una parte, ma addirittura tutti i 27 miliardi di crediti in sofferenza subito, e di ricapitalizzarsi per 5 miliardi, tappando il buco che si verrà a creare una volta azzerati gli Npl. La Bce approva il piano, ma impone varie condizioni. Tra le quali, a novembre, se ne aggiunge una: il piano in tre mosse (cartolarizzazione-prestito ponte-aumento) va realizzato entro il 31 dicembre 2016. Superata quella data, sancisce la Bce, Mps finisce in risoluzione. Con forte rischio di bail-in.

Questo limite temporale, in vista del referendum costituzionale che potrebbe creare problemi a trovare investitori, crea ovvia agitazione sul mercato: il titolo scende in Borsa, i depositi fuggono dalla banca, le obbligazioni subordinate precipitano. E l’intero settore bancario italiano entra nel vortice di Borsa. Sarebbe probabilmente accaduto ugualmente, ma se non ci fosse stato un limite così perentorio per separare la vita e la morte della banca, forse il mercato sarebbe stato meno agitato.

Così, dopo il «no» al referendum costituzionale, la situazione precipita. Gli investitori che dovevano sottoscrivere l’aumento di capitale (a partire dal fondo del Qatar) si dileguano. Il vuoto politico aumenta l’incertezza. Mps prova a chiedere alla Bce una proroga di 20 giorni. Ma niente da fare: il limite del 31 dicembre, a causa della scarsa liquidità della banca, resta scolpito nella pietra. Così non resta altro da fare che aprire le porte allo Stato, penalizzando chi detiene obbligazioni subordinate. E proprio quando tutto sembra risolto, la Vigilanza Bce (senza neppure l’unanimità) lancia l’ultima zampata: siccome ora entra lo Stato, chiede a Mps un aumento di capitale quasi doppio rispetto a quello approvato dalla stessa Bce in precedenza. Creando nuova incertezza sul mercato: possibile che imposizioni analoghe siano in futuro avanzate anche per altre banche?

I precedenti
La situazione di Mps era e resta grave, l’arbitro doveva fischiare. Ma anche questa volta l’impressione è che l’intervento abbia reso ancora più difficile maneggiare una situazione che, comunque, era ed è considerata gestibile (sennò non si sarebbe avallato il tentativo privato, sennò non si concederebbe l’intervento dello Stato). E pensare che non si tratta della prima volta in cui la Vigilanza produce effetti collaterali. Due anni fa, quando Siena (insieme a Carige) era uscita malconcia dagli stress test pubblicati il 26 ottobre 2014, la Bce impiegò sette settimane per approvare i piani di ristrutturazione delle due banche. Un tempo troppo lungo per la Borsa: i due titoli in quel lasso di tempo persero infatti 2,3 miliardi sul listino, cioè due terzi di quanto le due banche avrebbero dovuto raccogliere sul mercato proprio in ossequio alle richieste del regolatore. Che, da allora, ha continuato a scandire la vita delle due banche a suon di diktat e ultimatum (basta pensare al “tifo” per l’offerta avanzata da Apollo a Carige). E anche tra Milano e Verona ne sanno qualcosa, visti i paletti posti dalla Bce per l’aggregazione tra Bpm e Banco Popolare: possibile che proprio quei paletti e l’intransigenza di Francoforte possano scoraggiare altri istituti ad aggregarsi, cosa invece auspicata dalla stessa Vigilanza?

Nessuno può dire che le banche italiane non abbiano problemi. E nessuno può pensare che la Bce non sarebbe dovuta intervenire. Tutt’altro, sia chiaro. Ma le modalità di azione, l’inflessibilità, l’incapacità di comunicare al mercato da parte di un’Autorità di vigilanza che non solo è nuova ma che è anche frutto di compromessi tra vari Paesi, hanno senza dubbio peggiorato la situazione già logora di queste banche. Un bravo medico deve salvare il malato: se ogni suo paziente viene tramortito dalla medicina o dal dosaggio prescritto, qualcosa dovrà pur significare.

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Siria - Il dimenticato Yarmouk, enclave jihadista a Damasco

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Yarmouk non c’è quasi più: dei 180mila residenti che vivevano tra le vie strette del campo profughi a sud di Damasco, simbolo della diaspora palestinese e per decenni “capitale” del movimento di resistenza, non ne restano che 6mila.

La vita misera di un tempo ha lasciato spazio ad un incubo ancora peggiore: da aprile lo Stato Islamico controlla stabilmente la maggior parte del campo. Non se n’è mai andato nonostante la lotta che i gruppi armati palestinesi hanno condotto un anno e mezzo fa per cacciarlo: si è solo parzialmente ritirato dopo averlo conquistato tutto in pochi giorni.

Ci sono anche i qaedisti dell’ex al-Nusra e altri gruppi di opposizione al governo di Assad, tutti impegnati in scontri quasi quotidiani. Una faida interna che racconta molto della Siria di oggi: le metastasi si stanno allargando in un corpo piagato. L’Isis è ancora presente in Siria e controlla ampie porzioni del paese. Non solo la “capitale” Raqqa o la ricca Deir Ezzor: gli islamisti sono nella capitale.

«La situazione per i civili è estremamente difficile – dice ad al Jazeera Wesam Sabaaneh, direttore della Fondazione Jafra, associazione umanitaria che lavora a Yarmouk – L’Isis impone leggi severe, come l’obbligo d'indossare il niqab. Ha occupato le scuole e compie esecuzioni di civili per le strade. Non c’è acqua pulita, non si sono medicine e le malattie si diffondono velocemente».

Si muore ogni giorno di violenza, malattie, malnutrizione: a metà dicembre Hussein al-Misri di 70 anni ha perso la vita per mancanza di medicinali, facendo salire a 1.277 il numero di civili morti nel campo dal 2011, chi di fame, chi di torture, chi di missili o esecuzioni. A gennaio 2015 il mondo si commosse nel vedere l’immagine di una folla silenziosa e arresa, in fila per un po’ di cibo. Oggi la situazione è la stessa, se non peggiore.

Tra le 6mila e le 7mila persone deperiscono, rischiano la vita per fame. Esattamente 6.250, dice l’Unwra. Erano 18mila due anni fa, 15mila stimati ad aprile. Chi ha potuto è fuggito nei quartieri alla periferia del campo, Yalda, Babila e Beit Saham.

«Dal 13 febbraio al 7 aprile – ci spiega il portavoce dell’agenzia Chris Gunness – abbiamo compiuto 21 missioni dentro Yalda a favore di 6mila famiglie. Ma da maggio 2016 non abbiamo più avuto accesso sicuro all’area per riprendere la distribuzione degli aiuti». L’Onu è tanto lontana da Yarmouk da non riuscire neppure più a monitorare la situazione: da febbraio nessun rapporto viene emesso per aggiornare sulle condizioni dei civili.

A fine novembre l’esercito siriano aveva lanciato un ultimatum all’Isis e all’ex al-Nusra perché abbandonassero subito Yarmouk: un mese di tempo. Se ancora valido, sta scadendo. Ma è difficile dire se Damasco interverrà a breve in quella che è diventata un’enclave de facto dell’Isis nel cuore della Siria. Le truppe governative restano lungo il perimetro del campo, lo assediano come dall’interno i jihadisti assediano i civili dal 2012 quando i due chilometri quadrati di Yarmouk furono trascinati dentro la guerra anche dagli errori di valutazione e i tentennamenti di Olp e Hamas.

Fuori da Yarmouk gli ultimatum sono sostituiti da un presunto dialogo tra governo siriano e opposizioni: è quanto ha riportato ieri l’agenzia Interfax citando il ministro degli Esteri russo Lavrov. Secondo Mosca, il dialogo è ufficiosamente partito.

Ma le opposizioni, quelle conosciute al tavolo di Ginevra, negano di saperne qualcosa. L’Hnc, Alto Comitato per i negoziati, creatura saudita estremamente composita (dai salafiti di Ahrar al-Sham e Jaysh al-Islam ai laici della Coalizione Nazionale e i socialisti del National Coordination Body), ha parlato per bocca dell’ex presidente della Coalizione, George Sabra: «Non abbiamo niente a che vedere con questa storia».

Ci si chiede chi siano le opposizioni con cui Damasco negozierà, visto che fonti russe riportano di consultazioni già in corso ad Ankara per giungere ad un cessate il fuoco nazionale, dopo quello raggiunto ad Aleppo. Una domanda non facile a cui rispondere vista l’assenza di soggetti credibili e rappresentativi del popolo siriano: le opposizioni considerate laiche e legittime, fin dal 2011 sostenute dal fronte internazionale anti-Damasco, sono scomparse o risucchiate dalle più potenti fazioni jihadiste.

Sullo sfondo stanno gli Stati Uniti. Una settimana fa il presidente Obama ha firmato le modifiche all’Us Arms Export Control Act che contiene l’allentamento delle restrizioni nell’invio di armi ai gruppi armati siriani. Mosca ha bollato la legge come atto ostile che potrebbe far arrivare missili anti-aerei ai gruppi jihadisti che monopolizzano la guerra civile. Ma fonti dell’amministrazione Obama specificano: le armi saranno dirette alle Forze Democratiche Siriane guidate dai kurdi che stanno avanzando su Raqqa.

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Chi sono gli elettori che hanno votato Trump

Sugli elettori di Trump si è detto tutto e il contrario di tutto: la tesi iniziale (sono stati gli operai bianchi incazzati per gli effetti della globalizzazione sulle loro condizioni di vita) è stata contestata da chi sosteneva che buona parte di quelli che lo hanno votato appartenevano a fasce di reddito medio alte. Poi la tesi iniziale è stata riformulata: non è tanto che gli operai bianchi hanno votato Trump, ma piuttosto che non hanno votato la Clinton, preferendo astenersi piuttosto che scegliere fra il minore di due mali (tesi che a me parrebbe più attendibile ove riferita ai giovani – operai e non – sostenitori di Sanders). Ma su una cosa tutti – soprattutto i media che avevano sostenuto a spada tratta la Clinton – sembrano essere d’accordo: quegli elettori sono sporchi, brutti e cattivi, gente che ha scelto Trump perché ne condivide l’ideologia razzista, sessista e ultraconservatrice.

Ma anche questa convinzione inizia a vacillare a mano a mano che divengono disponibili ricerche più approfondite. A metterla in discussione, in un interessante articolo sul New York Times, è l’analista politico David Paul Kuhn il quale rovescia il punto di vista: Trump non è stato eletto perché ha condotto una campagna sessista, razzista e ultraconservatrice, ma malgrado abbia seguito tale linea politica. La verità è, scrive Kuhn, che se tutti quelli che consideravano Trump un personaggio indecente avessero votato per lei, la Clinton avrebbe vinto a mani basse. L’autore dell’articolo cita, in proposito, una ricerca secondo cui il 51% degli elettori bianchi appartenenti alla classe lavoratrice pensavano che Trump fosse indecente e, almeno su questo piano, ritenevano la Clinton migliore. Ma non l’hanno votata! Non basta: un quinto degli elettori (più di 25 milioni di americani) hanno dichiarato di disapprovare l’atteggiamento di Trump nei confronti delle donne, ma tre quarti di queste persone hanno votato ugualmente per lui. Ancora: quasi la metà di coloro che hanno votato per Trump non condivideva le sue idee in materia di trattamento degli immigrati clandestini.

Naturalmente è vero che fra i suoi elettori la percentuale di razzisti è più elevata di quella presente nell’elettorato rimasto fedele al Partito Democratico, ma non è questo che ha determinato il risultato. Allo stesso modo in cui Bill Clinton aveva vinto le elezioni del 1996 malgrado un terzo dei suoi elettori lo considerasse bugiardo e disonesto, argomenta Kuhn, Trump ha vinto in barba alla pessima opinione che di lui avevano buona parte delle persone che lo hanno votato. Nell’uno e nell’altro caso, a determinare la scelta degli elettori – soprattutto di quelli più esposti alle incertezze dell’economia – è stata la speranza di far vincere qualcuno che avrebbe fatto i loro interessi (o almeno di far perdere qualcuno che sicuramente non li avrebbe fatti). Non a caso, Trump ha sfondato laddove Bush aveva invece raccolto poco o niente, vale a dire nelle aree del Paese più duramente colpite dalla liberalizzazione dei commerci e dalla concorrenza dei prodotti cinesi e di altri Paesi in via di sviluppo.

A quanto pare, Obama – un presidente che ha suscitato grandi speranze e delusioni ancora più grandi – non ha capito la lezione, almeno a giudicare da alcune sue dichiarazioni riportate in un articolo di Massimo Gaggi sul Corriere della Sera del 28 dicembre scorso: “Mi fossi presentato io per la terza volta, sarei stato rieletto”, sembra abbia dichiarato. Ma è così? È vero che nel 2008 Obama aveva ottenuto un ottimo risultato anche fra quei lavoratori bianchi che ora hanno appoggiato Trump. Peccato che, nel frattempo, il suo gradimento sia crollato a causa delle sue scelte pro-globalizzazione, che hanno provocato la perdita di molti posti di lavoro, l’aumento della disuguaglianza e un drastico peggioramento delle condizioni di vita delle classi subordinate. Ma lui non cambia idea: continua a essere un fan della “terza via” blairiana e accusa il laburista Jeremy Corbyn di avere “perso i contatti con i fatti e con la realtà”. Invece è lui ad averli persi, avendo rimosso che le classi sociali continuano ad esistere anche se i politici pensano di poterle manipolare con abili strategie comunicative e che, quando le élite tirano troppo la corda, le masse prima o poi si vendicano. Certo Trump non è un’arma ideale per compiere la vendetta, ma visto che Obama, Clinton e i Democratici avevano fatto carte false per sabotare la candidatura di Sanders, non c’era alternativa.

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