Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

29/01/2023

Il pasto nudo (1991) di David Cronenberg - Minirece

Amazon: anche quando gli affari vanno a gonfie vele, i lavoratori sono sotto attacco

I lavoratori di AMAZON hanno scioperato il 25 gennaio a Coventry nel primo sciopero nel gigante delle consegne sul suolo britannico.

Lo sciopero ha un significato particolare.

Il governo, naturalmente, si è dimostrato più intransigente quando si tratta di scioperi nei servizi pubblici, dove è lui a decidere le retribuzioni.

Ma gli scioperi nel settore privato sono altrettanto importanti. Qui, sindacati come UNite e GMB – che per anni ha lottato con tenacia per organizzare i lavoratori di Amazon in barba all’ostilità del datore di lavoro – hanno ripetutamente ottenuto riconoscimenti salariali superiori all’inflazione in centinaia di vertenze, portando centinaia di milioni di sterline nelle tasche dei lavoratori.

Sono questi successi, piuttosto che la possibilità di un’interruzione dell’economia, a far passare notti insonni ai ministri: gli attacchi dei conservatori al diritto di sciopero sono motivati dalle vittorie salariali nel settore privato e dalle grandi vertenze nazionali.

Il settore privato – che rappresenta circa i tre quarti della forza lavoro britannica – è scarsamente sindacalizzato e Amazon si affretta a sottolineare che la maggior parte dei suoi lavoratori non è impegnata in azioni sindacali.

Ma è proprio per questo che gli sforzi organizzativi nel settore sono così importanti e che le vittorie salariali, quando si verificano, possono aiutare a sindacalizzare nuove fasce di lavoratori.

La notorietà di un leader di mercato come Amazon – come è avvenuto negli ultimi anni con gli scioperi del BFAWU, presso il gigante dei fast-food McDonald’s – contribuisce a rendere popolare l’azione sindacale e può ispirare le persone che lavorano in settori simili ad aderire ai sindacati.

La determinazione di Rishi Sunak a contenere le retribuzioni nel settore pubblico non è finalizzata a far quadrare i conti; dopotutto, il Tesoro ha alterato i propri modelli di calcolo del debito per creare il “buco nero” nelle finanze pubbliche che ora dice di dover colmare.

Fa parte di una strategia volta a ridurre i salari in tutta l’economia per aumentare i margini di profitto.

Lo sciopero di Amazon – che si svolge in una delle aziende britanniche di più alto profilo – ricorda che la lotta per i salari unisce i lavoratori del settore pubblico e privato, sventando i tentativi dei conservatori di dividerli e contrapporli.

Sebbene l’azione sia stata motivata da un’insultante offerta di aumento di 50 penny l’ora, la vertenza mette in luce anche le condizioni disumane imposte ai lavoratori da questo colosso della gig economy.

I rappresentanti sindacali raccontano storie orribili di lavoratori penalizzati per le pause in bagno, spinti senza sosta a raggiungere obiettivi irragionevoli fissati dall’algoritmo, che collassano sul lavoro e richiedono l’intervento dell’ambulanza.

Si tratta di un modello del tutto indifferente al benessere della sua forza lavoro, un modello che mira a “sfinirli, sbarazzarsi di loro, sostituirli”, come dice Amanda Gearing, organizzatrice storica della GMB.

Se i lavoratori non si alzano in piedi e non fanno sentire il proprio peso, questo è il futuro di molti altri settori – non ultimo quello della Royal Mail, dove la CWU sta attualmente rifacendo le votazioni per estendere il suo mandato di sciopero contro i manager che cercano di trasformarla in un corriere della gig economy non dissimile da Amazon.

Alla Royal Mail, come del resto alle ferrovie, i lavoratori si sentono dire che devono sopportare condizioni sempre peggiori in un mondo che cambia.

La domanda si è ridotta e le loro industrie non sono più redditizie, dicono le aziende che hanno sottratto miliardi e li hanno consegnati agli azionisti. Quindi il servizio deve essere ridotto, la forza lavoro deve essere ridimensionata e la “produttività” (intendono in realtà il tasso di sfruttamento) deve aumentare.

Amazon smentisce questa narrazione. Qui abbiamo un’azienda che ha quasi raddoppiato il suo valore dopo la pandemia: un’azienda che ha visto i suoi ricavi annuali aumentare del 38% nel 2020, del 22% nel 2021 e di un altro 10% nel 2022.

Gli acquisti su Internet e i mutamenti comportamentali dopo i lockdown hanno visto un’impennata della domanda, eppure Amazon continua a fare la guerra ai suoi lavoratori.

Il comportamento di Amazon dimostra che i lavoratori non sono sotto attacco perché gli affari vanno male o le prospettive economiche sono difficili. Sono sotto attacco quando gli affari vanno a gonfie vele: sono sotto attacco per massimizzare il profitto del datore di lavoro.

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USA - Ancora un morto per la violenza poliziesca

Ha inchiodato i poliziotti la diffusione del terzo dei quattro video dell’arresto di Tyre Nichols, un afroamericano di 29 anni morto a gennaio, tre giorni dopo il fermo, a causa delle ferite riportate a Menphys (Tennesse). I cinque poliziotti, in questo caso afroamericani come la vittima, sono stati incriminati per una serie di reati tra cui omicidio di secondo grado, sequestro aggravato e aggressione aggravata.

Un gran giurì ha incriminato i cinque agenti coinvolti nella morte di Nichols. Sono stati accusati di omicidio e sono in custodia. Sono stati accusati di “omicidio di secondo grado, aggressione aggravata, rapimento aggravante, con conseguenti lesioni personali, rapimento aggravato che comporta il possesso di un’arma, cattiva condotta ufficiale attraverso l’esercizio non autorizzato del potere, cattiva condotta ufficiale attraverso l’omissione di agire quando vi è un dovere imposto dalla legge e dall’oppressione ufficiale”, secondo il procuratore distrettuale della contea di Shelby, Steve Mulroy.

Un’autopsia indipendente, completata da un patologo forense assunto dagli avvocati della famiglia, ha scoperto che Nichols soffriva di “un’estesa emorragia causata da un duro pestaggio”.

Nel terzo video le immagini sono quelle registrate la sera del 7 gennaio e documentano la violenza con cui i poliziotti si accaniscono su una persona inerme, disarmata, in manette.


I primi tre video vengono delle body cam in dotazione ai poliziotti e mostrano la concitazione, il fiatone degli agenti che hanno rincorso Nichols, fermato per un’infrazione stradale. Il terzo video, in realtà, registra solo l’audio, perché la telecamera è girata verso l’interno, forse nella concitazione dell’inseguimento, forse non casualmente. Perché è quella che avrebbe potuto mostrare da vicino l’aggressione brutale, documentata invece da una telecamera di sicurezza piazzata in alto, all’incrocio della strada, di cui gli agenti potrebbero non aver avuto la consapevolezza.

Le immagini, senza audio, sono sconvolgenti. Nichols è a terra, le mani legate dietro la schiena, tenuto fermo da due poliziotti, quando a un certo punto arriva un terzo poliziotto e comincia a colpire Nichols con dei calci alla testa. L’uomo arrestato si accascia, poi viene appoggiato con la schiena sulla portiera di un’auto, in attesa dei soccorsi. Ricoverato in ospedale per gravi fratture al cranio, al collo e in altre parti del corpo, e lesioni interne, Nichols morirà tre giorni dopo, il 10 gennaio.

Nel primo video, quello che documenta lo stop per una presunta infrazione stradale, vede Nichols consegnarsi subito, dire “ok”, “va bene”, ma i poliziotti appaiono piuttosto aggressivi. Quello è il momento in cui Nichols si divincola e scappa, seminando i poliziotti, che restano lontani, con il fiatone. La famiglia chiede giustizia.

Il 3 gennaio scorso un altro afroamericano, Keenan Anderson, insegnante di liceo, era stato ucciso dai poliziotti a Los Angeles durante il fermo. Soffocato e colpito con una letale lunga scarica di Taser.

Decine di persone hanno protestato davanti alla Casa Bianca dopo la diffusione delle immagini con cartelli che chiedevano “la fine del terrore della polizia”, “giustizia per Tire Nichols” e “imprigionare i poliziotti assassini”.

Disordini sono avvenuti anche a New York, dove decine di persone si sono radunate a Times Square e un video mostra un giovane che sfonda a calci il parabrezza di un’auto della polizia e viene poi arrestato dai poliziotti.

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Gerusalemme - Ritorsione palestinese. Sette israeliani uccisi

Ieri sera a Gerusalemme un giovane palestinese ha fatto fuoco fuori da una sinagoga nel quartiere di Neve Ya’akov, a Gerusalemme, provocando la morte di sette israeliani, cinque uomini e due donne, e alcuni feriti. Si tratta di Alqam Khayri, un palestinese di 21 anni residente a Gerusalemme est. Khayri è fuggito dalla scena dell’attacco in macchina e aprendo il fuoco contro gli agenti della polizia. Dopo un breve inseguimento, è stato ucciso. La polizia ritiene che Khayri abbia agito da solo.

L’attentato è avvenuto per ritorsione al sanguinoso raid israeliano a Jenin dove nove palestinesi, otto uomini e una donna, erano stati uccisi dalle forze speciali israeliane. Ieri sera in diverse città palestinesi l’azione a Gerusalemme è salutata come una “giusta vendetta” per i morti di Jenin.

Anche oggi a Gerusalemme, un ragazzino palestinese di 13 anni ha aperto il fuoco con una pistola a Ma’alot Street contro un gruppo di coloni israeliani colpendone due – padre e figlio – ma è stato ferito da altri due coloni armati. Il giovane, gravemente ferito, è un palestinese residente a Gerusalemme est.

Violenti scontri erano già scoppiati nella notte di giovedi e nelle prime ore di venerdì nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme Est per protestare contro il massacro di Jenin. Scontri tra palestinesi e polizia israeliana sono scoppiati nel quartiere di Ain Al-Lawza, nella cittadina di Silwan, nell’area della Gerusalemme occupata, preso d’assalto dalle forze di polizia israeliane, tra pesanti lanci di bombe lacrimogene. Scontri simili sono scoppiati anche nel vicino quartiere di Ras Al-Amud, a Gerusalemme ma anche a Nabi Saleh, vicino Ramallah.

Già nella mattinata di ieri tre razzi erano stati lanciati da Gaza verso il territorio israeliano, uno era stato intercettato gli altri due non hanno causato né vittime né danni. L’aviazione israeliana aveva bombardato Gaza come rappresaglia. Gli aerei hanno anche bombardato più volte il sito “Quraysh” situato nel quartiere Tal Al-Hawa, a sud-ovest della città di Gaza. Ma in serata nella città israeliana di Ashkelon (30 km da Gaza) è caduta una raffica di missili palestinesi che sono esplosi all’interno della città, senza essere intercettati dal sistema Iron Dome.

In tutta la Palestina la situazione è ormai esplosiva da mesi. Tra i giovani – trasversalmente e indipendentemente dalle organizzazioni esistenti – è cresciuta la spinta alla resistenza armata contro l’occupazione israeliana e l’idea di rispondere “colpo su colpo” ai raid e alla quotidiana oppressione israeliana.

In Israele l’insediamento di un governo estremista come quello di Netanyahu getta benzina sul fuoco allontanando qualsiasi spiraglio di allentamento delle tensioni. Al contrario, l’espansionismo delle colonie israeliane in Cisgiordania e la pulizia etnica a Gerusalemme appaiono ben definite nel programma del nuovo governo. Una linea che sta suscitando allarme sia all’interno di Israele che nella diaspora ebraica nel mondo.

Di fronte alla precipitazione della situazione in Palestina, i governi occidentali non vanno oltre il sostegno acritico a Israele e all’ipocrisia dei due pesi e due misure.

Il governo italiano, che aveva scelto il silenzio assecondando il raid israeliano a Jenin di giovedì, ieri invece ha “condannato con forza il vile attentato terroristico di Gerusalemme ed esprime il suo cordoglio e la sua vicinanza allo Stato d’Israele e a tutto il suo popolo”, si legge nella nota di Palazzo Chigi. Ipocriti.

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Rapporto Oxfam 2023: per la prima volta negli ultimi 25 anni aumentano al contempo disuguaglianze, fame e povertà estrema

L’annuale rapporto dell’organizzazione Oxfam sulla disuguaglianza globale viene regolarmente emesso in concomitanza del Word Economic Forum di Davos in Svizzera, allo scopo di indurre la leadership planetaria a riflettere sui nefasti effetti sociali e ambientali prodotti delle loro politiche, le quali continuano a portare esclusivo vantaggio ad una ristretta élite a discapito della maggioranza della popolazione mondiale.

Quest’anno, i 2.700 leader mondiali fra politici, amministratori delegati delle principali multinazionali e big della finanza presenti alla consueta passerella, ormai giunta alla 53esima edizione, hanno visto aleggiare sul loro summit l’immancabile ombra delle critiche dei movimenti e del rapporto Oxfam che non casualmente in italiano è stato tradotto in “La disuguaglianza non conosce crisi”.

La ratio del titolo è conseguente al fatto che nel biennio 2020-21, i più ricchi fra i ricchi del pianeta, vale a dire il top 1%, come da trend consolidato, ha continuato ad accumulare ricchezza più di tutto il resto dell’umanità. Tale incremento ha, tuttavia, toccato livelli di crescita inediti, mentre, in contemporanea, per la prima volta, a livello mondiale negli ultimi 25 anni è aumentata anche la povertà e la fame.

Il dominante capitalismo liberista ha, dunque, impresso alla forbice della disuguaglianza un ampliamento mai registrato in precedenza. Ciò in conseguenza del sovrapporsi della crisi economica pandemica a quella ambientale, quest’ultima caratterizzata da fenomeni estremi, come siccità, cicloni e inondazioni, sempre più devastanti, i quali hanno inevitabilmente innescato una drammatica crisi sociale che ha spinto milioni di persone sotto la soglia della povertà estrema e nel baratro della fame, costringendone una massa crescente a migrare forzatamente. Tutto ciò mentre le grandi multinazionali, soprattutto quelle operanti in rete, hanno conseguito, al pari della grande finanza, profitti stratosferici, i quali hanno generato una concentrazione apicale della ricchezza mai registrata in precedenza.

Guardando alle cifre del rapporto rileviamo come nel biennio 2020-2021, l’1% più ricco della Terra si è accaparrato quasi 2/3 della nuova ricchezza generata, mentre le principali 95 multinazionali dell’energia e dell’agro-business hanno più che raddoppiato i profitti rispetto alla media del periodo 2018-2020. Con il drammatico paradosso che, nel 2022, mentre queste ultime si arricchivano col commercio di beni e prodotti alimentari e distribuivano, grazie agli extra-profitti, dividendi pari a 257 miliardi di dollari ai propri azionisti, al contempo 800 milioni di persone soffrivano la fame.

In sostanza, per ogni 100 dollari di nuova ricchezza prodotta, sempre nel biennio in questione, 63 dollari sono stati appannaggio dell’1% straricco e appena 10 dollari sono andati al 90% più povero, mentre i restanti 27 dollari ai restanti ricchi, pari al 9% della popolazione mondiale (grafico 1). In termini reali, in 2 anni, l’1% degli ultraricchi ha registrato un incremento dei propri patrimoni pari alla stratosferica cifra di 26.000 miliardi di dollari, poco più di una volta e mezzo il Pil della Cina (16.500 miliardi di dollari nel 2021), mentre il, redditualmente variegato, restante 99% dell’umanità si è fermato a 16.000 miliardi di dollari.

Gli effetti della crisi pandemica, secondo la Banca Mondiale, hanno prodotto sul 40% più povero dell’umanità, perdite di reddito doppie rispetto a quelle subite dal 40% più ricco, determinando inevitabilmente anche un aumento nella disparità globale di reddito, oltre a quelle di ricchezza.

L’eccezionale incremento della concentrazione di ricchezza risulta frutto, sia della compiacente azione dei governi, sia della politica monetaria non convenzionale adottata dalle Banche Centrali, il “Quantitavie Easing” (QE), tramite il quale le stesse hanno immesso una enorme massa di liquidità nei propri sistemi monetari (1), ufficialmente per favorire la ripresa economica e far salire il tasso di inflazione intorno allo strategico obiettivo del 2%. Tali politiche monetarie espansive, attuate con tempistica ed entità differenziate dalle varie Banche Centrali occidentali (2) nell’arco di tempo compreso fra la fase successiva alla crisi economico-finanziaria del 2008-2009 fino alla ripresa post-covid, hanno in realtà sortito principale effetto di incrementare i valori degli asset finanziari e, conseguentemente, i patrimoni dei miliardari.

Grafico 1: quote di nuova ricchezza acquisita dal 1% più ricco e dai restanti 99% e 90% , confronto 2012-2021 (colonna verde chiaro) e 2020-2021 (colonna verde scuro). Fonte: Oxfam su dati Credit Suisse


Sicuramente le misure di intervento dei governi a sostegno delle proprie economie e delle fasce sociali più deboli, durante la Grande crisi del 2008-2009, è stata una strategia appropriata; tuttavia, forti critiche hanno, invece, investito le politiche di austerità fiscale implementate nell’Area dell’euro nella successiva fase di ripresa, le quali hanno finito per innescare la crisi debitoria di inizio anni ’10 nei paesi marginali dell’Eurozona, denominati col dispregiativo appellativo di Piigs (3). Infatti, mentre buona parte dell’area monetaria comune tornava in recessione, contemporaneamente negli Stati Uniti, grazie a politiche monetarie (QE) e fiscali espansive e tempestive, la ripresa continuava ad apprezzabili tassi di crescita (grafico 2)

Grafico 2: variazione annua del Pil nell’Eurozona, negli Usa e in Giappone fra 2008 e 2015. Fonte: Ocse


La Bce a causa delle resistenze dei Paesi “falchi” dell’Austerity – Paesi Bassi, Finlandia e Germania in primis – ha introdotto il QE solo all’inizio del 2015, quando l’intera Eurozona si trovava sull’orlo del collasso. Tuttavia, gli effetti del QE sono risultati alquanto modesti sia in termini di ripresa economica – ad oggi il nostro Paese si trova ancora al di sotto del picco del 2007 (grafico 3) – sia di rialzo dell’inflazione, in quanto i governi e la Commissione Europea non si sono impegnati a garantire che l’enorme liquidità immessa avesse concrete ricadute sull’economia reale o, quantomeno, che le cospicue plusvalenze ottenute dalla grande finanza venissero ridistribuite tramite la leva fiscale.

Grafico 3: andamento del Pil italiano su base trimestrale fra il 1996 e il 2022. Fonte: Istat


Conseguentemente le fortune dei miliardari, grazie anche al periodo pandemico, durante il quale alcune tipologie di imprese collegate alla rete hanno conseguito extraprofitti stratosferici, sono continuate ad aumentare, tant’è che l’1% più ricco della popolazione mondiale, a fine 2022, è arrivato a detenere il 45,6% della ricchezza globale, mentre la metà più povera dell’umanità appena lo 0,75%. Inoltre, il ghota degli 81 principali miliardari hanno accumulato più ricchezza di metà della popolazione mondiale. Squilibri interni all’intero sistema economico-sociale globalizzato, non solo eticamente inaccettabili, ma addirittura nel medio periodo, forieri di destabilizzazione dello stesso.

Gli effetti della crisi economica, alimentare e ambientale

Contemporaneamente all’eccezionale aumento di ricchezza conseguito dal 1% più ricco a livello mondiale e agli extraprofitti delle grandi multinazionali di alcuni comparti, in questi primi anni del decennio ’20 a seguito della crisi pandemica, di inappropriate politiche governative e dell’impennata inflattiva, abbiamo registrato anche una crescita della povertà e della fame, oltre a una diminuzione dei posti di lavoro e dei salari che hanno pesantemente impattato sulle vite delle persone già in condizione di fragilità sociale.

Il consolidato trentennale trend globale di riduzione della povertà si è, infatti, bruscamente interrotto determinando la paradossale ed inedita situazione nella quale la ricchezza e la povertà, entrambe estreme, sono al contempo sensibilmente aumentate. Ben 70 milioni di persone sono, infatti, precipitate nel 2020 sotto la soglia di povertà dei 2,15 dollari al giorno di reddito, corrispondenti ad un aumento dell’11%.

Nonostante nel 2021 tale tendenza abbia subito un’inversione, per l’anno appena concluso l’UNDP, il programma dell’Onu per lo sviluppo, stima che solo nel suo secondo trimestre 71 milioni di persone siano nuovamente scese in povertà a causa del rialzo dei prezzi delle materie prime (+ 18% beni alimentari e +59% energia). Le causa della fiammata inflattiva, peraltro iniziata già nell’autunno 2021, è riconducibile a difficoltà di approvvigionamento causati dalla ripresa della domanda nella fase post-pandemica e dalla guerra in Ucraina, alle spregiudicate attività della speculazione finanziaria ed alle ciniche strategie delle multinazionali, non che al crescente impatto dei cambiamenti climatici sulle produzioni agricole. Conseguentemente, sono state stimate dalla Banca Mondiale in 828 milioni le persone che nel 2021 hanno sofferto la fame, pari al 10% dell’umanità, il 60% delle quali donne e ragazze (4).

Per quanto riguarda l’aspetto salariale, dall’analisi condotta in 96 Paesi da Oxfam sui valori delle retribuzioni, è emerso come 1,7 miliardi di lavoratori abbiano subito una crescita dell’inflazione superiore a quella dei salari. La contrazione dei salari reali, misurata in base all’effettivo potere d’acquisto, avrà come inevitabile riflesso sia un aumento dei lavoratori in condizione di povertà, i cosiddetti working poors, sia delle disuguaglianze, queste ultime aggravate dalla crescita del lavoro informale che su scala globale sta superando addirittura quella dell’occupazione regolare.

Conclusioni

Il quadro appena dipinto caratterizzato da crescenti disuguaglianze e maggiori difficoltà sociali, rischia di aggravarsi nell’anno appena iniziato, anche alla luce delle dichiarazione della Presidente del Fmi Kristalina Georgieva, la quale, in una intervista di inizio gennaio alla Tv statunitense CBS, ha affermato che dal punto di vista economico il 2023 risulterà “più duro dell’anno che ci siamo lasciati alle spalle” e che l’istituzione di cui è a capo ritiene che “un terzo dell’economia mondiale sarà in recessione” a causa del rallentamento di Stati Uniti, Unione Europea e Cina.

Alla luce delle fosche previsioni della presidente del Fmi sull’andamento dell’economia mondiale, non vediamo altra strada possibile all’implementazione di politiche fiscali espansive (vale a dire aumentare la spesa pubblica) per far fronte all’aumento della povertà e della fame, ai cambiamenti climatici e all’impatto dell’inflazione sui ceti sociali più fragili. Ciò a causa del fatto che, ancora una volta, la maggioranza dei governi sono intenzionati a proseguire sulla fallimentare strada dell’austerità fiscale, riducendo la spesa pubblica, principalmente a causa delle imposizione delle istituzioni finanziarie sovranazionali. La stessa Oxfam prevede, infatti che, nel quinquennio 2023-27, attueranno politiche restrittive di bilancio a danno della spesa sociale, pari a ben 6.700 miliardi di dollari, circa 2/3 dei Paesi mondiali (148 per la precisione), e che nel 2023, il 54% degli Stati lo stanno già pianificando.

Le politiche economiche neoliberiste e restrittive di bilancio hanno già mostrato la loro inefficacia dal punto di vista economico, come nella crisi debitoria dei Paesi marginali dell’Eurozona, e i loro nefasti effetti a livello sociale. In considerazione di ciò, è assolutamente necessario un riposizionamento in senso diametralmente opposto introducendo misure straordinarie, come la tassazione aggiuntiva degli extraprofitti, e altre strutturali, come la reintroduzione di una fiscalità progressiva più incisiva sui redditi elevati e sul capital gain, l’utile da capitale.

Gli effetti socialmente disastrosi che abbiamo appena esposto, pur avendo radici profonde, risultano frutto anche delle politiche economiche attuate durante la crisi pandemica, nel cui contesto, non solo il 95% dei Paesi non ha aumentato la già discendente e blanda pressione fiscale in essere sui redditi più elevati (grafico 4), sulle grandi imprese e sul capital gain della speculazione finanziaria, ma, addirittura, in alcuni casi l’hanno diminuita, a beneficio dei “soliti noti”.

Grafico 4: l’andamento delle aliquote massime, quindi sui redditi più elevati, dell’imposta sul reddito delle persone fisiche fra il 1980 e il 2022 in Africa (linea verde chiaro), America Latina (grigio), Asia (nero) OECED in italiano OCSE (verde scuro). Fonte: calcoli Oxfam su dati OCSEl’andamento delle aliquote massime, quindi sui redditi più elevati, dell’imposta sul reddito delle persone fisiche fra il 1980 e il 2022 in Africa (linea verde chiaro)


La riduzione della pressione fiscale sui redditi più elevati in corso ormai da 40 anni e gli sgravi fiscali a vantaggio dei ricchi e delle multinazionali, risultano la causa originaria dell’aumento delle disuguaglianze, col paradosso che in molti Paesi i ceti sociali subalterni e i lavoratori risultano soggetti ad una tassazione maggiore. Il proprietario di Tesla, Elon Musk primo miliardario mondiale nel 2022 secondo Forbes (5), fra il 2014 e il 2018, ha pagato un’irrisoria “effettiva aliquota fiscale” di circa il 3%.

A livello mondiale solo il 4% dell’intero gettito fiscale proviene dalle imposte sui patrimoni posseduti, anche a causa del fatto che circa la metà dei miliardari mondiali ha la residenza fiscale in Paesi che non contemplano tasse di successione sui discendenti diretti, avendo così l’opportunità di trasferire ai loro eredi ricchezze complessive pari a 5.000 miliardi di dollari,una cifra maggiore del Pil annuo dell’intero continente africano.

Il reddito dei miliardari, in prevalenza frutto di rendite, risulta tassato mediamente al 18%, la metà dell’aliquota massima applicata su salari e stipendi. Un sistema fiscale, frutto della visione neoliberista del sistema capitalistico che sta portando l’umanità verso il collasso economico e sociale e che necessita di essere radicalmente riformato, reintroducendo una significativa progressività fiscale, come era in vigore fino agli inizi degli anni ’80. Negli Stati Uniti, infatti, l’aliquota massima federale sullo scaglione più elevato di reddito, si attestava su di una media dell’81% fra il 1944 e il 1981, all’alba della nefasta era Reagan. Anche in Italia, fino agli anni ’80, l’aliquota massima raggiungeva il 73% ed era inserita in un contesto fiscale progressivo il cui gettito, impiegato tramite appropriate politiche ha consentito di coniugare crescita economica e progresso sociale, grazie alla creazione di un ampio Welfare state a vantaggio soprattutto dei ceti inferiori.

Per reintrodurre un minimo principio di equità fiscale, secondo Oxfam basterebbe applicare una tassa annua del solo 5% sui più ricchi della Terra per ottenere un gettito fiscale di 1700 miliardi di dollari all’anno, i quali sarebbero sufficienti ad estirpare la povertà e la fame a livello mondiale, a varare un piano di riduzione degli impatti dei cambiamenti climatici e a garantire assistenza sanitaria e protezione sociale a tutte le popolazioni dei Paesi a medio e a basso reddito (6).

Le strade per rimediare a questa catastrofe sociale, umanitaria e ambientale esistono, ce lo insegna la storia economica, sono le volontà politiche che, invece, mancano.

Non è pensabile combattere l’inarrestabile crescita delle disuguaglianze, l’aumento delle sofferenze sociali e le devastazioni ambientali procrastinando le stesse politiche che ne sono state causa; il cambio di paradigma potrà, tuttavia, avvenire solo tramite presa di coscienza della situazione da parte dei ceti sociali subalterni di ogni latitudine e imbastendo una lotta, duratura e coordinata a livello internazionale, contro la ristretta plutocrazia mondiale ed il ceto politico dominante ad essa subalterno.

Andrea Vento – 24 gennaio 2023
Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati


Note

1) Il QE realizzato dalla Fed dal 2009 al 2014 per un ammontare di oltre 3.500 miliardi di dollari https://www.thefederalist.eu/site/index.php/it/saggi/1470-il-quantitative-easing-della-bce-unoperazione-necessaria-non-sufficiente
La Bce in 7 anni di QE (marzo 2015-luglio 22) ha acquistato titoli governativi e corporate per un totale di 4.900 miliardi di euro. https://www.ilsole24ore.com/art/liberarsi-titoli-stato-possibile-strategia-bce-e-sue-conseguenze-AElxiZKC

2) Fed, BoE, Bce e BoJ, rispettivamente Federal Reserve, Bank of England, Banca Centrale Europea e Bank of Japan.

3) Acronimo dispregiativo per indicare Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna

4) https://www.worldbank.org/en/home

5) https://forbes.it/2022/04/05/elon-musk-e-per-la-prima-volta-al-comando-della-classifica-dei-piu-ricchi-del-mondo/

6) Fonte: Fight Inequality Alliance dell’Institute for Policy Studies di Oxfam e dei Patriotic Millionaires

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