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mercoledì 26 luglio 2017

Libia - Intesa francese tra Haftar e Sarraj

di Chiara Cruciati 

Una stretta di mano, stavolta a favore di telecamere, e un documento congiunto di dieci  punti: è il risultato dell’intervento a gamba tesa della Francia sulla crisi libica. Il neo presidente Macron riesce dove l’Italia – che ha “snobbato” Tobruk – ha fallito: ha fatto incontrare il primo ministro del governo di unità nazionale di Tripoli al-Sarraj e il generale Haftar, capo dell’esercito della Cirenaica.

I due, ieri a Parigi, hanno firmato un’intesa che ha al centro il cessate il fuoco e le elezioni nazionali entro la prossima primavera. Che un simile accordo regga resta da vedere visti i precedenti fallimenti, dovuti sia alle precondizioni delle due parti che all’effettiva incapacità di controllare l’intero territorio libico, diviso in una miriade di autorità diverse, clan, tribù e città-Stato.

Ma l’impatto simbolico del punto segnato da Parigi è significativo: la Francia, finora considerata – a ragione – ostacolo alla pacificazione si presenta come mediatore della crisi. “Oggi la causa della pace in Libia ha fatto un grande progresso”, ha detto Macron a margine di un incontro a cui Roma non è stata invitata, né tanto meno informata per tempo.

 Il presidente francese ha abbozzato ringraziando in pubblico il premier italiano Gentiloni per il lavoro fin qui svolto. Ma resta lo smacco per un paese investito da Ue, Usa e Onu della gestione della crisi libica e scavalcata ora dalle stesse Nazioni Unite del nuovo inviato Salame. Lui, nel castello di La Celle-Saint Cloud alle porte della capitale francese, era presente.

 Secondo dei dieci punti della dichiarazione congiunta di Tripoli e Tobruk è la tregua, l’impegno a “evitare il ricorso alla forza armata per qualsiasi motivo che non sia di anti terrorismo”. Primo punto, invece, è un’affermazione politica: “La soluzione della crisi libica non può essere che politica e passare per un processo di riconciliazione nazionale che unisca tutti i libici, compresi tutti gli attori istituzionali, della sicurezza e militari pronti a prendervi parte pacificamente e che includa il ritorno in sicurezza di tutti gli sfollati e i rifugiati”.

Al terzo punto le due parti si impegnano alla costruzione “di uno Stato di diritto in Libia, che sia sovrano, civile e democratico”. Il quarto punto fa riferimento all’accordo politico di dicembre 2015, siglato in Marocco sotto l’egida Onu, con cui è stato creato il governo di unità, ufficialmente mai riconosciuto dal parlamento ribelle di Tobruk. Nessun riferimento all’articolo 8, attaccato da Haftar e alla base dei precedenti fallimenti perché riconosce autorità sulle forze armate al potere civile, ovvero al premier.

Ora la parola passa ai fatti, alla riconciliazione effettiva che dovrà coinvolgere anche le milizie alleate di una o dell’altra parte e in molti casi tra loro ostili. Come le Brigate di Misurata, riferimento a singhiozzo di Tripoli, sotto il quale si sono poste per convenienza in alcune operazioni (come quella anti-Isis di Sirte), ma presto tornate all’autogoverno. Ci sono poi gli uomini legati all’islamista Ghwell, ex premier tripolino, oggi capace di controllare parte della capitale e spiana nel fianco di al-Sarraj. E infine le tribù e i clan che operano nel Fezzan, di cui non tutte riconoscono un’autorità esterna alla propria.

Ad emergere dall’incontro di Parigi, dunque, non è tanto l’accordo in sé quanto il protagonismo francese. Che ha degli obiettivi precisi (lotta ai flussi migratori e energia) e che passa per l’uomo più forte del complesso scacchiere libico, quel generale Haftar che l’Italia non ha saputo o voluto avvicinare ma che è chiaramente fondamentale ago della bilancia. Molto di più del debolissimo al-Sarraj. Proprio su questo ha giocato Parigi, sui timori strutturali di Tripoli che gode oggi solo dell’endorsement internazionale ma non controlla quasi nulla sul campo e sulla figura di Haftar, già ampiamente sostenuto dietro le quinte con unità speciali francesi.

 E se già si parla di progetti francesi di corridoi militarizzati nel deserto, al confine sud della Libia con Niger e Ciad, per bloccare a monte i migranti, di certo Macron ha gli occhi puntati sulle ricchezze del paese, le stesse che mossero – insieme alle iniziative pan-africane di Gheddafi, troppo lontane per l’Occidente dalle mire coloniali classiche – l’allora presidente Sarkozy e la missione Nato del 2011. Ovvero il petrolio libico, con la Total alla porta che punta allo strapotere dell’Eni, e la ricostruzione di un paese devastato da sei anni di conflitti

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