Per capire, e contrastare, il Jobs Act di Renzi (l'inglese è
una concessione a Obama) non bisogna prendere le singole misure ma
leggere le premesse. Che sono due. Una obbligata, di merito. "Questo non
è un documento chiuso, ma aperto al lavoro di chiunque. Anche vostro".
Per un segretario di un partito "democratico" la disponibilità
all'ascolto si impone. La premessa "di merito", invece, è quella
decisiva, quella che informa l'intero progetto, quella da contestare. "Non sono i provvedimenti di legge che creano lavoro - scrive Renzi - ma gli imprenditori.
La voglia di buttarsi, di investire, di innovare. L’Italia può farcela,
ma deve uscire da questa situazione di bella addormentata nel bosco.
Deve rompere l’incantesimo. Per farlo c’è bisogno di una visione per i
prossimi anni e di piccoli interventi per i prossimi mesi".
A questo punto, la vecchia "mano invisibile", la cieca fiducia
nelle forze rigeneratrici del mercato, prende il sopravvento e
costituisce la "visione per i prossimi anni" mentre la politica è
confinata nella cura "dei piccoli interventi". Il Jobs Act sta tutto in
queste righe, com'era prevedibile, chiaro, ma come è giusto
sottolineare. Il resto è una elencazione di cose concrete, quelle
relative alla "visione" e di cose fumose quando, invece, si riferiscono
al lavoro in carne e ossa. Per questo la presentazione della "bozza"
renziana non ha incontrato particolari resistenze. Nessuno scontro con
la Cgil, con la Fiom, nemmeno con i Cinque stelle. Pesa, certamente, il
fatto che il sindaco di Firenze abbia il vento in poppa e nessuno se la
sente, ora, di sfidarlo. Dovrà sbattere il muso su qualche ostacolo,
prendere qualche cantonata, farsi, politicamente, del male. Accadrà
anche questo, ma non ora, non qui.
L'elencazione renziana, però, è double face. Quando ci si
riferisce alle imprese, in virtù della loro taumaturgica capacità di
creare lavoro, si propongono soluzioni concrete. In fondo, recita il
documento "l’obiettivo è creare posti di lavoro, rendendo semplice il
sistema, incentivando la voglia di investire dei nostri imprenditori,
attraendo capitali stranieri". E allora, ecco la riduzione dei costi
dell'energia e dell'Irap, entrambi del 10%. Parliamo di tre-quattro
miliardi facilmente individuabili per compensare i quali, però, si fa
riferimento a un generico aumento di costi per "chi si muove in ambito
finanziario". Quanto e come non viene precisato.
Ma è su quello che dovrebbe essere il cuore del progetto che il fumo si fa più denso.
Per creare "nuovi posti di lavoro" individua sette settori:
a)
Cultura, turismo, agricoltura e cibo;
b) Made in Italy (dalla moda al
design, passando per l’artigianato e per i makers;
c) ICT;
d) Green
Economy;
e) Nuovo Welfare;
f) Edilizia;
g) Manifattura
per ognuno dei
quali "il Jobs Act conterrà un singolo piano industriale con indicazione
delle singole azioni operative e concrete necessarie a creare posti di
lavoro". Tutto coniugato al futuro. Al futuro è anche il varo del nuovo
Codice del lavoro, da presentare in "otto mesi" che, però, durante la
campagna elettorale delle primarie erano tre e ora si sono allungati. E
nel linguaggio oscuro della politica è presentata anche l'altra
principale proposta del piano, la riduzione della precarietà tramite la
"riduzione delle varie forme contrattuali, oltre 40, che hanno prodotto
uno spezzatino insostenibile". Il contratto di inserimento a tempo
indeterminato e a tutele crescenti che Renzi ha sposato - si tratta
della proposta avanzata a suo tempo da Tito Boeri e Pietro Garibaldi -
avverrà tramite "un processo", cioè un percorso per nulla precisato.
Molti titoli anche sugli altri dossier caldi del lavoro. Si
parla di "assegno universale" per chi perde il posto di lavoro, "anche
per chi oggi non ne avrebbe diritto, con l’obbligo di seguire un corso
di formazione professionale e di non rifiutare più di una nuova proposta
di lavoro". Non è chiara la differenza con l'attuale Aspi o mini-Aspi
che già prevede norme analoghe, salvo l'idea di voler intaccare gli
ammortizzatori sociali, cassa integrazione in primis, per rivedere tutta
la struttura del sostegno a chi perde il lavoro. Ma toccare la
cassa integrazione significa introdurre un mutamento strutturale
passando da un welfare che difende il posto di lavoro a un sistema che
fa di quest'ultimo un optional. Anche l'Agenzia Unica Federale
che dovrebbe coordinare i Centri per l'impiego non è ben specificata.
Apertura a Fiom e Cgil sulla Legge sulla rappresentanza sindacale - che
però è già in discussione alla Camera, basta appoggiarla - e massima
confusione sull'idea di cogestione alla tedesca. Lì, il sistema prevede i
consigli di sorveglianza che incidono anche sulle decisioni aziendali
ma non prevedono la presenza dei lavoratori nei Consigli di
amministrazione delle grandi aziende come propone Renzi. Va bene che
l'idea di fondo è la centralità dell'impresa ma addirittura costringere i
lavoratori a diventare proprietari delle imprese forse è troppo anche
per il capitalismo italiano.
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